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la musica, suonare il pianoforte, suonare il mio violino, la luce del tramonto, ascoltare il mare in una spiaggia deserta, guardare il cielo stellato, l’arte, i frattali, viaggiare, conoscere e scoprire cose nuove, perdermi nei musei, andare al cinema, camminare, correre, nuotare, le immagini riflesse sull’acqua, fare fotografie, il profumo della pioggia, l’inverno, le persone semplici, il pane fresco ancora caldo, i fuochi d’artificio, la pizza il gelato e la cioccolata


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l’ipocrisia, l’opportunismo, chi indossa una maschera solo per piacere a qualcuno, l’arroganza, chi pretende di dirmi cosa devo fare, chi giudica, chi ha sempre un problema più grosso del mio, sentirmi tradito, le offese gratuite, i luoghi affollati, essere al centro dell’attenzione, chi non ascolta, chi parla tanto ma poi…, l’invidia, il passato di verdura





 
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Impromptu n.2 op.142




 

 

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Post n°850 pubblicato il 22 Marzo 2020 da enodas

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Post n°849 pubblicato il 04 Marzo 2020 da enodas



E' con un po' di tristezza che ogni volta, un po' di più mi sento distante dagli amici che vedo sempre meno frequentemente, ognuno perso tra luoghi diversi e probabilmente momenti della vita differenti. Il perdersi di vista, l'allentarsi dei legami, perché quelle che prima erano routine sono diventate momenti occasionali, magari pure fugaci, tutto questo insieme mi fa sentire, ad uno strato più subdolo e profondo, in qualche modo estraneo, anche quando ormai raramente c'é modo di trovarsi. Come se non ci fosse più nessuno ad aspettare, o che voglia davvero sapere come va: ognuno é sceso dalla carrozza per salire su un altro treno. E' con tristezza che mi senta meno connesso, un po' fuori luogo ed un po' più solo, in tutto questo. Magari pure un po' apatico ed un po' perso. Ho sempre considerato le amicizie come qualcosa di fisso e inattaccabile. Per questo, e forse anche contro questo, ho sempre considerato di avere realmente poche amicizie attorno a me. Eppure colori che una volta sembrano vivi e brillanti improvvisamente iniziano a sfumare, diventano opachi, e per qualche motivo mi ritrovo ciclicamente a fare i conti con la sensazione di vedere questi legami scivolare via in modo lento e silenzioso, malgrado non voglia che il contrario, fino quasi a mancarmi, senza che sappia bene, esattamente, cosa fare. Come una fiamma che decide di consumarsi. Ho imparato, molto tempo fa, che questo, semplicemente, accade. Anche se non smette di amareggiarmi.



 
 
 

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Post n°848 pubblicato il 01 Marzo 2020 da enodas

 

 

Se c'é un effetto collaterale positivo delle giornate passate in isolamento nelle ultime settimane, prima di tornare fisicamente a lavoro é stato quello di aver sfruttato il tempo guadagnato dal non dover viaggiare riprendendo l'impegno di suonare ogni giorno il violino. E' qualcosa che da molto tempo era scivolata via, a poco a poco, fiaccato dalla stanchezza al ritorno a casa, dalle corde stonate, ed i gesti sempre più macchinosi. Così, ho cercato di imporre a me stesso. Per poter riabbracciare, idealmente, questo strumento magico che mi ha sempre affascinato e che a malapena riesco a strimpellare, con un po' di confidenza e di resistenza fisica in più, giorno per giorno, ed iniziare là dove mi ero silenziosamente fermato. Perché, come per un allenamento, lasciare passare il tempo é come perdere. Ed allora, specie all'inizio mi sono sforzato. Quindi mi sono impegnato. Sfruttando quel tempo e quelle energie extra come un'occasione per fare qualcosa per me stesso. E lentamente, un po' più a lungo ogni giorno, ho cercato di ritrovare quell'abbraccio ideale, che mi lega ad un sogno e ad un affetto. Un po' nell'illusione, nel frattempo, che riesca ogni tanto davvero a suonare, idealmente far vibrare corde tese e sospese e segrete casse di risonanza.

