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Nickname: luz1969
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Età: 56 Prov: RM |
C’è un principio di magia fra gli ostacoli del cuore
Che si attacca volentieri fra una sera che non muore
E una notte da scartare come un pacco di natale
C’è un principio di ironia nel tenere coccolati i pensieri più segreti
E trovarli già svelati e a parlare ero io
Sono io che gli ho prestati
Quante cose che non sai di me
Quante cose che non puoi sapere
Quante cose da buttare nel viaggio insieme
C’è un principio di allegria fra gli ostacoli del cuore
Che mi voglio meritare anche mentre guardo il mare
Mentre lascio naufragare un ridicolo pensiero
Quante cose che non sai di me
Quante cose che non puoi sapere
Quante cose da buttare nel viaggio insieme
Quante cose che non sai di me
Quante cose devi meritare
Quante cose da buttare nel viaggio insieme
C’è un principio di energia che mi spinge a dondolare
Fra il mio dire e il mio fare
E sentire fa rumore
Fa rumore camminare fra gli ostacoli del cuore
Quante cose che non sai di me
Quante cose che non puoi sapere
Quante cose da buttare nel viaggio insieme
Quante cose che non sai di me
Quante cose che non vuoi sapere
Quante cose da buttare nel viaggio insieme
"Il tango ha la tristezza dei crepuscoli di Buenos Aires. Chi lo canta non ha mai fretta di finire, come se temesse una conclusione drammatica. Chi lo balla ne interpreta la languida malinconia. Chi lo suona trasforma in musica un repertorio caotico di sentimenti, solitudine, odio, burla, rancore, vendetta, desiderio, timore, ira, godimento sessuale, intrigo, felicità, vicissitudini di quartieri porteni, barrios, talvolta miserabili e malfamati."
"In ogni abbraccio c'è un racconto.
Ci sono le parole che non si ha avuto il coraggio di dire, e altre che non si vorrebbe mai dire".
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Post N° 36
Post n°36 pubblicato il 30 Settembre 2005 da luz1969
Ieri ho ricevuto un solo regalo ma il più grande che potessi ricevere: un libro... "Il piccolo principe"...accompagnato da un mazzo di fiori....Durante il viaggio in aereo e mentre aspettavo un mazzo di chiavi, che mai arrivavano e che mi avrebbero riportato nel Bunker, mi sono immerso nella lettura (intervallata da qualche SMS) finendolo quasi.....Mi sono rimasti impressi i 43 tramonti e mi hanno fatto ricordare un racconto di Tomas Saulius Kondrotas: Il collezionista....Ne riporto una parte , è un pò lungo ma chi ne ha voglia lo puo far suo. (…)Una mattina, dopo aver dato la prima colazione al mio amico, sedevo e sfogliavo le pagine degli annunci di un quotidiano. Tra le svariate notiziole che m’informavano sulla vendita d’un pentolone nero, del portapacchi d’un motociclo, d’una camera da letto o del fatto che si comprerebbe volentieri un box metallico e un passeggino per bambini, ne capitò una sulla quale dapprima lasciai scivolare gli occhi ma poi vi ritornai sopra e lessi con maggiore attenzione, perché mi pareva contenere un errore di stampa. L’annuncio suonava così: Vendesi collezione. Tramonti. Rivolgersi a.... fino alle 19 (…)Trovai subito la casa. Era una costruzione in legno con profonde fondamenta, più o meno ad altezza d’uomo, murata con grosse pietre. Si vedeva che era un vecchio edificio perché nelle crepe della malta crescevano già erbette e muschi. Nella via c’era un camion in sosta e l’intero tratto tra l’automezzo e la casa era ricoperto con fogli di giornali e vecchie riviste sparpagliate a terra. Quattro uomini con tute grigio scuro si sforzavano di far passare dalla porta un grosso armadio. Li guidava un tizio alto e biondo, più o meno sulla trentina. A furia di gesticolare con le mani, gli svolazzavano i baveri della giacchetta abbottonata. L’uomo sorrideva e scherzava coi facchini. Rimasi lì per qualche minuto osservando il gruppo finché il tipo con la giacca mi vide. Si fece vicino e chiese: - Lei cerca Grikonis ? Io restai interdetto. Non sapevo cosa rispondere perché in verità non conoscevo nessun Grikonis e nemmeno si poteva dire che cercassi davvero qualcuno. L’uomo penetrante e indagatore notò la mia confusione. Macchinalmente infilai la mano nel taschino, estrassi il pezzetto di giornale e glielo mostrai. Gli dette un rapido sguardo e di nuovo mi fissò. - Aah. Ciò significa che lei é di quelli... Io non avevo la più pallida idea di chi fossero ‘quelli’. - Per parlare francamente, no - dissi. Ma lui non prestò attenzione alle mie parole e a quanto pare anche dopo mi considerò come uno di ‘quelli’: - E’ morto una settimana fa. Probabilmente sentiva che sarebbe morto presto e si é affrettato a vendere. Io sono suo figlio - mi tese la mano e io la strinsi. - Ho deciso di vendere la casa e tutti i mobili. Vede, - e mosse la mano verso I facchini - portiamo tutto fuori. Mi prese per il braccio. - Entriamo. Le farò vedere dov’è sistemata.