287. è arrivato il babbo

È una frase di altro tempo; non so se si usa ancora, allo stesso modo in cui si usava quando le mamme lavoravano in casa,  quando ero piccola, in una realtà di piccolo paese.
Una frase-orologio, che scandiva il tempo nei modi altri in cui veniva scandito quando ero piccola, si, e lo ero in un piccolo paese, sì.
Una frase che univa, che completava la giornata; e diceva molte cose: che si stava per cenare e che era sera e dava inizio alla notte.
Diceva la mia felicità, l’interezza della mia protezione, la voce del babbo nelle stanze della casa, il profumo del suo lavoro.
Tutto cambiava e si rinnovava quando la mamma diceva quella frase. O quando, a volte, la dicevo io.
Ogni sera, quell’orologio d’amore.
È arrivato il babbo, che aggiusta le cose rotte, che si dedica all’orticino nonostante sia stanco, che canta con la sua bella voce, che non si siede a tavola se prima non si è tolto gli abiti da lavoro, che è pensieroso, che ha un dolore, che mi indica le costellazione nel cielo e nel suo libro di astronomia dalla copertina blu scuro, che sfoglia gli atlanti, che costruisce presepi da favola, che “fa” la settimana enigmistica insieme alla mamma seduti intorno al tavolo della cucina, e io li guardo e la cucina si fa mondo più grande di quello disegnato sugli atlanti.
È arrivato il babbo, ci completiamo.
Il babbo, che tre giorni prima di morire mi chiede “per favore” se posso fargli cambiare posizione, allungando le braccia verso di me; e io gli rispondo che in quel modo si farebbe male e gli propongo un altro modo: e lui dice “no, che cosi ti fai male tu”, perché il babbo arriva anche tre giorni prima che lui muoia in mezzo a tante sofferenze e a tanta generosità.
E che cosa strana scrivere qui di quella frase forse desueta, per me sicuramente lontana nel tempo e nello spazio, a echeggiare di galassia in galassia, perché, comunque, le parole amorose non si perdono, vanno a viaggiare nell’uni-pluri-verso, che per questo è infinito.
E te lo immagini un pianetino giovane o un sole vegliardo o una stella lucente quando sentono giungere dal buio dello spazio la frase “è arrivato il babbo”?!
C’è festa da quelle parti, per tutto quello che di buono abbiamo seminato qui, specialmente quando arriviamo, e arriviamo sempre perché lo abbiamo promesso; e se non arriviamo più è perché non abitiamo più questa terra, questa dimensione, questa cucina, questo piccolo paese; e se non arriviamo più è perché ci siamo sempre, finalmente possiamo esserci sempre, in altra forma.

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286. senza più nostalgia

Avrò nostalgia del Grande Carro e di Cassiopea, così come ho nostalgia adesso di quei momenti in cui mio padre mi insegnava a riconoscere quelle stelle nel cielo notturno, che sembrava girare sopra il piccolo spazio della piazzetta dove abitavo?
Avrò nostalgia come ho adesso di quando, io piccola in braccio al babbo, stavo col viso in su, tra la sua voce e il suo abbraccio, e mi sembrava di navigare seguendo la bussola del suo dito che, sebbene segnato dal suo lavoro manuale, diventava per me un ago dorato che indicava la giusta direzione da seguire?
Ci sarà nostalgia lì dove non sappiamo se ci saremo, ma vorremmo esserci portandoci tutti i battiti del nostro cuore, tutti; e tutte le emozioni e tutti i sentimenti; e le carezze date e ricevute; e le foglie guardate e sfiorate; e l’acqua, e il pane, e le risate con gli amici; e le passeggiate?
Ci sarà nostalgia dell’essere nati e di aver terminato l’esperienza che chiamiamo vita?
Chi dice di sapere afferma che no, che ci sarà pienezza, forse un immenso presente colmo di tutto, proprio di tutto.
Anche del Grande Carro, allora? E della voce di mio padre?
E di te, mamma? Ci sarà la fine del tuo dolore per essertene andata via lontana da noi? Ci sarà la fine del mio dolore per la tua perdita, la fine del mio dolore per il modo in cui te ne sei andata? Potrò riposare nel tuo sorriso diventato luce e piccoli arcobaleni?
Se ci sarà qualcosa, ci sarà anche l’incredibile occasione che chiamiamo vita, quella che abbiamo vissuto, proprio la stessa e contemporaneamente trasformata dall’ Amore?
Avremo coscienza?
Babbo, mi indicherai altre stelle che da qui non possiamo vedere?
Mamma, ti spegnerai serenamente tra le nostre braccia, come avresti desiderato?
Avremo nostalgia?

O non l’avremo più, finalmente?

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285. sé: post girovagante e anche serissimo :-)

QUESTO POST È UN MIO PERSONALE DIVERTISSEMENT ED È MOLTO  PROBABILE CHE SIA ALTERATO IL SENSO GLOBALE DEL TESTO DA CUI TRAGGO I BRANI. CHISSA’.

TESI E CONCLUSIONI DEL TESTO DA CUI SI ESTRAPOLANO I BRANI DI QUESTO POST, NON SONO DEDUCIBILI DA QUESTI STESSI BRANI CHE, NON AVENDO CITATA LA FONTE,  SI CONFIGURANO INFATTI COME BARCHETTE SMARRITE IN UN GRANDE MARE, SENZA COORDINATE E SENZA CONTESTO E NON SERVONO PER COMPRENDERE IL  SIGNIFICATO CHE L’AUTORE HA DATO LORO, INSERENDOLI NELLA COMPLESSITA’ DELLA SUA OPERA.

IL POST, CHE SI SOFFERMA SUL CONCETTO DEL SÉ E SI PRESENTA SENZA  FONTE ALCUNA, È UN POSSIBILE SUGGERIMENTO DI RIFLESSIONE SU ALCUNI PUNTI:
. L’AFFERMAZIONE “IO SONO COSÌ, IO SONO QUESTO, IO SONO QUESTA”
. LA CIRCOLAZIONE DI FRASI DI CUI NON VIENE CITATA LA FONTE,
‘SUBLIME’ ABITUDINE DI UNA CONTEMPORANEITA’ SENZA LEGAMI E
CONTESTI E PRIVA DELLA CAPACITÀ DI ASSUNZIONE DI RESPONSABILITÀ
. L’INTERPRETAZIONE RISPETTO AL TESTO TOTALE, E  CHE UN POST COSI’ PROPOSTO TENDEREBBE A
SUSCITARE, MA CHE SI CONSIGLIA DI NON FARE 🙂
. ALTRO 🙂 🙂

” […]
Questa è dunque l’operazione compiuta da Locke a metà del XVII secolo: stabilendo l’io come riflesso della propria coscienza, aveva reso la persona, che ne era il supporto, un soggetto materiale dei diritti e dei doveri al lavoro sottomesso alla legge di Dio. Fare della persona un soggetto costituiva un doppio rovesciamento: da un  lato, si trattava di ancorare la personalità al corpo (la testa) di un solo individuo, titolare dei diritti e dei doveri; dall’altro si trattava di circoscrivere questi diritti e questi doveri all’interno di un sfera del proprio, governata dalle esigenze della cura del sé. L’individuo, come lo concepiva Locke, era un lavoratore che attraverso il suo contributo personale al miglioramento dato da Dio, riceveva come ricompensa la capacità di rivendicarne i frutti e la consapevolezza che questa rivendicazione era fra i suoi diritti.
Questa figura dell’individuo, però, se  poteva apparire come all’apertura di un nuovo orizzonte di libertà, in realtà realizzava il contrario: improvvisamente, dato che in quanto persona doveva essere trattato come soggetto, l’individuo veniva ridotto al sostrato materiale, che era il suo corpo. Lungi dal diventare i padrone di se stesso, l’individuo che si cura del suo sé diventava il soggetto di tutto ciò che era in grado di agire sul suo corpo, diventava una cosa  soggetta a un proprio che era sempre quello di un altro, cioè il padrone della legge che organizza la devoluzione dei diritti e dei doveri.”
[…]
Del resto Locke non ne fece mistero: il suo obiettivo principale nel definire il self come movimento proprio della coscienza era quello di assicurare che le condizioni per cui un individuo poteva essere detto identico a se stesso potevano essere finalmente determinate.
[…]
Lungi dall’inaugurare il concetto di individuo libero e sovrano, Locke -come la maggior parte dei suoi contemporanei- propose uno scenario filosofico che autorizzava l’annullamento di ogni  libertà e sovranità nella pura e semplice sottomissione alla propria identità, e quindi a se stesso.
[…]
Il paradosso inaugurato da Locke è dunque il seguente: è nel momento in cui il sé si scopre come un’entità propria che esso scompare come soggetto della sua stessa identità – e dunque soggetto di coloro che ne detengono il potere di definire le coordinate perché hanno il controllo sul corpo che ne forma il sostrato.
[…]
Nella storia della modernità occidentale, numerose istituzioni hanno accompagnato questa metamorfosi della persona in soggetto, istituzioni che avevano l’obiettivo di stringere ulteriormente il nodo dell’identità, intesa come condizione necessaria per l’esercizio di una forma di capacità, sia essa giuridica che politica. La prima di queste fu l’istituzione del nome, che da segno di identità legato alla genealogia in epoca romana assunse gradualmente lo stato di garante dell’identità,
[…]
La Rivoluzione, le diverse restaurazioni e le Repubbliche la confermarono: la questione dell’identità era diventata abbastanza seria da richiedere l’attuazione di ciò che poteva provarla, ovvero stabilirla.
[…]
L’idea di istituire documenti di identità per tutti i cittadini di una data nazione è emersa solo gradualmente – cioè nel momento in cui, alla fine del XIX secolo, la questione di cosa sia una nazione sembrava essere diventata la domanda più importante che le autorità responsabili potessero porsi.
[…]
Avere un’identità è sempre stata una condizione dell’esistenza; essere se stessi si basa sull’avere una personalità […]. Ciò significa che esistere significa soprattutto nell’esistere per le autorità che hanno il potere di riconoscere se un individuo è qualcuno o nessuno – o meglio: se un individuo è effettivamente la persona stessa, la persona che dice di essere, ma di cui non si può dire che lo sia veramente. Non c’è quindi identità personale se non è provata;
[…]
La firma, ma anche la fotografia, l’antropometria e più tardi le impronte digitali: questo fu il repertorio elaborato nel corso degli anni dai primi responsabili dei primi servizi di “identificazione” delle varie forze di polizia dell’Occidente, per garantire la loro missione. L’obiettivo era quello di far confessare agli individui, anche contro la loro volontà, chi fossero ovvero quale nome poteva essere usato per collegare i vari tratti dell’identità che erano rilevanti per stabilirla, che venivano poi raccolti in un unico incartamento.
[…]
Alcune di queste caratteristiche erano antiche (lo stato civile, la data di nascita, ecc.); altre erano nuove, come per esempio la nazionalità, e tutte finirono per produrre le identità che pretendevano di provare: per molto tempo, nessuno avrebbe pensato che appartenere all’autorità di una nazione potesse far parte del ‘sé’. L’identità moderna è anche questo: una performance amministrativa.
[…]
La celebre tesi di Taylor in Le radici dell’io secondo cui ogni ontologia porta in sé l’insieme dei valori che permettono a un individuo di situarsi nel mondo, si dimostra quindi corretta, ma in un modo che il filosofo canadese non aveva previsto: quello del carattere poliziesco dei valori in questione. L’ontologia non è il discorso dell’essere; è il discorso del dover-essere – il discorso dell’incarnazione materiale, nel corpo, della volontà di controllo che le grandi categorie filosofiche di sé, di persona o di soggetto comportano. Essere è essere registrati; prendersi cura di sé, come è ormai consuetudine in Cina, preoccuparsi del ‘credito sociale’ che condiziona la capacità di ogni individuo di muoversi, di acquistare una proprietà o anche di trovare un lavoro – essendo l’identità una testimonianza automatica della virtù. Essendo il mio stesso che mi è proprio, il sé è anzitutto il proprio dell’insieme dei tratti la cui composizione singolare mi designa e che permette di provare che sono proprio io, che il mio io è davvero il mio sé, che è davvero il se stesso del sé-in-persona. Il discorso della cura di sé, lungi dal costituire l’orizzonte di una sorta di padronanza dell’individuo stesso, è l’organizzazione specifica, da parte di ogni individuo, della resa di questa padronanza di fronte a coloro che circoscrivono il valore dei tratti che definiscono il sé – dall’aristocrazia greco-romana ai padroni del lavoro del capitalismo contemporaneo. non c’è differenza, da questo punto di vista, tra la morale antica cara a Foucault, il pensiero del self sviluppato da Locke e gli esercizi di crescita personale […]: tutti non hanno mai avuto altro obiettivo che la concentrazione dell’individuo all’interno dei limiti del soggetto. In ogni caso, prendersi cura di sé assume di volta in volta l’aspetto di una modalità di esercizio della disciplina, quella di un corpo da cui ci si attende che si comporti in un certo modo, regolato fino ai dettagli in apparenza più intimi. Per dirla in un altro modo, la cura di sé è l’investimento totale dei corpi da parte di una  preoccupazione per l’identità o la medesimezza sotto forma di una specie di servizio militare; un addestramento al servizio di ciò che si è arrogato il potere di decidere, di riconoscere chi è chi, chi è il sé. Quando Louis Althusser, in un celebre testo dedicato agli  ‘Apparati ideologici di Stato’, evocava il riflesso del voltarsi quando si sente dire ‘Ehi tu, laggiù’, non diceva altro: l’ ‘interpellazione del soggetto’ che ha luogo quando si viene chiamati è in effetti una sottomissione. Non c’è alcun soggetto se non l’interpellato.

Niente testimonia meglio questo allineamento tra il sé e la polizia del nuovo genere letterario che è apparso recentemente nel mondo della crescita personale: quello dell’anticrescita personale, dei manuali per non doversi più prendersi cura di sé e finalmente accontentarsi di ‘essere se stessi’.
[…]
E’ vero che, per Freud, la distinzione all’interno del soggetto delle tre istanze dell’Io, dell’Es e del Super-Io […] doveva portare a qualcosa di simile a un ordine coerente. La meccanica delle nevrosi che distribuisce le incomprensioni e le contraddizioni inconsce tra le diverse istanze della topica del soggetto è una meccanica spiegabile, per cui è sempre possibile conferire un significato, anche se oscuro, alle transazioni intime con le quali ciascuno cerca di cavarsela come meglio può. Ma questo orizzonte di coerenza o consistenza implica anche l’assunzione di una tesi decisiva: che guardare il soggetto umano come un che di compatto ha come unico risultato quello di ignorare il modo in cui sono distribuite le forze che cercano di imporgli il loro posto.
[…]
Ciò che la psicoanalisi ha rivelato è che se l’Io non è più padrone in casa propria, è perché una serie di altri padroni hanno preso il suo posto, tirando i suoi fili da luoghi che resteranno per sempre inaccessibili.
[…]
Lo scenario proposto da Freud era quindi paradossale: da un lato, offriva a coloro che lo avrebbero seguito la possibilità di liberarsi da secoli (o persino millenni) di pensiero sul ‘sé’; ma dall’altro, faceva poco più che sostituire una fortezza con un’altra. Essere un soggetto implicava sia una liberazione dalla prigione dell’essere, sia il riconoscimento che questa liberazione era essa stessa solo un momento in un processo più ampio di radicamento delle vite degli individui nel territorio contraddittorio della psiche.
[…]
Credere di essere ciò che si è, insegna la psicoanalisi, significa smarrirsi nella madre di  tutte le illusioni; in realtà, non si è ciò che si è; si è ciò che non si è – un non-sè, un non-io, un non-essere che segna il fallimento abissale di tutti i tentativi di sottoporre il sé a un regime di esercizio. Da questo punto di vista, la psicoanalisi è il contrario assoluto di qualsiasi forma di crescita personale, sia che si inserisca nell’orizzonte delle pratiche d ‘cura di sé’ care a Foucault, sia in quello del self-help […] Lo sviluppo di un essere umano non è lo sviluppo della sua persona, ma lo sviluppo della sua assenza – o comunque della sua frattura in tutta una serie di istanze sulle quali è inutile pretendere di esercitare un qualsiasi controllo.
[…]
Cosa possiamo imparare da tutto questo? Forse la seguente lezione: che, per una serie di  pensatori che vengono dopo la psicoanalisi […], anche se considerato come merda, cacca, carogna o porcheria, ci deve essere un soggetto in quanto condizione logica del vero. […] Il soggetto è una necessità.
[…]
Senza l’effetto del soggetto, è impossibile attribuire una dimensione di verità all’effetto che emerge; è impossibile collegare ciò che appare e ciò che questo apparire comporta, ciò che accade e le conseguenze di ciò che accade; senza l’effetto del soggetto, la verità resta senza effetto tout court. Perciò è possibile dire che  -in assenza dell’altro- il soggetto è l’effetto del vero – e quindi che il vero, se è vero, trova il su destino nella ‘porcheria’ con cui è fatto, poiché in quanto soltanto effetto, il soggetto è tutto ciò che la persona produce in effetto: il soggetto è l’effetto che fa il vero. […] considerare il soggetto come l’effetto dell’evento sembra poter condurre soltanto qui: nel circolo logico dell’effetto che è l’effetto di ciò che fa.

Di questo anello logico che forma un nodo tra le dimensioni dell’essere, del soggetto, del sé e della verità, è senza dubbio Lacan che ne ha proposto ancora una volta la definizione più rigorosa, sotto forma di una citazione inaspettata alla fine del suo famoso saggio […]: ‘Nel ricorso da noi privilegiato del soggetto al soggetto, la psicoanalisi può accompagnare il paziente fino al limite estatico del ‘Tu sei questo‘ [‘Tu es cela‘], in cui gli si rivela la cifra del suo destino mortale: ma non sta al solo nostro potere di esperti in quest’arte il condurlo al momento in cui comincia il vero viaggio.’
[…]
Tu es cela‘, ‘Tat twam asi‘: questa frase è il mantra ripetuto alla fine di ogni verso di una parte decisiva della  Chāndogya Upaniṣad dove il grande saggio Uddalaka Aruni spiega a suo figlio Svetaketu le lezioni più importanti da meditare per raggiungere finalmente jñāna, la conoscenza.
[…]
Ora, secondo i testi della tradizione vedanica, la più seria, la più pericolosa di queste illusioni, quella da cui ogni brahman deve guardarsi se vuole un giorno raggiungere la realizzazione dell’ātman non è altro c he il sé.
[…]
Eppure ātman può anche essere tradotto come ‘sé’ – ma a differenza del sé che ci farebbe rivolgere lo sguardo verso noi stessi, verso il nostro interno la nostra esistenza, il ‘sé’ coinvolto nell’ ātman è un sé dell’esterno, un’esteriorizzazione del sé.
[…]
Perché è con questo che dobbiamo riconciliarci: con la dimensione dell’impossibile che attraversa tutte le ossessioni che il pensiero occidentale non smette di custodire – e di cui le tradizioni dell’estremo Oriente, che siano l’induismo, il buddhismo o le grandi scuole cinesi e giapponesi, non ne hanno mai avuto bisogno.
[…]
sulla base dell’affermazione incauta che il soggetto è davvero il soggetto, che il sé è il sé, l’io è l’io e l’essere è l’essere, e che basta accettarlo. Solo che questo è proprio ciò che è inaccettabile – è ciò che resiste a tutti i nostri tentativi più o meno volontari, più o meno consapevoli di ‘accettare’ ciò che siamo, poiché non siamo nulla che possa essere accettato. Come Uddalaka spiegò a Svetaketu, non ha senso perdere tempo cercando di risolvere l’enigma di ciò che siamo, poiché siamo soltanto quell’enigma – solo l’asi – il ‘così’ che, nella sua semplicità, segna il luogo della nostra impossibilità. Essere impossibile: questa potrebbe essere una definizione accettabile dell’essere in quanto attraversa sia l’ontologia psicoanalitica che l’orizzonte vedantico della conoscenza – essere impossibile, come quando diciamo di un bambino che non riesce a stare fermo che è ‘veramente impossibile’. Di fatto, il soggetto è colui che non sa stare al suo posto – o meglio, colui che, per stare al suo posto, nel suo luogo, nel suo topos, smentisce che si tratta di un luogo in senso stretto, ovvero uno spazio in cui starebbe come un proprietario sta su una terra su cui possiede dei diritti. Il luogo del soggetto è sempre altrove, da qualche altra parte; non è un  luogo proprio, ma al contrario il luogo di uno spossessamento
[…]
Ancor più del luogo di un”estasi’ che rivelerebbe la “cifra” del soggetto, è possibile parlare di una liberazione dal suo attaccamento permanente a quello che sarebbe il suo luogo proprio – che si chiami ‘sé’, ‘coscienza’, ‘io’ o ‘merda’. Questa liberazione, inoltre, è già avvenuta; il soggetto non è mai prigioniero del suo caput, come voleva Locke (e tutti coloro che, dopo di lui, pretendevano di relegare il sé al cervello, più di quanto lo fosse dei movimenti della sua coscienza – o del lavoro che ci aspettava che facesse. L’idea di lavoro, che Locke considerava come l’orizzonte di realizzazione dell’individuo che poteva rivendicare come  proprio ciò che ne risultava, è un’idea che non ha altro scopo se non quello di inscrivere il corpo della persona nello spazio di imperfezione richiesto dalla polizia dello sviluppo personale. Come ci ha ricordato Mark Alizart, c’è un legame sostanziale tra l’affermazione del valore del lavoro e il  perseguimento di un programma di riforma dei corpi – il programma di riforma nato con la rivoluzione evangelica e che  ora trova la sua sintesi nel workout, nella ginnastica come lavoro. Dietro la cura di sé, si nascondeva infatti il lavoro del sé – in quanto il lavoro è l’unica pratica riconosciuta capace di legittimare un proprio […] Istituendo il ‘Tu sei questo’ vedico come termine ad quem della rivelazione psicoanalitica, Lacan ha spazzato via questo orizzonte di perfezionamento attraverso il lavoro
[…]
Contrariamente a quanto voleva il famoso apoftegma nietzschiano (tratto da Pindaro) i pensatori cinesi non si preoccupavano di ‘diventare ciò che sono’, quanto piuttosto di essere ciò che diventano – cioè di dissolvere ciò che è possibile dire dell’essere nelle circostanze del divenire. Forse dovremmo anche andare oltre e sostenere che il cuore del pensiero cinese dell’oblio di sé, al contrario del  pensiero greco della cura di sé, consiste nello stabilire che non c’è altro orizzonte possibile per l’individuo se non quello di essere il divenire tout court
[…]
Piuttosto che parlare di ‘essere’ chiunque, dovremmo parlare di ‘può-essere’ chiunque, così come Nicola Cusano, a metà del XV secolo, parlava di possest per designare la possibilità di tutto così come si trova implicato in Dio.
[…]
E’ possibile dire che c’è un ‘può-essere’, e che questo può-essere, dispiegandosi ovunque, si dispiega indifferentemente in qualsiasi cosa – sebbene sia proprio questa indifferenza a garantire che qualsiasi cosa sia ogni volta qualcosa.

