Mrs Manstey c’est moi

Chi ne fa l’apologia giura che è tutto vero, che reincarnazione non rima con farneticazione. Bene, ne prendiamo atto. Ma io che con la divinazione, i tarocchi e gli sfasamenti temporali mi intrattengo solo nel caso in cui più di ogni altro tormento è forte la noia, rimango  decisamente scettica, benché non disdegni di indulgere di tanto in tanto in suggestioni che collidono con la razionalità. Mi sto contraddicendo? non direi. Se non lo vedi non è mica detto che non esista.

Mondadori mi premia con ben cinque euro a fronte di una caterva di punti accumulati in mesi di letture matte e disperatissime. Ho deciso di battere cassa puntando su un classico che è una sorta di usato sicuro però in formato cartaceo. La scelta è ricaduta su una raccolta di racconti di Edith Wharton per la semplice ragione che, dando una scorsa a La finestra della signora Manstey, ho pensato cavolo questa sono io! Ma tornando alla premessa: per me la reincarnazione resta materia per horror che non aspirano all’Oscar però fanno cassetta; nondimeno, il riconoscermi in un personaggio fittizio (ma siamo proprio sicuri che lo sia?), mi ha scossa in un fremito di cui ancora qualche ora dopo ho avvertito una propaggine, mentre teorizzavo su una questione che per gravità esclude la possibilità o la volontà di baloccarsi. Tuttavia, è stato proprio quel turbamento, protrattosi clandestinamente, a indicarmi la via, per cui è deciso, la seconda metà di luglio sarà dedicata alla lettura del libro in questione. Sarà come concedersi un’ulteriore divagazione in direzione del mistero, ma tutta incentrata sui neuroni specchio metaletterari. E questa volta la noia, con la sua asfittica malevolenza, non avrà voce in capitolo.

La vista dalla finestra della signora Manstey non era straordinaria, ma lei la trovava bella e interessante. La signora Manstey occupava una stanza sul retro al terzo piano di un pensionato di New York, in una via in cui i bidoni della spazzatura restavano in strada fino a tardi e le buche nel marciapiede avrebbero fatto inciampare un equilibrista. Era la vedova di un commesso di un grande magazzino che, morendo, l’aveva lasciata sola – la sua unica figlia si era sposata in California e non poteva permettersi il lungo viaggio fino a New York per andare a trovare la madre. […] In realtà non era poi del tutto sola. C’era qualche amica che di tanto in tanto si arrampicava fino alla sua stanza ma, col passare degli anni, le visite si erano via via diradate. La signora Manstey non era mai stata una donna socievole: quando il marito era vivo si era fatta bastare la sua compagnia. Per molti anni aveva accarezzato l’idea di andare a vivere in campagna, avere un pollaio e un giardino; ma il suo desiderio col tempo si era affievolito e nel cuore di questa vecchia donna introversa era rimasto soltanto un sentimento di vaga tenerezza per le piante e gli animali. Forse era proprio la tenerezza che la faceva aggrappare con così tanto ardore al panorama dalla sua finestra, dato che anche lo sguardo meglio intenzionato avrebbe faticato, a prima vista, a trovarci qualcosa di mirabile.

La signora Manstey, dalla sua posizione privilegiata – una finestra a bovindo appena sporgente, in cui crescevano un’edera e una sfilza di bulbi dall’aspetto malaticcio -, vedeva innanzitutto il cortile del suo palazzo, anzi, ne vedeva una piccola porzione. Eppure, anche così, il suo sguardo arrivava ai rami più alti dell’ailanto sotto la finestra, ed era lei la prima ad accorgersi, ogni anno, quando i flessuosi ciuffi di dicentra si imperlavano di fiori rosa a forma di cuore. […]

Ma se, per quanto riguardava il panorama, la natura veniva sempre al primo posto per la signora Manstey, un interesse di carattere più intimo l’avvinceva alle case e ai suoi abitanti. Profondamente ostile alle tendine color senape appese di recente alla finestra del dottore, suo dirimpettaio, si era invece illuminata di gioia quando avevano ridipinto i vecchi mattoncini della casa di sotto. […] Ma quando la signora Manstey era d’umore più contemplativo, quel che le dava piacere era la prospettiva dei cortili che si restringeva in lontananza. Al tramonto,* mentre a occidente le guglie d’arenaria parevano sciogliersi lontano nel giallo, amava perdersi nel vago ricordo di una gita in Europa, fatta anni prima, di cui ricordava solo la pallida fantasmagoria di campanili sfocati e cieli da sogno. Forse, in fondo in fondo, la signora Manstey era un’artista o, almeno, era più sensibile degli altri alle molteplici metamorfosi di colore che un occhio meno dotato del suo non avrebbe neppure notato. Amava il verde, al principio della primavera, e il nero reticolo dei rami contro il freddo del cielo sulfureo sul finire di una giornata nevosa. Le piacevano anche gli assolati disgeli di marzo, con le zolle che iniziavano a occhieggiare tra la neve come macchie d’inchiostro sul bianco del foglio; e, ancora di più, amava il profilo irregolare dei rami turgidi di gemme, al posto di quello rigido e netto dell’inverno. Era perfino vagamente affascinata dalla scia della ciminiera lontana: quando la fabbrica era chiusa e il fumo cessava, le mancava quel dettaglio del paesaggio.”

