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Creato da paperino61to il 15/11/2008

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La ghiaccia di Porta Pila( Sesto capitolo)

Post n°2439 pubblicato il 22 Febbraio 2019 da paperino61to

Riassunto: In un afosa Torino, il commissario Berardi indaga su un omicidio di un professore di licero:Ettore Beraudo. Il delitto sembra inspiegabile, senza nessun motivo. Le uniche persone che frequentava era uno studente e un segretario locale del partito fascista.Durante una perquisizione a casa della vittima, il commissario trova una chiavetta, capisce che è di una cassetta di sicurezza, ma nessuna banca o posta ha registrato il nome di Beraudo. Un'altra vittima si aggiunge all'indagine, un poliziotto infiltrato al circolo Dilma, dove Ferrini ( segretario fascista) e Larassi( lo studente) lo frequentano. Mentre il commissario si reca alla stazione per l'arrivo di alte personalità da Roma, incontra la sorella di Beraudo, e nelle parole di quest'ultima Berardi riesce a capire sotto che nome si era registrato il fratello per la cassetta di sicurezza. Con Tirdi e la donna si recano in banca, e dentro la cassetta, trova un'agenda, leggendola capisce il movente dell'omicidio. Con Tirdi, si reca urgentemente alla stazione, ma arriva in ritardo e di conseguenza decide con alcuni miliziani di bloccare le auto delle personalità accompagnate da Ferrini alla sua villa. 

 

 

I minuti sono interminabili, il caldo si fa sentire ancora di più nell’abitacolo della macchina. Dalla questura ho richiesto l’intervento di agenti, quella gente è decisa a tutto e non credo si lascerà arrestare facilmente.

“Commissario, ma in quella agenda ha scritto Beraudo?”.

“Ha fatto nomi e cognomi degli attentatori ai tre uomini arrivati da Roma, spiegando dove e quando si sarebbe commesso l’omicidio”.

“Ma…colpire De Bono e…ma sono pazzi? Il motivo quale sarebbe?”.

“Beraudo spiega anche questo,  come spiega anche la sua sensazione di essere considerato un traditore e di sapere che su di lui pende la condanna a morte”.

Arriviamo all’incrocio con la discesa, l’auto di Ferrini non è ancora arrivata. Dopo un paio di minuti  sento il rumore delle auto che stanno per arrivare.

“Camerati, tenete ben in vista le vostre armi, non fate nulla se non a un mio ordine! Posso solo dirvi che per voi ci sarà un encomio del Duce!”.

Le due auto provenienti dalla discesa rallentano per poi fermarsi al mio alt. L’autista della prima vettura scende e domanda cosa sta succedendo, rispondo di scendere immediatamente con le mani alzate.

Scende anche Ferrini, mi guarda con odio ed impreca se sono diventato pazzo. Gli occupanti della seconda auto, scendono perplessi , De Bono mi viene incontro.
“Commissario Berardi, posso sapere il piacere di questa sua messa in scena? “ .

Poi si rivolge a Vecchi e al senatore Fedele: ”Signori, vi presento il commissario Berardi della questura di Torino, un ottimo elemento della nostra polizia…purtroppo ha un difetto, non è un fedelissimo devoto del nostro partito…non è così Berardi?”.

“Lasciamo perdere la devozione De Bono!”. La mia voce è seria, il mio sguardo va a Ferrini ed ai suoi uomini.

“Che succede commissario? Perché ci ha fermati?” domanda Vecchi.

“Ferrini, in nome della legge, ti arresto te come mandante degli omicidi di Beraudo e del nostro collega Giorgini, e di essere anche l’ideatore dell’attentato ai danni di De Bono, Vecchi e Fedeli, qui presenti!”.

I tre nominati si guardano tra loro, non sanno cosa dire, balbettano un: “Ma è sicuro di quello che dice? Conosco Ferrini da anni…”.

Consegno l’agenda a Fedele, sfoglia alcune pagine, poi la passa a De Bono il quale sbianca in volto.

“Tenga Berardi, faccia il suo dovere!”.

“Purtroppo, non finisce qui, ci sono ancora gli uomini che attendono il vostro arrivo sul luogo dell’attentato. Devo arrestare anche loro, ho richiesto rinforzi dalla questura”.

De Bono chiama un miliziano e ordina che venga inviato qui immediatamente un reparto: ”Faremo piazza pulita di questi infami!”.

“ Voglio  prenderli vivi, devono confessare, in ballo ci sono due delitti non solo l’attentato alla vostra persona…dopo di che fate quello che volete di questa gente…devo giustizia a una vedova e a suo  figlio”.

“Ha ragione Berardi, chiedo scusa, mi sono lasciato trascinare dall’impulso.

Il camion con i miliziani fascisti arriva dopo una decina di minuti, e altrettanti minuti ne impieghiamo ad arrivare sul luogo dell’attentato. C’è uno scambio a fuoco dove due degli attentatori muoiono, mentre gli altri cercano la fuga attraverso i campi inutilmente, vengono arrestati tutti.

Entro nella casa cantoniera predisposta per l’attentato, uno dei morti è Laressi, lo studente del Belli.

Tirdi esclama:”Povero ragazzo!”.

“Già, si è trovato in un meccanismo più grande di lui, indotto da chissà quali miraggi”.

La notizia dell’arresto di Ferrini e dei suoi uomini fa il giro della città, sia la sua signora che il padre di lei si fiondano nel mio ufficio per chiedermi spiegazione.

“Purtroppo cara signora, vostro marito è coinvolto in due omicidi e non solo, ci sono prove schiaccianti riguardante un attentato alle tre personalità arrivate da Roma”.

“Mio Dio…ma per quale motivo Claudio?...”.

“Carriera, la parola è carriera politica. Suo marito con l’appoggio di alcuni esponenti di Roma, pensava di togliere di mezzo De Bono per prendere il suo posto. Il professore Beraudo avrebbe preso  invece il posto di Vecchi al ministero dell’educazione su promessa fatta da vostro marito. Purtroppo per sua sfortuna Beraudo si è ravveduto all’ultimo momento ”.

“Ho sentito parlare di un’agenda, cosa c’è di vero?”.

“Si, Arbuni, l’agenda esiste. Beraudo ha trascritto tutto il piano del complotto da dove si tenevano le sedute, i nomi dei partecipanti, il motivo e luogo dell’attentato e soprattutto concludeva che il suo opporsi o meglio il suo cambiare idea equivaleva a una condanna a morte, e infatti così è stato. Si era premunito di lasciare un testamento, mettiamola in questo modo”.

“Non capisco perché non sia venuto da voi a denunciare la cosa?”.

“Posso ipotizzare che Beraudo sperava che non denunciando Ferrini e gli altri lo lasciassero tranquillo e che il piano dell’attentato venisse accantonato”.