C’è un può essere chiunque: per quanto possa sembrare strano, per quanto possa sembrare deludente, questa è la massima che riassume nel modo più esaustivo ciò che accade quando ci si libera dal sé in favore di una pratica di incontro che si svolge interamente nelle circostanze. Improvvisamente, il linguaggio ereditato da quasi due millenni di storia del pensiero svanisce come un brutto sogno: no, non siamo mai ‘stati’ una persona; no, non abbiamo mai ‘avuto’ un sé; no, non abbiamo mai avuto a ‘disposizione’ una coscienza. L’unica cosa che siamo sempre stati o che abbiamo avuto è ciò che ci rende soggetti – nel doppio senso che i poteri hanno bisogno di un soggetto per dispiegare i loro strumenti, e che è anche come soggetti che si rende visibile l’inesistenza del luogo dove quei poteri pretendono di operare. Dal pensiero greco alla psicoanalisi, la storia dell’interesse della filosofia per ciò che costituirebbe il proprio di ogni persona è dunque la storia di un’autodistruzione organizzata – l’autodistruzione del soggetto che, dalla sua posizione di soggezione, osserva i  poteri passargli accanto.
[…]
Solo il potere è interessato a lavorare sul sé o agli esercizi del sé, perché solo il potere ha bisogno degli esseri performanti – cioè di soggetti che soddisfano la disciplina di un perfezionamento che li  pone per sempre sotto il controllo di padroni che  hanno la capacità di decidere i criteri di questa perfezione. Il diventare può-essere chiunque, invece, non richiede nessun esercizio, nessun lavoro, nessuna condizione; del divenire è possibile programmare soltanto l’incondizionalità, il fatto che ci sarà divenire e che starà a chi lo attraversa accompagnarlo o dargli un senso. Tale accompagnamento, tuttavia, è colmo di potenze che speta a ciascuno esplorare senza sapere bene dove porteranno, ma sapendo che condurranno da qualche parte, che questo ‘da qualche parte’ non sarà altro che il richiamo di una qualche altra parte, sempre altrove.

E’ proprio questo richiamo che la storia dell’identità ha costantemente cercato di rendere inudibile, da quando il sé si è imposto a scapito di tutte le altre istanze, di tutte le altre strategie, che avrebbero potuto preservarne l’insistenza, la presenza, la risonanza. Considerando che la posta in gioco del sé era, nel movimento della coscienza, qualcosa come l’identità di un individuo considerato come persona, Locke ha lasciato in eredità a questa storia uno strumento del potere di cui stiamo solo cominciando faticosamente a liberarci.
[…]
Nella logica dell’identità, si ha solo un’identità identica a coloro che la condividono – quindi non si ha alcuna identità, si è, dal punto di vista delle qualità, solo una copia perfetta di tutti coloro che, pur rivendicandola come propria, condividono questa qualità. Il discorso dell’identità è un discorso di clonazione:
[…]
L’ontologia è insostenibile: è il luogo di una contraddizione permanente, che essa è capace di risolvere solo se accetta di aprirsi alla comprensione che ‘essere’ ha senso soltanto nel dislocamento operato da un verbo copulativo – e non nella marchiatura dell’identico. Se l’operazione dell’essere è l’operazione della copula, allora l’essere è la categoria insostenibile su cui si infrange ogni possibile identità, ogni  possibilità di somiglianza, a favore di una fluttuazione generale che poggia sul divenire, sugli incontri e sulle circostanze. Essere è divenire, perché l’essere non è mai essere -mai del tutto, mai nel modo sognato da chi ritiene che l’idea di essere permetterebbe loro di definire le linee di demarcazione che determinano gruppi più o meno costituiti, di cui sarebbe possibile, per coloro che ne possiedono la chiave, dire la verità.
[…]
Dobbiamo dunque farla finita con noi stessi, perché dobbiamo farla finita con tutto ciò che poggia sull’idea che saremmo qualcosa per garantire che non siamo qualcos’altro, che non cominciamo a vagare fuori dai cardini ontologicici che formano le frontiere politiche del possibile.
[…]
Nulla è impossibile, infatti, tranne ciò che è irragionevole
[…]
Nulla è impossibile, tranne l’impossibile.”

porre attenzione anche a certe trasmissioni televisive
che fanno passare come sinonimi ‘identità’ e ‘lavoro svolto’

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https://www.repubblica.it/venerdi/2021/12/03/news/gravino_viaggi_da_fermo_mappe_terra_vuota_nobody_lives_here-328702600/

https://www.touringclub.it/notizie-di-viaggio/la-rinascita-degli-atlanti-dodici-titoli-da-non-perdere-tra-mappe-e-bandiere/immagine/2/antica-mappa-cinese

282. ci si rivede, per Caos

Toh, ci si rivede.
Cioè, sono io che ti rivedo. Per caso, come sempre.
Appena uscita da un negozio, faccio qualche gradino su una scala che sta lì accanto e ti vedo uscire da una porta che affaccia su uno spazio che è quasi una piazzetta (tutti questi articoli indeterminativi la dicono lunga, vero?). Vai di fretta, poi ti fermi, guardi alla tua sinistra, e riparti di corsa; hai qualcosa in mano.
Io sto ferma sul gradino da quando ti ho visto uscire dalla porta, ti guardo e sono stupita dal Caso, dal Destino, da Dio: si divertono, loro, chiunque siano, e dovunque siano, con le loro maiuscole obbligatorie e le loro presenze potenti ma sempre inafferrabili. O, almeno, abbiamo deciso così, noi esseri umani; cioè, lo hanno deciso quelli che, tra noi, si sono messi a pensare a osservare e poi a scrivere “è così, è cosà”, e tutti gli altri dietro.
Ah, dimenticavo. E’ stato aggiunto anche un Livello Energetico, che non è quello per cui paghiamo la bolletta, è una cosa che sta dalle parti della Psiche, dell’Anima, dello Spirito: c’è una certa varietà di collocazione, i lavori sono ancora in corso. E c’è un Livello di Attrazione, di Risonanza tra le Anime, insomma cose così.
Tutto questo per dire “guarda un po’, e chi se lo aspettava?!”: io sono qui per caso, una sosta, uno sprazzo; no, figurati se adesso ti dico di quale sprazzo, d’altronde siamo tutti di passaggio, no? dovunque, comunque sempre, di passaggio, lo sai bene, tu sei maestro in queste cose; molto di passaggio, per la mia esperienza. Però la fedeltà, la sincerità, l’amore, c’erano sempre nelle tue parole, ci mancherebbe, lo ricordo bene: rendono molto affascinante il passaggio, lo scivolare via, andarsene.
Queste cose le dico adesso, mentre scrivo e  ripenso a quel mono-incontro, eh sì, ti ho incontrato e ti ho visto solo io. Fossi stato un’altra persona, ti avrei chiamato, corso incontro, sorriso abbracciato; “come stai? come stai?”.
In quel momento, quando ti ho visto, a dire il vero, lo avrei fatto anche con te, ti guardavo sorpresa, ma anche con tenerezza e affetto. In quel momento c’era solo desiderio di amicizia, fiducia, amore. Ma siamo di passaggio, lo hai dimostrato.

Continuo il mio girettare, il pensiero di te vela ciò che dovrei vedere.
Però.
Poi.
A metà di un’altra scalata che sto scendendo, ti rivedo. Stai entrando di corsa in una piazza, hai in mano un oggetto rettangolare, sembra grigio, lo guardi e poi guardi davanti a te, alternativamente. Vai di corsa, come prima.
Chi cerchi?
Scendo lentamente, ma quando esci dalla mia visuale non mi volto verso la piazza, non guardo che direzione prendi. Tu non hai conosciuto la mia discrezione, non hai la minima idea di quanto io sappia farmi da parte. Siamo di passaggio.
Forse per questo ti vedo due volte mentre mi trovo sulle scale. Le scale non sono luoghi di sosta, sono di passaggio, servono a unire piani diversi.
Ecco: il Caso, il Destino, Dio, il Livello Energetico, quello di Attrazione e chi più ne ha più ne metta, mi stanno ricordando questa cosa dell’”essere di passaggio”, è importante.
Invece, dove ti sei fermato e chi ami lo hai detto al mondo. Da altre parti, diciamo.
E nonostante tutto, per un po’ penso che stai cercando me, che mi hai visto in qualche modo. Ma che non mi vedi mentre mi cerchi. Destino, Caso, Dio, Energia, Attrazione, cosa state facendo? Solo Caos.
Le scale, siamo di passaggio …
Ma io ti vedo dall’alto, entrambe le volte. Ha un significato anche questo? E chi lo sa? Io so solo che ogni tanto bisogna alzare gli occhi, se non verso il cielo, almeno verso le scale.
Continuo a camminare, sperando i tuoi occhi su di me. Che follia!
E’ solo Caos, tutto questo. Né Caso, né Destino. Tantomeno Dio. Energia ed Attrazione se ne sono andate da tempo, se mai ci sono state in te.
Continuo a camminare. Il mondo è tanto grande. E così lo Spazio e il Tempo. Coloro che pensano e osservano e poi scrivono, dicono così, bisognerebbe fidarsi.
Intanto è Caos.
Cioè quell’attimo prima dell’Amore.
Che verrà.
Tranquillo, non tra me e te.
L’Amore, quello che spiegherà anche questo incontro, e perché ti vedo due volte entrare in uno spazio largo mentre io sono sulle scale, e perché corri, e chi cerchi, e perché te ne sei andato via dalla mia vita, e perché te ne sei andato via dalla tua.

E’ Caos, bisogna fidarsi. Anche questo lo dicono quelli che pensano e osservano e poi scrivono.
Altrimenti ci saremmo trovati di fronte, tu ed io, vicini, col cuore semplice e dolce e libero a dirsi “ciao, come stai?”. Come due esseri umani adulti, maturi.
Ma siamo Caos. Stai tranquillo, lo siamo tutti. “Adulti” è una parola grossa, forse avrà un senso in futuro, forse.
Adesso ci aggiriamo per scale e piazze, chi lentamente, chi correndo.
Caos. Come quando si dice “Toh, ci si rivede”, per Caos.

Comunque, c’è sempre da ricordare che qualcuno direbbe

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E io sarei anche d’accordo.

https://it.wikipedia.org/wiki/Caos_%28mitologia%29

https://lauracanali.com/portfolio-item/caoslandia/

https://www.scienzainrete.it/contenuto/articolo/pietro-greco/ricerca-della-complessita-caos/aprile-2013

 

 

281. questo è un blog :-) … e … a rivederci :-)

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“Questo non è un blog”: iniziai così questo spazio virtuale. Un divertimento: divertĕre ‘volgere altrove, deviare’.
🙂

Questo è un blog.
Non è un diario intimo.
Non è una lettera scritta al più intimo e fedele degli amici (o alle amiche).
Non è una confessione.
Questo è un blog.

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Si configura senza ombra di dubbio e dichiaratamente come una narrazione.
Narrazione  come selezione di fatti. Selezione dovuta alla scelta di chi scrive, ai tempi in cui è calato, al tipo di spazio virtuale che occupa.
Narrazione come invenzione di fatti.
Narrazione come unione di invenzione e fatti ‘reali’.

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Questo è un blog.
E’ un gioco.
E’ un tentativo di esercizio di scrittura.
E’ un tentativo di esercizio di riflessione.
Vorrebbe contribuire a sottolineare l’importanza della consapevolezza e della responsabilità.
Con ogni mezzo.
Anche proponendo tutti i post come pura invenzione.
Come narrazione.

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Vorrebbe contribuire ad ampliare sguardo, percezione, pensieri, sensibilità.

Cosmo

In tutti i miei blog precedenti, in uno spazio in alto a destra, sotto il titolo “Accordi e Armonie” scrivevo, tra l’altro:
“[… ]  L'”io” come soggetto narrante non si identifica necessariamente con me. Riferimenti a persone o fatti reali sono puramente e ‘artisticamente’ casuali. E’ un gioco di scrittura che, come ogni scrittura e ogni gioco, nasce dal darsi una regola. […]”

Scrive Rosa Montero, nel ‘Post scriptum’ alla fine del suo delizioso libro “La pazza di casa“: ‘Tutto quello che racconto in questo libro a proposito di altri libri o altre persone è vero, cioè corrisponde a una verità documentata, ufficialmente verificabile. Ma temo di non poter dire altrettanto per quanto concerne la ma vita privata. Perché ogni autobiografia è fittizia e ogni fiction è autobiografica, come diceva Barthes.”

 

Mi piacerebbe che questo blog e tutti i precedenti fossero stati letti rispettando il mio intento.
Purtroppo non sempre accade che gli scritti vengano intesi in modo corrispondente al senso proposto da chi scrive.
Invece di prendere il senso offerto suggerito e condiviso, i testi a volte vengono letti come espressione di fatti personali, intimi, privati.
Ma nulla autorizza i lettori a credere questo. Nessun testo, nessun video.
Chi scrive sa bene quanto e come chi legge spesso tenda ad identificare autore e scrittura, specialmente i meno … ‘adusi’ … alla letteratura, o alla storia, insomma alle forme, le più varie, di narrazione, di racconto.

Questo è un blog.
E’ coerente?
E’ contraddittorio?
E’ invenzione.
Il soggetto narrante ‘io’ potrebbe essere, nella realtà, completamente diverso dal soggetto ‘io’ che scrive. ‘Io’ che scrivo potrei pensarla diversamente da ciò che scrivo, ed esercitarmi qui nella capacità di sostenere e argomentare il contrario di ciò che penso. Esercizio d’altronde praticato per allenare le capacità argomentative da ben altri e più colti ‘io’ dell’io che scrive.

Questo è un blog.
Questo blog è un esercizio di scritture, come tutti i miei precedenti.
Chi ama scrivere sa cos’è un esercizio di scrittura. Sa cosa significa creare i personaggi, renderli plausibili e coerenti. Sa cosa significa creare il mondo in cui far muovere i personaggi. Sa cosa significa architettare una storia.
Sa la distanza e contemporaneamente l’immedesimazione necessarie per costruire un romanzo, un racconto.
Sa il piacere profondo dell’invenzione letteraria.
Sa le avventure narrative e gli esperimenti in cui si tuffa senza remore.
Può un blog prefigurarsi come un tentativo di racconto?
I post come capitoli, per esempio.
Un modo nuovo.
Un tentativo.

Anche questo è un modo per suggerire l’importanza della consapevolezza.

Se, attraverso questo che ‘è un blog’, si sia riusciti a suggerire ciò che accade nell’ultima scena del delizioso film “Un incantevole aprile”, allora il senso del blog è rispettato e raggiunto.
Chi scrive racconta che prima amò il libro di Elisabeth von Armin e poi, allo stesso modo, il film, che ritenne fedele al romanzo.
Ma chi scrive?
Una persona reale?
Un personaggio?
🙂

Questo è un blog.

 

re-, ri- … a seguire, verbi a scelta 🙂

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RAMETTI NUOVI - LA SPERANZA DEL CUORE

a ri-vederci :-*

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280. di consapevolezza e libertà … “il transito terrestre” …

Fiocca la neve leggiadramente
sui cesti delle fioraie: imbianca
le giunchiglie e le viole,
le fresie magre, venute
dai paesi del sole.
A guardarle si pensa
dei tanti destini errati
che dolgono
per le vie della terra
ed un furore nostalgico serra
per le vie d’oro dell’anima
a cui neve non giunge.
ANTONIA POZZI, Mia vita cara. Cento poesie d’amore e silenzio, a cura di Elisa Ruotolo,
ed. Interno Poesia, 2019

 

Seguo un corso di arte sacra. Quest’anno si parla di Morte Giudizio Inferno e Paradiso nelle opere d’arte della Diocesi. Un relatore parla dei “Novissimi”, le cose ultime (Morte; Giudizio particolare e universale; Inferno; Paradiso) e si fa guidare dal Catechismo della Chiesa Cattolica e da passi dei “Testi Sacri”. E’ un sacerdote molto colto, e molto bravo nell’esporre. Ci ricorda ancora una volta che l’arte è stata una forma di catechesi. Sottolinea in un passaggio, riguardo ad alcune opere del passato, che rappresentavano la “teologia del tempo”, che spesso veniva usato “un linguaggio secolare” affinché le persone potessero comprendere al meglio il messaggio cristiano.
Questi concetti diventano come sedili di pietra su cui mi fermo: toccano un altro dei punti che sono per  me motivo di riflessione.

La circostanza (o il disegno di qualcuno) di essere nati in un tempo invece che in un altro. In una famiglia invece che in un’altra. In una nazione invece che in un’altra. Qualcuno, non ricordo chi, ha detto “gettati nel tempo”: è un’espressione che non amo, già ne ho parlato in questo blog, ma in qualche modo descrive il nostro trovarci in situazioni, anzi, in sistemi e tempi di vita che non abbiamo scelto.
In quei contesti maturiamo e/o non maturiamo, cresciamo o no; abbiamo l’opportunità di diventare consapevoli e responsabili e, quindi, liberi oppure no.
Ho sempre pensato ai miliardi di persone esistite nelle varie epoche, appartenenti ai diversi ceti sociali, alle visioni del mondo che si sono succedute nei secoli, alle nostre visioni del mondo, alle convinzioni, alle credenze, ai valori, agli stili di vita …
E mi chiedo: quante possibilità ha ognuno di noi di crescere realmente? Quanto le situazioni in cui siamo “gettati” permettono di crescere in consapevolezza e, quindi, di essere liberi?
Mi pervadono tenerezza e dolcezza e, a volte, malinconia, nell’immaginare le nostre vite “in un tempo”, “in quel tempo”; con quelle idee e non altre, con quell’educazione e non altra. Lì, in quel periodo … le nostre vite così casuali, e se anche non casuali, così tenacemente alla ricerca di un senso anche quando questa ricerca non è palese né voluta.

Le parole del relatore mi toccano nel profondo. “Teologia del tempo” … quella teologia ha conformato idee, comportamenti che poi, nel tempo, sono cambiati perché è cambiata la teologia … idee, comportamenti, vite “in balia” dei tempi … idee sbagliate, comportamenti che poi si sono rivelati sbagliati, da correggere … “ma che colpa abbiamo noi?” recitava una canzone tanti anni fa …
Che colpe possono aver commesso quelle vite in balia dei tempi, che colpe commettono quelle vite non evolute in consapevolezza e coscienza?
Giudizio particolare e universale? Inferno? Paradiso?
Tre anni di studi di teologia, una frequentazione cristiana assidua piena convinta per la maggior parte della mia vita … e non ho ancora una risposta. Sento le vite, le sento, nel volgere dei giorni, dentro tempi storici e luoghi che possono precludere ogni apertura spirituale.

E allora faccio la domanda al relatore. E conosco la portata della mia domanda, ne so le implicazioni. “Proprio per questo nostro essere ed esistere nel tempo, nei tempi limitati e caratterizzati; per queste nostre vite mai complete nel tempo, non dovremmo essere tutti salvati?”
Tra tutte le domande ricevute, il relatore definisce ‘interessante’ la mia. E si avvia a rispondere. Parla delle particolarità e dei limiti dei tempi, sì. E poi sento che sta per accadere, sento che sta per dire la parola fatidica, eccola arriva: ‘libertà’, ‘noi siamo esseri liberi, possiamo scegliere’. Va avanti ancora per un po’ e conclude, da buon oratore, con una frase ad effetto: “Dio non condanna per un no, ma salva per un sì.” Sorrido e lo ringrazio. Vorrei continuare, ma non voglio togliere spazio ad altre domande di altre persone.

Rimango con le mie domande.
Può essere davvero libera una vita così? Può davvero ‘decidere’ ‘in libertà’?
Di quale libertà parla la teologia del tempo, di questo nostro tempo, per esempio?
Esiste una libertà senza consapevolezza?