Edith Wharton, La finestra della signora Manstey

*”[…] e intanto sorrideva con amicizia alle vecchie pietre consumate che il sole al tramonto rischiarava ormai soltanto sulla cima e che, dal momento in cui entravano in quella zona lambita dai raggi, apparivano di colpo, così addolcite dalla luce, molto più alte e lontane; come un canto ripreso in falsetto un’ottava sopra.

Marcel Proust, Dalla parte di Swann

~~~

Anch’io, nel mio piccolo, ho avuto il privilegio d’essere ritratta in un luogo che mi era particolarmente caro. E il signore che ha avuto l’ardire di farlo senza neppure sapere oggettivamente di cosa andava scrivendo, dev’essere un tipo che un appiglio con l’oltre deve pure averlo. Diversamente, non avrebbe potuto essere così bravo.

Il giardino, fra l’altro, pur senza gli occhi e senza spiegarsela, non avverte solo l’assenza e l’abbandono che lo riporta all’anarchia selvaggia delle erbe infestanti per tagli e potature che appartengono solo ad antichi ricordi. Quel privilegio concesso agli artisti perché ‘scapigliati’ e non concesso agli altri che, invece, vengono liquidati con ‘disordinati’. Oltre all’assenza, però, credo che il giardino avverta anche la diversità quando passa da una mano all’altra.

“Avete sentito?”, disse Gelsomino.
“Cosa?”, gli chiesero le rose.
“Non ha più la erre moscia”
“Sarà andata dal logopedista”, disse Tea facendo ridere le altre.
“Ma no, anche la voce non è la stessa”, rispose Gelsomino.
“E’ vero… anche le mani… io dico che non è la stessa”, disse Ulivo.
“Ricordate quella volta, inizio ottobre, che si arrabbiò e disse “non si dice moscia, ma arrotata” e Gelsomino, imitandola rispose “anche quella di arrotata però è moscia”, e Ulivo cominciò a ridere agitando i rami fino al punto che le olive caddero da sole. “Ve lo ricordate?”, chiese Tea.
“Sìììììììì”, dissero in coro e Gelsomino aggiunse: “e lei se ne andò dicendo: “Spiritose! Peggio per voi, niente acqua per due giorni”, e dopo due ore cominciò a piovere e piovve proprio per due giorni”
“Non ve l’ho mai detto”, intervenne Edera, “dopo un po’, lei si affacciò dietro ai vetri e scuotendo dolcemente la testa guardò verso il cielo e sorrise, e sono sicura che fosse contenta di quella pioggia”
“Mannaggia, mi manca”, disse Gelsomino.
“Anche a me…” disse Ulivo con le foglie umide di rugiada per le risate o, forse, non per quelle. [Arienpassant – Il giardino ancora non me l’aveva detto]

(E scusatemi se, dopo tanta bellezza, a prevalere è la commozione)

3 volte bravo

Le foto del nuovo libro di Umberto Pasti, Un Giardino Atlantico

Umberto Pasti, scrittore e botanico, vive tra il Marocco e Milano. Arabesco è il suo ultimo libro, un buon prodotto a detta di chi lo ha già letto. Ma c’è da scommettere che non eguaglierà, in bellezza, il suo giardino di Rohuna.

