294. maestri

LECTIO MAGISTRALIS

Se mi vedessero stare in piedi
immobile, in mezzo
ai miei fiori, come
in questo istante,
penserebbero che
sto tenendo loro una lezione. Invece
sono io che ascolto
e loro che parlano.

Lì, in mezzo a loro,
mi insegnano la luce.

(NIKIFÒROS VRETTÀKOS, La filosofia dei fiori, 1988 – Traduzione di Gilda Tentorio)

FB_IMG_1667826669899

IMG_20221107_142742

IMG_20221107_142807

293. sul viaggio: il mondo piccolo dei ricordi, il mondo grande delle mappe

Per il ragazzo, amante delle mappe e delle stampe,
l’universo è pari al suo smisurato appetito.
Com’è grande il mondo al lume delle lampade!
Com’è piccolo il mondo agli occhi del ricordo!
Un mattino partiamo, il cervello in fiamme,
il cuore gonfio di rancori e desideri amari,
e andiamo, al ritmo delle onde, cullando
il nostro infinito sull’infinito dei mari:
c’è chi è lieto di fuggire una patria infame;
altri, l’orrore dei propri natali, e alcuni,
astrologhi annegati negli occhi d’una donna,
la Circe tirannica dai subdoli profumi.
Per non esser mutati in bestie, s’inebriano
di spazio e luce e di cieli ardenti come braci;
il gelo che li morde, i soli che li abbronzano,
cancellano lentamente la traccia dei baci.
Ma i veri viaggiatori partono per partire;
cuori leggeri, s’allontanano come palloni,
al loro destino mai cercano di sfuggire,
e, senza sapere perchè, sempre dicono: Andiamo!
I loro desideri hanno la forma delle nuvole,
e, come un coscritto sogna il cannone,
sognano voluttà vaste, ignote, mutevoli
di cui lo spirito umano non conosce il nome!

Charles Baudelaire

riciclo-creativo-tante-idee-originali-per-decorare-il-giardino-1

libro mondo

292. tutto, ogni

LEV TOLSTOJ, Anna Karenina, Incipit, 1877
Tutte le famiglie felici si assomigliano fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a suo modo.
Traduzione di Leone Ginzburg, Torino, Einaudi, 1993

PAUL AUSTER, Il paese delle ultime cose, p. 40, 1987
Tutte le cose deperiscono ma non in ogni parte di ogni cosa, almeno non nello stesso tempo.
Traduzione di Monica Sperandini, Parma, Ugo Guanda Editore S.p.A., 1992

LA PRIMA ROSA  FIORITA APRILE 2011 (2)
La prima rosa fiorita, 2011

Illustrated-map-Dalston-Stoke-Newington-London
Mappa illustrata, Dalston Stoke, Newington, Londra

291. e di te?

E di te, improvvisa stella mai vista prima? Luce offuscata da desideri altrui, attese e pretese d’altri, ruoli fraintesi?
Di te, a te come si può dire qualcosa se nessuno ti ha vista nel tuo splendore oscurato, stella lontana che hai cercato in tutti i modi di illuminare le nostre costellazioni con la tua vita e i tuoi ricordi, con i tuoi desideri di bellezza ed eleganza, con le fatiche quotidiane risolte col garbo della saggezza e della prudenza?
A te, come rivolgersi adesso, che solo da poco vediamo la tua lucentezza?  Adesso nulla, niente, i pluriversi ti hanno accolta nella loro grandezza e noi rimaniamo in silenzio  a confrontarci con l’egoismo che non ci diede tregua, con i diritti che inalberammo separandoli dai nostri doveri.
Mamma, adesso a te solo questo silenzio colmo di uno stupito amore; e la scoperta di te a cui, insieme al naturale perdono da chiedere comunque a ogni essere umano, rivolgo la richiesta di un perdono speciale, la richiesta della capacità di un perdono reciproco e so che tu comprendi bene questa mia preghiera.
Mamma, madre: questo tuo nome che è riferito al nostro rapporto te lo dico in tutte le lingue, in tutte quelle che sappiamo anche senza saperlo, in tutte le lingue di ogni tempo di ogni spazio, di ogni cuore.
Madre, scoperta nel dolore e nella lontananza come terra nuova dopo lunghi viaggi di smarrimenti; madre ora io ti percorro da esploratrice che rinarra al mondo la tua vita, ricchezza forse  sconosciuta anche a te stessa, ma completamente donata e seminata a tuo modo, senza interruzione, a tutti noi, spesso caparbiamente chiusi nelle nostre esperienze, conformate di giudizio, anch’esso spesso ignaro a noi stessi. Quindi, di te cosa dire? Intanto è a te che dico grazie, che ripeto perdonami, che ti chiamo continuamente per non perderci nell’illusione di ciò che chiamiamo tempo e spazio.
Mamma parole nuove da trovare.
Mamma che ancora insegni a vivere.
Madre infinita.

188567140_5462586363815477_1695262390277476810_n

galassia-91067.660x368

289. e così ho contato i pasti che tu hai preparato …

(Cosa ha nutrito il cibo preparato dalle nostre madri? Cosa ha riparato e protetto la casa costruita dai nostri padri?
Ha davvero nutrito, riparato, protetto questo far diventare normale una guerra nucleare? )

Mi serviva una pentola grande, sai per uno degli incontri con le amiche e gli amici, quello della marmellata di mele che abbiamo fatto tutti insieme, si, quello.
Sono venuta a casa tua, ricordavo che ne avevi una proprio grande.
Mentre guardavo i tuoi attrezzi da cucina è arrivato improvviso lo stupore da un non voluto confronto con gli strumenti che si vedono nei video in cui si spiegano le ricette.
“Come hai fatto?” ti ho chiesto come se te lo avessi potuto chiedere. “Come hai fatto con il tuo ‘set’ così basico? Come hai fatto con questi strumenti tipici delle cucine semplici, anche un po’ povere?”
E così ho contato i pasti che tu hai preparato da quando ti sposasti. I tre pasti principali, senza contare merende, seconde colazioni, preparazioni di marmellate, pesche sciroppate, sottaceti, sottoli, dolci, succhi di frutta, pelati, pizze, e altre delizie tue. Tutti gli anni finché hai potuto cucinare, compresi gli anni bisestili, fanno una somma di decine e decine e decine di migliaia di pasti principali.
Poche pentole, il passabrodo, il passatutto, i mestoli di legno di tre misure, la pentola smaltata riservata per la crema pasticcera, due teglie rotonde, due rettangolari.
Decine di migliaia di pasti. E tu, una cuoca eccellente.
Ti vedo mentre guardo queste pentole e conto questo enorme numero di pasti principali.
Mentre qualche radio o giornale o televisione avalla progressivamente l’abitudine al pensiero di una guerra nucleare.
Mentre penso anche al babbo che costruiva case e curava l’orto, e tu cucivi e cucinavi. E mi penso, cresciuta dentro un mondo famigliare che costruiva, faceva forme, nutriva.
Mammabella, babbobello quanti grazie ancora vorrei dirvi, mentre anche il mio tempo passa e illumina angoli che nascosti non erano, erano purtroppo non ancora visti.
Millemila, Ennemila, Multimila Grazie per le domande che ancora sorgono nello svelarsi ulteriore e continuo del vostro pacifico mondo.
Pacifico, costruttivo. Voi avevate vissuto una guerra, voi lo sapevate cos’era.
Va bene così, il vostro tratto di pace lo avete costruito. L ‘esempio è costituito da chi lo dà e da chi se ne fa erede per farne dono a sua volta.
E bastano poche pentole, e anche i pochi ingredienti di una cucina semplice e sana.
Mamma, come facciamo a dire che per fare mondo non bisogna mica essere per forza in cima a chissà quale piramide di notorietà e di record?
E va bene, non lo diciamo, hai ragione.
Facciamo mondo, e basta. Che c’è tanto da fare.

FB_IMG_1665130328346

288. “Ogni uomo, ogni donna soffre nell’avere una sola vita, una identità, un paese, una lingua, un sesso, una carriera. Il romanzo […] è l’arte che permette a ciascuno , autore o lettore, di sfuggire alla propria vita.”

ALFIO SQILLACI, Dello scrivere di sé. Fiction e autofiction. Un’analisi parziale.

Il tema è capitale in ogni letteratura, ed è intricatissimo. Di chi possiamo parlare se non di noi stessi quando ci accingiamo a scrivere? “Parliamo tanto di me”, intitolava spudoratamente un suo libro Cesare Zavattini. È la domanda che si pone chiunque abbordi la fiction, dall’ammiraglio in pensione a Luigi Pirandello: debbo o non debbo “raccontarmi” mentre racconto? E come? Deponendomi, esponendomi, interponendomi, trasponendomi, nel racconto della storia d’altri? O viceversa, parlando di altri mentre parlo di me, ossia allargando l’orizzonte sul mondo a partire dal mio angolo visuale?

C’è la scelta della dissimulazione onesta. Chateuabriand in “Mémoires d’ outretombe”, ha enunciato mirabilmente il principio: « On ne peint bien que son propre cœur, en l’attribuant à un autre». Sì, funziona così: si proietta in un personaggio ciò che noi siamo, ma anche, attenzione, ciò che “non” siamo e che “vorremmo” essere: funzione ottativa quest’ultima del personaggio e della letteratura da tenere sempre in evidenza. Io sono goffo, bruttino e indeciso a tutto? (Stendhal, definito “cet idiot” da Flaubert). La mia vita è un inferno? Eccomi proiettato in un giovane splendente, amante appassionato, ricco di charme e di una vita spericolata. Stendhal sta a Julien Sorel quanto Alfred Hitchkock a Cary Grant. Il personaggio così creato avrà un po’ di sé, di autonoma e fantastica vita propria, ma anche un po’ di me. Io sono dentro di lui e lo agisco come un burattino. Essendone il suo dio creatore egli agirà secondo le mie intenzioni soggettive che farò sì, con l’intreccio, che divengano le sue, oggettive per così dire, tali ossia dal punto di vista della logica compositiva e della coerenza interna del racconto (c’è un terzo in commedia infatti: il lettore, che verifica e giudica, che se la beve o non se la beve).

Ogni uomo, ogni donna soffre nell’avere una sola vita, una identità, un paese, una lingua, un sesso, una carriera. Il romanzo (il racconto cinematografico) è l’arte che permette a ciascuno, autore o lettore, di sfuggire alla propria vita, ai limiti della propria esistenza. L’autore gode della libertà di inventarsi le vite immaginarie che intimamente desidera. Il lettore, per parte sua, identificandosi nell’eroe, compie lo stesso lavoro di sdoppiamento… di identificazione attraverso la proiezione.
Sia Madame Bovary che Julien Sorel che Gonzalo Pirobutirro “c’est moi”. Datemi una maschera e vi mostrerò il mio volto. “Vero” volto?

Ma di chi in verità parliamo quando parliamo di noi, quando diciamo “io”? «L’io, io! Il più lurido di tutti i pronomi!…», i pronomi sono pidocchi del pensiero, sbottava Gadda nella “Cognizione”. L’Io tradisce. E il fatto che la voce narrante venga dal suo interno non è garanzia di verità. Cosa sappiamo del nostro Io? Leibniz, il filosofo amato dal cognitivo Ingegnere brianzolo, precisava nella “Monadologia” e “Discorso di Metafisica” che solo Dio ha un «concetto completo» dei singoli «io», di Paolo o Giovanni che siano. Ossia di tutta la serie completa di atti e fatti! Paolo o Giovanni non sono riassumibili come la voce “Alessandro Magno” in un lemma di enciclopedia. Sotto la voce “Alessandro Magno” infatti non troverò un registro completo di tutto ciò che ha fatto Alessandro, ma soltanto informazioni che il redattore della voce avrà considerato essenziali per distinguere Alessandro Magno da altri personaggi storici. Immaginiamo però che sia Dio stesso a redigerne la voce. Solo lui potrebbe darci tutto Alessandro, la serie completa di tutti i suoi atti e fatti, darcene la sua “ecceitas”, il suo “possibile contingente” e il suo “necessario assoluto”, il suo noumeno e fenomeno, la sua essenza e la sua storia, il suo io sincronico e diacronico.

Ma noi, che pure diciamo “io”, non abbiamo un “concetto completo” di noi stessi. E in più, essendo venuti dopo Freud e Pirandello, abbiamo piuttosto certezza della rifrazione del nostro io, della presenza nascosta del nostro sotto-io (l’Es), dell’incombenza del Super-io, della sfaccettatura dei nostri piani di coscienza, del nostro essere e apparire per noi e per gli altri, della prismaticità dell’io. Sappiamo col brianzolo Ingegnere, che l’io è come un Club, dove vecchi soci si dimettono e nuovi si iscrivono. E perciò, come i redattori dell’enciclopedia di noi stessi, procediamo alla “selezione epica”, spigoliamo tra i fatti della nostra vita, fra i nostri tanti io. Ci consoliamo con l’aglietto di piccoli fatti che tentiamo di illuminare col significato della nostra storia romanzata, con lo sguardo lungo e ricognitivo su noi stessi; che è l’unico modo, però, di dare forma, coerenza e significato alla nostra intera esistenza.

C’è chi, tuttavia, temendo l’inganno del riassunto e della selezione epica si adatta a ripercorrere ogni giorno i fatti della propria vita, come fa qui Stendhal, o come farà nelle oltre 17 mila pagine del suo “Journal” Amiel. Fatica sprecata, ché seppur larga, dettagliata, minuziosa, di “estrema sintesi” dopotutto si tratta. Direbbe Julio Iglesias (pardon!) in quella valigia – il romanzo –tutto il nostro passato non ci può stare…
Solo il romanzo insomma potrà dare il concetto completo e il senso di una vita: che si tratti de “Il rosso e il nero” o della “Cognizione del dolore”. Non redigendo un diario, ma scrivendo un romanzo possiamo dire chi siamo: nella menzogna del romanzo c’è la nostra verità.

(Appunti parziali. Il testo intricatissimo e complicatissimo di riferimento per gli studiosi e i lettori curiosi è il libro di Philippe Lejeune “Le pacte autobiographique” scritto e riscritto in quasi 50 anni. La prima edizione è del 1975, il mio ebook del 1996, ma ce n’è un’altra edizione più recente in circolazione).

1965 magritte rosa su volto

287. è arrivato il babbo

È una frase di altro tempo; non so se si usa ancora, allo stesso modo in cui si usava quando le mamme lavoravano in casa,  quando ero piccola, in una realtà di piccolo paese.
Una frase-orologio, che scandiva il tempo nei modi altri in cui veniva scandito quando ero piccola, si, e lo ero in un piccolo paese, sì.
Una frase che univa, che completava la giornata; e diceva molte cose: che si stava per cenare e che era sera e dava inizio alla notte.
Diceva la mia felicità, l’interezza della mia protezione, la voce del babbo nelle stanze della casa, il profumo del suo lavoro.
Tutto cambiava e si rinnovava quando la mamma diceva quella frase. O quando, a volte, la dicevo io.
Ogni sera, quell’orologio d’amore.
È arrivato il babbo, che aggiusta le cose rotte, che si dedica all’orticino nonostante sia stanco, che canta con la sua bella voce, che non si siede a tavola se prima non si è tolto gli abiti da lavoro, che è pensieroso, che ha un dolore, che mi indica le costellazione nel cielo e nel suo libro di astronomia dalla copertina blu scuro, che sfoglia gli atlanti, che costruisce presepi da favola, che “fa” la settimana enigmistica insieme alla mamma seduti intorno al tavolo della cucina, e io li guardo e la cucina si fa mondo più grande di quello disegnato sugli atlanti.
È arrivato il babbo, ci completiamo.
Il babbo, che tre giorni prima di morire mi chiede “per favore” se posso fargli cambiare posizione, allungando le braccia verso di me; e io gli rispondo che in quel modo si farebbe male e gli propongo un altro modo: e lui dice “no, che cosi ti fai male tu”, perché il babbo arriva anche tre giorni prima che lui muoia in mezzo a tante sofferenze e a tanta generosità.
E che cosa strana scrivere qui di quella frase forse desueta, per me ora sicuramente lontana nel tempo e nello spazio, a echeggiare di galassia in galassia, perché, comunque, le parole amorose non si perdono, vanno a viaggiare nell’uni-pluri-verso, che per questo è infinito.
E te lo immagini un pianetino giovane o un sole vegliardo o una stella lucente quando sentono giungere dal buio dello spazio la frase “è arrivato il babbo”?!
C’è festa da quelle parti, per tutto quello che di buono abbiamo seminato qui, specialmente quando arriviamo, e arriviamo sempre perché lo abbiamo promesso; e se non arriviamo più è perché non abitiamo più questa terra, questa dimensione, questa cucina, questo piccolo paese; e se non arriviamo più è perché ci siamo sempre, finalmente possiamo esserci sempre, in altra forma.

FB_IMG_1661774220082 FB_IMG_1662490263977

IMG_20220919_132029

286. senza più nostalgia

Avrò nostalgia del Grande Carro e di Cassiopea, così come ho nostalgia adesso di quei momenti in cui mio padre mi insegnava a riconoscere quelle stelle nel cielo notturno, che sembrava girare sopra il piccolo spazio della piazzetta dove abitavo?
Avrò nostalgia come ho adesso di quando, io piccola in braccio al babbo, stavo col viso in su, tra la sua voce e il suo abbraccio, e mi sembrava di navigare seguendo la bussola del suo dito che, sebbene segnato dal suo lavoro manuale, diventava per me un ago dorato che indicava la giusta direzione da seguire?
Ci sarà nostalgia lì dove non sappiamo se ci saremo, ma vorremmo esserci portandoci tutti i battiti del nostro cuore, tutti; e tutte le emozioni e tutti i sentimenti; e le carezze date e ricevute; e le foglie guardate e sfiorate; e l’acqua, e il pane, e le risate con gli amici; e le passeggiate?
Ci sarà nostalgia dell’essere nati e di aver terminato l’esperienza che chiamiamo vita?
Chi dice di sapere afferma che no, che ci sarà pienezza, forse un immenso presente colmo di tutto, proprio di tutto.
Anche del Grande Carro, allora? E della voce di mio padre?
E di te, mamma? Ci sarà la fine del tuo dolore per essertene andata via lontana da noi? Ci sarà la fine del mio dolore per la tua perdita, la fine del mio dolore per il modo in cui te ne sei andata? Potrò riposare nel tuo sorriso diventato luce e piccoli arcobaleni?
Se ci sarà qualcosa, ci sarà anche l’incredibile occasione che chiamiamo vita, quella che abbiamo vissuto, proprio la stessa e contemporaneamente trasformata dall’ Amore?
Avremo coscienza?
Babbo, mi indicherai altre stelle che da qui non possiamo vedere?
Mamma, ti spegnerai serenamente tra le nostre braccia, come avresti desiderato?
Avremo nostalgia?

O non l’avremo più, finalmente?

307297265_7940727569334665_1333557700630889688_n
galassia-91067.660x368

285. sé: post girovagante e anche serissimo :-)

QUESTO POST È UN MIO PERSONALE DIVERTISSEMENT ED È MOLTO  PROBABILE CHE SIA ALTERATO IL SENSO GLOBALE DEL TESTO DA CUI TRAGGO I BRANI. CHISSA’.

