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Quando l'amore puzza di olio di ricino

Post n°17 pubblicato il 10 Maggio 2010 da lukasky

Il partito dell'amore, di recente creazione, ha come emblema il volto serafico dell'on. La Russa e il linguaggio aulico dell'onorevole (si fa per dire) Borghezio. Il loro Padreterno e Spirito Santo, il padrone-padrino, alita su di loro con amorevole schiuma verdastra amorevoli parole, che dagli incorreggibili seguaci del maligno acquattati nelle procure d'Italia, vengono incomprensibilmente intese come parole di odio. A poco serve la solidarietà unanime del popolo italiano, che continua a dare fiducia all'uomo della provvidenza (per fortuna che silvio c'è). E' una solidarietà che non ha confini. E trova riscontro perfino nel cuore dei perseguitati politici come Riina che continua a confidare nonostante tutto nel nostro Salvatore per un futuro non lontano di redenzione politica e sociale, che riscatti la benemerita associazione da una immeritata calunniosa nomea, che oltrettutto proietta una disinformazione fuori d'Italia sullo stato reale dell'ordine pubblico. Un primo riconoscimento concreto comunque Riina l'ha già ricevuto con sua grande soddisfazione al momento in cui ha sentito celebrare pubblicamente dall'Onnipotente quali eroi due suoi compagni di sventura, il ministro in terrasanta, dell'Utri, e lo stalliere del cavaliere. Il suo sogno comunque si realizzerà appieno quando leggeremo nei libri di storia come l'indipendenza della sicilia ebbe inizio con la fondazione di un grande partito di popolo che ridette il territorio anche giuridicamente a chi di fatto l'ha da sempre governato. Operazione gattopardo.



 
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La democrazia e il principio di maggioranza

Post n°16 pubblicato il 04 Gennaio 2010 da lukasky

La cronaca recente e l’inflazione del pensiero populista stimolano ad una riflessione sulla portata delle parole che nella discussione politica spesso servono a giustificare un pensiero sottostante sostanzialmente autoritario, quello fondato sul principio che basti il solo consenso popolare maggioritario per  definire democratico l’esercizio del potere, per cui la maggioranza individuata nel suo referente massimo non debba essere infastidita nella sua azione da lacci e lacciuoli (il controllo degli altri organi istituzionali di contrappeso e della minoranza parlamentare)

In sostanza chi governa per volontà di dio e della Nazione non deve essere ostacolato e contraddetto nell’esplicazione della sua attività di governo e di potere , perché altrimenti l’opporre ostacolo, in qualsiasi modo si moduli tale tipo di conflitto, urterebbe contro il principio democratico.

A questo punto l’analisi del concetto di democrazia diventa fondamentale per giudicare se l’enfasi posta sulla pregiudiziale, che la patente di democrazia si acquisti o meno al solo libero mercato del suffragio elettorale, sia del tutto fondata. Per cui il voto, comunque si acquisti, diventa il prezzo  con cui il governante  ha ricevuto dagli elettori  il mandato temporale irrevocabile ed in bianco, ex  legibus solutus, di cui dovrà rendere conto al suo elettorato, alla luce delle informazioni che vorrà dare, nel momento del successivo suffragio, sempre che non abbia maturato la volontà e ne abbia avuto la possibilità fattuale di cambiare legalmente,  ma definitivamente, le regole del giuoco, al solo scopo di acquistare  il proseguimento del mandato.

Basta riflettere come già le regole del giuoco nel non lontano passato  vennero cambiate passando da un regime cosiddetto democratico ad un regime cosiddetto dittatoriale in modo legale, grazie ad un vastissimo  consenso popolare e a seguito di formali consultazioni elettorali, sia in Italia da Mussolini che in Germania da Hitler.

Cominceremo con il dire che un regime per definizione non è mai democratico, e neppure repubblicano, perché già nel nucleo centrale del concetto di democrazia è implicito l’esistenza del limite del potere.  E noi definiamo invece già nello stesso concetto di regime una tipologia  di potere che è prevalente su tutti gli altri e che rifiuta di porre se stesso  in equiparazione subordinata e paritaria con tutti gli altri poteri all’interno del sistema.

La stessa espressione che usa la nostra carta costituzionale allorché indica che la sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione, non dà una nozione specifica della parola popolo e comunque indica dei limiti e delle modalità di esplicazione della sovranità. La sovranità è sub lege. L’esplicazione dell’attività politica non può essere affidata ad un regime. Nel concetto di popolo delle democrazie occidentali moderne  il popolo non coincide esattamente con il corpo elettorale, perché non consiste nel solo corpo elettorale, che appare anch’esso come organo all’interno del sistema costituzionale. Anche organi e funzionari  pubblici, sia elettivi che di carriera, esplicano il loro mandato nel nome del popolo italiano, alla stessa stregua dei rappresentanti del popolo eletti nel Parlamento.

L’esempio più noto è quello della magistratura, ma anche tutti i funzionari pubblici dal più modesto al più importante , ad esempio il governatore della Banca d’Italia, sono espressioni del e rappresentano per le rispettive funzioni il popolo italiano.

Tralasciando nello specifico la nozione di popolo, che merita per la sua complessità un approfondimento apposito, anche in contrapposizione ad altre espressioni, come quella di Nazione,  sarà opportuno ritornare all’argomento iniziale di definizione del concetto di democrazia, parola inflazionata che corre sulla bocca di tutti (dagli scolaretti ai massimi uomini politici) e in tutti i paesi del mondo, specie in quelli in cui essa in realtà non esiste e che molti utilizzano strumentalmente senza  che ne conoscano la vera natura o, pur conoscendola, scientemente calpestandone l’essenza.

Cominciamo, data la complessità della nozione, ad effettuare una ricognizione in negativo del concetto, dicendo quello che non è.

E’ da respingere l’immagine della democrazia come regime plebiscitario, basato sul principio che la maggioranza può fare ciò che vuole: dunque fondato sulla confusione, penetrata nel senso comune, tra democrazia e principio di maggioranza.