Riporto qui due parole scritte nel post n.210, giusto per non ripetermi, anche se mi ripeto queste domande da sempre …
“La consapevolezza: sapere chi sono io, sapere il mondo, sapere  la relazione tra me e il mondo …
E la libertà: libertà di, libertà da, libertà per, libertà con …
Consapevolezza e libertà vengono scritte e affermate a gran voce dappertutto. Sono altrettanto vissute?
Legàmi e intrecci tra consapevolezza e libertà.
Esiste la libertà senza consapevolezza? E la consapevolezza senza libertà? Non c’è libertà senza consapevolezza e non c’è consapevolezza senza libertà.
C’è prima la libertà o c’è prima la consapevolezza?
La consapevolezza e la libertà raggiunte fanno cadere ogni narrazione, ogni interpretazione, ogni mappa; perfino ogni descrizione, perché anche una descrizione è una forma di interpretazione. Questa condizione è raggiunta dagli illuminati, dai risorti di cui sentiamo parlare nei miti, nelle religioni: è una condizione d’arrivo di un  lungo cammino.
Quindi, prima di quella mèta, prima di aver fatto anche un solo passo in quel cammino, possiamo onestamente parlare di libertà e di consapevolezza?”

Spesso mi sento che sto abbracciando l’intera umanità, di prima, di adesso, di dopo. Un abbraccio di infinita dolcezza per ogni passo ogni respiro ogni lacrima ogni sorriso. Un abbraccio di tenerezza per ogni errore, per ogni incertezza, per ogni ferrea e sbagliata convinzione.
Non avremmo voluto così, se avessimo potuto scegliere. La libertà si configura come re-azione, come risposta, ed è già tanto.
Ma rimane ancora come domanda.

Diventare Esseri Consapevoli è il Nostro Compito. Questo ci rende Esseri Liberi.

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279. perché sono d’accordo con mia madre

‘Le intenzioni più belle non creano risultati buoni se il processo di gestione non viene costruito in modo inclusivo, se uno spazio di discussione non viene proposto per ascoltare, interagire e crescere insieme. Creare queste condizioni richiede molto lavoro ma permette alla fine uno scambio generativo e resiliente che cambia il senso di appartenenza di una comunità e porta risultati concreti e solitamente duraturi.’
SUSAN GEORGE, CHIARA L. PIGNARIS, a cura di, Coltivare la partecipazione, Ed. la Meridiana 2020

Volgendo a concludere a breve -o, almeno, sospendere per qualche tempo-  l’esperienza di questo blog, desidero ancora riflettere un po’ in questo spazio. Stavolta è su qualcosa che per me è importante da tempo e che mi si è riproposto con urgenza dopo un ricordo raccontato da mia madre.
La riflessione parte da una situazione personale e particolare, ma, dal mio punto di vista, interessa il vasto campo delle relazioni in generale.
Riguarda le diverse visioni del mondo, le diverse mappe di convinzioni che generano i nostri comportamenti. Riguarda il linguaggio, anch’esso una mappa fondamentale. Riguarda l’ ”incarnarsi” nella realtà di tutte le belle parole e i grandi concetti che ci sembra guidino la nostra vita. Riguarda il nostro “da che parte stare”.
Il ricordo raccontato da mia madre mi rende necessaria una risposta sul perché io mi trovi d’accordo con lei e, per tentare di farlo, mi servo delle poche cose che so riguardo alle pochissime cose che so 🙂
Il post è lungo, ma non è una novità da queste mie parti.

Il ricordo risale a quando mia madre era una adolescente – fine 15, inizio 16 anni -, non era ancora fidanzata con mio padre, che ha otto anni più di lei.
Mia madre si chiama Elena, mio padre Enzo.
Poi c’è una ragazza di nome Francesca, appartiene al giro di amici di mio padre, ed è più grande di lui di qualche anno.
A un certo punto Francesca comincia a dare fastidio a Elena, in tanti modi: si fa trovare sulle strade che percorre Elena, inizia a frequentare la sartoria dove Elena lavora … e ogni volta parla con Elena cercando di coinvolgerla in cose che riguardano la vita di Enzo, e anche cose del tipo che lui è fidanzato con lei, che Elena deve lasciarlo perdere, ecc.  Elena sollecita Francesca a parlare con Enzo, le dice che lui è libero, le dice che lei non ha nulla a che fare con lui. Ma Enzo ha parlato con i suoi amici, ha detto che Elena è una bella ragazza … e, infatti, dopo un po’ di tempo si fidanzano. Sicuramente Francesca, frequentando gli stessi amici e le stesse amiche di Enzo, ha sentito o le sono state riportate le parole di Enzo riferite a Elena e, siccome a lei Enzo piace, decide di assumere questo comportamento persecutorio verso Elena. Elena, dopo aver a lungo resistito, dopo aver invitato Francesca a smetterla e a parlare direttamente con Enzo, dopo aver taciuto con Enzo ed essendone diventata nel frattempo la fidanzata, un giorno decide di parlare a Enzo. Elena si trova in una situazione difficile, ha forse anche bisogno di aiuto, di essere ascoltata, di confrontarsi. Racconta a Enzo la situazione e, con molta semplicità, gli dice anche che se lui ha una storia con Francesca, deve semplicemente lasciar perdere lei. Nella sua posizione di fidanzata, l’invito a scegliere è totalmente legittimo e condivisibile.
Enzo chiede a Elena che cosa ha risposto a Francesca ed ottiene da Elena delucidazioni. Successivamente, Enzo parla con Francesca, e poi va da Elena e le dice che da quel momento in poi deve stare tranquilla, non sarà più infastidita e che, se dovesse succedere ancora, lo deve dire a lui.

Sono d’accordo.
Gli eventi ricordati da mia madre somigliano, inoltre, in modo incredibile a un’esperienza vissuta da una mia amica, quindi, ricordando a mia volta l’esperienza vissuta dalla mia amica (ma con esiti diversi, cioè negativi), chiedo a mia madre se avrebbe fatto allo stesso modo anche se, invece di essere fidanzata con mio padre, ne fosse stata amica. Mi risponde di sì.
Sono d’accordo.
Sempre ricordando l’esperienza dell’amica, le chiedo cosa avrebbe fatto se mio padre, da fidanzato o da amico, le avesse detto “vedetevela tra voi due”. Lei mi risponde che si sarebbe allontanata da un amico così, figuriamoci dal fidanzato.
Sono d’accordo.

Perché sono d’accordo? Questa è la riflessione.
Mentre il perché mi è chiaro se penso a due fidanzati, lo è meno se penso ad amici. Ma sento di essere d’accordo.

Ricordo un gioco che si faceva quando ero adolescente: chi salveresti o chi butteresti giù da una torre. Il gioco include l’idea dello schierarsi, e lo schierarsi è un termine di guerra, di contrapposizione, di “o io” “o tu”.
Se parlo di Amore, se parlo dell’Altro, se parlo di Condivisione (e io ne parlo) … chi salvo, chi butto giù dalla torre? Ed è proprio necessario salvare qualcuno e buttare qualcun altro giù dalla torre?
Nel gioco ci sono presupposti ingannevoli: che ci sia una torre poco capiente :-), che qualcuno debba essere salvato e qualcuno no, che qualcuno sia esterno alla situazione e che abbia il potere su altre vite, ecc.
Ché poi sono alcuni dei presupposti ingannevoli che sembrano sempre più guidare il mondo.
Però è anche vero che nella quotidianità ci troviamo spesso-a-volte-ogni-tanto a metterci da una parte o da un’altra, a scegliere da che parte stare. Crediamo in qualcosa: valori, una fede, convinzioni che ci fanno ‘frequentare’, intimamente ed esteriormente, alcuni ambiti e non altri. Come facciamo a scegliere quello e non altro? Cosa ci guida? A chi diamo ragione e perché?

Ripropongo l’accaduto astraendo il più possibile, per cercare di semplificare, ma intendendo il termine “semplificare” come passo e segmento dentro il criterio di complessità.

A, B e C sono tre persone che si conoscono a vario titolo e in vario modo.
A comincia ad agire un comportamento provocatorio e scorretto con B e di nascosto di C, di cui A dice cose brutte e non verificabili da B. B vive un grande disagio. B, entrata in maggior confidenza e intimità con C, e dopo aver cercato in tutti i modi di fermare A, coinvolge C e gli racconta cosa sta avvenendo.
C si lascia coinvolgere, entra in relazione con tutti i componenti del gruppo, compreso se stesso; ‘si sporca le mani’, come si diceva anni fa con un significato positivo (entra in gioco, si impegna in un contesto che necessita o di aiuto o di chiarezza, ecc.). C fa anche una cosa molto bella: chiede maggiori informazioni, cioè esprime fiducia, esprime volontà di chiarezza, esprime “essere in relazione con”.
C non si sente superiore ad A e B, non si lava le mani a mo’ di Pilato, non si mette fuori dalla torre a salvare o a buttare giù, accoglie invece le parole di B (forse anche la sua preoccupazione per C, forse anche un certo timore di B, un bisogno di B, B che si configura come Alterità), parla con A, tutela l’amicizia mettendosi in gioco nell’amicizia stessa, si espone, si mette alla pari “con” (e non “di”) A e B.
Quindi C si mette alla pari con A e B, sceglie di esser-ci (in quel luogo, in quel contesto, in quell’insieme che si è formato); evita di mettersi in una posizione di potere, e crea invece una rete di condivisione e riflessione comune.
Sceglie di esserci, di mettersi dentro la situazione; si sente coinvolto.
Se sei fidanzato, è auspicabile che scegli la chiarezza, la sincerità, l’esserci  … e la fidanzata.
Se sei amico, è auspicabile che scegli la chiarezza, la sincerità, l’esserci … e poi, caso mai, se vuoi, scegli A o B, ma questo è un livello successivo.
Esser-ci, lasciarsi coinvolgere, accogliere: ecco un motivo per cui sono d’accordo con mia madre.

Per riflettere in un modo che a me sembra più completo, includo e unisco l’esito ‘positivo’ dell’esperienza di mia madre (B) e quella con esito ‘negativo’ della mia amica (che sarà, quindi, anch’essa B).
Come già accennato, la mia amica ebbe un’esperienza simile, simile poiché lei non era fidanzata con la persona che usò verso di lei il comportamento di esclusione; inoltre, quell’episodio simile a quello di mia madre non fu l’unico negativo e offensivo che la mia amica si trovò a vivere in quella relazione amicale o simil-amicale. Ma io rifletterò, proprio per la somiglianza, solo su quell’episodio che, peraltro, provocò alla mia amica anche l’accusa di ‘spia” da parte del suo elegantissimo simil-amico.
Quindi, tenendo presente l’unione delle due esperienze, continuerò a usare A per indicare la persona dal comportamento persecutorio, B per indicare la persona perseguitata (si potrebbe anche dire stalkerata) e C per indicare la persona che in un caso tende alla soluzione e nell’altro se ne lava le mani.
Assumiamo quindi che A e B sono di genere femminile e C di genere maschile, così evito la doppia desinenza grammaticale di genere.

Il concetto di fondo, quello che sostiene tutto, è  la VISIONE DEL MONDO che ha ognuno di noi, e dove troviamo ciò che ci guida e che è osservabile da diversi punti di vista. Quelli che seguono sono quelli con cui mi sono esercitata.

 

1. LINGUAGGIO E INTERPRETAZIONI
“Vedetevela tra voi due”
Dentro una visione del mondo agisce un linguaggio, con i suoi elementi grammaticali e le sue strutture sintattiche e con i suoi significati. Cambia il linguaggio usato e cambia la mappa/percezione del mondo e viceversa.
Qui intendo sottolineare l’uso dei pronomi. Un pronome viene usato al posto del nome, e anche se il contesto comunicativo rende chiaro a chi ci si riferisce, si sta comunque usando una generalizzazione. In questo modo, nella percezione i soggetti vengono opacizzati, le persone reali si fanno un po’ distanti, anche se questa opacizzazione non è percepita a livello cosciente.
Particolarmente, richiamo l’attenzione sui pronomi personali soggetto: io, tu, egli, ella, esso, essa, noi, voi, essi, esse, loro: “lui è fidanzato con me”, “se tu sei fidanzato con lei”, ecc..
In italiano spesso sono poco evidenziati, perché la persona viene indicata ed è riconoscibile dalla desinenza del verbo.
Il pronome non viene solo usato per costruire frasi grammaticalmente corrette, senza ripetizioni … sì, è utile, ma sottolinea anche una certa distanza fisica … ed emotiva: “vedetevela tra voi due”; “lui è straniero, lei è di un’altra razza”; “tu sei sfigato, loro sono fighi”; “noi siamo in gamba, voi fate schifo”.
Cominciano a crearsi gli insiemi, i confini i cui spazi interni sono percepiti come fondati su somiglianze, rassicuranti somiglianze, somiglianze che escludono ciò che non somiglia.
Anche gli aggettivi possessivi danno il loro contributo in questa riflessione: il mio fidanzato, la tua amica, il suo amico, i nostri amici, le nostre amiche ecc … Gli aggettivi aprono un po’ l’orizzonte rispetto ai pronomi, perché devono accompagnare il nome: “il mio tavolo” è una frase che dice a cosa mi riferisco; se dico invece “il mio”, pur essendo chiaro dal contesto che parlo del tavolo, ecco che avviene quell’opacizzazione di cui parlavo prima.
Notevole è poi il possibile contributo negativo dei pronomi possessivi: mio, tuo, suo, nostro, vostro, loro; che diventano anche, a volte, il mio/la mia, il tuo/la tua, il suo/la sua, il nostro, la nostra ecc.; cioè vengono usati in modo assoluto. Per esempio, “il mio”, utilizzato in questo senso assoluto, può indicare tutti i miei possedimenti, il mio pensiero, il mio modo di vedere, ciò che considero il mio mondo e, spesso, questo uso ha il significato “mio, e guai a chi me lo tocca”.
Questo uso è esclusivo, è oppositivo, crea contrasti e distanze, cioè: si dice ‘il mio’ per esprimere convinzioni del tipo “il mio si’”/ “il tuo no”; “il mio” ha diritto di esistere,” il tuo” no … il mio sentimento, la mia emozione, il mio mondo, la mia nazione, la mia amica, il mio fidanzato … tutto questo “mio” è “sì”, il resto è “no”.
E sulla base di ciò vengono fatte tante scelte, in ogni campo, ad ogni livello. Giù dalla torre, rimani sulla torre.
Ed è anche ciò che impedisce di “esser-ci”, di lasciarsi coinvolgere, di mettersi in gioco; è ciò che ci fa creare confini continuamente, buttando fuori di essi quello che non è inteso come “mio”.

Così è la mappa disegnata da questi elementi della lingua, così è la loro narrazione generale.
Non per tutti, per fortuna.
Fortunatamente, per qualcuno dire “io-mio” non significa far del male a “tu-tuo, lui-suo, ecc”; per qualcuno dire “io” non è buttare giù dalla torre “tu, lui-lei, loro”. Al contrario, è uscire da questi ingannevoli giochi, è percepirsi in modo connesso con l’esistente, è trovare soluzioni inclusive, inclusive anche di se stess*.
Amare il “mio” non significa odiare il “tuo”. Per qualcuno, per fortuna, esistono le sfumature, le differenze.
Qualcuno sa amare in modo diversificato le diversità che incontra, sa mettersi in gioco dentro gli eventi: ecco, qualcuno lo sa fare, qualcuno non tira una riga dove tutti devono rientrare in egual modo, fatta eccezione, all’occasione, proprio per se stess*.
Per fortuna esiste chi dice “mio” senza spazzare via “tuo, suo, loro”.

Però, purtroppo, questi inclusivi modi di vedere il mondo e di comportarsi sembrano essere in minoranza, e sono cancellati dalla lettura prevaricatrice del modo dominante; così, se, per esempio, una persona ragiona di amore con un’altra, ciò viene letto come sicuramente lesivo di una terza.
Molto facilmente, purtroppo, si mettono in campo fallacie logiche, bias cognitivi, equivalenze arbitrarie. Si entra nelle interpretazioni.
Ad esempio: la frase “Alfa ama una persona”, diventa facilmente “Alfa ama ‘solo’ quella persona”, che diventa sicuramente “Poiché Alfa ama solo quella persona, allora Alfa odia gli altri”. Con aggiunta di giudizio morale “quindi è cattiva”.
Ecco, allora, un turbinio di pareri personali fondati sul nulla, una continua alterazione del senso che l’Altro aveva dato alle sue proprie parole; per rimanere nel fatto accaduto alla mia amica: B chiede aiuto, ha un bisogno; C legge le parole di B totalmente dal proprio punto di vista esclusivo, giudicante, distante. C si sente infastidito da B, C non vuole entrare nella relazione e, quindi,“vedetevela tra voi due”.
Ecco, allora, un turbinio di affermazioni apodittiche, dove il verbo “è” spadroneggia tra la prima parte della frase e la seconda: A è cattivo-a; B è una spia, C è un-a menefreghista. “E’ così”: definizioni assolute.
Ecco, allora, che si blocca quello che dovrebbe essere un processo relazionale fluido, si blocca fondandosi su concetti di esclusione, pronomi  che annullano i soggetti e quindi le differenze.
Se dico mio marito, il mio amico, (aggettivi possessivi uniti a nomi comuni di persona) opacizzo il soggetto rispetto all’uso del nome proprio; il nome proprio, invece, scollega il soggetto da me e lo evidenzia come tale nelle relazioni, aiuta a mettere a fuoco la sua unica storia personale. Figuriamoci quanta distante appropriazione avviene con i pronomi ‘il mio’, il ‘suo’, ‘il tuo’ … Confini, voglia di creare confini, muri, distanze, disinteressarsi …

Per me non è così, posso scegliere un campo in cui agire, persone con cui stare perché non sarà mai contro qualcuno, ma sarà allenamento per saper stare con più diversità possibili, o sapermene allontanare come rispetto della scelta dell’Altro, senza insistere con la mia presenza.
Se dico “il mio”, non dico “non-il-tuo”, per cui mi risulta facile coinvolgermi e coinvolgere.
E questo, come ho già detto, è  uno dei motivi importanti per cui sono d’accordo con il comportamento di mia madre e con la sua opinione estesa, oltre al piano dell’amore di coppia, anche al campo dell’amicizia.
Un* amic* si lascia coinvolgere: si sente dentro un “noi”, non allontana usando quel “voi” che, nell’esperienza della mia amica, ammassa A e B.
Perché, ripeto, dovrei allontanarmi da un amico che dovesse dirmi “risolvete tra voi due” una questione che riguarda anche lui?
Perché lui, in modo lapalissianamente lampante, non si sente amico,  non si sente parte, ma super partes … fuori dalla torre … e, quindi, rispetto la sua posizione di non amico con me, me ne vado, non c’è da convincere nessuno.

Perché c’è anche in atto un gioco di potere -come nel gioco della torre-, e in questo caso il potere si manifesta con una delle sue più tipiche caratteristiche, quella, cioè, di gestire le informazioni, di averne di più rispetto a chi sottomette. Sono vani gli sforzi di B per portare alla luce collettiva le informazioni, per poterle condividere e discutere insieme.
C potrebbe parlare con A e B contemporaneamente, ma non lo fa.
Che ci vada bene o no, ognuno si comporta secondo la propria visione del mondo.
L’educazione, la crescita individuale e collettiva si attua con l’incontro tra questa personale visione del mondo e l’arricchimento continuo derivante da altre visioni del mondo. Lo sbilanciamento da una parte o dall’altra limita o azzera lo sviluppo.
A, B e C hanno tutt* e tre parti interiori da far crescere, da far evolvere, ma chi se ne rende conto dei tre? Chi vuole farlo? Non potrebbe essere proprio il comportamento di B a innescare una crescita collettiva, del gruppo? Ma il suo tentativo di coinvolgimento, dovuto anche al fatto di essersi trovata in mezzo a due fuochi, fallisce sia con A che con C, oltre ad essere malamente interpretato e frainteso dalle personali visioni del mondo di A e di C.

 

2. IL “DUE”: SEPARAZIONI E DICOTOMIZZAZIONI
Dentro una visione del mondo c’è anche una tendenza al “due” in senso contrappositivo.
E’ una caratteristica dell’Occidente, abituato a pensare in termini binari, per opposti inconciliabili, o bianco o nero, senza sfumature in mezzo e, aggiungerei, senza considerare tutti gli altri colori 🙂
In termini linguistici, un trionfo della più restrittiva congiunzione disgiuntiva, un peana della “o”: molto, molto alla base dei valori e dei concetti che ci fanno da guida.
A volte mi sorge il dubbio che qua in Occidente abbiamo troppo a lungo frequentato quell’idea di Platone 🙂 per cui ogni essere umano è una metà di un intero, e andiamo in giro per il mondo a cercare l’altra nostra metà. Per quanto romantica possa sembrare quest’idea, vivere sentendosi metà certamente non aiuta. Per questo ci sentiamo così fragili? E’ perché ci pensiamo, e quindi percepiamo, come un “Uno- mio” che non può essere tale se non fatto da due metà???? Tutto ciò potrebbe generare uno sguardo limitato, che non vede il tre, il quattro il cinque … che non vede i contesti … che vede solo sé stesso (come il Punto nel romanzo ‘Flatlandia’), e in questa totale fragilità autopercettiva e inconscia, il soggetto compensa la fragilità spesso ponendosi nella posizione di colui/colei che può decidere chi buttare giù dalla torre o chi salvare, cioè in una illusoria posizione di totipotenza.

E questo è un altro dei motivi per cui sono d’accordo con mia madre: se si è capaci di superare le dicotomizzazioni e affacciarsi al più vasto orizzonte di connessioni e integrazioni, si è anche amic* che nemmeno riescono a pensare una frase del tipo “vedetevela tra voi due”, ma riescono a mettersi in gioco, scegliendo ogni elemento presente e coinvolto e, se necessario, ne integrano anche di esterni per continuare il cammino insieme.

 

3. LA SCELTA
Dentro una visione del mondo c’è il criterio di scelta, che spesso si evidenzia in maniera oppositiva e contrastiva rispetto a ciò che non è scelto, e alcune forme della lingua, come i pronomi di cui sopra, ne evidenziano bene l’essenza dicotomizzante  e separatoria.

