48. “Quanto siamo ancora “figli” di quell’epoca, condizionati da quelle mappe della storia? E quanto invece abbiamo vissuto una rottura, l’ingresso in un’era nuova, che ci trasporta verso orizzonti sconosciuti?”

FEDERICO RAMPINI, Quando inizia la nostra storia. Le grandi svolte del passato che hanno disegnato il mondo in cui viviamo, Mondadori 2018
dal cap. IX, 1450 (Gutenberg), 1492 (Colombo), 1648 (Pace di Vestfalia): le tre date della “modernità”, pp. 356-358

“Il mondo moderno, come lo intendiamo noi, si è venuto a formare in queste tre date. Sono tre eventi-chiave essenziali per capire gli sviluppi successivi, e anche per distinguere “quanto sia nuovo il nuovo”: se oggi  la nostra Età del Caos è figlia di una rottura epocale rispetto alla modernità, o se si inserisce nella continuità e fa parte dei frequenti corsi e ricorsi della storia.
Johannes Gutenberg, con la sua tecnologia tipografica, consente il salto nell’era della stampa, dell’alfabetizzazione, della riproduzione dei libri; agevola quella Riforma protestante dalle enormi conseguenze politiche dell’Occidente; sia il Rinascimento sia l’Illuminismo si nutrono di libri, che nel Medioevo erano delle rarità custodite nei monasteri. L’impatto della stampa sulla riforma è talmente immediato che spesso Gutenberg e Martin Lutero vengono studiati insieme. Non è un caso che il grande sociologo tedesco Max Weber associa il capitalismo all’etica calvinista e puritana: sono di ceppo protestane i due imperi capitalisti che si alternano negli ultimi secoli, l’inglese e l’americano.
L’impresa di Cristoforo Colombo (poi di altri esploratori-conquistatori) è resa possibile anch’essa da Gutenberg, vista l’importanza dei libri di geografia stampati a quell’epoca. A sua volta, la cosiddetta “scoperta” dell’America ha diramazioni verso la globalizzazione non solo mercantile ma anche biologica, l’unificazione dell’ecosfera, con conseguenze molto più vaste e sorprendenti di quanto si creda, per esempio con nuove epidemie o lo stravolgimento delle nostre abitudini alimentarie millenarie. Considerare il Rinascimento dal punto di vista dell’impatto di Gutenberg-Colombo impone di ricordare che anche quella fu un’Età del Caos, con le stesse insicurezze che viviamo oggi e una risposta simile: il populismo. Segue una lunga instabilità, le guerre tra i fondamentalismi religiosi (perlopiù cristiani). Qualcuno accosta i populisti come Trump e Grillo a frate Savonarola (vedremo chi, e perché).
A quel Caos, il Trattato di Vestfalia cerca di porre fine nel 1648. E la pace di Vestfalia -fragile- ci lascia in eredità un “formato”, lo Stato-nazione come attore delle relazioni internazionali, dentro il quale torniamo a cercare protezione e rifugio nel nostro turbolento presente.
Quanto siamo ancora “figli” di quell’epoca, condizionati da quelle mappe della storia? E quanto invece abbiamo vissuto una rottura, l’ingresso in un’era nuova, che ci trasporta verso orizzonti sconosciuti? E’ giusto, per esempio, teorizzare che Internet e i social media hanno creato un universo completamente inedito? L’intelligenza artificiale applicata alle comunicazioni di massa, da Google e Facebook, segna una rottura, un passaggio di civiltà, con lo stesso potenziale dirompente che ebbe la stampa di Gutenberg cinque secoli prima?
E ancora: quanto il nostro corpo, la nostra salute e la nostra longevità, la flora e la fauna dell’ambiente in cui viviamo sono condizionati dalla globalizzazione agroalimentare e batteriologica scatenata inconsapevolmente dalle grandi scoperte di Cristoforo Colombo  & C.? Quanto invece siamo entrati in un’epoca di manipolazione genetica senza precedenti nella storia umana?
E’ ingenuo o presuntuoso supporre di conoscere già la risposta. Intanto bisogna partire da una conoscenza delle mappe della nostra storia passata, prima di poter decifrare il presente o immaginare il futuro.”

