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Hasankeyf: per saperne di più
Il Kurdistan turco è eccezionalmente
ricco d’acqua; proprio tale ricchezza lo ha contestualmente innalzato e
condannato a essere sia protagonista che vittima di un mastodontico progetto
dai risvolti sociali, economici e geo-politici estremamente gravi. A partire
dal 1980 il governo turco ha avviato il Progetto Idrico per l’Anatolia
Sud-Orientale (GAP), che prevede la costruzione di numerose dighe e centrali
idroelettriche lungo l’alto corso dei fiumi Tigri ed Eufrate. Il progetto per
la costruzione della Diga di Ilisu é uno dei più grandi mai realizzati nel
sud-est della Turchia: la diga sarà alta 135 metri, lunga 1820 metri, avrà una
capacità di circa 10 km³, occuperà una superficie di 313 km². Sommergerà 6000
ettari di terre arabili, e un’ area agricola più grande di quella che sarà poi
possibile irrigare sarà persa per sempre. Inoltre, le terre che saranno
irrigate dall’acqua delle dighe rischiano di subire una salinizzazione, con
conseguente perdita di fertilità del suolo nel medio-lungo periodo. Il bacino
idrico che si formerà sommergerà una valle lunga 136 km, molti tratti della
quale sono caratterizzati da morfologia a canyon.
L’impatto sull’eredità
archeologica e storico-culturale La realizzazione della sola diga Ilisu sul
fiume Tigri, una delle più grandi di questo progetto, porterà alla distruzione
- dunque alla perdita totale - di numerosissimi (stimati finora in ben 289!)
centri d’inestimabile valore archeologico e storico. All’interno di tale
inquietante costellazione spicca Hasankeyf: splendida cittadina, solennemente
annunciata da una lunga parete di roccia a picco sulle anse del fiume Tigri, il
cui corso sembra quasi voler accompagnare i visitatori fino alla città, che si
erge maestosa sulle chiare rocce di cui è costituita. All’interno di essa ancor
oggi vivono famiglie di pastori e agricoltori, sfruttando cavità naturali per
secoli occupate da Romani, Parti, Bizantini, Sassanidi, Mongoli e molti altri
gruppi umani, attratti in passato dalle caratteristiche dell’Alta Mesopotamia.
Attualmente il sito è abitato dai Curdi, che sembrano essere i diretti
discendenti dei glorosi Medi. Il succedersi di varie dinastie ha portato
Hasankeyf a essere un prezioso museo all’aperto: è possibile ammirare resti di
magnifiche moschee, minareti, palazzi sospesi sul Tigri, colorate tombe
monumentali, nonché del bagno turco, dell’antichissimo quanto suggestivo
cimitero e dello splendido ponte, probabilmente costruito dagli Assiri.
L’impatto sulle popolazioni
dell’area Per ragioni asserite come “economiche” - la produzione di energia
elettrica e l’irrigazione di colture - la popolazione curda, stanziata
nell’area e integrata con perfetta sintonia nel paesaggio circostante,
impegnata in attività di antica tradizione (agricoltura, tessitura di tappeti,
lavorazione di oggetti artigianali) sarà costretta a lasciare la propria terra
per ammassarsi chissà dove...
Il progetto Diga di Ilisu
comporterà infatti il re-insediamento di 55000 persone. L’attuazione del
progetto implicherà per tali persone lo sradicamento, la perdita del lavoro o
comunque di attività svolgibili solo nel luogo d’origine - dal quale verranno
sradicate! - per garantirsi mezzi di sostentamento. Ciò comporterà anche il
loro trasferimento forzato in aree dove hanno ben poche possibilità di
rinvenire nuove attività, andando dunque incontro a marginalizzazione ed
esclusione sociale, con un grave detrimento per la loro dignità! Pertanto ci
chiediamo e vi chiediamo: dove è possibile scorgere il rispetto dei diritti
umani di questi profughi. Dov’è il rispetto della Convenzione Europea per la
Tutela dei Diritti Umani e delle Libertà Fondamentali, che per la Turchia,
Paese membro del Consiglio d’Europa, costituisce un obbligo. Dove, infine, è
possibile rilevare la volontà turca di rispettare i Criteri di Copenhagen
promulgati dall’Unione Europea nel 1993 e vincolanti per i paesi aspiranti
all’accesso (garanzia di democrazia e stabilità delle istituzioni, vigenza
dello stato di diritto, rispetto dei diritti umani), in vista dell’ingresso in
Europa, che costituisce una delle massime aspirazioni della Turchia? Certamente
non nelle attività progettuali finalizzate alla costruzione di nuove dighe, di
cui quella di Ilisu è solo l’esempio più vistoso, significando altresì la
sparizione del sito archeologico di Hasankeyf. Ilisu va infatti ad affiancarsi
alla costruzione di ulteriori dighe lungo il corso di altri fiumi -Munzur e
Zab- e quindi ad altre evacuazioni forzate. Le dighe finora costruite
nell’ambito del GAP hanno infatti già recato alle popolazioni locali gravissime
devastazioni territoriali oltre a un numero elevatissimo di profughi. Coloro,
inoltre, che tenacemente hanno resistito, continuando a vivere nei luoghi
d’origine, sperimentano paradossalmente frequenti black-out; infatti l’energia
elettrica prodotta dagli impianti collegati alle dighe già attive è esportata
altrove.