Due ricordi mi possono aiutare.

Il primo ricordo concerne una scena a cui ho assistito in treno anni fa.
Nei due sedili al di là del corridoio, di fronte a me, erano seduti un uomo e una donna. Vedendo il loro modo di relazionarsi, avevo distrattamente pensato che fossero in buoni rapporti d’amicizia, almeno d’amicizia. Leggevo, ma ogni tanto mi giungevano loro parole, pezzetti di frasi. A un tratto sento lei che, quasi con tono scherzoso, chiede a lui: “Perché non mi dai l’amicizia su fb? Te l’ho chiesta da tanto tempo”, e lui che subito risponde: “Devo difendere i miei amici”. Alzai gli occhi e vidi il volto di lei sbiancare, irrigidirsi; sentii la sua voce frenare un dolore e un’ira che stavano dilagando in lei mentre diceva: “E io cosa sono per te, allora?”
Lo confesso, mi alzai e cambiai vagone, per resistere alla tentazione di intervenire. In difesa di lei, chiaramente:-)
E questo è un altro dei motivi per cui sono d’accordo con mia madre.
Anche C ha chiarito a B che B non è su* amic*; C ha scavato sicuramente un solco tra sé e B, ha messo un confine, dice ”non è cosa che mi riguarda”: e quando si dice “ non è cosa che mi riguarda”, mediamente (sempre per il pensiero oppositivo-dicotomizzante) si afferma anche che c’è qualcos’altro che invece l* riguarda. Certamente non è B l’interesse (anche ) di C.

Il secondo ricordo concerne una conversazione con mio padre sulla separazione.
Lui, già un vecchio saggio, io appena separata. Parlavamo della separazione e lui sosteneva che non ci si debba separare. Io insistevo, gli dicevo che ci si può trovare in una situazione di doverlo fare, nonostante tutti i principi e i valori che la persona aveva lo ‘vietavano’. E lui disse così: “Prima di fare una scelta ci si deve pensare mille, un milione di volte … specialmente poi se coinvolge altre persone. Poi, fatta una scelta, si è fedeli a quella, anche nelle difficoltà. Non devi essere tu a venir meno in quella scelta … ma … se è lAltr* a venir meno, sì, allora puoi andartene … diventa anche una forma di rispetto, oltre che per te, anche per la scelta dell’Altr* di venir meno alla promessa, di non voler più stare con te …”
“Vale per tutto? Vale per il matrimonio, vale per l’amicizia … vale anche per chi ha fatto una scelta di vita religiosa?” E lui, uomo molto religioso, mi rispose “Sì. Anche un’istituzione può venir meno al patto, può tradire.”

E questo è un altro dei motivi per cui sono d’accordo con mia madre.
C è venuto-a meno, è venuto meno per primo all’interno del rapporto, ha dimostrato di non voler superare“ insieme” quel momento di difficoltà.

Rispetto alla scelta, io trovo molto interessante il pensiero di Jiddu Krishnamurti, una visione dove si intrecciano in una forma suprema e profonda i criteri della scelta e della libertà, e che rimandano all’Essere, al punto in cui si è in quel momento della vita. Essere-divenire-essere-divenire …
Già citato in questo blog, riporto ancora una volta qui sue frasi.
“Non pensiamo di essere liberi perché facciamo delle scelte; la scelta esiste soltanto quando la mente è confusa. Quando la mente è chiara la scelta non esiste. Quando voi vedete le cose con grande chiarezza, senza distorsioni, senza illusioni, allora la scelta non esiste. Una mente che non sceglie è una mente libera, ma una mente che sceglie, e quindi mette in atto una serie di conflitti e di contraddizioni, non è mai libera, perché è confusa in se stessa, divisa, frammentata.”
“La scelta c’è dove c’è confusione. Per la mente che vede con chiarezza non c’è necessità di scelta, c’è azione. Penso che molti problemi scaturiscano dal dire che siamo liberi di scegliere, che la scelta significa libertà. Al contrario io direi che la scelta significa una mente confusa, e perciò non libera.”

E’ qui egregiamente evidenziata la completa e perfetta unione tra pensiero e comportamento.

In queste frasi c’è già la spiegazione del fatto che a un* amic*  non verrebbe nemmeno in mente di buttare già dalla torre qualche amic* per salvarne altr*, di rispondere “vedetevela voi due” o “devo difendere i miei amici” o altro. Se lo si dice, lo si pensa, lo si “è”. La questione è semplice: C non si sente amico di B.

A, B e C sono in rapporto.  C, con il suo “vedetevela tra voi due” dimostra  incapacità di inserirsi e sentirsi nel rapporto; attiva uno sguardo dall’alto di un ‘io’ che guarda ‘voi-loro’ da lontano e si tira fuori, o si è già tirato fuori dal rapporto amicale, o non vi è mai entrato.
Sporcarsi le mani, sentirsi nelle relazioni, entrarci. C non è stato capace di sentire-accogliere la sofferenza di B, e, qualora B avesse sbagliato, neanche di accogliere il suo errore, insomma , C si fa i fatti propri, dimostra di non essere amico di B.
C lascia che siano A e B a risolvere una situazione e, in questo modo, la configura come un combattimento, un agone tra due parti schierate.
Ma la situazione proposta da B non è nei termini di vincere o perdere, è nel significato di avere cura dello stare insieme.
Nel mettersi al di fuori e sopra (sbrigatevela tra voi), C si schiera comunque, si distanzia da B, lascia B nel suo conflitto, lascia B in solitudine.  C si schiera: se non apertamente con A (ma anche sì), apertamente e sicuramente si schiera con se stesso, svilendo B .
C “non E'” amico di B.
Tutto diventa semplice se ci spostiamo sul piano dell’Essere, piano con cui arricchiamo profondamente  il verbo “essere”, ma così tanto profondamente da toglierlo dalle pastoie apodittiche per riportarlo, invece, nel piano etico, assertivo, partecipativo, connesso, e ampliarlo all’Esser-Ci.

C “non è” amico di B .
E questo è un altro dei motivi per cui sono d’accordo con mia madre.

 

4. IDEE E VALORI E VITA QUOTIDIANA
“Voler bene al mondo, a tutt*”: è una tipica espressione con cui spesso ci illudiamo di essere presenti, ma  ci dobbiamo spostare fisicamente per essere davvero nei luoghi del mondo, dobbiamo ‘esser-ci’ con le persone, nel mondo, per poter mostrare e dimostrare il nostro voler bene ‘a tutt*’.
La fisicità e la vicinanza fanno la differenza.
Una “mente non frammentata” agisce con coerenza nella realtà dei fatti e dei rapporti i valori che la guidano, non li lascia solo al livello di belle parole, bensì li incarna.
Grandi parole in generale, facili a dire da lontano, quando si è fuori dallo spazio-tempo in cui siamo incarnati, quando i fatti a cui si riferiscono accadono lontano da noi.
E infatti, sappiamo davvero come sarebbe il nostro comportamento se andassimo fisicamente dove tutto l’amore declamato deve diventare gesto parola silenzio?

C’è bisogno, dello spazio-tempo della quotidianità per sperimentare l’amore, l’affetto, l’empatia, in generale i nostri sentimenti e le nostre emozioni. Proviamo emozioni e sentimenti per persone e fatti che vivono e-o accadono lontano da noi, ma li esprimiamo e li agiamo sempre e comunque nello spazio-tempo dove viviamo.
In questo spazio-tempo dove viviamo si incarnano e si manifestano i concetti di mio, tuo, suo, nostro, vostro, loro. E’ qui che accadono le possibili distinzioni. Famiglia, comunità, luogo di lavoro sono gli spazio-tempo, cioè tutti i luoghi dove, di volta in volta, siamo-esistiamo-viviamo. Dobbiamo spostarci fisicamente per essere in un altro spazio-tempo e viverlo (il più possibile) dal vero, nella realtà delle cose e degli accadimenti. Almeno, questo avviene allo stato attuale delle cose, della nostra evoluzione, e del come ci percepiamo.

Nello spazio-tempo si creano legami, priorità, inclusioni, esclusioni, cioè si creano ambiti diversi di intimità. Una coppia ha un legame- ambito-comune-spazio-tempo che non è lo stesso che ognuno dei due (della coppia) stabilisce con un amico, con un’amica, una cugina, un vicino di casa.
Oh, si riesce così facilmente a far del male anche nello spazio-tempo in cui viviamo, alle persone con cui viviamo nello spazio-tempo, nonostante le nostre belle parole declamate, i bei concetti espressi. Il rischio delle belle idee è di viverle solo nei pensieri, come convinzioni su di sé e il mondo, ma che non diventano azioni; il rischio è di tradire la realtà, di non volerla né vederla più, se non è uguale a quei concetti: e quindi di fare diventare mappa la realtà, cioè un’interpretazione, un limite, una narrazione.

Trovo meraviglioso che la vita ci dia una misura; lo spazio-tempo entro cui apprendere … e per me, ciò non significa che amo solo “i miei” affini-vicini di uno spazio-tempo codificato e ripetitivo; anzi, questo amore sperimentato nel limite, mi permette di ampliare quel limite, quel confine, e comunque, per me, significa che i “miei” sono quelli con cui mi confronto nell’attimo in presenza, e quindi i ‘miei’ possono diventare tutti coloro che incontro e frequento nello spazio-tempo diveniente.
La con-vivenza ci dà la misura: il limite e il possibile, il continuo confrontarsi e formularsi e riformularsi nell’incontro fisico, nella relazione fisica, nel “con”.

Due punti fondamentali, inscindibili: “Con chi – In questo momento” si fanno linee guida per connessioni continue e progressive.
Scelta intesa come ‘essere’ ed ‘esser-ci’ e capacità di mettersi in gioco nelle relazioni.
E gesti che facciamo, leggibili dall’esterno, fisici, inseriti nello spazio-tempo.

E’ necessario anche per far crescere l’intero gruppo. E chi è fuori da quel ‘con’ non è necessariamente escluso o odiato, è in un livello dove, addirittura, ci si può dirigere attraverso quel “con chi”: l’escluso può essere quella diversità necessaria alla crescita del sistema.
Invece, attraverso la semplificazione e la superficialità si arriva a dire che “con” è uguale a “contro qualcun altro”.
Impariamo a stare “con-da tutte le parti” 🙂
Allora, multidimensionalizziamoci, impariamo a muoverci con criteri sistemici.

Mia madre voleva muoversi con criteri sistemici, giocarsi nel “con”, far crescere il sistema relazionale.
Ecco perché io sono d’accordo con lei.

 

Troppe volte le belle e alte parole degli ideali che ci sembra ci guidino si infrangono sugli scogli della vita, rompendosi in mille inutili pezzi e avendo come esito comportamenti opposti a quegli ideali.
Tante volte è successo che proprio dalle più belle parole ho imparato che nella pratica non c’è perdono; che c’è chiusura; che si ha più cura del sentirsi offesi che dell’aprirsi alla comprensione di ciò che ci ha portati all’incomprensione.
Viviamo in una confusione su noi stessi, sul mondo e sulla relazione tra noi e il mondo. C’è bisogno di riflettere. Io lo faccio come posso e come so, nel senso dell’essere in cammino.
Ritengo fondamentale la consapevolezza, di cui tante volte ho scritto in questo blog. Allargare le mappe, superare i confini: abitare gli interstizi, cercare la struttura che connette, per dirla con Bateson.
Traduco tutto ciò con “amare”, che significa anche aprire il nostro cassetto interiore dove abbiamo apposto questa targhetta, e vedere se quello che ci abbiamo messo dentro è proprio “amare”.
Non ci sono “torri” in quei luoghi dell’amare, non c’è l’idea di buttar giù qualcuno, di escludere; bensì ci sono abitudini al confronto, all’ascolto, al farsi carico, alla crescita del sistema.
Come facciamo a capirlo?
Siamo esseri divenienti, dotati di immaginazione e neuroplasticità, cioè esseri in apprendimento, capaci di confrontarci, quindi possiamo farlo.
Consapevolezza e responsabilità.

mente universo

278. Juan Vicente Piqueras

Vigilia di restare
Tutto è pronto: la valigia,
le camicie, le mappe, la fatua speranza.
Mi spolvero le palpebre.
Ho messo all’occhiello
la rosa dei venti.
Tutto è pronto: il mare, l’atlante, l’aria.
Mi manca solo il quando, il dove,
un diario di bordo, le carte
di navigazione, venti a favore,
il coraggio e qualcuno che mi ami
come non so amarmi io.
La nave che non c’è, le mani attonite,
lo sguardo intento, le imboscate,
il filo ombelicale dell’orizzonte
che sottolinea questi versi sospesi…

Tutto è pronto. Sul serio. Invano.

Juan Vicente Piqueras, Víspera de quedarse – Vigilia di restare, in Palme, ed. Empirìa 2005
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Oceano Nuziale

Questa storia comincia molto prima di noi.
Ci sono volute età di dolore e d’oro,
di pietra e di acqua antica, glaciazioni,
battaglie e lamenti, secoli, soffi,
una sera di marzo all’Isla Negra,
caverne, vulcani, libri, guerre, aquile,
stelle, formiche, ponti, labbra, tunnel,
poesie, caramelle, Carmen, rose
che Luis rubava per regalarle a te.

Ci sono voluti mari manoscritti,
madri che ci hanno allattato, tempeste,
tori di neve, navi, nubi, foglie
che cadono al suolo in un giardino in Cile
quando nessuno le vede,
miserie e miracoli, per giungere qui,
sulle sponde di questo oceano nuziale,
del vostro amore che sta ricominciando.

Ci sono volute, persino,
cose che non c’era bisogno che accadessero:
tiranni, per esempio,
che non sanno, poverini, che l’amore li tollera e li usa per diventare più forte,
e che laddove seminano la loro impotenza,
il seme putrefatto del non posso,
la vita riesce a far crescere, nella sua pazienza,
la rosa regalata del sì voglio.
Questa storia comincia molto prima di noi,
e non ha fine.

Ci è mancato poco che non accadesse, e tuttavia
è accaduta, siamo qui, a battezzarci
nelle acque benedette
del vostro nostro oceano nuziale.

Oggi la vita è un sì. Ha senso.
L’amore, come il mare, non dorme mai.
E la marea cresce anche se nessuno la guarda.
Avete attraversato anni, paesi, pagine
per arrivare qui. E tanti auguri.

Juan Vicente Piqueras, Oceano Nuziale, in Vigilia di restare, Multimedia Edizioni, 2017

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277. non-autobiografia – siamo terre incognite

AUTOBIOGRAFIA SRAGIONATA E DISARTICOLATA, VERA E INVENTATA QUANTO PIU’ POSSIBILE

La nascita e il nome

Una, cioè io, nasce nel 1957 in un piccolissimo paesino dell’Umbria, in una casa di 4 vani abitata già da 6 adulti alti e grossi: non va bene, lo voglio dire, già non va bene, così. La densità demografica era enorme, in quella casa, e non solo per numero, ma anche per stazza.
E che fa, una, cioè io?
Richiama la cicogna?
No, non può. Nasce e dice “che dio me la mandi buona”. E visto che la conoscenza del mondo si limitava, giustamente, alla tetta materna, l’ignara bambina che ero pensò subito di essere stata esaudita assaggiando il capezzolo della mamma.
Divenni dunque credente già nelle prime fasce.

Mi servì subito quella fede.
Perché, insomma, quando nasce un bimbo o una bimba in famiglia si fa festa, si fa silenzio, si canta, che si fa? No, dico, anche nell’Umbria degli anni CinquantaQuasiSessanta, un po’di contentezza ci sarà stata per una nuova nascita, no?

Pare ci sia stata, si sussurra che le scale che portavano alla camera dove stavo nascendo fossero piene di amiche della mamma, che mio padre stesse gironzolando nervoso di sotto.
E’ femmina.

Femmina.
Mia madre voleva chiamarmi Pierluigi se fossi nata maschio, Mara se fossi nata femmina.
Ora, dove avesse recuperato quel nome femminile così inusuale è cosa ancora avvolta nel mistero. Interrogata, ancora risponde di non ricordare, o che forse c’era non sa quale personaggio famoso di nome Tamara, o chissà….

Mio padre voleva chiamarmi Giuseppe se fossi nata maschio.
Con questa sola opzione: maschio.
No, non voleva assolutamente e solo un maschio,  pensava anche a una possibile figlia femmina e per il nome concordava con quello scelto da mia madre.

Così, dopo essere nata femmina, quanto prima mio padre andò a iscrivermi all’anagrafe col nome Mara.
Al suo rientro a casa, scoppiò la guerra. In casa, intendo; magari anche una guerra in qualche parte del mondo, da poter disegnare con fumetto americano stile anni cinquanta, da poter mischiare con storie di supereroi e supereroine, ché mi servirebbero già, a questo punto della mia storia, poteri soprannaturali e muscoli ipersviluppati per affrontare, bimba di pochi giorni, quello che successe nella casa di 4 vani sovraffollata da 6 adulti alti e grossi grossi e che invece mi piacerebbe ancora adesso fossero stati grandi grandi.

Beh, insomma, che ci vuole ad avere uno zio, fratello di padre, disperso in Russia durante la seconda guerra mondiale? Niente, ci vuole. E infatti ce lo mettiamo, c’era proprio questo zio disperso sul Don, uno zio bello e di salute delicata, morto in mezzo alla neve bianca e alle bufere, con ai piedi scarpe di cartone, giovane e amico del medico condotto del paese, interessato più  alle conoscenze dell’arte di Asclepio che all’attività muratoriale di famiglia.

E che ci vuole che questo zio si chiami Luigi? Ah, ancora meno di niente, uno dei nomi più diffusi in Italia.

Quindi, quando mio padre tornò dopo avermi iscritta all’anagrafe col nome Mara, a casa scoppiò la nostra familiare terza guerra mondiale, perché i nonni si infuriarono con questo nome: e che non mi avevano chiamato Luigia in ricordo dell’amato zio, e che è una vergogna, e che basta! la nonna paterna non portò più cibo a mia madre che stava a letto al piano di sopra e che mi allattava; cosicché dovette accorrere la nonna materna la quale, da un paese vicino, portò viveri alla figlia puerpera e piangente.

E musilunghi e grida da una parte e pianti e digiuni da un’altra, tutte tipiche e rituali cose da fare per salutare una nuova vita venuta al mondo e per mettere le basi di quella ferrea autostima che mi contraddistingue, visibile dall’esterno in modo particolare dal filo di voce con cui chiedo la ricotta di manciano all’addetto al bancone gastronomia della coop, o anche dall’intercalare mio più tipico, cioè “scusi”, anzi “scs”.

Ripartì il mio babbo bello come il sole e tre attori messi insieme, tornò in Comune, chiese di cambiare nome e scoprì che per tale operazione avrebbe dovuto lavorare circa mila anni di seguito comprese le domeniche, tanto all’epoca era costosa. “Ma faccia così”, gli disse l’impiegato addetto “aggiunga il nome, senza virgola tra i due nomi e poi la chiamerete come volete ‘sta fijarella.” E così fu fatto. Mara Luigia.

E fu Luigia.
Tornò la pace in famiglia e il cibo per mia madre.

Beh, però, insomma, che ci vuole ad avere anche un prete anticomunista e antirussia in un paesino umbro degli anni CinquantaQuasiSessanta? Niente ci vuole. E infatti c’era e ce lo mettiamo. Perché quando fui battezzata in chiesa don Giuseppe fece storie col nome Mara, secondo lui insidioso e ateo nome russo e, determinato, scrisse sul registro dei battesimi “Maria Luigia”. Mio padre, all’epoca ancora di fede comunista, non ci vide più. I dettagli di quei momenti non mi sono mai stati raccontati, ma in adulte escursioni dentro quei registroni dalla copertina scura, ho letto, nello spazio che accoglie i dati del mio battesimo, il nome “Maria” con la “i” cancellata da una croce e fui “Mara Luigia” anche per la santa romana chiesa. Don Giuseppe morì che ero piccola, così non potei raccontargli che Mara è un nome che sta nella bibbia, e significa “signora triste” ed è il nome che Noemi si scelse in un periodo di grande sofferenza per lei. Perché  Noemi significa “signora della gioia” e io, col mio maratriste mi commuovo un po’ a sentire “signora della gioia” e poi perché mara è anche uno dei nomi della terribile e meravigliosa dea kali e mi io ricommuovo, col mio marascs, di fronte a tanta potenza femminile e poi perché…..

Perché, insomma, io con questi due nomi ne ho fatta di strada, anzi di studi, per sopravvivere ad essi.
Ora, non è che io abbia nulla contro “Luigia”, anzi è un nome importante, anzi portato da regine; e conosco luigie belle e affascinanti e sagge, però non me lo sento mio, e cominciai a non sentirmelo mio molto presto.
Così, a sei anni, cominciai a chiedere di essere chiamata “Mara”. Non che fosse migliore, più bello più fine di per sé, ma a me sembrava un po’ meno locale dell’altro.
A scuola le maestre mi accontentarono subito, i parenti nel tempo.

Da adolescente mi presentavo chiedendo “scusa”, anzi “scs” per questi due nomi che non c’azzeccano niente tra loro, mica sono come MariaRosa, GianMaria, GianLuca, MariaPia o MariaGiovanna , ché a volte mi chiedevo se dongiuseppe non si fosse impuntato per il mio meglio, lui uomo istruito e di mondo, a voler mettere quella classica maria prima di luigia, così da collocarmi in una tranquilla normalità.

