Creato da movimentoscio il 31/05/2006

SCIO'

libero movimento contro la mafia

 

 

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Post N° 61

Post n°61 pubblicato il 20 Gennaio 2008 da movimentoscio

Addio connivenze?

Pubblichiamo di seguito la lettera aperta del comitato Addiopizzo Palermo. Ci pare necessaria una riflessione collettiva generale oltre che una forte presa di posizione dei partiti tutti in condanna e di distanza nei confronti di chi tiene rapporti "ambigui", che alcuni politici non disdegnano, anzi coltivano, con alcuni personaggi "non immacolati" se non proprio mafiosi. Ed in certi ambienti si sa ciò che si deve sapere, quel tanto che basta per distinguere la bavra gente dai mafiosi. Spesso chi non sa non vuole sapere. 

“Politica e mafia sono due poteri che vivono sul controllo dello stesso territorio: o si fanno la guerra o si mettono d’accordo”. Aprendo con queste parole di Paolo Borsellino, di cui ricorre l’anniversario della nascita in questi giorni, il Comitato Addiopizzo vuole condividere col popolo siciliano una riflessione. Non vogliamo entrare nell’agone politico, come, del resto, non abbiamo mai fatto, perché riteniamo da sempre che la lotta a Cosa nostra sia un argomento rigorosamente trasversale. Borsellino poneva l’accento su quella che è la responsabilità politica, è cosa assai diversa da quella penale: “Vi sono, oltre ai giudizi dei giudici, anche i giudizi politici cioè le conseguenze che da certi fatti accertati trae o dovrebbe trarre il mondo politico”. Fra pochi giorni il Tribunale di Palermo emetterà la sentenza di uno dei processi (quello definito delle “Talpe alla Dda”) che gli stessi investigatori del Ros dei Carabinieri hanno definito “davvero sconcertante” per lo “scoprire che tanti professionisti, soprattutto medici, si siano relazionati con Cosa Nostra in maniera così naturale, tanto da far riflettere sull’impegno complessivo che la classe borghese della città intende realmente profondere in direzione della lotta alla criminalità organizzata”.

Il presidente della Regione, Salvatore Cuffaro, imputato nel processo, ha riferito in aula di aver conosciuto e frequentato Salvatore Aragona e Vincenzo Greco. I due hanno già condanne definitive alle spalle. Il primo per concorso esterno in associazione mafiosa, per aver falsificato le cartelle cliniche del boss Enzo Brusca, aiutandolo a sfuggire alla giustizia, e il secondo per favoreggiamento aggravato a Cosa Nostra, per aver curato il boss Salvatore Grigoli, il killer di Don Pino Puglisi. “Sapevo che aveva avuto dei problemi di giustizia, che aveva pagato le sue colpe e che era tornato a fare il medico – ha detto Cuffaro in merito a Vincenzo Greco. Ho sempre avuto culturalmente l’idea che la gente può sbagliare, paga il prezzo alla giustizia e torna a fare il suo lavoro, è un dato che mi appartiene culturalmente. L’avevo fatto anche nei confronti del dottor Aragona [...] Sapevo che c’era qualche problema legato alla mafia [...] Sapevo che era stato condannato e che aveva espiato la sua colpa [...] Non mi appassiona il reato con cui vengono condannate le persone”.

E no! In Sicilia, in terra di mafia, non si può non essere interessati dai reati compiuti dalla gente, al di là che questi siano accertati da sentenza definitiva. Come diceva Paolo Borsellino, “altri organi, altri poteri cioè i politici, i consigli comunali e regionali dovrebbero trarre le dovute conseguenze da certe vicinanze fra politici e mafiosi che non costituiscono reato ma che rendono il politico comunque inaffidabile. Quando c’è questo grosso sospetto si dovrebbe quantomeno indurre i partiti politici, non soltanto per essere onesti ma anche per apparire onesti, a fare pulizia al loro interno”.

Cuffaro, la sua condotta, e il suo “dato culturale”, contraddicono quanto sosteneva il magistrato, da noi condiviso, ma il presidente non è il solo. Anche Vladimiro Crisafulli, oggi deputato nazionale è finito sotto inchiesta (poi la sua posizione è stata archiviata) per i suoi frequenti incontri con un boss di Enna. In particolare, nella richiesta di archiviazione i PM hanno affermato che comunque risulta “dimostrata da parte del Crisafulli la disponibilità a mantenere rapporti con il boss Bevilacqua, accettando il dialogo sulle proposte politiche dello stesso, ascoltando la sua istanza e rispondendo alle domande sulle possibili iniziative politico-amministrative, in particolare in materia di finanziamenti e appalti”.