Un estratto da Arabesco:

Perché Tangeri? Perché avevamo preso la strada sbagliata. Un dicembre di tanti anni fa. Era la prima volta che Stephan e io, su una R4 scassata, ci arrampicavamo in testa al Reame, nei meandri di questo vecchio Nord spagnolo che brillava come una corona di latta incastonata di culi di bottiglia. Poco dopo il bivio, ci ritrovammo su una pista che si inoltrava in un mare ancora più viola della lama infilata nell’orizzonte. Ci sdraiammo tra quelle migliaia di iris in fiore, con gli steli che dondolavano come cobra al flauto del vento.

Sentimmo un verso lugubre. Dalla cresta dei fiori spuntavano delle penne di pavone. Lunghe, rigide, alcune spezzate, erano infilzate nel berretto di un omino. Sceso dalla bicicletta, si faceva inerpicare su una spalla, poi sull’altra, i due falchi incappucciati appollaiati sul manubrio. Gli si rivolgeva con quei singhiozzi di pavone. Forse per la disposizione delle penne, simile alla raggiera di una maschera esquimese, forse per l’intimità con i rapaci che trapelava dalla disinvoltura dei gesti, o per la naturalezza delle sue grida, ebbi la sensazione che fosse uno sciamano, fuori dal sesso e dal tempo.”

Unleashing the Beauty of Moroccan Botanical Gardens

Per quanto riguarda i gusti letterari di Pasti, preferisco non proferire parola. Sarei di parte. Sarei fluviale. Così, lo cito e basta:

“Ho iniziato la terza lettura della Recherche che è stata il mio grande amore da ragazzo. Mi piace la parte mondana, mi annoia il Proust che parla dell’amore e di Albertine. Ma trovo Charlus uno dei personaggi più straordinari della storia della letteratura”.

Rohuna — Bud to Seed

Discover a Paradisiacal Garden Outside Tangier, Morocco | Architectural Digest

Però, quando si tira in ballo un fuoriclasse sarebbe un sacrilegio non riportare a galla almeno una sua pagina:

“Adesso, l’astratto s’era materializzato; l’essere, finalmente capito, aveva perso di colpo il potere di rimanere invisibile, e la metamorfosi del signor di Charlus in una nuova persona era così completa che non solo i contrasti del suo viso, della sua voce, ma anche, gli alti e bassi dei suoi rapporti con me, tutto ciò che, fino a quel momento, il mio intelletto aveva trovato incoerente, diventava intelligibile, appariva evidente, così come una frase che non offriva alcun senso finché restava scomposta in lettere sparse a casaccio esprime, non appena i caratteri vengano rimessi nella giusta successione, un pensiero che non potremo più dimenticare. Capivo anche, adesso, come avessi potuto pensare, vedendolo uscire poco prima dall’abitazione di Madame de Villeparisis, che il signor di Charlus sembrava una donna: in effetti, era una donna! Apparteneva alla razza di quegli esseri – meno contraddittorî di quanto non appaiano – il cui ideale è virile proprio perché il loro temperamento è femminile, e che sono nella vita, ma solo in apparenza, simili agli altri uomini; là dove per ciascuno, inscritta negli occhi attraverso i quali vede tutte le cose del mondo, cesellata sulla faccetta della pupilla, vi è la silhouette d’un corpo, loro non hanno quella d’una ninfa, ma d’un efebo. Razza su cui pesa una maledizione, costretta a vivere nella menzogna e nello spergiuro perché sa che il suo desiderio – ciò che costituisce per ogni creatura la suprema dolcezza del vivere – è considerato punibile e vergognoso, inconfessabile; costretta a rinnegare il proprio Dio, giacché, se anche siano cristiani, quando compaiono in veste d’imputati alla sbarra del tribunale, devono, davanti al Cristo e al suo nome, difendersi come da una calunnia da ciò che è la loro stessa vita; figli senza madre, cui sono obbligati a mentire persino al momento di chiuderle gli occhi; amici senza amicizie, malgrado tutte quelle che il loro fascino sovente riconosciuto può far nascere e che il loro cuore, non di rado buono, saprebbe provare; ma è lecito chiamare amicizie le relazioni che vegetano solo col favore d’una menzogna e dalle quali il primo slancio di confidenza e di sincerità cui fossero tentati d’abbandonarsi li farebbe respingere con disgusto, a meno che non avessero a che fare con uno spirito imparziale, se non addirittura simpatetico, che in tal caso, tuttavia fuorviato nei loro confronti da una psicologia convenzionale, attribuirebbe al vizio confessato anche l’affetto che gli è più estraneo, allo