TESI E CONCLUSIONI DEL TESTO DA CUI SI ESTRAPOLANO I BRANI DI QUESTO POST, NON SONO DEDUCIBILI DA QUESTI STESSI BRANI CHE, NON AVENDO CITATA LA FONTE,  SI CONFIGURANO INFATTI COME BARCHETTE SMARRITE IN UN GRANDE MARE, SENZA COORDINATE E SENZA CONTESTO E NON SERVONO PER COMPRENDERE IL  SIGNIFICATO CHE L’AUTORE HA DATO LORO, INSERENDOLI NELLA COMPLESSITA’ DELLA SUA OPERA.

IL POST, CHE SI SOFFERMA SUL CONCETTO DEL SÉ E SI PRESENTA SENZA  FONTE ALCUNA, È UN POSSIBILE SUGGERIMENTO DI RIFLESSIONE SU ALCUNI PUNTI:
. L’AFFERMAZIONE “IO SONO COSÌ, IO SONO QUESTO, IO SONO QUESTA”
. LA CIRCOLAZIONE DI FRASI DI CUI NON VIENE CITATA LA FONTE,
‘SUBLIME’ ABITUDINE DI UNA CONTEMPORANEITA’ SENZA LEGAMI E
CONTESTI E PRIVA DELLA CAPACITÀ DI ASSUNZIONE DI RESPONSABILITÀ
. L’INTERPRETAZIONE RISPETTO AL TESTO TOTALE, E  CHE UN POST COSI’ PROPOSTO TENDEREBBE A
SUSCITARE, MA CHE SI CONSIGLIA DI NON FARE 🙂
. ALTRO 🙂 🙂

” […]
Questa è dunque l’operazione compiuta da Locke a metà del XVII secolo: stabilendo l’io come riflesso della propria coscienza, aveva reso la persona, che ne era il supporto, un soggetto materiale dei diritti e dei doveri al lavoro sottomesso alla legge di Dio. Fare della persona un soggetto costituiva un doppio rovesciamento: da un  lato, si trattava di ancorare la personalità al corpo (la testa) di un solo individuo, titolare dei diritti e dei doveri; dall’altro si trattava di circoscrivere questi diritti e questi doveri all’interno di un sfera del proprio, governata dalle esigenze della cura del sé. L’individuo, come lo concepiva Locke, era un lavoratore che attraverso il suo contributo personale al miglioramento dato da Dio, riceveva come ricompensa la capacità di rivendicarne i frutti e la consapevolezza che questa rivendicazione era fra i suoi diritti.
Questa figura dell’individuo, però, se  poteva apparire come all’apertura di un nuovo orizzonte di libertà, in realtà realizzava il contrario: improvvisamente, dato che in quanto persona doveva essere trattato come soggetto, l’individuo veniva ridotto al sostrato materiale, che era il suo corpo. Lungi dal diventare i padrone di se stesso, l’individuo che si cura del suo sé diventava il soggetto di tutto ciò che era in grado di agire sul suo corpo, diventava una cosa  soggetta a un proprio che era sempre quello di un altro, cioè il padrone della legge che organizza la devoluzione dei diritti e dei doveri.”
[…]
Del resto Locke non ne fece mistero: il suo obiettivo principale nel definire il self come movimento proprio della coscienza era quello di assicurare che le condizioni per cui un individuo poteva essere detto identico a se stesso potevano essere finalmente determinate.
[…]
Lungi dall’inaugurare il concetto di individuo libero e sovrano, Locke -come la maggior parte dei suoi contemporanei- propose uno scenario filosofico che autorizzava l’annullamento di ogni  libertà e sovranità nella pura e semplice sottomissione alla propria identità, e quindi a se stesso.
[…]
Il paradosso inaugurato da Locke è dunque il seguente: è nel momento in cui il sé si scopre come un’entità propria che esso scompare come soggetto della sua stessa identità – e dunque soggetto di coloro che ne detengono il potere di definire le coordinate perché hanno il controllo sul corpo che ne forma il sostrato.
[…]
Nella storia della modernità occidentale, numerose istituzioni hanno accompagnato questa metamorfosi della persona in soggetto, istituzioni che avevano l’obiettivo di stringere ulteriormente il nodo dell’identità, intesa come condizione necessaria per l’esercizio di una forma di capacità, sia essa giuridica che politica. La prima di queste fu l’istituzione del nome, che da segno di identità legato alla genealogia in epoca romana assunse gradualmente lo stato di garante dell’identità,
[…]
La Rivoluzione, le diverse restaurazioni e le Repubbliche la confermarono: la questione dell’identità era diventata abbastanza seria da richiedere l’attuazione di ciò che poteva provarla, ovvero stabilirla.
[…]
L’idea di istituire documenti di identità per tutti i cittadini di una data nazione è emersa solo gradualmente – cioè nel momento in cui, alla fine del XIX secolo, la questione di cosa sia una nazione sembrava essere diventata la domanda più importante che le autorità responsabili potessero porsi.
[…]
Avere un’identità è sempre stata una condizione dell’esistenza; essere se stessi si basa sull’avere una personalità […]. Ciò significa che esistere significa soprattutto nell’esistere per le autorità che hanno il potere di riconoscere se un individuo è qualcuno o nessuno – o meglio: se un individuo è effettivamente la persona stessa, la persona che dice di essere, ma di cui non si può dire che lo sia veramente. Non c’è quindi identità personale se non è provata;
[…]
La firma, ma anche la fotografia, l’antropometria e più tardi le impronte digitali: questo fu il repertorio elaborato nel corso degli anni dai primi responsabili dei primi servizi di “identificazione” delle varie forze di polizia dell’Occidente, per garantire la loro missione. L’obiettivo era quello di far confessare agli individui, anche contro la loro volontà, chi fossero ovvero quale nome poteva essere usato per collegare i vari tratti dell’identità che erano rilevanti per stabilirla, che venivano poi raccolti in un unico incartamento.
[…]
Alcune di queste caratteristiche erano antiche (lo stato civile, la data di nascita, ecc.); altre erano nuove, come per esempio la nazionalità, e tutte finirono per produrre le identità che pretendevano di provare: per molto tempo, nessuno avrebbe pensato che appartenere all’autorità di una nazione potesse far parte del ‘sé’. L’identità moderna è anche questo: una performance amministrativa.
[…]
La celebre tesi di Taylor in Le radici dell’io secondo cui ogni ontologia porta in sé l’insieme dei valori che permettono a un individuo di situarsi nel mondo, si dimostra quindi corretta, ma in un modo che il filosofo canadese non aveva previsto: quello del carattere poliziesco dei valori in questione. L’ontologia non è il discorso dell’essere; è il discorso del dover-essere – il discorso dell’incarnazione materiale, nel corpo, della volontà di controllo che le grandi categorie filosofiche di sé, di persona o di soggetto comportano. Essere è essere registrati; prendersi cura di sé, come è ormai consuetudine in Cina, preoccuparsi del ‘credito sociale’ che condiziona la capacità di ogni individuo di muoversi, di acquistare una proprietà o anche di trovare un lavoro – essendo l’identità una testimonianza automatica della virtù. Essendo il mio stesso che mi è proprio, il sé è anzitutto il proprio dell’insieme dei tratti la cui composizione singolare mi designa e che permette di provare che sono proprio io, che il mio io è davvero il mio sé, che è davvero il se stesso del sé-in-persona. Il discorso della cura di sé, lungi dal costituire l’orizzonte di una sorta di padronanza dell’individuo stesso, è l’organizzazione specifica, da parte di ogni individuo, della resa di questa padronanza di fronte a coloro che circoscrivono il valore dei tratti che definiscono il sé – dall’aristocrazia greco-romana ai padroni del lavoro del capitalismo contemporaneo. non c’è differenza, da questo punto di vista, tra la morale antica cara a Foucault, il pensiero del self sviluppato da Locke e gli esercizi di crescita personale […]: tutti non hanno mai avuto altro obiettivo che la concentrazione dell’individuo all’interno dei limiti del soggetto. In ogni caso, prendersi cura di sé assume di volta in volta l’aspetto di una modalità di esercizio della disciplina, quella di un corpo da cui ci si attende che si comporti in un certo modo, regolato fino ai dettagli in apparenza più intimi. Per dirla in un altro modo, la cura di sé è l’investimento totale dei corpi da parte di una  preoccupazione per l’identità o la medesimezza sotto forma di una specie di servizio militare; un addestramento al servizio di ciò che si è arrogato il potere di decidere, di riconoscere chi è chi, chi è il sé. Quando Louis Althusser, in un celebre testo dedicato agli  ‘Apparati ideologici di Stato’, evocava il riflesso del voltarsi quando si sente dire ‘Ehi tu, laggiù’, non diceva altro: l’ ‘interpellazione del soggetto’ che ha luogo quando si viene chiamati è in effetti una sottomissione. Non c’è alcun soggetto se non l’interpellato.

Niente testimonia meglio questo allineamento tra il sé e la polizia del nuovo genere letterario che è apparso recentemente nel mondo della crescita personale: quello dell’anticrescita personale, dei manuali per non doversi più prendersi cura di sé e finalmente accontentarsi di ‘essere se stessi’.
[…]
E’ vero che, per Freud, la distinzione all’interno del soggetto delle tre istanze dell’Io, dell’Es e del Super-Io […] doveva portare a qualcosa di simile a un ordine coerente. La meccanica delle nevrosi che distribuisce le incomprensioni e le contraddizioni inconsce tra le diverse istanze della topica del soggetto è una meccanica spiegabile, per cui è sempre possibile conferire un significato, anche se oscuro, alle transazioni intime con le quali ciascuno cerca di cavarsela come meglio può. Ma questo orizzonte di coerenza o consistenza implica anche l’assunzione di una tesi decisiva: che guardare il soggetto umano come un che di compatto ha come unico risultato quello di ignorare il modo in cui sono distribuite le forze che cercano di imporgli il loro posto.
[…]
Ciò che la psicoanalisi ha rivelato è che se l’Io non è più padrone in casa propria, è perché una serie di altri padroni hanno preso il suo posto, tirando i suoi fili da luoghi che resteranno per sempre inaccessibili.
[…]
Lo scenario proposto da Freud era quindi paradossale: da un lato, offriva a coloro che lo avrebbero seguito la possibilità di liberarsi da secoli (o persino millenni) di pensiero sul ‘sé’; ma dall’altro, faceva poco più che sostituire una fortezza con un’altra. Essere un soggetto implicava sia una liberazione dalla prigione dell’essere, sia il riconoscimento che questa liberazione era essa stessa solo un momento in un processo più ampio di radicamento delle vite degli individui nel territorio contraddittorio della psiche.
[…]
Credere di essere ciò che si è, insegna la psicoanalisi, significa smarrirsi nella madre di  tutte le illusioni; in realtà, non si è ciò che si è; si è ciò che non si è – un non-sè, un non-io, un non-essere che segna il fallimento abissale di tutti i tentativi di sottoporre il sé a un regime di esercizio. Da questo punto di vista, la psicoanalisi è il contrario assoluto di qualsiasi forma di crescita personale, sia che si inserisca nell’orizzonte delle pratiche d ‘cura di sé’ care a Foucault, sia in quello del self-help […] Lo sviluppo di un essere umano non è lo sviluppo della sua persona, ma lo sviluppo della sua assenza – o comunque della sua frattura in tutta una serie di istanze sulle quali è inutile pretendere di esercitare un qualsiasi controllo.
[…]
Cosa possiamo imparare da tutto questo? Forse la seguente lezione: che, per una serie di  pensatori che vengono dopo la psicoanalisi […], anche se considerato come merda, cacca, carogna o porcheria, ci deve essere un soggetto in quanto condizione logica del vero. […] Il soggetto è una necessità.
[…]
Senza l’effetto del soggetto, è impossibile attribuire una dimensione di verità all’effetto che emerge; è impossibile collegare ciò che appare e ciò che questo apparire comporta, ciò che accade e le conseguenze di ciò che accade; senza l’effetto del soggetto, la verità resta senza effetto tout court. Perciò è possibile dire che  -in assenza dell’altro- il soggetto è l’effetto del vero – e quindi che il vero, se è vero, trova il su destino nella ‘porcheria’ con cui è fatto, poiché in quanto soltanto effetto, il soggetto è tutto ciò che la persona produce in effetto: il soggetto è l’effetto che fa il vero. […] considerare il soggetto come l’effetto dell’evento sembra poter condurre soltanto qui: nel circolo logico dell’effetto che è l’effetto di ciò che fa.

Di questo anello logico che forma un nodo tra le dimensioni dell’essere, del soggetto, del sé e della verità, è senza dubbio Lacan che ne ha proposto ancora una volta la definizione più rigorosa, sotto forma di una citazione inaspettata alla fine del suo famoso saggio […]: ‘Nel ricorso da noi privilegiato del soggetto al soggetto, la psicoanalisi può accompagnare il paziente fino al limite estatico del ‘Tu sei questo‘ [‘Tu es cela‘], in cui gli si rivela la cifra del suo destino mortale: ma non sta al solo nostro potere di esperti in quest’arte il condurlo al momento in cui comincia il vero viaggio.’
[…]
Tu es cela‘, ‘Tat twam asi‘: questa frase è il mantra ripetuto alla fine di ogni verso di una parte decisiva della  Chāndogya Upaniṣad dove il grande saggio Uddalaka Aruni spiega a suo figlio Svetaketu le lezioni più importanti da meditare per raggiungere finalmente jñāna, la conoscenza.
[…]
Ora, secondo i testi della tradizione vedanica, la più seria, la più pericolosa di queste illusioni, quella da cui ogni brahman deve guardarsi se vuole un giorno raggiungere la realizzazione dell’ātman non è altro c he il sé.
[…]
Eppure ātman può anche essere tradotto come ‘sé’ – ma a differenza del sé che ci farebbe rivolgere lo sguardo verso noi stessi, verso il nostro interno la nostra esistenza, il ‘sé’ coinvolto nell’ ātman è un sé dell’esterno, un’esteriorizzazione del sé.
[…]
Perché è con questo che dobbiamo riconciliarci: con la dimensione dell’impossibile che attraversa tutte le ossessioni che il pensiero occidentale non smette di custodire – e di cui le tradizioni dell’estremo Oriente, che siano l’induismo, il buddhismo o le grandi scuole cinesi e giapponesi, non ne hanno mai avuto bisogno.
[…]
sulla base dell’affermazione incauta che il soggetto è davvero il soggetto, che il sé è il sé, l’io è l’io e l’essere è l’essere, e che basta accettarlo. Solo che questo è proprio ciò che è inaccettabile – è ciò che resiste a tutti i nostri tentativi più o meno volontari, più o meno consapevoli di ‘accettare’ ciò che siamo, poiché non siamo nulla che possa essere accettato. Come Uddalaka spiegò a Svetaketu, non ha senso perdere tempo cercando di risolvere l’enigma di ciò che siamo, poiché siamo soltanto quell’enigma – solo l’asi – il ‘così’ che, nella sua semplicità, segna il luogo della nostra impossibilità. Essere impossibile: questa potrebbe essere una definizione accettabile dell’essere in quanto attraversa sia l’ontologia psicoanalitica che l’orizzonte vedantico della conoscenza – essere impossibile, come quando diciamo di un bambino che non riesce a stare fermo che è ‘veramente impossibile’. Di fatto, il soggetto è colui che non sa stare al suo posto – o meglio, colui che, per stare al suo posto, nel suo luogo, nel suo topos, smentisce che si tratta di un luogo in senso stretto, ovvero uno spazio in cui starebbe come un proprietario sta su una terra su cui possiede dei diritti. Il luogo del soggetto è sempre altrove, da qualche altra parte; non è un  luogo proprio, ma al contrario il luogo di uno spossessamento
[…]
Ancor più del luogo di un”estasi’ che rivelerebbe la “cifra” del soggetto, è possibile parlare di una liberazione dal suo attaccamento permanente a quello che sarebbe il suo luogo proprio – che si chiami ‘sé’, ‘coscienza’, ‘io’ o ‘merda’. Questa liberazione, inoltre, è già avvenuta; il soggetto non è mai prigioniero del suo caput, come voleva Locke (e tutti coloro che, dopo di lui, pretendevano di relegare il sé al cervello, più di quanto lo fosse dei movimenti della sua coscienza – o del lavoro che ci aspettava che facesse. L’idea di lavoro, che Locke considerava come l’orizzonte di realizzazione dell’individuo che poteva rivendicare come  proprio ciò che ne risultava, è un’idea che non ha altro scopo se non quello di inscrivere il corpo della persona nello spazio di imperfezione richiesto dalla polizia dello sviluppo personale. Come ci ha ricordato Mark Alizart, c’è un legame sostanziale tra l’affermazione del valore del lavoro e il  perseguimento di un programma di riforma dei corpi – il programma di riforma nato con la rivoluzione evangelica e che  ora trova la sua sintesi nel workout, nella ginnastica come lavoro. Dietro la cura di sé, si nascondeva infatti il lavoro del sé – in quanto il lavoro è l’unica pratica riconosciuta capace di legittimare un proprio […] Istituendo il ‘Tu sei questo’ vedico come termine ad quem della rivelazione psicoanalitica, Lacan ha spazzato via questo orizzonte di perfezionamento attraverso il lavoro
[…]
Contrariamente a quanto voleva il famoso apoftegma nietzschiano (tratto da Pindaro) i pensatori cinesi non si preoccupavano di ‘diventare ciò che sono’, quanto piuttosto di essere ciò che diventano – cioè di dissolvere ciò che è possibile dire dell’essere nelle circostanze del divenire. Forse dovremmo anche andare oltre e sostenere che il cuore del pensiero cinese dell’oblio di sé, al contrario del  pensiero greco della cura di sé, consiste nello stabilire che non c’è altro orizzonte possibile per l’individuo se non quello di essere il divenire tout court
[…]
Piuttosto che parlare di ‘essere’ chiunque, dovremmo parlare di ‘può-essere’ chiunque, così come Nicola Cusano, a metà del XV secolo, parlava di possest per designare la possibilità di tutto così come si trova implicato in Dio.
[…]
E’ possibile dire che c’è un ‘può-essere’, e che questo può-essere, dispiegandosi ovunque, si dispiega indifferentemente in qualsiasi cosa – sebbene sia proprio questa indifferenza a garantire che qualsiasi cosa sia ogni volta qualcosa.

C’è un può essere chiunque: per quanto possa sembrare strano, per quanto possa sembrare deludente, questa è la massima che riassume nel modo più esaustivo ciò che accade quando ci si libera dal sé in favore di una pratica di incontro che si svolge interamente nelle circostanze. Improvvisamente, il linguaggio ereditato da quasi due millenni di storia del pensiero svanisce come un brutto sogno: no, non siamo mai ‘stati’ una persona; no, non abbiamo mai ‘avuto’ un sé; no, non abbiamo mai avuto a ‘disposizione’ una coscienza. L’unica cosa che siamo sempre stati o che abbiamo avuto è ciò che ci rende soggetti – nel doppio senso che i poteri hanno bisogno di un soggetto per dispiegare i loro strumenti, e che è anche come soggetti che si rende visibile l’inesistenza del luogo dove quei poteri pretendono di operare. Dal pensiero greco alla psicoanalisi, la storia dell’interesse della filosofia per ciò che costituirebbe il proprio di ogni persona è dunque la storia di un’autodistruzione organizzata – l’autodistruzione del soggetto che, dalla sua posizione di soggezione, osserva i  poteri passargli accanto.
[…]
Solo il potere è interessato a lavorare sul sé o agli esercizi del sé, perché solo il potere ha bisogno degli esseri performanti – cioè di soggetti che soddisfano la disciplina di un perfezionamento che li  pone per sempre sotto il controllo di padroni che  hanno la capacità di decidere i criteri di questa perfezione. Il diventare può-essere chiunque, invece, non richiede nessun esercizio, nessun lavoro, nessuna condizione; del divenire è possibile programmare soltanto l’incondizionalità, il fatto che ci sarà divenire e che starà a chi lo attraversa accompagnarlo o dargli un senso. Tale accompagnamento, tuttavia, è colmo di potenze che speta a ciascuno esplorare senza sapere bene dove porteranno, ma sapendo che condurranno da qualche parte, che questo ‘da qualche parte’ non sarà altro che il richiamo di una qualche altra parte, sempre altrove.

