ElettriKaMente
Dillo, bella strega...se lo sai, Adorabile strega…Dimmi, conosci l’irremissibile? (I fiori del male, C. Baudelaire)
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Tutti i passanti sono gentilmente invitati a lasciare fuori da questo blog:
incontinenze di ogni genere e tipo,
pratiche onanistiche finalizzate alla pubblicazione
e manie persecutorie-vittimistiche,
grazie.
Anche se il blog é moderato, ogni intervento pervenuto viene pubblicato.
Qualora il vostro non risulti, invece, visibile tra gli altri è semplicemente perché, presentando tracce delle sopracitate (incontinenze, pratiche onanistiche o manie persecutorie-vittimistiche)
vergognandosi di se stesso e di chi l'ha messo al mondo, si è autoeliminato.
Capisco che il nome del blog potrebbe trarre in inganno, ma qui non troverete il supporto psichiatrico che andate cercando.
Cordialmente,
Elettrikamente,
EleP.
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Post n°386 pubblicato il 01 Aprile 2026 da ElettrikaPsike
Giudicare significa letteralmente pronunciare un giudizio basato sul diritto. Implica scelta e separazione, perché significa valutare e formarsi un'opinione per poi esprimere un parere. Non presuppone affatto una stroncatura o una condanna a priori, ma indica semplicemente l'analisi associata alla capacità di discernere. Giudizio e condanna, dunque, non sono sinonimi. Il giudizio osserva, la condanna chiude. Esprimere giudizi in merito ad un comportamento o ad un accadimento è un atto cognitivo che - di per sé - non intende ledere la dignità della persona. Condannare, invece, porta in sé tutto il peso della saccenteria moralista e di una sentenza definitiva perché distrugge ogni ipotesi di dialogo e impedisce tutte le possibilità di comprensione o trasformazione. Giudicare significa essere vivi e, molto banalmente, saper sviluppare un'opinione equivale ad essere pensanti. Il giudizio, pertanto, è uno strumento perlomeno auspicabile; al contrario, la condanna è la prima trappola in cui inevitabilmente inciampa la nostra ipocrisia. Davanti agli episodi gretti, di prepotenza ottusa, è difficile non reagire con rabbiosa intolleranza e disprezzo. Sono manifestazioni naturali della vulnerabilità umana: tutti reagiamo così. Chi più e chi meno, esternando l'idiosincrasia o lasciandola sedimentare nell'intimo, segretamente; ma il risultato è lo stesso. Un discernimento consapevole insegna che la persona non va mai condannata. Se non altro in virtù del fatto che l'errore è una condizione transitoria e che l'ignoranza (in ogni sua espressione) è sicuramente una fase che ciascun vivente attraversa nella propria esistenza e, in un certo senso, un fardello perenne che l'uomo trascina con sé finché respira. Se l’errore è transitorio, quindi, e la persona sacra, non è sufficiente raccontare cosa sia più corretto o giusto fare, ma occorre incarnare quella giustizia che si desidera. E questo perché l'etica non si può insegnare a parole: si mostra. Sappiamo tutti come funziona: si sa che chiunque sia pronto ad apprendere, lo farà da un esempio concreto e non certo dall'ammonimento di un sermone. E si sa che colui che esplode nella rabbia è sempre quello più ferito, impaurito e debole. Si sa. Le regole, almeno teoricamente, la conosciamo pressappoco tutti. Pertanto sta solo a noi la scelta, quando dobbiamo giocare la prossima carta sul tavolo: Condanna o giudizio? Fragilità o forza? A questo giro, io vedo...
