OCEANO MARE

«Io ti ho amato, André, e non saprei immaginare come si possa amare di più. Avevo una vita, che mi rendeva felice, e ho lasciato che andasse in pezzi pur di stare con te. Non ti ho amato per noia, o per solitudine, o per capriccio. Ti ho amato perché il desiderio di te era più forte di qualsiasi felicità. E lo sapevo che poi la vita non è abbastanza grande per tenere insieme tutto quello che riesce a immaginarsi il desiderio. Ma non ho cercato di fermarmi, né di fermarti. Sapevo che lo avrebbe fatto lei. E lo ha fatto. È scoppiata tutto d’un colpo. C’erano cocci ovunque, e tagliavano come lame.

Poi sono arrivata qui. E questo non è facile da spiegare. (…) Questo è un posto dove prendi commiato da te stesso. Quello che sei ti scivola addosso, a poco a poco. E te lo lasci dietro, passo dopo passo, su questa riva che non conosce tempo e vive un solo giorno, sempre quello. Il presente sparisce e tu diventi memoria. Sgusci via da tutto, paure, sentimenti, desideri: li custodisci, come abiti smessi, nell’armadio di una sconosciuta saggezza, e di un’insperata pace. Riesci a capirmi? Riesci a capire come tutto questo – sia bello?
Credimi, non è un modo, solo più lieve, di morire. Non mi sono mai sentita più viva di adesso. Ma è diverso. Quel che io sono, è ormai successo: e qui, e ora, vive in me come un passo in un’orma, come un suono in un’eco, e come un enigma nella sua risposta. Non muore, questo no. Scivola dall’altra parte della vita. Con una leggerezza che sembra una danza.
È un modo di perdere tutto, per tutto trovare.
Se riesci a capire tutto questo, mi crederai quando ti dico che mi è impossibile pensare al futuro. Il futuro è un’idea che si è staccata da me. Non è importante. Non significa più nulla. Non ho più occhi per vederlo. Ne parli così spesso, nelle tue lettere. Io faccio fatica a ricordarmi cosa vuol dire. Futuro. Il mio, è già tutto qui, e adesso. Il mio sarà la quiete di un tempo immobile, che collezionerà istanti da posare uno sull’altro, come se fossero uno solo. Da qui alla mia morte, ci sarà quell’istante, e basta.
Io non ti seguirò, André. Non mi ricostruirò nessuna vita, perché ho appena imparato ad essere la dimora di quella che è stata la mia. E mi piace. Non voglio altro. Le capisco, le tue isole lontane, e capisco i tuoi sogni, i tuoi progetti. Ma non esiste più una strada che mi potrebbe portare laggiù. E non potrai inventarla tu, per me, su una terra che non c’è. Perdonami, mio amato amore, ma non sarà mio, il tuo futuro.
C’è un uomo, in questa locanda, che ha un buffo nome e che studia dove finisce il mare. In questi giorni, mentre ti aspettavo, gli ho raccontato di noi e di come avessi paura del tuo arrivo e insieme voglia che tu arrivassi. È un uomo buono e paziente. Mi stava ad ascoltare. E un giorno mi ha detto: “Scrivetegli”. Lui dice che scrivere a qualcuno è l’unico modo di aspettarlo senza farsi del male. E io ti ho scritto. Tutto quello che ho dentro di me l’ho messo in questa lettera. Lui dice, l’uomo col nome buffo, che tu capirai. Dice che la leggerai, poi uscirai sulla spiaggia e camminando sulla riva del mare ripenserai a tutto, e capirai. Durerà un’ora o un giorno, non importa. Ma alla fine tornerai alla locanda. Lui dice che salirai le scale, aprirai la mia porta e senza dirmi nulla mi prenderai tra le braccia e mi bacerai.
Lo so che sembra sciocco. Ma mi piacerebbe succedesse davvero. È un bel modo di perdersi, perdersi uno nelle braccia dell’altra.
Niente potrà rubarmi il ricordo di quando, con tutta me stessa, ero la
Tua Ann».

