Creato da ElettrikaPsike il 17/12/2012

ElettriKaMente

Dillo, bella strega...se lo sai, Adorabile strega…Dimmi, conosci l’irremissibile? (I fiori del male, C. Baudelaire)

 

 

LE STREGHE SON TORNATE!

 

Una rivolta è in fondo il linguaggio di chi non viene ascoltato.

(Martin Luther King)

 


Non entro in merito a discorsi politici anche perché, per parlare di politica e di politici, dovrebbe necessariamente esistere una politica di cui poter parlare (e dovrebbero esistere politici) ma così non è. Quindi, farò solo due semplici constatazioni: una sulla privacy ed una sull’aborto.

E, a scanso di equivoci, specifico che la strega sono io.

E’ palese, infatti, ed ormai evidente anche ai sassi che detesto vivere in una società burocrate ed ottusa. E detesto l’impero di un’affabulante dittatura digitale che ti toglie l'anima tra password e mille altre questioni pusille. Siamo impiccati a costrizioni senza senso per garantire la tutela di una privacy fantasma (inesistente quanto i politici) quando, poi, lo sappiamo tutti, a meno che non si scelga di restare offline, non è più prevista intimità né riservatezza in nessun luogo sulla terra. Eppure, persino un’invadenza da Grande Fratello orwelliano, da taluni, viene considerata quasi piacevole.

Se scegliamo di essere digitalmente attivi (e neanche troppo, perché non si tratta neppure di essere malati del web o di far parte delle categorie degli ossessivo-compulsivi da social) diciamo "q.b", giusto la dose necessaria per poter lavorare, interagire e sopravvivere in un sistema impostato sulla connessione globale 24h, siamo sotto scacco.

Molto semplicemente, i nostri grandi fratelli e sorelle conoscono tutto: ovviamente sanno dove abitiamo, quanti anni abbiamo e che occupazione svolgiamo in questo mondo; ma sanno anche quanto dormiamo, che cosa mangiamo, se respiriamo bene o male, che cosa ci piace, con chi ci accoppiamo e se non andiamo d'accordo con qualcuno. Sanno come ci vestiamo e che cosa racconta il nostro libretto sanitario, conoscono i nostri amici ed i nostri familiari, guardano le nostre foto e leggono i nostri testi. Ma a dirla tutta, alla fine, se per una serie di motivi ci sta bene o, più banalmente, scegliamo comunque di accettarlo, il problema non sussiste neppure. Il punto, però, è un altro: fatelo, se dovete, la porta è chiaramente aperta, ma almeno non sfracellateci l’anima con la tutela della privacy.

Come già a suo tempo Andrea Daniele Signorelli sostenne in un articolo, al momento ci ritroviamo tutti, più o meno consapevolmente, inseriti in una società paragonabile a quella descritta da Aldous Huxley nel suo romanzo Il mondo nuovo (di poco antecedente al famoso Big Brother di George Orwell) dove la “dittatura” sociale risulta esclusivamente impostata su quel tipo di controllo che “insegna alla gente ad amare la propria schiavitù”. Difatti anche oggi, proprio come accade in quel romanzo pubblicato nel 1932, ogni oppressione violenta ed esplicita smette di essere necessaria dal momento che la dittatura viene finemente impostata sulle sole regole dell’intrattenimento, dello svago e del consumismo senza soluzione di continuità…Ed è proprio questo potente sedativo composto da un divertimento plastificato e pigro ad indurre le persone ad adorare una tecnologia finalmente in grado di liberare dalla fatica di pensare e, talvolta, persino di esistere.

Così, se da un lato Orwell paventava l’ipotesi di un mondo di schiavi deprivato dell’informazione e con i libri al bando, dall'altro canto Huxley ne temeva uno in affannosa ricerca di sensazionalismo ed in cui i classici - pur essendo ancora salvi e presenti - non sarebbero stati più letti da nessuno o quasi, perché le persone sarebbero state ormai del tutto soggiogate da una cultura cafonesca e stordite da fin troppe informazioni assurde, caotiche, fuorvianti e fasulle. E da qui, per l'appunto, arriviamo al secondo punto: l'aborto.

Se nel cartone della Disney "Encanto" non si nomina Bruno, io qui (e per i già sopracitati motivi) non intendo affatto nominare la Meloni né riferirmi a lei o ad altri rappresentanti di una politica per me inesistente; ma molto semplicemente presentare una risposta scientifica riguardo a chi compara l’aborto all’omicidio.

E tengo a premettere, a scanso di equivoci, che personalmente non sono una sanguinaria: ho serie difficoltà a sopportare l'idea di eliminare un insetto e patisco se non vengono rispettate le piante in tutta la loro legittima dignità di organismi multicellulari dotati di nuclei e mitocondri nelle cellule; ma se si deve fare un ragionamento (quindi un discorso con un fondamento razionale ed un conseguenza logica) allora sarebbe bene prima individuare, e poi definire almeno con i termini corretti, gli oggetti del discorso.

Biologicamente, un embrione viene considerato "vita umana" nel momento in cui - intorno al terzo mese di gravidanza - sviluppa quell'insieme di strutture finalizzate a ricevere, trasmettere ed elaborare gli stimoli che viene unanimemente definito "sistema nervoso". E che, tra le altre cose, conferisce anche la capacità di provare dolore.