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Post n°385 pubblicato il 24 Febbraio 2026 da ElettrikaPsike
Sono appena terminate le Olimpiadi invernali ed ho ancora nella mente non solo quella che, davvero, va considerata una parata di eccellenza umana, ma anche la frase spesa per l’eroica Federica Brignone “Quando la vita ti butta giù, puoi rialzarti e dimostrare di essere più forte di prima” che, con la sua doppietta d’oro scintillante, è diventata una leggenda consacrata tra gli dèi nell'Olimpo sportivo. In realtà ha già detto tutto lei, con quelle sue parole da scolpire “Volevo dimostrare a me stessa che sarei stata capace di rientrare da qualcosa di veramente impossibile da fare” ed io non posso che riprendere questa dichiarazione d’amore verso la forza, la fiducia, il coraggio e la potenza e rivolgerla a chiunque al mondo perché, molto semplicemente, questi doni appartengono ad ogni singolo individuo per diritto di nascita, sebbene molti, durante il cammino, si scordino di possederli o scelgano di tradirli. Eppure, è solamente una nostra responsabilità fare – o, meglio ancora, essere – questa differenza. Desiderare – come è noto – ma periodicamente mi piace ricordarlo, è un verbo che deriva dal latino, composto da quel prefisso de indicante l’allontanamento da qualcosa o qualcuno e dalla parola sidus (stella). Letteralmente, significa il sentirsi lontani dalle stelle, avvertendone la mancanza ma, di fatto, descrive la cessazione del considerare. In sostanza, presuppone il “non riuscire più ad osservare” le stelle. Non a caso, si desidera perché ci si sente deprivati di ciò a cui si aspira; ma è proprio nel constatarne la mancanza che si comprende che quel “qualcosa” da cui siamo stati (o ci siamo, autonomamente) allontanati, va cercato altrove. E, in definitiva, trovarsi nella mancanza e nello struggimento di ciò che ci manca, altro non è se non la presa di coscienza che, per noi, c’è molto di più al di là di ciò le stelle ci vogliono mostrare. Una persona che considera non sta desiderando: guarda le stelle e constata, adeguandosi a ciò che ha. In una parola, obbedisce. Chi desidera, al contrario, va sempre oltre, perché non si fa ingabbiare da nessun orizzonte. Decide di essere libero, non sottomettendosi e non lasciandosi delimitare da alcun recinto, fosse pure splendente come un cerchio di stelle. Se fuggiamo dalle recinzioni e scavalchiamo i confini, stiamo andando un passo avanti, appena un poco più in là, ma pur sempre verso l’oltre e non possiamo essere schiavi di nulla. E così, anche per questo compleanno, è giunto il momento di esprimere il mio de-sideribus. Dopo la fiamma sul braciere, ora si spegne – con un solo soffio – anche la candelina sulla mia torta ricoperta di sogni e di una golosa glassa bianca, proprio come la neve olimpica…
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Post n°384 pubblicato il 27 Gennaio 2026 da ElettrikaPsike
Oggi, nel pieno della crisi israelo-palestinese, ricordare la Shoah e il 27 gennaio non è un gesto simbolico, ma un atto storicamente necessario. Gli israeliani del 2026 non sono gli ebrei della Shoah. E non tutti gli israeliani appoggiano le scelte di Netanyahu, proprio come la popolazione palestinese non è un monolite che sostiene Hamas. Molti palestinesi vivono sotto costrizione, povertà estrema o controllo militare e l’apparente adesione o la cooperazione con il movimento è condizionato dal contesto: coercizione diretta, controllo economico e sociale, assenza di alternative politiche. E se, da un lato, una parte significativa della popolazione non condivide né l’ideologia islamista, né la strategia militare di Hamas, ma si conforma per necessità materiale o per timore di ritorsioni – pertanto la rappresentazione internazionale omogenea dei palestinesi pro Hamas nasce sostanzialmente da una selezione mediatica che enfatizza il conflitto armato e ignora il dissenso interno – analogamente, non esiste alcuna evidenza che gli israeliani possano essere identificati univocamente con le scelte politiche di Netanyahu. Il consenso verso le politiche governative varia significativamente in base agli elementi socioeconomici, alla geografia (centro urbano rispetto alla periferia) ma anche appartenenza religiosa e percezione della sicurezza nazionale. Molti israeliani criticano le scelte del governo e non approvano le strategie militari o le politiche di espansione dei territori. L’errore logico consiste nell’attribuire all’intera popolazione israeliana la responsabilità delle decisioni assunte da governi di coalizione contingenti, ignorando la frammentazione politica, il dissenso strutturale e l’assenza di un consenso sociale