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Creato da paperino61to il 15/11/2008

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I Califfi

Post n°2575 pubblicato il 04 Aprile 2020 da paperino61to

Buona sera e bentornati, questa volta ci presento il complesso de I Calffi, gruppo italiano degli anni 60'/70'. Ovviamente come era di consueto in quel periodo sono cover di canzoni straniere

 

 

         

 

 

 

           

 

 

 

 

           

 

 

 

 

           

 

 

 

 

     

 
 
 

Fiamme sull'Arizona(5)

Post n°2574 pubblicato il 03 Aprile 2020 da paperino61to

Raggiunse i suoi compagni, sapeva che il vantaggio sugli apache era minimo. Gli indiani timorosi di raggiungere il loro dio si guardavano bene dall’uscire allo scoperto, ogni tanto sparavano qualche colpo.

“Siamo diventati tutti delle squaw?” domandò Delgado.

“L’uomo bianco non sbaglia un colpo” gli rispose un apache.

“Vorrà dire che morirò da guerriero e non da donnicciola!” detto questo l’apache uscì allo scoperto sparando all’impazzata. Di corsa giunse dove spuntava la canna del fucile, saltò dietro i massi e con stupore si accorse che non c’era nessuno.

Un urlo di rabbia risuonò nello Yellow Pass: “Il cane bianco ci ha presi in giro, è fuggito! Ai cavalli, presto!”.

“Guardate il ponte, se riusciamo a passarlo siamo salvi” esclamò il cowboy.

“Se ci arriviamo vivi…guardate alla nostra sinistra”.

Il cowboy volse lo sguardo, stavano arrivando a grande velocità una ventina di indiani.

“ E questi da dove spuntano? Forza ragazzi sproniamo i cavalli”.

Gli apache si stavano avvicinando pericolosamente, incominciarono ad echeggiare i primi colpi,un uomo stramazzò a terra.

“Curt, mio dio…arrivo!”.

“Fermati, non puoi più fare nulla per lui, è morto!” le parole del cowboy erano come mazzate per quell’uomo.

Erano quasi arrivati al ponte, un altro paio di uomini erano caduti sotto il fuoco degli indiani.

“Presto dannazione, passate il ponte. Chi se la sente rimanga a darmi una mano, io vedrò di fermarli…tu, dammi il tuo fucile!”.

A dargli man forte rimasero i tre che erano con lui al rojo, erano gli uomini migliori su tutto lo sparuto gruppo.

“A terra, e facciamo fuoco appena sono a metà del ponte…adesso!”.

Corpi e cavalli caddero a metà del ponte sotto l’intenso fuoco dei visi pallidi.

Il ponte non era largo, non permetteva a chi era rimasto indietro rispetto ai caduti di poter passare agevolmente, scansando l’ostacolo.

“Continuate a sparare, è l’unico modo per fermarli, se riusciamo a dimezzare il lor numero possiamo farcela”.

Gli apache stavano andando a cozzare contro un muro, passare da quel ponte non sarebbero riusciti tanto facilmente. Decisero quindi di lasciare perdere e di tentare di precederli scendendo più a valle dove il terreno glielo permetteva.

“Gambe in spalla ora, non tarderà molto ad arrivare il grosso che era allo Yellow Pass”.

“Quanto dista Silver City?” .

“Non credo molto, ma non siamo ancora in salvo, gli apache superstiti tenteranno di tagliarci la strada al bivio per Looport.

“Ma non ne hanno ancora avuto basta?”.

“Quando un coyote annusa la preda non la molla tanto facilmente e loro fanno questo, non ci mollano, vogliono la vendetta per lo smacco subito e per i loro compagni morti”.

Arrivarono al bivio, i cavalli erano stremati e lo stesso dicasi per quel gruppo di superstiti.

“Guardate…”.

Una polvere si era alzata dietro di loro: “Apache! Un ultimo sforzo ragazzi…”.

Purtroppo i cavalli erano troppo stanchi per sperare di distanziare quella banda a caccia di scalpi.

“Voi proseguite, io cercherò di fermarli...”.

Il cowboy fermò il suo cavallo, si voltò e con calma serafica prese in mano le sue colt. Controllò che fossero cariche e con molta lentezza incominciò ad avanzare verso gli apache.

Costoro rimasero sbalorditi da quel gesto, ammiravano il coraggio di una persona quando lo incontravano. Si fermarono anch’essi, non sapevano cosa fare, fu tutto un parlottio fitto tra di loro.

Il cowboy capì che doveva sfruttare il momento di indecisione e spronò il suo cavallo verso gli indiani.

“Allora è vero che non siete guerrieri ma squaw…se non venite a prendermi verrò io da voi”.

Piombò come una furia in mezzo a quella decina di musi rossi, le sue colt non sbagliarono un colpo, ne rimasero in piedi solo quattro. Rimise le pistole a posto e prese il fucile ed iniziò di nuovo a sparare. Gli apache superstiti scapparono in tutte le direzioni davanti a quella furia.

Il cowboy si fermò osservandoli fuggire, era il momento di raggiungere Silver City.

Vide un gruppo di cavalieri avvicinarsi, non riusciva a capire chi fossero, sorrise pensando che adesso messere Belzebù lo avrebbe sicuramente raggiunto. Caricò le pistole ed avanzò verso di loro.

Un grido gli fece capire che non erano indiani, ma era il sergente McGregory, assieme a una pattuglia di soldati. Il cowboy andò loro incontro.

“Salve sergente, allora la bottiglia di whisky è pronta?”.

“Diavolo di un ragazzo, ce l’hai fatta ancora una volta!”.

Scesero entrambi dai loro cavalli e si abbracciarono, un coro di evviva esplose da parte dei soldati.

“Sergente McGregory a rapporto” il soldato era davanti al colonello Pearson, il suo ufficio era l’ufficio dello sceriffo.

“Prego sergente…comodo…il ragazzo che è con lei è…?”.

“Si, colonello, è quello che salvò la pattuglia o meglio quello che restava della pattuglia del capitano Murray, e ora ha portato in salvo gli uomini e le donne dei ranch sparsi nella zona del Gila River”.

“La ringrazio per quello che ha fatto, mi permetta di stringerle la mano. Un grazie a nome dell’esercito degli Stati Uniti d’America”.

“Chiunque al posto mio avrebbe fatto lo stessa cosa, in ogni modo grazie colonello”.

“Cosa sa dirmi delle forze degli apache? E’ vero che hanno fucili nuovi di zecca?”.

“Si è vero, credo che il sergente gli abbia riferito di quelle due parole dell’indiano morente: Rico e carri.  Purtroppo per il nome è buio pesto”.