 

 
 
 

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Post n°847 pubblicato il 20 Febbraio 2020 da enodas

 

 

Col bus arrivato quasi un'ora d'anticipo, mi trovo fuori dalla stazione che é ancora buio. Le raffiche di vento preannunciano la nuova tempesta in arrivo che a quanto pare lambirà anche l'Ile de France. Ho camminato nei dintorni per riscaldarmi un po', osservando quest'angolo di città deserta e cercando disperatamente un café che stesse aprendo. Le insegne rosse e le prime luci dietro le vetrine é tutto ciò che traspare. Ho guardato questo angolo un po' trascurato come accade spesso nei dintorni di una stazione, senza fermarmi di rimanere ammaliato dal flusso di viaggiatori e dal crogiuolo di divesità che li contraddistingueva e che ruotavano attorno a questo luogo in una fredda mattina di domenica. Mi sono sentito meno solo e nuovamente carico per un giorno che era già inoltrato ad un'ora alla quale normalemnte per me deve ancora iniziare.
Poi mi sono messo in cammino per davvero. Per ammazzare il tempo, per non cedere al freddo ed alla stanchezza, per reggiungere una destinazione. E nel frattempo, mi sono messo ad osservare questa domenica mattina che iniziava prendere vita: dai primi negozi del pane aperti ai cafe parigini che servono la colazione fino ai preparativi di un mercato regionale ai lati di un boulevard, con i mercanti i cui volti esprimevano un'origine lontana dalla città, i loro occhi mi guardavano curiosi e ricambiavano il saluto.

 

 

Sono stato il primo ad entrare: dal cortile, su ogni lato, il castello deserto era tutto per me, e soltanto l'eco di una musica rinascimentale registrata in un angolo della sala principale, si sovrapponeva al rumore sordo dei passi sul pavimento gelido. Questo luogo, alle porte di Parigi é una delle fortezze medievali più grandi e meglio conservate in Europa. Da qui, in quanto sede regale, é passata la storia di Francia, e valcare il complicato sistema di ingresso equivale in qualche modo a penetrare questo mondo passato e lontano. Ed é sorprendente leggere sui muri tutti questi anni di storia, laddove questi sono stati camere reali, uffici, prigioni. Strato dopo strato, ognuno inciso, fisicamente, su questa pietra, da uomini nel pieno del loro potere ed altri poveri disperati, viaggiatori all'alba della modernità, infine, tutto soggetto a quei cambiamenti continui del destino di queste mura e di chi si é trovato ad attraversarle.

 

 

Così, ho rivisto la cattedrale per la prima volta. Attraversato il ponte, il piazzale antistante non é più accessibile, e la facciata, con le due torri e la corona di pietra e di vetro alle spalle della Vergine erano ormai un profilo da scorgere da lontano, o di profilo, tra i rami spogli degli alberi, incamminandosi sulla strada di lato. E' ciò che c'e dietro quello che cercavo. O forse, sarebbe meglio dire, ciò che non c'é più. Perché se la facciata rimane integra, ciò che si intravede oltre, sopra il corpo principale, é un vuoto sventrato ed un intrico di ferro arrugginito, ai lati qualche statua coperta di reti e gli archi rampanti rinforzati  da strutture di legno. Eppure da fuori, immagino sia soltanto un'impressione del danno reale. Ho pensato che questa fosse una rappresentazione reale di guerre, distruzioni, incendi più o meno voluti di quanto accaduto in passato. Assistervi, invece che leggervi poche righe su una pagina da libro di storia, é un'altra cosa, perché colleghiamo in maniera diversa ciò che ci giunge ereditato dal passato ancora integro rispetto a ciò che già non esiste più e non abbiamo mai visto realmente. Io che avevo salito la torre, cercato i riflessi tra i rosoni, pranzato nel giardino dietro l'abside. Ho avuto la fortuna di visitare, vedere, vivere questo luogo. Ho amato la piazza antistante, il piccolo ponte che collega l'isola con la Riva Gauche, dove la sera si trovava sempre un saltimbanco o un mangiafuoco e dove mi fermavo spesso a gettare uno sguardo prima di partire. Ora é tutto sbarrato. Ma immagino che difficilmente rivedrò la cattedrale così com'era.