La democrazia non sarebbe in tal modo altro che l’onnipotenza della maggioranza legittimata dal voto popolare, il quale varrebbe a consentire ogni abuso, compreso il conflitto tra interessi pubblici e interessi privati;  così come il liberalismo equivarrebbe a sua volta all’assenza di regole e  limiti alla libertà di impresa. In tal modo di fatto l’espressione liberal-democrazia ha finito in certi ambienti a designare  in un certo lessico due forme convergenti di assolutismo, entrambe ostili al sistema di vincoli e contrappesi, nel quale il garantismo consiste: l’assolutismo della maggioranza e l’assolutismo del mercato, dei poteri politici come di quelli economici, sempre più, oltretutto, minacciosamente confusi.

Mentre per contro nel concetto di democrazia è ancora valido il principio della divisione dei poteri, individuati come pesi e contrappesi tra funzioni  (e più che di bilanciamento di poteri dovremmo riferirci ad un bilanciamento di funzioni, e non solo a proposito dell’ordine giudiziario, ma anche dello stesso Parlamento, composto non da titolari di poteri,  ma di rappresentanti del solo titolare del potere politico, esplicanti pertanto una funzione di rappresentanza in nome e per conto del popolo italiano e non un loro potere autonomo.)

Dalla società del tempo di Montesquieu è sicuramente cambiata l’organizzazione sociale dei titolari degli interessi  da rappresentare, che allora erano più nettamente individuabili, essendo la contrapposizione delle classi sociali al loro interno visibili in modo più netto. Oggi esiste una maggiore trasversalità che impedisce una individuazione netta degli interessi in senso classista, per cui tale bilanciamento assume sempre di più una complessità di livello istituzionale.  Permane comunque ancora oggi la attualità di un sistema di balance of power indispensabile per assicurare un corretto funzionamento del sistema e a preservarlo dalle spinte autoritarie, da qualunque parte provengano, assicurando al contempo la garanzia della conservazione dello stato di diritto.

Obiettano i sostenitori della assoluta sacralità dell’investitura popolare:  a che scopo assicurare un bilanciamento del potere, se il governo è il governo del popolo, in quanto rispecchia la volontà della maggioranza degli italiani? Ma il governo è veramente del Popolo? All’origine  della democrazia, nella polis, dove tutti si conoscevano, la scelta doveva andare ai migliori. Ma chi doveva stabilire chi fossero i migliori? Si dirà: il demos, che era un insieme di tribù legate ad un certo territorio, dove si abitava e si era iscritti, e che sanciva degli iscritti non solo l’appartenenza giuridica, ma anche psicologica , antropologica e morale. Ma anche in una situazione così semplificata, che poneva minori problemi rispetto all’attuale realtà degli stati moderni, Pericle stesso sembrò essere convinto che la democrazia ateniese non fosse governo del popolo, e che un governo del popolo non possa semplicemente esistere.  Difatti nel suo grande discorso, come viene riportato da Tucidite, asserì: “ Benché siamo in pochi capaci a dar vita ad una politica, siamo però tutti capaci di giudicarla”. E questo significa: non possiamo tutti governare o dirigere, ma possiamo tutti giudicare un governo, possiamo fungere da giudici. Per il popolo la vera partecipazione alla vita democratica nel paese non avviene tanto nella scelta del governante, quanto nel suo controllo e nella limitazione dei suoi poteri,  perché non diventino eccessivi o si trasformino in abusi per interesse personale, economico o comunque di potere.

Perché attraverso lo scudo della volontà del popolo è possibile giustificare qualsiasi cosa, cosicchè la democrazia diviene un vuoto simulacro, e come dicono i francesi Flers e Caglaret  è il nome che diamo al popolo tutte le volte che abbiamo bisogno di lui.

 

 

 
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Il Partito dalemiano e l'elogio dalemiano dell'inciucio

Post n°15 pubblicato il 28 Dicembre 2009 da lukasky

Riprendendola dalla Stampa (MicroMega), riteniamo meritevole di diffusione la seguente lettera aperta di Gabriele Zamparini:


“Perchè ho appena strappato la tessera del Pd”. Lettera aperta a Ignazio Marino.

di Gabriele Zamparini

Caro senatore Ignazio Marino,

Ho appena strappato la tessera del Partito democratico, tessera che avevo preso la scorsa estate per sostenere la sua candidatura alla segreteria del partito. Il dissenso con le ultime dichiarazioni di Massimo D’Alema non mi consente di restare all’interno del Pd un minuto di più. La classica goccia che fa traboccare il vaso, come si dice.

Per giustificare la sua linea politica, D’Alema ha ricordato Togliatti e l’articolo 7 della Costituzione, quello che accoglie i Patti Lateranensi di Mussolini all’interno della Carta repubblicana. A voler prendere le dichiarazioni di D’Alema seriamente, basterebbe ricordare le parole di Piero Calamandrei che nel 1947 scrisse che quei Patti Lateranensi “sono in contrasto (anche i ciechi lo vedono) colla costituzione della Repubblica”, e che quella “capitolazione” fu il risultato del “voltafaccia” dei comunisti.

Per prendere le dichiarazioni di Massimo D’Alema seriamente però si dovrebbe ignorare la storia di questi ultimi quindici anni, una storia tormentata ma che non può essere ignorata. Già nel 2001 l’economista Paolo Sylos Labini scriveva a proposito della Bicamerale (1997-1998) presieduta da D’Alema:

La legittimazione politica scattò automaticamente quando fu varata la Bicamerale: non era possibile combattere Berlusconi avendolo come partner per riformare, niente meno, che la Costituzione, con l’aggravante che l’agenda fu surrettiziamente allargata includendo la riforma della giustizia, all’inizio non prevista. E la responsabilità dei leader dei Ds è gravissima.

Qualche giorno fa il britannico Guardian – non un foglio bolscevico, esattamente – scriveva a proposito di Berlusconi: “i leader mondiali dovrebbero iniziare a prendere le distanze da un uomo come questo”. E tuttavia sarebbe ingeneroso e disonesto addossare la responsabilità politica per le drammatiche condizioni in cui versa oggi l’Italia solamente all’attuale capo del governo. In questi ultimi, tormentatissimi quindici anni, Massimo D’Alema è stato l’alleato principale di Silvio Berlusconi; dalla (fallita) Bicamerale alla (fallita) scalata alle vette della diplomazia europea, i due nemici inseparabili, di fallimento in fallimento, hanno lasciato dietro di sè solo macerie.