E’ proprio questo richiamo che la storia dell’identità ha costantemente cercato di rendere inudibile, da quando il sé si è imposto a scapito di tutte le altre istanze, di tutte le altre strategie, che avrebbero potuto preservarne l’insistenza, la presenza, la risonanza. Considerando che la posta in gioco del sé era, nel movimento della coscienza, qualcosa come l’identità di un individuo considerato come persona, Locke ha lasciato in eredità a questa storia uno strumento del potere di cui stiamo solo cominciando faticosamente a liberarci.
[…]
Nella logica dell’identità, si ha solo un’identità identica a coloro che la condividono – quindi non si ha alcuna identità, si è, dal punto di vista delle qualità, solo una copia perfetta di tutti coloro che, pur rivendicandola come propria, condividono questa qualità. Il discorso dell’identità è un discorso di clonazione:
[…]
L’ontologia è insostenibile: è il luogo di una contraddizione permanente, che essa è capace di risolvere solo se accetta di aprirsi alla comprensione che ‘essere’ ha senso soltanto nel dislocamento operato da un verbo copulativo – e non nella marchiatura dell’identico. Se l’operazione dell’essere è l’operazione della copula, allora l’essere è la categoria insostenibile su cui si infrange ogni possibile identità, ogni  possibilità di somiglianza, a favore di una fluttuazione generale che poggia sul divenire, sugli incontri e sulle circostanze. Essere è divenire, perché l’essere non è mai essere -mai del tutto, mai nel modo sognato da chi ritiene che l’idea di essere permetterebbe loro di definire le linee di demarcazione che determinano gruppi più o meno costituiti, di cui sarebbe possibile, per coloro che ne possiedono la chiave, dire la verità.
[…]
Dobbiamo dunque farla finita con noi stessi, perché dobbiamo farla finita con tutto ciò che poggia sull’idea che saremmo qualcosa per garantire che non siamo qualcos’altro, che non cominciamo a vagare fuori dai cardini ontologicici che formano le frontiere politiche del possibile.
[…]
Nulla è impossibile, infatti, tranne ciò che è irragionevole
[…]
Nulla è impossibile, tranne l’impossibile.”

porre attenzione anche a certe trasmissioni televisive
che fanno passare come sinonimi ‘identità’ e ‘lavoro svolto’

crumpled-city
Stuart-McArthurs-Universal-Corrective-Map-of-the-World-1-1

https://www.repubblica.it/venerdi/2021/12/03/news/gravino_viaggi_da_fermo_mappe_terra_vuota_nobody_lives_here-328702600/

https://www.touringclub.it/notizie-di-viaggio/la-rinascita-degli-atlanti-dodici-titoli-da-non-perdere-tra-mappe-e-bandiere/immagine/2/antica-mappa-cinese

282. ci si rivede, per Caos

Toh, ci si rivede.
Cioè, sono io che ti rivedo. Per caso, come sempre.
Appena uscita da un negozio, faccio qualche gradino su una scala che sta lì accanto e ti vedo uscire da una porta che affaccia su uno spazio che è quasi una piazzetta (tutti questi articoli indeterminativi la dicono lunga, vero?). Vai di fretta, poi ti fermi, guardi alla tua sinistra, e riparti di corsa; hai qualcosa in mano.
Io sto ferma sul gradino da quando ti ho visto uscire dalla porta, ti guardo e sono stupita dal Caso, dal Destino, da Dio: si divertono, loro, chiunque siano, e dovunque siano, con le loro maiuscole obbligatorie e le loro presenze potenti ma sempre inafferrabili. O, almeno, abbiamo deciso così, noi esseri umani; cioè, lo hanno deciso quelli che, tra noi, si sono messi a pensare a osservare e poi a scrivere “è così, è cosà”, e tutti gli altri dietro.
Ah, dimenticavo. E’ stato aggiunto anche un Livello Energetico, che non è quello per cui paghiamo la bolletta, è una cosa che sta dalle parti della Psiche, dell’Anima, dello Spirito: c’è una certa varietà di collocazione, i lavori sono ancora in corso. E c’è un Livello di Attrazione, di Risonanza tra le Anime, insomma cose così.
Tutto questo per dire “guarda un po’, e chi se lo aspettava?!”: io sono qui per caso, una sosta, uno sprazzo; no, figurati se adesso ti dico di quale sprazzo, d’altronde siamo tutti di passaggio, no? dovunque, comunque sempre, di passaggio, lo sai bene, tu sei maestro in queste cose; molto di passaggio, per la mia esperienza. Però la fedeltà, la sincerità, l’amore, c’erano sempre nelle tue parole, ci mancherebbe, lo ricordo bene: rendono molto affascinante il passaggio, lo scivolare via, andarsene.
Queste cose le dico adesso, mentre scrivo e  ripenso a quel mono-incontro, eh sì, ti ho incontrato e ti ho visto solo io. Fossi stato un’altra persona, ti avrei chiamato, corso incontro, sorriso abbracciato; “come stai? come stai?”.
In quel momento, quando ti ho visto, a dire il vero, lo avrei fatto anche con te, ti guardavo sorpresa, ma anche con tenerezza e affetto. In quel momento c’era solo desiderio di amicizia, fiducia, amore. Ma siamo di passaggio, lo hai dimostrato.

Continuo il mio girettare, il pensiero di te vela ciò che dovrei vedere.
Però.
Poi.
A metà di un’altra scalata che sto scendendo, ti rivedo. Stai entrando di corsa in una piazza, hai in mano un oggetto rettangolare, sembra grigio, lo guardi e poi guardi davanti a te, alternativamente. Vai di corsa, come prima.
Chi cerchi?
Scendo lentamente, ma quando esci dalla mia visuale non mi volto verso la piazza, non guardo che direzione prendi. Tu non hai conosciuto la mia discrezione, non hai la minima idea di quanto io sappia farmi da parte. Siamo di passaggio.
Forse per questo ti vedo due volte mentre mi trovo sulle scale. Le scale non sono luoghi di sosta, sono di passaggio, servono a unire piani diversi.
Ecco: il Caso, il Destino, Dio, il Livello Energetico, quello di Attrazione e chi più ne ha più ne metta, mi stanno ricordando questa cosa dell’”essere di passaggio”, è importante.
Invece, dove ti sei fermato e chi ami lo hai detto al mondo. Da altre parti, diciamo.
E nonostante tutto, per un po’ penso che stai cercando me, che mi hai visto in qualche modo. Ma che non mi vedi mentre mi cerchi. Destino, Caso, Dio, Energia, Attrazione, cosa state facendo? Solo Caos.
Le scale, siamo di passaggio …
Ma io ti vedo dall’alto, entrambe le volte. Ha un significato anche questo? E chi lo sa? Io so solo che ogni tanto bisogna alzare gli occhi, se non verso il cielo, almeno verso le scale.
Continuo a camminare, sperando i tuoi occhi su di me. Che follia!
E’ solo Caos, tutto questo. Né Caso, né Destino. Tantomeno Dio. Energia ed Attrazione se ne sono andate da tempo, se mai ci sono state in te.
Continuo a camminare. Il mondo è tanto grande. E così lo Spazio e il Tempo. Coloro che pensano e osservano e poi scrivono, dicono così, bisognerebbe fidarsi.
Intanto è Caos.
Cioè quell’attimo prima dell’Amore.
Che verrà.
Tranquillo, non tra me e te.
L’Amore, quello che spiegherà anche questo incontro, e perché ti vedo due volte entrare in uno spazio largo mentre io sono sulle scale, e perché corri, e chi cerchi, e perché te ne sei andato via dalla mia vita, e perché te ne sei andato via dalla tua.

E’ Caos, bisogna fidarsi. Anche questo lo dicono quelli che pensano e osservano e poi scrivono.
Altrimenti ci saremmo trovati di fronte, tu ed io, vicini, col cuore semplice e dolce e libero a dirsi “ciao, come stai?”. Come due esseri umani adulti, maturi.
Ma siamo Caos. Stai tranquillo, lo siamo tutti. “Adulti” è una parola grossa, forse avrà un senso in futuro, forse.
Adesso ci aggiriamo per scale e piazze, chi lentamente, chi correndo.
Caos. Come quando si dice “Toh, ci si rivede”, per Caos.

Comunque, c’è sempre da ricordare che qualcuno direbbe

299440528_7787801471293943_7196787620494240900_n

E io sarei anche d’accordo.

https://it.wikipedia.org/wiki/Caos_%28mitologia%29

https://lauracanali.com/portfolio-item/caoslandia/

https://www.scienzainrete.it/contenuto/articolo/pietro-greco/ricerca-della-complessita-caos/aprile-2013

 

 

281. questo è un blog :-) … e … a rivederci :-)

5eee2ac2eb_8477722_med

“Questo non è un blog”: iniziai così questo spazio virtuale. Un divertimento: divertĕre ‘volgere altrove, deviare’.
🙂

Questo è un blog.
Non è un diario intimo.
Non è una lettera scritta al più intimo e fedele degli amici (o alle amiche).
Non è una confessione.
Questo è un blog.

magritte_pipe

Si configura senza ombra di dubbio e dichiaratamente come una narrazione.
Narrazione  come selezione di fatti. Selezione dovuta alla scelta di chi scrive, ai tempi in cui è calato, al tipo di spazio virtuale che occupa.
Narrazione come invenzione di fatti.
Narrazione come unione di invenzione e fatti ‘reali’.

map-upside-down-peters

Questo è un blog.
E’ un gioco.
E’ un tentativo di esercizio di scrittura.
E’ un tentativo di esercizio di riflessione.
Vorrebbe contribuire a sottolineare l’importanza della consapevolezza e della responsabilità.
Con ogni mezzo.
Anche proponendo tutti i post come pura invenzione.
Come narrazione.

carta_peters_piccola_logo_asal

Vorrebbe contribuire ad ampliare sguardo, percezione, pensieri, sensibilità.

Cosmo

In tutti i miei blog precedenti, in uno spazio in alto a destra, sotto il titolo “Accordi e Armonie” scrivevo, tra l’altro:
“[… ]  L'”io” come soggetto narrante non si identifica necessariamente con me. Riferimenti a persone o fatti reali sono puramente e ‘artisticamente’ casuali. E’ un gioco di scrittura che, come ogni scrittura e ogni gioco, nasce dal darsi una regola. […]”

Scrive Rosa Montero, nel ‘Post scriptum’ alla fine del suo delizioso libro “La pazza di casa“: ‘Tutto quello che racconto in questo libro a proposito di altri libri o altre persone è vero, cioè corrisponde a una verità documentata, ufficialmente verificabile. Ma temo di non poter dire altrettanto per quanto concerne la ma vita privata. Perché ogni autobiografia è fittizia e ogni fiction è autobiografica, come diceva Barthes.”

 

Mi piacerebbe che questo blog e tutti i precedenti fossero stati letti rispettando il mio intento.
Purtroppo non sempre accade che gli scritti vengano intesi in modo corrispondente al senso proposto da chi scrive.
Invece di prendere il senso offerto suggerito e condiviso, i testi a volte vengono letti come espressione di fatti personali, intimi, privati.
Ma nulla autorizza i lettori a credere questo. Nessun testo, nessun video.
Chi scrive sa bene quanto e come chi legge spesso tenda ad identificare autore e scrittura, specialmente i meno … ‘adusi’ … alla letteratura, o alla storia, insomma alle forme, le più varie, di narrazione, di racconto.

Questo è un blog.
E’ coerente?
E’ contraddittorio?
E’ invenzione.
Il soggetto narrante ‘io’ potrebbe essere, nella realtà, completamente diverso dal soggetto ‘io’ che scrive. ‘Io’ che scrivo potrei pensarla diversamente da ciò che scrivo, ed esercitarmi qui nella capacità di sostenere e argomentare il contrario di ciò che penso. Esercizio d’altronde praticato per allenare le capacità argomentative da ben altri e più colti ‘io’ dell’io che scrive.

Questo è un blog.
Questo blog è un esercizio di scritture, come tutti i miei precedenti.
Chi ama scrivere sa cos’è un esercizio di scrittura. Sa cosa significa creare i personaggi, renderli plausibili e coerenti. Sa cosa significa creare il mondo in cui far muovere i personaggi. Sa cosa significa architettare una storia.
Sa la distanza e contemporaneamente l’immedesimazione necessarie per costruire un romanzo, un racconto.
Sa il piacere profondo dell’invenzione letteraria.
Sa le avventure narrative e gli esperimenti in cui si tuffa senza remore.
Può un blog prefigurarsi come un tentativo di racconto?
I post come capitoli, per esempio.
Un modo nuovo.
Un tentativo.

Anche questo è un modo per suggerire l’importanza della consapevolezza.

Se, attraverso questo che ‘è un blog’, si sia riusciti a suggerire ciò che accade nell’ultima scena del delizioso film “Un incantevole aprile”, allora il senso del blog è rispettato e raggiunto.
Chi scrive racconta che prima amò il libro di Elisabeth von Armin e poi, allo stesso modo, il film, che ritenne fedele al romanzo.
Ma chi scrive?
Una persona reale?
Un personaggio?
🙂

Questo è un blog.

 

re-, ri- … a seguire, verbi a scelta 🙂

188056545_5462586860482094_2654568097332414097_n
188567140_5462586363815477_1695262390277476810_n

RAMETTI NUOVI - LA SPERANZA DEL CUORE

a ri-vederci :-*

IMG-20190711-WA0010

gaia1

galassia-91067.660x368

 

 

280. di consapevolezza e libertà … “il transito terrestre” …

Fiocca la neve leggiadramente
sui cesti delle fioraie: imbianca
le giunchiglie e le viole,
le fresie magre, venute
dai paesi del sole.
A guardarle si pensa
dei tanti destini errati
che dolgono
per le vie della terra
ed un furore nostalgico serra
per le vie d’oro dell’anima
a cui neve non giunge.
ANTONIA POZZI, Mia vita cara. Cento poesie d’amore e silenzio, a cura di Elisa Ruotolo,
ed. Interno Poesia, 2019

 

Seguo un corso di arte sacra. Quest’anno si parla di Morte Giudizio Inferno e Paradiso nelle opere d’arte della Diocesi. Un relatore parla dei “Novissimi”, le cose ultime (Morte; Giudizio particolare e universale; Inferno; Paradiso) e si fa guidare dal Catechismo della Chiesa Cattolica e da passi dei “Testi Sacri”. E’ un sacerdote molto colto, e molto bravo nell’esporre. Ci ricorda ancora una volta che l’arte è stata una forma di catechesi. Sottolinea in un passaggio, riguardo ad alcune opere del passato, che rappresentavano la “teologia del tempo”, che spesso veniva usato “un linguaggio secolare” affinché le persone potessero comprendere al meglio il messaggio cristiano.
Questi concetti diventano come sedili di pietra su cui mi fermo: toccano un altro dei punti che sono per  me motivo di riflessione.

La circostanza (o il disegno di qualcuno) di essere nati in un tempo invece che in un altro. In una famiglia invece che in un’altra. In una nazione invece che in un’altra. Qualcuno, non ricordo chi, ha detto “gettati nel tempo”: è un’espressione che non amo, già ne ho parlato in questo blog, ma in qualche modo descrive il nostro trovarci in situazioni, anzi, in sistemi e tempi di vita che non abbiamo scelto.
In quei contesti maturiamo e/o non maturiamo, cresciamo o no; abbiamo l’opportunità di diventare consapevoli e responsabili e, quindi, liberi oppure no.
Ho sempre pensato ai miliardi di persone esistite nelle varie epoche, appartenenti ai diversi ceti sociali, alle visioni del mondo che si sono succedute nei secoli, alle nostre visioni del mondo, alle convinzioni, alle credenze, ai valori, agli stili di vita …
E mi chiedo: quante possibilità ha ognuno di noi di crescere realmente? Quanto le situazioni in cui siamo “gettati” permettono di crescere in consapevolezza e, quindi, di essere liberi?
Mi pervadono tenerezza e dolcezza e, a volte, malinconia, nell’immaginare le nostre vite “in un tempo”, “in quel tempo”; con quelle idee e non altre, con quell’educazione e non altra. Lì, in quel periodo … le nostre vite così casuali, e se anche non casuali, così tenacemente alla ricerca di un senso anche quando questa ricerca non è palese né voluta.

Le parole del relatore mi toccano nel profondo. “Teologia del tempo” … quella teologia ha conformato idee, comportamenti che poi, nel tempo, sono cambiati perché è cambiata la teologia … idee, comportamenti, vite “in balia” dei tempi … idee sbagliate, comportamenti che poi si sono rivelati sbagliati, da correggere … “ma che colpa abbiamo noi?” recitava una canzone tanti anni fa …
Che colpe possono aver commesso quelle vite in balia dei tempi, che colpe commettono quelle vite non evolute in consapevolezza e coscienza?
Giudizio particolare e universale? Inferno? Paradiso?
Tre anni di studi di teologia, una frequentazione cristiana assidua piena convinta per la maggior parte della mia vita … e non ho ancora una risposta. Sento le vite, le sento, nel volgere dei giorni, dentro tempi storici e luoghi che possono precludere ogni apertura spirituale.

E allora faccio la domanda al relatore. E conosco la portata della mia domanda, ne so le implicazioni. “Proprio per questo nostro essere ed esistere nel tempo, nei tempi limitati e caratterizzati; per queste nostre vite mai complete nel tempo, non dovremmo essere tutti salvati?”
Tra tutte le domande ricevute, il relatore definisce ‘interessante’ la mia. E si avvia a rispondere. Parla delle particolarità e dei limiti dei tempi, sì. E poi sento che sta per accadere, sento che sta per dire la parola fatidica, eccola arriva: ‘libertà’, ‘noi siamo esseri liberi, possiamo scegliere’. Va avanti ancora per un po’ e conclude, da buon oratore, con una frase ad effetto: “Dio non condanna per un no, ma salva per un sì.” Sorrido e lo ringrazio. Vorrei continuare, ma non voglio togliere spazio ad altre domande di altre persone.

Rimango con le mie domande.
Può essere davvero libera una vita così? Può davvero ‘decidere’ ‘in libertà’?
Di quale libertà parla la teologia del tempo, di questo nostro tempo, per esempio?
Esiste una libertà senza consapevolezza?