 

 

Mi sono incamminato lungo la Senna, una volta passata la tempesta. Per raggiungere un luogo che é presente nella mia mente, prima ancora che fisicamente. Ho attraversato i porticati del Louvre, tendendo l'orecchio ad ascoltare passi sui ciottoli bagnati e note solitarie di suonatori di strada sotto le arcate scure della sera. E mi sono ritrovato davanti alle piramidi. Come una notte, ormai tanti anni fa. Anche allora, aveva piovuto, ed i riflessi di strutture moderne ed aniche, fontane e luci dorate riempivano il cortile del museo in tutta la loro avvenenza, ché laddove di giorno era una folla interminabile nella sera si trasformava in un silenzioso deserto ed un'atmosfera quasi intima. Qualcuno usciva dalla grande piramide al termine della mostra. Io ho continuato a girarvi intorno, da una piramide all'altra, lasciandomi inghiottire nel buio della sera, nei passi sul selciato bagnato, nelle eco di melodie di strada ontane e nel silenzio del luogo. Così, mi sono ritrovato in quell'immagine, quando Parigi la visitavo in un certo senso per la prima volta, in compagnia di mamma e sorella, e questo luogo maestoso come abbandonato ed illuminato, idealmente, dell'oro dell'arte, diventava un po' uno di quei luoghi dell'anima, al termine di una lunga giornata ed una pioggia improvvisa. E' un luogo a cui torno ogni volta che passo di qui, perché in qualche modo é un ricordo speciale che mi fa tornare indietro, prima di tante altre cose, a quella sera e a quei giorni, come fosse il calore di un abbraccio.

 

 

Questo é un luogo che non avevo mai visitato. Una mattina di freddo sole invernale. Oltrepassando il cancello si accede ad un altro mondo. Letteralmente. Sui fianchi di una collina, ormai al centro della città, sorge un cimitero storico di Parigi. Un labirinto di storia e di nomi. Sulle lapidi di questa città silenziosa si trovano anche nomi immortali. Cercarli e trovarli é una pena ed un intrico silenzioso. L'aspetto storico non può certo oltrepassare la funzione di questo luogo ed il senso profondo di tristezza e miseria che rappresenta. Tra letterati, pittori e musicisti di oggi e di ieri, il primo nome che ho cercato é stato quello di un uomo il cui cuore é tornato, nascosto e custodito in patria. Ho continuato, perdendomi in un labirinto senza fine. La storia di Parigi, ed un po' anche di alcune corde delo nostro sentire passano di qua. Anche se, cruda verità, queste sono soltanto pietre. Fino a scendere indietro nei secoli, ad una storia d'amore che, nella pietra, ha ritrovato il suo essere.

"...Io, che dovrei piangere su quello che ho fatto, sospiro invece per ciò che ho perduto, e non solo quello che abbiamo fatto insieme, ma i luoghi, i momenti in cui l’abbiamo fatto sono talmente impressi nel mio cuore che li rivedo con te in tutti i particolari e non me ne libero nemmeno durante il sonno..."

