
Prima di scrivere un libro con l’ambizione di entrare a far parte del club degli Scrittori, bisognerebbe essere certi d’aver fatto amicizia con la scrittura, perché una volta sottratte alla loro inerzia le parole cambiano di intensità, e rimodularle, come si fa in scioltezza quando le custodiamo in quegli spazi intimi chiamati mente e cuore, diventa un’impresa sfiancante. Se poi a monte manca il mestiere, se la materia è un ibrido tra realtà e fantasia che invece di interessare annoia il lettore, il rischio è di incappare in un critico che liquida il tuo viaggio di iniziazione come un qualcosa di cui nessuno avvertiva l’esigenza e di cui tutti si dimenticheranno in fretta. Con una ulteriore nota di biasimo a sottolineare l’inutilità di avvalersi di professionisti che nulla possono di fronte a un canone di per sé antiletterario.
“Senza voler trovare tendenze a tutti i costi, è un fatto che molti esordi narrativi recenti appartengono al genere del romanzo storico. Così è per L’interprete, di Veronica Santoro, che racconta le vicende di Delia, figlia di una importante famiglia fascista, reclutata dal comando nazista in qualità di interprete. Siamo a Verona tra il 1943 e il 1945. Nella reinvenzione romanzata di fatti almeno in parte reali e documentati il libro ha un valore più storico che narrativo. La scrittura è molto tradizionale, si potrebbe dire (retro)datata. Per rendere l’idea, ecco l’incipit del capitolo 3: «Delia camminava a passi rapidi sul ponte, verso il quartiere di Santo Stefano. Una leggera foschia aleggiava sul crepuscolo rosato: in quel periodo dell’anno, pur nella mitezza delle giornate ancora tiepide, all’avvicinarsi del tramonto l’aria si faceva più umida e densa, esaltando gli odori dolciastri di fine estate». Considerando che il romanzo è passato per una scuola di scrittura e varie revisioni («grazie a…per il lavoro certosino sul testo svolto insieme con entusiasmo e pazienza…», «grazie a… per avermi accompagnata nelle ultime fasi di riscrittura e perfezionamento», eccetera), non si può dire che tutto questo lavoro faccia alzare, dalle oltre quattrocento pagine, una voce forte e originale. Ma la trama («Delia ha un fratello partigiano, un padre fascista, un amore proibito») qualcosa lascia al lettore tra valore documentario, spy story, storia d’amore, anche se non esattamente quell’opera immortale che promette il risvolto di copertina: «L’interprete è indefinibile, sorprendente, coinvolgente come la migliore narrativa, quella destinata a conquistare il pubblico e durare nel tempo». Più che questo lancio editoriale, bisogna prendere molto sul serio il felice stupore di un’autrice che, esordendo a 42 anni, quando ormai ci aveva messo una pietra sopra, ritrova – parole sue – «una passione giovanile sepolta da troppo tempo». Piergiorgio Paterlini
*mia illazione: vuoi vedere che Paterlini in chiusura di articolo, riportando il virgolettato, ha pensato alla metafora della pietra tombale?