Riporto qui due parole scritte nel post n.210, giusto per non ripetermi, anche se mi ripeto queste domande da sempre …
“La consapevolezza: sapere chi sono io, sapere il mondo, sapere  la relazione tra me e il mondo …
E la libertà: libertà di, libertà da, libertà per, libertà con …
Consapevolezza e libertà vengono scritte e affermate a gran voce dappertutto. Sono altrettanto vissute?
Legàmi e intrecci tra consapevolezza e libertà.
Esiste la libertà senza consapevolezza? E la consapevolezza senza libertà? Non c’è libertà senza consapevolezza e non c’è consapevolezza senza libertà.
C’è prima la libertà o c’è prima la consapevolezza?
La consapevolezza e la libertà raggiunte fanno cadere ogni narrazione, ogni interpretazione, ogni mappa; perfino ogni descrizione, perché anche una descrizione è una forma di interpretazione. Questa condizione è raggiunta dagli illuminati, dai risorti di cui sentiamo parlare nei miti, nelle religioni: è una condizione d’arrivo di un  lungo cammino.
Quindi, prima di quella mèta, prima di aver fatto anche un solo passo in quel cammino, possiamo onestamente parlare di libertà e di consapevolezza?”

Spesso mi sento che sto abbracciando l’intera umanità, di prima, di adesso, di dopo. Un abbraccio di infinita dolcezza per ogni passo ogni respiro ogni lacrima ogni sorriso. Un abbraccio di tenerezza per ogni errore, per ogni incertezza, per ogni ferrea e sbagliata convinzione.
Non avremmo voluto così, se avessimo potuto scegliere. La libertà si configura come re-azione, come risposta, ed è già tanto.
Ma rimane ancora come domanda.

Diventare Esseri Consapevoli è il Nostro Compito. Questo ci rende Esseri Liberi.

galassia-91067.660x368

279. perché sono d’accordo con mia madre

‘Le intenzioni più belle non creano risultati buoni se il processo di gestione non viene costruito in modo inclusivo, se uno spazio di discussione non viene proposto per ascoltare, interagire e crescere insieme. Creare queste condizioni richiede molto lavoro ma permette alla fine uno scambio generativo e resiliente che cambia il senso di appartenenza di una comunità e porta risultati concreti e solitamente duraturi.’
SUSAN GEORGE, CHIARA L. PIGNARIS, a cura di, Coltivare la partecipazione, Ed. la Meridiana 2020

Volgendo a concludere a breve -o, almeno, sospendere per qualche tempo-  l’esperienza di questo blog, desidero ancora riflettere un po’ in questo spazio. Stavolta è su qualcosa che per me è importante da tempo e che mi si è riproposto con urgenza dopo un ricordo raccontato da mia madre.
La riflessione parte da una situazione personale e particolare, ma, dal mio punto di vista, interessa il vasto campo delle relazioni in generale.
Riguarda le diverse visioni del mondo, le diverse mappe di convinzioni che generano i nostri comportamenti. Riguarda il linguaggio, anch’esso una mappa fondamentale. Riguarda l’ ”incarnarsi” nella realtà di tutte le belle parole e i grandi concetti che ci sembra guidino la nostra vita. Riguarda il nostro “da che parte stare”.
Il ricordo raccontato da mia madre mi rende necessaria una risposta sul perché io mi trovi d’accordo con lei e, per tentare di farlo, mi servo delle poche cose che so riguardo alle pochissime cose che so 🙂
Il post è lungo, ma non è una novità da queste mie parti.

Il ricordo risale a quando mia madre era una adolescente – fine 15, inizio 16 anni -, non era ancora fidanzata con mio padre, che ha otto anni più di lei.
Mia madre si chiama Elena, mio padre Enzo.
Poi c’è una ragazza di nome Francesca, appartiene al giro di amici di mio padre, ed è più grande di lui di qualche anno.
A un certo punto Francesca comincia a dare fastidio a Elena, in tanti modi: si fa trovare sulle strade che percorre Elena, inizia a frequentare la sartoria dove Elena lavora … e ogni volta parla con Elena cercando di coinvolgerla in cose che riguardano la vita di Enzo, e anche cose del tipo che lui è fidanzato con lei, che Elena deve lasciarlo perdere, ecc.  Elena sollecita Francesca a parlare con Enzo, le dice che lui è libero, le dice che lei non ha nulla a che fare con lui. Ma Enzo ha parlato con i suoi amici, ha detto che Elena è una bella ragazza … e, infatti, dopo un po’ di tempo si fidanzano. Sicuramente Francesca, frequentando gli stessi amici e le stesse amiche di Enzo, ha sentito o le sono state riportate le parole di Enzo riferite a Elena e, siccome a lei Enzo piace, decide di assumere questo comportamento persecutorio verso Elena. Elena, dopo aver a lungo resistito, dopo aver invitato Francesca a smetterla e a parlare direttamente con Enzo, dopo aver taciuto con Enzo ed essendone diventata nel frattempo la fidanzata, un giorno decide di parlare a Enzo. Elena si trova in una situazione difficile, ha forse anche bisogno di aiuto, di essere ascoltata, di confrontarsi. Racconta a Enzo la situazione e, con molta semplicità, gli dice anche che se lui ha una storia con Francesca, deve semplicemente lasciar perdere lei. Nella sua posizione di fidanzata, l’invito a scegliere è totalmente legittimo e condivisibile.
Enzo chiede a Elena che cosa ha risposto a Francesca ed ottiene da Elena delucidazioni. Successivamente, Enzo parla con Francesca, e poi va da Elena e le dice che da quel momento in poi deve stare tranquilla, non sarà più infastidita e che, se dovesse succedere ancora, lo deve dire a lui.

Sono d’accordo.
Gli eventi ricordati da mia madre somigliano, inoltre, in modo incredibile a un’esperienza vissuta da una mia amica, quindi, ricordando a mia volta l’esperienza vissuta dalla mia amica (ma con esiti diversi, cioè negativi), chiedo a mia madre se avrebbe fatto allo stesso modo anche se, invece di essere fidanzata con mio padre, ne fosse stata amica. Mi risponde di sì.
Sono d’accordo.
Sempre ricordando l’esperienza dell’amica, le chiedo cosa avrebbe fatto se mio padre, da fidanzato o da amico, le avesse detto “vedetevela tra voi due”. Lei mi risponde che si sarebbe allontanata da un amico così, figuriamoci dal fidanzato.
Sono d’accordo.

Perché sono d’accordo? Questa è la riflessione.
Mentre il perché mi è chiaro se penso a due fidanzati, lo è meno se penso ad amici. Ma sento di essere d’accordo.

Ricordo un gioco che si faceva quando ero adolescente: chi salveresti o chi butteresti giù da una torre. Il gioco include l’idea dello schierarsi, e lo schierarsi è un termine di guerra, di contrapposizione, di “o io” “o tu”.
Se parlo di Amore, se parlo dell’Altro, se parlo di Condivisione (e io ne parlo) … chi salvo, chi butto giù dalla torre? Ed è proprio necessario salvare qualcuno e buttare qualcun altro giù dalla torre?
Nel gioco ci sono presupposti ingannevoli: che ci sia una torre poco capiente :-), che qualcuno debba essere salvato e qualcuno no, che qualcuno sia esterno alla situazione e che abbia il potere su altre vite, ecc.
Ché poi sono alcuni dei presupposti ingannevoli che sembrano sempre più guidare il mondo.
Però è anche vero che nella quotidianità ci troviamo spesso-a-volte-ogni-tanto a metterci da una parte o da un’altra, a scegliere da che parte stare. Crediamo in qualcosa: valori, una fede, convinzioni che ci fanno ‘frequentare’, intimamente ed esteriormente, alcuni ambiti e non altri. Come facciamo a scegliere quello e non altro? Cosa ci guida? A chi diamo ragione e perché?

Ripropongo l’accaduto astraendo il più possibile, per cercare di semplificare, ma intendendo il termine “semplificare” come passo e segmento dentro il criterio di complessità.

A, B e C sono tre persone che si conoscono a vario titolo e in vario modo.
A comincia ad agire un comportamento provocatorio e scorretto con B e di nascosto di C, di cui A dice cose brutte e non verificabili da B. B vive un grande disagio. B, entrata in maggior confidenza e intimità con C, e dopo aver cercato in tutti i modi di fermare A, coinvolge C e gli racconta cosa sta avvenendo.
C si lascia coinvolgere, entra in relazione con tutti i componenti del gruppo, compreso se stesso; ‘si sporca le mani’, come si diceva anni fa con un significato positivo (entra in gioco, si impegna in un contesto che necessita o di aiuto o di chiarezza, ecc.). C fa anche una cosa molto bella: chiede maggiori informazioni, cioè esprime fiducia, esprime volontà di chiarezza, esprime “essere in relazione con”.
C non si sente superiore ad A e B, non si lava le mani a mo’ di Pilato, non si mette fuori dalla torre a salvare o a buttare giù, accoglie invece le parole di B (forse anche la sua preoccupazione per C, forse anche un certo timore di B, un bisogno di B, B che si configura come Alterità), parla con A, tutela l’amicizia mettendosi in gioco nell’amicizia stessa, si espone, si mette alla pari “con” (e non “di”) A e B.
Quindi C si mette alla pari con A e B, sceglie di esser-ci (in quel luogo, in quel contesto, in quell’insieme che si è formato); evita di mettersi in una posizione di potere, e crea invece una rete di condivisione e riflessione comune.
Sceglie di esserci, di mettersi dentro la situazione; si sente coinvolto.
Se sei fidanzato, è auspicabile che scegli la chiarezza, la sincerità, l’esserci  … e la fidanzata.
Se sei amico, è auspicabile che scegli la chiarezza, la sincerità, l’esserci … e poi, caso mai, se vuoi, scegli A o B, ma questo è un livello successivo.
Esser-ci, lasciarsi coinvolgere, accogliere: ecco un motivo per cui sono d’accordo con mia madre.

Per riflettere in un modo che a me sembra più completo, includo e unisco l’esito ‘positivo’ dell’esperienza di mia madre (B) e quella con esito ‘negativo’ della mia amica (che sarà, quindi, anch’essa B).
Come già accennato, la mia amica ebbe un’esperienza simile, simile poiché lei non era fidanzata con la persona che usò verso di lei il comportamento di esclusione; inoltre, quell’episodio simile a quello di mia madre non fu l’unico negativo e offensivo che la mia amica si trovò a vivere in quella relazione amicale o simil-amicale. Ma io rifletterò, proprio per la somiglianza, solo su quell’episodio che, peraltro, provocò alla mia amica anche l’accusa di ‘spia” da parte del suo elegantissimo simil-amico.
Quindi, tenendo presente l’unione delle due esperienze, continuerò a usare A per indicare la persona dal comportamento persecutorio, B per indicare la persona perseguitata (si potrebbe anche dire stalkerata) e C per indicare la persona che in un caso tende alla soluzione e nell’altro se ne lava le mani.
Assumiamo quindi che A e B sono di genere femminile e C di genere maschile, così evito la doppia desinenza grammaticale di genere.

Il concetto di fondo, quello che sostiene tutto, è  la VISIONE DEL MONDO che ha ognuno di noi, e dove troviamo ciò che ci guida e che è osservabile da diversi punti di vista. Quelli che seguono sono quelli con cui mi sono esercitata.

 

1. LINGUAGGIO E INTERPRETAZIONI
“Vedetevela tra voi due”
Dentro una visione del mondo agisce un linguaggio, con i suoi elementi grammaticali e le sue strutture sintattiche e con i suoi significati. Cambia il linguaggio usato e cambia la mappa/percezione del mondo e viceversa.
Qui intendo sottolineare l’uso dei pronomi. Un pronome viene usato al posto del nome, e anche se il contesto comunicativo rende chiaro a chi ci si riferisce, si sta comunque usando una generalizzazione. In questo modo, nella percezione i soggetti vengono opacizzati, le persone reali si fanno un po’ distanti, anche se questa opacizzazione non è percepita a livello cosciente.
Particolarmente, richiamo l’attenzione sui pronomi personali soggetto: io, tu, egli, ella, esso, essa, noi, voi, essi, esse, loro: “lui è fidanzato con me”, “se tu sei fidanzato con lei”, ecc..
In italiano spesso sono poco evidenziati, perché la persona viene indicata ed è riconoscibile dalla desinenza del verbo.
Il pronome non viene solo usato per costruire frasi grammaticalmente corrette, senza ripetizioni … sì, è utile, ma sottolinea anche una certa distanza fisica … ed emotiva: “vedetevela tra voi due”; “lui è straniero, lei è di un’altra razza”; “tu sei sfigato, loro sono fighi”; “noi siamo in gamba, voi fate schifo”.
Cominciano a crearsi gli insiemi, i confini i cui spazi interni sono percepiti come fondati su somiglianze, rassicuranti somiglianze, somiglianze che escludono ciò che non somiglia.
Anche gli aggettivi possessivi danno il loro contributo in questa riflessione: il mio fidanzato, la tua amica, il suo amico, i nostri amici, le nostre amiche ecc … Gli aggettivi aprono un po’ l’orizzonte rispetto ai pronomi, perché devono accompagnare il nome: “il mio tavolo” è una frase che dice a cosa mi riferisco; se dico invece “il mio”, pur essendo chiaro dal contesto che parlo del tavolo, ecco che avviene quell’opacizzazione di cui parlavo prima.
Notevole è poi il possibile contributo negativo dei pronomi possessivi: mio, tuo, suo, nostro, vostro, loro; che diventano anche, a volte, il mio/la mia, il tuo/la tua, il suo/la sua, il nostro, la nostra ecc.; cioè vengono usati in modo assoluto. Per esempio, “il mio”, utilizzato in questo senso assoluto, può indicare tutti i miei possedimenti, il mio pensiero, il mio modo di vedere, ciò che considero il mio mondo e, spesso, questo uso ha il significato “mio, e guai a chi me lo tocca”.
Questo uso è esclusivo, è oppositivo, crea contrasti e distanze, cioè: si dice ‘il mio’ per esprimere convinzioni del tipo “il mio si’”/ “il tuo no”; “il mio” ha diritto di esistere,” il tuo” no … il mio sentimento, la mia emozione, il mio mondo, la mia nazione, la mia amica, il mio fidanzato … tutto questo “mio” è “sì”, il resto è “no”.
E sulla base di ciò vengono fatte tante scelte, in ogni campo, ad ogni livello. Giù dalla torre, rimani sulla torre.
Ed è anche ciò che impedisce di “esser-ci”, di lasciarsi coinvolgere, di mettersi in gioco; è ciò che ci fa creare confini continuamente, buttando fuori di essi quello che non è inteso come “mio”.

Così è la mappa disegnata da questi elementi della lingua, così è la loro narrazione generale.
Non per tutti, per fortuna.
Fortunatamente, per qualcuno dire “io-mio” non significa far del male a “tu-tuo, lui-suo, ecc”; per qualcuno dire “io” non è buttare giù dalla torre “tu, lui-lei, loro”. Al contrario, è uscire da questi ingannevoli giochi, è percepirsi in modo connesso con l’esistente, è trovare soluzioni inclusive, inclusive anche di se stess*.
Amare il “mio” non significa odiare il “tuo”. Per qualcuno, per fortuna, esistono le sfumature, le differenze.
Qualcuno sa amare in modo diversificato le diversità che incontra, sa mettersi in gioco dentro gli eventi: ecco, qualcuno lo sa fare, qualcuno non tira una riga dove tutti devono rientrare in egual modo, fatta eccezione, all’occasione, proprio per se stess*.
Per fortuna esiste chi dice “mio” senza spazzare via “tuo, suo, loro”.

Però, purtroppo, questi inclusivi modi di vedere il mondo e di comportarsi sembrano essere in minoranza, e sono cancellati dalla lettura prevaricatrice del modo dominante; così, se, per esempio, una persona ragiona di amore con un’altra, ciò viene letto come sicuramente lesivo di una terza.
Molto facilmente, purtroppo, si mettono in campo fallacie logiche, bias cognitivi, equivalenze arbitrarie. Si entra nelle interpretazioni.
Ad esempio: la frase “Alfa ama una persona”, diventa facilmente “Alfa ama ‘solo’ quella persona”, che diventa sicuramente “Poiché Alfa ama solo quella persona, allora Alfa odia gli altri”. Con aggiunta di giudizio morale “quindi è cattiva”.
Ecco, allora, un turbinio di pareri personali fondati sul nulla, una continua alterazione del senso che l’Altro aveva dato alle sue proprie parole; per rimanere nel fatto accaduto alla mia amica: B chiede aiuto, ha un bisogno; C legge le parole di B totalmente dal proprio punto di vista esclusivo, giudicante, distante. C si sente infastidito da B, C non vuole entrare nella relazione e, quindi,“vedetevela tra voi due”.
Ecco, allora, un turbinio di affermazioni apodittiche, dove il verbo “è” spadroneggia tra la prima parte della frase e la seconda: A è cattivo-a; B è una spia, C è un-a menefreghista. “E’ così”: definizioni assolute.
Ecco, allora, che si blocca quello che dovrebbe essere un processo relazionale fluido, si blocca fondandosi su concetti di esclusione, pronomi  che annullano i soggetti e quindi le differenze.
Se dico mio marito, il mio amico, (aggettivi possessivi uniti a nomi comuni di persona) opacizzo il soggetto rispetto all’uso del nome proprio; il nome proprio, invece, scollega il soggetto da me e lo evidenzia come tale nelle relazioni, aiuta a mettere a fuoco la sua unica storia personale. Figuriamoci quanta distante appropriazione avviene con i pronomi ‘il mio’, il ‘suo’, ‘il tuo’ … Confini, voglia di creare confini, muri, distanze, disinteressarsi …

Per me non è così, posso scegliere un campo in cui agire, persone con cui stare perché non sarà mai contro qualcuno, ma sarà allenamento per saper stare con più diversità possibili, o sapermene allontanare come rispetto della scelta dell’Altro, senza insistere con la mia presenza.
Se dico “il mio”, non dico “non-il-tuo”, per cui mi risulta facile coinvolgermi e coinvolgere.
E questo, come ho già detto, è  uno dei motivi importanti per cui sono d’accordo con il comportamento di mia madre e con la sua opinione estesa, oltre al piano dell’amore di coppia, anche al campo dell’amicizia.
Un* amic* si lascia coinvolgere: si sente dentro un “noi”, non allontana usando quel “voi” che, nell’esperienza della mia amica, ammassa A e B.
Perché, ripeto, dovrei allontanarmi da un amico che dovesse dirmi “risolvete tra voi due” una questione che riguarda anche lui?
Perché lui, in modo lapalissianamente lampante, non si sente amico,  non si sente parte, ma super partes … fuori dalla torre … e, quindi, rispetto la sua posizione di non amico con me, me ne vado, non c’è da convincere nessuno.

Perché c’è anche in atto un gioco di potere -come nel gioco della torre-, e in questo caso il potere si manifesta con una delle sue più tipiche caratteristiche, quella, cioè, di gestire le informazioni, di averne di più rispetto a chi sottomette. Sono vani gli sforzi di B per portare alla luce collettiva le informazioni, per poterle condividere e discutere insieme.
C potrebbe parlare con A e B contemporaneamente, ma non lo fa.
Che ci vada bene o no, ognuno si comporta secondo la propria visione del mondo.
L’educazione, la crescita individuale e collettiva si attua con l’incontro tra questa personale visione del mondo e l’arricchimento continuo derivante da altre visioni del mondo. Lo sbilanciamento da una parte o dall’altra limita o azzera lo sviluppo.
A, B e C hanno tutt* e tre parti interiori da far crescere, da far evolvere, ma chi se ne rende conto dei tre? Chi vuole farlo? Non potrebbe essere proprio il comportamento di B a innescare una crescita collettiva, del gruppo? Ma il suo tentativo di coinvolgimento, dovuto anche al fatto di essersi trovata in mezzo a due fuochi, fallisce sia con A che con C, oltre ad essere malamente interpretato e frainteso dalle personali visioni del mondo di A e di C.