 

 

Ho lasciato questo pomeriggio per tornare a Montmartre. Semplicemente, avevo voglia di camminare senza meta e senza fretta, magari cercare qualche disegno da portarmi a casa, e girare a perditempo. C'é un luogo, tra le strade di questo quartiere che scendono dalla collina, dove ogni volta mi sembra di ricordare di essermi fermato una sera a mangiare. Non saprei trovarlo, se volessi, ma ogni volta ho la sensazione di passare di qui. E allora la verità é che un po' Parigi, che per anni non sono riuscito a tornare a visitare, costodisca i ricordi di una storia in tutte le sue sfaccettature, ricordi che in qualche modo fanno male come ferite appena riaperte. Questo ristorante, che forse non é nemmeno quello che credo, ma all'angolo del quale senza volerlo mi capita ogn volta di passare, mi ricorda qualcosa, un senso di disprezzo e delle frasi dolorose. Così, malgrado tutto, non riesco a non pensarci, almeno per un attimo, a questi groppi che risalgono e tornano a galla, nel mio silenzio, nel mio camminare, nella mia solitudine, e penso che forse devo averla infastidita, allora, quando nonostante tutto, nonostante quel senso di disprezzo che mi feriva ogni volta, io cercavo di ricucire ed andare oltre. Questo pensiero, ora, proprio qui, mi ferisce.

 

 

 
 
 

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Post n°846 pubblicato il 18 Febbraio 2020 da enodas

 

 

Dopo soltanto poche settimane, mi ritrovo ancora palmo a palmo con quelle linee, il colore sanguigna e l'inchiostro graffiato sulla carta ingiallita, il segno profondo e preciso, tracciato senza esitazione, come fosse una copia diretta di un segreto custodito nella mente. Altri disegni, altri appunti, altri studi ed annotazioni lasciate pagina dopo pagina. Eppure sempre la stessa mano, sempre la stessa mente infinita. Altri fogli, e le osservazioni sparse in una vita, attorno al mondo, attraverso quell'occhio indagatore e geniale che continuava a cercare con la curiosità dello scienziato e l'amore per la vita. Ancora, di nuovo, profondamente perduto, lungo questi solchi tracciati in un istante e così consegnati all'eternità, sfiorando con gli occhi un mondo intero, forse anche uno sguardo, perché no, di profilo, nascosto oltre le immagini, come una sanguigna sbiadita in foglio di carta perduto, ad osservarmi - lo immagino - con un sorriso abbozzato ed un cenno di innata bontà.

 

 

Leonardo dietro Leonardo. Per scrutare la mano del genio indietro nel tempo, dentro il quadro stesso, attraverso i suoi famosi strati di colore tanto impalpabile quanto quasi invisibile. Ma anche per sopperire alla mancanza degli originali. E se portare gli originali in mostra non é riuscito nemmeno al Louvre, immagino si tratti di un'impresa impossibile. Loro che hanno pezzi da novanta, e che pure non hanno osato spostare la Gioconda dalla sua posizione originale - fuori mostra - per non incorrere, chissà, in un'insurrezione generale. Forse di questo non ho potuto evitare di rimanere deluso, che nelle aspettative aveva associato qualcosa di assolutamente irrealizzabile, dove i - pochi - dipinti di Leonardo si trovassero davvero fianco a fianco. In questo senso, come potrei davvero valutare questa mostra evento che era andata esaurita in breve tempo alla vendita dei biglietti? Non ho la capacità storico-artistica per poter rispondere, anche se qualcosa, nella sua straordinarietà, a me é mancato.

 

 

Non credo di aver mai prestato attenzione a questo dipinto. Eppure, ora che lo osservo da vicino e che, in qualche modo, mi lascio pentrare da quello sguardo che ad ogni istante assumeva sempre più vita e personalità. Ed attraverso questo volto femminile, meno noto della sua famosa compagna, é stato come svelare e comprendere la straordinarietà del dipingere di Leonardo e ciò che si cela dentro un sorriso enigmatico. Perché, a poco a poco, quello sguardo era intelligenza, consapevolezza, espressione controllata e sicura dise stessa. Quello sguardo parlava, ora che ne avevo trovato una chiave di lettura, attraverso due note di didascalia scarne, attraverso la luce che simaterializzava e smaterializzava, attorno al volto di profilo leggermente inclinato, in un atteggiamento al tempo stesso semplice e naturale, ma anche implicitamente altero, ed ormai mi aveva catturato, sedotto, non tanto per la bellezza, né per l'eleganza, evidenti, ma per la vita che traboccava, reale e sfrontata, e quel carattere complesso e forte. Movimento immobile, anima pulsante, luce, c'era tutto. Ho continuato a guardare, indietro, come se quegli occhi fossero talmente vivi da seguirmi, tormentandomi, e sfidarmi a reggerne lo sguardo.

