Marzo 2019: Scott Walker – TILT (1995)

Tilt

 

Data di pubblicazione: 8 maggio 1995
Registrato a: RAK Recording Studios (Londra)
Produttore: Scott Walker & Peter Walsh
Formazione: Scott Walker (voce), Ian Thomas (batteria), John Giblin (basso), Brain Gascoigne (tastiere, organo, arrangiamenti orchestrali), David Rhodes (chitarre), Roy Carter (oboe)

 

Tracklist

 

                        Farmer in the city
                        The cockfighter
                        Bouncer see bouncer
                        Manhattan
                        Face on breast
                        Bolivia ’95
                        Patriot
                        Tilt
                        Rosary

 

 

Potrebbe cantare una filastrocca e renderla l’unica canzone al mondo
(Marc Almond)

 

Pochi personaggi nel mondo del pop hanno avuto un’evoluzione (sarebbe meglio definirla “involuzione”) come quella di Noel Scott Engel, meglio conosciuto come Scott Walker. Una carriera nata negli anni ’60, spostandosi dalla americana terra natia nel Regno Unito, con la formazione dei “finti fratelli” Walker Brothers, sfornando ritornello molto radio-friendly e accattivanti, che però non disdegnavano nello stesso tempo meditazioni filosofiche e scenari lugubri. Il pop orchestrale melodico e di facile fruibilità delle loro composizioni, caratterizzato da una voce calda e suadente, si impose con grazia e maestria, tanto facendo riferimento al maestro Jacques Brel (di cui più tardi reinterpreterà alcune canzoni), quanto reinventando una forma ballata che poi andrà a caratterizzare il pop degli anni a venire. Almeno in questa sede andrebbero citate canzoni memorabili come After the lights go out o Stay with me baby, entrate a pieno diritto nell’empireo del pop.
Chiusa l’esperienza dei Walker Brothers (con i quali però tornerà ad incidere un disco nel 1978, Nite flights), Scott Walker avvia una carriera da solista decisamente impegnata nella destabilizzazione di tutti gli elementi del pop, scegliendo spesso strade meno convenzionali, melodie cupe e fusioni con altri generi, anticipando difatti fenomeni generazionali come David Bowie o Julian Cope.
Se i primi due album erano incentrati sulla melodia che aveva reso celebre la formula dei Walker Brothers, il Terzo e il quarto, rispettivamente del 1960 e del 1970, pur rispecchiando la grazia di Brel (di cui conterranno alcune rivisitazioni), lasciano emergere una nuova visione artistica, sorprendentemente nitida. Si pensi agli archi atonali di It’s raining today o al country di The seventh seal (ispirata a Il settimo sigillo di Bergman), per poi scendere sempre più verso gli abissi.
Ci saranno anche lunghi periodi di assenza, ma di quanto in quanto Scott Walker si farà vivo, lo farà in modo del tutto atipico, con una serie di album a dir poco sconcertanti, caratterizzati da un suono cupo, sperimentale, vicini all’avanguardia, e con testi criptici e decisamente inquietanti. Uno di questi è senza dubbio il capolavoro Tilt, uscito nella primavera del 1995, e che distanziava di undici anni l’ultima sua fatica, Climate of hunter, uscito nel 1984.
Sin dall’inquietante copertina, Tilt è un album che lascia poco spazio alla luce, alla speranza, e si addentra nell’oscurità come solo pochi hanno il coraggio di fare. Pensare che l’artefice di questo disco sia lo stesso dei motivetti pop e di facile presa di metà anni ’60 è un’impresa davvero ardua, quanto per certi versi inaccettabile. Eppure Tilt è un disco decisamente “inclassificabile”, nel senso che non gli si adatta facilmente nessuna categoria. Non è un disco pop. Non è un disco rock. Non è un disco elettronico. E sarebbe pure riduttivo chiamarlo semplicemente avanguardistico. Tilt è un disco estremo, scomodo, nero come la pece. Tilt è stato concepito essenzialmente per “fare male”.
Ci sono spazi nell’animo umano talmente bui e oscuri in cui nessuno veramente vuol metterci piede. Ecco, Scott Walker accetta la sfida, e lo fa con coraggio estremo, e non con suoni e melodie convenzionali, ma cercando di imbracciare sia il minimalismo classico che l’industrial, e con un tono baritonale, sofferto.
Il mondo che canta Scott Walker in Tilt è quello infestato dai fantasmi, quelli angoscianti che tornano nella solitudine, e solo lì sull’orlo della follia più conclamata. Ed è qui che il requiem per Pier Paolo Pasolini di Farmer in the city (ispirato da una sua poesia, Uno dei tanti epiloghi) diventa non tanto un ricordo umano, ma la condivisione tetra di un animo tormentato dalla ricerca della verità, dalla convivenza con le proprie miserie, e della faticosa accettazione della propria eredità, soprattutto dopo i fatti dell’Idroscalo di Ostia, che portarono alla morte violenta, e mai chiarita, dell’immenso poeta e regista (e di poeti ne nascono pochi, come ricordava al suo funerale Moravia). Si passa poi a The cockfinger, dove si rievoca il processo ad Adolf Eichmann, ufficiale delle SS. In una palude sonora nera, tetra, infestata da incursioni industrial, e con un’atmosfera che lascia pensare a pellicole quali Il portiere di notte di Liliana Cavani o La caduta degli dei di Luchino Visconti, Scott Walker volutamente si rende incomprensibile, dissonante. Bouncer see bouncer sono otto minuti di declamazioni su un pulsante battito meccanico e rumori di ferraglia, con un intermezzo angelico che rompe quasi per magia un’atmosfera claustrofobica. Manhattan, sorretta dall’organo chiesastico, diventa epica, oscuramente celestiale. Face on a brest invece si fa strada tra accordi dilatati e lancinanti della chitarra. In Bolivia ’95 e in Patriot invece ci si sofferma sugli orrori del narcotraffico internazionale e della guerra. Nella prima la chitarra disegna atmosfere rarefatte e trame oscure, nella seconda invece ha un’andatura liturgica e ieratica. Il finale invece è affidato ad una forma fintamente convenzionale nella title-track dalla struttura rock e nella conclusiva ed estraniata Rosary.
Ostico e a tratti inaccostabile, Tilt è comunque il capolavoro per eccellenza di Scott Walker, che ha dovuto brancolare a lungo nel buio per dar vita ad un’opera unica nel mondo del rock, e soprattutto difficilmente replicabile. Testi ermetici, silenzi, effetti sonori, reiterazioni e morbosità, e un canto di un’espressività parossistica, lasciano il campo aperto solo allo stupore. Qualcuno sostiene che questo disco proviene da un’ispirazione dalle distanze siderali, dove il paradosso e l’assurdo convivono insieme. Ci piace pensare che qui Scott Walker non abbia alcun pudore di mostrare veramente quale è la sua nudità, la sua anima. E come tutte le grandi opere, questo disco lo fa. Ma come tutte le grandi opere non lo fa solo con la sua di anima, ma con l’anima di ciascuno.
Dopo Tilt passeranno altri undici anni prima che Scott Walker desse alle stampe un seguito, altrettanto oscuro e ostico come The drift. E sei ancora ne passeranno per Bish bosh, a sua volta cupo e straziante. Ma i semi cattivi sono gettati qui, in Tilt, in un album senza tempo, dove la musica ha varcato ogni confine immaginabile, spaziando per latitudini e longitudini umane di inaudita profondità.

 

Marzo 2019: Scott Walker – TILT (1995)ultima modifica: 2019-03-25T16:39:01+01:00da pierrovox

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