La moglie di Ferrini, ha gli occhi lucidi: ”Non è possibile, Claudio…mi ha sempre detto che non gli interessava andare a Roma come politico…il Dilma, ha giurato che non lo frequentava da anni…perché commissario? Oh papà…”.

Il notaio prende la mano della figlia poi mi domanda cosa succederà al genero.

“Sicuramente per la legge verrà condannato per gli omicidi anche del nostro agente, quindi la galera a vita è assicurata, ma poi ci sarà anche il processo per alto tradimento del Tribunale speciale…e qui, sono onesto, non metterei la mano sul fuoco che il marito di sua figlia ne esca vivo”.

“Lei ha anche parlato di un agente”.

“Si, signora, suo marito ha ordinato l’uccisione di un collega. Si era infiltrato al Dilma sotto false spoglie, evidentemente ha scoperto qualcosa , purtroppo per lui è stato individuato da Ferrini o dai suoi uomini e per questo  motivo  è stato ucciso”.

Perino entra con un verbale in mano, è la confessione di alcuni attentatori. Come ovvio scaricano la colpa a Ferrini, ma non credo basti per salvarli dalla condanna di alto tradimento.

Faccio leggere ad Arbuni le loro confessioni, una smorfia di disgusto appare sul suo volto. Finito il verbale aiuta la figlia ad alzarsi e insieme escono dall’ufficio.

“Anche stavolta abbiamo consegnato gli assassini alla giustizia commissario, almeno il figlio di Giorgini può credere ancora in qualcosa di buono in questo nostro paese”.

“Concordo con te Perino…” non finisco la frase che entrano Vecchi e Fedele.

“Buongiorno commissario, volevamo ringraziarla per quello che ha fatto…se non fosse stato per lei…”.

“Signori, ho fatto solo il mio dovere, nulla di più…lo avrei fatto per chiunque, mi pagano per assicurare gli assassini alla giustizia”.

“La proporremo per un encomio e un avanzamento nella carriera, arrivederci commissario e grazie ancora”.

Perino sorride e mi domanda se deve passare a darmi del voi.

Sorrido e rispondo che se vuole basta il lei, anche se sarebbe meglio darmi del tu, visto che oramai sono anni che lavoriamo  insieme e il grado di commissario per me non significa poi così tanto.

                                                       Fine

Un grazie a voi che mi avete seguito nella nuova indagine del commissario Berardi.

I personaggi di De Bono ( Maresciallo d’Italia), Cesare Maria Vecchi ( Ministro dell’educazione dal 1935 al 1936 e Governatore delle isole dell’Egeo) e il senatore Fedele Pietro ( Membro commissione per il giudizio dell’Alta Corte di Giustizia) sono realmente esistiti.

 

 

 

 

 
 
 

La ghiacciaia di Porta Pila( quinto capitolo)

Post n°2438 pubblicato il 19 Febbraio 2019 da paperino61to

Riassunto: Il commissario Berardi indaga sulla morte di un professore di liceo, da subito intuisce che un filo lega uno studente del liceo dove insegnava la vittima e un segretario locale fascista. Costoro frequentano un circolo privato il Dilma, Berardi decide di infiltrare un proprio agente sotto falso nome. Costui da appuntamento al commissario per svelare alcuni fatti da lui visti. Purtroppo l'agente viene trovato morto sulle rive del fiume, si pensa a un suicidio, anche se Berardi fin da subito capisce che è staato ucciso, il tutto mentre Torino aspetta la visita di alte personalità da Roma.

 

 

Per tutta la serata non apro bocca, ho davanti a me il pianto del figlio di Giorgini. Maria capisce il mio stato d’animo ed evita ogni discorso. Le chiedo scusa, i problemi del lavoro dovrebbero stare fuori dalla porta, ma non sempre è possibile.

“Stai tranquillo Marco, capisco benissimo, ora però vai a dormire o almeno cerca di riposarti”.

“Hai ragione Maria, vado a buttarmi sul letto, se mi cercano chiamami immediatamente”.

La notte passa lentamente, non chiudo occhio, ripenso alle parole del direttore del circolo, possibile non sapesse nulla dell’omicidio? Sembra sincero quando afferma che Giorgini o Lettieri ( il nome falso che ha usato il collega) non si è presentato al lavoro e non ne sapeva il motivo.

L’indomani mattina torno al circolo, interrogo i dipendenti, ma nessuno sa darmi qualche notizia a parte un certo Restagno: ”Era un tipo solitario Lettieri,  parlava poco, e ho l’impressione che si interessasse ad alcuni clienti, non so dirle il perché”.

“Conosce questi clienti?”.

“Uno è il signor Ferrini e l’altro è uno studente, ma non conosco il nome, dico studente perché è molto giovane. Poi ci sono alcuni loro amici, ma di questi posso dire che è meglio girare al largo. Sono brutti ceffi e ho l’impressione che siano picchiatori di professione”.

“Come mai conosce il Ferrini?”.

“Perché qualche anno addietro, mia sorella, ha avuto bisogno di aiuto da parte di questo…è una cosa spiacevole ancora adesso da raccontare, se posso esimermi gli sarei grato commissario, sappia solo che se quel tizio non fosse…non fosse segretario fascista sarebbe già…”.

Immagino la sua ultima parola: ”In sintesi  chiese a sua sorella qualcosa in cambio del favore che gli avrebbe fatto?”.

“Si! Lascio a lei immaginare cosa…” l’uomo si prese la testa tra le mani maledicendo Ferrini.

“Pagherà anche per questo stia tranquillo. Dei suoi colleghi di lavoro cosa sa dirmi?”.

“Sono brave persone, non creda che siano tutti fascisti anche se lavoriamo in quel circolo, purtroppo dobbiamo mangiare anche noi”.

“Capisco, sarebbe disposto ad aiutarmi?”.

“Domandi quello che vuole commissario”.

“Lei e i suoi colleghi più fidati, dovreste tenere d’occhio Ferrini e i suoi amici, cercare di sentire i loro dialoghi, insomma spiare ogni loro movimento. Il nostro uomo lo stava facendo quando è stato ucciso, se però non ve la sentite vi comprendo benissimo”.

“Lettieri era un poliziotto?” domanda stupito.

“Si, era un nostro agente infiltrato, stava indagando su Ferrini”.

“ Commissario da parte mia vi darò l’aiuto che mi state chiedendo, mi rivolgo a dei colleghi che so per certo che accetteranno immediatamente. Come vi avviso se scopriamo qualcosa, vi devo chiamare  in questura?”.

“ Chiami questo numero, dica solo che ha notizie per Marco e dica ora e luogo dove possiamo incontrarci, la persona che risponde mi avvertirà”.

