Un blog creato da mattino_disole il 30/01/2005

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Citazioni nei Blog Amici: 3
 
 
 
 
 
 
 

 

 

E.........

Post n°105 pubblicato il 10 Marzo 2006 da mattino_disole

Sono autolesionista, non c'è nulla da fare. Ho capito che amo farmi del male, per star male, e faccio tutto da sola. Ho la capacità di allontanare le persone che mi vogliono bene e lo faccio senza rendermene conto. Le ferisco, le tratto male e non so perchè. Io non voglio ferire nessuno, ma quando si tratta di qualcuno che si lega a me l'allontano e ci riesco benissimo. Eppure io lo so che sono molto dolce, che ho tanta pazienza, che voglio vicino a me un uomo che mi ami, a cui io possa donare tutta la tenerezza, la comprensione e l'amore che è in me. Non mi capisco e dopo sto male....troppo male. Soffro. Eppure dentro di me esiste una bestia malvagia che mi porta a far soffrire, oltre a me stessa, anche le persone che mi gravitano intorno affettivamente. Vorrei tanto capire il perchè di questo mio comportamento, anche se alla fine, se mi analizzo, lo comprendo. E so da dove viene. Devo reagire a questi miei comportamenti, è come se avessi una doppia personalità e devo vincere quel demone che è dentro di me. Non voglio perdere questa persona, ci tengo troppo, lui è come me in tante cose, mi sembra di guardarmi allo specchio e in lui e nei suoi comportamenti ravviso me stessa. Ce la devo fare. Insieme a lui mi sembra di vivere nel paradiso terrestre. E non voglio assolutamente tornare su questa terra.

 
 
 

Un pensiero per l'8 marzo....

Post n°104 pubblicato il 08 Marzo 2006 da mattino_disole
Foto di mattino_disole

Women in black

Donne sulla striscia di Gaza Sudafricane contro l’apartheid e le Madri di Plaza de Mayo ad aspettare i desaparecidos   In silenzio e vestite di nero le donne in tutto il mondo stanno chiedendo la libertà di veder crescere i propri figli   Col nostro “Stop the occupation” a Tel Aviv, a Londra ed Haifa da Sidney ad Amsterdam e Roma a Belgrado e a New York   Contro la guerra e i conflitti tra i popoli il razzismo ed il militarismo la produzione ed il commercio delle armi ed ogni forma di violenza sulle donne   Siamo qui in silenzio a protestare perché il silenzio fa ancora più rumore squarcia i muri dell’indifferenza apre gli orecchi di chi non vuol sentire   E Basta! con le guerre E Basta! con le ipocrisie E Basta! ché di sofferenze ne abbiamo avute quanto Basta   Donne in nero donne un sol pensiero we are Women in black Sorelle nel silenzio e nella pace We are women we are women in black   Donne senza casa a Jenin distrutta dagli israeliani Bambine morte a Madrid Le Donne usate come scudi umani   Città occupate da militari il Vietnam ogni giorno, ogni ora donne che vivono nei campi profughi e lapidate per adulterio   Vogliamo pari opportunità Vogliamo avere più diritti umani Vogliamo un mondo nella Pace Vogliamo amare senza più catene   “Fuori la guerra dalla storia” “Tra uccidere e morire esiste una terza via: vivere"
 
 
 