(…) (…)- Eccoli. Devo dire che quel che allora vidi mi deluse. Senza, in coscienza, aspettarmi nulla, eppure nel profondo del cuore speravo di vedere qualcosa d’interessante. Si, una collezione, fosse pure di etichette, di fiammiferi o di spillini. Ma ciò che era ammonticchiato in quella camera da lontano non ricordava affatto una collezione. C’erano cumuli di scatolette di latta della marmellata, storte e arrugginite, vecchi pacchetti di cartone per surrogato di caffè pieni di macchie, bottigline di vetro nero (su una lessi ‘Inchiostro Pingvin’) e barattoli di vetro ricoperti con carta adesiva scura. Alcuni avevano certe etichette, altri non recavano niente o delle tracce di colla sbruciacchiate a indicare che anche lì c’erano state le etichette. - Eccoli - ripeté quell’uomo, ritto dietro la mia schiena, guardando la camera oltre le mie spalle. - Cosa ? - I tramonti (…) (…)- All’inizio collezionava aurore, ma poi, chissà come e perché, s’interessò ai tramonti. (…)Dopo un’ora rimasi da solo nel mio appartamento, sovrastato da pezzi di metallo, stracci e barattoli di vetro; bestemmiavo sottovoce e non avevo la minima idea di come utilizzare quel tesoro cadutomi, é il caso di dirlo, dal cielo. Afferrai una di quelle scatolette di latta, la rigirai nelle mani e la gettai di nuovo nel mucchio. Sull’etichetta, a lettere rotonde, uguali e quasi infantili, lessi: ‘Zagare, 1946, Primavera ’. Sollevai la scatoletta e l’agitai. A un tratto mi parve che qualcosa risuonasse all’interno, ma dopo averla agitata ancora per un po', non udii più nulla. Una semplice latta vuota. Mi sorpresi nello specchio con quella scatoletta all’orecchio. Avevo l’aria di un imbecille. Ebbi un sospiro, mi procurai un coltellino, aprii la latta e balzai all’indietro. La stanza fu invasa da una cortina di luce argentea. Le altre cose svanirono. Vidi davanti a me la linea azzurra del cielo e il sole che tramontava. Un luogo straniero, del tutto sconosciuto, illuminato da raggi rossi e color del bronzo. Similmente si riflette la fiamma della stufa sulle stoviglie d’argento. Alcune nuvole di porcellana giallastra, appena visibili all’orizzonte, il disco cremisi del sole nel fondo del cielo. Il cielo, in alto verde com’erba appena spuntata, un po' più in basso color della pera che marcisce, in un gioco di barbagli come i lampi di luce sul bicchiere di cristallo pieno di tè. L’aria pura e tersa, ma avviluppata da una stanchezza appena percettibile. Appena appena. Ecco che il tramonto c’era davvero. Non durò molto, solo qualche minuto finché il sole scomparve. Aprii la latta e la gettai a terra. Rimasi stordito per un po', come chi riprende a fumare dopo tanto tempo. Mezz’ora più tardi, svanita la vertigine, passai in rassegna tutte le altre etichette. Su tutte c’era la data, il nome del luogo e la stagione. Nient’altro. Ne trovai alcune degli anni prima della guerra, tre o quattro degli anni della guerra, ma la maggior parte erano degli ultimi vent’anni. Ricomposi tutto con ordine quanto meglio potei e uscii di casa. Avevo bisogno di camminare e di riflettere con calma. Riuscii a passare tutte le scatolette nell’arco di un mese, ma non più di dieci al giorno. La testa mi girava, avevo perso la percezione di chi ero e di dove ero. Dieci era il limite che più di una volta non fui capace di superare. Molto più tardi mi imposi una regola: non aprire più di tre scatole nello stesso giorno. Ma ciò avvenne molto tempo dopo. Allora invece io ero come un folle. "Come quell’uomo che nel deserto era quasi morto dalla sete e ora beve credendo che l’acqua non finirà mai."(…) |


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