Post N° 2372
Post n°2372 pubblicato il 02 Ottobre 2007 da fenicenera1968
GERBERTO D'AURILLAC, PAPA SILVESTRO II OVVERO, IL "PAPA MAGO" Da una lettera di Amulfo vescovo di Reims :
“…A questa fede noi annodiamo la scienza, poiché non hanno fede gli stolti…”
Sono esistiti, esistono ed esisteranno sempre, anche se molti non vorrebbero. Sono persone uniche ed eccezionali. Geni o illuminati o come dir si voglia, troppo spesso scomodi nel tempo in cui vivono. Uomini e donne del “futuro”. Coloro che nascono e lasciano un segno perenne sulla terra e sugli uomini, aiutando l’essere umano ad evolversi. Sono persone che durante la loro vita non vengono comprese. Perseguitate. Ma con il passare dei secoli, l’umanità sta imparando a riconoscere ciò che erano veramente. Sono i personaggi che sacrificandosi hanno aperto le porte al nostro presente. Al nostro futuro. Coloro che hanno contribuito ad ampliare le nostre menti.
Tra loro, vi narrerò di un uomo e della sua straordinaria esistenza coperta da una fitta nube di mistero. La sua data di nascita è tutt’ora incerta, intorno al 940 d.C. comunque. Come la sua nascita, così anche la sua infanzia rimane nell’ombra. Orfano in giovane età, figlio di contadini o di benestanti, non c’è dato sapere con certezza. L’unica cosa che sembrerebbe sicura è che il primo periodo della sua vita lo trascorse in un villaggio dell'Alvernia, nota in Francia come “la terra dei maghi”. Il suo nome è Gerberto D’Aurillac, e passò alla storia con lo pseudonimo di “Papa Mago”. Iniziò la sua formazione nel convento di Saint-Géraud ma, venuto a conoscenza delle immense possibilità di approfondimento in ambito matematico-scientifico che donava la cultura araba, non faticò a rinnegare la chiesa cristiana e ad abbracciare la religione mussulmana. Così si trasferì in Spagna, terra che all’epoca era sotto il dominio arabo, in compagnia di Borel, conte d’Urgel. A Cordova, le sue conoscenze musicali, filosofiche, matematiche, astronomiche, scientifiche ed alchemiche raggiunsero livelli altissimi. Così, riconvertitosi al cristianesimo e rimasto sotto la disciplina del vescovo Attone, tornò in Francia, insieme al vescovo stesso e al conte. Fu malvisto a causa dell’istruzione ricevuta dai cosiddetti “infedeli”, ma fu comunque riconosciuto come l’uomo più dotto e noto in Francia in quel periodo. Il pontefice Giovanni VIII, dopo averlo notato per le sue qualità, lo raccomandò all’imperatore Ottone II per l’istruzione del figlio, che lasciò orfano all’età di soli 3 anni. Siamo nel 983. I maligni dell’epoca invece, vuoi per paura, vuoi per ignoranza, vollero subito interpretare il suo “sapere fuori dal comune” come opera del demonio, ma egli godeva della protezione dell’imperatore stesso. Arriviamo così nel 996 e il Sacro Romano Impero era governato dal tedesco Ottone III, che ebbe appunto come maestro proprio Gerberto e da lui, più che dagli altri suoi maestri, il giovane imperatore fu influenzato nelle decisioni politiche. Per il pontificato fu un periodo assai tortuoso. Alla morte di Giovanni VIII, il giovane imperatore decise di sedere sul trono di Pietro il cugino Brunone, trasformandolo così in Gregorio V. |  |
Ma il papa nordico fu perseguitato dai romani e costretto a nascondersi a Pavia. Nel frattempo, a Roma, Crescenzio, alla guida della nobiltà romana, per tutta risposta diede la carica di “anti-papa” a Giovanni XVI. Naturalmente l’imperatore punì in modo esemplare Crescenzio, a capo della rivolta , decapitandolo e appendendone il cadavere sul Mons Malus, ovvero il monte Mario, e torturò l’anti-papa lasciandolo morire su una gogna in convento dopo avergli reciso naso, orecchie e strappati lingua ed occhi. Ottone III, pentito, fu seriamente intenzionato a ristabilire il Sacro Romano Impero, come fu con Costantino.