Nei primi 3 mesi, quindi, scientificamente non si può parlare dell'embrione in termini di persona umana, ma puramente di "vita biologica"; pertanto va da sè che la convinzione che l'aborto equivalga ad un omicidio contiene in se stessa un errore logico. Ma andiamo oltre.

L’embrione è certamente vivo, se il termine viene inteso come vita biologica; ma la vita biologica, contrariamente alla tesi di chiunque sostenga che abbia inizio nel momento del concepimento, è in realtà già preesistente alla formazione stessa dell'embrione, dal momento che ogni embrione non è altro che il risultato di processi biochimici fra organismi già di per se stessi vivi.

Qualsiasi coppia di ovulo-spermatozoo non ancora uniti, infatti, è già vita biologica! Ed in sé contiene tutta l’informazione necessaria per la costruzione di un nuovo esemplare (quella stessa informazione che poi viene contenuta nell’embrione da loro formato). Per questo motivo, una qualsiasi coppia di ovulo-spermatozoo ha l’identica “dignità” e lo stesso “valore” di vita biologica posseduta dall’embrione, in quanto biologicamente è equipollente ad esso.

Di conseguenza, se la soppressione di un gruppo di cellule biologicamente vive viene considerata un omicidio, allora non soltanto chi ha praticato un aborto, ma anche chiunque abbia utilizzato mezzi contraccettivi e persino qualsiasi individuo che abbia optato per l’astensione e la castità – compreso, quindi, ogni singolo uomo e donna di chiesa che ne ha fatto voto – è un assassino.

Non potendo, però, considerare l’umanità intera come omicida, va da sé che le conseguenze assurde di questo ragionamento possono avere luogo solamente perché sono il frutto di una premessa iniziale (aborto = omicidio) scorretta e falsa. Ed anche appellandoci al campo della filosofia, e chiamando in causa l’ambito della possibilità all’interno delle questioni di potenza ed atto, il ragionamento antiscientifico non potrebbe, in ogni caso, uscire dall’assurdo. Vediamo dettagliatamente il perché.

Ammettendo pure l’innegabile possibilità che un organismo non ancora umano (e quindi tanto l’embrione fecondato quanto, ripetiamolo, qualsiasi coppia di ovulo- spermatozoo) in un futuro lo diventi attraverso l’acquisizione di quelle specifiche caratteristiche che ancora non possiede, resta il fatto che la sola potenzialità non può essere sufficiente a considerarlo aprioristicamente come se quelle caratteristiche le avesse già acquisite.

Per semplificare al massimo, prendiamo in prestito l’esempio del filosofo bioetico John Harris: dal momento che gli esseri umani sono, senza tema di smentita, tutti mortali, si potrebbe anche pensare che ognuno di noi è già - potenzialmente - un cadavere; ma potremmo mai, per questo motivo, attribuirci fin da oggi lo statuto di morti, anziché di esseri viventi, solo in virtù di una condizione che, per quanto vera domani, allo stato attuale delle cose è incontrovertibilmente falsa? No.

E non si può fare per un banalissimo motivo: non è logicamente corretto far derivare i diritti attuali da proprietà esclusivamente future.

Se dovessimo considerare un embrione per ciò che sarà domani, allo stesso modo dovremmo, allora, trattare come un defunto ogni essere vivente che incontriamo per strada oppure offrire una stampella ed un aiuto per attraversare la strada alla quindicenne di oggi in prospettiva del fatto che un giorno sarà anziana e considerare maggiorenne un bambino delle elementari in quanto, almeno potenzialmente, già possessore di un (futuro) diritto al voto…

Il ragionamento è lo stesso. Pensiamoci, quindi, prima di dichiarare qualcosa che non si conosce o, semplicemente, non si comprende. E poi accettiamone anche le conseguenze: se vale per una cosa, vale per tutte. Siete disposti a considerarvi morti già da oggi? 

E dai, su...dal momento che siamo sempre online, cerchiamo di essere anche connessi qualche volta.

 

P.S.

Per approfondimenti, leggete Luc Montagnier, premio Nobel per la medicina, 2008; oppure rivolgetevi direttamente a Chiara Lalli, docente di Logica e di Filosofia della Scienza alla Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università “La Sapienza” di Roma.

 

 

 
 
 

IL DECALOGO DEL DANDY

Post n°336 pubblicato il 03 Settembre 2022 da ElettrikaPsike
 

 

Visto che, in alcune occasioni, l'accezione del termine "borghesia"

e la scelta dell'iconica locuzione francese "Épater la bourgeois"

come titolo per un mio ciclo di post, non sono risultate così chiare,

ho pensato che fosse utile rispolverarne le origini, andando dritti alle fonti

con un decalogo ad hoc.

Anzi, 

adapté pour l'occasion!

 

E chi meglio dei dandies per antonomasia,

Charles Baudelaire ed Oscar Wilde,

può raccontarci cosa significhi "scandalizzare la borghesia"

(anche in un tempo odierno in cui la borghesia non è più indicativa di una condizione sociale ed economica)?

