Stultifera Navis

Non sono ubriaco, ma diversamente sobrio

 


Vado alla ricerca della felicità naturale e possibile
sapendo che la felicità non è una meta,
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« uomo dei ricordiCaterina »

Eiger NordWand

Post n°565 pubblicato il 18 Luglio 2018 da hieronimusb

(in memoria di Tony Kurtz, Andreas Hinterstoisser, Edi Rainer, Willi Angerer morti sull'Eiger NordWand Luglio 1936)

Sono stanco di questo buio Andreas, sono stanco di questo silenzio, di questa immobilità, in questi giorni a Berchtesgaden si taglia il fieno, posso sentire il campanaccio delle mucche sui pascoli, e l'odore che viene dall'erba tagliata. E se buio deve essere dovrebbe essere quello delle notti d'estate quando stavamo ad ascoltare i grilli cantare e guardavamo le stelle facendo progetti. i nostri progetti, la botta di vita che avrebbe cambiato tutto, che ci avrebbe resi famosi e soprattutto immortali.
Dopo tutti avrebbero parlato di noi, avremmo potuto lasciare il lavoro in fabbrica e fare finalmente quello che tanto amavamo. Ci avrebbero cercato Andreas! avrebbero pagato per venire in montagna con noi.
Sai che giorno è oggi Andreas? '
Il 18 luglio. Ricordi? Il giorno in cui è cominciato tutto. C'era la luna quella notte e c'erano le stelle e c'eravamo io e te fuori dalla tenda a guardare l'Orco! Eiger Nordwand, 1800 metri verticali di ghiaccio e roccia , la parete che faceva tremare le vene ai polsi a chiunque, la parete inviolata, la nostra parete, la nostra opportunità di uscire dal buio e dall'anonimato e scrivere il nostro nome accanto a quello dei grandi alpinisti.
Mi ero svegliato di soprassalto, c'era troppo silenzio! Fuori dalla nostra tenda le biciclette e nessun rumore dalla tenda di Edi e Willi. Erano già partiti, avevamo dormito troppo e loro se ne erano andati in silenzio per non svegliarci, per guadagnare tempo e vantaggio, sapevano che noi eravamo più forti e ci temevano.
Ricordo come correvamo su per l'attacco, per la prima paretina, quasi volavamo, ma non c'erano altre tracce oltre alle nostre, forse mi ero sbagliato, forse dormivano ancora o forse avevano trovato un'altra via di salita.
Ed invece li abbiamo trovati bloccati da quel passaggio di roccia strapiombante e con pochi appigli che oggi porta il tuo nome Andreas! "Traversata Hinterstoisser" almeno tu hai scritto il tuo nome su quella parete maledetta, perchè sei stato tu che sei passato dall'altra parte attaccato come un ragno alla parete, aggrappato per le unghie, ma di noi quattro solo tu potevi passare di li, eri il più forte, sei il più forte.
Lo hanno riconosciuto anche gli altri, abbiamo litigato noi tedeschi di baviera contro i due austriaci, ma alla fine abbiamo deciso di andare su insieme, la gloria si può dividere anche in quattro e ne resta sempre abbastanza per vivere, anche loro erano come noi e non potevamo negarci a vicenda l'opportunità di una vita intera, il treno che passa una sola volta.
Sei passato, hai legato la corda e siamo passati tutti noi , poi abbiamo ritirato la corda perchè si sa, siamo poveri, quella corda era tutto ciò che avevamo, corda di canapa 40 metri per un diametro di 14 millimetri. Pesante, pesantissima in confronto alle corde di oggi costruite in nylon che non si bagnano e non diventano rigide e ribelli come la nostra quando la neve e l'acqua la inzuppano.
Siamo andati su in due cordate separate, abbiamo passato il primo ed il secondo nevaio, ma l'orologio scorreva ed il caldo ha iniziato a sciogliere la neve e la parete a scaricare.
Scariche di valanghe e pietre, l'orco iniziava a fare sul serio. Sentiamo Edi gridare: Willi è stato colpito alla testa da una pietra ed ora sta male. Noi non avevamo i caschi di oggi a proteggerci, nel 1936 si usavano cappellacci che attutivano la botta, ma non ti salvavano la vita.
Era impossibile proseguire, dovevamo aspettare che la notte bloccasse di nuovo con il ghiaccio le pietre e la neve. Eravamo già oltre metà parete. Ci siamo fermati, abbiamo cercato un posto riparato ed abbiamo bivaccato.
Il giorno dopo Willi stava sempre male, non riusciva a muoversi bene, quel giorno siamo riusciti a salire solo di 200 metri, di quel passo sarebbe stato impossibile arrivare in cima, abbiamo dovuto fermarci un'altra volta e bivaccare, ma alla mattina del terzo giorno era chiaro che Willi non ce la faceva più a salire.
C'erano due soluzioni possibili, lasciare Edi a badare a willi in un riparo sicuro, salire in vetta e ridiscendere per chiamare aiuto, oppure rinunciare e tornare tutti insieme alla base lungo la via di salita, rinunciare ai sogni, rinunciare a tutto.
Nel primo caso Edi e Willi avrebbero dovuto attendere almeno due o tre giorni prima che i soccorsi arrivassero, non era possibile e non era neppure possibile che Edi scendesse da solo insieme a Willi su una parete così ostile.
Chi fa alpinismo estremo sa che esiste un patto segreto e mai detto tra i compagni di cordata per cui ognuno ha il dovere di salvare la propria vita quando l'aiutare un compagno in difficoltà può significare la morte per entrambi. C'è anche chi non riuscendo a tirare su un amico caduto ha tagliato la corda che li legava per potersi salvare e per anni ed anni ha udito l'urlo dell'amico che precipitava.
E' una legge dura, spietata, ma la natura in genere e la montagna in particolare non hanno pietà.