stesso modo che certi giudici suppongono e giustificano più facilmente l’assassinio negli invertiti e il tradimento negli ebrei, per ragioni tratte dal peccato originale e dalla fatalità della razza? E infine – almeno secondo la prima teoria ch’io ne abbozzavo allora, destinata, come si vedrà, a modificarsi più tardi, e nella quale proprio questo elemento li avrebbe più d’ogni altra cosa urtati se la contraddizione non fosse stata sottratta ai loro occhi dall’illusione stessa che li faceva vedere e vivere – amanti ai quali è pressoché preclusa la possibilità di quell’amore la cui speranza dà loro la forza di sopportare tanti rischi e solitudini, giacché s’innamorano appunto d’un uomo che non ha nulla della donna, d’un uomo che non è invertito e che, dunque, non può amarli, così che il loro desiderio sarebbe perennemente inappagabile se il denaro non facesse cadere fra le loro braccia dei veri uomini, e se l’immaginazione non gli facesse scambiare per veri uomini gli invertiti cui essi stessi si sono prostituiti.

Marcel Proust, Sodoma e Gomorra I

Traduzione di Giovanni Raboni per i Meridiani Mondadori

Image may contain Furniture Shelf Couch Footwear Clothing Shoe Apparel Bookcase Human Person Living Room and Room

Umberto Pasti con il compagno Stephan Jansons

Guarda come piove

Attimi di grande poesia e intensità | Meer

Robert Doisneau, Le violoncelle sous la pluie

Pioggia fresca su prato blu. Erba estiva umida, effluvi di terra nera. Sempre questi acquazzoni di agosto sui gambi rasati bruciati d’oro. Le grosse gocce scorrono sinuose sul vetro, serpeggiano e si intersecano in lunghi nastri di luce liquida. Quanti pomeriggi passati dietro il velo vaporoso della tenda a seguirne col dito il tracciato nervoso e allo stesso tempo languido“.

Perrine Tripier, Le guerre preziose

Perrine Tripier è considerata la nuova enfant prodige della letteratura francese. I più entusiasti l’hanno paragonata a Proust. Non un accesso di febbre come si sarebbe portati a credere avendo un’idea della magnificenza della Recherche; piuttosto, uno degli effetti collaterali della grandeur che al suo meglio provoca scompensi tali da offuscare il senso dell’oggettività. Queste poche righe di Proust mettono in chiaro che certe arditezze critiche si offrono al riso degli dèi:

Un piccolo colpo sui vetri, come se qualcosa li avesse urtati, seguito da un’ampia caduta leggera come di granelli di sabbia che qualcuno avesse gettati da una finestra del piano di sopra, poi la caduta che s’estende, si normalizza, trova un ritmo, diviene fluida, sonora, musicale, innumerevole, universale: era la pioggia“.

Continua a sorprendermi Michael Krüger, in questo caso con la descrizione di pochi istanti goduti fino in fondo. Strappati alla banalità di un sabato senza data:

Mentre ero alla finestra che osservavo con gioia ansiosa le gemme gonfie del mio melo, cominciò a cadere una pioggia leggera, quasi un’acquerugiola, che si raccolse sul vetro, si ingrossò pian piano e soltanto dopo un tempo penosamente lungo si decise a scivolare sulla superficie liscia sotto forma di goccia. Ero così occupato dal processo di formazione della goccia che notai solo di sfuggita il postino che, di sotto, sul prato, faceva strani gesti per richiamare la mia attenzione. Ma il fatto che qualcosa (come quella acquerugiola) che si vedeva appena potesse formare gocce spesse che all’improvviso quasi facevano a gara a chi correva più veloce sul vetro catturava il mio spirito, quel sabato mattina forse non molto smanioso di sensazioni, più dell’agitarsi del postino“. da Il dio dietro la finestra

In filigrana

Gustav Klimt, Melo

Addio

“Il giorno in cui arrivò la sua ultima lettera – una cartolina infilata in una busta – dopo una notte quasi insonne, al mattino rimasi a lungo alla finestra a fissare il melo nel giardino davanti casa, che cominciava a fiorire. Questi tre o quattro giorni dell’anno, nonostante la pioggia frequente, sono tra i più preziosi. Mentre si guarda con malcontento a un mondo svigorito, il vecchio albero spinge con perseveranza un fiore dopo l’altro fuori dal suo corpo mutilato. Ogni anno prego che conservi questa capacità di sopportare la sofferenza, perché è evidente quanta fatica gli costi fare finta ancora una volta di poter competere con tutte le boriose giovani piante che nei giardini vicini sono in piena fioritura.