So che all’interno del Pd ci sono moltissime cittadine e cittadini moralmente e intellettualmente onesti, capaci e di buona volontà. Sono convinto che queste persone siano la stragrande maggioranza, sia tra gli iscritti sia tra i dirigenti del partito. Ma al punto in cui si è arrivati – e nel partito e nel paese – restare all’interno del Partito democratico significherebbe regalare un’immeritata foglia di fico a chi condivide le pesanti responsabilità politiche per la morte della Repubblica.

Mentre le scrivo, sto leggendo sulla stampa che ci sarebbero forti polemiche all’interno del Pd per le dichiarazioni di D’Alema (e di Latorre). Lo spettacolo non è certo edificante e le polemiche sono ormai davvero stanche e inutili e riflettono solo l’eutanasia del partito che avrebbe voluto essere democratico. Scriveva Bertrand Russell un secolo fa, “Il nocciolo dell’atteggiamento scientifico sta nel rifiuto di considerare i nostri desideri, gusti e interessi come la chiave per la comprensione del mondo”. Da uomo di scienza, non le sfuggirà l’importanza del metodo scientifico, anche in politica.

Le faccio i migliori auguri per il Natale e per il nuovo anno e chiudo questa lettera con le parole con cui Piero Calamandrei chiudeva quel suo articolo. Lo spirito del Natale passato.

Il realismo degli «ultimi mohicani»
Difficile dunque dire quale parte sia stata vittoriosa. Ma forse la vera sconfitta è stata, insieme colla sovranità italiana, la democrazia parlamentare.
Alla base della democrazia e del sistema parlamentare sta un principio di lealtà e di buona fede: le discussioni devono servire a difendere le proprie opinioni e a farle prevalere con argomenti scoperti, e i voti devono essere espressione di convinzioni maturate attraverso i pubblici dibattiti. Quando i voti si danno non più per fedeltà alle proprie opinioni, ma per calcoli di corridoio in contrasto colla propria coscienza, il sistema parlamentare degenera in parlamentarismo e la democrazia è in pericolo.
Proprio per questo il voto sull’art. 7 lasciò alla fine, in tutti i sinceri amici della democrazia, un senso di disagio e di mortificazione. L’on. Togliatti, in un articolo dedicato al partito di azione (sull’«Unità» del 2 aprile), ha espresso l’opinione che la fondamentale debolezza di questi «ultimi mohicani» consista nella mancanza del «senso delle cose reali, che dovrebbe invece essere ed è la qualità prima di chi vuole impostare e dirigere un’azione politica». Ma quali sono le «cose reali?». Qualcuno pensa che anche certe forze sentimentali e morali, che hanno sempre diretto e sempre dirigeranno gli atti degli uomini migliori, come potrebb’essere la lealtà, la fedeltà a certi principi, la coerenza, il rispetto della parola data e così via, siano «cose reali» di cui il politico deve tener conto se non vuole, a lunga scadenza, ingannarsi nei suoi calcoli.
Potrebbe darsi che i comunisti, quando hanno compiuto con estremo virtuosismo quell’abilissimo esercizio di acrobazia parlamentare che è stato il voto sull’art. 7, non abbiano calcolato abbastanza l’impressione di disorientamento e di delusione ch’esso avrebbe prodotto sulla coscienza del popolo ingenuo, che continua a credere nella democrazia. E non abbiano pensato che anche la delusione e il disgusto sono stati d’animo idonei a produrre nel mondo certe conseguenze pratiche, dei quali il politico, se non vuole andare incontro ad acerbi disinganni, deve tener conto come di «cose reali».
[da: ART. 7: STORIA QUASI SEGRETA DI UNA DISCUSSIONE E DI UN VOTO, «Il Ponte», anno III, n. 4, aprile 1947]

Molto cordialmente,

Gabriele Zamparini, Londra

(19 dicembre 2009)

 
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La proscrizione della Giustizia

Post n°14 pubblicato il 15 Novembre 2009 da lukasky

Perchè¨ mai un uomo qualunque, quello che comunemente viene definito "l'uomo della strada" e che partecipa alla comunità  indefinita e indefinibile della "società civile" dovrebbe trovare la necessità  e forse il dovere di far sentire anche la sua debole voce in un contesto così¬ disperso come quello di internet? Particella atomica della moltitudine, ha la medesima capacità  comunicativa di un passante che si mette ad urlare sulla autostrada, indirizzandosi ad un pubblico viaggiante su velocissime automobili. Eppure ciascuno di noi come parte del tutto ha un compito irrinunciabile nella nostra società , a qualsiasi livello operi. Non possiamo lamentarci di quello che la società  non ha fatto o ha mal fatto nei nostri riguardi, se prima non ci siamo domandati cosa mai abbiamo fatto noi per la società . E non basta per sentirsi assolti l'avere apprestato il proprio voto (talvolta anche per motivazioni che noi stessi glissiamo a giustificare moralmente) in occasione delle ricorrenti consultazioni elettorali. Nessuno di noi ignora quali sono le criticità della nostra società civile (civile si fa per dire): la corruzione e l'inefficienza delle nostre istituzioni sono peculiari del nostro paese, dove larga parte del territorio dello Stato è¨ fuori controllo delle istituzioni ed in mano al più¹ forte potere economico e politico dell'Italia,la mafia, e larghe clientele politiche si alimentano con la corruzione e la collusione con la mafia, dove il senso della eguaglianza e della giustizia sono irrise da  componenti della società  che si identificano con la stessa classe dirigente, dove la speculazione prevale sul lavoro e sulla produzione. E dove le disuguaglianze di classe tendono ad aumentare piuttosto che a ridursi, per effetto delle politiche attuate. La legge che in questi giorni viene contrabbandata come riforma della giustizia, per la salvezza indecorosa di pochi, mette non a rischio ma a sicura fine quel poco che rimaneva della certezza della pena per delitti di estrema gravità  sociale, primi fra tutti i delitti di corruzione e di bancorotta fraudolenta, di evasione fiscale , di ricettazione e riciclaggio di denaro sporco e reati collegati. Per assicurare l'impunità di pochi individui (o un solo individuo?) baciati dalla fortuna di potere influire sulla legiferazione, a causa della giusta censura della Corte costituzionale si è¨ reso in ultima istanza necessario approntare, da parte delle stesse persone (o della stessa persona?) che avrebbero dovuto e non vogliono sottoporsi al generale principio del giusto processo, un altro provvedimento ancora più¹ disastroso del precedente, che assicura l'impunità  tombale di alcune tra le più¹ vaste categorie di delinquenti di massimo pericolo sociale: corruttori, bancorottieri ed evasori fiscali (e per il fine voluto non era possibile altrimenti evitarlo, perchè i reati del superiorem non reconoscentem erano per l'appunto i medesimi.) Ed allora? tutti zitti. Perchè¨ il leader maximo ha avuto il consenso degli italiani ed ha i sondaggi manipolativi del consenso costantemente favorevoli. L'assunto di partenza è¨ che non esiste un principio di giustizia da far valere con garanzia di terzietà  e indipendenza da parte del giudice, perchè¨ il giudice non può² giudicare chi è¨ stato investito dalla grazia dello spirito elettorale. Vale invece il giustizialismo della maggioranza come ordalia politica. L'eletto ha sempre e comunque ragione, perchè¨ se non l'avesse con la logica giuridica potrebbe comunque avvantaggiarsi della forza del potere conquistato. Vae victis! I prossimi processi si auspica che nel glorioso futuro imperiale possano essere celebrati con il televoto a mezzo del telecomando del digitale terrestre, preferibilmente su una rete mediaset. Auspice la mafia, che grazie al telecomando ha segnato il solco del progresso allorchè¨ amministrò² la sua giustizia nei confronti di alcune toghe, suggerendo nel coprirle di sangue l'aggettivazione di toghe rosse, aggettivazione molto cara a molti tesserati della loggia P2. D'altra parte niente di nuovo sotto il sole della cara nostra repubblica delle banane. Tutto quello che di male si dice oggi della magistratura lo aveva anticipato parola per parola l'imputato Riina in una famosa dichiarazione al suo processo, allorchè¨ aveva affermato come la mala giustizia nei suoi confronti era opera di macchinazione dello stato fuorviato dai comunisti. In quella dichiarazione il "Maestro" sperava forse che la fiaccola della rivolta contro lo Stato comunista venisse raccolta da uno dei numerosi seguaci di Gelli, per una riedizione in un primo maggio futuro di un'altra Portella della Ginestra. Ma la fantasia gli ha fatto cilecca. Non esiste più¹ alcuna necessità  di operare sommosse per l'eversione. L'eversione si appronta con disegni di legge governativi, dal momento che il vecchio discepolo di Gelli legittimamente risiede a Palazzo Chigi e i veri eversori della futura repubblica presidenziale sono coloro che pretendono la difesa ad oltranza dello stato di diritto, essendo relegati tutti all'opposizione.