Con Tirdi e Perino cerchiamo di riordinare le idee e soprattutto di mettere nero su bianco quello che abbiamo scoperto. Chi potrebbe darci una mano è il bidello del liceo, ma non credo che parlerà dopo quello che gli è successo. Nel pomeriggio vado all’ospedale dove è ricoverato e con grande sorpresa mi dicono che ha lasciato la stanza in fretta e furia.

“La moglie ha firmato le dimissioni, incurante del parere del medico”.

“Ha lasciato un indirizzo ?”.

“No”.

L’unico possibile testimone che può riconoscere  l’assassino di Porta Pila si è volatilizzato. Spero in un altro tentativo e vado all’appartamento dove risiede il bidello, sapendo che non troverò nessuno.

“Mi spiace commissario, non so dirle dove siano andati, la moglie non mi ha detto nulla, ho trovato strano la cosa, le è successo qualcosa?”.

“Se ha sue notizie mi chiami in questura, arrivederci”.

Sono sconsolato lo ammetto, ho degli indizi ma prove certe nessuna, almeno riuscissi a capire a cosa serve quella chiavetta trovata da Beraudo! Sono convinto che il mistero del suo assassinio venga risolto e di conseguenza anche quello di Giorgini.

Via Roma è invasa dal tricolore, uno striscione di benvenuto fa capolino  all’uscita della stazione di Porta Nuova. Tutto il centro della città è tirato a lucido e per strada circolano camionette della polizia assieme a quelle dei fascisti.

Manca ancora qualche giorno all’arrivo da Roma delle personalità di spicco, sinceramente non mi interessa, l’unica cosa che voglio è prendere l’assassino del professore e di Giorgini, questa è la mia priorità.

Entro in un bar e chiedo un caffè, leggo i titoli della Stampa, ma non vi è nessun accenno all’indagini in corso. Per i giornalisti esiste solo la visita di De Bono e soci.

Perino mi avverte che anche lo studente è scomparso, al liceo sono giorni che non lo vedono e a casa sua i genitori dicono sia scomparso dall’altra sera. Al nostro agente hanno risposto che il ragazzo gli ha fatto sapere che avrebbe dormito a casa di un suo amico e di non preoccuparsi: “Chi sia questo amico non hanno saputo dirmelo”.

“Perino, ho come impressione che lui e Ferrini stiano architettando qualcosa…ma cosa dannazione!”.

Sento dei colleghi lamentarsi fuori dall’ufficio e domando cosa sia successo: “Commissario, ci hanno tolto l’incarico di proteggere De Bono e soci, c’è stato un furto di un paio di auto in zona San Paolo e dobbiamo cercare di  riuscire a rintracciarle…lei sa cosa vuol dire vero? Girare tutte le officine della città e sperare in un colpo di fortuna, se becco i ladri…”.

Sorrido a questa affermazione, posso capirli, in questi casi è una gran faticaccia e sovente le auto rubate sono già state smontate o portate in altre città.

“Buon lavoro ragazzi e non prendetevela, a fare da guardia a quei signori siamo già in troppi”.

Ed è la verità, tra gli agenti della questura ed i miliziani si corre il rischio di pestarsi i piedi a vicenda.

Una telefonata di mamma Gina mi avverte che un cameriere del Dilma vorrebbe parlarmi: “ Non ha lasciato detto chi è, ho risposto al signore che può venire da me verso l’una, ho fatto male?”.

“No, ha fatto benissimo, così ne approfitto per pranzare da lei”.

Sicuramente è Restagno, ed infatti non mi sono sbagliato. Entra nel locale e si guarda attorno con attenzione per vedere se ci sono volti a lui conosciuti.

“Prego Restagno si segga e stia tranquillo, in questo locale i clienti del Dilma non ne vedrà, mi creda sulla parola”.

“Grazie commissario, come ho detto l’altra volta bisogna fare attenzione, certa gente, non scherza. Sono qui per dirle che un mio collega ha sentito una certa discussione tra di loro”.

“Di cosa parlavano?”.

“Erano in quattro, Ferrini era tra loro. La discussione era animata, loro erano sul pontile che dà l’accesso alle canoe. Ferrini dice che a questo punto il piano non può  cambiare e che tutto è  pronto”.

“Che piano?”.

“Questo il collega non ha saputo dirmelo. 

Uno di loro ha chiesto a Ferrini, se è sicuro che la strada sia quella prestabilita ed ha risposto di si. Loro devono solo tenersi pronti, hanno chiesto in quanti sarebbero stati, una decina di uomini circa è stata la sua risposta”.

“Che diavolo vorrà dire? Ovviamente c’è qualcosa sotto, ma cosa? Il suo collega ha sentito altro?”.

“Solo un’altra cosa, hanno domandato se i dolcetti sono stati portati al capanno”.

“Dolcetti?”.

“Anche io sono rimasto perplesso, il collega mi ha risposto che hanno usato proprio la parola dolcetti, poi dopo averla detta si sono messi a ridere tutti quanti. Questo è tutto commissario”.

“Grazie Restagno e dica anche al suo collega che è stato in gamba”.

 

Riferisco a Tirdi e Perino il colloquio avuto con il cameriere del Dilma, anche loro sono perplessi sulla parola dolcetti. Che ci sia sotto qualcosa è sicuro ma cosa?

“Poi non solo quella, anche la strada prestabilita, ma che strada? Per andare dove?”.

“Unica cosa sarebbe arrestare uno di loro e farlo parlare” .
“Con che accusa Tirdi? Non abbiamo in mano nulla. Pedinarli, ma l’abbiamo fatto con Ferrini e il ragazzo, quest’ultimo è scomparso e nessuno sa dove sia finito”.

“Il questore non potrebbe emettere un mandato? Sospetta collusione con l’assassino di Giorgetti”.

“Non lo farebbe mai, rischierebbe di trovarsi in un mare di guai e noi con lui. Ferrini ha conoscenze nelle alte sfere romane…meglio continuare a sorvegliarli e sperare in un loro errore, in ogni caso provo ad andare dal questore, chissà che parlando con lui non mi venga un’idea”.

Ma anche dalla conversazione con lui non esce nulla di propositivo in merito all’indagine. E’ perplesso come me,  non sa dare una spiegazione in merito a quello che ha sentito il cameriere del Dilma.

“Berardi, l’unica cosa è pedinarli; certo uno per uno diventa problematica, potrei dirle di seguire solo il Ferrini, ma come lei saprà bene si è offerto per accompagnare i signori di Roma nella sua villa a Moncalieri. Quindi escludo che possa mettere in atto qualche cosa di losco, almeno non fino a quando questi signori rimangono in città. Gli altri che sono con lui sapete chi sono?”.

“No signor questore, non hanno saputo dirmi i loro nomi, solo che sono o sembrano picchiatori di professione, deduco che appartengono alla sfera miliziana. Ho pensato di farmi dare i nomi ma ho rinunciato, in quell’ambiente regna l’omertà, mettendo poi in allerta Ferrini”.