 

Ma per capire l'esigenza di "épater les bourgeois" è necessario capire il pensiero dandy. E benchè il dandismo escluda la ristrettezza di ogni definizione, lo faremo comunque.

In fondo, il fatto stesso di descrivere l'indescrivibile, non è forse un'operazione dandy?


1. Il dandy è colui che non abbraccia nessuna filosofia e non è fedele neppure a se stesso. Non esclude nulla dalla propria vita, perché è proprio questo il significato ed il fine ultimo dell’edonismo estetico. Il dandismo, infatti, procede convintamente verso l’assolutezza di una libertà spogliata da ogni vincolo, persino quello estetico (leggasi pertinente al gusto e al senso della forma).

 

Difatti, preferisce di gran lunga "vivere la propria vita pienamente, interamente, completamente piuttosto che trascinare una falsa, vergognosa, degradante esistenza quale il mondo, nella sua grande ipocrisia, domanda".


E' consapevole che "Vivere è la cosa più rara a questo mondo e che la maggior parte delle persone esiste (ma questo è tutto ciò che fa)".


Allo stesso modo, sa che è essenziale dare la giusta importanza alle cose. Ed è per questo che dichiara:"La vita è troppo importante per essere presa seriamente".


 Ha imparato ad amare il mistero: "Il segreto è l’unica cosa che può rendere misteriosa – o splendida – la vita moderna. Quando una persona mi piace moltissimo non ne dico mai il nome a nessuno, perchè sarebbe un po' come rinunciare ad una parte di lei".


Spiega al mondo che "Rammaricarsi delle esperienze fatte significa arrestare il proprio sviluppo e negarle equivale a mettere una menzogna sulle labbra della nostra vita. Sarebbe soltanto come rinnegare la propria anima".


Infatti, per lui "L’egoismo non consiste nel vivere come ci pare, ma nell’esigere che gli altri vivano come pare a noi".


 Pensa che la vita funzioni al contario di come appare: "L'anima nasce vecchia e diventa giovane con il tempo, ed è questa la vera commedia della vita; al contempo un corpo nasce giovane e poi con il tempo diventa vecchio, e questa è la tragedia".

 

Ma, in ogni caso, per lui "La vita scorre sempre più veloce del realismo".


2. Il dandy è comunque contro. In perenne insurrezione contro il prosaico, il già udito, il risaputo. E contro la mediocrità e le piccinerie. Cionondimeno, la sua non è mai un’aperta trasgressione perché, di fatto, accetta di convivere con le regole che l’ambiente impone e che sono riconosciute - da lui per primo - come indispensabili per poter costruire pienamente la propria identità. Di conseguenza, quella stessa società dinnanzi alla quale si pone in continua protesta, diventa non soltanto una minaccia, ma anche il mezzo principale grazie al quale poter manifestare la sua essenza.

“Il dandy è sulle barricate.”

“Vi odio tutti, vi amo tutti”.

"Conversare sul tempo è l’ultimo rifugio di chi non ha immaginazione."

 

3. Il dandy non si può dire appartenente a nessuna classe sociale: non è un borghese nella stessa identica misura in cui non è uno snob, difatti beffardamente irride gli aristocratici altezzosi che vivono di sola raffinatezza, perché lui è superiore anche alla bellezza e all’eleganza.

"Solo chi sembra stupido ha accesso alla Camera dei Comuni e solo chi è stupido vi ottiene successo."

"Viviamo in un’epoca di superlavoro e di sottocultura; un’epoca in cui la gente è talmente laboriosa da divenire stupida."


4. L’eleganza del dandy non va confusa con l’evidente e scontata raffinatezza ad ogni costo; difatti egli non rifugge aprioristicamente le espressioni prosaiche, ma riconosce quale sia il momento ed il luogo più opportuno per adoperarle.

“La dignità mi annoia”


5. Scandalizza con l’intelletto servendosi dell’arte del paradosso, scardinando quei luoghi comuni che si sono insidiati nelle menti come una torma di pachidermi o come ossessivi ritornelli assimilati per pigrizia. Ed è per questo che si compiace di non essere compreso.

  “Sono fin troppo consapevole del fatto che si vive in un'epoca in cui solo gli ottusi sono presi sul serio, e io vivo nel terrore di non essere frainteso.”

"Nella vita moderna non c’è nulla che faccia più effetto di un luogo comune: riesce a unire fraternamente persone di ogni ceto."

"L’ottusità è sempre una irresistibile tentazione per l’ingegno arguto, e la stupidità è la permanente Bestia Trionfans che chiama fuori la saggezza dalla sua caverna."

"Solo gli ottusi sono brillanti la mattina a colazione."

"Ci sono persone che sanno tutto e purtroppo è tutto quello che sanno."

"Spesso sostengo lunghe conversazioni con me stesso e sono così intelligente che a volte non capisco nemmeno una parola di quello che dico."


6. Utilizza un’atarassica - ancor più che annoiata - superficialità a testimonianza della sua unicità e mostra una determinazione irremovibile nel non mostrarsi coinvolto, come se  impossibilitato ad essere emotivamente toccato dagli eventi.

“Mai discutere con un idiota, ti trascina al suo livello e ti batte con l’esperienza.”