 

 

 

 
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lettera anonima

Post n°13 pubblicato il 17 Febbraio 2006 da lukasky

Mi ha colpito profondamente la lettura del messaggio che ho ricevuto nella mia email personale per cui mi affretto a diffonderla sperando che faccia la stessa impressione agli eventuali improbabili frequentatori del mio blog e che altri la diffondano per altri canali.

LETTERA SULLE ELEZIONI DI UN ANONIMO CRISTIANO

Caro Tommaso,
siccome sei nato appena il 19 agosto, hai
ricevuto una lettera dal Presidente del Consiglio
Silvio Berlusconi con un grosso bacio e 1000
euro. Il bacio è gratis, ma i mille euro servono
per avere il voto dei tuoi genitori, che vuol
dire 500 euro a voto, e con le casse dello Stato
si può fare, data anche la scarsa natalità. Anche
questo è un contratto, tanto è vero che la tua
babysitter, che l’anno scorso ha avuto un
bambino, ha ricevuto anche lei la lettera di
Berlusconi, ma non i mille euro, perché è somala
e non può votare, e anche Tremonti dice che
bisogna evitare le spese improduttive. Nel suo
caso, ci sarebbe stato un arricchimento senza causa.
Poiché i tuoi genitori sono persone oneste, non
hanno ritirato i mille euro, e votano come gli
pare. Anzi hanno messo in cornice la lettera di
Berlusconi, come si fa con i cimeli storici.
Tu hai avuto la grazia di venire alla luce in un
mondo che non è mai stato così attraente. Le sue
bellezze si sono moltiplicate, le ricchezze pure,
gli abitanti sono più numerosi che mai e tutti, a
volerlo, potrebbero essere in grado di vivere e
di godere la Terra; i re e i principi dei secoli
passati stavano molto peggio di te quanto a cibo,
acqua, caldo, freddo, salute, mobilità,
conoscenze disponibili e aspettative di vita. Se
non mancasse l’amore, per cui agli uni è tolto
ciò che agli altri è dato, davvero questo sarebbe un mondo meraviglioso.

Un gioco d’azzardo. Però tu sei nato anche alla
vigilia di un grande gioco d’azzardo. In questo
Paese stiamo per andare a una roulette, in cui in
una sola giocata è messa in palio tutta la posta:
la giustizia, i diritti, il lavoro, la pace, il
dialogo tra le civiltà e la Costituzione
repubblicana che il governo e la maggioranza
parlamentare hanno fatto a pezzi già quattro
volte (in altrettanti voti delle Camere) e infine
liquidato per togliere il potere ai cittadini e
allo stesso Parlamento. Infatti il sistema
politico si è venuto a congegnare in modo tale
che un normale ricorso alle urne per eleggere i
rappresentanti, si è trasformato in un aut-aut,
nel quale tutto si può perdere e tutto si può
salvare. In questa consultazione elettorale ci
possono essere, perché così ha voluto la recente
riforma, solo due programmi e due schieramenti in
grado di competere per il premio di 340 deputati
assegnati per legge al vincitore. “Tertium non
datur”, come dicevano i latini. Tutta la società
è costretta a dividersi in due, nonostante la
varietà di bisogni, di interessi e di ideali da
cui la mediazione politica e parlamentare dovrebbe estrarre il “bene comune”.
L’intenzione che da più di un decennio ha spinto
il sistema elettorale e politico verso un così
rigido bipolarismo era buona, perché si trattava
di realizzare un regime di alternanza, come c’è
in altre democrazie, soprattutto anglosassoni.
Però non si è tenuto conto della natura della
destra italiana, che quando non è trattenuta in
un più vasto tessuto di relazioni democratiche e
si presenta allo stato puro, si fa eversiva, come
ha fatto nel tempo producendo fascismo, P2,
tentativi golpisti e pulsioni secessioniste.
L’esperienza di questi anni ha mostrato che la
forzatura dell’elettorato a concentrarsi e a
contrapporsi in due sole parti politiche, ha
fomentato una cultura del conflitto e del nemico,
ha imbarbarito la lotta e ha portato al rischio
di consegnare il Paese a una fazione di guastatori.
L’Italia ha avuto altri momenti in cui con la
destra si è giocato d’azzardo; uno di questi fu
nel 1925, quando per la prima volta fu instaurato
per legge (e non per rivoluzione) un “governo del
Primo Ministro”. Ai bambini che nacquero
quell’anno non andò poi bene; ne conosco che a 18
anni finirono in guerra o furono presi dai Tedeschi.
Dunque non ci si può distrarre, e bisogna
prendere il proprio posto in una delle due parti in conflitto.