La costruzione di dighe farà
aumentare il numero degli sfollati interni, già di per sé elevato in Turchia.
Si stima che almeno 3.000.000 di persone siano state costrette ad abbandonare
le terre d’origine e si siano inurbate, a causa delle operazioni militari
condotte a metà degli anni ’90. Un ulteriore inurbamento farà ulteriormente
peggiorare le condizioni di vita degli sfollati interni confinati nelle
periferie delle grandi città. Agli inizi del decennio 1990-2000 la popolazione della città di Diyarbakir è
quadruplicata, mentre la periferia di Istanbul è divenuta sede di campi
profughi che, come quello di Ayazma, sono giunti a ospitare, in condizioni
igienico-sanitarie assai precarie, finanche 8000 persone, provenienti per lo
più da villaggi distrutti dell’Anatolia Sud-Orientale.
L’impatto sugli equilibri
geo-politici con Siria e Iraq Che dire, inoltre, delle popolazioni che abitano
zone situate a valle degli invasi in cui si riverserà l’acqua, a seguito
dell’avvio del funzionamento della Diga di Ilisu come di altre dighe? Quanta
acqua in meno avranno, per provvedere ai propri bisogni primari? Non si
dimentichi che ciò avrà ripercussioni non soltanto sui kurdi, ma anche su altre
popolazioni situate in Paesi limitrofi, l’Iraq e la Siria. E che la gestione e
il trattamento delle acque di un fiume che, come il Tigri, attraversa più
Paesi, dovrebbero essere regimentati in ambito internazionale. Qualora ciò non
avvenga, grave è il rischio di ripercussioni conflittuali sulle relazioni
internazionali. La costruzione delle dighe comporta infatti il rischio di
produrre un impatto disastroso sull’ambiente e sulla popolazione civile, in
un’area già duramente colpita da conflitti antichi e recenti; e comporta
altresì il rischio di incrinare ulteriormente gli equilibri geo-politici, di
per sé precari, dell’area stessa. Vandana Shiva e altri noti scienziati, del
resto, da tempo avvertono delle sempre più elevate probabilità che le guerre
future, nel corso del XXI secolo, siano combattute, a ogni latitudine, per la
preziosa risorsa ACQUA. Sempre più "maltrattata" e pertanto,
paradossalmente, sempre più contesa! La diga Ilisu nascerà sul fiume Tigri,
appena a valle della città di Hasankeyf e circa 60 km a nord del confine con la
Siria. La Campagna europea per la riforma delle agenzie di credito all’export
(European ECA Rerform Campaign) denuncia quanto segue (The Ilisu Dam Project:
Europe’s money would move Turkey away from the acquis communautaire di Judith
Neyer, settembre 2006): Con la diga Ilisu e le altre dighe realizzate
nell’ambito del progetto GAP e quelle ancora allo stadio progettuale la Turchia
controllerà sempre più il flusso di acqua dei fiumi Tigri e Eufrate verso Siria
e Iraq. La diga Ilisu farà sì che i flussi d’acqua si riducano notevolmente; si
possono prevedere periodi di secca nel caso si verifichino periodi siccitosi.
Al momento non si registrano accordi formali tra i Paesi confinanti e la
Turchia, quantunque Siria e Iraq abbiamo richiesto d’essere informate e di
poter valutare gli effetti del progetto sin dal costituirsi del primo consorzio
di ditte finalizzato alla costruzione della diga stessa. Questo atteggiamento
costituisce una chiara violazione delle leggi internazionali, comprese due
Convenzioni delle Nazioni Unite (volte a prevenire significativi impatti
negativi oltre frontiera) e la Direttiva-quadro sull’acqua dell’UE. L’Unione
Europea ha firmato entrambe le Convenzioni e ogni Paese a essa aderente è
obbligato a rispettare le regole in esse definite. Inoltre, adozione e
applicazione della Direttiva-quadro sull’acqua sono identificate come priorità
cui la Turchia deve adeguarsi nel corso del suo processo d’adesione all’UE.