Tale era il mio disagio, che intanto m’ero fatta l’idea che “l’uomodellamiavita” avrebbe trovato una sintesi tra i due nomi: intanto che in ogni ufficio dove andassi scrivevano MariaLuigia, e io “no,scs, Mara”, e loro “ah mi scusi”; intanto che ogni lettera arrivava indirizzata alla MariaLuigia; intanto che volevo essere chiamata Luigi per un breve periodo dell’adolescenza, ma nessuno mi ascoltò; intanto che m’ero fatta una cultura sul “nome”, da Adamo che dà nomi alle cose fino a “sostantivo, femminile/maschile, singolare/plurale” e a “identità”; intanto che i nomi delle cose mi entravano in bocca come soffi e poi scivolavano sulla lingua gustosi ed eccitanti e poi li mangiavo ghiotta e ingorda, incantata dal fatto che ogni cosa ha un nome; intanto che le parole iniziavano a sostituire  pian piano le cose la vita; intanto che buona parte di parenti e conoscenti ormai mi chiamavano Mara, tranne mio padre, mia madre e mia sorella.

Intanto che arrivò Lui; intanto che io, da Illuminata, lo decretai l’uomodellamiavita, così da giustificare il prepotente incidente ormonale che occorse alla mia giovinezza, e che altre ragazze – Carla, Maria, Lucia, Antonietta, Luigia, Maria, Roberta e chi pìù ne ha più ne metta, anche quelle coi nomi doppi- seppero vivere naturalmente e sorridendo, diversamente da me che, per farmi un insano primo bacio e un insano primo rapporto sessuale, mi dovetti innamorare illanguidire pensare che fosse per sempre, sennò col cavolo sarei riuscita a farmi un po’ di sano sesso, libero dalle pastoie ecclesiastiche di verginale educazione cattolica pseudocristiana, usate sulle masse di giovincelle dell’epoca come prevenzione anticoncezionale e creazione di una immagine di sé che poi sarebbe diventata ottimo nutrimento di psicologi e affini.
Lui arrivò, lui, che non mi chiamò mai per nome. Ne inventava anche di carini, nomignoli amorosi, ma il mio nome mai.

La sintesi la fece un amico, compagno di ogni scuola  del da me eletto UomoDellaMiaVita. Durante un pomeriggio romano, a casa mia, parlottando tra un tè e una fetta di torta, gli raccontai del mio nome e del mio desiderio di sintesi,  perché scs, non volevo offendere nessuno dei miei due nomi, né tantomeno le intenzioni di chi me li aveva affibbiati, scs, scs.
E fu Malù. Il brindisi al tè fu oscurato solo per un attimo dal fatto che esistesse una pornostar con quel nome, ma io, senza scs, affermai decisa “Non temo confronti. E nemmeno concorrenti”.
Uscì poco dopo la coppa Malù, a conferma di quella che tutti dicevano essere una mia caratteristica, cioè la dolcezza, a cui io antepongo sempre “una certa”, giusto per evitare identificazioni gustose al palato di chi intende dolcezza e sensibilità come debolezza. E ce ne sono, eh. Specialmente tra i corteggiatori narcisisti che vogliono nutrire con questa dolcezza le loro amarezze senza fondo. Ah, se ce ne sono!

Poi, in età più adulta, fu il periodo di Gaia. Ci fu chi non ebbe problemi a chiamarmi subito così, secondo il mio desiderio. A volte, questa facilità a seguire il tuo desiderio, può essere un bel segno per capire chi ti ama o no. Anche quella volta fu così.

E poi amai essere chiamata a seconda del momento e della fantasia di chi mi stava chiamando: il mio nome come esito dell’incontro dell’altro-a con me, secondo il suo sentire e la sua fantasia (un po’ come quando si fa l’amore e ti escono le più variegate parole 🙂 ) Bello, bellissimo, sentire “chiamati fuori dall’altro-a” aspetti che nemmeno immagini avere. Anche quello è amore.
Normalmente, gli altri ti chiamano attenendosi al documento istituzionale  che ti identifica ufficialmente: il nome come controllo doganale e non come un sentire-un abbraccio – un incontro di desideri.

E poi … fate come vi pare.
Cercai da me il mio nome. Superando la nostalgia mai dichiarata per quel “Noemi-Signora della Gioia”, per quel significato lucente; superando la ricerca -dopo averlo trovato e poi dimenticato e perso- di un significato splendido del nome Mara come nome di una divinità onorata presso una popolazione africana.
E quando firmo scrivendo quelle lettere e quelle sillabe che mi radicano genealogicamente e illudono di descrivermi, tra me e me sussurro il mio nome, quello che mi sono data, quello che nessuno sbranerà o fraintenderà o cancellerà. Il mio segreto, la scoperta che esiste-e-non-esiste l’amore, dipende da come ti chiama la bocca che baci, il cuore di cui hai fiducia.

Il mio nome.

E’ per il peso che sento; è per l’allegria che sento; è per la mia voce ché voglio che esista; è per il mio corpo che cambia e che vive; è per la leggerezza che mi sostiene; è per i meravigliosi pronomi relativi che non mi stanco di usare e mi dispiace se appesantiscono la frase, ma la mia lingua ne ha bisogno e ne ha bisogno la mia vita, perché i pronomi relativi creano relazione –toh!- avvicinano lo spazio il tempo le persone, a seconda di dove li metti; e loro non si confondono, continuano a fare relazioni, instancabili strumenti linguistici così vicini alla biologia; è per la “e”, così inclusiva e accogliente, così curiosa da unire all’infinito, così democratica da creare paratassi senza tregua, senza subordinazioni, per la meravigliosa “e”, anch’essa linguisticamente biologica; è per le mie cellule silenziose; è perché vengo creata ogni attimo ed è meraviglioso che io sia un continuo atto di creazione, è per il mio cuore che vorrei tornasse ad amare….e per mille altri ‘perché’ che non so dire, o che non voglio raccontare…per questo scrivo…in questa primavera senza tempo, tra  le ombre ancora trasparenti di maggio; nel periodo germinativo e fertile; in mezzo ai pollini e agli odori carichi della notte; in mezzo a un buio dove a volte mi metto per sentirmi abbracciata; nella mia pancia dove per brevi attimi riesco a immaginare di entrare, feto di me stessa, e mi nutro di silenzio e carezze, così cresco di nuovo e stavolta come voglio io, cioè senza ombre di dubbio sull’essere amata, in totale certezza di totale incommensurabile accoglienza; nella luce bianca della luna e del gelsomino, e nell’odore trasparente della pioggia notturna, sottile e potente e comunque stellata…

E per quegli amori che pensavano di amarmi, che mi hanno chiamata per dominare, o che non mi hanno chiamata per niente: a quelle persone vanno le mie carezze, nonostante …
Siamo esseri in cammino, meglio non fermarsi all’errore; meglio lasciare, a  chi si vuole fermare, i nomi che limitano e non nominano, non creano, non fanno relazione.
Lascio a loro silenzi e carezze, che sono altri miei modi di chiamare e di nominare senza dominare.

Il mio nome.

E’ per le mani pro-tese, ancora, nonostante tutto.

Siamo terre incognite. Anche a noi stessi-e. Ogni attimo da scoprire. Da ri-nominare. O da tacere. Immersi, comunque, nella meraviglia della scoperta.

(sempre da un vecchio blog, con piccoli ritocchi)

https://terraincognita.earth/mappe-antiche/

images

https://it.wikipedia.org/wiki/Etimologia_del_nome_Italia

https://www.linkiesta.it/2015/01/da-dove-viene-il-nome-italia-la-parola-alla-crusca/

 

276. da vecchi blog :-)

Trovo inaspettatamente post di alcuni blog di qualche anno fa. Inaspettatamente mi piacciono pure 🙂
Avevo riunito in un Ulisse unico tutti gli Ulissi che ho incontrato 🙂 e ne ho anche inventati  e presi da esempi reali (materiale non manca ) 🙂
Eccoli qua.
(non avrei dovuto cancellare quei blog 🙂 🙂 )

 

FIGURE RETORICHE, NON AMOROSE

le distanze d’insicurezza
la ruvida tenerezza

mi amavi
di ossimori e per antonomasia

finché finirono le figure
più o meno retoriche
più o meno figuracce

un climax discendente
che lasciò tracce
come miasmi oscuri
su sineddochi e chiasmi

era stata un’allegoria
soltanto mia
illusa dal significato non espresso
di prolungate metafore
come le favole

allitterazioni
e collusioni di significati
soggetti imperfetti come anacoluti
usati senza perizia e stile

amare fu uno zeugma tautologico?

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Ulisse ha qualche problema, diciamocelo

Non ritorna Ulisse. Meglio così. Se ritorna poi riparte. E chi ha voglia di aspettarlo? Ora lo sappiamo, mica possiamo farci prendere in giro all’infinito. Lui, tutto bello del suo bello, si ferma a ogni porto. Dice che è sposato, impegnato, ma poi eccolo là, lì una donna, lì un’altra, qui un mare, qui un’isola e sempre un viaggio. Oh, non ce l’ho con i viaggi, anzi; ma lo devi chiarire prima che a casa non ci starai mai. E oggi una guerra, e domani un combattimento, no dico sei un re, potresti anche dare un buon esempio di pace, no? E invece no. Lui, tutto eroico e virile, solca i mari, ascolta le sirene, fugge da Polifemo e altre cose così, che poi nei secoli dei secoli la gente ci sta anche sui banchi di scuola a leggere le sue cose e a considerarle buone. Buone finché qualcuno non fa aprire gli occhi: “oh, svegliati, ma lo capisci cosa fa veramente questo qui?” Ah, le belle parole, le sue belle parole come scivolano sulle onde del cuore, ah, quell’ulivo in camera da letto come lega la vita, ah la sua mano aperta così aperta da non tenere nulla (tenere, ho detto tenere, non trattenere). Ulisse ha qualche problema, diciamocelo.

Penelope e le altre
A presto

 

Ulisse, cosa te ne fai della tua mano aperta?

Sì, è chiaro l’ho amato un Ulisse. E’ arrivato come un fulmine a ciel sereno, nel senso di inaspettato. Seduttivissimo, ma non sembrava. Entrava, come acqua che si conforma al contenitore, in ogni mio recondito spazio fisico, emotivo e intellettuale. Beh, recondito è una parola inadatta, poiché in quattro e quattr’otto gli avevo spiattellato tutto di me, tutto quello che sapevo io di me, e lui ne faceva man bassa per arrivare al suo scopo.
Incontrare? Sì, ma no.
Sedurre? Sì, ma no.
Scopare? Sì, ma no.
Il suo scopo è depredare, Ulisse fa guerre, conquiste, brucia le città, questo fa Ulisse.
Lasciare negli altri o, meglio, nelle altre, la stessa ferita che lui ha avuto dalla vita.
E a noi Penelopi ci fa rabbia, ma di brutto, una rabbia epica, che noi siamo state proprio le Penelopi, le depredate, insomma, come si suol dire adesso, le vittime. A me, per esempio, lo ha proprio detto: “Ti ho fatto del male”, decretando così la sua vittoria e la mia esclusione da ogni possibili decisione, da ogni concetto di “cose fatte insieme”.
Ulisse Ulisse, cosa te ne fai della tua mano aperta?

Penelope e le altre
A presto

 

Il dolore permette di cambiare, l’orgoglio no. Povero Ulisse senza ritorno a se stesso

Si fa presto a capire se è dolore o orgoglio ferito.
Ulisse si è messo un abito sull’orgoglio ferito e non lo cambia mai. Per cambiarlo, dovrebbe cambiare la sua vita, ma l’orgoglio non lo permette. Il dolore invece lo permetterebbe. Ma vuoi mettere sentirsi eroe e fedele – raccontarsi le balle, insomma- stando più o meno al sicuro pane e casa assicurati e rassicurato dal più potente degli inganni, quello che raccontiamo su noi stessi?
Vuoi mettere? Cultura, saperi, scienze: tutto immolato nel farsi altare di una mancanza, la vita resa un perenne sacrificio all’assenza. Eh, sì, vuoi mettere quanto ci si sente eroi invece che rientrare in gioco e vivere la vita?
Meglio Polifemo, Eolo, Circe, tutto il resto è meglio, ma non misurarsi col fatto che Penelope non ti interessa più, e che Polifemo Eolo Circe e tutto il resto non li incontri perché ti sei smarrito, ma perché la vita ti chiama e tu rispondi dicendo di non voler rispondere.
Povero Ulisse perso nel più grande dei mari, quello dell’autoinganno.
Povero Ulisse senza ritorno a se stesso.

Penelope e le altre
A presto

 

Ulisse non ce la fa ad essere uomo dopo aver detto a tutti di essere Ulisse

Ulisse è devoto.
Ha molte divinità a lui care: l’orgoglio, l’ira, la superbia; a volte parla di qualche Zeus, o di qualche Dio. Interessante ascoltare i suoi cambiamenti di voce, i personaggi che lo abitano sono così evidenti, peccato che lui non voglia accoglierli, come sarebbe consigliato fare per vivere bene. Ulisse li nega, lui è Ulisse e basta, dice che lui è fatto così, e cosa sia questo “così” è più chiaro a noi Penelopi che a lui stesso. Lui si vive come eroe, guai a guastargli l’immagine con cui nutre la sua illusione.
Lo abbiamo amato, ma Ulisse non vuole essere amato.
Amato significa scoprirsi, mettersi a nudo, mettersi in gioco.
Con se stessi per primo.
E lui non ce la fa ad essere uomo dopo aver detto a tutti di essere Ulisse.

Penelope e le altre
A presto

 

Ulisse rende kronos anche il più prezioso kairos

Ulisse rende kronos anche il più prezioso kairos.
Prende il momento giusto del kairos e lo butta nella sequenza del kronos, preferibilmente dalle parti del passato, tanto il passato possiamo raccontarlo come vogliamo; ed è tutta lì la sicurezza dell’autoinganno.
Lui lo sa che il passato è solo narrazione, ah se lo sa! La forza della sua Odissea è proprio quella, mica ci ha raccontato tutto! E allora il  passato è il posto per eccellenza delle balle, ma Ulisse dice che è tutto vero quello che racconta.
Ulisse Ulisse, la mia era una mano aperta per offrirla alla tua e percorrere insieme tutto quello che non ce la fai a raccontare.

Penelope e le altre
A presto

 

Penelopi, plurale; Ulisse, singolare

Scrivo Penelopi, e va bene così, anche se la grammatica si arrabbia e segna rosso.
Scriverei anche Enrichi, Claudii, Luise, e via scrivendo, se ce ne fosse bisogno.
Siamo tante Penelopi, e voglio rendere giustizia alle singolarità con l’uso del plurale.
Ulisse rimane uno, anche se sono più di uno. Ulisse è l’amalgama informe composto da chi fugge via dalla vita; e in questo insieme metteteci chi vi pare, anche soggetti femminili. Così come nelle Penelopi metteteci soggetti maschili, insomma tutti coloro che sono connessi con la vita.
La massa informe non ha nome, per questo è pericolosa, vuole rendere informe tutto l’universo. E’ questa la grande e vera battaglia in corso.
Ma noi Penelopi diciamo “Tana libera tutti!”. Libera anche Ulisse, che ne ha più bisogno di tutti.

Penelope e le altre
A presto

 

A me, questa Odissea non mi è mai piaciuta, manca tutta la parte mia

Ulisse ci ha un po’ stufato con tutti suoi viaggi. E poi dice che non è vero che viaggia. Negare, negare anche l’evidenza. Fantastico, guai a mettergli la verità sotto gli occhi, a Ulisse.
In effetti lui la verità non ce l’ha davanti, lui l’ha messa in alto, non ci si arriva nemmeno ad allungarsi come elastici. Così poi può pontificare contro tutti, perché dice che la sua verità è quella giusta e sono gli altri a sbagliare. Roba da far mettere le bombe dentro le altre verità che dicono la stessa cosa di sé. E viceversa.
Io ce l’avevo alcune cose da dire, ma io ero Penelope, mica avevo tutta la sua conoscenza del mondo. Eh, che pazienza che ci vuole! E fai un pezzo di tela oggi, e poi disfala stanotte, e poi combatti con quell’altro Ulisse che sono i Proci …
A me, questa Odissea non mi è mai piaciuta, manca tutta la parte mia.

Penelope e le altre
A presto

 

Ulisse non mi riconosce

Così, tanto per fare un esempio.
Io riconoscerei Ulisse anche da una sillaba.
Lui no.
Scrivo su un blog delle poesie, così tanto per esercizio. Lui legge e si convince che l’autrice è un’altra Penelope. Eh, fa confusione facilmente in mezzo a tutte le Penelopi di cui si è circondato. Rimango stuporosa e anche petalosa, e gli dico no, non è quella Penelope, non vedi che è tutt’altro stile? Ci rimango proprio male che non mi riconosca, talmente male che non gli dico che sono io; e poi, perché dovrei disilludere il suo desiderio che sia quella Penelope lì e che parli proprio di lui? Chiudo tutto dopo qualche giorno. Era un esperimento che mi portava buoni frutti: una frase qua una frase là, ogni tanto usciva qualcosa che poteva essere salvato da Euterpe, ma Ulisse voleva tutto per sé.
E non mi riconosce. Perché non mi aveva mai vista, né guardata, tutto qui.

Penelope e le altre
A presto

 

Penelopea

Per quel che riguarda me, le Odissee sono tutte storytelling. Baricco, che è Baricco, dice che lo storytelling è quello che resta dopo che hai tolto i fatti. Ecco, le Odissee hanno tolto i fatti che riguardano me e hanno raccontato quel che faceva comodo all’Odissea di Ulisse.
Sarebbe ora di scrivere una Penelopea, così si saprebbe la verità sulle Penelopi. Per esempio, venite a vederla la tela, cos’è veramente. Niente a che vedere con quella specie di corredo indeciso che viene raccontato nell’Ulissea, ve lo assicuro. 
Ce ne sono di storie da raccontare fuori dalla cornice che inquadra Ulisse!
Oh, se ce ne sono. 
E sarei pure stufa delle maghe Circi e delle Calipso, e di tutto lo spazio che si  prendono.
All’arrembaggio. Non so di cosa, forse delle verità? Sì.
E’ una conquista anche questa, e migliore di quelle di Ulisse.
Le verità completano le storie.

Penelope e le altre
A presto

 

Dovevo chiedergli prove della sua esistenza, così avrei saputo che non esiste

Forse ci riesco a dire il mio dolore e la mia rabbia e la mia umiliazione.
Tra le righe dell’Odissea non c’è traccia di questo, solo di quella prudenza, la richiesta della prova dell’identità di Ulisse.
Ecco, io non sono stata così prudente. Ulisse sembrava chi era e non gli ho chiesto prove di chi fosse. Mai.
Non le chiedi le prove quando ti innamori, caso mai le chiedi giustamente dopo che quel tipo che aspetti da vent’anni arriva e dice “sono io, amore”.
Cioè, andiamoci cauti caro “sono”, caro “io” e caro “amore”: brava Penelope, quella volta.
Ma ci sono volte che no, non siamo state brave. Come la volta che ho conosciuto Ulisse. Dovevo chiedergli delle prove della sua esistenza.
E’ scomparso, grande illusionista. Dovevo chiedergli prove della sua esistenza, così avrei saputo che non esiste.

Penelope e le altre
A presto

 

Ulisse dice che le persone non cambiano. Lo dice per lui

Il fatto è che ancora non ci credo. Che lui se ne sia andato. Di nuovo o sempre non importa, la cosa certa è che lui se ne è andato.
Tiresia predice a Ulisse che morirà “lontano dal sale”, gli studiosi dicono che sale è sineddoche per dire mare. Cose di cultura, ogni tanto bisogna inserirle.
Vai a sapere dove muore Ulisse, in quale terra, in quale significato. E’ più certo sapere dove muoiono le Penelopi e spesso muoiono dove non trovano più significati. E’ tipico delle Penelopi cercare sensi fino a morirne, continuare a chiedere “perché?” per salvarsi dal buio delle partenze senza spiegazioni e dal gelo delle menzogne.
Ci sono Penelopi che comprendono troppo tardi che se Ulisse dice menzogne le dirà anche a loro; che se Ulisse se ne va, se ne andrà via anche da loro; che se Ulisse salva se stesso contro tutti, si salverà anche contro Penelope.
Ulisse dice che le persone non cambiano. Lo dice per lui, aggrappato com’è da una vita a una liana sospesa sopra un precipizio.

Penelope e le altre
A presto

 

Troppe Penelopi nel cielo

Mi sfogo un po’, tutto qui.
Io ho dato spiegazioni anche ai sassi, invece Ulisse non spiega nulla.
Quella cosa chiamata rispetto, per dire.
Quella cosa chiamata mano protesa, per dire.
Un Ulisse scompare
 dicendo “alla prossima”, un altro scompare dicendo “me ne vado, ma stavolta non lo faccio di nascosto”, un altro scompare e basta, un altro ancora se ne va chissà come …
Per quante volte Penelope pazientemente può aspettare che Ulisse diventi uomo tra un mare e un’isola e una conquista di città?
Sembra che sia per molte volte, ancora troppe.
Non dovrebbe essere nemmeno una, e invece volano nel cielo ancora troppe Penelopi, mandate lassù dagli Ulissi. Se guardi su, le vedi tutte, specialmente se chiudi gli occhi e ascolti il cuore.
E soprattutto se non ti chiami Ulisse.