Berlusconi. Le ragioni per porre termine
drasticamente all’esperimento Berlusconi vanno
molto al di là delle inadempienze programmatiche
e del dissesto dei conti e delle istituzioni.
Berlusconi aveva stipulato un contratto, di
modello privatistico, con il quale aveva
acquistato un voto e aveva venduto un sogno,
quello di un Paese beato e di un arricchimento
generalizzato. I sogni sono preziosi. Un
esponente della sinistra cristiana, Adriano
Ossicini, psicologo dell’infanzia, raccontava un
giorno di un bambino che aveva in cura, il quale
gli aveva portato un sogno, perché glielo
custodisse e non andasse perduto. Berlusconi ha
tradito il sogno che aveva venduto e ora, con la
sua parossistica campagna politica, sta
trasformando questo sogno in un incubo. Egli non
ama l’Italia, perché dell’Italia non ama la
magistratura, la Confindustria, le cooperative,
l’80 per cento dei giornalisti, i comuni e le
regioni “rosse” e tutta la sinistra, che
considera una “palla al piede” del Paese. Di
conseguenza preferirebbe che tutti questi non ci
fossero, come Calderoli preferirebbe che non ci
fossero gli immigrati, e i coloni in Cisgiordania
che non ci fossero i palestinesi. Tuttavia li
vuole governare, il che vuol dire che vuole
governare chi non ama, senza averne il consenso e
che perciò li può governare solo assoggettandoli e riducendoli a sudditi.
In una trasmissione televisiva un consigliere di
Berlusconi, politologo, don Gianni Baget Bozzo,
ha detto che ciò che è in corso in questa
campagna elettorale sarebbe un “regicidio”,
alludendo agli attacchi al premier e alla rapida
caduta del suo gradimento. Meno tragicamente
avrebbe potuto parlare di “deposizione del re”.
In ogni caso senza avvedersene Baget Bozzo, che è
un buon conoscitore di dottrine politiche, usando
questa parola definiva il regime politico che
Berlusconi ha di fatto introdotto in Italia come
un regime monarchico: cioè il potere di un uomo
solo, senza controlli, senza alleati (infatti
vorrebbe avere da solo il 51 per cento, più il
premio di maggioranza) e senza competitori; tale
potere sarebbe legittimato, come dice, dal fatto
che “nessun altro italiano ha fatto tanto per
l’Italia” come lui. Questa monarchia di fatto,
viene trasformata dalla nuova Costituzione
elaborata a Lorenzago, in una monarchia di
diritto. Il premierato assoluto che vi è
configurato, l’emarginazione del Senato, la
Camera dei Deputati spartita in due sezioni, una
Camera alta (formata dai deputati di maggioranza
che hanno “prerogative” negate a tutti gli altri)
e una Camera bassa (formata dai deputati
dell’opposizione che hanno solo il diritto di
parola e i cui voti sulla fiducia al governo non
verrebbero nemmeno contati), il Presidente della
Repubblica esautorato, il “Primo Ministro” che
può sciogliere la Camera quando vuole: tutto
questo farebbe della Costituzione repubblicana
uno Statuto monarchico, anche se senza
successione ereditaria, il che rappresenta
l’esplicita sconfessione dell’art. 139 della
Costituzione vigente, che poneva un limite
insuperabile al sovvertimento costituzionale,
prescrivendo che “la forma repubblicana non può
essere oggetto di revisione costituzionale”.
Dunque deporre Berlusconi e poi respingere nel
referendum la Costituzione scritta dalla destra
sono due atti della stessa operazione: salvare la
Repubblica in Italia. Per i cittadini sembra
questo un interesse, oltre che un valore,
assolutamente prioritario. Come diceva un grande
costituente, Giuseppe Dossetti, la Costituzione
italiana era stata generata da una grande
tragedia storica, conclusasi con la sconfitta del
nazismo e del fascismo. Si può aggiungere che
essa, come tutto il costituzionalismo
internazionale postbellico, nacque perché la
tragedia non avesse a ripetersi, ciò che oggi non è affatto sicuro.

Nessun capro espiatorio. Nell’agone per il
ripristino e per il rilancio dell’ordine
democratico non deve figurare alcun accanimento
nei confronti di chi l’ha violato. In effetti è
tutta una classe dirigente, solidale nel potere
oltre ogni dissenso, e non una persona sola, che
va giudicata. Ci si dovrebbe anzi preoccupare che
l’eccessiva esposizione mediatica di Berlusconi
non finisca per ricapitolare su di lui tutto il
bene e tutto il male, il che è un meccanismo ben
noto nella fabbricazione del capro espiatorio,
come del resto già si intravede nel comportamento
dei suoi alleati, col rischio di far perdere di
vista i gravissimi danni da questo ceto politico
provocati. Al di là della provocatoria iperbole
di Gianni Baget Bozzo, quanti amano la convivenza
civile non possono che opporsi all’ostensione di
figure che attirino su di sé ogni encomio ed ogni
oltraggio. Berlusconi si è messo in gravi
difficoltà, fin quasi a voler procacciarsi il
dileggio, ma non per questo devono venire meno il
rispetto e la cura dovuti ad ogni creatura.
Piuttosto deve essere aiutato a uscire e
l’elettorato può farlo da una situazione
divenuta insostenibile, dato che per lui, con
tutte quelle televisioni e quelle aziende, la
politica si è rivelata incompatibile con le sue
ricchezze, per quel conflitto sempre denunciato
che altro non è se non l’avverarsi dell’antico
monito secondo cui “nessuno può servire a due padroni”.