7. E’ deliberatamente improduttivo.

“Lo scopo della vita è lo sviluppo di noi stessi, la perfetta realizzazione della nostra natura: è per questo che noi esistiamo.”

“Ci sono due grandi tragedie nella vita: una è non ottenere ciò che si vuole, l’altra è ottenerlo.”


8. La relazione che ha con se stesso è simile a quella con un oggetto esterno.

“The art for art's sake”

(Fare della vita stessa un'opera d'arte)

“Amo recitare. È molto più reale della vita.”

"Ogni uomo mente, ma dategli una maschera e sarà sincero."

 

9. Imprevedibilità e incostanza: il dandy mira a stupire e spesso a sceglie di fare o dire esattamente il contrario di ciò che ci si aspetta da lui.

"Adoro le maldicenze che riguardano gli altri dano gli altri, ma quelle che mi riguardano non m'interessano in alcun modo: non hanno il fascino della novità".

"Perdona sempre i tuoi nemici: nulla li fa arrabbiare di più".

"Il valore di un’idea è assolutamente indipendente dalla sincerità dell’uomo che la enuncia; anzi è probabile che quanto meno l’uomo è sincero tanto più sia intelligente sia l’idea."

"Se hai trovato una risposta a tutte le tue domande, vuol dire che le domande che ti sei posto non erano giuste."

"Se non ci mette troppo, l'aspetterò tutta la vita."


10. E' inimitabile. O si è dandy, oppure non lo si può diventare. Infatti sfugge a qualsiasi dettaglio facilmente riconoscibile proprio perché segue leggi esclusivamente individuali con un solo elemento in comune: il concetto di unicità. La stessa moda, quindi, è un elemento che il dandy può sicuramente creare, ma di certo non seguire.

Perchè, dopotutto,

“Amare se stessi è la vera storia d’amore che dura una vita intera.”

 

 

 
 
 

IL MATTINO AVRA' PURE L'ORO IN BOCCA MA MOLTI MATTINIERI HANNO IL PIOMBO NEL CERVELLO

 

 

Da una discussione aberrante tra condomini e da quel trapano pneumatico che al sabato mattina, una volta di troppo (proprio quando il caldo aveva deciso di lasciarci un alito di scampo) mi ha svegliato per lavori di restauro sulla facciata della casa vicina, ho avuto modo di apprendere che nell'anno del Signore 2022 permane una realtà decisamente surreale.

Premetto che sono un gufo, una civetta o, se preferite, anche un modesto pipistrello e che provengo da abitudini familiari parzialmente nottambule. Ho dalla mia una tradizione di bisnonne ostetriche ovviamente operative a qualsiasi ora, e mio padre e mio nonno che, lavorando per la Stampa, ricoprivano innumerevoli volte i turni di notte, quindi trovo piuttosto normale rispettare il riposo di chi ha orologi biologici differenti dalla consuetudine.

Ciononostante, per quanto mi sforzi di capire che questi vissuti possano risultare del tutto estranei alle allodole incallite, non mi capacito della totale assenza di rispetto verso i nottambuli da parte di molti mattinieri con l'oro in bocca.

E non mi capacito neppure (soprattutto in primavera, autunno e inverno quando si può dormire senza il nemico caldo alle porte e nel letto) del mancato aggiornamento di regole condominiali, oggettivamente ferme ad uno stato fondamentalmente arcaico ed agricolo della società.

Mi spiego.

Non si può proprio apprendere, senza restare sul confine tra il riso e la contrizione, la lunga serie di diritti di cui godono i mattinieri e che, per sola comodità, ho qui ridotto a 3 punti.

Primo: Non si può più sentire che le troppe allodole "borghesi" (per la spiegazione del termine virgolettato, vedi il fondo del post) dall'imprecisata età, rivendichino la loro esigenza di utilizzare gli elettrodomestici più rumorosi, guarda caso, solo nelle ore concomitanti al primo sonno del malaugurato vicino di casa, reduce da 40 ore di turno in ospedale. Ed ancor meno si può sentire che lo facciano appellandosi ad un regolamento condominiale impostato su abitudini bucoliche e sensate solo fino al secondo dopoguerra.

Secondo: Non si possono più ascoltare le tante chitarrine scordate straconvinte che i regolamenti condominiali siano stati consegnati al "borghese" (v. nota) direttamente da Dio. Le disarmoniche casse umane a fondo piatto, infatti, per stabilire la liceità delle ore di silenzio e rumore, si appellano a regole sancite da uno schema del 1950, ritenendolo pari alle Tavole del Monte Sinai. E ciò vale a dire, impostato esclusivamente sulle esigenze di coloro che si dichiarano desti dalle ore 08.00 alle 21.00. 

Terzo: Non si può accettare che il mattiniero trombone del 2022 si accanisca contro la festositá notturna dei ragazzi odierni apostrofandoli con i soliti e vetusti appellativi, quali perdigiorno, fannulloni, pigri, disgraziati (et similia) quando, ricordiamolo, ai suoi gloriosi tempi era proprio lui a cantare convinto, insieme ai coetanei "Bandiera gialla", rimproverando agli allora tromboni del 1960 che li rimproveravano a loro volta di non ricordarsi più di essere stati anch'essi giovani, tempo prima...(leggete il testo, se volete la citazione esatta della canzone).