unitario. L’accusa generalizzata che “gli israeliani siano tutti Netanyahu” deriva anch’essa da una semplificazione mediatica che tende a confondere le scelte governative con l’identità collettiva della popolazione, ignorando la pluralità politica interna e il dissenso presente nel paese. Eppure noi italiani dovremmo saperlo bene. Non io, direttamente; ma i miei nonni e bisnonni – se ancora ci fossero – potrebbero testimoniarlo. E la storia stessa lo racconta. La maggioranza degli italiani durante il regime fascista non aderiva ideologicamente alla dittatura. Eppure la tessera del partito era necessaria per l’accesso al lavoro, allo studio e ai servizi essenziali. La sottomissione costituiva prevalentemente una strategia di sopravvivenza in un contesto di controllo capillare, repressione poliziesca, censura e penetrazione dello Stato in ogni ambito della quotidianità. L’adesione formale, però, non coincideva con un consenso reale, né con un’assunzione di responsabilità politica individuale. All’interno di questo quadro sottomesso ci furono, tuttavia, eccezioni rilevanti: una minoranza attiva che scelse la ribellione aperta. I movimenti partigiani, le reti clandestine antifasciste, gli oppositori politici, gli intellettuali dissidenti e numerosi civili che offrirono sostegno logistico e protezione costituirono una forma concreta di resistenza organizzata. Queste persone non solo non aderirono formalmente al regime, ma si esposero consapevolmente a persecuzione, carcere, deportazione e morte, dimostrando che una scelta alternativa era possibile, sebbene gravata da costi estremi. Ma non tutti sono nati per essere eroi, non tutti sono disposti a morire. Si fa presto a dire fame. E si fa presto a dire eroe, coraggio, paura. Si fa presto a dire tutto…da casa. A giudicare e ad immedesimarsi quando la pelle bruciata è quella degli altri. Ed è per questo che oggi sento ancora di più l’esigenza di ricordare di non confondere. Perché l’antisemitismo è un carcinoma maligno, non è un residuo storico ed è concreto e ricorrente, riemerge ogni volta che i conflitti politici o le crisi internazionali vengono strumentalizzati per veicolare odio verso gli ebrei. Ed in questi periodi bui, gli estremisti sguazzano, sfruttando la situazione propizia per trasformare la critica ad Israele in un attacco generalizzato contro il popolo ebraico, diffondendo stereotipi e giustificazioni ideologiche che legittimano pregiudizi e violenze. La memoria della Shoah serve anche per interrompere questo meccanismo. E ci ricorda come l’odio possa degenerare rapidamente in discriminazione e aggressione reale, che nulla è automatico ma tutto può diventare un terreno più che fertile per la replica della violenza. Ricordare oggi significa riconoscere che gli ebrei di ieri non sono gli israeliani di oggi e che molti fra gli israeliani di oggi non sono responsabili delle scelte dei governi contemporanei e significa saper distinguere le decisioni politiche dalle comunità, smascherando tutti i pretesti che vogliono giustificare l’odio etnico o religioso. La normalizzazione di stereotipi e minacce, se non contrastata, crea condizioni per l’isolamento, la delegittimazione culturale e le aggressioni mirate ed il 27 gennaio è un richiamo urgente – non ad una memoria passiva, ma alla consapevolezza e all’azione – per prevenire che pretesti politici diventino alibi per ripetere ciò che la storia ha già tragicamente dimostrato. E questo, sia chiaro a chiunque, e lo ripeto soprattutto per chi cercherà di strumentalizzarlo (sebbene sappia che chiunque scelga di non capire, continuerà a vedere ciò che vuole, ma a quel punto il problema non sarà più mio, perché personalmente mi assumo solo la responsabilità di ciò che dico e non di quello che gli altri vogliono fraintendere) non è un post politico. Non vuole esserlo. Non si addentra nei torti e nelle ragioni. È unicamente un post che chiede di distinguere. E di smetterla di lanciare pietre.
Io dico spesso di essere sovversiva, insubordinata e indocile e sinceramente non credo di essere una vigliacca. Penso di essere stata forte, animosa e talvolta anche incosciente; ma in coscienza non potrei mai dire – oggi – che cosa avrei fatto al posto dei miei nonni, allora, o al posto della donna palestinese e della ragazza israeliana oggi. E non lo so perché, molto semplicemente, non sono stata e non sono al posto loro. Qualcuno è stato un eroe, altri hanno avuto paura. Qualcuno è morto seguendo un ideale più forte dall’istinto di sopravvivenza ed altri, invece, si sono adeguati. Nessuno può parlare di qualcosa come se ne avesse esperienza, se non l’ha vissuta. E chi non l’ha vissuta, taccia con pudore.