Dove stanno i cristiani. Molti si chiedono dove
stanno i cristiani in questo confronto. Poiché la
domanda fa riferimento a una categoria religiosa
e non politica, è evidente che la risposta non è
affatto scontata: possono trovarsi da ogni parte.
A volerli localizzare seguendo la pista indicata
dal Vangelo, bisognerebbe sapere dove hanno il
loro tesoro: “dov’è il tuo tesoro là sarà anche
il tuo cuore” (Mat. 6,21). Allora si dovrebbe
sapere qual è il tesoro di ciascuno, e così si
saprebbe dov’è il suo cuore e anche il suo voto.
E tuttavia nessuno ne potrebbe giudicare le
intenzioni, perché si potrebbe sbagliare.
Dunque, per sapere dove stanno i cristiani,
bisogna ricorrere a criteri più empirici. E qui
sta la difficoltà. Perché, a guardare ai due
schieramenti, si ha l’impressione di una
situazione asimmetrica. Infatti in uno dei due,
quello di centro-destra, ci sono molti che si
professano “devoti”, atei o credenti che siano,
c’è un partito che si fa chiamare cristiano, c’è
chi rivendica a proprio favore l’autorità della
Chiesa e gode di frequentazioni ecclesiastiche, e
in tanti fanno a gara per accreditarsi come
pronti a tradurre in leggi le indicazioni della
CEI. Nell’altro schieramento, che Berlusconi
sommariamente definisce la “sinistra”, tutto
questo non c’è, i cristiani come tali non si
fanno riconoscere per nome; essi partecipano
senza ostentazioni alla condizione comune, mentre
per contro vi sono piccoli gruppi e partiti che
per il meccanismo elettorale non potrebbero
correre da soli, i quali si rifanno a un acceso
militantismo laico, o accelerano su temi
immaturi, pur sottoponendosi al vincolo di
coalizione. Ciò potrebbe far pensare che in tale
schieramento i cristiani non ci siano o non siano
interessati a far valere con energia i valori in
cui credono. Ma così non è. Vaste aree elettorali
e ceti politici che si rifanno alle tradizioni
del cattolicesimo democratico e del cattolicesimo
sociale sono presenti nel centro-sinistra, sia
nei partiti che si definiscono moderati, sia nei
Verdi, sia tra i socialisti, sia nelle sinistre
che in diversi modi si rifanno alla tradizione
comunista, che del resto ha praticato a lungo in
Italia il dialogo con i cattolici. La Democrazia
Cristiana non c’è non perché sia stata dissolta
da “Mani Pulite” ma perché, fallito il tentativo
di Buttiglione di impadronirsene, interpretò con
rigore la fine dell’unità politica dei cattolici
sancita dal Concilio, e volle affermare una
discontinuità anche nel nome. Dunque i cristiani
ci sono, parte costituente e costitutiva della
democrazia italiana, ci sono i cristiani nel
centro-sinistra, come sempre ci sono stati nella sinistra.

Che cosa si sceglie. La scelta di schieramento è
anche una scelta per Prodi. Si tratta di un
investimento su una competenza, su una integrità
politica, su un programma, non della fede in un
uomo, che non è cosa cristiana. È però
l’affidamento a una persona che per storia e
identità ha tutti i titoli per governare l’Italia
nei prossimi cinque anni. La scelta di Prodi, del
resto già esercitata nelle primarie, né ha
l’intenzione di accaparrarselo, né ha nulla a che
fare con il “culto della personalità”, estraneo
alla prassi democratica; però gli dà atto di aver
preso le difese della Costituzione repubblicana,
ferma restando la quale ci possono poi essere
idee diverse sulla futura evoluzione del sistema politico.
La presenza di cristiani nella sinistra e
nell’Unione in questa campagna elettorale non ha
alcun carattere confessionale, e non ha alcuna
pretesa di coinvolgere le autorità della Chiesa,
che si vorrebbe anzi salvaguardare dal trovarsi
coinvolte in questo scontro. Tale presenza è però
fortemente motivata dalla percezione che tra il 9
aprile e il successivo referendum per il
mantenimento della Costituzione si decide il
destino dell’Italia e il suo ruolo nel mondo, e
sono in gioco valori supremi anche per la Chiesa,
a cominciare dalla democrazia. Questo aspetto è
tenuto in ombra anche dal centro-sinistra, restio
ad ammettere il rischio di sistema; sicché nella
campagna elettorale ufficiale c’è molto furore
polemico, ma non affiora il dramma. Invece, come
dice un allarmato Leopoldo Elia, presidente
emerito della Corte Costituzionale,
nell’introduzione al suo libro “La Costituzione
aggredita”, “ha torto chi, pur da cattedre
istituzionali autorevoli, invita a non drammatizzare”.
Così stando le cose, la natura del voto non
consente di fare scelte determinate su singoli
problemi, TAV o PACS che siano. I temi specifici
che le autorità religiose hanno agitato più di
recente, riguardanti la traduzione legislativa di
specifiche istanze etiche, non sono oggetto
immediato della attuale contesa elettorale, che
propone invece una scelta globale e seccamente
alternativa sui fondamenti stessi della
convivenza civile e perciò anche religiosa. Essi
saranno oggetto con calma di una seria mediazione
politica, in cui posizioni diverse potranno
incontrarsi, essendoci sempre una soluzione
cristiana, nella laicità, che gli uomini di buona
volontà possono trovare anche sulle questioni più spinose e controverse.