 

2. IL “DUE”: SEPARAZIONI E DICOTOMIZZAZIONI
Dentro una visione del mondo c’è anche una tendenza al “due” in senso contrappositivo.
E’ una caratteristica dell’Occidente, abituato a pensare in termini binari, per opposti inconciliabili, o bianco o nero, senza sfumature in mezzo e, aggiungerei, senza considerare tutti gli altri colori 🙂
In termini linguistici, un trionfo della più restrittiva congiunzione disgiuntiva, un peana della “o”: molto, molto alla base dei valori e dei concetti che ci fanno da guida.
A volte mi sorge il dubbio che qua in Occidente abbiamo troppo a lungo frequentato quell’idea di Platone 🙂 per cui ogni essere umano è una metà di un intero, e andiamo in giro per il mondo a cercare l’altra nostra metà. Per quanto romantica possa sembrare quest’idea, vivere sentendosi metà certamente non aiuta. Per questo ci sentiamo così fragili? E’ perché ci pensiamo, e quindi percepiamo, come un “Uno- mio” che non può essere tale se non fatto da due metà???? Tutto ciò potrebbe generare uno sguardo limitato, che non vede il tre, il quattro il cinque … che non vede i contesti … che vede solo sé stesso (come il Punto nel romanzo ‘Flatlandia’), e in questa totale fragilità autopercettiva e inconscia, il soggetto compensa la fragilità spesso ponendosi nella posizione di colui/colei che può decidere chi buttare giù dalla torre o chi salvare, cioè in una illusoria posizione di totipotenza.

E questo è un altro dei motivi per cui sono d’accordo con mia madre: se si è capaci di superare le dicotomizzazioni e affacciarsi al più vasto orizzonte di connessioni e integrazioni, si è anche amic* che nemmeno riescono a pensare una frase del tipo “vedetevela tra voi due”, ma riescono a mettersi in gioco, scegliendo ogni elemento presente e coinvolto e, se necessario, ne integrano anche di esterni per continuare il cammino insieme.

 

3. LA SCELTA
Dentro una visione del mondo c’è il criterio di scelta, che spesso si evidenzia in maniera oppositiva e contrastiva rispetto a ciò che non è scelto, e alcune forme della lingua, come i pronomi di cui sopra, ne evidenziano bene l’essenza dicotomizzante  e separatoria.

Due ricordi mi possono aiutare.

Il primo ricordo concerne una scena a cui ho assistito in treno anni fa.
Nei due sedili al di là del corridoio, di fronte a me, erano seduti un uomo e una donna. Vedendo il loro modo di relazionarsi, avevo distrattamente pensato che fossero in buoni rapporti d’amicizia, almeno d’amicizia. Leggevo, ma ogni tanto mi giungevano loro parole, pezzetti di frasi. A un tratto sento lei che, quasi con tono scherzoso, chiede a lui: “Perché non mi dai l’amicizia su fb? Te l’ho chiesta da tanto tempo”, e lui che subito risponde: “Devo difendere i miei amici”. Alzai gli occhi e vidi il volto di lei sbiancare, irrigidirsi; sentii la sua voce frenare un dolore e un’ira che stavano dilagando in lei mentre diceva: “E io cosa sono per te, allora?”
Lo confesso, mi alzai e cambiai vagone, per resistere alla tentazione di intervenire. In difesa di lei, chiaramente:-)
E questo è un altro dei motivi per cui sono d’accordo con mia madre.
Anche C ha chiarito a B che B non è su* amic*; C ha scavato sicuramente un solco tra sé e B, ha messo un confine, dice ”non è cosa che mi riguarda”: e quando si dice “ non è cosa che mi riguarda”, mediamente (sempre per il pensiero oppositivo-dicotomizzante) si afferma anche che c’è qualcos’altro che invece l* riguarda. Certamente non è B l’interesse (anche ) di C.

Il secondo ricordo concerne una conversazione con mio padre sulla separazione.
Lui, già un vecchio saggio, io appena separata. Parlavamo della separazione e lui sosteneva che non ci si debba separare. Io insistevo, gli dicevo che ci si può trovare in una situazione di doverlo fare, nonostante tutti i principi e i valori che la persona aveva lo ‘vietavano’. E lui disse così: “Prima di fare una scelta ci si deve pensare mille, un milione di volte … specialmente poi se coinvolge altre persone. Poi, fatta una scelta, si è fedeli a quella, anche nelle difficoltà. Non devi essere tu a venir meno in quella scelta … ma … se è lAltr* a venir meno, sì, allora puoi andartene … diventa anche una forma di rispetto, oltre che per te, anche per la scelta dell’Altr* di venir meno alla promessa, di non voler più stare con te …”
“Vale per tutto? Vale per il matrimonio, vale per l’amicizia … vale anche per chi ha fatto una scelta di vita religiosa?” E lui, uomo molto religioso, mi rispose “Sì. Anche un’istituzione può venir meno al patto, può tradire.”

E questo è un altro dei motivi per cui sono d’accordo con mia madre.
C è venuto-a meno, è venuto meno per primo all’interno del rapporto, ha dimostrato di non voler superare“ insieme” quel momento di difficoltà.

Rispetto alla scelta, io trovo molto interessante il pensiero di Jiddu Krishnamurti, una visione dove si intrecciano in una forma suprema e profonda i criteri della scelta e della libertà, e che rimandano all’Essere, al punto in cui si è in quel momento della vita. Essere-divenire-essere-divenire …
Già citato in questo blog, riporto ancora una volta qui sue frasi.
“Non pensiamo di essere liberi perché facciamo delle scelte; la scelta esiste soltanto quando la mente è confusa. Quando la mente è chiara la scelta non esiste. Quando voi vedete le cose con grande chiarezza, senza distorsioni, senza illusioni, allora la scelta non esiste. Una mente che non sceglie è una mente libera, ma una mente che sceglie, e quindi mette in atto una serie di conflitti e di contraddizioni, non è mai libera, perché è confusa in se stessa, divisa, frammentata.”
“La scelta c’è dove c’è confusione. Per la mente che vede con chiarezza non c’è necessità di scelta, c’è azione. Penso che molti problemi scaturiscano dal dire che siamo liberi di scegliere, che la scelta significa libertà. Al contrario io direi che la scelta significa una mente confusa, e perciò non libera.”

E’ qui egregiamente evidenziata la completa e perfetta unione tra pensiero e comportamento.

In queste frasi c’è già la spiegazione del fatto che a un* amic*  non verrebbe nemmeno in mente di buttare già dalla torre qualche amic* per salvarne altr*, di rispondere “vedetevela voi due” o “devo difendere i miei amici” o altro. Se lo si dice, lo si pensa, lo si “è”. La questione è semplice: C non si sente amico di B.

A, B e C sono in rapporto.  C, con il suo “vedetevela tra voi due” dimostra  incapacità di inserirsi e sentirsi nel rapporto; attiva uno sguardo dall’alto di un ‘io’ che guarda ‘voi-loro’ da lontano e si tira fuori, o si è già tirato fuori dal rapporto amicale, o non vi è mai entrato.
Sporcarsi le mani, sentirsi nelle relazioni, entrarci. C non è stato capace di sentire-accogliere la sofferenza di B, e, qualora B avesse sbagliato, neanche di accogliere il suo errore, insomma , C si fa i fatti propri, dimostra di non essere amico di B.
C lascia che siano A e B a risolvere una situazione e, in questo modo, la configura come un combattimento, un agone tra due parti schierate.
Ma la situazione proposta da B non è nei termini di vincere o perdere, è nel significato di avere cura dello stare insieme.
Nel mettersi al di fuori e sopra (sbrigatevela tra voi), C si schiera comunque, si distanzia da B, lascia B nel suo conflitto, lascia B in solitudine.  C si schiera: se non apertamente con A (ma anche sì), apertamente e sicuramente si schiera con se stesso, svilendo B .
C “non E'” amico di B.
Tutto diventa semplice se ci spostiamo sul piano dell’Essere, piano con cui arricchiamo profondamente  il verbo “essere”, ma così tanto profondamente da toglierlo dalle pastoie apodittiche per riportarlo, invece, nel piano etico, assertivo, partecipativo, connesso, e ampliarlo all’Esser-Ci.

C “non è” amico di B .
E questo è un altro dei motivi per cui sono d’accordo con mia madre.

 

4. IDEE E VALORI E VITA QUOTIDIANA
“Voler bene al mondo, a tutt*”: è una tipica espressione con cui spesso ci illudiamo di essere presenti, ma  ci dobbiamo spostare fisicamente per essere davvero nei luoghi del mondo, dobbiamo ‘esser-ci’ con le persone, nel mondo, per poter mostrare e dimostrare il nostro voler bene ‘a tutt*’.
La fisicità e la vicinanza fanno la differenza.
Una “mente non frammentata” agisce con coerenza nella realtà dei fatti e dei rapporti i valori che la guidano, non li lascia solo al livello di belle parole, bensì li incarna.
Grandi parole in generale, facili a dire da lontano, quando si è fuori dallo spazio-tempo in cui siamo incarnati, quando i fatti a cui si riferiscono accadono lontano da noi.
E infatti, sappiamo davvero come sarebbe il nostro comportamento se andassimo fisicamente dove tutto l’amore declamato deve diventare gesto parola silenzio?

C’è bisogno, dello spazio-tempo della quotidianità per sperimentare l’amore, l’affetto, l’empatia, in generale i nostri sentimenti e le nostre emozioni. Proviamo emozioni e sentimenti per persone e fatti che vivono e-o accadono lontano da noi, ma li esprimiamo e li agiamo sempre e comunque nello spazio-tempo dove viviamo.
In questo spazio-tempo dove viviamo si incarnano e si manifestano i concetti di mio, tuo, suo, nostro, vostro, loro. E’ qui che accadono le possibili distinzioni. Famiglia, comunità, luogo di lavoro sono gli spazio-tempo, cioè tutti i luoghi dove, di volta in volta, siamo-esistiamo-viviamo. Dobbiamo spostarci fisicamente per essere in un altro spazio-tempo e viverlo (il più possibile) dal vero, nella realtà delle cose e degli accadimenti. Almeno, questo avviene allo stato attuale delle cose, della nostra evoluzione, e del come ci percepiamo.

Nello spazio-tempo si creano legami, priorità, inclusioni, esclusioni, cioè si creano ambiti diversi di intimità. Una coppia ha un legame- ambito-comune-spazio-tempo che non è lo stesso che ognuno dei due (della coppia) stabilisce con un amico, con un’amica, una cugina, un vicino di casa.
Oh, si riesce così facilmente a far del male anche nello spazio-tempo in cui viviamo, alle persone con cui viviamo nello spazio-tempo, nonostante le nostre belle parole declamate, i bei concetti espressi. Il rischio delle belle idee è di viverle solo nei pensieri, come convinzioni su di sé e il mondo, ma che non diventano azioni; il rischio è di tradire la realtà, di non volerla né vederla più, se non è uguale a quei concetti: e quindi di fare diventare mappa la realtà, cioè un’interpretazione, un limite, una narrazione.

Trovo meraviglioso che la vita ci dia una misura; lo spazio-tempo entro cui apprendere … e per me, ciò non significa che amo solo “i miei” affini-vicini di uno spazio-tempo codificato e ripetitivo; anzi, questo amore sperimentato nel limite, mi permette di ampliare quel limite, quel confine, e comunque, per me, significa che i “miei” sono quelli con cui mi confronto nell’attimo in presenza, e quindi i ‘miei’ possono diventare tutti coloro che incontro e frequento nello spazio-tempo diveniente.
La con-vivenza ci dà la misura: il limite e il possibile, il continuo confrontarsi e formularsi e riformularsi nell’incontro fisico, nella relazione fisica, nel “con”.

Due punti fondamentali, inscindibili: “Con chi – In questo momento” si fanno linee guida per connessioni continue e progressive.
Scelta intesa come ‘essere’ ed ‘esser-ci’ e capacità di mettersi in gioco nelle relazioni.
E gesti che facciamo, leggibili dall’esterno, fisici, inseriti nello spazio-tempo.

E’ necessario anche per far crescere l’intero gruppo. E chi è fuori da quel ‘con’ non è necessariamente escluso o odiato, è in un livello dove, addirittura, ci si può dirigere attraverso quel “con chi”: l’escluso può essere quella diversità necessaria alla crescita del sistema.
Invece, attraverso la semplificazione e la superficialità si arriva a dire che “con” è uguale a “contro qualcun altro”.
Impariamo a stare “con-da tutte le parti” 🙂
Allora, multidimensionalizziamoci, impariamo a muoverci con criteri sistemici.

Mia madre voleva muoversi con criteri sistemici, giocarsi nel “con”, far crescere il sistema relazionale.
Ecco perché io sono d’accordo con lei.

 

Troppe volte le belle e alte parole degli ideali che ci sembra ci guidino si infrangono sugli scogli della vita, rompendosi in mille inutili pezzi e avendo come esito comportamenti opposti a quegli ideali.
Tante volte è successo che proprio dalle più belle parole ho imparato che nella pratica non c’è perdono; che c’è chiusura; che si ha più cura del sentirsi offesi che dell’aprirsi alla comprensione di ciò che ci ha portati all’incomprensione.
Viviamo in una confusione su noi stessi, sul mondo e sulla relazione tra noi e il mondo. C’è bisogno di riflettere. Io lo faccio come posso e come so, nel senso dell’essere in cammino.
Ritengo fondamentale la consapevolezza, di cui tante volte ho scritto in questo blog. Allargare le mappe, superare i confini: abitare gli interstizi, cercare la struttura che connette, per dirla con Bateson.
Traduco tutto ciò con “amare”, che significa anche aprire il nostro cassetto interiore dove abbiamo apposto questa targhetta, e vedere se quello che ci abbiamo messo dentro è proprio “amare”.
Non ci sono “torri” in quei luoghi dell’amare, non c’è l’idea di buttar giù qualcuno, di escludere; bensì ci sono abitudini al confronto, all’ascolto, al farsi carico, alla crescita del sistema.
Come facciamo a capirlo?
Siamo esseri divenienti, dotati di immaginazione e neuroplasticità, cioè esseri in apprendimento, capaci di confrontarci, quindi possiamo farlo.
Consapevolezza e responsabilità.

mente universo

278. Juan Vicente Piqueras

Vigilia di restare
Tutto è pronto: la valigia,
le camicie, le mappe, la fatua speranza.
Mi spolvero le palpebre.
Ho messo all’occhiello
la rosa dei venti.
Tutto è pronto: il mare, l’atlante, l’aria.
Mi manca solo il quando, il dove,
un diario di bordo, le carte
di navigazione, venti a favore,
il coraggio e qualcuno che mi ami
come non so amarmi io.
La nave che non c’è, le mani attonite,
lo sguardo intento, le imboscate,
il filo ombelicale dell’orizzonte
che sottolinea questi versi sospesi…

Tutto è pronto. Sul serio. Invano.

Juan Vicente Piqueras, Víspera de quedarse – Vigilia di restare, in Palme, ed. Empirìa 2005
IMG_20190412_171035 (2)
Oceano Nuziale

Questa storia comincia molto prima di noi.
Ci sono volute età di dolore e d’oro,
di pietra e di acqua antica, glaciazioni,
battaglie e lamenti, secoli, soffi,
una sera di marzo all’Isla Negra,
caverne, vulcani, libri, guerre, aquile,
stelle, formiche, ponti, labbra, tunnel,
poesie, caramelle, Carmen, rose
che Luis rubava per regalarle a te.

Ci sono voluti mari manoscritti,
madri che ci hanno allattato, tempeste,
tori di neve, navi, nubi, foglie
che cadono al suolo in un giardino in Cile
quando nessuno le vede,
miserie e miracoli, per giungere qui,
sulle sponde di questo oceano nuziale,
del vostro amore che sta ricominciando.

Ci sono volute, persino,
cose che non c’era bisogno che accadessero:
tiranni, per esempio,
che non sanno, poverini, che l’amore li tollera e li usa per diventare più forte,
e che laddove seminano la loro impotenza,
il seme putrefatto del non posso,
la vita riesce a far crescere, nella sua pazienza,
la rosa regalata del sì voglio.
Questa storia comincia molto prima di noi,
e non ha fine.

Ci è mancato poco che non accadesse, e tuttavia
è accaduta, siamo qui, a battezzarci
nelle acque benedette
del vostro nostro oceano nuziale.

Oggi la vita è un sì. Ha senso.
L’amore, come il mare, non dorme mai.
E la marea cresce anche se nessuno la guarda.
Avete attraversato anni, paesi, pagine
per arrivare qui. E tanti auguri.

Juan Vicente Piqueras, Oceano Nuziale, in Vigilia di restare, Multimedia Edizioni, 2017

download

277. non-autobiografia – siamo terre incognite

AUTOBIOGRAFIA SRAGIONATA E DISARTICOLATA, VERA E INVENTATA QUANTO PIU’ POSSIBILE

La nascita e il nome

Una, cioè io, nasce nel 1957 in un piccolissimo paesino dell’Umbria, in una casa di 4 vani abitata già da 6 adulti alti e grossi: non va bene, lo voglio dire, già non va bene, così. La densità demografica era enorme, in quella casa, e non solo per numero, ma anche per stazza.
E che fa, una, cioè io?
Richiama la cicogna?
No, non può. Nasce e dice “che dio me la mandi buona”. E visto che la conoscenza del mondo si limitava, giustamente, alla tetta materna, l’ignara bambina che ero pensò subito di essere stata esaudita assaggiando il capezzolo della mamma.
Divenni dunque credente già nelle prime fasce.

Mi servì subito quella fede.
Perché, insomma, quando nasce un bimbo o una bimba in famiglia si fa festa, si fa silenzio, si canta, che si fa? No, dico, anche nell’Umbria degli anni CinquantaQuasiSessanta, un po’di contentezza ci sarà stata per una nuova nascita, no?

Pare ci sia stata, si sussurra che le scale che portavano alla camera dove stavo nascendo fossero piene di amiche della mamma, che mio padre stesse gironzolando nervoso di sotto.
E’ femmina.

Femmina.
Mia madre voleva chiamarmi Pierluigi se fossi nata maschio, Mara se fossi nata femmina.
Ora, dove avesse recuperato quel nome femminile così inusuale è cosa ancora avvolta nel mistero. Interrogata, ancora risponde di non ricordare, o che forse c’era non sa quale personaggio famoso di nome Tamara, o chissà….

Mio padre voleva chiamarmi Giuseppe se fossi nata maschio.
Con questa sola opzione: maschio.
No, non voleva assolutamente e solo un maschio,  pensava anche a una possibile figlia femmina e per il nome concordava con quello scelto da mia madre.

