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dialoghi inutili di normale quotidianità

Creato da Altherea il 14/02/2011

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Non voltarsi più...

Post n°19 pubblicato il 04 Marzo 2011 da Altherea
 
Tag: ricordi

I fari illuminano fiochi il viale sconnesso, lascio che la macchina, in folle, si incastri alla perfezione tra il garage e la siepe, ormai dopo tanti anni, è come se conoscesse da sola la propria collocazione.
Mi sento stanca, senza forze, la mente come ovattata, ma scendo ugualmente, gli occhi arrosati distinguono le forme nella fioca luce dell’alba che sta arrivando, rimango ferma, immobile, ad osservare il mondo prendere vita, le case ritrovare il loro colore, gli alberi il loro verde, il campo di girasoli infiammarsi ad ogni raggio…solo io sono spenta…chiudo silenziosa la portiera e lentamente percorro il vialetto.
Quasi a farmi forza mi sorreggo sulla ringhiera mentre salgo i pochi gradini fino alla porta, ero così sicura quando sono partita da casa eppure sosto, come impietrita, davanti la porta chiusa, le spalle curve, la testa ripiegata in basso, mentre i capelli lunghi mi scivolano sul volto, sospiro.
Lenta la mano cerca nella borsetta, senza guardare, solo a tatto, gesto che ripeto sempre, mi piace sentire gli oggetti, capirne la forma, intuire di che si tratta e presto sento il freddo metallo della chiave sui miei polpastrelli, la stringo nella mano e la estraggo.
Chiusa in un pugno, per un istante, per poi lasciarla, sul palmo piatto della mano, forma ben distinta sul bianco della pelle, la guardo come se non l’avessi mai vista prima, è così pesante, mi accorgo ora che non è ruvida, da qualche parte ha intaccato un po di ruggine…che sciocche inflessioni della mente.
Mi decido e la infilo nella toppa, senza il minimo rumore, aprendo lentamente, per non svegliare i vicini ed entro nel buio di quella casa. Senza esitazioni, la mia mano, sa subito dov’è l’interruttore e il neon scatta tre volte prima di difondere quella brutta luce azzurrina, sbatto le palpebre per abituarmi al cambio e alla fine il soggiorno prende forma. Appoggio la borsa sulla sedia e giro per le stanze, la cucina, la sala, la camera, persino il bagno, non posso fare a meno di toccare un’oggetto, un mobile, una stoffa..sospiro..
Raddrizzo le spalle, dalla tasca prendo un elastico imprigionando i capelli, con piglio sicuro torno alla macchina a prendere le scatole che ho portato, inizio dalla cucina, si la cucina, decisa apro gli sportelli.
Le mani però tremno, mentre avvolgo i bicchieri nei giornali, mentre ripongo le pentole nelle scatole, quasi mi cade una pila di tazzine, devo bere. Apro il frigo, ormai le mani mi tremano, ormai i miei occhi, il mio corpo, la mia mente non sono più così sicuri e cedo..cedo guardando il frigorifero aperto, mentre gli occhi mi si riempiono di lacrime, mentre la mente, bastarda, mi porta i suoi ricordi:

notte..come ogni notte, mi alzo lenta dal letto, la gola arsa che reclama un goccio d’acqua, che come solito ho dimenticato di posare sul comodino. faccio piano, non lo voglio svegliare, figura invisibile nelle tenebre, ma così presente nel suo profumo, nel suo corpo caldo, che sonnecchia nel letto. Un sorriso dolce m’increspa le labbra, sono quasi tentata di svegliarlo, con una carezza, con un bacio, un ti amo mormorato nel sonno..desisto e vado in cucina. Non è propriamente una cucina, piouttosto un angolo cottura, stretto e lungo, in due si sta stretti, ma forse è anche il suo bello, sorrido mentre riempio il bicchiere d’acqua, mi piace quando cucino, sentire D. muoversi per prender quello o quell’altro, uno sfiorarci casuale ( a volte non tanto) così intimo, dolce..
Mi chino sul lavabo, a sbirciare dalla finestra, nella notte, solo qualche luce in lontananza, il frinire dei grilli, il silenzio…quasi grido quando sento due mani, accarezzarmi i fianchi, coperti da una leggera camiciola in seta. Mi volto, il viso sereno, lo guardo dolce – Scusa, ti ho svegliato – mi fissa,lo vedo appena, nella penombra delle luci lontane, mi sorride ed invece di rispondermi mi bacia, dolce, mentre mi stringe in un abbraccio stretto, contro il suo petto nudo.
- Ti amo - me lo sussurra piano, il viso accanto al mio,la mia guancia contro la sua, la barba che mi stuzzica la pelle - Ti amo - gli ripeto piano.....


