Luoghi
Post n°137 pubblicato il 19 Febbraio 2005 da john.keating
« A me piace dimenticare, perché quando uno arriva in un posto nuovo osserva i minimi particolari, come il cielo, il colore delle case, il modo di camminare della gente, le maniglie delle porte: tutto insomma. Poi il luogo diventa familiare e non si notano più i particolari. Sono molto legato a questo passo, riesce ad emozionarmi ogni volta, da anni. Esso rivela però anche una sorta di paradosso circa la conoscenza e la consapevolezza del significato dei luoghi. Dall’altra, l’esser se stessi in un luogo, l’appartenervi, sembra postulare la dimenticanza, la messa tra parentesi di questi stessi significati, quasi che esser se stessi sia innanzitutto e perlopiù dimenticarsi di se stessi. « La realtà geografica esige una adesione così totale del soggetto, attraverso la sua vita affettiva, il suo corpo, le sue abitudini, che gli capita di dimenticarla, come può dimenticare la sua vita organica. Eppure questa vita continua, nascosta e pronta a risvegliarsi. L’allontanamento, l’esilio, l’invasione, fanno uscire l’ambiente dall’oblio e lo fanno apparire come privazione, come sofferenza o come tenerezza. » E tuttavia, il paradosso è soltanto apparente. Ed ancora una volta, sono i poeti a dimostrarcelo. Quando un poeta canta la sua terra, la sua casa, racconta con parole nuove – o parole rese nuove – una condizione abituale, scatuisce un senso di intimità, di raccoglimento, che sfocia nella commozione. Ed è ancora, quella dei poeti, e degli artisti, la profonda pietas dell’interrogare ciò che usualmente vien fatto tacere, per raccontarci e renderci consapevoli del prezioso tesoro del nostro stare e di ciò che lo rende possibile.
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Inviato da: pal_jazz
il 05/07/2006 alle 15:28
Inviato da: john.keating
il 19/05/2006 alle 17:40
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il 07/10/2005 alle 01:49
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il 06/10/2005 alle 20:33