Tornando a Gerberto, facciamo un salto indietro. Siamo intorno al 960. Il nostro Gerberto, prima di tutta questa confusione, divenne vescovo a Reims, ma dopo breve tempo fu scomunicato. Si innamorò dunque di una bellissima ragazza di Reims e, per lei, spese tutto ciò che possedeva e si mise nei guai con alcuni strozzini dell’epoca. Ma proprio nel periodo più nero della sua esistenza, scomunicato e indebitato, qualcosa di straordinario accadde. Un dì, si recò in un bosco e, proprio lì, una donna dalla straordinaria bellezza comparve. Disse a Gerberto che anche lei era figlia dell’altissimo, proprio come lui. L’uomo cercò di fuggire da quella misteriosa ed incantevole creatura, ma lei lo chiamò per nome ed egli si fermò ad ascoltarla. Come lui, aveva cultura e acutezza mentale fuori dalla normale media dell’epoca. Ella lo amava. Gli chiese di dimenticare la giovane di Reims, e di donare a lei affetto ed amicizia, senza mai desiderarla, ed in cambio le avrebbe consentito l’ascesa che egli desiderava. Fu amore sì, ma soprattutto amore per la conoscenza e per l’intelletto, un amore senza peccato. Gerberto D’Aurillac, aveva una strada da intraprendere. Lo sapevano entrambi. Così, la fata Meridiana, questo era il suo nome, promise a Gerberto “fortuna e gloria” in cambio della sua fedeltà e del silenzio a proposto delle arti magiche da lei praticate. Gerberto accettò il compromesso senza indugi. Subito, la promessa di Meridiana iniziò a concretizzarsi, difatti gli fu tolta la scomunica, divenne precettore del figlio dell’imperatore Ottone II, ovvero proprio Ottone III, che divenne imperatore, lui stesso, poco dopo. Tra i due ci fu intesa, oltre che personale, anche politica. Ottone III il 23 Gennaio del 1002 morì, a soli 22 anni di vaiolo (alcuni sostengono, avvelenato da una donna), durante il papato di Silvestro II e fu sepolto ad Acquisgrana, accanto a Carlo Magno.
Un altro fatto straordinario fu l’intuizione che ebbe nel campo Marzio. Nel centro si trovava una statua, e sotto di essa l’incisione “Percuoti qui”. Così la statua veniva percossa da molti, senza motivo, senza chiedersi la ragione vera di quella iscrizione. Gerberto guardò a lungo quella statua ed ebbe l’intuizione di aspettare mezzogiorno. L’ombra dell’opera litica indicò un punto preciso e qui, durante la notte, scavando, trovando una galleria sotterranea che lo condusse al tesoro di Cesare e ad una scoperta ancor più straordinaria: “Il libro nero”. Su questo libro, la leggenda narra, vi era scritto tutto il sapere e la conoscenza passata e futura. Ma. quando Gerberto tentò di sfogliarlo, un’oscura presenza apparve d’innanzi a lui e gli fece promettere che avrebbe letto il tomo solo dinnanzi al suo cospetto e solo le parti che egli gli avrebbe concesso di leggere. La misteriosa entità si presentò come il custode del tesoro di Cesare, e Gerberto fu costretto a promettergli che non avrebbe toccato null’altro, se non “il libro nero”. Così il tesoro di Cesare rimase lì, e non fu mai più ritrovato. |  |
La sua ascesa intanto continuò fino all’investitura di papa. Nel 998 Gregorio V lo nominò arcivescovo di Ravenna, la seconda città d'Italia per importanza. Da Reims a Ravenna, di “R” in “R” fino alla terza “R”, Roma, come dirà lo stesso Gerberto. E, dopo la morte di papa Gregorio V, fu finalmente papa Silvestro II. Era il 2 Aprile del 999. Il nome di Silvestro II fu scelto proprio da Ottone III, riconducendo la memoria all’epoca di Costantino, quindi al suo papa, Silvestro I, per rafforzare quindi l’idea di cristianizzazione del Sacro Romano Impero.
Silvestro II, primo papa francese, denominato anche “il papa mago”, per le sue “intuizioni” ed invenzioni, fu il pontefice a cui toccò il compito di celebrare la messa dell’anno mille. Ottone II, odiato per il tentativo di germanizzazione dell’Italia, tempo prima, aveva fatto sì che la paura dilagasse divulgando la notizia che ci sarebbe stata la fine del mondo durante la notte del passaggio al nuovo millennio. I credenti la attesero con il capo cosparso di cenere, ma Silvestro II , nella notte che ora viene chiamata appunto notte di San Silvestro, raggirò l’inganno semplicemente spostando il calendario avanti, eliminando dunque il passaggio, salvando il mondo dalla fine e lasciando i credenti vivi e sbigottiti.