Si levò un vento leggero che con mano lieve gettò in alto una parte delle foglie del melo e verso il basso l’altra, prima che tutte schizzassero di nuovo nella posizione di partenza. Come se si allenassero, pensai, per rafforzare l’elasticità dei piccioli. Da quando si diceva che le api correvano il rischio di venire sterminate da un virus sconosciuto, guardavo ogni mattina se mi facevano l’onore, come ultimo atto della loro vita terrena, di operare nel mio albero. Ma non si vedevano ancora, la concorrenza le attirava di più. Erano evidenti soltanto le conseguenze di quel vento bizzarro che riusciva a girare le foglie in direzioni differenti come se dovessero applaudire i suoi strani capricci. Mi ero ripromesso già tante volte di potare l’albero perché tra i suoi rami curvi c’era molto legno secco e altri rami stavano morendo, ogni volta però avevo deciso di rimandare ancora di un anno. Da dove venisse lo scrupolo a toccare quel vecchissimo albero evidentemente rachitico era oggetto di un lungo dibattito con me stesso quando lo osservavo la mattina. Profondo rispetto, vergogna di modellare cose sacre secondo le proprie fantasie – e cosa poteva esserci di più sacro di un albero in fiore – oppure solo pigrizia o, peggio, indifferenza, perché in realtà l’albero aveva bisogno di essere potato con urgenza. Negli ultimi anni non ho mai colto una mela, ma mi sono accontentato di raccogliere quelle che erano nell’erba e dato che l’albero è così vecchio e scontroso ed esausto, alla fine dell’estate quasi tutte le mele finiscono lì. Soltanto alcune restano attaccate al ramo, proprio quelle nella corona e quindi facilmente raggiungibili dagli uccelli che però, a quanto pare, le disdegnano e così qualcuna ha l’ambizione di trascorrere tutto l’inverno tra i propri rami. Le mie mele non sono molto buone, hanno poco succo e poco zucchero, qualche volta gli do un morso sbadato per non lasciarle lì per terra, poi le getto via con un rimorso di coscienza.”

Michael Krüger, Il dio dietro la finestra

Comparando. E per una volta i due termini di paragone si equivalgono.

“A intervalli simmetrici, nell’inimitabile ornato delle loro foglie che è impossibile confondere con quelle di qualsiasi altro albero da frutta, i meli aprivano i loro larghi petali di raso bianco o lasciavano pendere i timidi mazzolini dei loro boccioli rosseggianti. È dalla parte di Méséglise che ho notato per la prima volta l’ombra rotonda proiettata dai meli sulla terra soleggiata, e anche quelle sete d’oro impalpabile che il tramonto tesse obliquamente sotto le foglie, e che io vedevo interrotte, senza mai essere deviate, dal bastone di mio padre.”

Marcel Proust, Alla ricerca del tempo perduto

Dedicato. Ancora mi chiedo attraverso quale criterio riuscisti a descrivere il mio giardino. In che modo pervenisti a dare voce e forma ad alberi e piante che non avevi mai visto. L’invisibile e l’inudibile convertiti in un paragrafo di cui non resta traccia. Ma che ho sottratto per tempo alla spietatezza del qui e ora accogliendolo in un respiro.

