
Dopo aver rischiato la scomunica con l’ormai remoto post su Opus dei e Codice da Vinci, ritorno sul luogo del delitto dopo aver visto il film incriminato. Al termine di un’attesa di oltre un’ora (a causa del sovraffollamento e delle prenotazioni degli aficionados del multisala, ormai più rompicoglioni di un vecchio loggionista triestino), eccomi finalmente in quinta fila, a pochi passi dallo schermo gigante, pronto a gustarmi il capolavoro tanto atteso. Il fotografo di un giornale locale, probabilmente “L’Eco della Savana”, scatta foto del folto pubblico. Io e Duffo iniziamo a pregare e a chiedere perdono per i nostri peccati, intonando l’Atto di dolore. Mondati dai nostri peccati, ci rilassiamo. Parte er Firm. Un’eternità e mezza dopo, Er Firm finisce. Luci in sala. Fuga dall’uscita di sicurezza (nei multisala è ormai abitudine consolidata quella di farti sloggiare al termine della proiezione come un mendicante al passaggio del Re di Francia).
Cosa è successo nel frattempo? È successo che il regista Ron Howard, alias Richie Cunningham, è stato sostituito dal misterioso fratello Chuck (vi ricordate che nelle primissime serie di Happy Days appariva di sfuggita un fantomatico terzo fratello Cunningham, più grande, il cui nome, Chuck, veniva storpiato in Ciuk?). Ecco, Ciuk, che di cinema non ne capisce un cazzo, sostituisce Ron Howard, che di cinema qualcosina ne capiva. E gira un filmaccio che fa lo stesso effetto di quando qualcuno che non sa raccontare una storia inizia a tediarti con il resoconto di qualche aneddoto insensato. La storia del Codice Da Vinci c’è tutta (nel bene e nel male). Solo che è buttata su come una dentiera piantata con lo sparachiodi nella bocca di un redneck. Cioè il film è girato un po’ di merda. Alcune cose, però, valgono la visione. In primis l’apparizione di una suora nana, interpretata da Tina Pica ricreata digitalmente, che viene mazzolata a morte dal killer. E poi Ian McKellan, il caro Gandalf, che mena fendenti a volontà con le stampelle, proprio come nel Signore degli anelli. E lo stesso Angelo della morte, l’albino Silas, che si pianta il cilicio nella coscia (anche se quando si flagella non vale il mitico frate ciccione e frocione del Nome della rosa). Per il resto, l’Opus Dei fa la figura da Opus Dei, il Vaticano fa la figura da Vaticano. Alcuni flashback sembrano uscire da SPQR dei Vanzina o da un remake ebete di Cabiria. Jean Reno e Audrey Tatou parlano con l’accento francese di Clouseau, il Louvre è sempre il louvre. Tom Hanks sfoggia un taglio che prevede la rasatura delle basette fino a metà cranio e sembra francamente un po’ bolso. La scena più bella è quando Ian McKellan racconta la vera storia di Cristo. E se in un film la scena più bella è quella in cui un anziano gentiluomo inglese spiritato e vestito di tweed parla, c’è qualcosa che non va. Comunque sarà un successo. Meglio questo che il film a cartoni animati su Padre Pio. Alla fine l’unica cosa buona è che mi è venuta voglia di leggere i vangeli apocrifi.
Inviato da: lottergs
il 25/03/2009 alle 00:50
Inviato da: b.raf
il 23/01/2008 alle 11:30
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il 23/12/2007 alle 01:27
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il 31/01/2007 alle 14:50
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il 05/01/2007 alle 10:57