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« Sant'Anna di Stazzema Attenti al computer ! »

Una lettera a Spike Lee

Post n°145 pubblicato il 07 Ottobre 2008 da ericarg
 

Ho seguito con molto interesse le polemiche nate intorno al film di Spike Lee sulle vicende della strage di Sant'Anna di Stazzema. In particolare mi ha colpito molto una  lettera di una anziana partigiana al regista stesso, pubblicata sul quotidiano La Stampa di Torino

Gentile regista,
mi chiamo Didala Ghilarducci. Sono una vecchia partigiana.

Mio marito, Chittò, fu ucciso dai nazisti sui monti versiliesi alcune settimane dopo la strage di Sant’Anna di Stazzema, in quel terribile agosto del 1944.

Mi sono risolta a scriverle perché quello che leggo sui giornali a proposito del film che lei sta girando mi fa sentire il cuore pesante come un macigno. Pare infatti che nel film si avvalori la falsa tesi che la strage venga compiuta a causa della ricerca di partigiani presenti in paese. È una falsa tesi, che i detrattori della Resistenza hanno sempre sostenuto per dare ai partigiani la colpa di quella strage.

Tutte queste voci che si rincorrono sul contenuto delle scene girate a Sant’Anna, se possono poco turbare lei, danno agli uomini ed alle donne della Resistenza italiana una dolorosa inquietudine. So che lei è un grande regista, so che nei suoi film è riuscito sempre a raccontare drammi, dolori ed oppressioni che ci hanno emozionato ed hanno fatto crescere la coscienza civile anche qui in Europa. Di questo soprattutto le sono grata. Ho lottato una vita per la democrazia, i diritti civili e la libertà che non posso non trovarmi accanto a chi combatte e denuncia ingiustizie e sopraffazioni.

Proprio per questo vorrei essere altrettanto brava da poterle non solo spiegare, ma farle sentire in qualche modo, perché ogni finzione, ogni aggiustamento di quanto avvenuto a Sant’Anna di Stazzema mi pare, ci pare, inaccettabile. Quando le persone, una comunità, hanno vissuto un lutto così profondo e traumatico, comprenderà che conservino sul tema una sensibilità esasperata dal dolore che brucia ancora la carne a distanza di sessant’anni.

Nel raccontare la sua storia, una storia importante non solo per il suo Paese, lei ha scelto di fermarsi su quella piccola piazza davanti alla chiesa, a Sant’Anna. Una piazza che io, come altri, ho visto nel suo orrore reale ed inenarrabile nel ‘44.

Il vento può aver portato tra i boschi e verso il mare la cenere di quel rogo, ma l’angoscia, il pianto e il sangue restano aggrumati là e resteranno là nel tempo e nelle nostre coscienze di uomini e donne.

Se lei, gentile regista, si soffermerà in questo pensiero allora capirà come non sia possibile in quella piazza raccontare un’altra morte. Non lo possiamo fare per le vittime, non lo possiamo fare per quei ragazzi e quelle ragazze della Resistenza rimasti sui monti insieme con loro a ricordarci per sempre l’orrore della guerra e il prezzo altissimo della libertà. Se togliamo loro la storia, allora li priviamo del senso della loro morte. E questo non è possibile in quella piazza. In un’altra ricostruita altrove, ma non lì.

Non riesco ad immaginare che per raccontare una storia di diritti e di persone si finisca per sottrarre la propria storia ad altre vittime.

Ecco, gentile regista, le ho aperto il cuore nella speranza che in qualche modo da lei possa giungere una risposta che ci faccia comprendere che il senso del faticoso cammino di impegno civile, di riconciliazione che come comunità e persone abbiamo ricercato e percorso in questi sessant’anni, non sarà disperso.

*Partigiana, segretaria Anpi di Viareggio

 
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L'uomo saggio capisce quando deve fermarsi  Anonimo

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