“Un bel problema, qualche rinnegato  vende a loro le armi in cambio sicuramente di oro”.

“Oppure in cambio di territori da coltivare, la zona del Gila River è abbastanza ricca di prati, non è arida”.

“Speculazione di qualche grosso affarista? Ipotesi non da scartare. Quanti sono gli apache che sono scesi sul sentiero di  guerra?”.

“A occhio e croce credo sui duecento, si sono unite le bande di Delgado e Cane Rosso, quest’ultimo sta già parlando con il suo dio”.

“Metteranno a ferro e fuoco l’Arizona, bisogna fermarli ad ogni costo!” esclamò il colonello.

 

                         

“Non sarà facile colonnello, gli apache sono guerrieri nati. Colpiscono e poi spariscono, attraversano il confine e vanno a rifugiarsi in Messico. Ci vorrebbe la collaborazione del governo di quelle province”.

“Washington ci sta lavorando, sta parlando con il governo centrale messicano, ma sono dubbiosi se accettare, per loro noi siamo solo degli invasori, Questo stato come il Texas e New Messico, lo sentono ancora appartenente  al Messico, anche se sono passati decenni dalla sconfitta che hanno subito”.

“Eppure odiano gli apache con tutto il cuore!” disse il sergente.

“Vero sergente, ma non basta farli collaborare con noi”.

In quel momento si aprì la porta dell’ufficio. Ero lo sceriffo che con il suo aiutante rientrava dal suo giro per la cittadina.

“Tutto a posto, nessun mentecatto pronto a creare guai. Jimmy metti su il caffè…ma per tutti i diavoli…alza le mani giovanotto, sei in arresto”.

Il cowboy non si scompose, alzò le mani.

“Jimmy toglili l’artiglieria, questo tizio è dannatamente bravo con quei gingilli”.

“Sceriffo cosa sta succedendo?” domandò il colonello Pearson.

“E’ un assassino, è ricercato in ben tre stati! Faccio solamente il mio dovere, sbatterlo in gattabuia!”.

“Non può farlo sceriffo…”.

Lo sceriffo guardò il militare e sorridendo chiese il perché. Il militare rispose serafico: “Questo ragazzo fa parte dell’esercito in qualità di scout! Gli è stata concessa la grazia dal presidente stesso, strano che non vi sia giunto nessuna segnalazione in merito”.

Lo sceriffo rimase stupefatto da questa affermazione, domandò al suo aiutante se ne sapeva qualcosa ma anche lui rispose di no.

“Domani mattina vado all’ufficio postale e mi sentirà quel dannato perdigiorno. Giuro che se si è dimenticato di darmi il telegramma lo spedisco a pedate fino a Flagstaff!”.

“Bueno sceriffo, posso abbassare le mani o devo ancora tenerle in alto per molto?”.

“Abbassale giovanotto e tu Jimmy ridagli le pistole. Bene colonello non dubito delle sue parole, ma voglio darle un consiglio, non si fidi di questo giovanotto, è peggio di un serpente a sonagli”.

Il cowboy sorrise :”Su sceriffo, ha mai visto un serpente che le paghi un bicchiere di buon torcibudella? “.

“Giovanotto…mai visto, ma in tante cose c’è sempre la prima volta. Forza andiamo!”.

“Grazie colonello, mi ha tolto da un guaio molto serio”.

“Ora però sono io nel guaio, manderò il mio attendente a svegliare la persona che lavora all’ufficio postale, chiederò espressamente che lei entri a fare parte nell’esercito, e che  gli venga concessa la grazia. Il sergente mi ha parlato a lungo di lei, e credo di essermi fatto un’idea che corrisponde alla realtà”.

“Ovvero?”.

“Che lei non è un assassino, ne un bandito. Le persone a cui ha tolto la vita erano ricercati con accuse che gli avrebbero portati al capestro se fossero state arrestate. Certo ammazzare uno sceriffo non è stato il massimo, anche se l’indagine successiva fatta dal governatore del Texas, ha dimostrato che la vittima faceva parte della banda Reno”.

Il cowboy non sapeva di quell’inchiesta, l’unica cosa che aveva fatto era mettere miglia e miglia alle sue spalle, seppure avesse sparato per legittima difesa.

“Ora gliela stringo io la mano colonello, per me sarebbe un onore entrare al suo servizio, e poi onestamente adoro fare da balia a certi sergenti di mia conoscenza”.

“Giovanotto per tua conoscenza so badare ancora a me stesso!”.

“Calma sergente, stavo solo scherzando, non vorrà mica rovinarsi il suo bel bicchiere di whisky?”.

“Questo non sia mai detto, prima lo bevo, me lo gusto, mi accendo un sigaro se il colonello me lo permette, poi dopo ti farò capire chi è il sergente McGregory”.

“Così mi piaci amico mio…vamos entriamo nel saloon”.

L’indomani mattina arrivò il dispaccio dove annunciava che il cowboy entrava a fare parte nell’esercito come scout e che gli era stata concessa l’amnistia.

“Bene, ora che siamo in regola parliamo di questi dannati apache ma soprattutto di chi gli vende le armi. Qualche idea in merito?”.

Il cowboy ci pensò su un attimo e rispose che tempo addietro aveva sentito qualcuno della banda Reno parlare di un tizio che procurava armi a chi pagava bene.

“Dove si trova questo tizio?”.

“Oltre il confine, dalle parti di Nogales…, come si chiami questo tizio  però non ne ho idea”.

“Sono giunte anche a noi voci di qualcuno che vende armi, però abbiamo le mani legate, noi soldati non possiamo passare il confine, ci sarebbero guai  con il governo messicano”.

“Voi no colonello, ma io si…se mi concedete l’autorizzazione potrei fare un salto a vedere come stanno le cose”.

Il colonello Pearson rifletté su questa possibilità, il giovane faceva parte dell’esercito ed era aggregato al suo plotone.

“D’accordo, però come capirai anche tu andrai a titolo personale, se ti troverai nei guai purtroppo non potrò muovere un dito per te”.

“Vado a preparare il cavallo e parto immediatamente…”.

“McGregory si metta in abiti civili e vada con lui!”.

“Si colonello!”.

I due partirono verso il confine messicano, e se non avrebbero trovato gli apache in un paio di ore lo avrebbero passato.

“Come ci comportiamo una volta arrivati?”.

“Ci faremo passare per gente che ha bisogno di comprare armi”.

“Credi che ci cascheranno? Di solito chi vende armi è diffidente davanti a gente sconosciuta”.

“Sergente, quando sarà il momento vedremo come comportarci, a noi basta trovare chi le vende”.

“E poi? Se ti conosco bene non credo che ce ne andremo via senza fare nulla”.

