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Hacking e Cyberbullismo

Post n°65 pubblicato il 18 Maggio 2008 da ericarg
 

Mentre svogliavo le pagine online del quotidiano La Stampa, come faccio sempre la domenica mattina, dopo aver letto anche le pagine cartacee, perchè non rinuncio mai a leggere e a sfogliare anche il giornale tradizionale, ho trovato una notizia che mi ha fatto accaponare la pelle perchè veramente sconvolgente.


Megan Meyer aveva solo 13 anni quando, il 16 ottobre 2006, si impiccò per una delusione d’amore: Josh Evans, il sedicenne conosciuto sul sito MySpace, aveva troncato il giorno prima il loro nascente flirt virtuale, dopo averle rivolto pesanti insulti e dicendole che “il mondo sarebbe stato un posto migliore” senza di lei.
La tragica storia rivela oggi un lato ancor più grottesco e inquietante: Megan si è uccisa per una persona non solo virtuale, ma del tutto inventata. A creare Josh Evans e a portare avanti il crudele gioco con Megan è stata Lori Drew, 49 anni, vicina di casa della famiglia Meyer: dopo sei mesi di indagini, le autorità federali hanno formalizzato  le accuse contro la donna, di cui i Meyer avevano sospettato il coinvolgimento già poche settimane dopo la morte della figlia. “Finalmente questa persona dovrà affrontare le accuse che avrebbero dovuto esserle rivolte il giorno stesso in cui abbiamo capito cosa fosse accaduto”, ha commentato la madre di Megan, Tina Meyer.
La Drew continua a negare di aver creato il profilo di Josh e di aver inviato messaggi offensivi alla tredicenne, ma il gran giurì di Los Angeles la ritiene responsabile di cospirazione e accesso fraudolento a computer altrui.

L’imputazione alla donna farà sicuramente discutere, perchè fondata su una nuova interpretazione della legge americana sull’hacking, che riguarda tutte le attività di manomissione o uso non autorizzato di sistemi informatici. L’accusa infatti ritiene che, creando un account MySpace a nome di una persona inesistente, Lori Drew abbia violato i termini d’uso stabiliti dagli amministratori del sito, che fa parte di News Corporation, l’impero dei media di Rupert Murdoch, e che quindi abbia effettuato un accesso illegale a computer protetti. In base a questa interpretazione, violare le norme d’uso del sito può portare anche a sanzioni penali, e non solo, come avviene ora, all’espulsione dal sito o, nei casi più gravi, a cause civili.

Esperti indipendenti hanno messo in guardia contro un’interpretazione così vincolante, che può tradursi in una forte limitazione della libertà personale e di parola: sono infatti milioni gli utenti dei siti di social networking che creano propri alias virtuali sulla rete per ragioni del tutto legittime, incluso il desiderio di mantenere l’anonimato e di evitare spam e contatti indesiderati.

La mia riflessione, al di là del fatto in sé che trovo aberrante, perchè una donna adulta ha approfittato di una minorenne, che conosceva, per spingerla al suicidio in modo ingannevole subdolo e squallido, riguarda i due ultimi paragrafi dell'articolo letto.

Il fatto successo negli Usa è diventato un reato penale, grazie ad una legge ben precisa. Sicuramente è valido il discorso sulla libertà di parola e di espressione individuale, ma quando la libertà di un individuo annulla quella di un altro, gli crea disagio paura disturbo o peggio lo induce a togliersi addirittura la vita, anche se si è online, a maggior ragione è giusto che intervenga la legge ed il codice civile

Anche noi in Italia ormai siamo veramente tanti ad usare network, piattaforme blog, chatline ecc ecc ed alcuni di noi hanno già subito episodi di hacking e cyberbullismo da sconosciuti o da persone conosciute che hanno comunque creato problemi difficoltà diffamzioni di vario tipo gravi o meno gravi, per mancanza di rispetto delle regole e delle persone, ma noi abbiamo una legge adeguata ed aggiornata che ci permette di essere protetti in caso di bisogno ? e a chi dobbiamo rivolgerci se siamo attaccati da nickname e persionaggi squallidi che girano per Internet, convinti di restare impuniti ???

 
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