Già affaticata dal caldo, quindi, ho deciso di rispondere qui a tutti quei mattinieri con il cervello di piombo che non posso raggiungere personalmente e che mi rendono ancora più afose le giornate e le notti.

E lo farò ringraziando, anche a nome di tutti gli altri gufi del mondo, l'egoista signora che reputa più importante aspirare il suo tappeto nell'ora biblica del santo mattino (perché, come lei stessa dichiara, in tutte le restanti 23 ore ha ben altro da fare) piuttosto che raggiungere un umano compromesso, magari permettendo che un altro essere umano abbia il suo stesso diritto al riposo. Quella stessa generosa signora che, per sentirsi meno egoista, con regolamento in mano e meningi strette, si appella alle sopracitate regole (del secondo dopoguerra) giusto per sentirsi in qualche modo e misura dalla parte della "ragione".

Alla disponibile e flessibile allodola, quindi, vorrei fare soltanto 2 semplici domande:

Se un pedone non avesse concluso il suo percorso sulle strisce nel momento in cui per lei fosse già scattato il verde (ipotesi A) ripartirebbe serenamente asfaltandolo oppure, comprendendo che esiste la possibilità di adattamento della regola (ipotesi B) lo lascerebbe arrivare vivo al marciapiede?

Ed ancora, se facendo i suoi meticolosi mestieri, accidentalmente, si dovesse ferire e magari vedersi costretta a fare un saltino al pronto soccorso per una veloce medicazione e 4 punti...a suturarle le ferite, sarebbe più felice di trovare un infermiere sveglio, attento e riposato oppure il suo vicino che non ha mai lasciato dormire mentre passava l'aspirapolvere?

Aprite orecchie, occhi e provate un'esperienza totalmente nuova accendendo il cervello: le regole condominiali non sono le Tavole del Monte Sinai.

Non sono la legge divina e sono perfettamente abrogabili in ogni momento, in quanto si basano esclusivamente sulle consuetudini.

Cambiano i tempi? cambiano le abitudini e le esigenze? E voilá, cambiano anche le vostre amate regole condominiali.

Informo, poi, il dittatoriale ed ottuso trombone, le chitarrine stonate e tutti i "borghesi" (vedi sempre la medesima nota) che nottambuli non é un regolamentare sinonimo di pigri, esattamente come la voce mattiniero, sul dizionario, non è indicata come sinonimo di virtuoso.

E, tralasciando gli studi oxfordiani che dimostrano una persino imbarazzante differenza tra le capacità intellettive dei nottambuli e quelle dei mattinieri (quelle dei nottambuli sarebbero nettamente superiori) va anche rammentato che nessuno mai, nella storia del mondo, ha avuto da ridire o si è lagnato quando c'era un nottambulo a dover sorvegliare il fuoco o a fare da sentinella, dando modo ai mattinieri di riposare...

E vi ricordo anche che la maggior parte di quei libri che avete riposto nelle vostre lucide librerie sono stati pensati e scritti di notte. E, sempre di notte, sono state composte le melodie che avete amato e che ora custodite con cura nei vinili ordinati nelle vostre belle stanze. E così vale per i quadri che ammirate ed anche per le sculture che fingete solamente di capire ma che non avete idea del perché vengano esposte o valutate con un prezzo in denaro.

Perché, vedete, a volerlo, c'è davvero posto per tutti in questo mondo. E se diverso da noi non vuol dire "necessariamente migliore", non significa neppure "sicuramente peggiore".

Inoltre, vi avviso che proprio quella che fino ad oggi è stata la minoranza, o l'eccezione che confermava la regola, può diventare presto la nuova consuetudine.

Il mondo non è fatto solo per le allodole; ed oggi, nel 2022 (speriamo) definitivamente post Covid, è pieno di persone che la notte stanno sveglissime. E non sono solo ladri, prostitute o artisti più o meno bohemien.

Vi lascio, allora, con un un utile promemoria.

Sia mai che lo possa leggere la signora dell'aspirapolvere.

 

LADIES AND GENTLEMEN,

ECCO A VOI I NOTTAMBULI:


panettieri -

taxisti ed autisti - 

infermieri, ostetriche, medici e personale sanitario in generale - 

poliziotti, custodi, sorveglianti e guardie giurate -

baristi, camerieri, cuochi e il personale delle cucine dei locali notturni -

addetti alle pulizie notturne nei locali, negli aeroporti, nelle strade -

attori, cabarettisti, ballerini, artisti circensi -

dee-jay, speaker, giornalisti

e tutti coloro che lavorano alla radio o alla televisione nei programmi notturni -

Ma non ultimi...

poeti, sognatori, scrittori, innamorati, visionari, studenti, ricercatori, compositori,  illustratori, scultori, filosofi, inventori, insonni, sofferenti, ammalati, madri e neonati.

E sapete che c'è? Che non finiscono nemmeno qui...

 

 

Goodnight Moon!

 

 

 

N.B.

Per "borghese" non s'intenda il termine storico, legato ad un periodo contestualizzato a condizioni sociali ed economiche;

ma semplicemente 

colui che manifesti qualsivoglia un atteggiamento ed una espressione di sè 

banale, consuetudinaria, meschina, qualunquista, passiva, ipocritamente benpensante, rigida, inflessibile ed intransigente.