“Quien sabe?”.

(continua)

 
 
 

Fiamme sull'Arizona(4)

Post n°2573 pubblicato il 02 Aprile 2020 da paperino61to

I carri inevitabilmente rallentavano il cammino degli uomini, e di tutti gli uomini presenti nella carovana il cowboy aveva seri dubbi che fossero in gamba a sparare. Alcuni di loro senz’altro, lo avevano dimostrato al rojo, ma gli altri?.

Con questi pensieri l’uomo cavalcava in testa alla colonna.

“Che dice, gli indiani saranno già sulle nostre tracce?”.

“Può scommetterci la camicia mister Lumet, per loro siamo un ricco bottino”.

“Ma non abbiano nulla con noi, è rimasto tutto nel ranch!”.

“Questo gli indiani non lo sanno e poi a loro fanno gola anche i nostri scalpi”.

“Selvaggi, sono solo dei dannati selvaggi”.

“Mister Lumet, sa cosa fanno i messicani da anni a questi dannati selvaggi?”.

“Cosa fanno?”.

“Uccidono gli apache a tradimento per poi scalparli. Non fanno distinzione tra uomini e donne, tra vecchi e bambini. Ogni scalpo ha un prezzo. Come li chiama queste persone?”.

“Non può essere vero dannazione, noi non siamo selvaggi come loro?”.

“Lei crede? Cosa mi dice della strage della tribù di Caldaia Nera dei Nasi forati?”.

“Ho sentito dire che è stato uno sbaglio, un tragico sbaglio”.

“Non lo è stato mi creda, il colonnello che guidava il plotone sapeva cosa faceva. Caldaia Nera è morto sventolando la bandiera americana. Donne, vecchi, bambini e uomini trucidati solo perché erano di pelle diversa dalla nostra. Noi non siamo meglio di quelli che ci danno la caccia”.

Detto questo il cowboy si allontanò, andando in fondo alla colonna.

“Tutto a posto ragazzi?”.

“Si” risposero gli uomini.

“State con gli occhi aperti, gli apache sono maestri nell’arte delle imboscate. Mano sui fucili mi raccomando”.

Il Yellow Pass si stagliava verso il cielo con le sue guglie rocciose. Attraversarlo non era un problema, seppur il sentiero fosse stretto un carro lo avrebbe attraversato ugualmente. Il problema era rappresentato dal fatto che se gli indiani fossero arrivati prima quel luogo diventava un ottimo posto per un’imboscata.

“Sergente venga con me, ho bisogno di un paio di occhi esperti come i suoi”.

McGregory si staccò dalla carovana e andò con il cowboy. Entrarono a passo lento nel sentiero scomparendo in breve alla vista dei loro compagni che aspettavano un loro cenno loro per addentrarsi.

“Vado avanti per primo sergente, lei mi copra le spalle e se vede muoversi qualcosa spari!”.

“D’accordo giovanotto, ma anche tu fai attenzione, non vorrei inzuppare il mio fazzoletto di lacrime per te, mi è costato una fortuna”.

Il cowboy percorse un paio di miglia a passo lento osservando le rocce ai lati della sentiero, non vi era anima viva. Fece un segno al sergente che era tutto a posto e di seguirlo.

“Ora che facciamo?”.

“Scendiamo da cavallo e proseguiamo a piedi. Dovessi tendere un’imboscata lo farei in quel punto”.

Indicò un posto innanzi a loro ideale per nascondersi.

“Stavolta vado avanti io e non provarci ad impedirlo!” tuonò il sergente.

“Bueno, se lei vuol trovarsi davanti a messere Belzebù faccia pure”.

Il soldato iniziò ad avanzare lentamente con gli occhi fissi su quelle rocce e il dito sul grilletto del fucile.

Il sudore imperlava la sua fronte, era arrivato a un paio di metri dal posto, quando il cowboy si lanciò sul sergente facendolo cadere, mentre le pallottole sfioravano l’uomo. I colpi erano stati sparati dall’alto.

“Mi sa che ti devo la vita giovanotto”.

“Adoro farle da balia sergente, ma ora andiamo dietro a quello spuntone, poi lei inizi a sparare mentre io cerco di risalire da quella parte”.

McGregory iniziò a sparare, ma nessuno si era più fatto vivo. Il cowboy era sparito tra le rocce e guardingo arrivò al punto dove avrebbero dovuto essere gli apache. Il sole era alto in cielo, il silenzio totale, quasi irreale. Sapeva che erano nascosti, era solo questione di tempo che si rifacessero vivi.

Lentamente avanzò nascondendosi tra le rocce, un attimo solo bastò per fargli capire dov’erano nascosti gli indiani. Il sole fece riflettere la canna del fucile. Strisciò per non farsi  non vedere, si arrampicò nuovamente e in breve fu alle spalle degli apache.

“Buenas dias, amigo, se volete gentilmente buttare i fucili… ”.

Gli indiani sorpresi si voltarono e abbozzarono un disperato tentativo di difesa, l’ultima cosa che videro fu il volto dell’uomo bianco.

Due erano morti all’istante, il terzo era ancora vivo, ma il cowboy capì che lo sarebbe stato per poco. Notò che i fucili dei tre apache erano nuovi di zecca, allora domandò all’indiano morente come facevo ad averli.

L’indiano con voce  molto flebile farfuglio due parole nella sua lingua poi morì. Prese il fucile nuovo di zecca e ridiscese per andare incontro al sergente.

“Tenga sergente, omaggio degli apache”.

Il soldato emise un fischio: “Avessimo noi questi fucili nuovi, dove diavolo li avranno rubati?”.

“Non rubati ma comprati. Prima di morire uno degli apache ha detto Rico o qualcosa del genere e carri, secondo lei cosa vuol dire?”.

“Presumo volesse dire carri carichi di fucili, qualche sporco mercante che vende a loro le armi, per Rico buio pesto”.

Entrambi tornarono alla carovana. Lo Yellow Pass non presentava più insidie.

“Saranno lontani gli apache?” domandò Ousbourne.

“Affatto, sono molto vicini e mi sta venendo un’idea per rallentarli. C’è qualche uomo che voglia darmi una mano come hanno fatto al rojo?”.

 

 “Quegli uomini ne sarebbe felici di aiutarla, ha bisogno di altro?”.

Si! Candelotti di dinamite se ne avete nei carri” rispose il cowboy.

Ousbourne si allontanò e dopo una decina di minuti tornò con gli uomini.

“Purtroppo nessun candelotto, mi spiace”.