 

 

C'é una parola che rimbalza, tra i pannelli che accompagnano le sezioni della mostra, ed é qualcosa di affascinante. Libertà. Una libertà tecnica ed intellettuale che rendesse possibile cogliere il mondo imperfetto ed in continuo movimento. Come se stesse modellando le proprie immagini su creta invece che nel disegno, niente era per Leonardo veramente definitivo, le forme, le linee, il modo in cui le figure interagivano tra loro e nello spazio.
Questo approccio venne chiamato componimento inculto ed offre una possibile chiave di lettura ad alcuni dei capolavori più eccezionali di Leonardo. Ma a me piace pensare che il significato e l'importanza di questa parola, nella vita di Leonardo abbia un'accezione più ampia e generale, quella di una mente straordinaria che nell'osservare e nel cercare di capire, così come di esprimere ciò che vedeva, continuava a sfidare se stesso ed ogni limite mentale e culturale. In un moto perpetuo, da anima integra ed indipendente, proprio come quel mondo in movimento che cercava di catturare e decodificare, nei suoi dipinti mai terminati, nei disegni annotati ad ogni angolo di pagina, nelle sue linee che aggrovigliate ricreavano la vita così come la osservava..

 

 

"The year 2019 marks the 500-year anniversary of the death of Leonardo da Vinci in France, of particular importance for the Louvre, which holds the largest collection in the world of da Vinci’s paintings, as well as 22 drawings.

The museum is seizing the opportunity in this year of commemorations to gather as many of the artist’s paintings as possible around the five core works in its collections: The Virgin of the Rocks, La Belle Ferronnière, the Mona Lisa (which will remain in the gallery where it is normally displayed), the Saint John the Baptist, and the Saint Anne. The objective is to place them alongside a wide array of drawings as well as a small but significant series of paintings and sculptures from the master’s circle.

This unprecedented retrospective of da Vinci’s painting career will illustrate how he placed utmost importance on painting, and how his  investigation of the world, which he referred to as “the science of painting,” was the instrument of his art, seeking nothing less than to bring life to his paintings.

The exhibition is the culmination of more than ten years of work, notably including new scientific examinations of the Louvre’s paintings, and the conservation treatment of three of them, allowing for better understanding of da Vinci’s artistic practice and pictorial technique. Clarification of  his biography has also emerged through the exhaustive reexamination of archival documents. The exhibition will paint the portrait of a man and an artist of extraordinary freedom."

[Introduzione alla mostra]

 


 
 
 

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Post n°845 pubblicato il 13 Febbraio 2020 da enodas

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Post n°844 pubblicato il 11 Febbraio 2020 da enodas

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Post n°843 pubblicato il 08 Febbraio 2020 da enodas

 

 

Oggi sarebbe stato l'ultimo giorno, il festival delle Lanterne. E così si sarebbe concluso il mio viaggio nel regno del Dragone, durante il capodanno, alla ricerca di luci e riflessi, ormai soltanto ideali, di lampade rosse sospese nel cielo. Il capodanno cinese é in realtà una sequenza di giorni, ognuno con un significato ed una cabala di superstizioni ben precisi, che dura due settimane, ed il cui culmie finale é esattamente il festival delle Lanterne. Queste due settimane si sono trasformate, praticamente di pari passo, in una quarantena, in parte autoimposta, in parte obbligata. E, ironia della sorte, un'altra é probabilmente destinata ad iniziare subito dopo. Oggi invece sarebbe l'ultimo giorno di un viaggio stravolto praticamente in partenza, in cui io sono già tornato da giorni e dove non riesco a liberarmi di un senso di invincibile tristezza per le circostanze e per i sentimenti. Il festival delle Lanterne é lontano, tanto che con un senso di colpevolezza me ne ero in un certo senso quasi dimenticato. Mi dispiace.

