
Quando avevo quindici anni e mi inondavo le orecchie di metallo fuso e iperamplificato il mio gruppo preferito erano i Voivod. In mezzo a tonnellate di merda sonora che solo a un adolescente tamarro degli anni ottanta poteva sembrare davvero cool (al tempo si diceva semplicemente figa), i Voivod sono tra i pochi a resistere alle ingiurie del tempo. Perché non c’è niente di più spietato e crudele che accendere il giradischi (quella strana apparecchiatura rotante e gracchiante ormai in via di estinzione) e vedere se, dopo quasi vent’anni, i suoni che escono dalle casse tra sibili, crepitii e salti di puntina suonano irrimediabilmente fuori tempo massimo oppure se resistono come totem piantati nel deserto postnucleare. Ecco, quando riascolto due dischi come Dimension Hatross e Nothingface (anni 1988 e 1989 dall’inizio dell’era volgare) l’impressione è che il tempo non sia passato. Semplicemente i suoni e la musica di queste due opere sono fuori da ogni connotazione cronologica precisa. Gli accordi in minore e le accordature schizoidi della chitarra di Piggy e la voce dissonante e declamatoria di Snake vengono proiettate su pianeti lontani dal bombardamento ritmico del basso di Blacky e dai controtempi di Away, una specie di nuovo barbaro evoluto e matematico con un metronomo al carbonio nel cervello, creato per percepire pulsazioni di tempi cosmici. I Voivod, quattro canadesi che dietro i soprannomi minacciosi e strampalati nascondevano dei nomi buffi e fuori tempo da francesi del ‘700, come Jean-Yves e Denis, erano arrivati a questi capolavori dopo alcuni dischi di thrash metal furibondo e violentissimo (War and Pain e Rrrroooaaarrrr) e dopo un opera di thrash evoluto dedicata ai contraccolpi dell’evoluzione scientifica (Killing Technology). Poi, nel 1988, lo shock. I Voivod suonano metal come lo avrebbero potuto suonare dei gruppi di progressive inglese, tipo primi Pink Floyd o King Crimson. Melodie complesse, cambi di ritmo imprevedibili, aperture vagamente jazzate su un fondo di pischedelia acida. Il tutto ovviamente senza perdere di vista le accelerazioni e l’impatto sonico del metal anni ottanta. Il concept di Dimension Hatross, pietra miliare di cui possiedo la maglietta (che ormai mi può andar bene solo su un braccio, suppongo) parla di un futuro di dittature spaziali e protesi cerebrali, a metà tra Dick e il Cyberpunk che in quegli anni stava nascendo. Space Metal psichedelico e progressivo, con inserti rumoristici e derive psicotrope di chiara derivazione kraut rock. Un oggetto non identificato che ancora oggi sembra venire dal futuro. Il disco successivo, Nothingface, è ancora più raffinato. La cover di Astronomy Domine, Fluido Rosa era Syd Barrett (a proposito, r.i.p. diamante pazzo), dice già tutto, mentre The Unknown Konws, la title track, X Ray Mirrors sono inni di krautismo metallico quasi orecchiabile. Non c’è forse il senso di novità di Dimension Hatross (e di canzoni come Chaosmongers, Tribal Convictions o Technocratic Manipulators), ma parliamo di un’altra pietra miliare assoluta della musica elettrica del ventesimo secolo. Poi sono venuti dischi di livello sempre alto (Phobos, tra gli altri), l’ingresso di Jason Newsted al posto di Blacky, contaminazioni elettroniche più spinte (i mix di Kronik). Fino a questo Katorz, che chiude un’era. Il genio musicale dei Voivod, il grande Denis D’amour, alias Piggy, non è più tra noi, rapito dal vuoto cosmico. Katorz è costruito sui riff, come sempre geniali e taglienti, contenuti nel suo computer, e potrebbe essere l’ultima opera della band canadese. Ma in fondo non può essere un problema per chi il tempo lo ha già sconfitto tanti anni fa, creando una musica che segue le pulsazioni intermittenti dei circuiti cerebrali e l’eternità delle nebulose.
Inviato da: lottergs
il 25/03/2009 alle 00:50
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il 23/01/2008 alle 11:30
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il 23/12/2007 alle 01:27
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il 31/01/2007 alle 14:50
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il 05/01/2007 alle 10:57