“Bene ragazzi, alcuni di voi li conosco già, e so che è gente che sa sparare, gli altri che hanno poca dimestichezza con i fucili, non importa, quello che conta è che facciate baccano. Gli apache devono credere che siamo in parecchi. Se non ve la sentite non vi biasimo, ditelo ora!”

Nessuno dei presenti si tirò indietro: “Diteci cosa dobbiamo fare”.

Ousbourne sussurrò al sergente: “Ha la stoffa del capitano, mai pensato di entrare nell’esercito?”.

“Non credo che gli andrebbe a genio”.

                                            

“Voi proseguite per Silver city, cercate di non fare pause se non sono necessarie. Noi vedremo di rallentare gli apache”.

“Hey sergente nessuna lacrima, e tenga in serbo una bottiglia di whisky per festeggiare d’accordo?”.

Il soldato accennò di si con la testa, non voleva farsi vedere che stava piangendo.

Non sapevano con certezza quanto tempo avrebbero impiegato gli apache ad arrivare, ma dovevano sbrigarsi a tendere l’agguato.

“Forza ragazzi, inutile perdere tempo ad arrampicarci, avremmo poi problemi a scendere, più avanti c’è una curva, il sentiero si restringe e gli indiani sono obbligati a rallentare e mettersi in coda l’un con l’altro”.

“Noi che dobbiamo fare?”.

“Intanto cerchiamo di mettere degli ostacoli, come i sassi, vediamo se riusciamo a spostarne qualcuno tanto per intralciarli quando arriveranno. Dobbiamo fare in modo di rallentarli il più possibile, poi di dividiamo in due gruppi, il primo sparerà appena avrà a tiro gli apache, poi si ritirerà alle spalle del secondo gruppo che a sua volta sparerà. Mi sono spiegato? Avete domande da fare?”.

“Per quanto andremo avanti con questa tattica? Se gli apache decidessero di attaccarci non credo che resisteremo molto”.

“Giusto, non potremmo resistere molto. Lasceremo i cavalli non lontani da dove saremo, un uomo starà di guardia. Per questo dico, cerchiamo di intralciare gli indiani con massi, arbusti, rami, se poi è il caso gli daremo fuoco, qualsiasi cosa possa servire da intralcio ai cavalli degli apache”.

Gli uomini si misero al lavoro, il sentiero divenne impervio oltre che stretto. Chi arrivava a cavallo doveva ora zigzagare tra i massi e altri impedimenti rallentando di molto l’andatura.

Un paio di arbusti vennero trovati e legati. I due gruppi si divisero. Il cowboy era nel primo, con altri tre uomini: l’altro gruppo, si nascondeva una decina di metri più indietro. L’uomo di guardia ai cavalli era a un centinaio di metri dagli altri.

Il rumore dei cavalli degli apache si sentiva distintamente, stavano arrivando. Sapevano che i carri non erano lontani, questione di poco e gli sarebbero piombati addosso.

Si fermarono all’imbocco dello Yellow Pass, come se avessero dubbi su un eventuale imboscata, poi Delgado fece segno di andare avanti, lentamente gli apache si inoltrarono nel Pass.

Non c’era segno di vita, ne rumore di ogni genere. Cane Rosso mandò avanti un paio dei suoi uomini, anche lui non si sentiva sicuro.

“Non capisco dove sono finiti i nostri uomini? Avrebbero dovuto trovarsi qui!”.

“Può darsi che abbiano seguito i visi pallidi, sicuramente è così”.

“Può darsi, ma la prudenza non è mai troppa. Mi hanno detto che una pattuglia di soldati si è salvata grazie a un uomo”.

“Si, quel maledetto ci ha tolto la soddisfazione di massacrarli tutti. E’ come un lupo, astuto e feroce”.

“Spezzeremo i denti a questo lupo!” rispose Cane Rosso con ferocia.

Il gruppo mandato in avanscoperta tornò indietro, non avevano visto segni di vita, si erano spinti fino alla curva.

“Il sentiero più avanti si restringe e ci sono parecchi massi. Dobbiamo fare attenzione ai cavalli che non si rompano le zampe”.

Cane Rosso domandò se quei massi potevano essere caduti o se qualcuno li avesse messi di proposito, anche lui aveva sentore di un imboscata.

“Non credo che i visi pallidi abbiano avuto il tempo di metterli, sono caduti senz’altro. Un paio di settimane fa ha piovuto parecchio da queste parti, sicuramente sono franati” rispose Delgado.

Gli apache si mossero molto lentamente, i loro occhi scrutavano ogni anfratto, ogni masso, o spuntone, ma non scorsero nulla, non un’ombra dei visi pallidi.

“Sparate quando ve lo dico io, ragazzi, per ora solo calma. Non fate rumore mi raccomando!” questo era l’ordine impartito dal cowboy ai suoi uomini.

“Eccoli!!” sussurrò uno degli uomini.

“Bueno, lasciamoli avvicinare ancora di qualche metro”.

La tensione negli uomini saliva, non erano abituati a questo genere di cosa, erano mandriani non soldati.

“Ancora, un po’…ecco che arrivano i piccioncini….fuoco!!!”.

I primi apache furono falcidiati senza rendersene neanche conto e quelli che erano dietro a loro non potevano correre in loro soccorso senza rischiare di rompere le zampe ai cavalli.

“Vamos, ora filiamo e alla svelta, tenetevi al riparo più che potete”.

Gli apache risposero al fuoco ma sparavano a casaccio non capendo dove fossero nascosti i visi pallidi.

“Avanti! Siete guerrieri o donne?” tuonava Delgado.

Gli indiani avanzarono sempre a passo lento, ma nulla poté salvarli dal secondo gruppo di uomini che spararono all’unisono. Molti di loro caddero a terra feriti o morti.

Cane Rosso scese da cavallo e indicò ai suoi di seguirlo. Ogni apache avanzava tenendosi nascosto dietro ai massi.

“Bravi ragazzi, ora viene la parte più difficile, gli indiani si sono fatti furbi, avanzeranno a piedi e non in massa. Voi sparate se ne vedete uno, altrimenti state fermi e zitti. Sono obbligati a venire allo scoperto”.

 

 “La fai facile tu…io ho una fifa addosso”.

Il cowboy sorrise e diede una pacca sulle spalle all’uomo: “Ce la caveremo fidati!”.

Gli indiani avanzarono guardinghi, in cuor loro speravano che i visi pallidi fossero scappati via. Purtroppo per loro non fu così, le verdi praterie di Manitù li stavano aspettando. Una selva di proiettili li colpì in pieno.

“Forza, gambe in spalle. Voi proseguite fino ai cavalli, io mi fermo con l’altro gruppo”.

“Gli apache saranno furiosi e verranno in massa ad assalirci, non perdete la calma”.

