Creato da trixty il 30/08/2011

Così è (se vi pare)

La Recherche

 

 

« La famigliaLa fugacità del tempo »

Il disprezzo dei piaceri: la nostra felicità

Post n°18 pubblicato il 23 Novembre 2011 da trixty
 

 

 

 

 

 

La nostra felicità può essere anche definita altrimenti, nel senso che lo stesso concetto può essere espresso con parole diverse.(…) E, quindi, sarà lo stesso se dirò: "Il sommo bene è l'animo che disprezza i doni della fortuna e si compiace della virtù" oppure: "È un'indomita forza d'animo, esperta delle cose, serena nell'azione, dotata di grande umanità e sollecitudine nei riguardi degli altri". Ma si può definire ancora dicendo felice quell'uomo per il quale il bene e il male non sono se non un animo buono o un animo cattivo, che pratica l'onestà, che si compiace della virtù, che non si lascia esaltare né abbattere dagli eventi fortuiti, che non conosce altro bene più grande di quello che lui stesso è in grado di procurarsi, per cui il piacere più vero sarà il disprezzo dei piaceri.

E se vuoi dilungarti, si può ancora presentare lo stesso concetto sotto vari e diversi aspetti, lasciandone intatto il valore; che cosa, infatti, ci vieta di dire che la felicità consiste in un animo libero, elevato, intrepido, saldo, che lascia fuori di sé timore e bramosia, che considera unico bene l'onestà e unico male la turpitudine e tutto il resto un vile coacervo di cose che non tolgono né aggiungono nulla a una vita felice e che possono venire o andarsene senza accrescere o diminuire il sommo bene?

.

 

f

.

 

A un comportamento così saldo, si voglia o no, seguirà una ininterrotta serenità e una profonda letizia che nasce dall'intimo, perché si rallegra di quel che ha e non desidera nulla di più di quanto le è proprio. Ebbene, tutto questo non ripaga ampiamente i meschini, futili, effimeri moti del nostro fragile corpo?

Il giorno in cui si sarà schiavi del piacere lo si sarà anche del dolore; e tu vedi a quale spietata e funesta schiavitù dovrà soggiacere colui che sarà posseduto alternativamente dai piaceri e dai dolori, i più capricciosi e dispotici dei padroni; quindi bisogna trovare un varco verso la libertà.

E nessun'altra cosa può darcela se non l'indifferenza nei riguardi della sorte: allora nascerà quel bene inestimabile, la pace della mente che si sente al sicuro, e l'elevazione spirituale, e, una volta scacciati i timori, dalla conoscenza del vero una gioia grande e immutabile e l'amabilità e la disponibilità dell'animo, che di queste cose godrà non in quanto beni, ma in quanto nate da un bene che è suo proprio.

 

Seneca, De vita beata, (I sec. d. C.)

La URL per il Trackback di questo messaggio è:
https://blog.libero.it/jhdgjgdjty/trackback.php?msg=10829965

I blog che hanno inviato un Trackback a questo messaggio:
Nessun trackback

 
Commenti al Post:
lorifu
lorifu il 23/11/11 alle 17:37 via WEB
Il possesso, le passioni rendono l’uomo schiavo e vulnerabile. L’amore, con tutte le sue variabili, passione, gelosia, gioia, tormento può generare felicità ma la felicità non è che un momento, una minima frazione di tempo spesso pagata dalla sofferenza e l’insoddisfazione. L’indifferenza dovrebbe mantenere l’animo saldo, al riparo da ogni moto eccessivo dell’anima ma chi è capace di rinunciare alla felicità anche con la consapevolezza della sua fugacia anestetizzando i sentimenti? Ciao, loretta
 
 
trixty
trixty il 23/11/11 alle 18:04 via WEB
Fondamentale a tal fine è non confondere l'amore con la sua variabile soltanto, ad esempio la passione. Non si tratta veramente di indifferenza, ma di trascendenza (termine che preferisco rispetto all'ambiguo -superiorità-) ovvero "io so cosa mi porta al bene, alla virtù e so quali sono i pericoli che si celano a fianco ad essa". Ovviamente per coloro che ambiscono alla virtù, è un anelito, un tendere verso.Ciao :-)
 
pensiero_bianco
pensiero_bianco il 23/11/11 alle 22:31 via WEB
ogni volta che leggo felicità,penso ad una battuta del film "la ricerca della felicità"..Fu in quel momento che cominciai a pensare a Thomas Jefferson e alla Dichiarazione di Indipendenza, quando parla del nostro diritto "alla felicità, libertà",... "e ricerca della felicità". E ricordo d'aver pensato: "Come sapeva di dover usare la parola Ricerca"? Perché la felicità è qualcosa che possiamo solo inseguire... e che forse non riusciremo mai a raggiungere,... qualunque cosa facciamo. Come faceva a saperlo?" .. e come citava Mario Venuti in un suo testo, La felicità si racconta sempre male Per chi non ha parole Si consuma mentre se ne va ... (secondo me al di là dell'uomo e delle sue percezioni o sensazioni,azioni positive o negative,modo di essere o altro,è un dono fatto di istanti che la vita ci riserva delle volte).buonanotte :).
 