Il presidente della Regione, per il posto che occupa, dovrebbe avere l’accortezza di sapere di chi si circonda. Non basta dire che dalle nostre parti è facile baciare o stringere la mano a un mafioso. Chi governa questa terra ha il dovere di evitare qualunque contatto che potrebbe rivelarsi compromettente, altrimenti non è all’altezza del ruolo che vuole assumere.

Il problema, lo ribadiamo, non è penale ma culturale. E proprio in nome di una nuova cultura che diciamo basta.
In un momento di forte tensione morale, di cambiamento, la politica deve fare un passo avanti, lo deve a tutti i siciliani che credono che qualcosa possa cambiare. Cuffaro, come Crisafulli, dovrebbe, a prescindere dell’esito della sentenza, dimettersi.
E il fatto di essersi circondato di politici come Mimmo Miceli, che per la stessa indagine è già stato condannato, in primo grado, a otto anni di carcere per concorso esterno a Cosa Nostra, ci porta al nodo della questione che coinvolge i politici di ambo gli schieramenti. Su come si fa politica in Sicilia, su come nella nostra terra il clientelismo è elevato a modello di vita, l’unico modo di raccogliere il consenso. È questo l’humus sul quale Cosa nostra nasce e si sviluppa. La consapevolezza di questo sistema deve giungere a ogni singolo cittadino siciliano che ha il diritto-dovere di scegliere i propri rappresentanti. È la “qualità del consenso” di cui parlava Libero Grassi prima di essere ammazzato. Per questo facciamo appello al popolo siciliano per una presa di coscienza, per una presa di responsabilità. Singolare e collettiva.

Non è possibile essere disposti a barattare la propria dignità di persona, accettando l’idea che un posto di lavoro sia concesso e non dovuto per merito. Non è possibile che bisogna “baciare”, frequentare le segreterie dei politici per avere accesso al mondo del lavoro. È un rapporto che crea la dipendenza del cittadino dal politico di turno. Lo stesso Nino Giuffré, collaboratore di giustizia ed ex braccio destro di Bernardo Provenzano, ha dichiarato nell’arco del processo: “A Provenzano, Cuffaro piaceva perché aveva creato una politica di vecchio stampo, clientelare, e si toccava con mano il seguito che aveva”.

La responsabilità della situazione degenerativa in cui viviamo, non è solo della classe dirigente e dei politici, ma di tutta la società di cui anch’essi fanno parte. Un intero popolo che non cura la “qualità del consenso” e si disinteressa di selezionare con rigore chi è deputato ad amministrare, nell’interesse di tutti, la cosa pubblica, è un popolo, che per bisogno, rinuncia alla propria dignità: quando questo principio sarà impresso nella testa e nel cuore di tutti i siciliani, riscoprendo l’amor proprio, ci saremo finalmente liberati del sistema clientelare-mafioso che attanaglia la nostra terra.

Comitato Addiopizzo

 
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SCIO’, libero movimento contro la mafia, nasce a Lentini dall’idea di un gruppo di ragazzi con l’obiettivo di promuovere campagne di sensibilizzazione alla lotta alla mafia ed all’astensione dal pagamento del pizzo.

Il movimento si propone come elemento aggregante per tutti i liberi cittadini e per le associazioni operanti, a vario titolo, nel territorio lentinese, attraverso la condivisione di ideali comuni, aconfessionali ed apartitici, nell’interesse e per il bene della nostra comunità, alla ricerca di un possibile riscatto, sostanziale più che formale, di un  popolo troppo e troppo a lungo ricattato, oppresso e mortificato.

SCIO’ vuole abbattere il muro dell’omertà, del consenso tacito o del mancato dissenso; SCIO’ vuole cancellare i tabù e dar voce alla ribellione; SCIO’ vuol dire NO ALLA MAFIA (!), in tutte le sue manifestazioni: perché la mafia non è solo quella dei mafiosi, quella degli estorsori o degli assassini; la mafia è un atteggiamento diffuso, spesso radicato nella vita dei siciliani, nelle case, negli uffici, nei rapporti commerciali, nella politica.

SCIO’ è un’intimazione, un urlo di liberazione.

SCIO’ è un marchio per la libertà.

 

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