Così, dopo essere nata femmina, quanto prima mio padre andò a iscrivermi all’anagrafe col nome Mara.
Al suo rientro a casa, scoppiò la guerra. In casa, intendo; magari anche una guerra in qualche parte del mondo, da poter disegnare con fumetto americano stile anni cinquanta, da poter mischiare con storie di supereroi e supereroine, ché mi servirebbero già, a questo punto della mia storia, poteri soprannaturali e muscoli ipersviluppati per affrontare, bimba di pochi giorni, quello che successe nella casa di 4 vani sovraffollata da 6 adulti alti e grossi grossi e che invece mi piacerebbe ancora adesso fossero stati grandi grandi.

Beh, insomma, che ci vuole ad avere uno zio, fratello di padre, disperso in Russia durante la seconda guerra mondiale? Niente, ci vuole. E infatti ce lo mettiamo, c’era proprio questo zio disperso sul Don, uno zio bello e di salute delicata, morto in mezzo alla neve bianca e alle bufere, con ai piedi scarpe di cartone, giovane e amico del medico condotto del paese, interessato più  alle conoscenze dell’arte di Asclepio che all’attività muratoriale di famiglia.

E che ci vuole che questo zio si chiami Luigi? Ah, ancora meno di niente, uno dei nomi più diffusi in Italia.

Quindi, quando mio padre tornò dopo avermi iscritta all’anagrafe col nome Mara, a casa scoppiò la nostra familiare terza guerra mondiale, perché i nonni si infuriarono con questo nome: e che non mi avevano chiamato Luigia in ricordo dell’amato zio, e che è una vergogna, e che basta! la nonna paterna non portò più cibo a mia madre che stava a letto al piano di sopra e che mi allattava; cosicché dovette accorrere la nonna materna la quale, da un paese vicino, portò viveri alla figlia puerpera e piangente.

E musilunghi e grida da una parte e pianti e digiuni da un’altra, tutte tipiche e rituali cose da fare per salutare una nuova vita venuta al mondo e per mettere le basi di quella ferrea autostima che mi contraddistingue, visibile dall’esterno in modo particolare dal filo di voce con cui chiedo la ricotta di manciano all’addetto al bancone gastronomia della coop, o anche dall’intercalare mio più tipico, cioè “scusi”, anzi “scs”.

Ripartì il mio babbo bello come il sole e tre attori messi insieme, tornò in Comune, chiese di cambiare nome e scoprì che per tale operazione avrebbe dovuto lavorare circa mila anni di seguito comprese le domeniche, tanto all’epoca era costosa. “Ma faccia così”, gli disse l’impiegato addetto “aggiunga il nome, senza virgola tra i due nomi e poi la chiamerete come volete ‘sta fijarella.” E così fu fatto. Mara Luigia.

E fu Luigia.
Tornò la pace in famiglia e il cibo per mia madre.

Beh, però, insomma, che ci vuole ad avere anche un prete anticomunista e antirussia in un paesino umbro degli anni CinquantaQuasiSessanta? Niente ci vuole. E infatti c’era e ce lo mettiamo. Perché quando fui battezzata in chiesa don Giuseppe fece storie col nome Mara, secondo lui insidioso e ateo nome russo e, determinato, scrisse sul registro dei battesimi “Maria Luigia”. Mio padre, all’epoca ancora di fede comunista, non ci vide più. I dettagli di quei momenti non mi sono mai stati raccontati, ma in adulte escursioni dentro quei registroni dalla copertina scura, ho letto, nello spazio che accoglie i dati del mio battesimo, il nome “Maria” con la “i” cancellata da una croce e fui “Mara Luigia” anche per la santa romana chiesa. Don Giuseppe morì che ero piccola, così non potei raccontargli che Mara è un nome che sta nella bibbia, e significa “signora triste” ed è il nome che Noemi si scelse in un periodo di grande sofferenza per lei. Perché  Noemi significa “signora della gioia” e io, col mio maratriste mi commuovo un po’ a sentire “signora della gioia” e poi perché mara è anche uno dei nomi della terribile e meravigliosa dea kali e mi io ricommuovo, col mio marascs, di fronte a tanta potenza femminile e poi perché…..

Perché, insomma, io con questi due nomi ne ho fatta di strada, anzi di studi, per sopravvivere ad essi.
Ora, non è che io abbia nulla contro “Luigia”, anzi è un nome importante, anzi portato da regine; e conosco luigie belle e affascinanti e sagge, però non me lo sento mio, e cominciai a non sentirmelo mio molto presto.
Così, a sei anni, cominciai a chiedere di essere chiamata “Mara”. Non che fosse migliore, più bello più fine di per sé, ma a me sembrava un po’ meno locale dell’altro.
A scuola le maestre mi accontentarono subito, i parenti nel tempo.

Da adolescente mi presentavo chiedendo “scusa”, anzi “scs” per questi due nomi che non c’azzeccano niente tra loro, mica sono come MariaRosa, GianMaria, GianLuca, MariaPia o MariaGiovanna , ché a volte mi chiedevo se dongiuseppe non si fosse impuntato per il mio meglio, lui uomo istruito e di mondo, a voler mettere quella classica maria prima di luigia, così da collocarmi in una tranquilla normalità.

Tale era il mio disagio, che intanto m’ero fatta l’idea che “l’uomodellamiavita” avrebbe trovato una sintesi tra i due nomi: intanto che in ogni ufficio dove andassi scrivevano MariaLuigia, e io “no,scs, Mara”, e loro “ah mi scusi”; intanto che ogni lettera arrivava indirizzata alla MariaLuigia; intanto che volevo essere chiamata Luigi per un breve periodo dell’adolescenza, ma nessuno mi ascoltò; intanto che m’ero fatta una cultura sul “nome”, da Adamo che dà nomi alle cose fino a “sostantivo, femminile/maschile, singolare/plurale” e a “identità”; intanto che i nomi delle cose mi entravano in bocca come soffi e poi scivolavano sulla lingua gustosi ed eccitanti e poi li mangiavo ghiotta e ingorda, incantata dal fatto che ogni cosa ha un nome; intanto che le parole iniziavano a sostituire  pian piano le cose la vita; intanto che buona parte di parenti e conoscenti ormai mi chiamavano Mara, tranne mio padre, mia madre e mia sorella.

Intanto che arrivò Lui; intanto che io, da Illuminata, lo decretai l’uomodellamiavita, così da giustificare il prepotente incidente ormonale che occorse alla mia giovinezza, e che altre ragazze – Carla, Maria, Lucia, Antonietta, Luigia, Maria, Roberta e chi pìù ne ha più ne metta, anche quelle coi nomi doppi- seppero vivere naturalmente e sorridendo, diversamente da me che, per farmi un insano primo bacio e un insano primo rapporto sessuale, mi dovetti innamorare illanguidire pensare che fosse per sempre, sennò col cavolo sarei riuscita a farmi un po’ di sano sesso, libero dalle pastoie ecclesiastiche di verginale educazione cattolica pseudocristiana, usate sulle masse di giovincelle dell’epoca come prevenzione anticoncezionale e creazione di una immagine di sé che poi sarebbe diventata ottimo nutrimento di psicologi e affini.
Lui arrivò, lui, che non mi chiamò mai per nome. Ne inventava anche di carini, nomignoli amorosi, ma il mio nome mai.

La sintesi la fece un amico, compagno di ogni scuola  del da me eletto UomoDellaMiaVita. Durante un pomeriggio romano, a casa mia, parlottando tra un tè e una fetta di torta, gli raccontai del mio nome e del mio desiderio di sintesi,  perché scs, non volevo offendere nessuno dei miei due nomi, né tantomeno le intenzioni di chi me li aveva affibbiati, scs, scs.
E fu Malù. Il brindisi al tè fu oscurato solo per un attimo dal fatto che esistesse una pornostar con quel nome, ma io, senza scs, affermai decisa “Non temo confronti. E nemmeno concorrenti”.
Uscì poco dopo la coppa Malù, a conferma di quella che tutti dicevano essere una mia caratteristica, cioè la dolcezza, a cui io antepongo sempre “una certa”, giusto per evitare identificazioni gustose al palato di chi intende dolcezza e sensibilità come debolezza. E ce ne sono, eh. Specialmente tra i corteggiatori narcisisti che vogliono nutrire con questa dolcezza le loro amarezze senza fondo. Ah, se ce ne sono!

Poi, in età più adulta, fu il periodo di Gaia. Ci fu chi non ebbe problemi a chiamarmi subito così, secondo il mio desiderio. A volte, questa facilità a seguire il tuo desiderio, può essere un bel segno per capire chi ti ama o no. Anche quella volta fu così.

E poi amai essere chiamata a seconda del momento e della fantasia di chi mi stava chiamando: il mio nome come esito dell’incontro dell’altro-a con me, secondo il suo sentire e la sua fantasia (un po’ come quando si fa l’amore e ti escono le più variegate parole 🙂 ) Bello, bellissimo, sentire “chiamati fuori dall’altro-a” aspetti che nemmeno immagini avere. Anche quello è amore.
Normalmente, gli altri ti chiamano attenendosi al documento istituzionale  che ti identifica ufficialmente: il nome come controllo doganale e non come un sentire-un abbraccio – un incontro di desideri.

E poi … fate come vi pare.
Cercai da me il mio nome. Superando la nostalgia mai dichiarata per quel “Noemi-Signora della Gioia”, per quel significato lucente; superando la ricerca -dopo averlo trovato e poi dimenticato e perso- di un significato splendido del nome Mara come nome di una divinità onorata presso una popolazione africana.
E quando firmo scrivendo quelle lettere e quelle sillabe che mi radicano genealogicamente e illudono di descrivermi, tra me e me sussurro il mio nome, quello che mi sono data, quello che nessuno sbranerà o fraintenderà o cancellerà. Il mio segreto, la scoperta che esiste-e-non-esiste l’amore, dipende da come ti chiama la bocca che baci, il cuore di cui hai fiducia.

Il mio nome.

E’ per il peso che sento; è per l’allegria che sento; è per la mia voce ché voglio che esista; è per il mio corpo che cambia e che vive; è per la leggerezza che mi sostiene; è per i meravigliosi pronomi relativi che non mi stanco di usare e mi dispiace se appesantiscono la frase, ma la mia lingua ne ha bisogno e ne ha bisogno la mia vita, perché i pronomi relativi creano relazione –toh!- avvicinano lo spazio il tempo le persone, a seconda di dove li metti; e loro non si confondono, continuano a fare relazioni, instancabili strumenti linguistici così vicini alla biologia; è per la “e”, così inclusiva e accogliente, così curiosa da unire all’infinito, così democratica da creare paratassi senza tregua, senza subordinazioni, per la meravigliosa “e”, anch’essa linguisticamente biologica; è per le mie cellule silenziose; è perché vengo creata ogni attimo ed è meraviglioso che io sia un continuo atto di creazione, è per il mio cuore che vorrei tornasse ad amare….e per mille altri ‘perché’ che non so dire, o che non voglio raccontare…per questo scrivo…in questa primavera senza tempo, tra  le ombre ancora trasparenti di maggio; nel periodo germinativo e fertile; in mezzo ai pollini e agli odori carichi della notte; in mezzo a un buio dove a volte mi metto per sentirmi abbracciata; nella mia pancia dove per brevi attimi riesco a immaginare di entrare, feto di me stessa, e mi nutro di silenzio e carezze, così cresco di nuovo e stavolta come voglio io, cioè senza ombre di dubbio sull’essere amata, in totale certezza di totale incommensurabile accoglienza; nella luce bianca della luna e del gelsomino, e nell’odore trasparente della pioggia notturna, sottile e potente e comunque stellata…

E per quegli amori che pensavano di amarmi, che mi hanno chiamata per dominare, o che non mi hanno chiamata per niente: a quelle persone vanno le mie carezze, nonostante …
Siamo esseri in cammino, meglio non fermarsi all’errore; meglio lasciare, a  chi si vuole fermare, i nomi che limitano e non nominano, non creano, non fanno relazione.
Lascio a loro silenzi e carezze, che sono altri miei modi di chiamare e di nominare senza dominare.

Il mio nome.

E’ per le mani pro-tese, ancora, nonostante tutto.

Siamo terre incognite. Anche a noi stessi-e. Ogni attimo da scoprire. Da ri-nominare. O da tacere. Immersi, comunque, nella meraviglia della scoperta.

(sempre da un vecchio blog, con piccoli ritocchi)

https://terraincognita.earth/mappe-antiche/

images

https://it.wikipedia.org/wiki/Etimologia_del_nome_Italia

https://www.linkiesta.it/2015/01/da-dove-viene-il-nome-italia-la-parola-alla-crusca/

 

276. da vecchi blog :-)

Trovo inaspettatamente post di alcuni blog di qualche anno fa. Inaspettatamente mi piacciono pure 🙂
Avevo riunito in un Ulisse unico tutti gli Ulissi che ho incontrato 🙂 e ne ho anche inventati  e presi da esempi reali (materiale non manca ) 🙂
Eccoli qua.
(non avrei dovuto cancellare quei blog 🙂 🙂 )

 

FIGURE RETORICHE, NON AMOROSE

le distanze d’insicurezza
la ruvida tenerezza

mi amavi
di ossimori e per antonomasia

finché finirono le figure
più o meno retoriche
più o meno figuracce

un climax discendente
che lasciò tracce
come miasmi oscuri
su sineddochi e chiasmi

era stata un’allegoria
soltanto mia
illusa dal significato non espresso
di prolungate metafore
come le favole

allitterazioni
e collusioni di significati
soggetti imperfetti come anacoluti
usati senza perizia e stile

amare fu uno zeugma tautologico?

thumb2-yellow-abstract-heart-4k-blue-grunge-background-creative-love-concepts

 

Ulisse ha qualche problema, diciamocelo

Non ritorna Ulisse. Meglio così. Se ritorna poi riparte. E chi ha voglia di aspettarlo? Ora lo sappiamo, mica possiamo farci prendere in giro all’infinito. Lui, tutto bello del suo bello, si ferma a ogni porto. Dice che è sposato, impegnato, ma poi eccolo là, lì una donna, lì un’altra, qui un mare, qui un’isola e sempre un viaggio. Oh, non ce l’ho con i viaggi, anzi; ma lo devi chiarire prima che a casa non ci starai mai. E oggi una guerra, e domani un combattimento, no dico sei un re, potresti anche dare un buon esempio di pace, no? E invece no. Lui, tutto eroico e virile, solca i mari, ascolta le sirene, fugge da Polifemo e altre cose così, che poi nei secoli dei secoli la gente ci sta anche sui banchi di scuola a leggere le sue cose e a considerarle buone. Buone finché qualcuno non fa aprire gli occhi: “oh, svegliati, ma lo capisci cosa fa veramente questo qui?” Ah, le belle parole, le sue belle parole come scivolano sulle onde del cuore, ah, quell’ulivo in camera da letto come lega la vita, ah la sua mano aperta così aperta da non tenere nulla (tenere, ho detto tenere, non trattenere). Ulisse ha qualche problema, diciamocelo.

Penelope e le altre
A presto

 

Ulisse, cosa te ne fai della tua mano aperta?

Sì, è chiaro l’ho amato un Ulisse. E’ arrivato come un fulmine a ciel sereno, nel senso di inaspettato. Seduttivissimo, ma non sembrava. Entrava, come acqua che si conforma al contenitore, in ogni mio recondito spazio fisico, emotivo e intellettuale. Beh, recondito è una parola inadatta, poiché in quattro e quattr’otto gli avevo spiattellato tutto di me, tutto quello che sapevo io di me, e lui ne faceva man bassa per arrivare al suo scopo.
Incontrare? Sì, ma no.
Sedurre? Sì, ma no.
Scopare? Sì, ma no.
Il suo scopo è depredare, Ulisse fa guerre, conquiste, brucia le città, questo fa Ulisse.
Lasciare negli altri o, meglio, nelle altre, la stessa ferita che lui ha avuto dalla vita.
E a noi Penelopi ci fa rabbia, ma di brutto, una rabbia epica, che noi siamo state proprio le Penelopi, le depredate, insomma, come si suol dire adesso, le vittime. A me, per esempio, lo ha proprio detto: “Ti ho fatto del male”, decretando così la sua vittoria e la mia esclusione da ogni possibili decisione, da ogni concetto di “cose fatte insieme”.
Ulisse Ulisse, cosa te ne fai della tua mano aperta?

Penelope e le altre
A presto

 

Il dolore permette di cambiare, l’orgoglio no. Povero Ulisse senza ritorno a se stesso

Si fa presto a capire se è dolore o orgoglio ferito.
Ulisse si è messo un abito sull’orgoglio ferito e non lo cambia mai. Per cambiarlo, dovrebbe cambiare la sua vita, ma l’orgoglio non lo permette. Il dolore invece lo permetterebbe. Ma vuoi mettere sentirsi eroe e fedele – raccontarsi le balle, insomma- stando più o meno al sicuro pane e casa assicurati e rassicurato dal più potente degli inganni, quello che raccontiamo su noi stessi?
Vuoi mettere? Cultura, saperi, scienze: tutto immolato nel farsi altare di una mancanza, la vita resa un perenne sacrificio all’assenza. Eh, sì, vuoi mettere quanto ci si sente eroi invece che rientrare in gioco e vivere la vita?
Meglio Polifemo, Eolo, Circe, tutto il resto è meglio, ma non misurarsi col fatto che Penelope non ti interessa più, e che Polifemo Eolo Circe e tutto il resto non li incontri perché ti sei smarrito, ma perché la vita ti chiama e tu rispondi dicendo di non voler rispondere.
Povero Ulisse perso nel più grande dei mari, quello dell’autoinganno.
Povero Ulisse senza ritorno a se stesso.

Penelope e le altre
A presto

 

Ulisse non ce la fa ad essere uomo dopo aver detto a tutti di essere Ulisse

Ulisse è devoto.
Ha molte divinità a lui care: l’orgoglio, l’ira, la superbia; a volte parla di qualche Zeus, o di qualche Dio. Interessante ascoltare i suoi cambiamenti di voce, i personaggi che lo abitano sono così evidenti, peccato che lui non voglia accoglierli, come sarebbe consigliato fare per vivere bene. Ulisse li nega, lui è Ulisse e basta, dice che lui è fatto così, e cosa sia questo “così” è più chiaro a noi Penelopi che a lui stesso. Lui si vive come eroe, guai a guastargli l’immagine con cui nutre la sua illusione.
Lo abbiamo amato, ma Ulisse non vuole essere amato.
Amato significa scoprirsi, mettersi a nudo, mettersi in gioco.
Con se stessi per primo.
E lui non ce la fa ad essere uomo dopo aver detto a tutti di essere Ulisse.

Penelope e le altre
A presto

 

Ulisse rende kronos anche il più prezioso kairos

Ulisse rende kronos anche il più prezioso kairos.
Prende il momento giusto del kairos e lo butta nella sequenza del kronos, preferibilmente dalle parti del passato, tanto il passato possiamo raccontarlo come vogliamo; ed è tutta lì la sicurezza dell’autoinganno.
Lui lo sa che il passato è solo narrazione, ah se lo sa! La forza della sua Odissea è proprio quella, mica ci ha raccontato tutto! E allora il  passato è il posto per eccellenza delle balle, ma Ulisse dice che è tutto vero quello che racconta.
Ulisse Ulisse, la mia era una mano aperta per offrirla alla tua e percorrere insieme tutto quello che non ce la fai a raccontare.