L’impatto sull’ecosistema I
fiumi Tigri ed Eufrate sono i maggiori corsi d’acqua del Medio Oriente, proprio
per questo rappresentano un unico grande sistema “vivente” di acque, un
ambiente che dà la vita a migliaia di kmq di terre aride grazie alla propria
immensa riserva d’acqua, un habitat fondamentale per tantissime specie animali
e vegetali, alcune delle quali endemiche, ossia reperibili solo in quella
specifica area. Su tali aspetti specifici, tale progetto viola l’accordo di
partenariato in vista dell’accesso della Turchia all’UE (Decisione del
Consiglio 2003/398/Ec) che richiede l’implementazione e l’applicazione della
Direttiva del Consiglio sulla verifica degli effetti di taluni progetti
pubblici e privati sull’ambiente (85/337/EWG). Gli effetti dei grandi
sbarramenti realizzati ad oggi sull’Eufrate hanno messo in evidenza tutti i
problemi che tali opere comportano: fra le conseguenze principali, la
rarefazione o addirittura la scomparsa, assieme ai rispettivi habitat, di
alcune forme di vita fluviali: il Rafetus euphraticus, una specie endemica di
tartaruga dei fiumi Eufrate e Tigri, attualmente a rischio di estinzione (IUCN
2004)). Lungo l’Eufrate la presenza della tartaruga si è molto rarefatta, essa
ora sopravvive solo in alcune limitate zone del fiume o di suoi affluenti; Il
Populus euphratica, inoltre, è una specie di pioppo che è ormai sempre più raro
scorgere sulle sponde dell’Eufrate. Tartarughe e pioppi sono invece ancora
facilmente reperibili lungo il corso del Tigri. Tra gli impatti più disastrosi
che potrebbero essere determinati dalla costruzione di questa diga si
segnalano: 1) un’interruzione delle dinamiche tipiche di ogni corso d’acqua,
con accumulo di sedimenti nell’invaso. Il tratto di fiume a valle della diga
sarà invece soggetto ad erosione, così come la linea di costa allo sbocco sul
mare; 2) rischio di crolli, dovuti al fatto che la roccia su cui sorge
Hasankeyf possa non essere adatta a sostenere il carico generato dall’invaso,
oltre ai danni indotti all’aumento di umidità, sulla conservazione di resti
archeologici; 3) riduzione della bio-diversità a causa dei cambiamenti indotti
negli ambienti fluviali; 4) rischio di isolamento delle popolazioni di
organismi che normalmente necessitano di interazioni. Questo dipende dal
naturale fatto che le popolazioni viventi consistono in individui simili, cioè
in grado di scambiarsi e trasmettersi geni; 5) rischio di eutrofizzazione,
dovuta alla concentrazione di un carico eccessivo di sostanze nutritive
raccolte dalla corrente; 6) rischio di scomparsa della fauna bentonica, ossia
quella che vive a contatto con i sedimenti, e non in profondità; 7)
abbassamento delle falde acquifere laterali a valle della diga; 8) scomparsa
degli habitat della valle sommersa con conseguenze sulle rare specie di uccelli
che la abitano, impatto sulle rotte degli uccelli migratori che la utilizzano
per orientarsi nelle loro migrazioni; 9) rischio di variazione nel regime
climatico dell’area, considerata l’instabilità del regime piovoso della
regione. Le variazioni in umidità costituiranno una fonte d’infezione per
malattie che colpiranno la salute pubblica, quali la malaria. In ultimo, i
criteri internazionali di progettazione e realizzazione della diga, a cui il
progetto deve attenersi, in quanto sostenuto finanziariamente da altri governi,
non sono stati rispettati in termini di: mitigazione dell’impatto ambientale,
di proposte progettuali alternative relative a ubicazione e coinvolgimento
delle comunità locali interessate.
Hasankeyf - incantevole -
merita di far parte del Patrimonio Mondiale dell’Umanità, da tutelare in base
alle indicazioni dell’UNESCO! Come in Ungheria la Cittadella di Buda specchiata
nel Danubio; e come le valli tedesche dei fiumi Elba e Reno, solo per fare
alcuni esempi di suggestivi luoghi europei, vicini all’acqua e tutelati.
Dunque, che non venga sommersa!!! VIVA HASANKEYF!!! Sosteniamo l’Iniziativa per
la Sopravvivenza di Hasankeyf! Ne fanno parte 72 organizzazioni (centri
culturali, municipalità dell’area anatolica, gruppi di volontari specialmente
attenti a questioni ambientali, ordini professionali, sindacati, associazioni
per la tutela dei diritti umani) attive in Turchia.
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Inviato da: valter47
il 23/04/2009 alle 16:36
Inviato da: valter47
il 10/04/2009 alle 07:27
Inviato da: valter47
il 28/03/2009 alle 15:19
Inviato da: valter47
il 24/03/2009 alle 07:52
Inviato da: rigitans
il 22/03/2009 alle 18:08