Infatti gli indiani erano molto più che furiosi e abbandonarono ogni prudenza lanciandosi addosso agli odiati “wasichu”. Le loro urla facevano gelare il sangue e alcuni uomini si fecero il segno della croce.

“Hombres, lo sai che le urla non hanno mai ucciso nessuno?”.

“Sarà come dite voi senor, ma io me lo sono fatto lo stesso”.

“Bando alle chiacchere…eccoli…fuocoooo!!”.

Molti apache caddero a terra, tra di essi Cane Rosso, morti e feriti si mescolavano in quel sentiero bagnato dal sangue e dalle grida.

“Corriamo verso in cavalli e poi via di corsa”. Agli arbusti fu dato fuoco in modo che le fiamme coprissero la loro fuga.

Il cowboy esplose ancora alcuni colpi di fucile poi saltò in groppa al suo cavallo.

 (continua)

 
 
 

Fiamme sull'Arizona(3)

Post n°2572 pubblicato il 01 Aprile 2020 da paperino61to

                                       

“Sergente, ora mi dirà che la berrà perché i suoi reumatismi si stanno lamentando vero?”.

“Giovanotto, per tua fortuna sono di animo buono altrimenti saresti già fuori ad assaggiare la polvere! Bevo, perché…perché…”.

Il cowboy sorrise e versò il whisky nei bicchieri di entrambi. I soldati presenti al forte parlottavano tra di loro, chi sottovoce e chi alzando la voce fino al soffitto.

Uno di loro si diresse al loro tavolo, guardò il sergente e poi il cowboy, infine disse:”Ho sentito dire che hai portato in salvo i soldati giunti ora al forte…strano che gli apache lasciano vivi qualcuno quando gli danno la caccia”.

Il sergente stava per dire qualcosa ma il cowboy gli fece segno di lasciar perdere.

Il soldato però continuò con le sue insinuazioni, e tra una frase e l’altra sorrideva. Voleva provocare il cowboy, era evidente a tutti. Un paio di commilitoni si avvicinarono al soldato a dargli man forte.

Il sergente si alzò dalla sedia e prese i tre da parte sussurrandogli il nome del cowboy, poi aggiunse: “Ragazzi, se volete accomodarvi fate pure, io vado al bancone a gustarmi lo spettacolo, buona fortuna!”.

I tre soldati erano meno sbruffoni dopo aver sentito chi era il tizio seduto intento a mangiare.

“Bueno, ragazzi, io ho finito la cena e sono tutto per voi. Però sbrigatevi perché ho da fare, quindi sta a voi decidere!”.

Si alzò lentamente, scostò la sedia e fissò in volto i tre soldati. I suoi occhi erano diventati di ghiaccio. Il silenzio calò sul saloon e la gente intorno a loro si scostò.

“Allora bravi soldati, avete deciso?”.

Nessuno di loro rispondeva, si erano infilati in un tunnel che li avrebbe portati alla morte certa se faceva anche un solo lieve movimento.

“D’accordo cuori di leoni, vi dò un consiglio, la prossima volta che volete fare i furbi con qualcuno, accertatevi prima chi sia il vostro divertimento, potrebbe finire male per voi, adios amici! Forza sergente muoviamoci”.

Uscirono dal forte, la luna splendeva in alto nel cielo. Dopo parecchie miglia, il sergente domandò cosa avesse fatto se i tre soldati avessero messo mano alla pistola.

“Voi cosa pensate avrei fatto?”.

“Avresti tirato fuori le tue colt!”.

“Esatto, e sarebbe stato un peccato per quei baldi giovani”.

Riattraversarono di nuovo il Gila River stavolta più a sud.

Sulla strada vi era il primo ranch segnato sulla mappa, il proprietario si chiamava Lumet. Alle prime parole, non credeva molto al racconto dei due uomini, ma quando il sergente fece vedere l’ordine firmato dal comandante di forte Hutaca, Lumet cambiò idea.

“Farò svegliare gli uomini e la mia famiglia, andremo in città”.

“Signor Lumet, portate con voi poca roba, non abbiamo molto tempo!”.

La luna vide un gruppetto di uomini a cavallo e un carro guidato da una donna, con dietro dei bambini impauriti.

“Sergente, il prossimo ranch dove si trova?” domandò il cowboy.

“E’ dietro a quel crinale, è il ranch degli Ousborne, una brava persona, era con me a Gettysbourgh”.

“Vado avanti io, quando vede il mio segnale avanzate”.

Dal crinale sembrava tutto tranquillo, gli uomini del ranch stavano dormendo.

Fece il segnale e il gruppo guidato dal sergente iniziò ad avanzare.

“Andiamo, vedendo un soldato avranno meno timore ad aprire”.

La luce all’interno della casa si accese, ne uscì un uomo corpulento con tanto di fucile in mano. Alcuni uomini giunsero al suo fianco, erano i dipendenti del ranch.

“Chi siete? Cosa volet…ma che Dio mi fulmini se quello che vedo non è McGrecory…figlio di un coyote…ma che ci fai da queste parti?”.

“Proprio vero che ad oziare ci si ingrassa”. Il sergente scese da cavallo e abbracciò il vecchio amico.

“Entrate in casa vi prego. Hey, Jim, aiuta quegli uomini che stanno arrivando a sistemarsi”.

“Clem, non c’è tempo per i ricordi, vestiti in fretta e seguici. Gli apache sono sul sentiero di guerra, ho qui un ordine del comandate di Forte Hutaca”.

L’uomo lesse il foglio, poi esclamò un imprecazione.

“Avverto i miei dipendenti, datemi dieci minuti di tempo e saremo in sella”.

“Tua moglie? Non l’ho vista”.

“E’ morta cinque anni fa…è seppellita sotto quella pianta…era la sua preferita, ci andava nelle sere calde”.

“Mi spiace…” furono le sole parole che il sergente riuscì a dire.

“Quegli uomini fuori chi sono?”.

“Il tizio si chiama Lumet, è con la sua famiglia e i suoi uomini. Avevano il ranch non distante dal Gila River”.

Mancava ancora un paio d’ore al sorgere del sole. Il cowboy scrutava con gli occhi da felino.

“Apache?”.

“Ho una strana sensazione sergente, ma non so cosa sia…andiamo avanti ma dite agli uomini di stare all’erta”.

“Il prossimo ranch è quello dei Zemicks…dalla mappa, bisogna svoltare a destra da quel bivio”.

Man mano che il gruppo si avvicinava al bivio, una luce intensa illuminava la notte.

“Alt!!” ordinò il sergente.

Il cowboy annusò l’aria, una leggera brezza aleggiava nell’aria notturna.

