Senza più illusioni

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Come non innamorarsi di uno che si chiede:

se sia peggio un fiume di chiacchiere insulse per evitare il silenzio o un totale mutismo senza riguardi“.

Purtroppo Jonas è un personaggio di carta e vive in Campo di pietra. Bisogna contentarsi della narrazione che ne fa Tove Jansson. Ma almeno lo spasso è assicurato. Perché arriva da un tipo che se ne frega di piacere.

 

«Sì, sono taciturno», riconobbe Jonas. «E sai perché? Perché ho consumato troppe parole in questo lavoro, tutte le mie parole sono logore e snervate, sono stanche, se capisci cosa voglio dire, non si possono più utilizzare. Bisognerebbe lavarle e ricominciare da capo. Ne prendiamo un altro?»

«Meglio di no», rispose Ekka.

«Parole», seguitò Jonas, «milioni di parole che ho scritto per il tuo giornale, capisci cosa vuol dire scrivere milioni di parole e non poter mai essere sicuri di aver scelto quelle giuste? E così si diventa silenziosi, sempre più silenziosi, voglio dire, si sta sempre più zitti e ci si limita ad ascoltare, non preoccuparti di cercare il cameriere, Ekka, tanto arriverà quanto prima con il conto, non capisci com’è quando si deve solo interrogare la gente, fare domande e domande, sempre domande… Il valore della notizia!» esclamò Jonas, protendendosi sopra il tavolo, «Materiale che abbia valore di notizia, eccetera eccetera…»

Tove Jansson, Campo di pietra

CAMPO DI PIETRA - Tove Jansson - Iperborea

 

L’arte del matrimonio

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Stavano ascoltando musica quando squillò il telefono. Era una sera d’estate, le nove. Avevano finito di cenare e Christine era concentrata sull’ascolto, seduta nella poltrona con le gambe ripiegate sotto di sé; riconosceva la musica anche se non sapeva cosa fosse. L’aveva scelta Alex senza consultarla e ora lei per puntiglio non voleva chiedere – lui era troppo contento di sapere quello che lei non sapeva. Era sul divano nel bovindo con un libro, ma non leggeva, il libro era abbandonato sul petto; guardava il cielo. Il loro appartamento era al primo piano e la finestra del salotto dava su una strada larga fiancheggiata da platani. Una torma di parrocchetti in arrivo dal parco la attraversò sfrecciando; l’ombra di un viola quasi bruno del faggio svaporava contro il cielo turchese e inghiottiva l’ultima luce. Un merlo col becco aperto stagliato in controluce su un ramo stava cantando, forse, ma l’altra musica era più forte“.

(Poi un precipitare di eventi, una telefonata che cambia le carte in tavola).

Era così artificioso e forzato, aspettare la fine della musica. I suoi pensieri correvano all’impazzata e non riusciva a sentirla, non tollerava la sua offerta di complessità e bellezza. Poi, sotto il peso fermo di quelle mani, cominciò a cedere al violino, al pianoforte e al violoncello che si avviavano precipitosi al finale. Liberarono qualcosa di contratto dentro il suo corpo. Si rese conto che teneva le braccia al petto come per proteggersi, o per tenersi stretta; almeno non avevano acceso le luci nella stanza. Si abbracciarono. Il viso di Alex era bagnato di lacrime, lui era facile al pianto. Aveva un dono per i rituali che a lei mancava; a lei destavano imbarazzo. Quel momento aveva qualcosa di un rito, e l’imbarazzo si zittì, si bloccò. Per la prima volta pensò a Zachary, alla realtà di lui. Ma non era tollerabile“.

Tessa Hadley, L’arte del matrimonio

Il tipo di scrittura che definisco cinematografica per la nitidezza delle scene prive di effetti speciali che, qualora presenti, ne farebbero un blockbuster. Quelli di bocca buona sono avvisati.

L'arte del matrimonio - Bompiani

Com’eravamo

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Sondaggio sul consumo di gelato in Italia della DOXA | Jo Pistacchio

“Mentre vivevate, crescendo con il cinismo di chi vuol crescere, mentre consumavate e buttavate via, depennando nomi in rubrica, comprando cappotti eleganti, elargendo forti strette di mano, fregandovene e guardando sempre dritto, la Eldorado scompariva. Era nata agli inizi degli anni Cinquanta come Toseroni, nel 1967 era stata acquistata da Unilever, aveva vissuto il boom, i figli dei fiori, il compromesso storico, le Brigate rosse, la Balzerani e si portava addosso tutte queste influenze, tanto che negli anni Ottanta era, fra le marche di gelato confezionato, quella più fantasiosa, intrigante e dall’allure flower power. Tutto il contrario della dorotea Algida, la cui licenza costa di più ai bar però ti danno loro i frighi. Oppure della rampante Motta, colpevole di aver sdoganato nei primi anni Novanta, al posto delle classiche palettine a badiletto, quelle a spatola laterale. Ma anche dell’impersonale Sanson che – coppa Tiziana a parte – al catalogo Eldorado cercava di andargli dietro coi suoi poveri mezzi”.

Alessandro Gori, Confessioni di una coppia scambista al figlio morente

Per partito preso non leggo gli scrittori che sono anche comici, ma sulla scia di questo paragrafo non è detto che non cambi idea. Perché se è vero che la letteratura è impegno morale e politico, nondimeno è insensato negligerla quando restituisce la realtà in maniera ariosa, estrosa, immaginosa. In parole povere, non è necessario impartire sermoni per educare al bello. E queste righe di Gori ne sono la dimostrazione.