 Alessandro Baricco, Oceano mare

attingendo al mio unico diletto

Mathias Enard | Ja! Festival

“Mentre quasi arrivavo alla libreria Büchner, cominciavo a capire che un’indagine sulla letteratura era un’esplorazione dei suoi limiti e del suo potere per me ancora molto vago sull’aldilà, su quel che si agita oltre la frontiera, quel che si intravvede nei territori dell’alterità, dell’immaginario. Come l’ipnosi e l’immaginazione, la fantasmagoria non era tanto una faccenda connessa all’archeologia del cinema o una questione di proiezione e di ottica, ma diventava invece un’allegoria, tra credenza, immagine e realtà, del progetto del raccontare: raccontare significa superare la distanza che ci separa dall’assente; attraverso il linguaggio, nascondere il reale nell’irreale, fare a pezzi il mondo per offrirlo, come il fumo dei cosciotti di capra dei sacrifici achei, a dèi silenziosi: la letteratura è quel fumo, residuo divino che esprime l’assenza, definitiva, di quel che l’ha suscitato. Tutto ciò che entra in letteratura varca i confini del mondo dei fantasmi e, penetrando nell’universo del linguaggio, abbandona la propria spoglia carnale. Il mondo del testo è uno spettro, proiettato da un apprendista illusionista sul pallore delle nostre coscienze. In quanto tale – spettro, fumo – è assolutamente tangibile, ma di una materia altra; né reale né irreale, è metafisico, oltre la sua natura originaria come la chiama Avicenna, e tuttavia emana dalla nostra realtà.

Mentre spingevo, bagnato fradicio, la porta della libreria Büchner cercando goffamente di chiudere l’ombrello, avendo prima evocato Lenz avevo in testa come una canzone triste la Conversazione nella montagna di Paul Celan, e il premio Büchner che questi aveva ricevuto – la Conversazione nella montagna rimandava a Lenz e al duplice aspetto della letteratura, la letteratura contro il linguaggio, la letteratura come spazio fra il linguaggio e il senso, fra l’amore e i rifiutati dell’amore, la letteratura come ciò che esala dalla candela accesa, tra il giglio martagone Türkenbund e le campanule Rapunzel, tra i nomi dei fiori e i racconti che li menzionano e pensavo certo la poesia è un mistero all’opera, un giglio che si apre come un turbante turco, ciò che separa il giglio dal turbante turco – sono la stessa cosa, come la campanula è anche il personaggio della fiaba dei fratelli Grimm, RaperonzoloRapunzel.

Come la lingua si arricchisce attraversando le tenebre. La parola:

I vocaboli, quando si fanno

Parola?

scrive Heidegger.

Quando essi dicono,

non significano

non designano.

La Germania è il paese dei racconti crudeli e delle insidie della notte, pensavo lasciando l’ombrello gocciolante nel portaombrelli di plastica ad hoc vicino all’entrata della libreria; il paese delle Märchen e delle frontiere, delle marche, dei limiti: quanto chiara mi appariva una volta di più la loro malinconia, mentre guardavo un po’ intontito sui tavoli i libri dalle copertine colorate, osservato a mia volta dalla libraia cui la sgradevole sorpresa di veder piombare un cliente a pochi minuti dalla chiusura, con un tempo così poco ameno, freddo e piovoso, dava un’espressione ben poco amichevole: tutto si confondeva dentro di me, la storia di Rami, l’ictus di E., la visita a Beelitz, i racconti di ipnosi e fantasmagorie, Berlino e, intorno, la pozza scura della marca di Brandeburgo. Che cosa si varcava superando una frontiera? L’ultima volta che avevo visto E. e il marito prima dell’ictus avevamo parlato, come sempre, delle nostre letture, del nostro lavoro, della nostra passione per la varietà dei testi e delle lingue, ed ecco ergersi all’improvviso fra di noi quella che per convenzione chiamavamo “la realtà”, ma che in verità era solo un momento del corpo (l’ictus, il cervello, la malattia): era spuntata una roccia altissima; proiettava un’ombra glaciale.” Mathias Enard, Malinconia dei confini. Nord

qualcosa di Barnes

Charleston — Julian Barnes in Conversation

(il tempo)

[…] Viviamo nel tempo; il tempo ci forgia e ci contiene, eppure non ho mai avuto la sensazione di capirlo fino in fondo. Non mi riferisco alle varie teorie su curvature e accelerazioni né all’eventuale esistenza di dimensioni parallele in un altrove qualsiasi. No, sto parlando del tempo comune, quotidiano, quello che orologi e cronometri ci assicurano scorra regolarmente: tic tac, tic toc. Esiste al mondo una cosa più ragionevole di una lancetta dei secondi? Ma a insegnarci la malleabilità del tempo basta un piccolissimo dolore, il minimo piacere. Certe emozioni lo accelerano, altre lo rallentano; ogni tanto sembra sparire fino a che in effetti sparisce sul serio e non si presenta mai più. Non sono particolarmente interessato ai miei anni di scuola, non ne ho affatto nostalgia. Ma è a scuola che tutto è cominciato, perciò mi toccherà tornare brevemente su certi eventi marginali ormai assurti al rango di aneddoti, su alcuni ricordi approssimati che il tempo ha deformato in certezze. Se da un lato a questo punto non posso garantire sulla verità dei fatti, dall’altra posso attenermi alla verità delle impressioni che i fatti hanno prodotto. È il meglio che posso offrire. Julian Barnes, Il senso di una fine