 
trixty
trixty il 27/11/11 alle 19:23 via WEB
Quanto mi affascina la Dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti, per il fatto che elenca i tre diritti inalienabili dell’uomo: la tutela della vita, della libertà e la ricerca della felicità. Da secoli l’uomo ha fatto “esperienza” che la felicità è il bene o uno dei beni spremi verso cui l’uomo tende ed insegue durante tutta la sua esistenza L’essere umano ha capito, da secoli, che appena l’afferri essa ti sfugge, alcune volte dura di più altre volte credi sia felicità invece ti reca dolore. Concordo con te che a volte la felicità sia un dono, ma molte altre va perseguita con la ragione.
 
gioia58_r
gioia58_r il 24/11/11 alle 08:52 via WEB
buongiorno ..nonpenso che la felicità possa essere data da qualcosa di economico, certo i soldi non danno la felicità, e lo stesso il potere, ma aiutano a tirare avanti. Preferisco essere serena con quel poco che ho, DI quel poco che ho..
 
 
trixty
trixty il 27/11/11 alle 21:54 via WEB
«Tutti vogliono vivere felici, ma nel veder chiaro cos’è che renda la vita felice sono ottenebrati. Nel senso che molti credono che siano i beni materiali a darci la felicità, invece sono le qualità morali ed interiori a renderci virtuoso e quindi felici.
 
acetosella5
acetosella5 il 24/11/11 alle 09:50 via WEB
Non è invecchiato niente di quanto è scritto sopra. E' solo passato di moda, basterbbe ricominciare a pensarci, alla felicità in questi termini..
 
 
trixty
trixty il 27/11/11 alle 18:18 via WEB
L’uomo è sempre quello, la nostra cultura e formazione è di stampo occidentale, deriva dalla grande tradizione classica greco-romana dove tutto è già stato detto e analizzato. Per questo posto questi brani, perché sono di un’attualità ed un’urgenza disarmante. Da un lato però è molto triste, perché nonostante tutto l’uomo non ha imparato nulla.
 
Lolablu7
Lolablu7 il 25/11/11 alle 00:26 via WEB
Non il piacere,ma la virtù genera felicità. In realtà è vero!Lo stato di appagamento interiore provoca felicità e noi siamo appagati quando ci sentiamo a posto con la nostra coscienza. Pertanto è da condividere il principio che la felicità coincide con la virtù.! « Beatus nemo dici potest extra veritatem proiectus »(Seneca).Ma possiamo anche condividere il principio che la vera felicità risiede nel non aver bisogno di felicità,che non è contraddittorio,ma rafforzativo del concetto già enunciato.Sulla felicità si può dissertare a lungo. Seneca era un grande al quale attingere,ma spingere gli esseri umani verso l’apatheia, togliere loro quei frammenti effimeri di felicità fatti di emozioni che derivano dai piccoli piaceri della vita mi sembra ingiusto;non siamo tutti Seneca!Un abbraccio affettuoso,Grazia:-))
 
 
trixty
trixty il 27/11/11 alle 18:15 via WEB
Nessuno può dirsi felice se sta fuori dalla felicità. Ma cos’è la verità? Per Seneca, la verità coincide con la felicità. Essere felici significa vivere secondo natura, e per l’uomo, essendo dotato di ragione, vivere secondo natura diventa conseguentemente vivere secondo ragione. Hai ragione Grazia, lo stesso Seneca dice che il vero saggio è più un ideale a cui mirare che non un uomo esistente: "è talmente raro da essere paragonabile alla fenice, che nasce una volta ogni cinquecento anni." Un saluto affettuoso a te :-)
 
 
trixty
trixty il 27/11/11 alle 19:53 via WEB
Seneca predica la "apatia" che non è l'apatia come la intendiamo noi, al giorno d'oggi, ma il filosofo intende l'apatia l'assenza di passioni che turbano l'animo del sapiente.
 
   
Lolablu7
Lolablu7 il 28/11/11 alle 21:34 via WEB
Guai se così fosse!La nostra apatia spesso è indolenza.L'apatia di Seneca è imperturbabilità dinanzi al dolore,traguardo elevato e non per tutti.Tutto riporta al suo concetto di felicità.:-)
 
gioia58_r
gioia58_r il 25/11/11 alle 12:08 via WEB
hanno appena suonato le dimostratici del Folletto...con sti chiari di luna??mha..buon fine settimana
 
 
trixty
trixty il 27/11/11 alle 18:19 via WEB
Da me non sono mai passate: che fortuna!
 