Chiudo con una manata il frigorifero, mentre col dorso asciugo una lacrima, scuoto la testa riprendendo il lavoro, lenta meticolosa, impachetto pezzo dopo pezzo, cercando di non ascoltare la mente, di non dare immagine ad ogni pensiero. camera dopo camera, oggetto dopo oggetto, emozioni che ingoio minuto dopo minuto, che mi soffocano, ma imperterrita continuo, quasi non m’accorgo del giorno che ormai illumina le finestre, delle voci dei vicini che si svegliano, continuo fino all’ultima scatola.
Mi servono una decina di viaggi per stipare tutto nell’auto, risalgo le scale, guardo un’ultima volta l’appartamento, sembra quasi vuoto senza le mie cose, o forse sono quegli stipiti aperti, i cassetti vuoti, sembrano ferite in bella vista…
Una lacrima mi scende, mentre chiudo la porta e giro la chiave, la sento pesante nel palmo eppure è così leggero il piccolo tonfo che fa nella cassetta delle lettere..
Mi allontano a testa china per il viale, diretta alla macchina, e quasi non m’accorgo di lui, fermo immobile, le braccia abbandonate lungo il corpo.,non mi fermo, non lo guardo, gli passo accanto – Vaffanculo – le mie parole ed esco dalla sua vita.

 
 
 

Mi chiamo Baciocca

Post n°18 pubblicato il 04 Marzo 2011 da Altherea
 
Tag: vita

Porto nei ricordi molti sguardi, molte lacrime, molti sorrisi, parole gentili, parole sconnesse, a volte negazione, a volte distanza, a volte gratitudine, a volte fastidio. Volti rugosi, capelli candidi, volti di bambini, fanciulli, donne e uomini, parenti e non, li custodisco tutti, così come custodisco gli incontri fatti, gli abbracci,le strette di mano, le carezze, i bisbigli sussurrati.

Mi chiamo Baciocca, vesto colorata, come il mio camice, disegnato, adornato di chincaglierie, la valigia in mano, pronta per partire, per chissà dove, distratta e dispettosa, coccolona e impicciona..sono un clown di corsia..

Ero un clown di corsia, ho donato il mio tempo, agli anziani delle case di riposo, ai nonni dell'ospedale, ai bimbi delle case famiglie, dell'ospedale, della strada, ho indossato fiera il mio naso rosso, le mie "maschere" e ho regalato sorrisi.

E poi ho smesso, perchè non è facile portare sempre il sorriso, non è facile rimanere distanti nella sofferenza, non è facile trattenere le lacrime, ma porto nel cuore tutto quello che ho fatto.

Red Nose

 
 
 

Il signor Nessuno

Post n°17 pubblicato il 03 Marzo 2011 da Altherea
 
Tag: poesie, vita

ex amico

Ho camminato nel tempo

cercando la tua mano

ma ho trovato solo silenzio

Ho ascoltato il mare

cercando le tue parole

ma ho trovato solo un muro

Ho mandato lettere

sparse nel tutto

ma è ritornato solo il niente

Ho smesso di chiamarti Amico

ed ho trovato il Signor Nessuno

Mi chiedo spesso cosa fai, dove sei, perchè hai lasciato che le nostre strade non fossero più le stesse, questione di scelte, di orgoglio, di vita. Non mi sono più fidata, solo ora ho aperto il mio cuore a chi poi se l'è preso e lo conserva, lo riempi d'amore, di certezze. Non ti ho mai capito, non sono riuscita se non pochi attimi, ad entrare, ad andar oltre la tua corazza, ma a te ho permesso di vedere oltre la mia. Chissà che stai facendo, chissà se anche tu come me, pensi a me, pensi a com'era la nostra amicizia, chissà se avrai costruito un'altro rapporto come il nostro, io non ce l'ho fatta mai.

questione di scelte...questione di vita, vado avanti con la mia, senza più te.

 
 
 

Libri, libri e ancora libri

Post n°16 pubblicato il 03 Marzo 2011 da Altherea
 
Tag: libri

 Lasciami andare, madre

Un libro polveroso, la carta ingiallita, quell'odore di chiuso, di scantinato, ma anche di stampa, di vissuto, forse le orecchie sulle pagine, le tracce di mani già passate sulla copertina, forse tutto mi ha spinto verso questo libro che se ne stava placido ad aspettarmi su uno scaffale.
Passo spesso davanti a questa libreria, vecchia, incasinata, ovunque libri, alcuni in bella mostra, colorati e sgargianti, i più messi alla rinfusa, forse divisi per ordine, ma ovunque libri, anche a terra, che se non stai attento, inciampi nella cultura.
Però non mi sono mai fermata, perchè io amo si i libri, ma vengo per lo più poi attirata dall'organizzazione, mi piace entrare, gironzolare ma poi andare sul sicuro, verso i generi che mi piacciono.
Non amo le biblioteche, c'ho provato, ma non fanno per me, devo possederlo il libro, sfogliarlo, annusarlo, posarlo e riprenderlo, finirlo tutto in un momento e dimenticare oppure rileggerlo, ma devo sapere che è mio, sapere che quando voglio è lì, magari disperso nella libreria...ma è lì, che attende me.
Perchè mi sono fermata?
Bella domanda, non lo so, forse quella giornata dovevo fermarmi proprio lì. Sta di fatto che naso arricciato per il caos, ho girovagato senza meta, sotto lo sguardo attento della proprietaria (un donnino di età indefinita, occhiali sulla punta del naso, seduta al bancone con un libro in mano..quasi quasi temevo d'esser entrata nella biblioteca) che però non è intervenuta per dirigermi verso l'acquisto, gliene dò atto..un punto a suo favore.
Senza ben capire "l'ordine apparente" degli accatastamenti, ho spostato libri vecchi e nuovi, conosciuti e sconosciuti, generi che mi piacciono e altri che proprio non tollero e poi eccolo lì..un libricino minuscolo (paragonato ai tomi che di solito mi trascino a casa), non ho nemmeno letto la trama, l'ho solo guardato e bon...dovevo comprarlo.