 

 
 
 

ESSERI UMANI O VACCHE (DI HEGEL)?

 

Ogni singolo essere umano vivente (personalmente lo estendo anche agli animali, che non considero inferiori all'uomo e alla donna) merita pari opportunità, rispetto, dignità e tutela. E per affermarlo va riconosciuta una comunanza data da un'unica matrice: l'esistenza. Per questo ci si è appellati al principio di uguaglianza.

Peccato, però, che con il tempo l'uguaglianza sia stata abbondantemente travisata fino a diventare, paradossalmente, discriminatoria: perché, giusto per intenderci, se ci si aspetta che un uomo paraplegico si alzi in piedi in nome della similarità o che, in virtù della sacrosanta parità, faccia le scale come il fratello che cammina, non ci siamo molto.

E così, fin troppo spesso, anziché predisporre una norma che abolisca le barriere architettoniche a favore di chi, alla faccia del principio di uguaglianza, di fatto non è in grado di camminare, non solo non si tutela come merita la persona, ma non la si sta nemmeno rispettando per la sua legittima necessità individuale. Ed il suo diritto ad essere considerata diversa. 

Siamo tutti uguali, quindi? Si, nella misura in cui siamo tutti esseri umani. Ma abbiamo tutti le stesse esigenze? No. Affatto.

E non rispettare le singole particolarità e le peculiari disabilità, può diventare quanto di più spietatamente razzista, discriminatorio e storicamente nazista esista al mondo (la razza ariana promulgata dal folle con gli imbarazzanti baffetti, ve la ricordate?)

Ecco cosa accade nel perseguire ottusamente l'uniformità e l'indifferenzazione. Si arriva, senza accorgersene, al punto di sterminare chiunque non rientri nel "modello unico"...

Perchè rispettare la parità tra gli esseri vuol dire rispettare le differenti esigenze di ognuno. Mentali, emotive e psichiche (oltre che fisiche).

Alzi la mano chi pretende di far urinare una donna in piedi o chi vorrebbe far allattare un bambino al seno di suo padre. Probabilmente pochini. Però le domande erano piuttosto facili.

Vediamo, invece, chi alza la stessa mano perchè si aspetta (leggasi "pretende") che il proprio figlio diventi un affiliate manager e si sposi con la signorina Tizia Caia, coetanea, fertile e con 10 decimi d'italianità, invece di rispettare il suo desiderio di diventare maestro elementare (ops, di "scuola primaria") convivere con un signor Sempronio dai natali oscuri che il Natale nemmeno lo festeggia,  ha 15 anni in più ed una protesi al ginocchio. E che magari lo colpevolizzi (più o meno esplicitamente) per aver chiaramente scelto di non riprodursi, neppure per la gioia dei nonni.

Secondo me qualche mano in più al cielo si leva. Ed in alcuni casi anche entrambe le mani, anche oggi, anche in questa estate 2022. 

Non siamo uguali.

E per quanto tutti noi sappiamo molto bene che un arcobaleno include più spettri di colore, alcune sfumature si temono come fantasmi.

I fiori sono tutti fiori, lo sappiamo, nonostante Margherita e Viola non siano Narciso. Però, di fatto, l'ovvio non fa una piega solo quando ci fa constatare la singolare eccezionalità delle infiorescenze. Eppure è strano, a pensarci bene, perchè tutta la nostra uguaglianza consiste nell'essere diversamente unici.

Nonostante l'ovvietà, però, qualsiasi giardino variopinto risulta ricco e affascinante solo se variegato di petali; ma non accade lo stesso quando si tratta di esseri umani.

D'altro canto, è anche altrettanto evidente il motivo, dal momento che ogni emarginazione nasce proprio dalla paura della conoscenza.

La discordanza porta con sè l'ansia dell'impareggiabilità e l'uomo insicuro o incattivito (leggasi "in cattività") preferisce sempre vivere in un villaggio di timbri da discount piuttosto che riconoscersi unico. Fa paura il confronto. E l'insicuro non è un animale idoneo per l'agonismo sportivo. Non si mette in gioco. Al limite tifa, in poltrona o allo stadio. Passivo o aggressivo, o entrambi, ma sempre vigliaccamente in mutande. 

Occhio, quindi, a far diventare l'uguaglianza una penalizzazione anzichè l'agevolazione. Ed attenzione a non trasformare il diritto all'unicitá in una ghettizzazione. Perchè in un mondo di individualità si dovrebbe esaltare la bellezza dell'eclettismo per garantire la giustizia e per eliminare il sospetto emarginante.

Non è abolendo la storia di come sia nata la letteratura italiana nel 1200 o sacrificando la mitologia Bantu dell'Africa subsahariana che azzereremo le differenze discriminatorie. Ma, piuttosto, nel darci la possibilità di comprendere i kaidan nella cultura giapponese o di conoscere l'arte turca ed islamica accanto a Michelangelo e alla Land Art industriale. Perché, in caso contrario, finiremo semplicemente in un mondo sempre più emule del Kamikaze o del marito che si evira per punire la moglie infedele.   