MARIONeDAMIEL
MARIONeDAMIEL il 25/11/11 alle 22:11 via WEB
Altissimi questi scritti, li insegnassero a scuola...
In genere l'eccessiva emotività come elemento perturbatore della vita forse potrebbe derivare dai concetti espressi dal nostro, ma la saldezza e la forza d'animo da dove le trai? :)
 
 
trixty
trixty il 27/11/11 alle 21:45 via WEB
Nelle scuole dove insegnano letteratura latina o filosofia dovrebbero insegnarli. Bella domanda la tua. L’emotività è quella che ci frega. Seneca direbbe che la saldezza d’animo va ricercata nella volontà e nell’interiorità di ognuno. Infatti sostiene: Pur non potendo cambiare la quasi totalità delle cose che ci circondano; però possiamo cambiare il nostro animo: se noi volessimo, potremmo sopportare con coraggio tutto ciò che ci capita. La volontà del bene prorompe dalle profondità dell'anima e occorre un assiduo lavoro perché essa si tramuti in buona intenzione. la volontà, unitamente alla scienza del bene, è posta all'origine dello sforzo di perfezionamento morale e del cammino verso la felicità. Quale premio per questa impresa la virtù ci promette privilegi immensi,: nessuna costrizione, nessun bisogno, libertà totale, assoluta, sicurezza, inviolabilità; non tenteremo nulla che non sia realizzabile, niente ci sarà impedito, né potrà accaderci alcunché che non sia conforme al nostro pensiero, niente di avverso, niente d’imprevisto né contro la nostra volontà. La virtù infatti basta per essere felici, è autosufficiente.
 
   
MARIONeDAMIEL
MARIONeDAMIEL il 27/11/11 alle 23:20 via WEB
Se noi volessimo... Seneca, come si fa a vivere senza aver letto Seneca? lo amo di già :)
Seneca per sua fortuna non conosceva la psichiatria moderna, la quale a sua volta sostiene che il dolore (quando ci capita) è lì, posizionato in qualche parte del nostro cervello e niente può rimuoverlo (solo il tempo può attenuarlo). Peraltro quel dolore dipende dai livelli di certe sostanze presenti nel cervello, che si abbassano e hanno trovato i farmaci che fanno rialzare i livelli, anche di molto... e tu non senti più dolore; tendono molto a curare le depressioni con i farmaci, al giorno d'oggi. Io non sono molto d'accordo anche se penso se si può stare meglio perchè non farlo? in fondo è scienza... però se fossimo tutti allenati fin da piccoli alla virtù saremmo più forti, e anche la società lo sarebbe... utopie? mah... intanto , notte :)
 
     
trixty
trixty il 27/11/11 alle 23:36 via WEB
è molto bello quello che mi scrivi :) Nella tua letterina a Babbo Natale chiedi un libricino di Seneca se ti piace. Interessante quello che mi dici a proposito del dolore. Se è lì posizionato per sempre nel nostro cervello son messa bene: dovrò avere sette vite come i gatti per attenuarlo :-)) Rido, perchè tanto cosa ci vuoi fare... Io sono convinta che in certi casi i farmaci siano indispensabili, perchè alcuni dolori sono atroci da sopportare. Molti medici invece ne abusano. So di certi che li usano addirittura a sproposito. è bene sapere che in natura esistono le endorfine: è una morfina naturale, basta farsi una passeggiata di mezz'ora ogni giorno e ci si rafforza, si sta meglio. Quando persi in pochi mesi mia mamma, le letture di Seneca ed altri classici antichi mi tornarono molto utili (come dici tu appunto) e furono una -presa di coscienza della situazione- senza pari. Le società? Io farei sostenere un esame a tutti coloro che si candidano per il Parlamento, all'interno del quale senza una cultura di qualità non si entra. 'Notte anche a te :-)
 
J_SEE_YOU
J_SEE_YOU il 26/11/11 alle 11:59 via WEB
...ho paura della felicità,perchè ammettere che esista,vuol dire accettare anche il suo contrario...quando mi capita,faccio finta di nulla. :)
 
 
trixty
trixty il 27/11/11 alle 21:11 via WEB
Io non ne ho paura, ma faccio finta di niente anch'io. Se mi succede che mi "fermo" a pensarci, o la prendo cme un dono oppure ogni altra considerazione è superflua, inutile quindi dannosa. :-)
 
m.a.r.y.s.e
m.a.r.y.s.e il 26/11/11 alle 12:46 via WEB
Bonjour, mi piace molto: "Il giorno in cui si sarà schiavi del piacere lo si sarà anche del dolore" perchè è chiaro che sono facce di una stessa medaglia che a mio avviso potrebbe essere la vita. Quindi se non si è schiavi de,,'uno no si è succubi dell'altro ma equivarrebbe a non vivere, ad essere indifferenti alla vita. (ça va ?)
 
 
trixty
trixty il 27/11/11 alle 21:05 via WEB
Si perché i piaceri non portano alla felicità ma ci conducono diritti verso il dolore. “In mezzo agli stessi piaceri nascono le cause del dolore.” Afferma ancora Seneca. Le angosce e le lotte degli uomini, le illusioni di felicità (e quindi l'infelicità) e tutti i mali derivanti dalla valutazione sbagliata che noi diamo delle cose, non rientrano mai nella Virtù, nella cui sfera si trova invece la vera e autentica felicità.
 
Gli Ospiti sono gli utenti non iscritti alla Community di Libero.