Che cosa vi spinge all'acquisto? La copertina? La trama? l'autore? Il sentito dire?

La sera a casa, allungata sul divano, ho letteralmente aspirato ogni lettera, ogni parola, via via immersa nelle riflessioni, mille domande, se..incredibile un libricino, anonimo, vecchiotto..eppure così intenso, così capace di scatenare mille emozioni, mille dubbi, mille percorsi mentali.

E' un libro autobiografico, di una donna abbandonata dai genitori a 8 anni, il padre nell'esercito di Hitler, la madre attivista politica nazista. A 18 anni, un figlio piccolo, decide di ritrovare la madre e la incontra, scoprendo in lei ancora quel fervore nazista (la madre stessa arriva a vantarsi dei sui servigi nei campi di concentramento e a offrirle l'oro rubato agli ebrei).

Helga decide di rinnegare il suo passato, i suoi genitori, rinnega persino la sua lingua natale, si sposa con un'italiano e si stabilisce in Italia, chiudendo tutti i legami..o quasi.

Ventisette anni dopo, viene contattata da Berlino...la madre sta male, è ricoverata in una casa di cura, chiedono la sua presenza..ed Helga va, nonostante i dubbi, nonostante i sentimenti contrastanti...ma forse quel filo sottile di sangue è ancora così forte da spingerla ad andare.

L'incontro scatena emozioni forti, amore per quella madre che non ha avuto, che avrebbe voluto, odio per quella madre che l'ha abbandonata, per quella madre che ha servito una causa ignobile.

Tutto questo scatena in Helga la voglia di sapere, di capire, capire i perchè di scelte, di azioni, sapere la verità di alcuni fatti, chiede domanda, forse anche nella speranza di un ridimensionamento di sua madre, di una sua presa di coscenza...

Che non c'è, perchè nonostante la confusione,la malattia, la vecchiaia...la madre è ancora una nazista fervente, lo legge nei suoi occhi,lo sente, forse lo percepisce nel suo cuore, mentre esce dall'ospedale.

L'avrei incontrata quella donna? avrei voluto anche io sapere la verità? forse veramente spinta dalla speranza, anche dalla speranza di poterla perdonare, forse si.. Ma dopo un incontro del genere, quali emozioni avrei avuto? L'avrei tacitamente perdonata, perchè ormai vecchia? L'avrei dimenticata? mmm difficile. L'avrei odiata? ma poi quest'odio..dove conduce?

Decisamente un libro che apre molti spunti di riflessione, personali e non.

 
 
 

Ci sentiamo...

Post n°15 pubblicato il 28 Febbraio 2011 da Altherea
 
Tag: ironia

- Ci sentiamo... -

- Ti richiamo più tardi... -

Frasi di convenienza? Dati di fatto? Molto spesso il sesso forte (si va bhe, gli uomini) se ne escono con questa frase, forse non sapendo di scatenare una serie di incognite mentali..

Ma soprattutto...uomini e donne hanno la stessa concezione di tempo?

Perchè per me ti chiamo più tardi è più tardi, non il giorno dopo..ma non è nemmeno troppo presto (della serie dopo 10 minuti) o dopo orari diseducati (dopo le 23 di sera), insomma la mia chiamata è PIù tardi di adesso!

Se l'uomo in questione ci interessa...siamo capaci di fare una conferenza mondiale sul discorso tempo alle nostre amiche, mentre osserviamo con ansia l'orologio (il più delle volte gli parliamo pure, nella vana speranza che il tempo passi più velocemente ascoltando le nostre suppliche).

Se l'uomo in questione non ci interessa...casualmente il cellulare avrà un guasto tale per cui o sarà spento o tuguardamidispiacetantononhopropriosentitoilcellularesuonare.... anche se poi si riduce ad un rimando dell'agonia.

Ma anche il generico Ci sentiamo ci manda in crisi....ma cosa avrà mai voluto dire? ci sentiamo domani? in settimana? in questo mese? in questo anno???? E da qui parte un esercizio ginnico micidiale: prendo in mano il telefono (ora lo chiamo), poso il telefono (non lo chiamo), prendo in mano il telefono, poso il telefono, prendo....

CHe poi partono le paturnie mentali: magari non gli interesso, gli sto antipatica, mi ha voluto scaricare....oppure le più ottimiste: avrà finito il credito, sarà impegnato, gli è morto il gatto e ora magari ha bisogno proprio del mio appoggio.....

AAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAaaaaahhhhhhhhhhhhhhhh

stop

Prendiamo fiato ma soprattutto: gli abbiamo dato il nostro numero di telefono?

 
 
 

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