"Tau tau" era il termine (onomatopeico) per descrivere, a Tahiti, l'usanza di bucare la pelle con un ago per produrre scritte e disegni; ma se il capitano Cook l'ha scoperta approdando sull'isola nel XVIII secolo dopo Cristo, già nel 3300 prima di Cristo esistevano i tatuaggi. Non parlerei, quindi,  di una moda esattamente nuova o innovativa. Al limite potrei definirla ripetitiva, visto che è una consuetudine piuttosto anziana.

Ciononostante, non ci fu un posto per i tatuaggi nel mondo della moda fino a quando non venne presentata una collezione Tattoo Autunno-Inverno, nella New York nel 1971. E da allora sono diventati un'abitudine sempre più assidua al punto che oggi è sempre più difficile trovare un lembo di pelle, adolescente o matura, nuda o vestita, coperta da tailleur o da canottiere della salute, che sia esente da tatuaggi. Chi non li ha è l'eccezione. 

Perché, lo sappiamo, è solo la consuetudine che stabilisce cosa sia trasgressivo della regola.

Quindi credo sia molto più sensato educare ad una logica, ad un linguaggio e ad una visione che accolgano l'aspetto variegato e multiforme della natura umana come consuetudine, senza che ci si debba aspettare il modello univoco, anziché offrire un impoverito standard per azzerare le differenze che, di fatto, esistono. E non possono non esserci, a meno che non si voglia forgiare un allegro villaggio di dannati, tutti uguali e monotematici.

Ma, anche qui, educare non significa vestirci con i panni di Torquemada e impalare in pubblica piazza o sul web ogni fantasma di scorrettezza.

Perché accettare la varietà significa anche capire quando l'uguaglianza può diventare un fantasma piuttosto violento. E' proprio il suo fantasma, infatti, ad autorizzare il fanatico a buttare in lavatrice il bambino giudicato indemoniato. Ed è ancora il mito dell'uguaglianza a suggerire all'omofobo di aggredire chi non ha gusti eterosessuali. E' l'ideale di un'omogenea ed universale condizione di perfezione a guidare l'annoiato figlio di chissà quale padre a bruciare un clochard. Ed è quel fantasma a guardare e giudicare con gli occhi di un genitore che non accetta il figlio per come è.

La soluzione non è spegnere la luce. Ricordate Hegel e la notte in cui tutte le vacche sono indifferenziate?

Io amo i patchwork e la joie de vivre dei pennelli fauves, e così scelgo di pensare al mondo. Per questo non credo che l'omogeneità sia il solo mezzo per promuovere una parità di diritti. Credo, invece, alla libertà che esalta l'eccezionale unicità nell'infiorescenza umana.

E, di certo, un "villaggio di dannati", dove tutti hanno la stessa voce, la stessa faccia e sono indistintamente uno il replicante dell'altro, non lo guardo neppure nei film horror.

 

 
 
 

WEEKEND PLURALISTA PER CASSETTA

 

 

Non so se fosse seria o faceta ma, una decina di giorni fa, Cassetta2 mi ha incautamente fatto una richiesta inerente ad un post sul pluralismo (ovviamente, accolta).

Non ho avuto, però, altre indicazioni più specifiche, quindi procederò come viene.

 

Non so se intendesse la questione in termini filosofici o in altre prospettive ma anche da un punto di vista molto banalmente "sociale", il termine trova comunque la sua identità nella concezione filosofica, vale a dire in quell'atteggiamento che indaga la realtà come costituita da principi plurimi, andando a contrapporsi alle convinzioni del monismo (che considera un unico principio fondante) e del dualismo.

Quindi, come già preannunciato, accantonando ogni questione giuridica e politica in senso specifico e abdicando a discorsi riguardanti partiti, sindacati e forme associative plurime inseribili nella conduzione di uno stato dal potere altrimenti centralizzato, accostiamoci ancora per un attimo alla filosofia. Il pluralismo, come facilmente intuibile, nega l'esistenza di una verità oggettiva, universale ed assoluta (e qui ci ricolleghiamo al post precedente sul relativismo) pertanto non è mai stato benvoluto dal fanatismo dogmatico ed è sicuramente poco amato dalle autorità. 

Teoricamente, infatti, il pluralismo dovrebbe armonizzare più posizioni differenti ed apparentemente inconciliabili. In sostanza, ciò che vuol essere è l'incarnazione della temperanza, la messa in atto del processo alchemico di trasmutazione degli elementi perché, senza voler assimilare ogni posizione e senza eliminare le diversità riducendo tutto ad un colore indifferenziato (e qui torna Hegel con la sua notte delle vacche nere, dove ogni cosa scompare in una indeterminazione annichilente) tenta di conciliare le parti, salvando le differenze in qualità di unicità preziose e trovando uno spazio per tutti. Un "aggiungi un posto a tavola" perché dove si mangia in due si può mangiare in tre, in quattro e pure in cinque. Certo, a patto che non si voglia essere ingordi. 

Il desiderio di un pluralismo - e quindi una sorta di villaggio globale - è la risposta inevitabile all'impero fanatico dell'autorità politica, religiosa e culturale. Laddove c'è un padrone, infatti, c'è un ribelle: è la storia che lo insegna.