“Ha fatto bene, già una volta si è lamentato di lei, ha capito benissimo che è andato a casa sua a parlare con la moglie…prosegua la sua indagine e appena sa qualcosa venga a riferirmelo”. 

Nei giorni seguenti non succede nulla, la questura è sempre più in fibrillazione per l’arrivo da Roma dei personaggi altolocati. La data del 29 è prossima, il piano sicurezza sta procedendo bene.

Il podestà ci fa pervenire il tragitto che l’auto farà dalla stazione alla villa di Ferrini.

Il tragitto è dato dallo stesso proprietario. Sono circa mezz’ora di viaggio, ha riferito alle autorità. La scorta si basa su due vetture con quattro uomini ciascuna, tutti gli uomini obbediscono a  Ferrini .

 

Non commento la lettera a fine lettura, non mi importa nulla di De Bono e i suoi amici, quello che vorrei capire è chi ha ucciso Beraudo e Giorgini poiché un filo lega i due omicidi. E poi Ferrini, cosa c’entra in tutto questo? Perché sono convinto che lui c’è dentro a questa storia fino al collo.

La giornata fatidica finalmente è giunta, alla stazione di Porta Nuova centinaia di concittadini aspettano l’arrivo del treno proveniente da Roma. Nell’atrio la banda municipale inizia a suonare l’inno italiano e altre melodie care ai fascisti. Fuori dalla stazione poliziotti in borghese e non solo vigilano su eventuali facinorosi, camionette della milizia vanno avanti e indietro senza sosta nel perimetro intorno alla stazione.

Le auto predisposte da Ferrini sono parcheggiate all’uscita laterale di via Nizza.

Appena uscito dal portone della questura vedo venirmi incontro la sorella di Beraudo.

“Buongiorno commissario, stavo venendo proprio da lei”.

Vorrei dirle che non posso trattenermi, ma in fondo non è che mi importi molto di trovarmi alla stazione , la mia assenza non si noterà di certo.

“Venga signorina…tranquilla, non disturba affatto, non si preoccupi”.

In ufficio mi chiede se ci sono novità, mi riferisce che suo fratello è stato sepolto e che spera possa riposare in pace: ”Dicono che chi muore di violenza vaghi in eterno”.

Sorrido e le chiedo scusa: “Sinceramente penso che quando uno è morto non vaghi da nessuna parte, spero di non offendere i suoi sentimenti”.

“Non li offende, lo penso pure io, ma lei sa che certe credenze sono dure a morire. Ripenso ai giorni che eravamo bambini, a quando correvamo a nasconderci nel fienile…a mio padre che lo chiamava sempre bertela, sa tra noi due Ettore era il suo preferito”.

Mi guarda stupita: “Scusi lei non può saperlo, è il soprannome che gli aveva dato, fin da bambino, mio fratello fin da bambino preferiva le bretelle alla cintura per tenere su i calzoni”.

“Originale come soprannome…buffo davv…”.

Non finisco la frase, le mie mani aprono il cassetto della scrivania, cerco la lista con i nomi dei clienti che hanno una cassetta di sicurezza ma non la trovo. Chiedo a Tirdi se sa dove è stata messa, mi risponde che l’ho  messa in un’agenda ma che non sa dove sia finita. Rovescio i contenuti sul tavolo ma non la vedo, qualcuno l’ha rubata è il mio primo pensiero, poi da sotto una pila di fogli eccola spuntare. La apro e la lista è all’interno con la chiavetta.

Sfoglio i nomi ed un grido di esultanza riempie la stanza.

Bretella Ovidio, eccolo come si era firmato Beraudo Ettore.

“Presto Tirdi andiamo in banca dove si trova la cassetta di sicurezza, vuole venire con noi signorina?”.

La banca dista a non più di due isolati da dove abitava la vittima, nonostante non abbia con me il permesso per aprire la cassetta firmato dal questore, il direttore acconsente alla mia richiesta, soprattutto se viene minacciato di complicità in un duplice omicidio.

“Se si tratta di essere utile all’indagine, faccia pure commissario”.

La chiavetta apre lo sportello della cassetta, dentro vi è un pacchetto legato con della corda. Lo apro e al suo interno c’è un’agendina di color nera, sfoglio le pagine e solo allora capisco perché è stato ucciso il professore. Domando alla sorella  se la scrittura vergata sui fogli è quella del fratello ucciso, risponde di si.

Metto l’agenda in tasca e dico a Tirdi di andare alla stazione: “Vai veloce più che puoi…signorina, ho trovato l’assassino di suo fratello, ma per la sua incolumità meglio che torni nel mio ufficio…la prego non insista…mi aspetti se vuole oppure se preferisce torni pure casa, la chiamo io”.

Tirdi sfreccia con l’automobile verso Porta Nuova. Quando arriviamo ci troviamo un muro di persone, vedo un miliziano e domando se il treno è già arrivato, mi risponde di si:”  E’ arrivato in anticipo di una decina di minuti”.

Impreco a questa frase, mi domanda il motivo: “Prendi con te qualche tuo camerata e seguici”.

“Io non prendo ordini da lei…non so chi sia!”. La sua mano corre al mitra di ordinanza.

“Commissario Berardi, e se non ti muovi ti ritroverai nei casini fino al collo che manco ti immagini”.

Il tono della mia voce non lascia dubbi, il camerata chiama alcuni dei suoi e spiega la faccenda. Cerchiamo di andare a tutta velocità ma non è facile, nonostante la bravura del mio collega, dieci minuti sono tantissimi in questo caso. Riguardo l’agenda e capisco tutto, compresa la morte di Giorgetti.

Siamo alle porte di Moncalieri, segnalo a Tirdi la strada da prendere a lato del castello,  quella che va verso Trofarello.

“Ma commissario, la villa di Ferrini non è da questa parte”.

“Lo so Tirdi, ma loro prendendo la salita perderanno un po’ di tempo, e quando dovranno rimettersi su questa strada noi gli blocchiamo…schiaccia l’acceleratore per Dio!”.

( Continua)

 

 
 
 

L'Icona Mingardi

Post n°2437 pubblicato il 16 Febbraio 2019 da paperino61to

Negli anni 70' era un Icona nel panorama musicale italiano, per chi come me amava il rock e il punk, ecco a voi amici e amiche Andrea Mingardi.

 

       

 

 

 

         

 

 

 

         

 

 

 

 

     

 
 
 

La ghiacciaia di Porta Pila( Quarto capitolo)

Post n°2436 pubblicato il 13 Febbraio 2019 da paperino61to

Riassunto: Il commissario Berardi indaga sull'omicidio di un professore di liceo: Ettore Beraudo. Le indagini si presentono difficili, la vita della vittima sembra irreprensibile. Gli unici amici sono uno studente e un segretario di una circoscrizione fascista. Berardi sotto mentite spoglie interroga la moglie del segretario, dalla conversazione la moglie nega che suo marito frequenti il circolo Dilma. 