Eppure noi abbiamo deciso di scendere tutti insieme, non potevamo abbandonare dei compagni, che vittoria sarebbe stata la nostra? Con che cuore ci saremmo goduti il trionfo? E poi sapevamo che era nelle nostre forze quella parete, l'avremmo vinta un'altra volta, ormai lo sapevamo.

In quel giorno siamo riusciti a scendere solo di 300 metri e ne restavano ancora 800 per arrivare in fondo, abbiamo dovuto fare un altro bivacco, il terzo, sempre più stanchi, sempre più infreddoliti.
Scendiamo il primo nevaio ed arriviamo alla traversata, dopo la discesa è agevole e sicura, ma nevica e la placca è coperta di vetrato, i nostri ramponi a dieci punte sono inutili, mancano le due punte frontali, ogni tentativo di passaggio è impossibile.
Sentiamo chiamare i nostri nomi, una guida alpina si è affacciata dalle finestre che portano luce alla galleria del trenino che sale dentro la parete alla Jungfraujoch ci sta chiamando.
Gli gridiamo che stiamo bene e che proveremo a scendere in verticale in corda doppia anche se questo significa passare in un colatoio dove si raccolgono tutte le scariche che scendono dalla parete.
Ma se la fortuna non ti ha mai voluto bene, se la vita non ti ha mai amato costringendoti a combattere con le unghie e con i denti per ritagliarti un tuo spazio, può cambiare atteggiamento quando tutto è appeso ad un filo?
E' stato il rumore di un treno in corsa che ci precipitava addosso, ho visto te ed Edi precipitare lungo il canalone, ho incassato la testa tra le spalle e mi sono appiattito contro la parete cercando quasi di infilarmi nelle fessure, sentendo la neve e le pietre rotolarmi addosso. Quando tutto è finito ed è tornato il silenzio ero rimasto solo, ma soprattutto non avevo più nulla per scendere, ogni corda era scomparsa nella valanga e solo rimaneva uno spezzone al quale il corpo di Willi pendeva esanime.
Non c'era tempo per piangere, per pensare a te Andreas, a tutte le nostre scalate, le nostre corse, i nostri progetti, l'Orco non si era accontentato di vincere facendoci rinunciare, aveva voluto infierire, in quel momento ho saputo che non sarei mai ritornato su quella montagna maledetta.
Ho urlato di disperazione, ho chiesto aiuto. Il tecnico di prima, Von Allmen ha chiamato i soccorsi con il telefono di servizio e sono arrivate immediatamente delle guide che hanno cercato di raggiungermi, ma la neve che continuava a cadere si era trasformata in ghiaccio rendendo impossibile il passaggio.
E' stata un'altra notte , la quarta passata in parete. Ma adesso non c'era più la luna, non c'erano più le stelle ma solo freddo, vento e silenzio.
Non voglio morire, non posso morire, le ore trascorrono piano ed a mattina sento le voci dei soccorritori, sono vicino a me, sotto di me, non ci saranno più di dieci metri di noi, ma loro non riescono più a salire ed io non riesco a scendere.
Mi consigliano di recuperare la corda che mi lega ancora a Willi e farne un cordino da far scendere fino a loro in modo che possano passarmi una corda con cui scendere a corda doppio.
usando uno spuntone di roccia e la piccozza cerco di consumare la corda . Un cordino, poi un altro, infine la corda si strappa ed il corpo di Willi precipita nel vuoto lungo la strada da cui eravate passati tu ed Edi.
Con le mie mani di legno, le mie povere mani congelate disfo la corda, aiutandomi con i denti, piangendo e pregando riesco a fare un cordino lungo abbastanza e poco dopo ho in mano la corda che lego al mio spezzone e lascio cadere nel vuoto, mi assicurano che è arrivata.
Sono sfinito, ho paura di non avere le forze di reggermi ed allora adotto una tecnica che iniziava ad essere usata in quel periodo e faccio passare la corda attraverso il moschettone in modo che debba solo usare una mano per tenermi.
Scendo piano, lentamente, vedo sotto di me i volti delle guide, sono a tre metri di loro, ma improvvisamente mi blocco , il moschettone ha incontrato il nodo che avevo fatto prima e non c'è modo di farlo passare. Lo picchio disperatamente cerco in tutti i modi di liberarmi , sono appeso nel vuoto, non posso fare nulla.
Come quando soffi su un fiammifero e quello si spegne, così se ne va anche la mia vita, sotto gli occhi dei soccorritori impotenti la luce si spegne ed io non ci sono più.
Mi tirano giù il giorno dopo, e mi va ancora bene, a quell'italiano (1) ventanni dopo andrà molto peggio, resterà per due anni appeso in parete a monito di quanti vogliano sfidare l'orco, diventerà un'attrazione turistica da guardare con il cannocchiale da chi se ne sta al caldo degli alberghi di Grindelwald.
Mi tirano giù come si depone il cristo dalla croce, ed io sono il cristo, ferito, sconfitto, umiliato, ed infine ucciso.
Eppure oggi chi guarda la montagna si ricorda di me, Tony Kurtz e della mia passione, della lotta incredibile per salvarmi la vita e di come mi sia arreso infine perchè quando anche Dio è contro di te non c'è nulla che l'uomo possa fare.