Penelope e le altre
A presto

 

Penelopi, plurale; Ulisse, singolare

Scrivo Penelopi, e va bene così, anche se la grammatica si arrabbia e segna rosso.
Scriverei anche Enrichi, Claudii, Luise, e via scrivendo, se ce ne fosse bisogno.
Siamo tante Penelopi, e voglio rendere giustizia alle singolarità con l’uso del plurale.
Ulisse rimane uno, anche se sono più di uno. Ulisse è l’amalgama informe composto da chi fugge via dalla vita; e in questo insieme metteteci chi vi pare, anche soggetti femminili. Così come nelle Penelopi metteteci soggetti maschili, insomma tutti coloro che sono connessi con la vita.
La massa informe non ha nome, per questo è pericolosa, vuole rendere informe tutto l’universo. E’ questa la grande e vera battaglia in corso.
Ma noi Penelopi diciamo “Tana libera tutti!”. Libera anche Ulisse, che ne ha più bisogno di tutti.

Penelope e le altre
A presto

 

A me, questa Odissea non mi è mai piaciuta, manca tutta la parte mia

Ulisse ci ha un po’ stufato con tutti suoi viaggi. E poi dice che non è vero che viaggia. Negare, negare anche l’evidenza. Fantastico, guai a mettergli la verità sotto gli occhi, a Ulisse.
In effetti lui la verità non ce l’ha davanti, lui l’ha messa in alto, non ci si arriva nemmeno ad allungarsi come elastici. Così poi può pontificare contro tutti, perché dice che la sua verità è quella giusta e sono gli altri a sbagliare. Roba da far mettere le bombe dentro le altre verità che dicono la stessa cosa di sé. E viceversa.
Io ce l’avevo alcune cose da dire, ma io ero Penelope, mica avevo tutta la sua conoscenza del mondo. Eh, che pazienza che ci vuole! E fai un pezzo di tela oggi, e poi disfala stanotte, e poi combatti con quell’altro Ulisse che sono i Proci …
A me, questa Odissea non mi è mai piaciuta, manca tutta la parte mia.

Penelope e le altre
A presto

 

Ulisse non mi riconosce

Così, tanto per fare un esempio.
Io riconoscerei Ulisse anche da una sillaba.
Lui no.
Scrivo su un blog delle poesie, così tanto per esercizio. Lui legge e si convince che l’autrice è un’altra Penelope. Eh, fa confusione facilmente in mezzo a tutte le Penelopi di cui si è circondato. Rimango stuporosa e anche petalosa, e gli dico no, non è quella Penelope, non vedi che è tutt’altro stile? Ci rimango proprio male che non mi riconosca, talmente male che non gli dico che sono io; e poi, perché dovrei disilludere il suo desiderio che sia quella Penelope lì e che parli proprio di lui? Chiudo tutto dopo qualche giorno. Era un esperimento che mi portava buoni frutti: una frase qua una frase là, ogni tanto usciva qualcosa che poteva essere salvato da Euterpe, ma Ulisse voleva tutto per sé.
E non mi riconosce. Perché non mi aveva mai vista, né guardata, tutto qui.

Penelope e le altre
A presto

 

Penelopea

Per quel che riguarda me, le Odissee sono tutte storytelling. Baricco, che è Baricco, dice che lo storytelling è quello che resta dopo che hai tolto i fatti. Ecco, le Odissee hanno tolto i fatti che riguardano me e hanno raccontato quel che faceva comodo all’Odissea di Ulisse.
Sarebbe ora di scrivere una Penelopea, così si saprebbe la verità sulle Penelopi. Per esempio, venite a vederla la tela, cos’è veramente. Niente a che vedere con quella specie di corredo indeciso che viene raccontato nell’Ulissea, ve lo assicuro. 
Ce ne sono di storie da raccontare fuori dalla cornice che inquadra Ulisse!
Oh, se ce ne sono. 
E sarei pure stufa delle maghe Circi e delle Calipso, e di tutto lo spazio che si  prendono.
All’arrembaggio. Non so di cosa, forse delle verità? Sì.
E’ una conquista anche questa, e migliore di quelle di Ulisse.
Le verità completano le storie.

Penelope e le altre
A presto

 

Dovevo chiedergli prove della sua esistenza, così avrei saputo che non esiste

Forse ci riesco a dire il mio dolore e la mia rabbia e la mia umiliazione.
Tra le righe dell’Odissea non c’è traccia di questo, solo di quella prudenza, la richiesta della prova dell’identità di Ulisse.
Ecco, io non sono stata così prudente. Ulisse sembrava chi era e non gli ho chiesto prove di chi fosse. Mai.
Non le chiedi le prove quando ti innamori, caso mai le chiedi giustamente dopo che quel tipo che aspetti da vent’anni arriva e dice “sono io, amore”.
Cioè, andiamoci cauti caro “sono”, caro “io” e caro “amore”: brava Penelope, quella volta.
Ma ci sono volte che no, non siamo state brave. Come la volta che ho conosciuto Ulisse. Dovevo chiedergli delle prove della sua esistenza.
E’ scomparso, grande illusionista. Dovevo chiedergli prove della sua esistenza, così avrei saputo che non esiste.

Penelope e le altre
A presto

 

Ulisse dice che le persone non cambiano. Lo dice per lui

Il fatto è che ancora non ci credo. Che lui se ne sia andato. Di nuovo o sempre non importa, la cosa certa è che lui se ne è andato.
Tiresia predice a Ulisse che morirà “lontano dal sale”, gli studiosi dicono che sale è sineddoche per dire mare. Cose di cultura, ogni tanto bisogna inserirle.
Vai a sapere dove muore Ulisse, in quale terra, in quale significato. E’ più certo sapere dove muoiono le Penelopi e spesso muoiono dove non trovano più significati. E’ tipico delle Penelopi cercare sensi fino a morirne, continuare a chiedere “perché?” per salvarsi dal buio delle partenze senza spiegazioni e dal gelo delle menzogne.
Ci sono Penelopi che comprendono troppo tardi che se Ulisse dice menzogne le dirà anche a loro; che se Ulisse se ne va, se ne andrà via anche da loro; che se Ulisse salva se stesso contro tutti, si salverà anche contro Penelope.
Ulisse dice che le persone non cambiano. Lo dice per lui, aggrappato com’è da una vita a una liana sospesa sopra un precipizio.

Penelope e le altre
A presto

 

Troppe Penelopi nel cielo

Mi sfogo un po’, tutto qui.
Io ho dato spiegazioni anche ai sassi, invece Ulisse non spiega nulla.
Quella cosa chiamata rispetto, per dire.
Quella cosa chiamata mano protesa, per dire.
Un Ulisse scompare
 dicendo “alla prossima”, un altro scompare dicendo “me ne vado, ma stavolta non lo faccio di nascosto”, un altro scompare e basta, un altro ancora se ne va chissà come …
Per quante volte Penelope pazientemente può aspettare che Ulisse diventi uomo tra un mare e un’isola e una conquista di città?
Sembra che sia per molte volte, ancora troppe.
Non dovrebbe essere nemmeno una, e invece volano nel cielo ancora troppe Penelopi, mandate lassù dagli Ulissi. Se guardi su, le vedi tutte, specialmente se chiudi gli occhi e ascolti il cuore.
E soprattutto se non ti chiami Ulisse.

Penelope e le altre
A presto

 

La verità è un’altra storia, è roba di Penelope

Ero lì che tessevo tranquilla. No, non ve l’hanno detto che ero tranquilla. Secondo il loro modo di vedere le cose, facevo più bella figura se mi descrivevano pudica, fedele, astuta, insomma secondo il loro ideale di donna e di regina, ma non tranquilla. Capace di aspettare per venti anni il suo uomo che scorrazza in lungo e in largo a fare l’eroe, eroe inteso sempre secondo il loro punto di vista.
Penelopi, non me ne vogliate, non ero io quella lì. Cioè, non ero tutta io. Le avete lette quelle due altre cosucce su di me? Io e il dio Ermes? Ecco, appunto, ero tranquilla.
Mi sembrava di gestire un asilo infantile con tutti quei Proci indaffarati a giocarsi la dignità in modo molto meno dignitoso del mio Ulissuccio.
Il mio Ulissuccio è astuto, lui dice che si salva sempre, che non mi devo preoccupare. Se non altro, riesce a raccontarsi bene, il nostro Ulissuccio. Grande affabulatore. Sa tessere tele di inganni, e questa è storia o, almeno, epopea. Insomma, il nostro Ulissuccio ci tiene a far bella figura.
La verità è un’altra storia, è roba di Penelope.

Penelope e le altre
A presto

 

Penelope tace, osservando le scuse meschine di Ulisse

Ulissuccio nostro si sente tanto in obbligo con tutti. Tranne che con Penelope.
E la patria e dio e l’impero e gli dei e le giuste cause e quello gli dà il pane e quell’altro lo ospita e uno lo protegge e un altro lo accoglie.
Ma Penelope nulla. Penelope può anche essere trattata male.
Io lo ascolto, a volte incredula a volte un po’, ma solo un po’, arrabbiatella.
“E io?” mi verrebbe da dire a Ulissuccio nostro. Ma non glielo dico, eh ,ormai un po’ lo conosco -ma non glielo dite che lo conoscete, per carità, vi monta su un pippone sul giudicare e sui preconcetti che neanche una biscia saprebbe scivolare via bene nei campi come sa fare lui dalla relazione.
Ma non glielo dico che anch’io un po’ lo accolgo, altrimenti mi monta su un pippone sull’egoismo, sul disinteresse ecc. ecc.  per concludere che io sto sbagliando. Ulissuccio è così, gli piace giudicarvi negativamente, ma non glielo dite, altrimenti vi monta su un pippone, un qualsiasi pippone  che lo faccia sentire dalla parte del giusto.
E così Penelope tace, osservando con quali scuse meschine Ulisse sostiene i suoi passi. 

Penelope e le altre
A presto

 

Dal multiforme ingegno di Ulisse al multiforme eccetera delle Penelopi

Il modello-Penelope di per sé non è male. Ne viene fuori una bella donna. E non stiamo qui a discutere del concetto di “modello”, ne parliamo un’altra volta, anche se so che è importante.
Ma il modello-Penelope dentro un mondo creato da Ulisse lo capite bene cosa diventa: un’arma di estinzione di massa delle Penelopi in carne e ossa, e delle Circi e delle Calipso e delle Nausicae. 
Una volta creato il modellino di perfezione, bisogna poi creare gli altri modellini, quelli negativi o quelli eterei o le vergini ecc.
E poi è facilissimo che questi modellini comincino a litigare e a dirsi a vicenda “sono meglio io, tu sei sbagliata, ecc.”
Ma io nella realtà ero diversa, care Penelopi, ero un po’ di tutto, strega e madonna avrebbero detto qualche anno fa.
Adesso posso aggiungere anche qualche eccetera, che mi fa tanto piacere ecceterare come nulla fosse, sconfinare, essere io la multiforme di ogni forma.
Lasciando a Ulisse il suo multiforme ingegno, io mi prendo -e vi prendo- il multiforme eccetera. 
Vendesi modelli come nuovi, non ci servono più.

Penelope e le altre
A presto

 

Penelope troverà il modo di crescere. Lei può

Penelope ama Ulisse, ancora non ce la fa a sradicarlo dalla sua vita. Nemmeno vorrebbe, ma é Ulisse che è partito, non lei, e lei si deve adeguare. Lei pensa spesso una parola: “priorità”. E pensa che la priorità di una persona si capisce facilmente: la priorità di una persona è dove sta quella persona. La fidata nutrice le dice che spesso capita che una persona continui a stare dove non vorrebbe:
“eh Penelope mia,  ci sono tante cose nella vita, si fanno tante cose che non si vorrebbero fare, eh, il lavoro, le responsabilità, e gli dèi, lo sai, Ulisse sconta l’ira degli dèi; Penelope, non è tutto così semplice come dici, tu per esempio, vorresti stare qui dove stai? ti va davvero di aspettare Ulisse che nemmeno sai se sia ancora viv0?”
“Sì, ancella, voglio, sto facendo quello che voglio. Voglio aspettare Ulisse. Anche Ulisse sta facendo quello che vuole, o le conseguenze di quello  che ha voluto. E non ha pensato a me, non sono la sua priorità. Lui per me lo è. Non so dove sia lui, e io lo aspetto dove lui sa che potrebbe trovarmi.”
Inutile dirvi che l’ancella va via borbottando, inutile dirvi che la tela tessuta ogni tanto è tessuta con un filo di meno.
Inutile dirvi che Penelope, piano piano, e poi più velocemente, vede Ulisse in modo più completo.
E come ogni scrittore che abbia scritto di Ulisse, anche lei, a un certo punto, dice che lui se ne andrà sempre, che vorrà superare chissà quali altri confini.
Poi Penelope aggiunge che lei è per lui solo motivo per riempire qualche pagina dell’Odissea, e per rappresentare lo sbilanciamento femminile che esige un tale archetipo maschile. E se scende una lacrima, se la asciuga, e se lo ama ancora, troverà il modo di crescere. Lei che può. 

Penelope e le altre
A presto

 

Le Penelopee: abbiamo narrato le storie sulle nostre tele, e lì non ci sono inganni. Potete fidarvi.

Ve lo ricordate, sì, il bagno che si fa Ulisse dell’Odissea dopo aver sterminato i Proci?
Eurimone lava Ulisse e Atena lo ringiovanisce, gli aumenta l’altezza e gli mette boccoli in testa. Poi lui, di suo, rimprovera Penelope perché non si fida e fa l’offeso, così pensa di attrarre meglio la moglie.
Inganni. La seduzione come inganno: roba vecchia, ma -mi raccomando care penelopi- non “da sempre” e non “per sempre”. 
Penelope lo mette alla prova, lui la supera. Fanno l’amore e poi si raccontano le loro storie, lui tacendo le scappatelle.
Che figura di mmmm, Ulisse! Lei, una regina senza ombra di dubbio; regina della vita, della fiducia, della sicurezza.
Ma Ulisse che ne sa della fiducia … lui pontifica sulla fiducia, ma non lo sa.
Lei lo ha amato, lei lo sa, solo lei, lui non può capire questo amore.
Lui cercherà altri viaggi, altre avventure, lui non può far altro.
Tempo fa Ulisse ha detto che se ama davvero lui è fedele. Lo ha detto davanti alle Penelopi e non si è trattenuto pensando a quanto le abbia tradite. Ha anche detto che non dava l’amicizia su fb alle Penelopi perché doveva proteggere i suoi amici. Ulisse ne sa dire di cose cattive alle Penelopi! E poi le confonde l’una con l’altra e le cancella come fossero scritte di gesso su una lavagna, le spazza via come fossero foglie secche che ingombrano.
Noi, nel silenzio, abbiamo scritto le Penelopee sulle nostre tele, quelle che abbiamo continuato a tessere di notte, e anche dopo che Ulisse se ne è andato di nuovo. 
Sulle nostre tele non c’è inganno. Potete fidarvi.

Penelope e le altre
A presto

 

Le strade di Ulisse e le strade delle Penelopi

Ulisse dice che ci sono motivi superiori, ideali, idee, religioni. Dice che la vita è qualcosa di più della propria vita.
Le Penelopi dicono “ok Ulisse”, ok, ma queste cose non dovrebbero costruire la separazione con la vita o addirittura distruggerla; ok, Ulisse, ma mentre tu fai queste cose, ci vogliono le Penelopi madri, le Penelopi sorelle, le Penelopi insomma per mandare avanti le altre cose, quelle che permettono che la vita continui.
Perché vedi, Ulissuccio caro, ti faccio un esempio: la prima guerra mondiale. A te piace la guerra. E ti piace la patria, e dio, e i confini e poi spostiamo i confini e poi li rispostiamo e questo è mio e lo voglio e lo rivoglio … Le conosci queste cose, Ulisse, sono tue.
36.000.000 di perdite, per la prima guerra mondiale, caro Ulisse: più di 16.000.000 di morti, più di 20.000.000 di feriti e mutilati, militari e civili. Vite. Avevano nome e cognome. E la loro storia, e i loro sogni e le cose che sapevano fare.
Ho preso una cosa a caso, caro Ulisse, anche passata, per parlare di cosa è fatto l’amor di patria.
Possiamo invece prendere le crociate e la persecuzione delle streghe per dimostrare l’amore per la diversità che dio ci consiglia. O le stragi di qualsiasi religione, è lo stesso. Erano vite, storie, amori, sogni, avevano nomi, anni, progetti.
E tutte le volte che tu eri in giro a fare l’eroe, caro Ulisse, a combattere, le Penelopi hanno mandato avanti le baracche della vita che avevi distrutto.
E dici che hanno tessuto una tela, che hanno aspettato te. No Ulisse, hanno avuto cura, hanno cresciuto figli che poi tu prendevi e ammazzavi.
No, non puoi capire quanto Penelope ti ami, tu non sai amare Ulisse. Guidi navi, fuggi da Polifemo, ma mentre fai le tue cose lasci scie di vite morte.
E quando le Penelopi piangono la tua assenza dalle loro carezze, piangono l’ennesima sconfitta.
Ma mentre piangono, si sono pure rotte le ovaie di tanta follia.
E trovano strade che tu non hai mai visto.

Penelope e le altre
A presto

thumb2-heart-of-flame-colorful-flame-love-concepts-fiery-heart-black-background

tra parentesi

ho detto a dio di farmi una domanda
e sei arrivato tu

ho risposto si
e sono tornata a fare domande a dio

galassia-91067.660x368

Vorrei che tu lo sapessi.
Che non piango.

E’ la rosa che dalle sue spine distilla
gocce di rugiada, beata,
che bacia l’aria d’intorno
con le turgide gocce notturne
poggiate tremanti
sul bordo dei suoi petali labbra,
e suggella all’infinito l’amore.
E’ la rosa che dalle sue foglie
lenta fa scendere
gocce come carezze.

Io no, non piango,
le rose hanno vinto
in ogni poesia.
Anche nella mia.

 

S’era fatto incerto il mio cuore
che più non ti sapeva,
ma non d’amore,
bensì incerto di te
del tuo volere
e del destino.
Sembravi tornare
e, tornato e ritornato,
fosti tu non io
non io
a chiedere del talamo
e fui io
a dire dell’ulivo.

Io a giustificare la presenza
tu a non farti perdonare dell’assenza.

Terminai la tela senza inganni
se inganno è credere all’amore
alle promesse
all’intima ragione.
E te ne andasti di nuovo
a diventare re d’un altro regno.

Adesso poggio il mio capo
tra argentee foglie
rinate nell’assenza di finzioni.
Le fronde leggere dell’ulivo forte
cantano al minimo sussurro d’una voce
d’un silenzio d’un sospiro.

Guardo là fuori il mare
che senza onde
non sarebbe mare.
E guardo l’onda
che senza mare
non sarebbe onda.

Io sono l’orizzonte
per quel mare.

Ho bisogno d’amore.
Chi potrebbe non dirlo?

La differenza è soltanto
nella direzione.
Ricevere
dare.
Ma anche questa divisione
è narrazione
diventata
secolare tentazione.

Allora cantami o dea
quel multiforme ingegno
dai multiformi gesti
che del ricevere e del dare
fanno un’unica passione,
un’incontenibile
multiforme azione.

Cantami o dea l’amore.

 

Sottovoce.

Tra i capelli.

Era così la voce
delle sirene
o delle mie catene?

 

Cercavo un autore.