 

 

“Non credo che la moglie stia mentendo, caro Tirdi, non sa nulla di cosa fa il marito fuori di casa”.

“Penso la stessa cosa, commissario…e se domandassimo allo suocero?”.

“Andare da Arbuni? Perché no, se dobbiamo prendere il toro, tanto vale prenderlo per le corna”.

Il notaio ha l’ufficio non distante da dove abita la figlia, domandiamo alla segretaria di poter parlare con Arbuni.

“Vedrò se il notaio può ricevervi, prego accomodatevi un attimo in questa sala”.

Una decina di minuti di attesa e veniamo ricevuti. L’uomo è  sulla sessantina, capelli brizzolati, corporatura massiccia; il fumo del sigaro impregna il suo ufficio.

“A cosa devo la visita del famoso commissario Berardi?”.

Questa frase mi prende alla sprovvista, speravo di ripetere la pantomima fatta a sua figlia.

“Buongiorno notaio Arbuni, nulla di grave, vorremmo solo farle alcune domande su suo genero, se è possibile”.

Il volto dell’uomo si rabbuia e a denti stretti domanda cosa ha combinato quel buono a nulla.

“Per ora niente, ma cerchiamo di vedere se, a sua insaputa, è coinvolto in un delitto”.

Arbuni sgrana gli occhi e nervosamente fuma il sigaro.

“Non credo che Claudio sia in grado di ammazzare una mosca figuriamoci un uomo. Cosa vi fa pensare che sia coinvolto?”.

Espongo alcune mie ipotesi tralasciando la chiacchierata avuta con sua figlia.

“Mi sembra strano che frequenti il circolo Dilma, non è roba per lui…è un pappamolla! In quel posto vanno i fascisti veri non quelli come lui”.

“Intende come lei?”.

“Certo, quelli come me, anche se sono mesi che non vado più, ora frequento quello che si trova in  Corso Casale”.

“Come mai se, non sono indiscreto?”.

“La maggioranza della mia clientela lo frequenta, e capisce anche lei commissario che per la mia attività…”.

“Capisco perfettamente, un’ultima domanda, lei conosce un certo Paolo Laressi?  E’ uno studente del liceo Belli”.

“Il nome non mi dice nulla, è un amico di mio genero?”.

“Non ne siamo sicuri, ma sono stati visti insieme diverse volte al Dilma…chiedo solo una cosa signor Arbuni, di non dire nulla a suo genero e a sua figlia di questa nostra conversazione, ho la sua parola?”.

“Lo prometto e se quel buono a nulla di Claudio è nei pasticci, me lo venga a dire, ci penso io a lui…”.

Non finisce la frase ma posso facilmente intuire come sarebbe il suo “pensare” nei confronti del genero, il notaio è uno di quegli uomini che è meglio averlo come amico che nemico.

Usciti dallo studio ci rechiamo in questura  Perino ci dice che a Leinì è stata trovata in mezzo ai campi una macchina bruciata, e che prima di darle fuoco hanno tolto la targa.

“Scommettiamo che è la stessa che ha scaricato sul marciapiede il bidello del Belli?”.

Purtroppo non riusciamo a risalire al proprietario dell’auto :”L’unica cosa che possiamo fare è vedere se qualcuno ha denunciato il furto”.

Infatti come ho ipotizzato, nelle settimane seguenti nessuno denuncia il furto di una macchina.

Nel frattempo Beraudo è stato seppellito al Monumentale, la sorella ogni tanto passa in ufficio per domandare se ci sono novità in merito all’indagine ma purtroppo la risposta è sempre negativa.

Anche al circolo Dilma, nonostante la presenza di un’agente non viene segnalato nulla di importante. Il ragazzo frequenta il circolo come lo stesso Ferrini. Quest’ultimo mi chiama per domandarmi come mi sono permesso di andare a casa sua; faccio finta di cadere dalle nuvole e il discorso con lui finisce con un “Stia attento commissario”.

Vengo chiamato dal questore che con mia grande sorpresa, mi domanda se l’indagine sul delitto alla ghiacciaia prosegue.

“Berardi, la conosco troppo bene per sapere che lei non avrebbe lasciato perdere un assassino. Allora mi dica cosa ha scoperto”.

Racconto del rapporto tra Ferrini e Larassi, l’auto ritrovata bruciata e il brutale pestaggio al bidello del liceo e infine la chiacchierata avuta con la moglie di Ferrini e suo padre.

“Quindi commissario lei è convinto che vi è un legame tra la morte del professore e questi due personaggi?”.

“Più che convinto signor questore, il problema è che non ho le prove. Ho trovato nell’appartamento della vittima una chiavetta, ma non siamo risaliti a nulla. Nelle banche di Torino non risulta esserci un cliente di nome Beraudo Ettore, e tantomeno nelle due stazioni della città, per non parlare delle poste. Di una cosa sono sicuro, la chiavetta è quella di una cassetta di sicurezza, il problema è sotto quale nome si è registrata la vittima”.

“Crede abbia dato un nome falso?”.

“Si e di solito chi lo fa è per nascondere qualcosa di compromettente o per tentare un ricatto”.

“Continui la sua indagine, ma faccia attenzione, ho saputo per vie traverse che il Ferrini la sta facendo seguire, e sa anche lei che con certe gente è meglio andare cauto”.

Esco dall’ufficio con un peso in meno sullo stomaco, mi  sarebbe dispiaciuto prendere in giro il questore, è una gran brava persona.

Passo a prendere Maria e insieme decidiamo di andare a cenare in un locale sul Po. Il caldo sembra lasciare posto alla frescura della sera, il parco è comunque pieno di gente che cerca refrigerio. Il castello del Valentino si staglia con la sua bellezza in mezzo al verde.

“Sai Marco, non credevo che Torino fosse bella così. Vero che a Mondovì apri le finestre e vedi le montagne, ma qui è un altro spettacolo”.

“Anche le montagne hanno un loro fascino, dei colleghi che sono andati sulle Dolomiti ne sono rimasti impressionati, tanto vero che uno di essi ha chiesto il trasferimento a Trento”.

“Dovessi scegliere preferisco il mare”.

“Credo anche io…ma per ora godiamoci la nostra Torino”.

La serata prosegue piacevolmente in compagnia della persona che amo. Mentre torniamo a casa mi accorgo che una persona ci segue. Non faccio trapelare la cosa a Maria per non spaventarla: arrivati in via Po vedo arrivare un tram e saliamo al volo.

Osservo il nostro inseguitore correre inutilmente e sorrido nell’immaginare le sue imprecazioni.

“Marco, perché hai voluto prendere il tram?”.