Post N° 103

Post n°103 pubblicato il 05 Marzo 2006 da mattino_disole

Oggi è una giornata strana. Fa caldo, ho tutte le finestre aperte, forse sta arrivando la primavera, speriamo. E ho avuto una specie di dialogo con mio marito, forse  mezz'ora ehehehe..... La cosa mi fa sorridere perchè lui è un orso e riesce a schivare bene tutto quello che è "confronto". Ieri ho compiuto 52 anni. Sono con lui da 33 anni ma sono appena 10 anni che riesco ad assaporare la vita, prima non ne ho mai avuto tempo, presa come ero ad allevare figli e mandare avanti la casa. Lui sempre assente per lavoro e quindi ero io a dover fare tutto. Ma ora ho tempo anche per me, per la mia persona e soprattutto per il mio spirito. Ho sempre amato il dialogo e i confronti, ma non è facile trovare chi stia ad ascoltarmi e questo per me è sempre stato un grosso problema. Sono poche le persone che amano mettersi in gioco, specialmente con chi usa essere ironica, autoironica ed essere piuttosto....diciamo....stronza, come mi definisce la mia "dolce metà". Io sono sempre piena di dubbi, mi chiedo il perchè di tante cose che magari per altri potrebbero essere scontate, ma sono così insicura (forse) che voglio sempre confrontarmi. Oggi mi sento bene, ho acquistato una certa sicurezza nelle mie azioni e nel mio modo di agire...sono pensieri un po' confusi quelli che sto esponendo lo so, e non di facile interpretazione....ma io qua scrivo quello che mi passa per la testa, perchè lo considero un diario. E mi piace rileggermi, a distanza di tempo.

 
 
 

Post N° 102

Post n°102 pubblicato il 27 Febbraio 2006 da mattino_disole
Foto di mattino_disole

Il pensiero
Si può condensare tutto con il Mahavakya ("Gran Verdetto"): Tat tvam asi ("Quello tu sei"). Notiamo comunque il suo commento in proposito, fulminante come sempre: "Il Gran Verdetto è verace, ma le tue idee sono false, perché tutte le idee lo sono".
Il seguente testo è tratto dall'introduzione di Grazia Marchianò al libro di Nisargadatta Maharaj: "Io sono Quello" ed. Rizzoli , è una raccolta di dialoghi avvenuti a Bombay fra il 1970 e il '72, registrati e pubblicati da Maurice Frydman.

 