(la domanda)

  Che cosa preferireste, amare di più e soffrire di più; o amare di meno e soffrire di meno? Credo che, alla fine, l’unica vera domanda sia questa.

Potreste sottolineare – con ragione – che non si tratta di una domanda vera. Perché non abbiamo scelta. Se avessimo scelta, la domanda potrebbe sussistere. Ma non ce l’abbiamo, perciò non sussiste. Chi è in grado di controllare l’amore che prova? Se è controllabile, non è amore. Non saprei come altro chiamarlo, ma amore non è.

  Abbiamo quasi tutti un’unica storia da raccontare. Non voglio dire che nella vita ci capiti una cosa sola; al contrario, gli avvenimenti sono tantissimi, e noi li trasformiamo in altrettante storie. Ma ce n’è una sola che conta, una sola da raccontare, alla fine. E questa è la mia.

  Ed ecco il primo problema. Se parliamo della nostra unica storia, deve essere quella che abbiamo ripetuto più spesso, sebbene forse – come in questo caso – essenzialmente a noi stessi. E la domanda allora è: ma tutte queste ripetizioni ci portano più vicini alla verità di quanto è accaduto, o ce ne allontanano? Non sono sicuro. Una prova potrebbe essere se, col passare degli anni, usciamo meglio o peggio dalla storia che ci raccontiamo. Uscirne peggio potrebbe voler dire che siamo più sinceri. D’altro canto, il pericolo di una visione retrospettivamente anti-eroica c’è: proiettare su di noi l’ombra di un comportamento peggiore del vero può trasformarsi in una forma di auto-encomio. Pertanto dovrò essere avveduto. Beh, con gli anni ho di sicuro imparato a esserlo. Oggi sono avveduto almeno quanto ieri ero avventato. O dovrei forse dire avventuroso? Una parola può avere due opposti? Julian Barnes, L’unica storia

(la docente)

  Stava in piedi di fronte a noi, senza un appunto, un libro, o il minimo nervosismo. Il leggio era occupato dalla sua borsa. Uno sguardo attorno, un sorriso, una pausa, e cominciò.

  – Avrete avuto modo di notare che il titolo di questo corso è «Cultura e civiltà». Non vi allarmate. Non intendo bombardarvi di grafici a torta. Non intendo imbottirvi di fatti come oche all’ingrasso; l’unico risultato sarebbe quello di ingrossarvi il fegato, il che è tutt’altro che sano. La prossima settimana vi fornirò un elenco di letture del tutto facoltative; non vi si abbasserà il voto se lo ignorerete, né vi si alzerà se vi ci dedicherete con instancabile impegno. Intendo trattarvi come si deve agli adulti che evidentemente siete. Il miglior metodo educativo, come ben sapevano i greci, si basa sulla collaborazione. Tuttavia, io non sono Socrate e voi, non una classe di Platoni, sempre che sia corretto il plurale. Ciononostante, procederemo per dialoghi. D’altronde – visto che non siamo più alle elementari – non intendo dispensare insulsi incoraggiamenti ed elogi sdolcinati. Per qualcuno di voi, è molto probabile che io non sia la docente ideale, nel senso di quella piú consona al suo temperamento e alla sua forma mentis. Lo dico subito a beneficio di coloro che la penseranno così. Ovviamente, mi auguro che possiate trovare il corso interessante e, perché no, anche divertente. Divertente e rigoroso, voglio dire. I due termini non sono incompatibili. E mi aspetto lo stesso rigore in cambio, da voi. Improvvisare non funzionerà. Mi chiamo Elizabeth Finch. Grazie.

  E sorrise di nuovo.

  Nessuno di noi aveva preso appunti. La fissavamo, qualcuno con stupore, pochi con una perplessità tendente all’irritazione, e gli altri già mezzi innamorati.

  Non ricordo di cosa parlò durante quella prima lezione. Ma qualcosa mi diceva che, per una volta nella vita, ero arrivato nel posto giusto. Julian Barnes, Elizabeth Finch