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Il senso della vita

Post n°121 pubblicato il 03 Dicembre 2012 da meninasallospecchio

Eccomi, con il più pretenzioso dei miei post, poi torno a scrivere cazzate, prometto.

Riprendo in un'altra chiave il discorso iniziato 2 post fa, partendo di nuovo da Camus, anche se un po' mi sembra di millantare perché in realtà questo saggio che ho citato, Il mito di Sisifo, non l'ho letto, se non in alcune parti che ho trovato in rete. Mi sembra di essere come quelli che studiano sul Bignami. Va be', comunque si apre con questa frase a tinte forti:

"Vi è solamente un problema filosofico veramente serio: quello del suicidio. Giudicare se la vita valga o non valga la pena di essere vissuta, è rispondere al quesito fondamentale della filosofia."

Questo per dire, su per giù, di cosa stiamo parlando ;-)

La mancanza di senso non è una condizione esistenziale mia o di qualche dannato. Anche se qualsiasi pirla crede di essere l'unico al mondo ad essersene accorto e a soffrirne, penso che questa esperienza sia la cifra comune di ogni essere umano consapevole, compresi i pastori erranti dell'Asia e quella gran moltitudine di umanità che va a letto con la pancia vuota.

La mancanza di senso è un dato di fatto. Non lo dico io, non lo dicono solo la filosofia o la letteratura, lo dice anche la fisica. Non soltanto non c'è una finalità nell'essere, ma non c'è neanche un principio ordinatore: l'universo è disordine, caos. Un dato di fatto non è né triste né allegro, è un dato di fatto.

Quello che è triste, origine dell'infelicità umana, è che la nostra mente, per sua natura, cerca disperatamente il senso e l'ordine. Un senso che può risiedere nel bene come nel male, Dio, Satana, la ragione, l'idea, il fanatismo, un assoluto quale che sia, pur di non dover guardare in faccia la casualità, il disordine. Da questa incoerenza fra il desiderio di logos della nostra mente e la sua assenza nel mondo senza dèi, nasce il male di vivere.

All'infelicità ci sono fondamentalmente 3 soluzioni (adoro banalizzare! :-) ).

La prima è mettersi una corda al collo. Soluzione che trovo rispettabilissima e coerente e che dal mio punto di vista non farei nulla per impedire.
Ma guardate cosa dice ancora Camus, io lo trovo geniale:

Nell'attaccamento di un uomo alla vita vi è qualcosa di più forte di tutte le miserie del mondo. Il giudizio del corpo vale quanto quello dello spirito, e il corpo indietreggia davanti all'annientamento. Noi prendiamo l'abitudine di vivere prima di acquistare quella di pensare. Nella corsa che ci precipita ogni giorno un po' più verso la morte, il corpo conserva questo irreparabile vantaggio.

Già, il corpo non vuole morire. E in fondo chi l'ha deciso che il suo giudizio debba valere meno di quello dello spirito? Un retaggio assai poco materialista.

La seconda soluzione è l'illusione, l'invenzione di assoluti che riempiano il vuoto. La religione, ma anche la ragione, gli ideali, persino la stessa disperazione, anche quella è un assoluto. E infatti i dannati si ritrovano a "scegliere tra la canna d'una pistola e i piedi della croce" e non di rado finiscono per optare per i secondi. Non per niente il Dio di Apocalisse 3:16 ama anche i "freddi" oltre che i ferventi, lui l'ha capito che in fondo è la stessa cosa ;-)

E francamente se uno non ha le palle per fare a meno dell'assoluto, la religione mi sembra ancora la soluzione migliore. Intanto ha il vantaggio di contenere ordine e senso insieme e poi, in fondo, Dio potrebbe pure esistere, per quanto ne sappiamo. Più che un'illusione sarebbe una speranza, una scommessa, come diceva Pascal.

La terza soluzione, quella di Camus, è l'accettazione. Compreso tutto il pacchetto,  anche l'inquietudine che la nostra mentre prova di fronte al caos, anche quella è parte dell'essere. Accettare significa che ciò che è ci sta bene, non è la rassegnazione di farselo andare bene perché non può essere diversamente. Significa smettere di pensare che potrebbe essere diversamente. "Bisogna immaginarsi Sisifo felice" dice ancora Camus. Nell'assurdo c'è la libertà dell'assenza del fine. Dell'oggi, dell'adesso, della pienezza del mondo che diventa l'unico orizzonte.

Ma anche, e qui chiamo ancora in aiuto Leopardi, in questo mondo senza dèi, c'è finalmente spazio per la pietas, per la tolleranza, per la fraternità di fronte al destino comune:

Tutti fra sé confederati estima
Gli uomini, e tutti abbraccia

Con vero amor, porgendo
Valida e pronta ed aspettando aita
Negli alterni perigli e nelle angosce
Della guerra comune.

E ancora, lo spazio per un sorriso. Universale, dissacrante e insieme umano e compassionevole.

Dicono i poeti che la disperazione ha sempre nella bocca un sorriso. Non dovete pensare che io non compatisca all'infelicità umana. Ma non potendovisi riparare con nessuna forza, nessuna arte, nessuna industria, nessun patto; stimo assai più degno dell'uomo, e di una disperazione magnanima, il ridere dei mali comuni; che il mettermene a sospirare, lagrimare e stridere insieme cogli altri, o incitandoli a fare altrettanto.

E persino, con gli occhi aperti, quella piccola e consapevolmente illusoria speranza del domani che ci aiuta a vivere.

"Almanacchi, almanacchi nuovi; lunari nuovi."

 

 
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