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Due anni dopo, negli stessi giorni 19-21 luglio 1938, una cordata formata nuovamente da due bavaresi e due austriaci Anderl Heckmair, Ludwig Worg , Fritz Kasparek, Heinrich Harrer raggiunge la vetta attraverso la Nordwande, avendo lasciato però attrezzata la traversata Hinterstoisser per garantirsi la ritirata.

(1) Era Stefano Longhi di Lecco, in cordata insieme a Claudio Corti che invece si salvò, la storia è raccontata in un libro "morte sull'Eiger", che ripercorre le vicende giudiziarie successive a quella sfortunata scalata in cui sparirono anche due giovani alpinisti tedeschi e Corti fu accusato di averli uccisi. I loro corpi furono invece ritrovati quattro anni dopo la sciagura, nel 1961. Arrivati sulla vetta, erano ridiscesi dalla parete Ovest, non riuscendo a salvarsi per una questione di poche ore.

 
 
 
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INFO


Un blog di: hieronimusb
Data di creazione: 10/12/2008
 

UANDEO (E SE) MORIRÒ

Quando , (e se), un giorno morirò
non voglio un prete che mi parli di un dio in cui non credo
o di paradisi che non mi interessano,
di inferni che non ho meritato
e se un purgatoriò ci deve essere
non sarà diverso dal mondo in cui ho vissuto

quando , (e se), un giorno morirò,
non voglio tombe costruite come casa
nè che si estirpino  fiori
se il senso della vita deve essere
nel tornare da dove son venuto
sarà l'utero della terra la mia ultima casa

Quando, (e se) morirò
sarà perchè ho vissuto
in un lungo istante senza tempo
raccolto come seme che diventa albero e poi frutto
come il fiume che corre e corre per tornare al mare
senza pensare neppure un momento
che questa vita possa finire

Se e quando morirò,
sarà perchè ho cercato nell'ultimo viaggio
la chiave segreta del tutto

 Alex