“Sembra puzza di bruciato. Sergente, venga con me, dica agli altri di mettersi al coperto dietro a quell’avallamento e di aspettarci”.

Sulla strada che portava al ranch, l’uomo scese dal cavallo e guardò il terreno, la luce in lontananza illuminava bene la scena.

“Impronte di cavalli non ferrati…e anche un bel mucchio”.

“Quello è un incendio, una luce di lampada non fa chiaro così”.

“Esatto McGregory…siamo arrivati tardi. Fuori i fucili e avanziamo lentamente”.

I due uomini arrivarono al ranch senza incontrare un indiano. Le fiamme avevano divorato la casa, se qualcuno era rimasto all’interno di sicuro era bruciato.

“Guarda…appesi a quell’albero” .

Un  paio di uomini erano appesi a testa in giù, sotto di loro era stato acceso un braciere.

“Maledetti, li hanno torturati”.

“Tiriamoli giù e diamo loro una sepoltura, poi vediamo se c’è ancora qualcuno vivo, anche se non credo”.

Finito l’ingrato compito, si avviarono verso la casa, ma l’incendio proseguiva impedendo l’accesso ai due uomini.

“Vieni qui…”.

Il cowboy si avvicinò al punto dove si trovava il sergente. Due ragazzini distesi sul terreno, erano stato scalpati.

“Maledetti…maledetti!!” urlò il soldato.

Il cowboy non disse nulla, tornò al cavallo e prese il badile per seppellire i due sventurati ragazzini.

Tornarono al bivio dove avevano lasciato gli uomini. Le loro facce facevano capire agli altri cosa fosse successo al ranch.

La moglie di Lumet abbracciò i figli e pianse.

“Vamos, riprendiamo il viaggio. L’ultimo ranch da queste parti qual è sergente?”.

“Aspetta che prendo la mappa…ecco è quello del Double T…di O’Connor”.

“So io dove si trova” esclamò uno degli uomini di Ousbourne.

“Bueno, facci strada allora e state tutti all’erta, fucili in mano e pronti a sparare. La banda degli apache che ha distrutto il ranch degli Zemicks è ancora da queste parti”.

Ripresero la cavalcata senza indugi e per fortuna non incontrarono indiani.

Il sole prendeva il posto della notte, il cielo era limpido e il caldo di giugno incominciava a farsi sentire in quelle zone.

“Manca ancora molto?”.

“Una decina di miglia” rispose l’uomo che faceva da guida.

                                                 

“Se agli apache viene in mente di attaccarci troveranno pane per i loro denti” esclamò Lumet. Il gruppo degli fuggiti era composto da una quindicina di persone, togliendo la moglie del ranchero e i suoi due figli, si poteva contare su una dozzina di uomini più il cowboy e il sergente.

“Vuole la mia impressione? Se gli apache ci attaccano ci spazzeranno via in un attimo. Non sono certo del numero ma sicuramente non sono meno di un centinaio”.

Lumet sbiancò in volto, guardò la moglie e i figli, il sergente aveva ragione, non avrebbero avuto scampo.

“Ecco il rojo” esclamò l’uomo che li conduceva al ranch di O’Connor.

“Guardate laggiù!”

Gli uomini si voltarono: erano segnali di fumo.

“Presto, fate muovere i cavalli, prima arriviamo al ranch e meglio è”.

Il cowboy domandò a Ousborne e Lumet se i loro uomini erano abili a maneggiare i fucili. La risposta è che solo un paio erano in gamba, la maggior parte erano mandriani.

“Ditegli di rimanere con me vi copriremo le spalle rimanendo a distanza! Sicuramente chi ha mandato i segnali è solo un piccolo gruppo che ci sta seguendo”.

“Mi fermo anch’io con te” disse il sergente.

“No caro soldato, tu devi portare questa gente al ranch, hai tu l’ordine firmato del tuo comandante per portare in salvo anche la gente di O’Connor, e poi te l’ho detto a messere Belzebù, non credo gli convenga avermi tra le sue grinfie”.

“D’accordo figliolo, ma mi raccomando fai attenzione, mi spiacerebbe sapere che il tuo scalpo trovi posto su una lancia apache”.

Il cowboy sorrise, poi ai suoi compagni disse di andare a nascondersi nel rojo. Gli indiani non avrebbero sospettato che si fossero nascosti proprio in questo posto.

“Non sparate fino a quando non siano a tiro. Non credo siano più di una decina, anzi forse meno. Pedro tu occupati dei cavalli, fargli sdraiare ma soprattutto non farli nitrire altrimenti siamo nei guai”.

“Si, senor”.

“E se fossero di più?” .

“Non credo, altrimenti ci avrebbero già attaccato…credo che il grosso della banda sia da un’altra parte”.

“Potrebbero aspettarli!”.

“Potrebbero, però perderebbero del tempo, sanno bene che noi cerchiamo di raggiungere Silver city. Quello che non loro capiscono è perché noi facciamo questa strada”.

L’attesa durò una mezz’ora circa ed in lontananza si vedeva un gruppo di cavalli avanzare.

“Eccoli!” gridò uno degli uomini.

“Bueno amigos, state pronti! Sparate solo quando ve lo dico. Pedro, mi raccomando i cavalli, che se ne stiano buoni”.

Il gruppo che stava seguendo i visi pallidi era composto di sette apache. I cavalli galoppavano ad andatura veloce, gli indiani non potevano permettersi di perdere contatto con le loro prede.

“Fateli avanzare ancora di qualche metro…calma…ancora un po’..ora! Fuoco!”.

La pioggia di proiettili sparati dal cowboy  e dagli altri due uomini falcidiarono gli apache all’istante.

“Ottimo lavoro ragazzi, ora in sella, meglio allontanarsi alla svelta da qui”.

“E i cavalli? Potrebbero farci comodo”.

“Lo so, ma non abbiamo il tempo per recuperarli, alcuni sono scappati, vamos”.

Raggiunsero il resto del gruppo dopo qualche miglia, il ranch non era distante, lo si intravedeva in lontananza.

“Fermi! Cosa volete?” esclamò una voce proveniente da dietro uno steccato del ranch.

“Sono il sergente McGregory, qui con me ci sono il signor Lumet e il signor Ousbourne, con le loro rispettive famiglie e uomini”.

“Venite avanti ma lentamente!”.

“Mister Ousborne, sono Clyde…Clyde Turner, ho lavorato per lei un paio di anni fa…si ricorda?”.

“Clyde…ma certo vieni avanti figliolo…lasciate entrare questi uomini”.

La porta del ranche fu aperta e gli uomini a cavallo poterono entrare.

“Cosa ti porta da me ragazzo? “.