Penelope e le altre
A presto

 

La verità è un’altra storia, è roba di Penelope

Ero lì che tessevo tranquilla. No, non ve l’hanno detto che ero tranquilla. Secondo il loro modo di vedere le cose, facevo più bella figura se mi descrivevano pudica, fedele, astuta, insomma secondo il loro ideale di donna e di regina, ma non tranquilla. Capace di aspettare per venti anni il suo uomo che scorrazza in lungo e in largo a fare l’eroe, eroe inteso sempre secondo il loro punto di vista.
Penelopi, non me ne vogliate, non ero io quella lì. Cioè, non ero tutta io. Le avete lette quelle due altre cosucce su di me? Io e il dio Ermes? Ecco, appunto, ero tranquilla.
Mi sembrava di gestire un asilo infantile con tutti quei Proci indaffarati a giocarsi la dignità in modo molto meno dignitoso del mio Ulissuccio.
Il mio Ulissuccio è astuto, lui dice che si salva sempre, che non mi devo preoccupare. Se non altro, riesce a raccontarsi bene, il nostro Ulissuccio. Grande affabulatore. Sa tessere tele di inganni, e questa è storia o, almeno, epopea. Insomma, il nostro Ulissuccio ci tiene a far bella figura.
La verità è un’altra storia, è roba di Penelope.

Penelope e le altre
A presto

 

Penelope tace, osservando le scuse meschine di Ulisse

Ulissuccio nostro si sente tanto in obbligo con tutti. Tranne che con Penelope.
E la patria e dio e l’impero e gli dei e le giuste cause e quello gli dà il pane e quell’altro lo ospita e uno lo protegge e un altro lo accoglie.
Ma Penelope nulla. Penelope può anche essere trattata male.
Io lo ascolto, a volte incredula a volte un po’, ma solo un po’, arrabbiatella.
“E io?” mi verrebbe da dire a Ulissuccio nostro. Ma non glielo dico, eh ,ormai un po’ lo conosco -ma non glielo dite che lo conoscete, per carità, vi monta su un pippone sul giudicare e sui preconcetti che neanche una biscia saprebbe scivolare via bene nei campi come sa fare lui dalla relazione.
Ma non glielo dico che anch’io un po’ lo accolgo, altrimenti mi monta su un pippone sull’egoismo, sul disinteresse ecc. ecc.  per concludere che io sto sbagliando. Ulissuccio è così, gli piace giudicarvi negativamente, ma non glielo dite, altrimenti vi monta su un pippone, un qualsiasi pippone  che lo faccia sentire dalla parte del giusto.
E così Penelope tace, osservando con quali scuse meschine Ulisse sostiene i suoi passi. 

Penelope e le altre
A presto

 

Dal multiforme ingegno di Ulisse al multiforme eccetera delle Penelopi

Il modello-Penelope di per sé non è male. Ne viene fuori una bella donna. E non stiamo qui a discutere del concetto di “modello”, ne parliamo un’altra volta, anche se so che è importante.
Ma il modello-Penelope dentro un mondo creato da Ulisse lo capite bene cosa diventa: un’arma di estinzione di massa delle Penelopi in carne e ossa, e delle Circi e delle Calipso e delle Nausicae. 
Una volta creato il modellino di perfezione, bisogna poi creare gli altri modellini, quelli negativi o quelli eterei o le vergini ecc.
E poi è facilissimo che questi modellini comincino a litigare e a dirsi a vicenda “sono meglio io, tu sei sbagliata, ecc.”
Ma io nella realtà ero diversa, care Penelopi, ero un po’ di tutto, strega e madonna avrebbero detto qualche anno fa.
Adesso posso aggiungere anche qualche eccetera, che mi fa tanto piacere ecceterare come nulla fosse, sconfinare, essere io la multiforme di ogni forma.
Lasciando a Ulisse il suo multiforme ingegno, io mi prendo -e vi prendo- il multiforme eccetera. 
Vendesi modelli come nuovi, non ci servono più.

Penelope e le altre
A presto

 

Penelope troverà il modo di crescere. Lei può

Penelope ama Ulisse, ancora non ce la fa a sradicarlo dalla sua vita. Nemmeno vorrebbe, ma é Ulisse che è partito, non lei, e lei si deve adeguare. Lei pensa spesso una parola: “priorità”. E pensa che la priorità di una persona si capisce facilmente: la priorità di una persona è dove sta quella persona. La fidata nutrice le dice che spesso capita che una persona continui a stare dove non vorrebbe:
“eh Penelope mia,  ci sono tante cose nella vita, si fanno tante cose che non si vorrebbero fare, eh, il lavoro, le responsabilità, e gli dèi, lo sai, Ulisse sconta l’ira degli dèi; Penelope, non è tutto così semplice come dici, tu per esempio, vorresti stare qui dove stai? ti va davvero di aspettare Ulisse che nemmeno sai se sia ancora viv0?”
“Sì, ancella, voglio, sto facendo quello che voglio. Voglio aspettare Ulisse. Anche Ulisse sta facendo quello che vuole, o le conseguenze di quello  che ha voluto. E non ha pensato a me, non sono la sua priorità. Lui per me lo è. Non so dove sia lui, e io lo aspetto dove lui sa che potrebbe trovarmi.”
Inutile dirvi che l’ancella va via borbottando, inutile dirvi che la tela tessuta ogni tanto è tessuta con un filo di meno.
Inutile dirvi che Penelope, piano piano, e poi più velocemente, vede Ulisse in modo più completo.
E come ogni scrittore che abbia scritto di Ulisse, anche lei, a un certo punto, dice che lui se ne andrà sempre, che vorrà superare chissà quali altri confini.
Poi Penelope aggiunge che lei è per lui solo motivo per riempire qualche pagina dell’Odissea, e per rappresentare lo sbilanciamento femminile che esige un tale archetipo maschile. E se scende una lacrima, se la asciuga, e se lo ama ancora, troverà il modo di crescere. Lei che può. 

Penelope e le altre
A presto

 

Le Penelopee: abbiamo narrato le storie sulle nostre tele, e lì non ci sono inganni. Potete fidarvi.

Ve lo ricordate, sì, il bagno che si fa Ulisse dell’Odissea dopo aver sterminato i Proci?
Eurimone lava Ulisse e Atena lo ringiovanisce, gli aumenta l’altezza e gli mette boccoli in testa. Poi lui, di suo, rimprovera Penelope perché non si fida e fa l’offeso, così pensa di attrarre meglio la moglie.
Inganni. La seduzione come inganno: roba vecchia, ma -mi raccomando care penelopi- non “da sempre” e non “per sempre”. 
Penelope lo mette alla prova, lui la supera. Fanno l’amore e poi si raccontano le loro storie, lui tacendo le scappatelle.
Che figura di mmmm, Ulisse! Lei, una regina senza ombra di dubbio; regina della vita, della fiducia, della sicurezza.
Ma Ulisse che ne sa della fiducia … lui pontifica sulla fiducia, ma non lo sa.
Lei lo ha amato, lei lo sa, solo lei, lui non può capire questo amore.
Lui cercherà altri viaggi, altre avventure, lui non può far altro.
Tempo fa Ulisse ha detto che se ama davvero lui è fedele. Lo ha detto davanti alle Penelopi e non si è trattenuto pensando a quanto le abbia tradite. Ha anche detto che non dava l’amicizia su fb alle Penelopi perché doveva proteggere i suoi amici. Ulisse ne sa dire di cose cattive alle Penelopi! E poi le confonde l’una con l’altra e le cancella come fossero scritte di gesso su una lavagna, le spazza via come fossero foglie secche che ingombrano.
Noi, nel silenzio, abbiamo scritto le Penelopee sulle nostre tele, quelle che abbiamo continuato a tessere di notte, e anche dopo che Ulisse se ne è andato di nuovo. 
Sulle nostre tele non c’è inganno. Potete fidarvi.

Penelope e le altre
A presto

 

Le strade di Ulisse e le strade delle Penelopi

Ulisse dice che ci sono motivi superiori, ideali, idee, religioni. Dice che la vita è qualcosa di più della propria vita.
Le Penelopi dicono “ok Ulisse”, ok, ma queste cose non dovrebbero costruire la separazione con la vita o addirittura distruggerla; ok, Ulisse, ma mentre tu fai queste cose, ci vogliono le Penelopi madri, le Penelopi sorelle, le Penelopi insomma per mandare avanti le altre cose, quelle che permettono che la vita continui.
Perché vedi, Ulissuccio caro, ti faccio un esempio: la prima guerra mondiale. A te piace la guerra. E ti piace la patria, e dio, e i confini e poi spostiamo i confini e poi li rispostiamo e questo è mio e lo voglio e lo rivoglio … Le conosci queste cose, Ulisse, sono tue.
36.000.000 di perdite, per la prima guerra mondiale, caro Ulisse: più di 16.000.000 di morti, più di 20.000.000 di feriti e mutilati, militari e civili. Vite. Avevano nome e cognome. E la loro storia, e i loro sogni e le cose che sapevano fare.
Ho preso una cosa a caso, caro Ulisse, anche passata, per parlare di cosa è fatto l’amor di patria.
Possiamo invece prendere le crociate e la persecuzione delle streghe per dimostrare l’amore per la diversità che dio ci consiglia. O le stragi di qualsiasi religione, è lo stesso. Erano vite, storie, amori, sogni, avevano nomi, anni, progetti.
E tutte le volte che tu eri in giro a fare l’eroe, caro Ulisse, a combattere, le Penelopi hanno mandato avanti le baracche della vita che avevi distrutto.
E dici che hanno tessuto una tela, che hanno aspettato te. No Ulisse, hanno avuto cura, hanno cresciuto figli che poi tu prendevi e ammazzavi.
No, non puoi capire quanto Penelope ti ami, tu non sai amare Ulisse. Guidi navi, fuggi da Polifemo, ma mentre fai le tue cose lasci scie di vite morte.
E quando le Penelopi piangono la tua assenza dalle loro carezze, piangono l’ennesima sconfitta.
Ma mentre piangono, si sono pure rotte le ovaie di tanta follia.
E trovano strade che tu non hai mai visto.

Penelope e le altre
A presto

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tra parentesi

ho detto a dio di farmi una domanda
e sei arrivato tu

ho risposto si
e sono tornata a fare domande a dio

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Vorrei che tu lo sapessi.
Che non piango.

E’ la rosa che dalle sue spine distilla
gocce di rugiada, beata,
che bacia l’aria d’intorno
con le turgide gocce notturne
poggiate tremanti
sul bordo dei suoi petali labbra,
e suggella all’infinito l’amore.
E’ la rosa che dalle sue foglie
lenta fa scendere
gocce come carezze.

Io no, non piango,
le rose hanno vinto
in ogni poesia.
Anche nella mia.

 

S’era fatto incerto il mio cuore
che più non ti sapeva,
ma non d’amore,
bensì incerto di te
del tuo volere
e del destino.
Sembravi tornare
e, tornato e ritornato,
fosti tu non io
non io
a chiedere del talamo
e fui io
a dire dell’ulivo.

Io a giustificare la presenza
tu a non farti perdonare dell’assenza.

Terminai la tela senza inganni
se inganno è credere all’amore
alle promesse
all’intima ragione.
E te ne andasti di nuovo
a diventare re d’un altro regno.

Adesso poggio il mio capo
tra argentee foglie
rinate nell’assenza di finzioni.
Le fronde leggere dell’ulivo forte
cantano al minimo sussurro d’una voce
d’un silenzio d’un sospiro.

Guardo là fuori il mare
che senza onde
non sarebbe mare.
E guardo l’onda
che senza mare
non sarebbe onda.

Io sono l’orizzonte
per quel mare.

Ho bisogno d’amore.
Chi potrebbe non dirlo?

La differenza è soltanto
nella direzione.
Ricevere
dare.
Ma anche questa divisione
è narrazione
diventata
secolare tentazione.

Allora cantami o dea
quel multiforme ingegno
dai multiformi gesti
che del ricevere e del dare
fanno un’unica passione,
un’incontenibile
multiforme azione.

Cantami o dea l’amore.

 

Sottovoce.

Tra i capelli.

Era così la voce
delle sirene
o delle mie catene?

 

Cercavo un autore.

Omero voleva un personaggio.
Ci trovammo
nel nostro viaggio.

Lui mi promise eterna fama
e un prezzo da pagare.

Sarei stata l’assenza più presente
il filo della storia,
e più distante sarebbe andato Ulisse
e più vicina sarei stata io
al cuore del lettore.
Lo spazio tra le parole
la vicinanza delle lettere
il senso dell’avventura
questo diventavo.

Il prezzo?
Sarei rimasta sempre uguale,
mi disse,
un personaggio non può cambiare.

Volevo un autore ed accettai.
Senza pensare
senza sentire
senza ascoltare.

Un improvviso sortilegio
mi avvolse e mi fissò per sempre
nell’incanto in cui Omero mi fermò.

Ma si sa,
nel tempo maturano
l’anima e il cuore.
E come un fiore dispiega
i petali alla stagione che cambia
e non si ostina all’inverno
se è già primavera,
così la vita risponde
al variar della vita.

Omero, gli dissi,
il patto mi uccide.
Lo so, mi rispose,
ti avevo avvertita.

Voglio andarmene
da questo racconto,
io non sono più adesso
quella di allora.
Ulisse nemmeno lo è;
voglio andar via.

Puoi farlo, rispose il Poeta.
Puoi farlo.
Con il tradimento del patto.

Cambiare è tradire? gli chiesi.
Sorrise il Poeta e “Sì” mi rispose
“consegni ad altri
ciò che a me avevi dato.”
Gli sorrisi anch’io.

E consegnai ad altri
ciò che col patto
a Omero avevo dato.
Consegnai a me stessa la mia storia.

Da personaggio a persona.
Ho tradito?

Ed è la volta buona?

Sette spade e sette dolori
madonna mia la terra trema nel mio cuore
e s’alzano le onde e i desideri
madonna mia spegni l’ardore.
Madonna che la pena ti consuma
strappa i pensieri dalla pelle mia
madonna che t’ho pregato tanto
conducimi alla retta via.
Non bruciano mille candele
com’io brucio la notte in abbandono
madonna dei dolori silenziosi
spezza questa spada offri a me il perdono.
Ma se lontano qualcuno sente il grido
del desiderio d’amor che mi consuma
madonna della retta via
portalo veloce a me e così sia.

🙂

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275. viaggi e viaggiare

Il viaggio non finisce mai. Solo i viaggiatori finiscono. E anche loro possono prolungarsi in memoria, in ricordo, in narrazione. Quando il viaggiatore si è seduto sulla sabbia della spiaggia e ha detto “Non c’è altro da vedere”, sapeva che non era vero. La fine di un viaggio è solo l’inizio di un altro. Bisogna vedere quel che non si è visto, vedere di nuovo quel che si è già visto, vedere in primavera quel che si è visto in estate, vedere di giorno quel che si è visto di notte, con il sole dove la prima volta pioveva, vedere le messi verdi, il frutto maturo, la pietra che ha cambiato posto, l’ombra che non c’era. Bisogna ritornare sui passi già fatti, per ripeterli, e per tracciarvi a fianco nuovi cammini. Bisogna ricominciare il viaggio. Sempre. Il viaggiatore ritorna subito.
José Saramago, Viaggio in Portogallo

https://it.wikipedia.org/wiki/Viaggio_intorno_alla_mia_camera

https://www.addeditore.it/catalogo/evelyne-bloch-dano-le-case-dei-miei-scrittori/

https://neripozza.it/libri/la-scrittrice-abita-qui

https://www.feltrinellieditore.it/opera/opera/la-finestra-di-leopardi/

https://www.ibs.it/viaggio-intorno-alla-casa-libri-vintage-alfredo-jeri/e/5000000404754

https://www.amazon.it/perfetto-viaggio-Jos%C3%A9-Saramago/dp/8845221962

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273. ah, che bellezza … A Diosa, 1915 ( No potho reposare) … (riuscirò a recuperare il testo originale??? :-) )

 

 

A DIOSA, scritta nel 1915 dal poeta  Badore (Salvatore) Sini di Sarule e musicata dal compositore e maestro Giuseppe Rachel
(ci sono molte versioni in rete)

http://www.ilpuntoquotidiano.it/a-diosa-la-canzone-damore/#:~:text=Noi%20sardi%20nel%20nostro%20repertorio,di%20gioia%20e%20di%20dolore.&text=%C3%A8%20un%20canto%20d’autore,che%20in%20spagnolo%20significa%20Dea.

https://it.wikipedia.org/wiki/No_potho_reposare

http://www.poesias.it/poeti/sini_salvatore/A_Diosa.pdf

https://faremusic.it/2015/07/22/i-100-anni-di-non-potho-reposare/

https://genius.com/Giuseppe-rachel-a-diosa-no-potho-reposare-lyrics

272. Camillo Sbarbaro

Non fosse la donna
il giorno sarebbe senz’albore;
non stella avrebbe
e rugiada la notte; non acqua
o fil d’erba la terra.
Senza cielo sul capo si andrebbe.

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Il mio cuore si gonfia per te, Terra,
come la zolla a primavera.

Io torno.

I miei occhi son nuovi. Tutto quello
che vedo è come non veduto mai;
e le cose più vili e consuete,
tutto m’intenerisce e mi dà gioia.

In te mi lavo come dentro un’acqua
dove si scordi tutto di se stesso.
La mia miseria lascio dietro a me
come la biscia la sua vecchia pelle.
Io non sono più io, io sono un altro.
Io sono liberato di me stesso.

Terra, tu sei per me piena di grazia.
Finché vicino a te mi sentirò
così bambino, fin che la mia pena
in te si scioglierà come la nuvola
nel sole,
io non maledirò d’esser nato.

Io mi sono seduto qui per terra
con le due mani aperte sopra l’erba,
guardandomi amorosamente intorno.
E mentre così guardo, mi si bagna
di calde dolci lacrime la faccia.

https://it.wikipedia.org/wiki/Camillo_Sbarbaro

 

271. Lei Lui La Strada

Lei. Lui.
Aprile che già regala tanti tanti dei suoi numerosissimi verdi.
Una leggera pioggia, primaverile.
La sera che scende.

Di Lui sappiamo.
Di Lei forse. Un po’ meno; tre donne sovrapposte in lei; peccatrice; no, santa.
Il suo nome, Maddalena. Basta questo. Per il resto ci sono sempre i fior di studiosi, che approfondiscono, districano, delucidano, nascondono, illuminano …
Lei.
Che viene a sapere che Lui è in città, ospite di un fariseo. Allora prende un vaso di alabastro pieno di olio profumato e si avvicina a Lui, e gli bagna i piedi con le sue lacrime, e glieli asciuga con i suoi capelli, e glieli bacia e bacia e li unge con l’olio profumato. No, la versione ufficiale, la Storia, non dice questo. Ma a me piace pensare che sia comunque accaduto; magari in un momento intimo, loro due soltanto. Sì. Lei lo ha fatto, e Lui con Lei.


La storia prosegue, ci sono peccati, c’è perdono, c’è una morale; ma mi fermo qui. Mi fermo all’amore e all’eros. Mi bastano, parlano da soli.

Il corpo, nella sua totalità, comprese le lacrime. I capelli e i piedi. E le mani.

Che altra strada, bellissima, si sarebbe aperta se avessimo seguito i gesti di Lei. Invece la strada seguita somiglia più al padrone della casa dove Lui era ospite.

Li guardo, Lei e Lui.
Tutto intorno scompare. Rimangono i verdi delle nuove foglie, gli alberi da frutto in fiore, e Lei e Lui, e carezze di mani, di occhi, di capelli; di silenzi, di sorrisi, di ascolto.
Quali peccati? Quale perdono? Noi usiamo queste parole.
Lei e Lui sanno senza dire nulla.

Quella è la strada.

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259. 5 aprile

Fiorire – è il fine – chi passa un fiore
con uno sguardo distratto
stenterà a sospettare
le minime circostanze

coinvolte in quel luminoso fenomeno
costruito in modo così intricato
poi offerto come una farfalla
al mezzogiorno –

Colmare il bocciolo – combattere il verme –
ottenere quanta rugiada gli spetta –
regolare il calore – eludere il vento –
sfuggire l’ape ladruncola

non deludere la natura grande
che l’attende proprio quel giorno –
essere un fiore, è profonda
responsabilità

(Emily Dickinson)

LA PRIMA ROSA FIORITA APRILE 2011 (2)

Abito nella possibilità –
una casa più bella della prosa –
più ricca di finestre –
e superiore – per porte

con stanze come cedri –
impenetrabili all’occhio –
e per tetto indistruttibile
gli spioventi del cielo –

per visitatori – i più belli –
per lavoro – questo:
divaricare le mie mani sottili
per raccogliere il paradiso –

(Emily Dickinson)

 

Jean Giono, L’uomo che piantava gli alberi
https://www.youtube.com/watch?v=WlbF80TA3Tc&t=11s

 

grazie per gli auguri, arrivati numerosi 🙂

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268. Buona Pasqua

91982999_3637039726370159_1352528091053817856_nognuno con il proprio tempo fiorisce e rifiorisce

LA PRIMA ROSA  FIORITA APRILE 2011 (2)

“Cristo è l’esemplare che vive in ogni cristiano come sua personalità totale. Ma il corso della storia portò alla imitatio Christi, con la quale l’individuo non segue il proprio fatale cammino verso l’interezza, ma cerca di imitare la via seguita da Cristo. Anche in oriente lo sviluppo storico portò a una devota imitatio del Buddha, e questi divenne un modello da imitare: con ciò la sua idea perdette di forza, così come l’imitatio Christi fu foriera di una fatale stasi nell’evoluzione dell’idea cristiana.”
C. G. JUNG, Ricordi, Sogni , Riflessioni 

“Se voglio comprendere veramente Cristo, devo capire che Cristo ha vissuto realmente solo la sua propria vita e non ha imitato nessuno. Non ha copiato alcun modello. Se perciò intendo davvero imitare Cristo, allora non imiterò né copierò proprio nessuno, ma andrò per la mia strada, senza più neppure definirmi cristiano. Dapprima ho voluto copiare Cristo, imitarlo, cercando di vivere la mia vita nel rispetto dei suoi comandamenti. Una voce in me si è però ribellata e ha voluto ricordarmi che anche questo mio tempo ha i suoi profeti, che si sono ribellati al giogo impostoci dal passato. Non sono riuscito a conciliare Cristo e il profeta di questo tempo. L’uno ci chiede di portare il giogo, l’altro di scuoterlo; l’uno impone rassegnazione, l’altro volontà. […] Decisi perciò di passare alla vita umile e ordinaria, alla mia propria vita, e di cominciare da quel punto, in basso, in cui effettivamente mi trovavo. Se il pensiero porta a ciò che è inconcepibile, allora è tempo di tornare alla vita semplice. Quello che non risolve il pensiero, lo risolve invece la vita, e quello che il fare non decide mai, è riservato al pensiero. Se da un lato sono asceso a mete molto elevate e impervie e voglio ottenere una redenzione che mi sollevi ancor più, la vera via non mi porterà verso l’alto, ma verso il basso, perché solo l’altro lato presente in me mi può portare oltre me stesso. Accettare l’Altro significa però discendere nel lato opposto, passare dal serio al ridicolo, dal triste al sereno, dal bello al brutto, dal puro all’impuro”
C.G. JUNG, Il libro rosso 

“Vivere se stessi significa essere un compito per se stessi. Non puoi mai dire che vivere per se stessi sia un piacere. Non sarà una gioia, ma una lunga sofferenza, perché devi farti creatore di te stesso.”
C. G. JUNG – Il libro rosso
“Dovete essere lui stesso, non cristiani ma cristi, altrimenti non siete pronti per il Dio che verrà”.
C. G. Jung, Il Libro rosso
“Questa, dunque è la mia strada; qual è la vostra? Così rispondevo a coloro che da me vogliono sapere la strada. Questa strada infatti non esiste!”
“Voi non avevate ancora trovato voi stessi: quand’ecco che trovaste me. Così fanno tutti i credenti; perciò ogni credenza è così poco importante. Ora io vi ordino di dimenticare me e di trovare voi stessi, e solo quando voi mi avrete rinnegato tornerò da voi.”
F. NIETZSCHE, Così parlò Zarathustra.

