Maggio 2019: Ultravox – HA! HA! HA! (1977)

Ha ha ha

 

Data di pubblicazione: 14 ottobre 1977
Registrato a: Phonogram Studios (Londra)
Produttore: Steve Lillywhite
Formazione: John Foxx (voce, chitarra), Stevie Shears (chitarre), Billy Currie (violino, tastiere, sintetizzatori), Chris Cross (basso, cori), Warren Cann (batteria, drum machine, cori)

 

Lato A

 

                        ROckWrock
                        The frozen ones
                        Fear in the western world
                        Distant smile

 

Lato B

 

                        The man who dies every day
                        Artificial life
                        While I’m still alive
                        Hiroshima mon amour
 

Ci sentiamo europei!
(John Foxx)

 

La musica europea degli anni ’70 stava trasmettendo tutta una serie di sonorità nevrose e fumose allo stesso tempo, filtrando la caligine metropolitana e gli spasmi frenetici della vita moderna. Non a caso il concetto stesso della musica contemporanea cercava di trovare umanità in suoni apparentemente “disumani”, come quello delle frequenze elettroniche, dei ritmi sincopati e delle pulsazioni. Il concetto stesso di musica si stava aprendo a nuove forme, e tutte queste proiettavano un’aura poetica. Solo che la poesia doveva aver a che fare col rumore del caos urbano, con i suoni provenienti dalla vita tecnologica, e con i ritmi e le velocità della vita comune che si stavano vertiginosamente accelerando.
In tutto questo vengono fuori nell’Inghilterra di metà anni ’70 gli Ultravox. La band voleva riprodurre nella terra d’Albione i suoni cupi e decadenti provenienti dalla Germania, tanto che ad inizio carriera il loro nome veniva seguito da un punto esclamativo, proprio per richiamare i Neu! Ma gli Ultravox sono andati ben oltre la fascinazione elettronica teutonica; si può dire senza timore che sono stati proprio loro i pionieri del pop sintetico degli anni ’80, imbastendo delle musicalità che prendevano tanto la frenesia dei ritmi ossessivi dei primi Roxy Music e dei primi Talking Heads (non a caso nel loro disco d’esordio ci fu la supervisione di Brian Eno), quanto l’avanguardia della musica elettronica tedesca, senza disdegnare la furia assassina del punk rock e il lato fashion del glam rock. Venne fuori uno stile assassino e micidiale, ma particolarmente ancorato alla cara vecchia melodia. Gli Ultravox permettevano di ballare e divertirsi e nello stesso tempo superare il concetto stesso delle mode passeggere.
Siamo nel 1977, e il punk è esploso con tutta la sua furia devastatrice nel Regno Unito. God save the queen è l’inno iconoclasta che sta portando al potere gentaglia con chiodo e borchie, e l’estetica sta subendo un durissimo rovesciamento di prospettive. Esattamente in quell’anno gli Ultravox esordiscono con due album scoppiettanti. Ma se il primo omonimo album cerca di rincorrere gli umori che provengono dal rock che gli circonda (dai Devo a David Bowie), il disco successivo, intitolato Ha! Ha! Ha!, cominciò a seminare importantissime influenze che andranno a cambiare il corso della new wave nel decennio successivo, complice anche il fatto che si tentava di abbandonare l’influenza del glam rock, e ci si orientava speditamente verso il punk rock. Non a caso fu chiamato in cabina di regia Steve Lillywhite, nel tentativo di rendere meno “astratto” il suono, più diretto, corposo e violento.
Il disco si apre col boogie nervoso di ROckWrock, che mescolava il fervore del punk rock col caro vecchio rock’n’roll. Ne viene fuori una fucilata dall’impatto fulminante, ed è facile ravvisarvi tutta una serie di ritmi che andranno ad influenzare la musica elettronica nel decennio successivo. Segue la glaciale scorribanda di The frozen ones, che mette in musica il rapporto tra le nuove forme di comunicazione e l’umanità. Fear in the western world viene aperta da un lapidario “one, two, three, four”, esattamente nella consolidata routine dei Ramones, e si incunea in un punk rock al fulmicotone. Il lato A però viene chiuso dalle atmosfere ambient di Distant smile, sorretta da un pianoforte di struggente intensità, prima ancora di esplodere in una cavalcata glam che ricorda Marc Bolan.
Il secondo lato viene aperto dalle pulsazioni disco di The man who dies everyday, con tanto di voce robotica e atmosfere techno. Da qui è facile intravedere cosa potrà accadere nella musica del futuro. Artificial life riporta in musica la cosiddetta “disumanizzazione” dell’uomo contemporaneo, ormai schiavo della tecnologia. Le sonorità si dividono tra sospensioni sintetiche, riff glam e atmosfere psichedeliche. While I’m still alive prosegue ancora sulla strada disco, incrociando ritmi funky e scatarrate glam. Il disco si chiude col capolavoro Hiroshima mon amour (titolo preso dal celebre omonimo film di Alain Resnais), che imbastisce un arrangiamento in cui confluiscono le sonorità gelide della new wave, le cupezze del kraut rock, e una melodia di struggente bellezza. Una splendida ballata che segna il passaggio tra la fase sperimentale del rock alla sua definizione melodica.
A questa definizione della musica contemporanea dovranno la vita artisti come Depeche Mode, Human League, Simple Minds, ecc. Gli Ultravox poi saranno costretti anch’essi a cambiare: dopo la pubblicazione di Systems of romance, John Foxx abbandona il gruppo e al suo posto viene ingaggiato Midge Uru. La band si fa portabandiera del synth-pop, soprattutto con lo splendido Vienna e il trascinante Lament. Ma con il deludente U-Vox la band decide di chiudere la carriera. Ci saranno tentativi di reunion durante gli anni ’90 e gli anni 2000, con successi che però si basano sul ricordo.

 

Non credo agli Ultravox, e non mi piacciono loro, ma mi piace moltissimo il loro disco!
(Phil McNeill)

Maggio 2019: Ultravox – HA! HA! HA! (1977)ultima modifica: 2019-05-13T15:41:37+02:00da pierrovox

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