“Sono un po’ stanco e camminare non me la sento, spero non ti dispiaccia?”.

“No anzi, pure io sono stanchissima, è stata una giornata pesante”.

L’indomani in ufficio convoco Perino e Tirdi spiegando loro cosa è successo.

“I pesciolini si stanno agitando commissario”.

“La penso come te Perino, per questo bisogna fare attenzione. Novità?”.

Il silenzio dei colleghi è eloquente, non stiamo approdando a nulla.

Squilla il telefono, è Giorgini, mi dice che ha scoperto qualcosa: “Meglio vederci di persona commissario, non ho il tempo per parlare. Verso le due dentro alla Gran Madre!”.

“Bene ragazzi, qualcosa si sta muovendo, Giorgini ha delle informazioni!”.

Verso l’una e mezza esco dalla questura e mi dirigo all’appuntamento, con me c’è Tirdi. Entriamo in chiesa, poche persone sono sedute a pregare, ma non vedo l’agente.

Ci sediamo anche noi un po’ defilati nella penombra della chiesa. Il tempo passa lento ed è solo verso le tre che decidiamo di uscire.

“Commissario, che sia successo qualcosa?”.

La voce di Tirdi denota preoccupazione.

Cerco di non dare a vedere che pure io sono in stato di agitazione.

Torniamo in questura e veniamo avvertiti che hanno trovato un corpo che galleggia sul Po, un brivido mi sale lungo la schiena. Saliamo in macchina e andiamo sul posto, un paio di agenti ci attendono; come sempre le persone si fermano con morbosa curiosità a vedere cosa sia successo.

“Buongiorno commissario, venga…purtroppo il morto è un nostro collega…”.

A quel punto capisco che sta parlando di Giorgini, scendiamo le rive e un lenzuolo bianco copre il pover’uomo.

“Come è successo?” domando.

“Non sappiamo ancora, non ci sono testimoni”.

“Non è possibile che nessuno abbia visto nulla? “.

“Commissario, in questo punto non ci sono case, l’unica è quella villetta laggiù, ma è troppo lontana per notare qualcosa, poi come vede gli alberi coprono la visuale. Possiamo sperare in qualche barbone, ma di solito qui non vengono, preferiscono il ponte laggiù”.

“Manda un paio di agenti alla villetta, tentar non nuoce, e fai lo stesso con i barboni. Tirdi, io e te andiamo al Dilma”.

La collera sta prendendo possesso in me, all’ingresso del circolo un uomo si para davanti a noi dicendo che non possiamo entrare se non siamo soci. Un attimo dopo è per terra che impreca al pugno che gli ho dato.

Arrivano un paio di persone con il direttore del Dilma a domandare cosa succede.

“Sono Berardi della polizia, vogliamo parlare con il titolare…immediatamente!”.

“Sono io, commissario, cosa desidera?”.

“Lavora per lei un certo Giorgini?”.

L’uomo riflette un attimo e poi risponde di no.

Immaginando la risposta, faccio vedere la foto del povero collega.

“ Si lavora per me, si chiama Lettieri, Carlo Lettieri, già da ieri che non si è presentato qui al Dilma…ma perché lo ha chiamato Giorgini?”.

Tirdi sta per dire qualcosa ma lo blocco.

“Prenderci in giro non serve, giochiamo a carte scoperte. Il vero nome è Giorgini, lavorava qui come cameriere ed era ancora vivo ieri quando mi ha chiamato”.

“Non so che dirle commissario, a me ha dato un nome diverso, e posso giurarle che è da ieri che nessuno lo ha più visto, gli è successo qualcosa?”.

Osservo il volto dell’uomo, sembra sincero.

“ E’ morto, assassinato!”.

“Non crederà mica…”.

“Io non credo a nulla, io so solo che prenderò chi è stato e lo farò marcire in galera a vita!”.

Usciamo dal circolo sapendo bene che è guerra aperta tra noi e Ferrini.

“Giorgini aveva scoperto qualcosa, ma cosa commissario?”.

“Passiamo da casa sua, magari ha lasciato uno scritto”.

Purtroppo anche questa speranza è vana, la vedova non sa nulla, sapeva solo che stava indagando ma non sa su che cosa. Un bambino le è accanto con gli occhi lucidi dal pianto.

“Commissario, mi prometta che chi ha ucciso mio marito venga arrestato”.

“Glielo prometto signora, lo devo a lei e a suo figlio!”.

 In questura vengo chiamato dal questore: “Berardi, che triste notizia, sembra che il nostro collega abbia avuto un incidente…”.

“Signor questore, Giorgini è stato ucciso, altro che incidente.

“Ne è sicuro?”.

“A breve avrò il referto di Stresi, e non credo affatto di sbagliare. Il nostro agente stava indagando al Dilma, evidentemente ha qualcuno dava fastidio questa cosa”.

“Mi avverta appena ha il referto!”.

Verso sera mi chiama il dottor Stresi, l’autopsia sull’agente dimostra che è stato ucciso: soffocato e poi inscenata la finta caduta nel fiume: ”Sul referto che avrà domani mattina, si ipotizza che è stato tenuto con la testa sotto acqua in modo che i polmoni si siano riempiti di acqua come se fosse  annegato. Peccato che l’omicida abbia lasciato dei segni sul collo e un taglio sul costato prodotto non certo da un masso sporgente, ma piuttosto da una lama di coltello”.

 “Mandi una copia del referto anche  al questore per favore. Ha sollevato dei dubbi sull’uccisione di Giorgini”.

“Sarà fatto Berardi, ho l’impressione che come sempre lei si sia messo in bel ginepraio di guai”.

(Continua)

 
 
 

La ghiacciaia di Porta Pila( Terzo capitolo)

Post n°2435 pubblicato il 11 Febbraio 2019 da paperino61to

Riassunto: Un omicidio viene perpetrato nella ghiacciaia del mercato di Porta Pila a Torino. Le indagini del commissario Berardi sembrano fermarsi in un vicolo cieco. La vittima:Ettore Beraudo, professore di liceo ha una vita tranquilla, unici amici o almeno tali sono lo studente di nome Larassi e un segretario del partito fascista Ferrini. Nella perquisizione a casa della vittima, Berardi trova una chiavetta. Capisce subito che è di una cassetta di sicurezza, ma nessuna banca o ufficio postale ha come cliente la vittima. Un filo conduce il commissario al circolo Dilma frequentato da Ferrini e lo studente,il tutto mentre la città aspetta con trepidazione l'arrivo da Roma di alte personalità del fascismo.

 

 

 

Comunico a Tirdi e Perino gli ordini del questore, e dalla loro espressione capisco che non è di loro gradimento fare la balia alle alte personalità di Roma.

“Preferiamo continuare ad indagare sull’omicidio, non crede commissario che potrebbe distrarci da esso?”.