 

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266. di piedi e di riti

I piedi. Che toccano il suolo, la terra, affondano nella sabbia e nell’erba e nella neve, saltano nelle pozzanghere, si adeguano a una  roccia, toccano l’asfalto, si mischiano ai ciottoli, si appoggiano al greto di un fiume, lambiscono il bagnasciuga, si posizionano per le salite e le discese …

I piedi. Che camminano saltano ballano corrono stanno fermi. Passo dopo passo. Orme. Fino alla fine dell’orizzonte, cioè a fare il giro del mondo, ché l’orizzonte non finisce mai.

I piedini, piccoli piccoli piccoli, che per la prima volta toccano il suolo, mentre il resto del corpo è sostenuto da braccia adulte. I piedini piccoli che staccano il primo passo.

I piedi più grandi che solcano decisi le strade, mille strade, così tante che diventano cielo.

I piedi affaticati dei vecchi, i piedi che, incerti, passo dopo passo, camminano così lenti da sembrare piante ferme, che mettono radici.

Piedi sacri. Piedi movimento. Piedi contatto con la terra, piedi che disegnano la nostra posizione nel mondo. Piedi libertà, piedi progresso, piedi ricordo.
Piedi di Maestri, che in molte culture sono venerati come simbolo dell’evoluzione che Essi hanno raggiunto.

I riti. Che sono belli. Alcuni più, altri meno. Alcuni che conservano nelle norme codificate qualcosa del flusso vitale che li ha originati, e hanno ancora radici e sorgenti vitali legati all’identità della loro nascita; altri che sono solo regole, consuetudine, prassi e sono causa di identificazioni dannose.

La lavanda dei piedi. Un rito della Chiesa cattolica, uno dei riti della Settimana Santa.
Ne parla solo l’evangelista Giovanni.
Mi piace, per dirla in linguaggio fb.
E’ uno dei riti a cui sono più affezionata, ed è infatti uno di quelli che più colpivano la mia immaginazione di bimba.
Una fila di maschietti chierichetti – allora niente femmine nella zona dell’altare, se non per le pulizie- con un piede scoperto che il parroco bagnava abbastanza velocemente dicendo le parole necessarie. Tutto questo in chiesa, durante la celebrazione liturgica.
Si diceva che era una lezione di grande umiltà. Cristo, nel testo di Giovanni, prima dice a Pietro – che non vorrebbe farsi lavare i piedi da Lui- che ‘quello che io faccio tu ora non lo capisci, ma lo capirai dopo’; poi che deve farseli lavare altrimenti ‘non avrai parte con me’ o, con altra traduzione ‘non sarai veramente unito a me’; poi prosegue ‘chi ha fatto il bagno deve lavarsi solo i piedi ed è tutto puro, e voi siete puri ma non tutti’. E conclude ‘Sapete che vi ho fatto? Voi mi chiamate Maestro e Signore, e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, il signore e il Maestro, ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri. Vi ho dato infatti l’esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi’.

Cos’è che Pietro non capiva in quel momento e che lo  avrebbe capito dopo?
E il significato dell’intero episodio?
Lo ricordo associato all’umiltà, al servizio … per tradizione i servi lavavano i piedi agli ospiti che entravano in casa, o venivano lavati i piedi dei re … quindi, se un Re qual era Gesù lava i piedi ai suoi discepoli quale altra lezione c’è da imparare?
Si diventa totalmente puri nel servizio totale all’altro/a, sembra semplice.
Ci sono fior di studiosi che dedicano la loro vita alla ‘lettura’ e all’ ‘interpretazione’ dei testi sacri, e sono detentori di immensi saperi, è loro la ‘giusta’ e ortodossa e canonica spiegazione.

Io ricordo soltanto quando ho lavato i piedi a mia sorella piccolina, a mia madre, a mio padre, alla nonna materna, al nonno paterno, al parroco durante un suo ricovero al Gemelli, e ad altri. Ricordo quando ho tagliato le unghie a qualcuno di loro, quando contemporaneamente ho accarezzato quei piedi, a volte aggiungendo una carezza nella necessità di un gesto del momento, gesto che comunque era già carezza.

E se invece di stare scrivendo su uno schermo, stessi parlando con persone nella realtà, lo chiederei ‘tu ricordi quando hai lavato i piedi a qualcuno?’. E ascolterei con molto interesse le loro parole.

Nonostante tutta l’educazione cattolica che mi porto dentro, non posso non travalicare i concetti di servizio e di umiltà, che risultano un po’come un recinto angusto di un gesto favoloso, potente, regale, realmente divino se pensato in termini di completezza e connessione.
Bisogna farlo, un gesto, per capirlo un po’ meglio. Farlo nella realtà non durante un rito un po’troppo codificato.
C’è un amore diverso dalle parti dei piedi. Si mette in modo qualcosa di inusuale quando le mani toccano i piedi. Due estremità così differenti … le mani svolazzanti nell’aria, curiose di tutto, toccano tutto … i piedi sempre rivolti a terra, a sostenere il corpo …
Si incontrano due mondi totalmente dissimili quando le mani di una persona toccano i piedi di un’altra persona.
E’ uno scambio di energie interamente differenti, si attiva una comunicazione profonda, tra alterità, tra radici e rami … un corto circuito di dolcezza …

E’ bello nel fare l’amore accarezzarsi reciprocamente su tutto il corpo; è bello che il bacio esca dalle labbra e vada a conoscere tutto il corpo.
E poi … quando si arriva laggiù, nella parte opposta a quella che sembra la nostra centralina -la testa-, laggiù, nelle zone lontane -i piedi- a cui spesso non pensiamo, è possibile percepire una diversità nello scambio amoroso, è possibile sentire una lontananza, una differenza, qualcosa di dimenticato, una commozione, una tenerezza verso l’intera persona, un abbraccio che si fa immenso perché comprende qualcosa di indicibile, ma vivo e presente in quei piccoli movimenti sui piedi, lavanda o taglio delle unghie o carezze che siano.
No, nessun feticismo. Semplicemente corpo, e nella sua piena e più completa totalità, nella sua intera purezza.

I piedi sono come i luoghi meno conosciuti, quelli nemmeno descritti nelle mappe, e che quando ci arrivi sai che senza quelli il mondo sarebbe davvero incompleto.
Amare il dimenticato, l’inusuale, quello che più facilmente si sporca perché è a contatto con la terra che “come è noto” è sporca e volgare, e non è per nulla tersa e trasparente come l’aria e il cielo e le cose di lassù; ma amare tutto ciò mica per umiltà o spirito di servizio …

semplicemente amare per amare, completare, completar-sé … qualcuno riesce a vedere quanto ci si “innalza “quando ci “abbassa” verso terra? verso LA Terra …

arrivederci dalle parti dei piedi, con riflessioni più chiare … per adesso echi di voci lontane, sensazioni … ci sono verità da raggiungere, è sempre un “tendere verso” …

a ridosso di resurrezioni, che sono totali

 

 

265. di palme e d’altro, da un cronopio

La palma ha le radici nell’acqua e la chioma nel fuoco.
proverbio arabo

No, qui da me niente palme. Ulivi. Rami d’ulivi per festeggiare la Domenica delle Palme.
La prima e unica palma della zona dove abito è nel giardino di una cara amica,  pianta esotica che piaceva ai ricchi dei primi del Novecento. La piantò suo nonno. Simbolo di agiatezza, di possibilità di movimentare pezzi di mondo, di una sfida vinta con la natura se la palma, nativa di calde terre lontane, continuava a vivere anche qui, “da noi”.
La palma è una pianta che per molti anni mi è stata completamente indifferente, poi iniziai a guardarla con curiosità, poi diventò una specie di simbolo delle diversità che ci sono nel mondo, poi immagine di terre lontane e desiderate come meta di viaggi, poi, e poi, e poi.
Passo dopo passo, la palma è arrivata a incantarmi, ma così, sentimento, emozione, impressione e nessuna conoscenza specifica. Sì, c’era un sentore di qualcosa, sì, quel qualcosa che senti, a cui spesso non dai ascolto, e che a un certo punto, invece,si rivelerà essere stata una profezia. Insomma, cose così con la palma.
E poi, in una vetrina di una libreria, un giorno vedo un libro con una copertina gialla su cui spiccano due foglie verdi che sembrano danzare. Il titolo è già accattivante: “Il botanista“, ma il sottotitolo è il motivo reale per cui compro il libro: “Il racconto di uno scienziato sognatore, custode della ricchezza vegetale della Terra“. Praticamente mio fratello, penso. Più preparato di me per muoversi nell’amato mondo vegetale, anche quello un mondo di fratelli e sorelle.
Non avevo ben capito che le due foglie verdi in copertina fossero di palma, anzi, mi sembravano di monstera: la prospettiva con cui sono disegnate rendeva possibile il mio errore.

E quindi eccolo, un nuovo fratello-libro entra in casa. Faccio sempre trascorrere un po’ di tempo prima di  leggere un libro che ho comprato. Lo faccio abituare al nuovo mondo in cui si trova, gli faccio conoscere gli altri libri, gli faccio sentire i suoni e gli odori e i silenzi e i movimenti della nuova casa.
Danno soddisfazione, devo dire. Molta di più di tanti umani che hanno varcato la soglia di casa, che sono stati accolti come fratelli e sorelle, ma che tali non erano. I libri hanno ben chiaro che quando varcano la soglia di una casa e di un cuore, bisogna saperlo e volerlo fare. Eh, sì, danno tanta soddisfazione questi amici silenziosi: si aprono con le loro pagine dove ci sono scoperte e viaggi, ci permettono di essere letti da noi con la nostra voce interiore, che a volte diventa una voce a due con quella – immaginata- dell’autore o dell’autrice, oppure diventa le voci dei personaggi: e in noi scopriamo -anche così- inimmaginati pezzetti di noistessi-mondo.

D’estate, prendo il nuovo fratello-libro, lo metto nella borsa di quelli da leggere in vacanza e me lo porto in viaggio con me.
Ritorno a casa e lo metto nel gruppo “leggere quanto prima”. Intanto avevo capito che parlava di palme  e che è scritto a quattro mani: Marc Jeanson, dal 2013 giovane Responsabile dell’Erbario del Museo Nazionale della Scienza di Parigi, e Charlotte Fauve, architetto paesaggista, giornalista e autrice di documentari.
Mio padre aveva appena trascorso un lungo ricovero in ospedale, tra luglio e agosto, ed era tornato a casa con le condizioni di salute in ulteriore peggioramento, sebbene al momento ancora sotto controllo.
E’ così, e non so perché, che comincio ad ascoltare quella specie di voce interiore che mi spinge verso quel libro, che mi spinge a leggerlo prima degli altri previsti.
Adesso so che è stato un caso editoriale, presentato alla Fiera di Londra  e poi venduto agli editori di tutta Europa ancora prima di essere pubblicato. Allora non lo sapevo, pensavo di avere un “semplice buon libro” che trattava uno degli argomenti di cui mi interesso. Ma aprirlo e iniziare un bellissimo volo fu tutt’uno. Tanto da dover rallentare la lettura per l’emozione, chiudere il libro, rendermi conto, rituffarmi poi in quelle  pagine meravigliose che sono un inno alla natura e alla cultura. Lasciavo passare anche giorni prima di riaprire il libro e spesso non sapevo il perché, il perché oltre la meraviglia e l’emozione che invece mi trascinavano a leggerlo.
Intanto scoprivo la bellezza delle palme, la loro importanza in qualche evento della storia del mondo, gli elementi della biografia dell’autore, metodi, modernità e tradizioni .

Intanto mio padre peggiorava.
E “Il botanico” fu il libro che portai con me durante gli ultimi suoi tre lunghi ricoveri.
Pochissime righe lette ogni volta. Di giorno, di notte. Poche.
Anche perché vedevo sempre più mio padre come una palma.
Lui, che prima avevo  paragonato alla quercia e all’ulivo, lui adesso era una palma: una bellezza che vedevo per la prima volta, un’importanza e una diversità che mi si disvelava giorno dopo giorno, riga dopo riga, dolore dopo dolore.
L’albero esotico che i ricchi del primo Novecento piantavano nei loro giardini, l’albero delle terre lontane che sono anche dentro di noi, la palma-padre adesso era nel  giardino del mio cuore.
La ricchezza di informazioni profuse nel testo diventava la ricchezza immensa dell’uomo che stavo conoscendo in un continuum; e mi sentivo fortunata di non aver ancora definito mio padre, di non averlo relegato e limitato nel recinto dell’illusione a cui troppo spesso diamo il nome di  conoscenza.
Riga dopo riga, poche; e poi chiudevo il libro, e poi guardavo mio padre che stava ad occhi chiusi, e poi non c’era più nulla oltre quel tempo che, da fuori, sembrava inerte, e che invece stava arando la mia terra  interiore per renderla pronta ad accogliere la palma-padre.

La palma è un albero dalla simbologia bellissima: la pace, la vittoria, l’ascesa, la rinascita, l’immortalità; per i primi cristiani era il simbolo della Resurrezione di Gesù. Simboleggia, insomma, il trionfo della Vita sulla Morte.
Questa simbologia l’ho appresa dopo che mio padre non era più con me; solo dopo sono andata a leggere questi aspetti allegorici della palma. Erano quelli che avevo sentito risuonare in me, erano quella voce interiore che mi ha guidata ad aprire quel libro al momento giusto: perché conoscessi ancora di più mio padre; perché  sapessi la vastità del suo animo e del suo cammino su questa terra, così prezioso da piantarlo nel giardino del mio cuore; per rendermi una donna ricca e poter far vedere quanto sono ricca, io, che potevo permettermi di far arrivare una palma fin qui, da mondi lontani e diversi; fin qui, al centro del mio cuore-giardino, la mia palma-padre.
La palma-pianta mi si è messa vicino proprio nel giusto periodo, attraverso un libro incontrato per caso.

Che “caso” non è mai quando si parla di cuore e di ascolto.

E ora sorridi con me, babbo. Ho deciso che da oggi in poi per te sarò un cronopio, sorridiamo e immaginiamo insieme. Io qui, tu lì, tu qui, io lì, noi un po’ qua e un po’ là, ricordando e vivendo insieme in questo nuovo modo diveniente, viaggiando da ricchi quali siamo adesso, con tutte le palme del mondo nei nostri giardini.

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Viaggi, in Julio Cortázar, Storie di cronopios e di famas

Quando i famas fanno un viaggio, le loro abitudini, quando si fermano a dormire in una città, sono le seguenti: un fama va all’hotel e prudentemente vuol sapere il prezzo della camera, rendersi conto di persona della qualità delle lenzuola e del colore dei tappeti. Il secondo va al commissariato e stila una dichiarazione sui beni mobili e immobili dei tre, e fa anche l’elenco del contenuto delle loro valigie. Il terzo fama va all’ospedale e prende nota dei medici di turno nonché delle loro specializzazioni.
Finite queste incombenze, i tre viaggiatori si riuniscono nella piazza principale della città, si comunicano le rispettive osservazioni, ed entrano in bar a prendere un aperitivo. Prima però si prendono per mano e fanno un girotondo. Questa danza è detta: “Allegria dei famas”.
Quando i cronopios fanno un viaggio, trovano tutti gli alberghi al completo, i treni partiti, piove come dio la manda e i taxi non li vogliono far salire a meno che non siano pronti a farsi spellare vivi. I cronopios non si scoraggiano perché credono fermamente che queste cose capitino a tutti, e prima di andare a dormire si dicono l’un l’altro: “Ma che bella città, una città proprio bella”. E sognano tutta la notte che la città è in festa e che loro sono invitati a tutti i ricevimenti. Il giorno dopo si alzano allegri, ed è così che viaggiano i cronopios.
Le speranze, sedentarie, si lasciano viaggiare dalle cose e dagli uomini, e sono come le statue che bisogna fare un viaggio per vederle perchè loro non si disturbano.

Ricordi, in Julio Cortázar, Storie di cronopios e di famas 

I famas, per conservare i loro ricordi seguono il metodo dell’imbalsamazione: dopo aver fissato il ricordo con capelli e segnali, lo avvolgono dalla testa ai piedi in un lenzuolo nero e lo sistemano contro la parete del salotto, con un cartellino che dice: “Gita a Quilmes”, oppure: “Frank Sinatra”. I cronopios invece, questi esseri disordinati e tiepidi, sparpagliano i ricordi per la casa, allegri e contenti, e ci vivono in mezzo e quando un ricordo passa di corsa gli fanno una carezza e gli dicono affettuosi: “Non farti male, sai”, e anche: “Sta attento, c’è uno scalino”. Questa è la ragione per la quale le case dei famas sono in ordine e in silenzio, mentre le case dei cronopios sono sempre sottosopra e hanno porte che sbatacchiano. I vicini si lamentano sempre dei cronopios e i famas scuotono la testa comprensivi, e vanno a vedere se i cartellini sono sempre a loro posto.

264. “si ha un bel non parlare di se stessi / bisogna gridare alle volte / io sono l’altro / troppo sensibile” * “quando si ama bisogna partire”

GIORNALE

Cristo è più di un anno che non penso più a te
Da quando ho scritto la mia penultima poesia Pasque
La mia vita è davvero cambiata dopo
Ma sono sempre lo stesso
Ho perfino tentato di fare il pittore
Ecco i quadri che ho fatto e che questa sera pendono ai muri
Mi aprono strane prospettive su me stesso che mi fanno pensare a Te

Cristo
La vita
Ecco ciò di cui sono andato in cerca

Le mie pitture mi fanno male
Sono troppo passionale
E tutto è color arancione.

Ho passato una triste giornata a pensare ai miei amici
E a leggere il giornale
Cristo
Vita crocefissa nel giornale che tengo aperto a braccia tese
Ampiezze
Razzi
Ebollizione
Grida.
Sembra un aeroplano che precipita
Sono i0

Passione
Fuoco
Romanzo a puntate
Giornale
Si ha un bel non parlare di se stessi
Bisogna gridare alle volte

Io sono l’altro
Troppo sensibile

(Agosto 1913)
BLAISE CENDRARS, Diciannove poesie elastiche, in Dal mondo intero, Guanda 1980 (fonte web)

 

Quanti confini su possono disegnare su una mappa (e crederli reali nel mondo)?
Confini fino a confinarci da noi in uno spazio angusto, tale da dover parlare e gridare di noi?
Tale da soffocare la nostra vita, crocifiggerla, nonostante cercarla sia stato il senso della nostra ricerca, della nostra vita stessa?
E, fuori da ogni illusione -parlare di tutto, sapere di giornali, di romanzi, di passioni, ma non parlare di se stessi, dice Cendrars- bisogna gridarlo, alla fine; se non si è detto di noi, se non si è sussurrato di noi, se non ci siamo esplorati conosciuti e vissuti, bisogna riconoscerlo e gridarlo che “io sono l’altro”, il più sconosciuto a me stesso, il più bisognoso; bisogna dirlo “ho bisogno d’amore, di essere visto, di essere riconosciuto, di non essere schiacciato da stili di vita ingiusti e insensati”.
Questo è il confine più assurdo e inutile e deleterio e pericoloso e stretto che possiamo creare, quello che ci confina in noi e ci affanna, al punto poi che-sempre che  ne diventiamo capaci -per riconoscerci altro a noi stessi, e agli altri e al mondo dobbiamo gridarlo.
La difficoltà di unire “io” e “l’altro”, anche linguistica, anche per un articolo determinativo unito a ciò che non è “io”. E sentire il desiderio di quella determinazione che sembra aiutarci a definirci, a farci riconoscere: “io” sono “l’altro”.