Da che cosa vi riconosceranno. Certo, sia su
questi temi specifici che nelle scelte di
sistema, i cristiani hanno qualcosa da dire, e
proprio come tali, per l’utilità comune. È un
peccato, ad esempio, che non ci sia nessuno che
dica che la Costituzione ci preme proprio in
quanto cristiani, non solo per le ragioni
validissime a tutti comuni, ma anche per ragioni
più proprie: per esempio per aver posto al
fondamento della Repubblica il lavoro, che Gesù
ha assunto quando ha preso “la forma del servo”,
e quindi ha assunto il lavoro, che era allora
l’operazione estenuante ed esclusiva del servo; o
per aver stabilito nella coscienza, come ha
asserito una famosa sentenza della Corte
Costituzionale, la fonte dei diritti
fondamentali, e perciò della stessa Repubblica,
facendo quindi della coscienza di ogni cittadino
il vero luogo dove i desideri di Dio e i diritti
posti dall’uomo si incontrano; o per quella
centralità del Parlamento che affida l’esercizio
della sovranità del popolo non all’azione, alla
lotta, al potere, ma alla Parola, e perciò non
ammette altro modello di comunicazione pubblica
tra gli uomini che il dialogo e quindi la pace;
ciò che fa della Costituzione la radice dell’etica civile.
Sarebbe bello queste cose poterle dire anche
proprio come cristiani; in ogni caso, se non come
cristiani, essi dovrebbero farsi riconoscere come
“Galilei”, cioè per l’amore, così come nella sua
felice enciclica Benedetto XVI dice che Giuliano
l’Apostata lo riconosceva e voleva emularlo nei
cristiani, da lui chiamati “Galilei”, pur mentre
voleva ristabilire i culti pagani. E
dall’enciclica si potrebbe ricavare un altro
criterio di identificazione per loro: quello di
attribuire allo Stato e alla politica, come unica
“origine, scopo e misura” il fare la giustizia,
senza la quale uno Stato si riduce a “un grande
ladrocinio”; di intendere la giustizia come il
garantire a ciascuno la sua parte dei beni della
terra; di sapere che nella “nuova situazione”
prodotta dall’avvento dell’industria moderna, “il
rapporto tra capitale e lavoro è diventato la
questione decisiva”; e che se, come è avvenuto,
“le strutture di produzione e il capitale” si
sono affermati come “il nuovo potere posto nelle
mani di pochi”, comportando “per le masse
lavoratrici una privazione di diritti contro la
quale bisognava ribellarsi”, compito della
società nostra, interna e internazionale, è di
offrire alla ribellione l’alternativa della
politica, della Costituzione e del diritto.
Questo sarebbe allora il modo e il luogo in cui i
cristiani potrebbero essere riconosciuti.

Riunioni e lettere. Non firmo questa lettera:
prima di tutto perché, nell’alleanza cui andrà il
mio voto, anch’io, come cristiano, sono anonimo;
e in secondo luogo e soprattutto perché questa
lettera da chiunque, se condivisa, può essere
fatta propria e mandata ad altri, con la propria
firma o sotto la propria responsabilità, e da
questi ad altri ancora, in una circolazione dal
basso, e così passare di sito in sito, di e-mail
in e-mail, di rivista in rivista, e magari
suscitare riunioni, incontri e dibattiti per
discutere queste cose, per far crescere
l’informazione e la coscienza collettiva intorno
alle grandi questioni in gioco, in tutta la
campagna elettorale, e fino al referendum
costituzionale. Sarebbe bello, così, che questa
lettera anonima fosse la più firmata di tutte, a
fare da scintilla che accende tutta la prateria.
Con i più fervidi auguri
Anonimo
cristiano

 
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Democrazia e rappresentanza

Post n°12 pubblicato il 24 Luglio 2005 da lukasky

sacro e profano

Nel nostro tempo, la parola Democrazia ha acquisito una forza e una valenza religiosa, quasi la valenza del "sacro". E’ in forza di tale forza sacrale è avvenuto che il termine abbia perduto di chiarezza  per assumere una sua ambiguità complessa e ha permesso e permette a chiunque di farne l’uso più consono ai propri fini immediati con implicazioni ed in contesti opposti, per cui molti l’hanno frequentemente potuto usare sfruttando le gratificazioni e le legittimazioni che potevano derivare dall’una e dall’altra fonte, dall’una e dall’altra versione: e, così facendo, si sono sforzati di provocare, o hanno anche provocato, eventi storici, fatti politici, nutriti di una sconcertante ambiguità, perché radicalmente opposti e distanti anni luce come motivazione ideologica.

La nozione sociale di "democrazia"  ancora oggi rimane quella di cui hanno avuto percezione gli uomini della prima metà dell’800, dopo la Rivoluzione francese, strumento politico della "società borghese", che si presenta a raffronto della situazione storicamente precedente  e verso la quale si afferma come società tendenzialmente aperta. L’idea di "società borghese", lo si sa, ha, come Giano, due facce. Da un lato sanziona la rottura delle gerarchie fisse e delle "esclusioni" della società aristocratica, ma allo stesso tempo produce nuove disuguaglianze che sono viste come fonte di nuove esclusioni.

Uno degli strumenti delle nuove disuguaglianze è costituito dall’esercizio della rappresentanza indiretta, attraverso la quale si esercita il sistema del governo parlamentare, di chiara matrice borghese. Man mano che evolve lo stato della società, che sempre più si qualifica come “società di massa” appare evidente la crisi di rappresentanza del mandato politico rispetto alla totalità della società e quindi il principio di legittimazione popolare che giustifica l’accentramento del potere in una élite di rappresentanti. Robert Dahl, per esempio, costruisce gran parte del suo modello di democrazia sulla base della individuazione di cinque elementi indispensabili alla validità di una democrazia bene intesa. Questi elementi sono la partecipazione effettiva e comunicativa di tutti i membri, la parità del voto, il diritto alla informazione, la possibilità del controllo dell’ordine del giorno (cioè delle cose di cui si deve decidere) e la universalità del suffragio. Cose tutte lontane dall’effettiva capacità e della stessa visibilità dei rappresentati. La realtà dei regimi democratici, anche quelli più maturi, smentisce in modo eloquente sia l'ideale dell'uguale partecipazione degli individui al processo decisionale sia la tesi che la democrazia rappresentativa può essere in linea di principio estesa alle aree della società civile fino ad oggi rimaste impermeabili al metodo democratico di formazione delle decisioni collettive.  Mark Warren accetta la nota tesi di Bobbio che la democrazia non ha saputo mantenere sei importanti promesse: la sovranità dei cittadini; rappresentanti che perseguono l'interesse della nazione e non di gruppi particolari; la sconfitta del potere oligarchico; il controllo di tutti gli spazi in cui si esercita un potere che prende decisioni vincolanti per un intero gruppo sociale; l'eliminazione dei poteri invisibili; l'educazione alla cittadinanza. E' oggetto di grande preoccupazione l'osservazione dell'aggravarsi di un  quadro degenerativo della legittimazione della èlite per un processo di coagulazione del potere (quella che Popper chiamerebbe la tendenza all'evoluzione verso una società chiusa).Si assiste infatti al fenomeno del consolidamento della classe di potere come classe professionalmente dedita alla politica, che solo per tale fatto si omogeneizza in senso trasversale come classe autoreferente e corporativa, dedita prevalentemente al consolidamento del proprio potere. In tale logica esiste una situazione di permanente conflitto d'interessi tra rappresentanti e rappresentati, giustificata dal fatto che per consolidare il proprio potere i rappresentanti sono costretti a tradire l'obbligo di lealtà verso i loro rappresentati. D'altra parte l'interesse dei rappresentanti è quello di far causa comune per il riconoscimento del massimo potere al loro organo ed ai loro membri. Da quì l'esigenza di utilizzare al massimo grado a livello collettivo la superiorità del proprio organo. Centralità del parlamento, localizazione della sovranità nel loro ambito, così da trasformare il concetto giuridico con un funambolismo logico, Per cui da organo dei rappresentanti della sovranità il parlamento diviene esso stesso organo della sovranità, "superiorem non recognoscens". Per altro verso i loro componenti tendono a valorizzare al massimo grado a livello individuale il contenuto di poteri loro attribuiti e non si peritano di autoconcedersi privilegi di ogni ordine (impunità, determinazione di prebende, privilegi fiscali, ecc.). Risultando progressimavemente per effetto dell'elevazione della media culturale dei cittadini sempre più difficile non lasciare nudo il re, per cui sempre più labile diviene darne  una giustificazione morale, è stato richiesto di utilizzare a soccorso l'eterno equivoco della sacralità della democrazia . Il concetto utilizzato è lo stesso che ci viene dal diritto canonico. Il concilio con l'elezione legittima il Papa come successore di Pietro in virtù dello Spirito Santo che interviene sull'assemblea del conclave e ne determina la transustanzione sacrale. Nello stesso modo nell'immaginario  del personale professionale politico la volontà popolare espressa nel momento del voto diventa essa stessa legittimazione a trasferire l'esercizio della sovranità dai rappresentati ai loro rappresentanti, e i rappresentati  consumata ogni loro ulteriore capacità politica con  il voto perdono ogni capacità attiva  e da cittadini elettori diventano per un periodo di letargo volitivo più o meno lungo sudditi fedeli.