“Apache, mister Ousborne” rispose il sergente.

“Ho qui un ordine scritto dal comandante di Fort Hutaca, per far sgombrare tutti i ranch della zona e portarle le persone a Silver city”.

“Brutta faccenda, se anche Cochise è sceso in guerra”.

Il cowboy rispose che non era il capo ad essere sceso sul piede di guerra, ma Delgado e Cane Rosso.

Ousbourne emise un fischio: “Bruttissima faccenda, quindi sergente consigliate di unirvi a voi e lasciare il mio ranch?”.

“Si, mister! Non avete scelta se gli apache…”.

“Sapremmo come accoglierli quei musi rossi. Ho armi e munizioni in abbondanza e…”.

“Serviranno a poco, gli apache se si uniranno in un’unica banda vi spazzeranno via in un battito di ciglia, mi creda Ousborne, per voi l’unica salvezza è scappare”.

“Non lascerò mai il mio ranch, se vogliono farlo i miei uomini lo facciano, io non mi muovo!”.

“John!! Smetti di fare il bambino e pensa a noi, ai tuoi figli e alle donne presenti nel ranch!”.

A parlare era la moglie, una donna sulla quarantina, accanto a lei un ragazzino di dieci anni.

“Andate voi, io rimango qui a difendere…”.

“No, tu rimani a farti uccidere e noi con te, è questo che vuoi John?”.

“Dannazione Mary, non è questo lo sai…ma la nostra vita è qui, in questo ranch, se scappiamo cosa credi che faranno gli apache? Lo bruceranno, razzieranno i cavalli e le mucche, avremmo perso tutto”.

“Non la vita,Ousborne. Stiamo arrivando dal ranch degli Zemicks…volete che vi dica che fine hanno fatto?” disse il cowboy.

L’uomo fece cenno di no con la testa, uscì dalla porta e chiamò a raccolta gli uomini e le donne presenti nel ranch.

“Gli apache stanno arrivando, abbiamo solo una probabilità di salvezza, preparate i carri, mettete solo lo stretto indispensabile. Forza muovetevi, prendete i cavalli migliori!”.

“Ma mister Ousborne, ma facendo così distruggeranno il…”.

“La nostra vita e quella dei nostri cari vale di più, vai Sam, non perdere tempo. Caricate anche i viveri e l’acqua sui carri”.

“Saggia decisione mister, non sarà una passeggiata arrivare a Silver city. Vedete quei segnali di fumo?”.

L’uomo guardò levarsi in cielo i segnali.

“Cosa vorranno dire?”.

“Che le bande di apache si sono unite, cercheranno di attaccarci al Yellow Pass, bisogna arrivare prima di loro e alla svelta!”.

(continua)

 
 
 

Fiamme sull'Arizona(2)

Post n°2571 pubblicato il 31 Marzo 2020 da paperino61to

                                   

I soldati si nascosero a ridosso della chiesa con i fucili in mano. In quel momento si aggrappavano a qualsiasi preghiera pur di uscirne vivi.

“Attaccheranno?”.

 “Per ora manderanno qualcuno in avanscoperta. Sicuramente entreranno dentro per dare un’occhiata…dite ai vostri uomini di non fare rumore e di non sparare, è l’unica speranza che possiamo avere”.

Quattro apache varcarono il portone della missione, i loro occhi scrutavano ogni cosa. Uno di loro scese in terra e osservò eventuali tracce, poi risalì a cavallo incitando gli altri a tornare al gruppo e facendo elevare l’urlo di guerra.

Il cowboy prese la mira e sparò, tre di loro caddero sul terreno, il quarto se la cavò per il rotto della cuffia.

“Chiudete il portone!” urlò il sergente.

“Andate a quelle finestre e sparate solo quando sono vicini, cercate di non sprecare colpi”.

Due finestre con grate in ferro davano sul terreno innanzi alla missione. Davanti al portone i soldati misero un paio di carri trovati dentro un capanno.

Sul campanile della chiesa salirono altri tre soldati a dare man forte ai due già presenti.

L’urlo degli apache fece capire agli assediati che la battaglia avrebbe avuto inizio. Il cowboy vide in testa alla carica Delgado e Cane Rosso.

Arrivati a una cinquantina di metri dalla missione una salva di colpi investì gli indiani. Le loro urla gelavano il sangue e le pallottole dei fucili degli apache mietevano le prime vittime tra i soldati.

“La vedo dura sergente”.

“Non disperate capitano, i miracoli a volte esistono…eccone un altro che morde la polvere!”.

“Dentro la chiesa, presto!” urlò il capitano. Dal campanile ridiscese solo un soldato, gli altri erano tutti morti.

Gli uomini lo seguirono, chiudendo il portone della chiesa e sbarrandolo con le panche trovate all’interno.

Il cowboy che ricordava di come poche persone si salvarono, andò alla ricerca di una via di fuga. Sotto l’altare vide una botola coperta di ragnatele e una panca messa nel tentativo di nasconderla, l’aprì, notò una scala. Decise di scendere. Era buio, ma capiva che davanti a se aveva un corridoio, accese un fiammifero e proseguì per parecchi metri. Davanti ai suoi occhi il corridoio si allargava in un semi cerchio, ai lati del muro vi erano delle cripte. Una di queste aveva un’inferriata aperta, e la luce del giorno che intravedeva arrivava dall’alto.

“Arrampicarsi non sarà facile ma neanche impossibile”.

Dopo qualche tentativo andato a vuoto riuscì ad arrivare in cima, il foro da dove filtrava la luce era giusto della grandezza per poter passare un uomo.

Sbucò all’aria aperta, era sulla collina dietro la missione, poteva vedere la battaglia in corso tra indiani e soldati. Ridiscese di corsa dalla stessa strada.

“Dov’eravate finito?”.

“Forse abbiamo una speranza di cavarcela, ma bisogna abbandonare i cavalli”.

“Parlate!”.

“C’è un’uscita che porta all’esterno della missione. Si passa da una cripta, non vi sono apache da quella parte”.

“A piedi come faremmo a salvarci?” domandò un soldato.

“Ho sentito lo scorrere del Gila River, non credo sia lontanissimo da qui.  E’ l’unico modo che abbiamo per sperare di salvarci, altrimenti non abbiamo scampo”.

I proiettili mietevano altri morti tra le file già esigue dei soldati.

Gli apache ad ogni carica erano sempre più vicini per entrare nella chiesa.

“Fateci strada. Sergente, voi state qui con un paio di soldati”.

“Bueno capitano, andiamo, poi tornerò  indietro a recuperare il sergente e i suoi uomini”.

