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Da il fatto quotidiano di Marco Travaglio

Post n°39 pubblicato il 12 Ottobre 2010 da marcobe65

Ad nanum - Un allegro squadrone di linguisti e glottologi è asserragliato nelle segrete di Palazzo Grazioli e nelle redazioni di tg e quotidiani per trovare vocaboli e slogan accettabili da appiccicare alla prossima legge ad nanum che cancellerà i processi a B. Non son bastate le soavi espressioni “processo breve” (cioè morto) e “legittimo impedimento” (cioè illegittimo) a convincere gli italiani che la maggioranza non sta lavorando per Lui, ma per noi. Dunque il sempre disponibile Michele Vietti, vicepresidente del Csm, per indorare la pillola del lodo Alfano costituzionale che farebbe del nostro l’unico paese occidentale dove il premier ha l’autorizzazione a delinquere, ha coniato lo stilnovistico “mettere in sicurezza il presidente del Consiglio”. Come se il premier fosse una fognatura da coibentare contro la fuoruscita di liquami puteolenti o un capannone industriale da mettere a norma con gl’impianti elettrici e antinfortunistici secondo la 626. L’espressione è subito piaciuta ai pompieri della sera: ieri il Corriere parlava di “mettere in sicurezza i processi del premier”. Purtroppo, secondo tutti i dizionari, un conto è mettere in sicurezza qualcosa, un altro è cancellarlo. Ma l’importante è fregare la gente. I finiani hanno già detto che il superlodo lo voteranno. Ma, siccome si impancano a paladini della legalità – cioè della legge uguale per tutti –, sono un po’ imbarazzati nel sostenere una legge che rende uno, il solito, più uguale degli altri. Così Maurizio Saia, che li rappresenta in commissione Giustizia del Senato, annuncia “un sì, ma senza enfasi”. Avevano anche pensato di votare sì fischiettando l’Inno di Mameli, o facendo il muso lungo, o con un dito solo, o con una benda sugli occhi, o coi capelli spettinati, o “contestualizzando” secondo i dettami di mons. Fisichella, o a loro insaputa secondo l’uso di casa Scajola, o saltellando su una gamba, o indossando un berretto da Pulcinella, o con una mano davanti e l’altra dietro (il popolo di Internet si sta scatenando in un’ampia gamma di varianti possibili). Ma alla fine è prevalso il “sì senza enfasi”. Quando accadrà, sarà un grande spettacolo. Del resto, secondo alcuni finiani, B. deve “governare senza condizionamenti giudiziari”. Ora i processi si chiamano così: “Condizionamenti giudiziari”. Si spera che lo zio della povera Sarah non lo venga a sapere, altrimenti potrebbe chiedere di poter molestare e ammazzare il resto della famiglia “senza condizionamenti giudiziari”. Che qualcuno insomma lo “metta in sicurezza”. Casomai il lodo non arrivasse in tempo, comunque, La Stampa informa che “si ipotizza di inserire nel ddl anti-corruzione un capitoletto dedicato alla prescrizione”, per accorciarla ancora un po’ e ammazzare (anzi mettere in sicurezza) il processo Mills e tutti gli altri processi per corruzione. Ma senza cambiare nome alla legge anti-corruzione: chiamarla pro-corruzione pare brutto, poi la gente capisce. In alternativa, rivela il Pompiere, si opterà per un “processo breve a impatto minimo”: nel senso che cancella solo i processi a B. L’obiettivo, sostiene La Stampa, è “arginare il processo Mills”: finora nel lessico giuridico i processi si istruivano e si celebravano. Ora invece si “arginano”, manco fossero alluvioni, frane, slavine, valanghe, tsunami, insomma calamità naturali. Del resto la legge del cosiddetto “processo breve” che estingue i processi dopo 6 anni e mezzo (cioè, statisticamente, tutti i processi, che in Italia durano in media 7-8 anni) si intitola “Misure per la tutela del cittadino contro la durata indeterminata dei processi”.

 

Prima o poi bisognerà, con l’aiuto dei linguisti di scuola arcoriana, riformulare il Codice penale articolo per articolo. Rapina a mano armata? No, “Prelievo bancario breve”. Corruzione? “Legittimo emolumento”. Furto con scasso? “Donazione non consenziente con lieve forzatura dei serramenti”. Omicidio? “Vita breve”. Uxoricidio? “Messa in sicurezza del celibato”. Violenza privata del giornalista? “Stavamo a scherzà”.

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