 
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Mostro totalitario, tu sonnecchi in noi

Post n°6 pubblicato il 24 Luglio 2005 da lukasky

Dietro al suffragio universale, alla garanzia dei diritti dell'individuo, al controllo dei poteri pubblici, all'autonomia degli enti locali, al tentativo di organizzazione internazionale degli Stati, sta, ben visibile a chi non vuole chiudere gli occhi, la convinzione che l'uomo non è mezzo ma fine, e che quindi una società è tanto più alta e più civile quanto più accresce e rinvigorisce, e non avvilisce e mortifica, il senso della responsabilità individuale. In altre parole: dietro alla democrazia come ordinamento giuridico politico e sociale, sta la società aperta come aspirazione a quella società che rompa lo spirito esclusivistico di ciascun gruppo, e tenda a far emergere di sotto alle caligini delle superstizioni sociali, l'uomo, il singolo, la persona nella sua dignità e inviolabilità.

Contro la società chiusa, cioè contro la morale della potenza, l'autarchia economica, il monismo giuridico, la religione magica, la democrazia si ispira ad una morale fondata sulla responsabilità individuale, rivendica un'economia antimonopolistica, avversa ai privilegi dei gruppi, ha bisogno di una struttura non monistica ma pluralistica del diritto, esige una religiosità interiore che sgorghi dall'intimità della coscienza. Una democrazia che non sia il rivestimento formale di una società aperta è una forma senza contenuto, è una falsa democrazia, una democrazia ingannevole e insincera.

(Norberto Bobbio - La Stampa, 17 luglio 2002 - Nel centenario di Popper, recensione di "The open Society and its Enemies")

 
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Post N° 5

Post n°5 pubblicato il 06 Febbraio 2005 da lukasky

Il primato della politica è lo slogan di quei particolari primati (homines politici od homines sapientes?), che intendono far politica obbedendo alla sola legge della giungla. Al concetto di un primato della politica sulla giustizia è favorevole sicuramente l'onorata società, quella per intenderci meglio degli uomini di onore, (anch'essi onorevoli?), che da tale primato si aspetta cospicui favori. L'impunibilità dei politici è lo strumento che metterebbe finalmente da parte l'ultima remora al sistema di corresponsabilità tra mafia e politica nell'espropriazione del territorio da parte delle organizzazioni malavitose  a danno delle istituzioni statali.  Evidentemente abbiamo bisogno di intitolare ancora opere faraoniche alla memoria di magistrati affetti da insano protagonismo. Che alcuni pervertiti mentali abbiano alla fine  costretto onesti padri di famiglia ad epurarli con qualche carica di tritolo rientra nella normalità della pace sociale. Che diamine occorre pur convivere con l'onorata società!

 
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Post N° 3

Post n°3 pubblicato il 06 Febbraio 2005 da lukasky

Il  sentimento della gente comune di disprezzo, diffidenza e contrarietà per la politica mi fa disperare per un futuro dignitoso di crescita civile e morale del nostro paese.  Confondere la politica con i politicanti è il sistema migliore per rafforzare la soggezione del paese dalla élite di governo, rendendo sempre più coeso il dominio della classe politica. D'altra parte è proprio consolidando la solidarietà di interessi trasversali di quella classe che si finisce per rendere irreversibile il processo che comporta che essa si affermi sempre più come la razza padrona a cui soggiace il resto della società civile.

 
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Post N° 1

Post n°1 pubblicato il 22 Novembre 2004 da lukasky

Perchè "glog"? Per un motivo di assonanza con il neologismpo di "Blog" ed  anche perchè il suono di "glog"  evoca il rumore di uno scarico  che inghiotte l'acqua sporca, e per associazione di suoni,  l'operazione ingrata a cui è costretta l'epiglottide di ogni comune cittadino.

"Signorsì", perchè è questa  l'unica espressione consentita a chi non partecipa al sottogoverno dei  poteri forti, e che di conseguenza non ha alcuna possibilità alternativa  di influenza sulla vita sociale.

Infatti è diffusa la convinzione che tutto sommato è meglio per noi e i nostri familiari farci gli affari propri, avendo da tale comportamento  tutto da guadagnare e niente da perdere.

Che senso hanno allora  considerazioni e riflessioni?  Forse nessuno, ma  siamo masochisti e ci piace all'occasione riflettere su alcuni spunti per rendere più aspro il  nostro senso di colpa nel condolerci della nostra impotenza.

 
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