.
Nel 1963 l’antropologo Edward T. Hall inventò il termine ‘prossemica’. Aveva notato che la distanza relazionale tra le persone è correlata alla distanza fisica, e misurò queste distanze.
800px-Personal_Space.svgDavvero pensiamo che i confini siano solo quelli tra Stati disegnati sulle mappe? Proviamo a confrontare diacronicamente  i confini delle Nazioni.
In questo senso, “io sono l’altro” si verifica molte volte, tanto sono stati e sono ballerini i confini tra Stati.

E nel senso della poesia di Cendrars?
Che commozione, che tenerezza, che dolcezza, che amorevolezza, che ‘pietas’, che abbraccio verso quel grido, verso quel ‘finalmente’ grido ‘io sono l’altro’.
Con quanta premura e delicatezza e affetto sarebbe da accogliere quel momento.

Esseri umani, infinite alterità da conoscere e condividere.

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TU SEI PIU’ BELLA DEL CIELO E DEL MARE

Quando si ama bisogna partire
Lascia tua moglie lascia il tuo bambino
Lascia il tuo amico lascia la tua amica
Lascia la tua amante lascia il tuo amante
Quando si ama bisogna partire

Il mondo è piano di negri e di negre
Di donne uomini uomini donne
Guarda i bei negozi
Questa vettura e poi quest’uomo questa donna e poi questa vettura
E poi tutte le mercanzie piacevoli

C’è l’aria e c’è il vento
E ci sono le montagne e l’acqua e il cielo e la terra
I bambini gli animali
Le piante il carbon fossile

Impara a vendere e comprare e vendere di nuovo
Dona prendi restituisci

Quando si ama bisogna saper
Cantare correre mangiare bere
Fischiettare
E apprendere a lavorare

Quando si ama bisogna partire
Non sorridere tra le lacrime
Non costruirti il nido tra due seni
Respira cammina parti vattene via

Mi faccio il bagno e guardo
Vedo la bocca che conosco
E la mano e la gamba e l’occhio
Mi faccio il bagno e vedo

E il mondo intero è sempre qui al suo posto
La vita con le sue cose sorprendenti
Esco fuori dalla farmacia
Scendo adesso dalla bilancia
Peso i miei soliti 80 chili
E ti amo

BLAISE CENDRARS, Tu sei più bella del cielo e del mare (fonte web, traduzione di Mario Fresa)

Ed ecco qua, quando si ama bisogna andare via …. 🙂

 

263. ricordi … cosa cantava quella ragazzina? il canto è profezia

PER TE
https://www.youtube.com/watch?v=5REy7qOTsn4

IL MIO APRILE
https://www.youtube.com/watch?v=AI_IvRe1W4g

RAGAZZO CHE SORRIDE
https://www.youtube.com/watch?v=3izdWYgMnRU

Un mangiadischi bicolore arancione e avorio.
Un giradischi dall’aspetto e dal funzionamento coraggioso e un po’ avventuroso, per i 33 giri di musica classica.
Un padre che ama Theodorakis.
Una figlia che ascolta il padre cantare e ama anche  lei Theodorakis, addirittura si commuove ascoltando quelle canzoni.
Il primo Theodorakis arriva con Irene Papas, poi con Al Bano e poi con Iva Zanicchi. Tutti ascoltati dal mangiadischi bicolore arancione e avorio.

https://www.youtube.com/watch?v=3jO_EeX4P60&t=13s

 

E quando mi chiedo “cosa cantavo da ragazzina?”, eccole affiorare le canzoni.
E’ facile. E’ come buttare un “amo” – presente del verbo amare 🙂 – in un mare pescoso, e le canzoni, come pesci argentati e fantastici, accorrono al richiamo del cuore, saltano fuori dalle acque per farsi vedere, e guizzano per un attimo prima di rituffarsi nel mare della musica.
E’ così che mi ritornano in mente le note che sono state la colonna sonora della ragazzina che ero.
Non mi importa se alcune non erano alla moda dei giovani. Sono state la mia musica. A volte insieme alla musica di mio padre. La nostra, quella che girava per casa, una casa umile, onesta, curata.
Anche i miei scolastici solfeggi sol-la-mi-do-re-mi-fa-sol-la. Anche i miei esercizi alla pianola pollice-medio-mignolo, indice-anulare, mano destra, mano sinistra. Anche le canzoni che, a orecchio, mio padre accorreva a suonare alla pianola quando non ne poteva più della ripetitività dei miei esercizi 🙂
E “quella sua maglietta finaaaaa”, e “amore bello come il cielo” cantate a squarciagola anche a scuola  con le amiche, e con le suore che ci dicevano ‘zitte ragazze, basta ragazze’ e noi invece andavamo per ‘montagne verdi”.
E il coro della parrocchia, ché quando iniziammo a cantare “dolce è sentire come nel mio cuore sta nascendo amore” non ci fu più modo di pensare alle funzioni religiose per cui il parroco la voleva destinata, ma ci trovammo tutti e tutte sulle nostre personali nuvolette d’innamoramenti.

 

Ma ci fu una prima volta intensa, inaspettata. La prima volta che ‘sentii’ una canzone, giù fino al centro del cuore.
Ero al mare, ospite di parenti. Una ragazzina di prima media, sola con zie e zii grandi, indaffarati; un mare molto ‘pratico’, fatto di spiaggia al mattino e passeggiate nel pomeriggio; sicuramente un mondo nuovo per me, ma vissuto con un senso di estraneità.
E poi un mattino. In spiaggia. Su una sdraio. Gli occhi chiusi per sentire meglio il sole. Un jukebox vicino.
Una canzone. Parole e musica che si mettono al posto del sole del sangue del mare. Al posto del giorno e della notte.
Luigi Tenco stava cantando “Lontano lontano”.
Mi sentii scendere lacrime che non credevo di avere.
A dodici anni.
Lacrime copiose, inarrestabili, impensate, imprevedibili.
E’ così che ho saputo cos’è una canzone, cosa può essere.

Lacrime. Da dove sgorgavano? Dove andavano? Avevo già vissuto altre vite? Avevo già vissuto la mia vita?
Non lo so.
Abbiamo luoghi dentro di noi che sono sorgenti, delta, grotte, boschi, cime di montagne e mari profondi, prati, piazze, giardini. Perché non dovremmo avere già dentro tutta la nostra vita, anche in tutte le possibilità che potranno essere o che avrebbero potuto essere?
Quelle lacrime, non avrebbero potuto essere un avvertimento per il futuro, arrivato dal cuore dove tutto potrebbe essere presente?
Lo sono state.
Ma non lo sapevo.

https://www.youtube.com/watch?v=KM-YsasxsLc

Quello che è bello, è che da ragazzina cantavo.
Quello che è bello, è che ora so che il canto è profezia.

MAPPAMONDO

262. quando ho voglia di uscire dalla semplificazione e anche quando

e anche quando ho voglia di ricordarmi della lingua italiana,
e di cosa si può fare con le sue parole, con le sue strutture

e anche quando ho voglia di ‘poesie’

c’è anche Lui, Nobel per la Letteratura nel 1975,
anche con i suoi ‘Ossi di Seppia’ editi nel 1925,
anche con la sua convinzione che nelle piccole cose si nascondono le grandi verità (negli ‘”Ossi di seppia” parla della ‘carrucola che cigola nel pozzo’, dei ‘cocci aguzzi di bottiglia’, dei ‘limoni’… )

 

CORNO INGLESE
Il vento che stasera suona attento
– ricorda un forte scuotere di lame –
gli strumenti dei fitti alberi e spazza
l’orizzonte di rame
dove strisce di luce si protendono
come aquiloni al cielo che rimbomba
(Nuvole in viaggio, chiari
reami di lassù! D’altri Eldoradi
malchiuse porte!)
e il mare che scaglia a scaglia,
livido, muta colore
lancia a terra una tromba
di schiume intorte;
il vento che nasce e muore
nell’ora che lenta s’annera
suonasse te pure stasera
scordato strumento,
cuore.
(E. Montale, CORNO INGLESE, in Ossi di seppia, MOVIMENTI, A. Mondadori Editore, Collana Lo Specchio 1977, p. 19)

 

Antico, sono ubriacato dalla voce
ch’esce dalle tue bocche quando si schiudono
come verdi campane e si ributtano
indietro e si disciolgono.
La casa delle mie estati lontane,
t’era accanto, lo sai,
là nel paese dove il sole cuoce
e annuvolano l’aria le zanzare.
Come allora oggi in tua presenza impietro,
mare, ma non più degno
mi credo del solenne ammonimento
del tuo respiro. Tu m’hai detto primo
che il piccino fermento
del mio cuore non era che un momento
del tuo; che mi era in fondo
la tua legge rischiosa: esser vasto e diverso
e insieme fisso:
e svuotarmi così d’ogni lordura
come tu fai che sbatti sulle sponde
tra sugheri alghe asterie
le inutili macerie del tuo abisso.
(E. Montale, Antico, sono ubriacato dalla tua voce, in Ossi di seppia, MEDITERRANEO, A. Mondadori Editore, Collana Lo Specchio 1977, p. 74)

 

e in un giorno di fredda tramontana primaverile, accoccolarsi in silenzio e in disparte, tra parole rare e strutture articolate e originali; insomma, nella complessità; insomma, nella vita, in una delle sue forme più vaste molteplici ed eterogenee

 

(suonasse te pure stasera
scordato strumento,
cuore)

(mi era in fondo
la tua legge rischiosa: esser vasto e diverso
e insieme fisso)

 

https://www.nobelprize.org/prizes/literature/1975/montale/25109-eugenio-montale-nobel-lecture-1975/

 

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261. oggi

Va bene. Cedo. Come non pensarti? E proprio oggi, come non pensarti?

E pensandoti, mi arriva tenerezza su tenerezza. Affiora il ricordo di un momento importante della tua vita. Me lo raccontasti mentre eravamo in macchina, un po’ di anni fa, al rientro da una visita medica dove ti avevo accompagnato.

Il tuo primo giorno di “lavoro”, da muratore, con il nonno. Iniziavi a imparare “il mestiere”. Avevi 13 anni. Era dicembre, lavoravate all’aperto. Il freddo si fece presto sentire, ma tu non dicevi niente. Il nonno se ne accorse e, con la scusa di un lavoro da fare all’interno, ti fece entrare al riparo; e così arrivasti fino alla fine dell’orario di lavoro: due volte protetto, dall’amore di tuo padre e dai muri di una rimessa.
Tu, che a 13 anni, poiché la nonna aveva cominciato a star male, ti occupavi ogni tanto anche delle faccende di casa, arrivando pure ad andare a lavare qualche  panno sulle pietre del torrente che scorreva vicino al paese.

Poi proseguisti il racconto dicendomi orgoglioso della prima casa che costruisti tutto da solo, a 20 anni, come a dire che avevi imparato bene il mestiere. E’ in paese, ci passo accanto ogni volta che torno. La guardo. Costruita interamente da te, da solo. E’ il mio castello segreto, la mia proprietà più intima, oltre le appartenenze legali.

Ho costruito una mappa del paese, segnalando le case che tu e il nonno e lo zio avete costruito interamente o vi avete lavorato in qualche modo. L’ho disegnata mentre mi facevo raccontare da te il progredire delle tue opere e della tua professione. Dovrei, in realtà, fare una mappa più ampia, che sconfini nel  Lazio e in Toscana.
Ma di più ancora. Sei mondo.

Tutt’oggi ti ho pensato così, nell’intreccio della tua tenerezza con la tenerezza del nonno.
E ora, davanti al tramonto di un giorno che ricorda e festeggia la paternità, te lo voglio scrivere. Scende la sera. Oggi ti sono venuta a trovare due volte lì dove i tuoi resti mortali si dice ‘riposano’. E, come sempre, cammino in quel luogo che si dice ‘di pace’. Leggo i nomi, guardo i fiori, osservo le luci e le ombre.
E non penso che questo nostro mondo sia un luogo inutile, che tutto sia ‘vanità delle vanità’. Al contrario.
Guardo la tua foto e quelle delle altre persone, attimi colti da uno scatto che non era stato pensato per questo uso. Foto per documenti, foto di feste, di lavoro. Di vite. Colgo l’incommensurabile preziosità di questa sfera prevalentemente azzurra che si muove nell’immensità dell’universo e di tutte le persone che la abitano e che l’hanno abitata e che la abiteranno, e non mi importa di cercare un senso. Il senso già c’è. Vivere, aver vissuto. Attimi, giorni, mesi, anni. Aver lavorato. Avere amato. Avere risposto alla vita, anche se e quando è dura.

Aver costruito una intera casa tutto da solo.
Essersi accorto che tuo figlio ragazzino sta soffrendo molto freddo mentre lavora all’aperto e averlo messo al riparo.
Aver raccontato questi momenti a una figlia.
Trasmettere tenerezze.

Ti voglio bene, babbo.
https://www.youtube.com/watch?v=8RHrCDM2TLw

babbo compleanno 92 anni

260. le mappe artistiche di Fernando Vicente * suggerimenti dall’Immaginazione * “cos’altro?”

LA TERRA HA GIA’ IMMAGINAZIONE,
E’ IL MONDO UMANO CHE NE HA BISOGNO.

“L’immaginazione […]
è il primo fonte della felicità umana.
Quanto più questa regnerà nell’uomo,
tanto più l’uomo sarà felice.”
(G. Leopardi)

Terre dell’immaginazione: la serie “Atlas” di Fernando Vicente.
Dipinti su antiche mappe geografiche, per ripensare il rapporto tra essere umano e universo.
L’artista suggerisce il suo punto di vista nel guardare il mondo: da una sua passione di collezionista di antiche e vecchie mappe, è passato poi a ‘giocare’ con quelle mappe, a dipingerle, a cercare forme diverse da quelle reali della geografia, per allontanarsi dalle frontiere e dal significato di ogni paese, cercando lui stesso il suo significato in quelle mappe.

Fernando VicenteGRAN BRETAGNA, IRLANDA

FernandoVicente-AfroditaPequeScan-57ASIA

FernandoVicente-Paleocraneo-11AFRICA, EUROPA, ASIA

FernandoVicente-Dolphin-27

MESSICO

FernandoVicente-MotherEarth-70AMERICA DEL SUD

 

 

 

259. “qui”, in questo angolo di mondo; “adesso”, che è un “mentre” insieme a miliardi di altri “adesso”

Francesco Guccini, Vorrei
https://www.youtube.com/watch?v=R2MWEFl6mUM

Francesco Guccini, Canzone delle Colombe e del Fiore
https://www.youtube.com/watch?v=0KftnzIjlrU

Dall’album “D’amore di morte e di altre sciocchezze”, 1996:
Vorrei“, la più bella canzone d’amore;
Canzone delle Colombe e del Fiore“, moderno Cantico dei Cantici, per ‘fare l’amore’ più bello.

E una rosa che ha una storia meravigliosa.
Luoghi d’incanto: i fiori, le canzoni, i cuori umani.
Qui, adesso, mentre.

 

LA PRIMA ROSA FIORITA APRILE 2011 (2)

258. ” […] il mondo stesso non si è mai stabilizzato nella sua struttura e composizione. E’ piuttosto in un continuo divenire […]. ” *amare in modo ‘diveniente’*

“Non possiamo mai parlare con certezza del mondo, come se già lo conoscessimo, non perché le nostre ipotesi potrebbero poi rivelarsi false o perché le nostre previsioni potrebbero saltare, come direbbero gli scienziati, ma perché il mondo stesso non si è mai stabilizzato nella sua struttura e composizione. È piuttosto in un continuo divenire, così come accade a noi in quanto parte di esso. Proprio per questo il mondo, che è in perenne trasformazione, è una fonte costante di meraviglia e stupore. Dovremmo viverlo con consapevolezza.”(Timothy Ingold, Antropologia, Meltemi, 2020)

 

Non lo so se è l’inverno che fa doni alla primavera, o la primavera che entra guizzando nei giorni dell’inverno. So che è così costante il divenire da trasformare attimo dopo attimo quello che attraversa. Tutto ciò è stupendo. E se lo usassimo come pensiero fondante per costruire le relazioni e per nuovi metodi di conoscenza?

 

Prima della neve di febbraio (quanto è bello segnare il tempo così), tra le tinte invernali della Terra avevo visto il giallo di due mimose fiorite e le bianche infiorescenze di qualche pianta di viburno.
Poi il bianco della neve si è fatto manto uniforme e fertilizzante dei terreni. E dopo, sciogliendosi la neve e lasciando a tratti il suolo libero, la superficie delle campagne si è ricoperta di macchie bianche e scure, come pelle di un animale immenso e fantastico.
E, appena finita la neve, ecco, le mimose sono fiorite più numerose; sono fioriti i gialli delle forsizie e i rossi accesi del ‘fior di pesco’, quegli arbusti felici di offrire i fiori prima delle foglie; sono fiorite le bianche  pratoline allegre; occhieggiano le pervinche con il loro caratteristico colore; fanno capolino i fiori del rosmarino; gli alberi da frutto sembrano pennellate di tenui colori chiari poggiati sul fondo scuro del paesaggio.
E ora il biancospino si ricopre dei suoi piccoli fiori bianchi, tali da apparire da lontano come piccole nuvole sulle siepi nei campi ancora brulli, quelle siepi piantate un tempo a delimitare confini di proprietà, e adesso non più barriere ma armoniosi cespugli che sembrano distribuiti da un giardiniere geniale.
Questo è tempo di incontro tra ciò che diciamo ‘inverno’ e ciò che diciamo ‘primavera’.

 

Sconfino nello stupore.
Come ogni cosa, nella sua definita presenza, sconfina ed è sconfinata.
Credo profondamente in un’identità intesa in senso dinamico. Non è disperdersi, è riconoscere il costante alterar-sé.

Ricordo.
I lunghi tempi trascorsi a Piazza Navona a guardare le statue delle fontane, particolarmente quelle raffiguranti esseri multiformi, ibridi. A osservare rapita i punti di passaggio e di incontro da una forma a un’altra nello stesso essere. A emozionarmi davanti a quelle complessità, a quelle diversità unite, a quelle possibilità proposte.
Intuizioni, un sentire, intimo e profondo, che non fossero solo metafore e mitologie, ma suggerimenti, inviti a vedere cosa ancora non vediamo: la costanza del divenire e la sua potenza.

 

Un grande passaggio, un possente divenire fu quando te ne andasti, babbo-mondo. Tutta la vita ho parlato con te e di te con la certezza di conoscerti, anche mentre vedevo le trasformazioni della tua esistenza.

Con quanta arrogante illusione e volontà di fissare e definire ci si avvicina agli altri. Abbiamo bisogno di fissità per incontrarci e confrontarci … anche con noi stessi … “io sono così”, eccola l’illusione più grande che usiamo  nel ‘definirci’, appunto, ‘definirci’.

 

La tua morte mi ha insegnato che è urgente amare, te l’ho scritto altre volte.
Amare, riuscire a vedere quell’essere-divenire, quelle complessità, quelle diversità unite in un unico soggetto, quel “non poter mai parlare con certezza del mondo”.
Imparare ad amare, ad amarti, ancora adesso che non sei più qui con me.
Amarti senza farti santo dopo la tua morte. Amarti per “come eri, e come eri, e come eri”, nel tuo divenire di allora e nel mio divenire di adesso, un divenire capace anche di rinnovare la percezione di un tempo che sembra solo procedere, andare avanti. Essere capace, da questo adesso, di tornare a tutti gli ‘adesso’ trascorsi insieme, e amarti, da qui a lì, da lì a qui.

 

Lo diciamo così tanto … le canzoni, i film, nella realtà … ‘ti amo come sei’ … ma non accade; spesso ciò  coincide col non vedere “come sei”, e tanto meno quel “sei” traboccante di ‘divenire’ , e forse proprio per questo non è mai amore l’amore che vorremmo che fosse. Ed ecco: allora sembra, ma non è ‘amare come sei’, è cecità, aspettativa, illusione, far scomparire il divenire, è non amare.
Io ci sto provando con te, ad amarti in questo modo ‘diveniente’, babbo-mondo.
Oggi è la festa della donna, mi piacerebbe regalarti un passetto fatto in questo cammino.
Babbo-mondo.
Senza dire altro, ti regalo questo passetto, attraverso qualcuna delle canzoni che amavi, e che amo anch’io. Tu cantavi in modo stupendo, avevi proprio la musica dentro, e ballavi come fossi un ballerino di professione. E negli ultimi tuoi ricoveri, finché è stato possibile, tra la cena e il dormire, ti facevo ascoltare col cellulare o con la tua radiolina le canzoni che ti piacevano, affinché la notte arrivasse senza portarti pensieri: e poi, dopo, veniva il silenzio, ché anche quella era una musica, fatta dei suoni dei macchinari, dei passi felpati degli infermieri, di ogni più piccolo rumore che si stagliava nel silenzio notturno; fatta dai nostri respiri, tu nel tuo letto d’ospedale, io nella sdraio accanto a te; io ancora incapace di amarti com’eri, momento dopo momento.
E lo sono ancora, incapace. Ma il legame inestinguibile è proprio questo cammino nel divenire, non il ricordo, non rimanere ferma al passato, non cadere nell’errore di non amare più nessuno; bensì continuare a imparare ad amarti, nel continuo divenire, cosa che mi renderà, passo dopo passo, capace anche di amare chi incontro ‘senza volerne parlare con certezza’.
Mai stabilizzati, nessuno, nella nostra struttura e composizione.
E chissà … allora … come sei, adesso? Dove ti ha portato il tuo divenire?
Intanto, ecco qualcuna delle canzoni che amavi.
A te, babbo-mondo, dalla tua figlia-donna.
In questi continui passaggi, nel nostro continuo divenire.

 

https://www.youtube.com/watch?v=NWjZD37rkhM

 

https://www.youtube.com/watch?v=j69NsrQd1vs

 

https://www.youtube.com/watch?v=OpJawDFqoAI

 

libro mondo