Questo fatto, unito alle numerose “stranezze” di Gerberto, provocarono angoscia e paura nel mondo ecclesiastico, tanto che il vescovo di Worms, in preda al panico, arrivò a scrivere:
“Gli affidano le chiavi della Chiesa di Roma perché stringa patti col Maligno, perché si allei con Asmodeo, Abadon e con Astaroth, per combattere insieme a questi gli altri Spiriti Mendaci, contro Mammon il Seduttore e contro i Vasi di Scelleratezza, contro Meririm, Behemoth, Sammael e Belzebub. Egli, il mago, il negromante, è ora divenuto pontefice, a condurre scellerati negozi con il Potere Inquietante, insinuando tenebre spesse nelle nostre deboli menti, blandendole con la sua vana saggezza, la sua falsa sapienza, la sua cupa furbizia. Eccolo, il segno. Sarà dunque un francese, il primo francese sul trono di Pietro, a farci rotolare nell'abisso finale, provocando con i suoi arditi disegni l'ira del padre, un'ira senza rimedio".
Gerberto continuò il suo cammino introducendo il canto liturgico, e divenne, tra le varie cose, anche il maggior esperto in organi da chiesa di quel tempo. I misteri intorno a quest’uomo non finirono quel giorno. Tra le varie invenzioni, che purtroppo vennero distrutte dopo la sua morte, ce ne fu una che passò alla storia diventando leggenda: “la maschera d’oro”. Si pensava che egli avesse rinchiuso lo spirito di un demone all’interno di una maschera d’oro. Questi sarebbe stato capace di rispondere “si” o “no” ad ogni quesito, prevedendo anche il futuro. Su questa invenzione il Migne scrisse nella “Mitologia latina”:
“Possedeva nel suo palazzo, una testa di bronzo che rispondeva "si" o "no" alle domande che egli le rivolgeva sulla politica e sulla situazione della cristianità. Secondo Silvestro II questo procedimento era molto semplice e corrispondeva al calcolo con due cifre ".
Altra invenzione distrutta, possiamo intuire, fu il primo esempio di planetario, che venne all’epoca così descritto:
"globo celeste in cui tutti gli astri avevano proprie orbite e propri movimenti e compivano in tempi proporzionati le proprie rivoluzioni".
Più la sua conoscenza aumentava, più Gerberto si avvicinava alle arti “oscure”, divenendo esperto in esoterismo e demonologia. La sua sete di sapere era insaziabile e spaziava nelle più disparate direzioni.
Ma, si sa, chi gioca col fuoco, prima o poi, si brucia; così, la mano del male non tardò a posarsi sul suo capo. La fata Meridiana, che i credenti dell’epoca scambiarono per la figura del demonio in persona, gli predisse, un giorno, che sarebbe morto se avesse detto messa a Gerusalemme. Proprio in quel periodo infatti aveva chiesto la liberazione di Gerusalemme dagli Arabi. Così pensò che, per salvasi, gli sarebbe bastato non recarsi mai in Terra Santa. Ma questo non bastò. Il 12 maggio del 1003, papa Silvestro II si recò nella chiesa di S.Croce in Gerusalemme a Roma. Improvvisamente, si sentì male e riconobbe tra la gente la presenza del custode del tesoro di Cesare, denominato il “turco”. Capì e, prima di morire, pentito di aver adoperato arti magiche e demoniache, chiese che tutte le sue invenzioni venissero distrutte. Ordinò che da quel giorno la consacrazione dell’ostia e del vino fosse fatta davanti ai credenti e non di spalle. Come ultimo desiderio chiese che il suo corpo venisse posto in un carro trainato dai buoi. Ordinò infine che fosse stato seppellito lì dove il carro si sarebbe fermato. Chiese perdono a Dio e morì.
La folla seguì il carro, inorridita e spaventata. Il carro, come guidato da una mano divina, seguì esattamente l’itinerario di quello che era il corteo funebre dell’epoca e si fermò dentro la cattedrale di San Giovanni in Laterano. Questo segno fu interpretato da alcuni come il perdono di Dio verso l’”illuminato” Gerberto D’Aurillac.
Tre giorni dopo verrà eletto papa Giovanni XVII. Egli morirà solo dopo 6 mesi di pontificato, e nulla più si saprà della sua salma e del luogo della sua sepoltura.
Ma Gerberto non finì di stupire, nemmeno dopo morto.