Al secolo Maruti Kampli, appartiene a una linea di trasmissione marathi del Vedanta monistico, che si fa risalire al Mahatma Dattatreya. Tra i veggenti di epoca vedica, Datta avrebbe istituito il primo lignaggio spirituale (parampara), che nel Maharastra è noto come navnath sampradaya, la "scuola dei nove", cui fu affiliato il maestro di Maharaj e, alla sua morte, lui stesso.
A Dattatreya sono attribuiti l'omonima innodia Datta o Daksinamurti Samhita, di cui una versione ridotta è nel Tripura Rahasya, e la citata Avadhut Gita, il "Canto del Rinunciante".
Una tardiva
upanisad si potrebbe definire Io sono Quello, e quasi un'ininterrotta continuazione della parola di Ramana Maharshi
, cui Nisargadatta da più segni appare affratellato.
Entrambi di origine umile e campagnola, illetterati e padroni di un sola lingua: il tamili per Ramana, e il marathi per Nisargadatta. Entrambi "scoperti" da due europei: Paul Brunton, che divulgò il pensiero di Ramana, e Maurice Frydman che, a Bombay, negli ultimi anni di una vita segnata da numerose conversioni - da ebreo polacco a monaco cristiano a swami indù - divenne discepolo e l'interprete di Nisargadatta.
A differenza di Nisargadatta, Ramana non ebbe maestri, non lavorò, non si sposò. Ragazzino, dopo una tremenda esperienza di alterazione della coscienza fino alle soglie della morte, abbandonò il villaggio natale e un richiamo incoercibile lo trasse a un colle, nei pressi di Tiruvannamalai, celebrato in inni bellissimi, Arunacala, dove visse in solitaria meditazione e dove in seguito sorse l'asram che prese il suo nome.
Maruti invece crebbe in città, e a Khetwadi, nella suburra di Bombay dove ancor oggi abita, avviò giovanissimo, insieme al fratello, un piccolo commercio di tabacchi, dando via via il benvenuto a molti figli. Quando aveva da poco varcato i trent'anni, un avventore, Yashwantrao Baagkar, lo conduce da Sri Siddharameshwar Maharaj del Navnath sampradaya, e Maruti sotto la sua guida intraprende una disciplina presto costellata di esperienze mistiche. L'"esplosione" interiore avviene dopo tre anni, poco prima della morte del maestro, di cui Maruti assumerà il cognome. Dopo un periodo di solitario vagabondaggio, il ritorno a Bombay, l'abbandono definitivo del commercio, e l'inizio dell'ultima fase, durante la quale lo conobbe Frydman.
Sono trascorsi trent'anni dalla morte di Ramana, ed ora, anche la vecchia bocca di Maharaj, a 85 anni, in un corpo assalito dallo stesso male del Maharshi, si avvia al silenzio.
Intontito dalle pratiche yoga che da qualche tempo gli procurano
estasi sporadiche, visioni e abbagli subitanei, Maruti un giorno si reca da Maharaj, gli si accoccola ai piedi, e attende. Non sa che quella volta sarà l'ultima, non solo perché il maestro di lì a poco cesserà di vivere, ma anche perché ciò che sta per dirgli è la massima condensazione dell'Advaita Vedanta, e insieme la via diretta all'esperienza metafisica: "Tu sei il Supremo... agisci in conformità". E aggiunge: "Credilo con fermezza, non dubitarne mai, ricordalo senza intermissione". A Maruti non restò che obbedire. "Continuai la mia solita vita, ma ogni momento libero lo passavo a ricordare il maestro e le sue parole. Poiché non le ho dimenticate, mi sono realizzato". Così dice oggi Nisargadatta, a chi lo interroga sulla sua iniziazione. E scende nella stanza, mentr'egli parla con sconcertante umiltà del "grande passo", un silenzio profondo, come quando in un crocchio all'improvviso si scatena un epilettico e gli astanti, raggelati, si fanno muti. Quando il vecchio dichiara: "Sono il Supremo", è fatale che qualcuno, tra gli astanti, lo sogguardi con un'ombra di malcelata ironia, e il vecchio, sollecito, gli si volge sorridendo: "Lo so, è difficile crederlo. Ma se ti dico: metti a fuoco l'"io sono", non puoi esimerti. L'"io sono" è la tua prima percezione al risveglio. Domandati da dove viene o osservalo quieto. Immancabilmente scoprirai tutto ciò che non sei: il corpo, i sentimenti, i pensieri, le idee, le proprietà esterne e interne. Sono tutte auto-identificazioni infedeli. Per causa loro, ti prendi per ciò che non sei".
"Ma io, chi sono?".
Per spiegare l'inspiegabile Maharaj finge di narrare una fiaba: "Nell'immensità della coscienza appare una luce, un puntolino veloce che traccia forme, assembra pensieri e sentimenti, idee e concetti, come la penna sul foglio. Tu sei quel puntolino, e muovendoti ricrei ogni volta il mondo. Ti arresti, e il mondo scompare. Va' dentro, e vedrai che quel punto luminoso è l'"io sono", come il riflesso nel corpo dell'immensità della luce. Solo la luce è, tutto il resto appare".
"Durante la veglia, la coscienza si sposta di continuo da una sensazione all'altra, di percezione in percezione, da un'idea all'altra, senza fine. La consapevolezza è dell'interezza e della totalità della mente penetrate direttamente. La mente è come un fiume che scorre nel letto del corpo, per un momento t'identifichi con un'onda e la chiami "il mio pensiero". Tutti i tuoi oggetti di coscienza fanno la mente; la consapevolezza è lo stato in cui la coscienza è colta nella sua interezza".
L'interrogante vive, mentre ascolta, una strana esperienza: le parole sono semplici, non c'è quasi ridondanza nel fraseggiare di Maharaj. Scarse le consuete metafore vedantine, mute le belle storie della letteratura ascetica. Campito nella nudità del sistema, il solo apologo di Janaka, alle prese col suo
sogno di mendicante: Quando si svegliò disse al suo maestro, Vasishtha: "Sono io un re che sogna di essere mendicante o un mendicante che sogna di essere re?". E il maestro: " Né l'uno né l'altro, sia l'uno che l'altro. Voi siete e insieme non siete ciò che pensate di essere! Lo siete perché agite in conformità. Non lo siete perché non dura. Potete essere un re o un mendicante per sempre? Tutto muta. Ma voi siete ciò che non muta. Che cosa siete?". Disse Janaka: "Sì, non sono un re né un mendicante, sono il testimone spassionato".