“Il rischio c’è, ma noi il canale preferenziale lo diamo all’assassinio del professore. Prendiamo con noi solo qualche agente, voi due, Giorgini che sarà al Dilma…poi chiama Mammoliti e Repetto”.

“Come ci dividiamo i compiti?”.

“Mammoliti sarà alle costole dello studente, mentre Repetto a quelle di Ferrini. Voi due vi dividerete gli ambulanti e i negozi di Porta Pila. Chissà che qualcuno non abbia visto il nostro misterioso assassino. Io andrò al liceo Belli. Ci vediamo più tardi, una sola raccomandazione: per tutti i nostri colleghi, questore compreso, noi stiamo lavorando per la sicurezza del terzetto che arriverà in città”.

Il liceo Belli si trova in Corso Cairoli, a pochi passi da Piazza Vittorio. Domando di poter parlare con il preside.

“Mi dica commissario, cosa posso fare per lei? Immagino che sia qui per la morte del povero Beraudo”.

“Si, signor Preside, cosa può dirmi in merito alla vittima? Sappiamo che non era un uomo che amava molto la compagnia. Solo un vostro studente riusciva ad avere un rapporto con lui”.

“Vero, era un uomo che stava sulle sue, un bravo professore, ma negato per intrattenere rapporti con i suoi simili. Con questo non voglio dire che era scontroso, arrogante, assolutamente, ma preferiva stare sulle sue, se così posso esprimermi. Chi è questo studente?”.

“ Larassi Paolo, sappiamo che si è visto un paio di volte con la vittima al di fuori delle lezioni”.

“Strano, non lo avrei detto, evidentemente gli dava delle lezioni private”.

“Dalle parole del ragazzo non erano solo quelle le argomentazioni, è stato piuttosto reticente nel dire di cosa parlavano”.

“Lei pensa che vi sia stata una…relazione tra di loro, capisce cosa voglio dire?”.

“Non lo so, potrebbe anche essere, anche se per ora la scarterei. Sono venute persone estranee al liceo a chiedere del professore?”.

L’uomo riflette su questa domanda cercando di fare mente locale, poi scuote la testa dicendo :”Che io sappia no, però non vuole dire nulla, i professori non sempre vengono a dirmi se qualcuno li sta cercando. Posso domandare a Aldo che è il nostro bidello”.

Il bidello viene chiamato immediatamente e dopo qualche minuto risponde che diverse volte è venuto un signore ha cercare  Beraudo. Non sa darmi una descrizione precisa e si dispiace per questo.

“Senta, se le faccio vedere una fotografia lei saprebbe riconoscere la persona?”.

“Senza ombra di dubbio commissario”.

“Perfetto, lei dove abita? Manderò un agente o verrò io di persona”.

Prendo nota dell’indirizzo poi domando al preside se posso parlare con la classe che seguiva Beraudo.

“Francesco, accompagna tu il commissario. Buon lavoro e spero in qualche modo di essere stati utili”.

La classe è situata al primo piano. Domando scusa all’insegnate e prometto di rubargli pochi minuti.

“Sono il commissario Berardi e sto indagando sull’omicidio del vostro professore Beraudo. Alcuni di voi sono venuti nel mio ufficio, ovviamente so bene che non avrei potuto accogliervi tutti nel mio ufficio. La domanda che vi pongo è questa: avete visto o avete avuto sentore che il vostro professore fosse cambiato? Intendo dire come atteggiamento? L’avete mai visto in compagnia di sconosciuti all’uscita o entrata del liceo?”.

La classe risponde che solo negli ultimi giorni la vittima sembrava più chiusa in sé stesso, inoltre pareva avesse paura, impressione avuta da molti studenti della classe.

“Idiozie!” esclama Larassi.

“Perché dici questo?” domando al ragazzo.

“Mentono! Il professore non aveva paura, era taciturno…ebbene poteva avere benissimo problemi come ognuno di noi”.

“Giusto, però sembra che questo problema l’abbia condotto alla morte”.

Il ragazzo china la testa mentre qualcun altro dice di avere visto il professore in compagnia di alcune persone un paio di giorni prima della sua morte.

“Sai chi potevano essere? Ricordi qualche particolare?”.

“No purtroppo, so solo che stavano uscendo da una società sportiva…la Dilma”.

“Non è vero ! Tu non hai visto nulla…sei un bugiardo!”.

Larassi stava urlando a piena voce mentre il suo compagno balbetta che non è una bugia.

“Perché ti scaldi tanto Larassi, potrebbe benissimo essere che il professore sia andato con amici in quel circolo, mica è vietato sai? Tu non ci sei mai stato?”.

Osservo il suo volto mentre risponde che non ha mai messo piede in quel posto. So che sta mentendo, ma non riesco a comprenderne il motivo.

“Bene ragazzi, vi lascio al vostro dovere di studenti, se ricordate qualcosa potete venire in questura e chiedere di me… Larassi, fai bene a non essere mai andato in quel circolo, lo spero vivamente per te !”.

Verso la fine del pomeriggio passo dal bidello con la fotografia di Ferrini. La moglie mi dice che non è ancora rientrato dal liceo e trova strana la cosa, decido di aspettarlo. Mano a mano che passano i minuti un’angoscia cresce in me, che sia successo qualcosa all’uomo?. Anche la moglie scende in strada con me , la sua paura è stampata in volto.

Il rumore di un auto a velocità folle ci distrae dai nostri pensieri, rallenta giusto il tempo per scaraventare un corpo fuori dall’abitacolo per poi ripartire in tutta fretta verso corso Vittorio Emanuele. La donna corre incontro a quel corpo gridando il nome del marito.

“Aldo….Aldo….ma che ti hanno fatto?”.

L’uomo è sanguinante in volto, urla dal dolore, una signora che si è affacciata in quel momento sul balcone le ordino di far intervenire un’ambulanza.

“Non lo tocchi signora, potrebbe peggiorare le cose”.

“In che pasticcio si è cacciato mio marito?”.

Preferisco non rispondere ma lo immagino, qualcuno che non voleva essere riconosciuto dal bidello.

La prognosi per l’uomo è di sei settimane immobile a letto. Ha diverse costole rotte, una spalla lussata dalla caduta ed ecchimosi su tutto il volto.

“Si sono accaniti per bene su questo povero diavolo, come se fossero picchiatori di professione” è la tesi del medico.

Il mio pensiero va agli unici professionisti che conosco da anni, ovvero la milizia fascista. Lascio l’ospedale con la convinzione che la strada che seguo è quella giusta, Ferrini e lo studente sono in combutta. Solo il Larassi sapeva che avrei interrogato tutto il corpo docente compreso il bidello, evidentemente la persona che ha parlato con Beraudo ha avuto paura di essere riconosciuta.