mater matris

Transcendent Country of the Mind, fotografia di Sari Soininen (The Eriskay Connection)

Prima o poi la vita ci mette alla prova con esperienze così grevi che, dopo averle date in pasto a parenti e amici, le tramutiamo in prequel e sequel dei giorni obliqui e devastanti. Torneremo poi in solitudine al passato, giacché il Tempo avrà reso chiaro che la condivisione del dolore non allevia la pena né aiuta a farla scivolare come in una sorta di sogno. Gli scrittori più versati rendono il dolore distillandolo in quadri narrativi di forte emotività a cui viene spontaneo affidarsi quando sarà più pressante l’urgenza di dialogare con una voce che rifugge l’inconsistenza del dire. Ne sia un esempio questa pagina di Giartosio nella quale lo scrittore richiama il periodo in cui, in relazione alla malattia della madre, si misura con la sospensione temporale che divide la vita dalla morte. E si provi a non sobbalzare se è già stata messa agli atti l’esperienza di ritrovare se stessi dopo essere sopravvissuti alla morte di una persona amata.

“Oggi mia madre è morta. Oggi scrivo questa frase, che può essere vera solo oggi. Rende preziosa questa giornata, l’ultima in cui è stata viva.

[…]

Di giorno vado a trovarla. Dopo il Covid e la polmonite batterica e i tre mesi in ospedale, si alza in piedi sempre meno. Il suo corpo è un plateau. Lei che ama l’Africa lo chiama il mio corpo negroide. È sempre stato qualcosa di energico e morbido e fresco, profumato come un lombrico. Ora si è disteso come certi fiori senza gambo che si rilasciano sulle loro foglie, i petali già staccati ma ancora tutti in posizione. Conserva l’apparenza della forza: le mani hanno una presa coriacea, ma in realtà faticano a stringere le posate […] Quando devo accompagnarla in bagno o dal dottore vedo per la prima volta nella mia vita il seno acciambellato sulla cassa toracica, il pube spelato che ricorda certe miti cucuzze di studiosi. Indovino l’utero prolassato, le ossa iliache come palchi di alce. Non posso trattenermi dal pensare che ho abitato questo luogo dove ora strisciano gli elettrodi e zampetta il fonendoscopio. È come visitare la propria aula delle elementari invasa dai rampicanti. Sento in me questa freddezza imposta, la paura di sentire tutto ciò che c’è da sentire, e mi prende un pudore vicario, un po’ ipocrita. La aiuto a rivestirsi”.

Tommaso Giartosio, Autobiogrammatica

In alto: Sari Soininen, Transcendent Country of the Mind

Restando in tema, l’inarrivabile Marcel Proust:

(…) da parecchio lontano, appena superato San Giorgio Maggiore, scorgevo quell’ogiva che m’aveva veduto, e lo slancio dei suoi archi spezzati aggiungeva al suo sorriso di benvenuto la distinzione d’uno sguardo più elevato e quasi incompreso. E poiché dietro quei balaustri di marmo di vari colori la mamma leggeva aspettandomi, il viso raccolto in una veletta di tulle d’un bianco non meno straziante di quello dei suoi capelli per me che sentivo come mia madre l’avesse, nascondendo le lacrime, aggiunta al suo cappello di paglia non tanto per apparire “elegante” alle persone dell’albergo, quanto per sembrare a me meno in lutto, meno triste, quasi consolata della morte della nonna; poiché, non avendomi riconosciuto subito, non appena la chiamavo dalla gondola mandava verso di me, dal fondo del cuore, il suo amore che s’arrestava solo dove non c’era più materia per sorreggerlo, alla superficie del suo sguardo appassionato che cercava di avvicinare il più possibile a me, di innalzare, sporgendo le labbra, in un sorriso che sembrava baciarmi, entro la cornice e sotto il baldacchino del più discreto sorriso dell’ogiva illuminata dal sole di mezzogiorno: a causa di tutto ciò quella finestra ha preso nella mia memoria la dolcezza della cose che assieme a noi, contemporaneamente a noi, ebbero la loro parte in una certa ora, che suonava identica per noi e per loro; e per quante e quanto splendide siano le forme racchiuse fra le sue colonne, quella finestra illustre conserva per me l’aspetto intimo d’un uomo di genio con il quale si sia trascorso un mese nello stesso luogo di villeggiatura e che abbia contratto per noi una qualche amicizia, e se da allora, ogni volta che vedo il calco di quella finestra in un museo, sono costretto a trattenere le lacrime, è semplicemente perché essa mi dice la cosa che più d’ogni altra può commuovermi: “Me la ricordo molto bene, vostra madre”.