 


L'ascolto ininterrotto e quieto scava, tra il senso delle parole e il loro riverbero nella coscienza, un varco impercettibile, una cesura sottolineata appena, come le linee di biancore sotto gli occhi dei santi imbambolati, in certe icone bizantine, scatenano la contemplazione del vuoto nella forma.
Così s'innescano nell'ascolto la ribellione della mente ghermita dal silenzio nella parola e il tumulto del cuore, perché tra la parola e il silenzio c'è di mezzo la tempesta della vita, l'abiezione della malinconia, l'impotenza di raggiungere la quiete costante. E l'innocua triade: mente, coscienza, consapevolezza; il positivo memento: "Sono"; il saggio consiglio: "Se vuoi vivere una vita felice, cerca ciò che sei", si convertono, al mero ascoltare, in puntute saette che trapassano il comune buon senso. L'"io sono" assume le sembianze di un drago apocalittico che ingoia il tempo risputando la persona a pezzetti; il cosmico metronomo: mondo fisico, mentale, supremo, in andata e ritorno, con forma e senza-forma, diviene il sordo rimbombo dei colpi di martello in un'officina metallica dove un mitico Fabbro, adirato e ossesso, grida Sono Quello!
Smarrito, sconvolto, lacerate le sue credenze più salde, "Sono nato e morirò", l'interrogante ricorre all'estremo tentativo di contestare una parola che l'ha morso e lo attanaglia alla gola: "Perché parlate?".
Maharaj, a quel punto, convoca il
Buddha
- ed è una delle rarissime volte in cui cita qualcuno, a parte il maestro -. Chiama in causa l'Illuminato per spiegare: l'annuncio è la grande arma. Propagare che possiamo raggiungere, che siamo già pronti per il salto oltre il nome e la forma, la nascita e la morte, il pensiero di essere e l'assillo del non-essere, rende automaticamente immortali; ed è l'unica esperienza d'immortalità consentita nella condizione umana. Ora l'interrogante è placato. Ha vissuto nell'ascolto il supplizio del bardo, la vicenda dell'anima catapultata nello stato intermedio dopo la morte. Quanto tempo è trascorso? Attimi, minuti, ore? "Com'ero stamattina, prima di ascoltare? E ciò che ho appreso finirà nel mucchio tra le altre nozioni, o lo dimenticherò? E che cosa ricordare prima: "Sono", "Non sono la persona", "Sono Quello"?". Al valico della domanda "Chi sono?" si affaccia Quello. L'universo (paramakasa) è la sua sterminata espansione oltre l'essere e il non-essere; l'interno testimone (avyakta) è la sua infinitesima concentrazione oltre il corpo e l'io-persona; il quarto stato (turiya) è la sua indenne dimora, oltre la veglia, il sogno e il sonno profondo. Come sostanza realissima è essere (sat); come consapevolezza autofondata è coscienza (cit); come gioia della completezza è beatitudine (ànanda). Il vero maestro (sadguru) è la scoperta dell'"Io sono Lui", mentre il molteplice, fuori e dentro di me, è solo apparenza. L'unica efficace disciplina (sadhana) è l'imperterrita contemplazione di Lui; qualsiasi altro sforzo gioverà solo per raggiungere lo sfinimento oltre il quale è il non-fare, il non-attendere i frutti dell'azione, il non-desiderare quello che già si ha essendo Lui, il non-dipendere dagli schiavi del tempo: il piacere come attesa e il dolore come ricordo.
Alla domanda: quando s'intona un mantra, che cosa realmente accade, Maharaj risponde: "Il suono crea la forma per accogliere il Sé".