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Post n°383 pubblicato il 09 Gennaio 2026 da ElettrikaPsike
Qualcuno – soprattutto nei periodi di feste natalizie – si pone sempre le solite, cicliche, disilluse e, talvolta, piccate domande. E capita, in quelle circostanze, più sovente che in altri momenti, di sentire invettive sul genere umano. Facendo una sintesi, ad una persona che si lamentava di far parte di una specie becera e troglodita, meritevole di estinzione per la sua ipocrisia (espressa soprattutto durante il Natale, nello scambiarsi doni e nel darsi ad uno sfrenato consumismo in attesa del nuovo anno) ho risposto. Perché sono diventata intollerante ai vittimismi, al lamentoso borborigmo fine a se stesso e alle generalizzazioni indebite. E’ vero, nessuno nega – tanto meno io, che ogni giorno mi sento sempre meno accogliente e un pochino più misantropa – che, di fatto, questa specie umana va definita come radicalmente contraddittoria e incompleta rispetto al suo potenziale. È nata per essere divina, ma poi sceglie di mostrare di se stessa una meschinità estrema, insistente ipocrisia e innegabile brutalità. Una specie che, invece di innalzarsi, si abbassa al livello della fanghiglia dando libera espressione all’invidia, alla vacuità, alla vanagloria, all’ignoranza, alla vigliaccheria, alla volgarità e al crimine. E non c’è giorno sulla terra che non pensi anche io, soprattutto di fronte allo squallore più meschino, che l’estinzione sia proprio ciò che meritiamo. Ma, allo stesso tempo, smetto di pensarlo quando mi ricordo anche di tutto il resto. Vale a dire di quanto eroismo, generosità, amore, compassione, empatia, ingegno, creatività, bellezza, gentilezza, armonia – in una parola magnificenza – esista nell’uomo. Siamo una specie potenzialmente elevata che oscilla tra abissi e vertici di luce e non può essere ridotta ad un solo giudizio. La definizione più precisa è quella di un’umanità imperfetta, incompiuta ed incapace di reggere la complessità della propria coscienza, che di se stessa esprime entrambi gli estremi e si, è la scoperta dell’acqua calda, è vero; ma allora finiamola di comportarci come se non conoscessimo l’ovvietà sull’essere umano. Se il suo tratto distintivo non è la bontà, né la ferocia; ma la possibilità costante di scegliere tra l’una o l’altra – e questa, credo, sia la sua descrizione più onesta – invece di affossarci per il fatto di avere in nostro possesso solo un paio di ali di creta che non volano, proviamo a chiederci come fare per assomigliare almeno un po’ di più a quella parte divina che, invece, riesce a volare.
Ed io, intanto, in attesa delle ali, mi accontento della scopa.
Let’s imagine and then draw a new picture…
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Post n°382 pubblicato il 09 Dicembre 2025 da ElettrikaPsike
Sogliono i mortali quelle cose, che generalmente e spesso fanno, dopo lungo uso farle bene: e quanto più le frequentano farle meglio. Questa regola per la nostra stoltizia, e a nostra miseria, falla nello Amore. Tutti continovamente amiamo in qualche modo, tutti quasi amiamo male: e quanto più amiamo, tanto peggio amiamo. E se uno in centomila ama rettamente, perché questa non è comune usanza, non si crede. Questo mostruoso errore (guai a noi!) ci avviene, perché temerariamente entriamo prima in questo faticoso viaggio di Amore, che impariamo il termine suo, e il modo di camminare i pericolosi passi del cammino. E però quanto più andiamo, tanto più (ohimè miseri!) a nostro gran danno erriamo. E tanto più importa lo sviarsi per questa selva oscura, che per gli altri viaggi, quanto più numero e più spesso ei si cammina. – MARSILIO FICINO –
Ecco perché nulla può prescindere dalla condizione di conoscere noi stessi e lavorare per diventare autenticamente ciò che già – in potenza – siamo. Nascosti dentro al marmo, anche noi come le opere di Michelangelo, non dobbiamo affatto essere scolpiti; ma solo disvelati e riscoperti. Il nostro compito – anche per poter conoscere e capire coloro che amiamo – è sapere chi siamo. Rimuovendo il materiale accessorio, inutile nella sua ridondante arroganza, per liberare in ultimo la nostra vera forma. Se lasciato all’incuria, anche l’amore degenera in smarrimento. Perchè ἀγάπη, l’amore, non è πάθος, il patimento. E non premia la spontaneità cieca, ma la lucidità che precede il dono di sé.
BUON NATALE A TUTTE/I! EleP. |
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IL CENACOLO SI E' CONCLUSO ED ORA...
ABBIAMO IL LIBRO!

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