 

 
 
 

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Post n°842 pubblicato il 29 Gennaio 2020 da enodas

 

 

E' l'unica foto che ho catturato. Fatta per di più una volta che sono tornato, e lentamente ho iniziato a disporre qualcuno degli oggetti sul tavolo di casa, al termine di un viaggio di ritorno non programmato e lungo nel tempo, nelle distanze di un itinerario assurdo, e soprattutto nell'attesa che l'ansia non faceva passare mai. Ho tolto la mascherina, e respirato, aria fresca dell'alba, e suolo in qualche modo di casa. Ho lasciato dietro di me tante aspettative, un viaggio che era una promessa ed un'attesa, chissà quante immagini e quante strade, racconti non scritti. Ma soprattutto, ho lasciato dietro di me un pezzo di cuore. Perché lei é rimasta là, e difficilmente potrebbe essere altrimenti. Impossibilitato ad andare avanti, da qualcosa di sconosciuto e non chiaro, attraverso le scarne informazioni che riuscivo ad ottenere da un collegamento internet stretto nella maglia di un qualche controllo. Che le cose fossero molto peggio nella realtà lo testimoniavano le strade deserte, quelle strade che mi hanno sempre affascinato e divertito, ora spettrali e silenziose in una città immobile. Quel silenzio mi ha afflitto e rattristato. Ho temuto che in breve tempo i collegamenti sparissero ed i voli fossero chiusi. Come chiuse diventavano sempre più metropoli, e poi luoghi cittadini, i mercati, le scuole, i ristoranti. Inviati del governo regionale bussavano di porta in porta registrando chi fosse in casa ed assicurandosi che non vi fossero persone provenienti dall'Hubei, la regione confinante ormai ridotta ad una sorta di enorme lazzareto in quarantena. E nel frattempo, capodanno é stato un momento intimo in qualche modo distaccato dalla realtà, in un isolamento da tutto, non fosse stato per la televisione e qualche fuoco d'artificio sparato privatamente in lontananza. Come del resto quei pochi giorni che alla fine sono rimasto. Osservando questi ricami di carta che in qualche modo avrebbero dovuto descrivere il mio viaggio ed abbellire le mie pagine di diario, cercando notizie a singhiozzo che intanto diventavano sempre più negative, e rigirandomi nella notte cui non riuscivo ad adattarmi, data la differenza d'orario ed il fatto di non muovermi. Questi ricami, che ho portato con me, e che sono ora il ricordo di qualcosa che non c'é stato, dal dragone danzante ai fuochi, fino alle pieghe delle terrazze inondate d'acqua, e qualcosa da fare insieme, come promesso.

 

Con gli occhi spalancati, mi rigiro nel letto cercando un sonno che non accenna ad arrivare. Ed allora guardo lei, osservandola con le immagini della stanza, i ricordi e le storie di una vita che intuisco, immagino, sento premermi il petto. E, come già mi é capitato la prima volta che sono venuto, provo un senso profondo di malinconia e tristezza, perché sento su di me questa lontananza, dei luoghi, degli affetti, di ciò che é la storia personale di ognuno, il proprio mondo. E so che é qualcosa che mai si potrà colmare. E so quanto pesi, moltiplicando quello che é il mio senso di distanza con il suo. Ho malinconia per quanto accade, questi giorni, perché comunque era qualcosa di importante e di atteso, ed ora invece che niente é ralizzabile e ci lega ancorandoci ad una situazione che non si sarebbe potuta immaginare, ma che evidenzia tutti i limiti di trovarsi così distante, ancora più impotente. Ho questa immagine, legata al capodanno che é stato, all'aver disposto oggetti e regali come faccio con un albero di Natale. Sorrido. In questa immagine c'é tutto il sentire per questo giorno, il perché essere qui, anche nonostante tutto, i desideri e le attese. Ed ancora nella penombra della notte osservo quelle foto, sparse, che sono al tempo stesso un legame affettivo, una carezza, l'istantanea di un giorno di normalità o un momento della vita. Un senso di profonda tristezza mi opprime, inenarrabile, incondivisibile, e non saprei a chi confidarlo. Perché non c'é nientre di normale.