Avvezzo come ogni indù a convertire le più vertiginose astrazioni in materia palpitante e concreta, ai suoi occhi il Sé è letteralmente più vicino del respiro, è il battito stesso del cuore - atman su, atman giù - ma sempre e solo qui-ora.
Che cos'è questo Arcano che lampeggia nei Veda, riemerge nel Vedanta, ritma gli inni, i dialoghi, i canti, gli introiti alla sapienza?
Il punto al centro del
mandala, la "cella" ombelicale nel tempio, il battito del piede segnatempo, il ritmo ininterrotto del tamburo, la pupilla saettante e il dito puntato sul cuore della danzatrice irrigidita, tutti questi mezzi efficaci dell'arte rituale accennano all'Arcano Maggiore, mortificato dal nome che riceve in traduzione - trascritto minuscolo o maiuscolo: sé, Sé, o nei linguaggi buddhisti
: non-sé (anatman).
Da quali sconfinati abissi della memoria emerge nella sapienza indiana l'Arcano del Sé?
In un libro di grande valore, ingiustamente ignorato, Maryla Falk tentò lo scandaglio del mito psicologico nell'India antica, e quasi ne fu sopraffatta. Stasi dell'estasi osò definire la Falk il vertiginoso indiamento che largisce al meditante l'esperienza del Sé. Un'esperienza in cui "domina la coscienza dell'infinità, ... della cosmicità, e allo stesso tempo la coscienza dell'io, ma con un carattere di vastità smisurata che non conosce i limiti della coscienza quotidiana dell'"io" ".
Ed è lì, sullo scrimolo che distingue nella veglia la prima dalla terza persona, e nel sogno l'identità del sognatore rispetto al sognato, e nel sonno profondo, invece, li rimescola nella placenta dell'oblio, su quel lembo sottile di coscienza calcata dall'orma della persona, è il confine insidioso tra follia e sapienza, il discrimine che sconcerta i "sani" e trascina il folle nei suoi intontimenti orgiastici, nei cupi deliri, nelle malinconie di pietra. La fredda, pallida conversione dell'oniromante nel moderno analista è l'unico tentativo di ripristinare l'antica sequenza: l'io incatenato, il Sé rispecchiante,
l'analista-specchio
.
L'ultimo
Jung, sfiorando il pensiero di Ramana Maharshi, fu conquistato da questa quarta dimensione dell'indiamento, pur riscontrandovi una sorta d'impareggiabile contraddizione: "... L'India è pre-psicologica. Quando cioè parla del "Sé", pone un "Sé". La psicologia non fa così. Non che neghi l'esistenza del conflitto drammatico, ma si riserva la povertà, o la ricchezza, d'ignorare il . Ben conosciamo una peculiare e paradossale fenomenologia del Sé; ma siamo consci del fatto che percepiamo, con mezzi limitati, qualcosa di sconosciuto e lo esprimiamo in termini di strutture psichiche, di cui ignoriamo se siano o no conformi alla natura di ciò che dev'essere conosciuto ".
Jung non ha incontrato Maharaj. Se si fossero parlati, è quasi certo che il vecchio gli avrebbe chiesto: "Chi formula la domanda? E chi c'è dietro la persona che la formula?".
"In realtà non ci sono persone, ma fasci di memorie e abitudini..."

 
 
 

Post N° 101

Post n°101 pubblicato il 26 Febbraio 2006 da mattino_disole
Foto di mattino_disole

sto viaggiando su una nuvola nell'azzurro del cielo, leggera come un alito di vento....trasportata da una leggera brezza che mi sospinge verso l'irreale....vivo questo momento...la vita è cosi breve....e voglio godere di ogni attimo di felicità che mi viene donato

 
 
 
 
 
 
 
 
 

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