Omero voleva un personaggio.
Ci trovammo
nel nostro viaggio.

Lui mi promise eterna fama
e un prezzo da pagare.

Sarei stata l’assenza più presente
il filo della storia,
e più distante sarebbe andato Ulisse
e più vicina sarei stata io
al cuore del lettore.
Lo spazio tra le parole
la vicinanza delle lettere
il senso dell’avventura
questo diventavo.

Il prezzo?
Sarei rimasta sempre uguale,
mi disse,
un personaggio non può cambiare.

Volevo un autore ed accettai.
Senza pensare
senza sentire
senza ascoltare.

Un improvviso sortilegio
mi avvolse e mi fissò per sempre
nell’incanto in cui Omero mi fermò.

Ma si sa,
nel tempo maturano
l’anima e il cuore.
E come un fiore dispiega
i petali alla stagione che cambia
e non si ostina all’inverno
se è già primavera,
così la vita risponde
al variar della vita.

Omero, gli dissi,
il patto mi uccide.
Lo so, mi rispose,
ti avevo avvertita.

Voglio andarmene
da questo racconto,
io non sono più adesso
quella di allora.
Ulisse nemmeno lo è;
voglio andar via.

Puoi farlo, rispose il Poeta.
Puoi farlo.
Con il tradimento del patto.

Cambiare è tradire? gli chiesi.
Sorrise il Poeta e “Sì” mi rispose
“consegni ad altri
ciò che a me avevi dato.”
Gli sorrisi anch’io.

E consegnai ad altri
ciò che col patto
a Omero avevo dato.
Consegnai a me stessa la mia storia.

Da personaggio a persona.
Ho tradito?

Ed è la volta buona?

Sette spade e sette dolori
madonna mia la terra trema nel mio cuore
e s’alzano le onde e i desideri
madonna mia spegni l’ardore.
Madonna che la pena ti consuma
strappa i pensieri dalla pelle mia
madonna che t’ho pregato tanto
conducimi alla retta via.
Non bruciano mille candele
com’io brucio la notte in abbandono
madonna dei dolori silenziosi
spezza questa spada offri a me il perdono.
Ma se lontano qualcuno sente il grido
del desiderio d’amor che mi consuma
madonna della retta via
portalo veloce a me e così sia.

🙂

maxresdefault (4)

 

275. viaggi e viaggiare

Il viaggio non finisce mai. Solo i viaggiatori finiscono. E anche loro possono prolungarsi in memoria, in ricordo, in narrazione. Quando il viaggiatore si è seduto sulla sabbia della spiaggia e ha detto “Non c’è altro da vedere”, sapeva che non era vero. La fine di un viaggio è solo l’inizio di un altro. Bisogna vedere quel che non si è visto, vedere di nuovo quel che si è già visto, vedere in primavera quel che si è visto in estate, vedere di giorno quel che si è visto di notte, con il sole dove la prima volta pioveva, vedere le messi verdi, il frutto maturo, la pietra che ha cambiato posto, l’ombra che non c’era. Bisogna ritornare sui passi già fatti, per ripeterli, e per tracciarvi a fianco nuovi cammini. Bisogna ricominciare il viaggio. Sempre. Il viaggiatore ritorna subito.
José Saramago, Viaggio in Portogallo

https://it.wikipedia.org/wiki/Viaggio_intorno_alla_mia_camera

https://www.addeditore.it/catalogo/evelyne-bloch-dano-le-case-dei-miei-scrittori/

https://neripozza.it/libri/la-scrittrice-abita-qui

https://www.feltrinellieditore.it/opera/opera/la-finestra-di-leopardi/

https://www.ibs.it/viaggio-intorno-alla-casa-libri-vintage-alfredo-jeri/e/5000000404754

https://www.amazon.it/perfetto-viaggio-Jos%C3%A9-Saramago/dp/8845221962

3d technology

273. ah, che bellezza … A Diosa, 1915 ( No potho reposare) … (riuscirò a recuperare il testo originale??? :-) )

 

 

A DIOSA, scritta nel 1915 dal poeta  Badore (Salvatore) Sini di Sarule e musicata dal compositore e maestro Giuseppe Rachel
(ci sono molte versioni in rete)

http://www.ilpuntoquotidiano.it/a-diosa-la-canzone-damore/#:~:text=Noi%20sardi%20nel%20nostro%20repertorio,di%20gioia%20e%20di%20dolore.&text=%C3%A8%20un%20canto%20d’autore,che%20in%20spagnolo%20significa%20Dea.

https://it.wikipedia.org/wiki/No_potho_reposare

http://www.poesias.it/poeti/sini_salvatore/A_Diosa.pdf

https://faremusic.it/2015/07/22/i-100-anni-di-non-potho-reposare/

https://genius.com/Giuseppe-rachel-a-diosa-no-potho-reposare-lyrics

272. Camillo Sbarbaro

Non fosse la donna
il giorno sarebbe senz’albore;
non stella avrebbe
e rugiada la notte; non acqua
o fil d’erba la terra.
Senza cielo sul capo si andrebbe.

173150564_5366237423447934_407177840618149556_n

 

Il mio cuore si gonfia per te, Terra,
come la zolla a primavera.

Io torno.

I miei occhi son nuovi. Tutto quello
che vedo è come non veduto mai;
e le cose più vili e consuete,
tutto m’intenerisce e mi dà gioia.

In te mi lavo come dentro un’acqua
dove si scordi tutto di se stesso.
La mia miseria lascio dietro a me
come la biscia la sua vecchia pelle.
Io non sono più io, io sono un altro.
Io sono liberato di me stesso.

Terra, tu sei per me piena di grazia.
Finché vicino a te mi sentirò
così bambino, fin che la mia pena
in te si scioglierà come la nuvola
nel sole,
io non maledirò d’esser nato.

Io mi sono seduto qui per terra
con le due mani aperte sopra l’erba,
guardandomi amorosamente intorno.
E mentre così guardo, mi si bagna
di calde dolci lacrime la faccia.

https://it.wikipedia.org/wiki/Camillo_Sbarbaro

 

271. Lei Lui La Strada

Lei. Lui.
Aprile che già regala tanti tanti dei suoi numerosissimi verdi.
Una leggera pioggia, primaverile.
La sera che scende.

Di Lui sappiamo.
Di Lei forse. Un po’ meno; tre donne sovrapposte in lei; peccatrice; no, santa.
Il suo nome, Maddalena. Basta questo. Per il resto ci sono sempre i fior di studiosi, che approfondiscono, districano, delucidano, nascondono, illuminano …
Lei.
Che viene a sapere che Lui è in città, ospite di un fariseo. Allora prende un vaso di alabastro pieno di olio profumato e si avvicina a Lui, e gli bagna i piedi con le sue lacrime, e glieli asciuga con i suoi capelli, e glieli bacia e bacia e li unge con l’olio profumato. No, la versione ufficiale, la Storia, non dice questo. Ma a me piace pensare che sia comunque accaduto; magari in un momento intimo, loro due soltanto. Sì. Lei lo ha fatto, e Lui con Lei.


La storia prosegue, ci sono peccati, c’è perdono, c’è una morale; ma mi fermo qui. Mi fermo all’amore e all’eros. Mi bastano, parlano da soli.

Il corpo, nella sua totalità, comprese le lacrime. I capelli e i piedi. E le mani.

Che altra strada, bellissima, si sarebbe aperta se avessimo seguito i gesti di Lei. Invece la strada seguita somiglia più al padrone della casa dove Lui era ospite.

Li guardo, Lei e Lui.
Tutto intorno scompare. Rimangono i verdi delle nuove foglie, gli alberi da frutto in fiore, e Lei e Lui, e carezze di mani, di occhi, di capelli; di silenzi, di sorrisi, di ascolto.
Quali peccati? Quale perdono? Noi usiamo queste parole.
Lei e Lui sanno senza dire nulla.

Quella è la strada.

171084415_5352147848190225_5562741870323525296_n

259. 5 aprile

Fiorire – è il fine – chi passa un fiore
con uno sguardo distratto
stenterà a sospettare
le minime circostanze

coinvolte in quel luminoso fenomeno
costruito in modo così intricato
poi offerto come una farfalla
al mezzogiorno –

Colmare il bocciolo – combattere il verme –
ottenere quanta rugiada gli spetta –
regolare il calore – eludere il vento –
sfuggire l’ape ladruncola

non deludere la natura grande
che l’attende proprio quel giorno –
essere un fiore, è profonda
responsabilità

(Emily Dickinson)

LA PRIMA ROSA FIORITA APRILE 2011 (2)

Abito nella possibilità –
una casa più bella della prosa –
più ricca di finestre –
e superiore – per porte

con stanze come cedri –
impenetrabili all’occhio –
e per tetto indistruttibile
gli spioventi del cielo –

per visitatori – i più belli –
per lavoro – questo:
divaricare le mie mani sottili
per raccogliere il paradiso –

(Emily Dickinson)

 

Jean Giono, L’uomo che piantava gli alberi
https://www.youtube.com/watch?v=WlbF80TA3Tc&t=11s

 

grazie per gli auguri, arrivati numerosi 🙂

iopiccolaWP_20160601_16_36_15_Pro

images (1)
Carte_du_Tendre

 

268. Buona Pasqua

91982999_3637039726370159_1352528091053817856_nognuno con il proprio tempo fiorisce e rifiorisce

LA PRIMA ROSA  FIORITA APRILE 2011 (2)

“Cristo è l’esemplare che vive in ogni cristiano come sua personalità totale. Ma il corso della storia portò alla imitatio Christi, con la quale l’individuo non segue il proprio fatale cammino verso l’interezza, ma cerca di imitare la via seguita da Cristo. Anche in oriente lo sviluppo storico portò a una devota imitatio del Buddha, e questi divenne un modello da imitare: con ciò la sua idea perdette di forza, così come l’imitatio Christi fu foriera di una fatale stasi nell’evoluzione dell’idea cristiana.”
C. G. JUNG, Ricordi, Sogni , Riflessioni 

“Se voglio comprendere veramente Cristo, devo capire che Cristo ha vissuto realmente solo la sua propria vita e non ha imitato nessuno. Non ha copiato alcun modello. Se perciò intendo davvero imitare Cristo, allora non imiterò né copierò proprio nessuno, ma andrò per la mia strada, senza più neppure definirmi cristiano. Dapprima ho voluto copiare Cristo, imitarlo, cercando di vivere la mia vita nel rispetto dei suoi comandamenti. Una voce in me si è però ribellata e ha voluto ricordarmi che anche questo mio tempo ha i suoi profeti, che si sono ribellati al giogo impostoci dal passato. Non sono riuscito a conciliare Cristo e il profeta di questo tempo. L’uno ci chiede di portare il giogo, l’altro di scuoterlo; l’uno impone rassegnazione, l’altro volontà. […] Decisi perciò di passare alla vita umile e ordinaria, alla mia propria vita, e di cominciare da quel punto, in basso, in cui effettivamente mi trovavo. Se il pensiero porta a ciò che è inconcepibile, allora è tempo di tornare alla vita semplice. Quello che non risolve il pensiero, lo risolve invece la vita, e quello che il fare non decide mai, è riservato al pensiero. Se da un lato sono asceso a mete molto elevate e impervie e voglio ottenere una redenzione che mi sollevi ancor più, la vera via non mi porterà verso l’alto, ma verso il basso, perché solo l’altro lato presente in me mi può portare oltre me stesso. Accettare l’Altro significa però discendere nel lato opposto, passare dal serio al ridicolo, dal triste al sereno, dal bello al brutto, dal puro all’impuro”
C.G. JUNG, Il libro rosso 

“Vivere se stessi significa essere un compito per se stessi. Non puoi mai dire che vivere per se stessi sia un piacere. Non sarà una gioia, ma una lunga sofferenza, perché devi farti creatore di te stesso.”
C. G. JUNG – Il libro rosso
“Dovete essere lui stesso, non cristiani ma cristi, altrimenti non siete pronti per il Dio che verrà”.
C. G. Jung, Il Libro rosso
“Questa, dunque è la mia strada; qual è la vostra? Così rispondevo a coloro che da me vogliono sapere la strada. Questa strada infatti non esiste!”
“Voi non avevate ancora trovato voi stessi: quand’ecco che trovaste me. Così fanno tutti i credenti; perciò ogni credenza è così poco importante. Ora io vi ordino di dimenticare me e di trovare voi stessi, e solo quando voi mi avrete rinnegato tornerò da voi.”
F. NIETZSCHE, Così parlò Zarathustra.

 

statua-cristo-risorto-su-mensola-colorato
168666197_10222627591631898_2757794939318365477_n

 

266. di piedi e di riti

I piedi. Che toccano il suolo, la terra, affondano nella sabbia e nell’erba e nella neve, saltano nelle pozzanghere, si adeguano a una  roccia, toccano l’asfalto, si mischiano ai ciottoli, si appoggiano al greto di un fiume, lambiscono il bagnasciuga, si posizionano per le salite e le discese …

I piedi. Che camminano saltano ballano corrono stanno fermi. Passo dopo passo. Orme. Fino alla fine dell’orizzonte, cioè a fare il giro del mondo, ché l’orizzonte non finisce mai.

I piedini, piccoli piccoli piccoli, che per la prima volta toccano il suolo, mentre il resto del corpo è sostenuto da braccia adulte. I piedini piccoli che staccano il primo passo.

I piedi più grandi che solcano decisi le strade, mille strade, così tante che diventano cielo.

I piedi affaticati dei vecchi, i piedi che, incerti, passo dopo passo, camminano così lenti da sembrare piante ferme, che mettono radici.

Piedi sacri. Piedi movimento. Piedi contatto con la terra, piedi che disegnano la nostra posizione nel mondo. Piedi libertà, piedi progresso, piedi ricordo.
Piedi di Maestri, che in molte culture sono venerati come simbolo dell’evoluzione che Essi hanno raggiunto.

I riti. Che sono belli. Alcuni più, altri meno. Alcuni che conservano nelle norme codificate qualcosa del flusso vitale che li ha originati, e hanno ancora radici e sorgenti vitali legati all’identità della loro nascita; altri che sono solo regole, consuetudine, prassi e sono causa di identificazioni dannose.

La lavanda dei piedi. Un rito della Chiesa cattolica, uno dei riti della Settimana Santa.
Ne parla solo l’evangelista Giovanni.
Mi piace, per dirla in linguaggio fb.
E’ uno dei riti a cui sono più affezionata, ed è infatti uno di quelli che più colpivano la mia immaginazione di bimba.
Una fila di maschietti chierichetti – allora niente femmine nella zona dell’altare, se non per le pulizie- con un piede scoperto che il parroco bagnava abbastanza velocemente dicendo le parole necessarie. Tutto questo in chiesa, durante la celebrazione liturgica.
Si diceva che era una lezione di grande umiltà. Cristo, nel testo di Giovanni, prima dice a Pietro – che non vorrebbe farsi lavare i piedi da Lui- che ‘quello che io faccio tu ora non lo capisci, ma lo capirai dopo’; poi che deve farseli lavare altrimenti ‘non avrai parte con me’ o, con altra traduzione ‘non sarai veramente unito a me’; poi prosegue ‘chi ha fatto il bagno deve lavarsi solo i piedi ed è tutto puro, e voi siete puri ma non tutti’. E conclude ‘Sapete che vi ho fatto? Voi mi chiamate Maestro e Signore, e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, il signore e il Maestro, ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri. Vi ho dato infatti l’esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi’.

Cos’è che Pietro non capiva in quel momento e che lo  avrebbe capito dopo?
E il significato dell’intero episodio?
Lo ricordo associato all’umiltà, al servizio … per tradizione i servi lavavano i piedi agli ospiti che entravano in casa, o venivano lavati i piedi dei re … quindi, se un Re qual era Gesù lava i piedi ai suoi discepoli quale altra lezione c’è da imparare?
Si diventa totalmente puri nel servizio totale all’altro/a, sembra semplice.
Ci sono fior di studiosi che dedicano la loro vita alla ‘lettura’ e all’ ‘interpretazione’ dei testi sacri, e sono detentori di immensi saperi, è loro la ‘giusta’ e ortodossa e canonica spiegazione.

Io ricordo soltanto quando ho lavato i piedi a mia sorella piccolina, a mia madre, a mio padre, alla nonna materna, al nonno paterno, al parroco durante un suo ricovero al Gemelli, e ad altri. Ricordo quando ho tagliato le unghie a qualcuno di loro, quando contemporaneamente ho accarezzato quei piedi, a volte aggiungendo una carezza nella necessità di un gesto del momento, gesto che comunque era già carezza.

E se invece di stare scrivendo su uno schermo, stessi parlando con persone nella realtà, lo chiederei ‘tu ricordi quando hai lavato i piedi a qualcuno?’. E ascolterei con molto interesse le loro parole.

Nonostante tutta l’educazione cattolica che mi porto dentro, non posso non travalicare i concetti di servizio e di umiltà, che risultano un po’come un recinto angusto di un gesto favoloso, potente, regale, realmente divino se pensato in termini di completezza e connessione.
Bisogna farlo, un gesto, per capirlo un po’ meglio. Farlo nella realtà non durante un rito un po’troppo codificato.
C’è un amore diverso dalle parti dei piedi. Si mette in modo qualcosa di inusuale quando le mani toccano i piedi. Due estremità così differenti … le mani svolazzanti nell’aria, curiose di tutto, toccano tutto … i piedi sempre rivolti a terra, a sostenere il corpo …
Si incontrano due mondi totalmente dissimili quando le mani di una persona toccano i piedi di un’altra persona.
E’ uno scambio di energie interamente differenti, si attiva una comunicazione profonda, tra alterità, tra radici e rami … un corto circuito di dolcezza …

E’ bello nel fare l’amore accarezzarsi reciprocamente su tutto il corpo; è bello che il bacio esca dalle labbra e vada a conoscere tutto il corpo.
E poi … quando si arriva laggiù, nella parte opposta a quella che sembra la nostra centralina -la testa-, laggiù, nelle zone lontane -i piedi- a cui spesso non pensiamo, è possibile percepire una diversità nello scambio amoroso, è possibile sentire una lontananza, una differenza, qualcosa di dimenticato, una commozione, una tenerezza verso l’intera persona, un abbraccio che si fa immenso perché comprende qualcosa di indicibile, ma vivo e presente in quei piccoli movimenti sui piedi, lavanda o taglio delle unghie o carezze che siano.
No, nessun feticismo. Semplicemente corpo, e nella sua piena e più completa totalità, nella sua intera purezza.

I piedi sono come i luoghi meno conosciuti, quelli nemmeno descritti nelle mappe, e che quando ci arrivi sai che senza quelli il mondo sarebbe davvero incompleto.
Amare il dimenticato, l’inusuale, quello che più facilmente si sporca perché è a contatto con la terra che “come è noto” è sporca e volgare, e non è per nulla tersa e trasparente come l’aria e il cielo e le cose di lassù; ma amare tutto ciò mica per umiltà o spirito di servizio …

semplicemente amare per amare, completare, completar-sé … qualcuno riesce a vedere quanto ci si “innalza “quando ci “abbassa” verso terra? verso LA Terra …

arrivederci dalle parti dei piedi, con riflessioni più chiare … per adesso echi di voci lontane, sensazioni … ci sono verità da raggiungere, è sempre un “tendere verso” …

a ridosso di resurrezioni, che sono totali