Si narra che, da allora, ogni volta che moriva un papa, dalla sua tomba uscisse dell’acqua e che essa si inumidisse in caso di morte di un cardinale. Così, spinti dalla curiosità e dalla voglia di allontanare i fatti scomodi legati alla sua figura, nel 1684 il sarcofago di Silvestro II fu aperto. Magia o miracolo non si può dire ma, 681 anni dopo la sua morte, il corpo di Silvestro II si presentò in perfette condizioni, come fosse stato lì solo dal giorno prima. Peccato che durò solo pochi istanti e, al contatto con l’aria, scomparve rilasciando i profumi usati per l’imbalsamazione. Nella chiesa, ancora oggi, si può leggere l’iscrizione tombale a lui dedicata:
“L'Onnipotente Signore abbia pietà di lui. Gerberto d'Aurillac, arcivescovo di Reims, Ravenna, pontefice a Roma, luce della sapienza nell'Europa del Mille. Gerberto che portò la pace e, morendo, ripristinò il disordine”.
Ma forse, non tutto fu distrutto. E non tutto il suo sapere fu perso, perché egli era maestro, e al suo cospetto due dei suoi discepoli spiccarono dopo di lui. E, con il passar del tempo, anche loro, Teofilatto e Lorenzo, furono perseguitati dalla Chiesa e presi di mira, sempre a causa della forte ignoranza e dell’ottusità mentale tipica del medioevo, come si può leggere da “Miti leggende e superstizioni del Medio evo” di Arturo Graf:
“…A dir di Benone, Gregorio VII, l’amico della contessa Matilde, il trionfatore di Arrigo IV, il più formidabile e potente dei papi, fu uno sceleratissimo mago, discepolo, nelle arti maledette, di Teofilatto, il quale fu pontefice col nome di Benedetto IX, di Lorenzo, vescovo di Amalfi, di Giovanni Graziano, che fu pontefice anch’egli, e si chiamò Gregorio VI. Teofilatto sacrificava ai demonii, innamorava, con le sue arti, le donne, e come cagne se le traeva dietro per selve e per monti. Di ciò fanno fede i libri che gli si trovarono in casa quand’egli finì miseramente la vita, e tale storia è (dice Cenone) cognitissima in Roma, al volgo. Grande amico e fautore di Teofilatto era Lorenzo, principe dei malefizii, il quale intendeva il linguaggio degli uccelli, profetava, e destava, coi vaticinii e gli augurii, l’ammirazione della plebe, dei senatori, del clero. Giovanni ospitava in sua casa Lorenzo, e imparava da lui il diabolico magistero. Ildebrando fu degno in tutto de’ suoi maestri. Scotendo le maniche, egli spargeva nell’aria un nugolo di faville, e Benone racconta di lui, d’un suo libro magico, e di due suoi familiari, una paurosa novella, che, con poca diversità, ricorre nelle storie di altri maghi famosi, tra’ quali Virgilio. Ma la malvagia tradizione e l’esecrando esercizio avevano più antica la origine. Teofilatto e Lorenzo, prima d’esser essi maestri, erano stati discepoli, e il maestro loro aveva avuto nome Gerberto. Benone parla chiaro e preciso: «Essendo ancor giovani Teofilatto e Lorenzo, ammorbò la città co’ suoi malefizii quel Gerberto di cui fu detto:
Transit ab R Gerbertus ad R post papa vigens R.
«Questo Gerberto, ascendendo, poco dopo compiuto il millennio, dall’abisso della permissione divina, fu papa quattr’anni, mutato il nome in Silvestro secondo; il quale, per divino giudizio, morì di morte repentina, colto al laccio di quegli stessi responsi diabolici co’ quali tante volte già aveva ingannato altrui. Eragli stato detto da un suo demonio ch’e’ non morrebbe sino a tanto che non celebrasse messa in Gerusalemme. Illuso dalla equivocazione del nome, pensando si dovesse intendere di Gerusalemme in Palestina, andò a celebrare messa il dì della stazione in quella chiesa di Roma che appunto si chiama Gerusalemme, dove, sentendosi venire addosso la morte, supplicò gli fossero tronche le mani e la lingua, con le quali, sacrificando ai diavoli, aveva disonorato Iddio. E così ebbe fine condegna a’ suoi meriti» Orderico Vital, inglese, che fra il 1124 e il 1142 compose la sua Historia ecclesiastica. Fatte lodi grandissime di Gerberto e de’ suoi numerosi discepoli, Orderico nota: «Di lui si narra che conversasse col diavolo mentre era maestro, e che avendo chiesto di conoscere il proprio avvenire, il diavolo gli rispondesse col verso:
Transit ab R Gerbertus ad R post papa vigens R.