Ma il fatto di voler, giustamente, poter parlare tutti e diversificare la cultura oltre che suddividere i compiti di un'organizzazione, porta con sè, comunque, lo spettro di un monomorfismo incapace di essere davvero temperanza. Perché, in definitiva, se si parla di una sola civiltà e di un solo villaggio con tanti confortevoli spazi dove tutti possono liberamente e felicemente coesistere, prosperando nell'orticello fatto a propria immagine e somiglianza - ad  esempio uno spazio per i fedeli di quel culto, ma anche uno per i fedeli di quell'altro ed un altro ancora per gli agnostici - deve logicamente presiedere la temperanza.

Allo stesso modo, se c'è un posto dove non viene imposto nulla e c'è spazio per tutti, deve esistere anche l'autocritica. Ed allora qui ritorniamo ad un altro post, quello della libertà e dell'anarchia, ed ancor prima a quello su madonna Tolleranza.

E ritorna anche la stessa, identica, domanda: siamo davvero disposti a tollerare tutto se in quel tutto viene compreso il fanatismo, l'intollerante e chi non è d'accordo a fare spazio a tavola aggiungendo una seggiolina ed un piatto in più?

Come, giustamente, ci ricorda Panikkar, esiste un numero di pluralismi accettati oggi. Il pluralismo filosofico, ad esempio, difatti un filosofo può essere in totale disaccordo con le teorie professate da un altro, ma essere entrambi considerati buoni filosofi, e così quello scientifico ed anche il pluralismo della comunicazione: diversi canali informativi che si possono reperire indifferentemente su Internet, sulla carta stampata o in televisione. Ma il pluralismo religioso e quello culturale, a conti fatti, sono un po' meno accettati. Siamo allora, forse, nella sfera della pluralità ma non ancora del pluralismo. Riconosciamo la pluriformità e iniziamo a venirne a patti (meglio tardi che mai) imparando che il turchese ha una tonalità diversa ma non meno gradevole del verde e dell'azzurro, ed anche che il rosso non è più bello del giallo; ma manca ancora un tassello. Ed è sempre il tassello del prospettivismo.

Lo stesso Panikkar ci propone l'esempio calzante della favola indiana dei filosofi e dell’elefante nella stanza buia, ricordando come uno dei filosofi sostenesse che ciò che percepiva dell'elefante fosse qualcosa di simile ad un osso spolpato, mentre altri ritenessero, rispettivamente, che fosse una pesante colonna oppure una grossa scatola e così via. E con questo ritorniamo ancora al post precedente. Il prospettivismo è il senso comune. Le persone guardano necessariamente (ed obbligatoriamente) da prospettive tutte differenti e la difficoltà risiede nel fatto che, in qualche maniera, debba effettivamente esserci qualcuno depositario della conoscenza al di fuori della stanza buia. Qualcuno consapevole che la risposta è l'elefante. Perchè solo se c’è qualcuno che conosce l’elefante, si può affermare che un individuo ne sta effettivamente descrivendo la zanna, un altro la zampa ed un altro ancora un'ulteriore parte. Al contrario, se nessuno conoscesse l’elefante, come si potrebbe non solo parlare, ma anche difendere, il prospettivismo? 

Così come pluralità non è pluralismo, la relatività non è relativismo. Il relativismo, abbiamo visto, si confuta da solo, difatti se non ci sono criteri per giudicare, neppure il relativismo può essere un criterio.  La relatività, al contrario, ci dice che ogni cosa dipende da un insieme di riferimenti rispetto ai quali quella particolare affermazione o circostanza  possono essere non soltanto espresse e verificate ma anche falsificate. E, allo stempo, bandisce qualunque tipo di dichiarazione assoluta. 

Il pluralismo fa lo stesso. Difatti, non significa una riduzione della pluralità ad una illusoria unità, anche perchè non considera affatto l’unità un ideale indispensabile, nemmeno se questa unità lascia spazio a delle variazioni al suo interno. Accetta, invece, gli aspetti inconciliabili senza ignorare ciò che essi hanno in comune, non approdando ad un sistema universale. Un sistema pluralistico, infatti, sarebbe una contraddizione in termini perché la stessa incommensurabilità fondamentale dei diversi sistemi non può essere oltrepassata. Il pluralismo, quindi, è anche incompatibile con l'assunzione monoteistica di un Essere totalmente intelligibile ma, al contempo, non rifugge dall’intelligibilità.

In sintesi, la  posizione pluralista cerca di raggiungere tutta l’intelligibilità possibile senza, però, richiedere una comprensibilità totale della realtà. Così il vero pluralismo non può affermare né che la verità sia una, né che ce ne siano molte proprio perchè, per l'appunto, pluralismo non  è sinonimo di pluralità.

Per questo il pluralismo è la sola risposta possibile. E lo è in virtù del fatto che non dà risposte. Ma se non dà risposte è perchè, di per sè, il pluralismo equivale semplicemente all’atteggiamento di colui che si è totalmente spogliato dalla presunzione di essere depositario della verità e colloca l’altro sul suo stesso piano, convinto che seppur non si possa arrivare ad una definitiva intesa, sia comunque possibile giungere ad un accordo. Un accordo che non costringe nessuno ad alzarsi da tavola a stomaco vuoto.

 

 

 
 
 
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