Il cowboy fece vedere a Murray dove era il passaggio, poi tornò di corsa dai soldati rimasti in chiesa, uno di loro era ferito gravemente.

“Forza ragazzi è ora di sloggiare se tenete ai vostri scalpi!”.

Gli indiani erano riusciti ad entrare nella missione e si stavano lanciando contro il portone della chiesa.

 “Di qua, forza… e tu che fai?”.

“Non c’è la faccio amico, lasciami qui…so che sto morendo”.

“Manco ci penso, tu verrai con noi”.

“No cowboy, la morte sta arrivando…lasciatemi una pistola…adios amigo, sei una persona per bene non un fuorilegge come dicono…vai ora…e saluta i miei compagni”.

Il cowboy scese dalla botola, la richiuse alle sue spalle. Corse verso la cripta e salì rapidamente verso l’uscita. I colpi dei fucili e le grida degli indiani fecero capire che erano entrati nella chiesa.

                                             

“Forza ragazzi voi state qui, io vedrò se i nostri amici apache ci prestano qualche cavallo”.

“Voi siete matto, volete ritornare nella missione?”.

“A piedi faremo poca strada capitano, se guardate da quella parte i cavalli non sono sorvegliati da nessuno”.

Dicendo questo il cowboy si allontanò di corsa, scese dal lato della collina, gli indiani erano intenti a cercare dove fossero i superstiti. Doveva fare in fretta, non ci avrebbero messo molto a capire da dov’era scappati.

Non vi era nessuna sentinella a guardia dei cavalli, ciò lo trovava strano. Strisciando si avvicinò a loro. Lentamente salì su un cavallo e mentre compiva questo gesto, un apache spuntò dal nulla urlando e puntandogli il fucile. Il cowboy sparò, colpendolo a morte, poi incitò con altri spari i cavalli a scappare verso la collina.

I cavalli spaventati dagli spari incominciarono a correre, alcuni indiani tentarono di fermarli ma vennero travolti. Non capirono cosa fosse successo, il cowboy cavalcava tenendosi sul fianco del quadrupede per non farsi vedere.

Solo una decina di cavalli seguirono la direzione che l’uomo voleva, la maggior parte si dispersero in tutte le direzioni.

“Eccomi qui capitano, forza tutti a cavallo. Dobbiamo fare a meno delle selle ma credo che vi adeguerete in fretta”.

I soldati montarono sui cavalli e li spronarono al galoppo verso il Gila River.

“Avete il diavolo dalla vostra parte!”.

“Sergente, ho fatto un patto con lui, se mi lascia su questa terra non vado a rompergli le scatole nel suo regno”.

“Ecco il fiume!” urlò un soldato.

“Forza ragazzi un ultimo sforzo”.

Alle loro spalle un nutrito gruppo di apache stava arrivando, non tutti i cavalli erano scappati via.

“La corrente sta diventando forte…viene difficile guadare il fiume”.

“Possiamo seguire la corrente o tentare di arrivare sull’altra sponda. Anche gli apache avranno difficoltà ad attraversarlo”.

Un paio di soldati caddero in mezzo al guado, gli indiani  erano di nuovo sulle loro tracce.

“Che facciamo capitano?” domandò un soldato.

Il cowboy rispose che la cosa migliore era farsi trascinare dalla corrente: “Non ci sono cascate per fortuna, e sicuramente il fiume non avrà questa corrente forte per tutto il suo proseguo”.

“Bene, soldati…” una pallottola lo prese in pieno petto, il fiume lo trascinò via come se fosse stato un fuscello.

“Capitano” urlò il sergente, sapendo bene che non poteva più fare nulla.

“Vamos sergente, pensate ai vostri uomini, adesso siete voi l’ufficiale, sono nelle vostre mani”.

“Avete ragione…ragazzi tenetevi al cavallo e lasciate che la corrente vi porti con sé”.

Pochi apache tentarono di emulare i soldati, ma le acque impetuose del fiume li trascinò con se facendoli annegare.

Parecchie miglia dopo i soldati riuscirono a risalire sulle riva, il fiume aveva perso la sua intensità.

“Saremmo lontani dal forte?”.

“Non credo, qualche miglia…vuole fare riposare i suoi uomini? Anche i cavalli ne hanno bisogno”.

“Ragazzi  riposiamoci,  una decina di minuti non di più”.

Poi si rivolse al cowboy chiedendo che fine hanno fatto i loro inseguitori.

“Non lo so sergente, posso solo ipotizzare che siano andati alla ricerca di altre persone da scalpare”.

“Se i musi rossi vanno ad ovest troveranno dei ranch…bisogna andare ad avvertire quella gente”.

“Non possiamo fare nulla, prima arriviamo al forte e poi si vedrà il da farsi”.

Ripresero la cavalcata a passo lento per non sfiancare troppo i cavalli, verso l’imbrunire arrivarono a Forte Hutaca.

Il silenzio fu rotto dal soldato di guardia che domanda chi erano.

“Apri il portone, siamo del terzo cavalleria, sono il sergente McGregory!”.

Gli uomini entrarono e lentamente, distrutti dalla fatica e dalla tensione accumulata, si lasciarono cadere a terra. Fu chiamato il comandante del forte e il medico.

“Sergente, cosa è successo?”.

Il soldato rispose di come fossero stati attaccati dagli apache e di come il cowboy li avesse portati in salvo.

Il comandante strinse la mano all’uomo e ringraziò per ciò che aveva fatto. Gli domandò come poteva sdebitarsi.

“Mi dia un cavallo, proverò ad avvertire la gente che è a ovest del Gila River, ho come impressione che sull’Arizona ci saranno venti di guerra indiana”.

“Non vuole riposarsi? “.

“Nel frattempo che mi diate un cavallo andrò a mangiare qualcosa poi ripartirò immediatamente”.

Il comandante lo vide allontanarsi verso il saloon del forte, poi chiese al sergente cosa ne pensasse di quell’uomo.

“Ne avessimo in cavalleria di gente di quello stampo”.

“Mi fido del suo giudizio sergente McGregory…ma stavo pensando, è consigliabile lasciarlo andare da solo? Gli apache sono sul sentiero di guerra, e se gli succede qualcosa chi avvertirà i coloni?”.

“Se lei mi concede il permesso potrei andare io con lui”.

Il comandante rifletté un attimo poi concesse il permesso :”Ora vada anche lei a mangiare, farò preparare i migliori cavalli  del forte e buona fortuna, ne avrete bisogno. Aspetti…vi farò avere una mappa di dove si trovino i ranch”.

Il sergente si sedette al tavolo del cowboy, ordinò da mangiare, ma prima: “Un bella bottiglia di whisky oste della malora!”.

(continua)

 
 
 
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