 

 
 
 

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Post n°841 pubblicato il 19 Gennaio 2020 da enodas

 

 

 

“... For as long as but a hundred
oh us remain alive, never will
we on any condition be
brought under English rule.
It is in truth not for glory,
nor riches, nor honours that we
are fighting, but for freedom
for that alone, which no honest
man gives up but with life
itself...”

 

 

Sono partito un giorno di nebbia densa. La pioggia, sospesa in questa coltre spessa rimaneva sospesa nell'aria, liberandosi a sprazzi in lame gelide e taglienti che penetravano dentro i vestiti. Mi sono diretto verso sud, incontrando quasi immediatamente strade silenziose che attraversavano un paesaggio di verde e colline. Verso il confine, o The Borders, come viene chiamata questa regione. Ed il tempo inclemente nascondeva la bellezza di questo paesaggio, dove scrittori avevano composto versi e racconti, perdendosi in foreste scure alla ricerca di un luogo nascosto, un ceppo, un monumento abbandonato, ed osservando con occhi lucidi cieli in tumulto e linee che sinuose si sovrapponevano fino a confondersi all'orizzonte, e si sposava al tempo stesso con i villaggi silenziosi, le vie spazzate dal vento ed intrise di pioggia, le luci ed il calore di una sala da the, ed i ruderi di antiche abbazie ed i loro angoli nascosti, dove cuori di re e passaggi di storia rimangono custoditi, scolpiti su pietra. Tutto, avvolto in una patina incolore e deprimente, che nella sua uniformità fiaccava l'animo ed abbatteva lo sguardo.

 

 

“...as from the Castle he views the scenery below, his heart will fill with joy all aglow. And with delight, he’ll exclaim, Oh! How grand! There‘s nothing can equal you in fair Scotland...”

 

Mi sono perso in un labirinto. Tra mura, sale e palazzi, passaggi sospesi e lunghi camminamenti. Imponente, adesso che mi osservo intorno lo immagino visto da fuori, da lontano, così come l'ho scorto io, mentre mi avvicinavo, così come deve apparire dalle piane verdeggianti che i bastioni dominano a trecentosessanta gradi. Là dove un tempo fu campo di battaglia, eco di nomi leggendari e scontri sanguinosi, o magari in un'altra direzione, dal ballatoio dove il nome dice si affacciassero le dame di corte, o magari in un'altra ancora, dove si scorge un cimitero antico a cerchi concentrici che risale ai tempi del primo assedio. La Storia di questo Paese é passata da questo luogo. E fa tremare il pensiero di quante anime senza nome si siano fermate nelle vicinanze. Ciò che resta é un richiamo silenzioso, mura alte e spesse, sale gelide e vuote, il canto di un bardo ed uno sguardo altero di re all'entrata.