«Tale oracolo fu allora abbastanza oscuro a intendere, che poi si vide manifestamente adempiuto; dacché Gerberto passò dall’arcivescovado di Reims a quello di Ravenna, e fu da ultimo papa in Roma» …” Proprio nello stesso periodo si parla anche di un’altra testa di bronzo. Il vescovo Arnolfo tornava dall’Oriente con la principessa Stefania, futura sposa di Ottone III. Con loro viaggiavano i doni per i futuri sposi. Al vescovo, fu anche affidato un baule, contenete i doni più preziosi: un serpente ed una testa di bronzo. Il serpente, si narra, fosse quello forgiato da Dio per Mosè. Perché chiunque lo guardasse guarisse dal veleno dei serpenti. La testa di bronzo, si dice, rispondesse con voce umana a qualsiasi domanda, e anch’essa, come quella di Silvestro, fosse capace di predire il futuro. Così il vescovo la mise alla prova e gli chiese come stava il suo re. La testa gli rispose che stava per morire. Arrivati a Bari subito gli fu comunicata la notizia: Ottone III era morto. La testa di bronzo funzionava, aveva predetto il vero. Il vescovo riportò la principessa Stefania e i suoi doni nel luogo d’origine. A lui fu donato per il lavoro svolto il serpente, che tutt’ora si può ammirare su una colonna all’interno della basilica di Sant’Ambrogio a Milano. |  |
 | Della testa parlante, non si seppe più nulla. Che fosse stata donata a Gerberto, all’epoca papa, maestro e amico del deceduto futuro sposo e imperatore? Val la pena di considerare anche che "Nel processo dei Templari si ebbero due testimonianze indipendenti e concordanti sull’origine del Baphomet. Questo sarebbe stato la testa barbuta nata miracolosamente dal coito contro natura di un nobile signore di Sidone con il cadavere di una fanciulla di cui era follemente innamorato. De Sede ritiene che questa testa la si possa identificare con quella celeberrima che si dice essere stata realizzata verso l’anno 1000 da papa Silvestro II, il dottissimo Gerberto d’Aurillac, testa che era in grado di rispondere affermativamente o negativamente a qualsiasi domanda" (Massimo Izzi, Il dizionario illustrato dei mostri, cit.)..... |
Questa volta, fu in mano ai Templari ed è proprio tra i fondatori dell’Ordine che ritroviamo ancora una volta il nome di Gerberto:
“L'Ordine dei Solitari, o Kaddosh, era di ispirazione essena e gnostica. Arnaud di Tolosa, all'inizio del IX secolo si recò in Palestina ed entrò a far parte di questo ordine. Quando fu iniziato al 3° grado ebbe l'autorizzazione a fondare una loggia in Europa. La prima sorse a Tolosa nell'804 e fu chiamata AMUS. Si tramanda che tra i membri di questa loggia vi sarebbero stati Gerber d'Aurillac (il futuro papa Silvestro II), Goffredo di Buglione ed i 9 cavalieri che avevano formato l'Ordine Templare.” (http://www.teoweb.com/public/misteri/rennes/accreditata/templari.asp)
Giorgio Pastore, storico e ricercatore dei nostri giorni, definisce Gerberto D’Aurillac un “naufrago del tempo” e ipotizza che la testa di Gerberto non fosse nient’altro che una “testa meccanica”, ovvero una mente artificiale o, più semplicemente, qualcosa di simile ad un computer, costruito più di mille anni prima della sua “invenzione”. Infatti, si dice, funzionasse per mezzo di sole due cifre, proprio come nel linguaggio binario, 1 e 0).
Sulla vita di quest’uomo troppi sono i misteri e i collegamenti messi a tacere. Tutta la sua straordinaria esistenza rimarrà nell’ombra, il buio creato dalla paura e dall’ignoranza medievale, e non solo, è sceso fitto ed ha oscurato molti tratti della sua vita. Alcuni sono stati coperti totalmente. Della sua vita nulla è certezza e nulla è dato per scontato, dalla sua nascita alla sua morte…ed anche oltre. Per sempre. Arianrhod http://www.croponline.org/gerbertodaurillac.htm
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Inviato da: coccinellaaapois
il 04/11/2012 alle 18:07
Inviato da: fenicenera1968
il 03/11/2012 alle 15:56
Inviato da: morodelsud_62
il 02/11/2012 alle 00:43
Inviato da: fenicenera1968
il 15/10/2012 alle 10:49
Inviato da: fenicenera1968
il 15/10/2012 alle 10:48