La conferma delle mie ipotesi è avallata dall’agente messo alle costole del ragazzo, subito dopo la mia conversazione con la classe ha chiesto il permesso di uscire dal liceo, e si è recato al Dilma senza indugi.

“Dopo mezz’ora , l’ho visto uscire con delle persone, e saliva in auto con loro, non ho potuto seguirle essendo a piedi”.

“Nessun problema Mammoliti, non è colpa tua. Hai riconosciuto il modello dell’auto?”.

“Mi è sembrato una Ballilla, ho preso il numero di targa”.

“Bravo, ora vediamo a chi è intestata. Sono sicuro che è la stessa che ha lasciato sul marciapiede il povero bidello”.

“Pensa che quell’uomo avrebbe potuto riconoscere la persona che ha incontrato Beraudo?”.

“Sicuramente!”.

“Novità dagli ambulanti di Porta Pila?” domando a Tirdi e Perino.

“Nessuna, quei pochi ambulanti che erano presenti a quell’ora dicono di non avere visto nessuno, solo uno ha accennato a un rumore di un auto, ma quando si è girato per vedere chi poteva essere era già scomparsa”.

“I negozianti? Magari qualcuno era già aperto anche se era mattina presto”.

“Nulla, i pochi negozianti aperti erano intenti a scaricare le loro merci e non hanno visto nessuno in piazza se non gli ambulanti che mettevano i loro carretti”.

“Allora escludiamo ogni ricerca in quel senso, concentriamoci sulla società sportiva e sugli amici che frequenta Ferrini. Contattate Giorgini e sentite se ha nov…” non finisco la frase che squilla il telefono.

“Commissario sono Giorgini, non posso parlare più di tanto, ieri pomeriggio lo studente è venuto qui, ha parlato con i camerati e sono usciti di corsa, dove fossero diretti purtroppo non so dirglielo”.

“Lo posso immaginare, fai attenzione mi raccomando, hanno conciato per le feste un uomo che poteva avere informazioni, quindi dubito che quell’uomo quando si sarà rimesso avrà ancora voglia di parlare con noi”.

Finalmente la lista dei nomi proprietari di cassette in banca è arrivato, ma non porta a nulla, non c’è il nome di Ettore Beraudo; siamo in un vicolo cieco. Anche alle stazioni di Porta Nuova e Porta Susa non c’è nessuno con quel nome, idem alle poste della città, nelle pensioni o hotel della città nessuno è registrato con il nome della vittima.  Giro e rigiro tra le mani la chiavetta trovata a casa della vittima e mi domando a cosa possa servire.

Nel frattempo io e i miei colleghi indaghiamo, la macchina per la sicurezza sta lavorando a tempo pieno e in città si sono effettuati una decina di arresti. Alcuni esponenti ritenuti pericolosi sono stati prelevati in casa loro dalla milizia e portati alle carceri  Nuove per essere interrogati.

Ne Mamma Gina ne tanto meno Maria riescono a farmi tornare il sorriso, so di avere ragione nei confronti di Ferrini e dello studente, ma non ho uno straccio di prova e la domanda è sempre la stessa: cosa hanno in comune un professore di liceo, un segretario locale fascista e uno studente?.

I locali in città sono aperti,  la gente si riversa nei parchi alla ricerca del refrigerio notturno. In lontananza il monte dei Cappuccini risplende sotto la luna, il Po scorre come sempre e qualche ardito fa il bagno notturno.

Mentre percorriamo una via adiacente a Piazza Castello un uomo sbuca all’improvviso e mi viene addosso.

“ Mi scusi signore, non l’ho vista arrivare…sono di corsa, mi scusi ancora” e scappa via.

Maria ride di gusto al pensare che non solo le donne mi vengono incontro.

Una volta arrivati a casa, prendo le chiavi dalla tasca della giacca e vedo che c’è un biglietto, non ricordo di averne messo uno, lo leggo:” Lasci perdere l’indagine, è un consiglio, altrimenti…firmato: gli amici!”.

“Hai ragione Maria, non solo uomini e donne mi cadono addosso, ma mi fanno anche una dedica”.

“Cosa c’è scritto Marco?” il suo tono è preoccupato.

“Nulla di cui preoccuparsi, credimi”.

Non è esattamente così, sanno che stiamo indagando sul delitto e gli unici interessati a non far smuovere le acque sono Ferrini e Larassi. Il mattino seguente convoco gli agenti e li metto al corrente dell’avvertimento.

“Sanno che andiamo avanti nella ricerca dell’assassino, questo è il biglietto che uno di loro mi ha messo in tasca senza che me ne accorgessi”.

“Non conviene parlare con il questore?” domanda Perino.

“Vorrei poterlo fare, ma sicuramente avrei ordine di smettere, chiaramente ha detto che la priorità è la messa in sicurezza degli uomini che arrivano da Roma. No, meglio non dirgli nulla per il momento”.

“Quindi continuiamo?”.

“Si, oggi io e Tirdi andiamo a parlare con la moglie di Ferrini”.

La donna abita in zona Crocetta, in corso Parigi, un condominio stile liberty. L’intera casa è di sua proprietà e non mi stupisce visto che la sua famiglia è una delle più agiate della città.

La signora ci fa accomodare nella sala e domanda cosa vogliamo. Diamo delle generalità false, spacciandoci per un fantomatico ente di protezione fascista.

“Ci spiace disturbarla signora, stiamo vigilando sull’incolumità delle persone altolocate che arriveranno da Roma. Vorremo sapere se suo marito le ha parlato di questa cosa?”.

“Certo che si, visto che ha messo a disposizione la  nostra villa a Moncalieri, non ve l’ha detto?”.

“No signora, sembra che suo marito…abbia degli altri pensieri in questo momento”.

“Ma si figuri, si sta sbagliando, Claudio è devoto al partito e al Duce, evidentemente ha molto lavoro da sbrigare”.

“Meglio così signora…senta, conosce per caso uno studente di nome Larassi?”.

La donna riflette un attimo e poi dice che un paio di volte è venuto da loro un ragazzo giovane:” Ma non so dirle il nome, e onestamente non ho mai visto il suo volto, è mio marito,  che va ad aprire la porta e poi entrambi si recano nel suo studio, presumo che sia un ragazzo perché la sua voce è tipicamente di quell’età”.

“Al circolo Dilma è mai andata? Le domando  questo perché riteniamo possano esserci  degli infiltrati comunisti”.

“Una volta sola con mio marito, ma non mi piace quell’ambiente, non si tratta di essere una snob, ma mi sembra più un circolo di scaricatori di porto, anche Claudio non ha più messo piede”.

Salutiamo la donna  e andiamo alla pasticceria vicina, sorseggiamo un caffè con delle paste  e discutiamo sulla conversazione avuta con la moglie di Ferrini.

(Continua)

 

 
 
 
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