 

 

Lungo la costa di una lingua di mare, dove questo si ritrae la mattina lasciando scoperto l'approdo, isolato su una collinetta al centro di una foresta, o enorme e possente arroccato sulla cima di una cittadina: come variazioni che si sfogliano su pagine dipinte ad acquerello, sono solo alcuni dei castelli di Scozia, i più vicini alla città, gli unici che il poco tempo mi concede, quasi un avamposto di questa terra che rimane misteriosa ed affascinante, un luogo da esplorare con calma, con tempo, sfidando l'imprevedibilità del tempo, i cieli striati che cambiano colore nel giro di poche ore, e seguendo il paesaggio, quando alterna spuntoni di roccia a pianure coperte di foreste e lunghi, infiniti, declivi. Magari affondando nella storia, qui che pagine e pagine sembrano essersi consumate, in uno scontro indomito e mai sopito per un lembo di terra che nella sua inospitalità conserva tutto il proprio fascino. Un po' come gli animi che inevitabilmente associamo a luoghi come questi, le passioni e la forza d'animo, ed una tradizione eroica e colma di colore, di suoni ed energia, quasi sprigionati dalla terra, e dalla storia, cui appartengono, immortali.

 

 

“...he made the carpenters carve them according to the draughts thereon, and then he gave them for patterns to the massons, that they might therby cut the like in stone...”

 

Ad un certo punto sembra quasi di sentirli, gli scalpellini, al lavoro. Su ogni singola pietra, ogni singolo angolo, anche il più nascosto, di una chiesetta ai margini di Edimburgo, creano. Creano, magari spiandosi con invidia l'uno con l'altro, un mondo ricco di simboli, di storie da raccontare, di personaggi da ricordare ed altri da dannare per l'eternità. Terminati i picchettii, sepolti gli sguardi, immobili le mani tanto capaci, nel silenzio del tempo che passa e ripassa come onde che lambiscono la sabbia, é un mondo che ha oltrepassato secoli di intemperie e soprusi, per arrivare fino a me, e continuare a narrare, o almeno tentare, quelle storie che agli occhi di chi le concepì dovevano essere immediate e precise. Alcune mi fissano, dritte negli occhi, protendendosi dalla pietra dentro lo spazio; altre si avvitano controcendosi attorno ad un punto di costruzione, un angolo, una colonna; altre ancora invece si muovono fluide come istantanee su una pellicola. Attraverso queste immagini, ora avvolte nel silenzio e nella luce suffusa che traspare dalle vetrate, il rintocco degli scalpelli risuona ancora, sempre più lontano ed attutito da una coltre di polvere spessa, tra misteri, leggende e suggestioni, un vocabolario universale di paure e speranze ed un inesplorabile atto di fede.

 

 

Arrivato, alla fine. E forse non poteva esserci un luogo più adatto per voltarsi un'ultima volta e dare uno sguardo a questi giorni, a questa terra incantata e selvaggia che mi ha preso l'anima dal primo momento. Perché difficilmente potrei un luogo più adatto, dove isole compaiono e scompaiono secondo il capriccio di maree rapide come cavalli al galoppo, rivelando passaggi segreti alla luce del giorno, il cielo striato dal vento é mutato di nuovo ed annuncia nuovamente una tempesta lontana che forse non arriverà mai, e dall'alto di una collina tra le terre emerse giungono idealmente suoni di cornamusa. Ogni passo, ogni immagine, guidati dalla suggestione di attravesare ambientazioni epiche, ai confini della storia, dove forze della natura si scontrano in una lotta senza fine ed esseri sovraumani camminano sulla terra. Dove altro potrei cercare per poter lasciare un messaggio, gridare al vento, e depositare i miei ricordi come un tesoro prezioso da custodire fino al giorno in cui tornerò a sognare camminando tra questi luoghi.

 

 

 
 
 
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Nell'ultimo anno...


 
Si usa uno specchio di vetro per guardare il viso,
si usano le opere d'arte per guardare la propria anima

G.B.Shaw


Leonardo da Vinci


Raffaello Sanzio


Michelangelo Buonarroti

 

 


Caravaggio


Rembrandt van Rijn


Jan Vermeer
 


Antonio Canova



Caspar David Friedrich


Claude Mone
 


Vincent van Gogh


Salvador Dalì


Marc Chagall