A criação de Deus800px-Europe_map_1648mappa dell’Europa nel 1648, Pace di Vestfalia

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https://www.corriere.it/foto-gallery/scienze_e_tecnologie/15_dicembre_31/terra-disegna-l-alfabeto-le-foto-satellite-03992580-afb8-11e5-98da-4d17ea8642a3.shtml

 

47. chi può dire quando finisce il mare

IMPARARE A SALUTARE

QUI
Il cielo è grigio e bianco, colmo di pioggia, e se pioverà lo deciderà il lieve sussurro delle cose che cambiano.Intanto nulla scende dalle nuvole e la terra è secca e soffre. Le piante iniziano a volgere le foglie verso il basso, come accade in estate, ma è inverno, ed è freddo.
Il cielo sembra di cartapesta, ha un impercettibile mutare di toni dal bianco al grigio chiaro, dal grigio chiaro al bianco, in un’incertezza che diventa certezza dell’aridità invernale, nonostante questo sia un posto di mare.
Ella guarda al cielo attraverso i vetri di una finestra su cui si è addensato un leggero vapore che, alla luce del tramonto, sembra una tenda di perline lucenti. Piccole gocce si staccano dalla massa lieve e trasparente e tracciano minuscole strade liquide sulla superficie traslucida.
Dell’acqua bolle in una pentola, e il suo borbottio sommesso è l’unico suono che si diffonde nella stanza.
Il padre di Ella è morto quindici giorni fa e ora riposa sotto un cumulo di terra. “Straniera”. Ella dice “Terra straniera”.
E’ stata l’acqua a portarlo via, lui come tanti altri; ma il suo corpo è stato tratto a riva e lì è rimasto alcune ore sotto un telo, e lei è rimasta accanto a lui. E il telo si muoveva al tocco del vento, mentre suo padre rimaneva per sempre immobile, affondato nella sabbia muta.
Adesso è sepolto nel cimitero del piccolo paese di mare; una donna, Ada, ha ceduto il suo posto allo sconosciuto, ha detto che ne comprerà un altro per sé.
Ada vive nella prima casa che si incontra venendo dalla spiaggia, e ha visto Ella, seduta vicino al corpo di suo padre, aggiustare il telo bianco ogni volta che si muoveva al tocco del vento. L’ha vista ricoprire così tante volte quel corpo amato col quale aveva viaggiato la vita e l’ultimo cammino. Così tante volte quella ragazzina ha aggiustato il telo bianco che Ada ne ha avuto pena e le ha offerto quello che poteva, una tomba e la sua casa.
In due hanno lavato il corpo per l’una conosciuto, per l’altra straniero; perché l’acqua di mare che lo aveva inghiottito non è acqua con cui camminare verso l’Eterno, così ha detto Ada. In due hanno seguito la cassa di legno chiaro, semplice, muta anch’essa come ad Ella sembrano adesso mute tutte le cose.
Ada ha detto ad Ella di non preoccuparsi, che può restare nella sua casa finché i documenti saranno a posto.
“Mi conoscono, sanno che possono fidarsi.”
E adesso Ella è qui, ma non sa dire dove sia questo “qui”, e cosa sia, e se ci sia davvero un “qui” da dare come punto di riferimento a qualcuno, così, tanto per far capire che è da qualche parte, viva.
Non le sa dire bene le cose, Ella; non sa nemmeno spiegare l’origine del suo nome, straniero nel suo Paese e, invece, noto nel Paese straniero dove si trova adesso. Ada ha infatti compreso bene il suo nome, le ha detto che il suo nome è una parola nella lingua di questo Paese in cui è approdata, e che però è una parola che non viene usata da tempo, e che vuol dire “lei”, è come dire “donna”. Ada conosce la lingua di Ella, è stata diversi anni in giro per i Paesi del Mediterraneo a svolgere il suo lavoro di giornalista e poi si è fermata in questo posto di mare, per scrivere un libro, ma per fermarsi per sempre.
Con le sue lunghe dita Ella traccia il suo nome sul vapore, un dito per ogni lettera, e decine di gocce si muovono veloci sul vetro, verso il basso, e il nome dopo un po’ scompare nell’acqua.

LI’
Da qualche parte, lontano, c’è una donna anziana. Ella non sa in quale direzione guardare per poterla immaginare meglio, ma guarda girando un po’ su se stessa, muovendo gli occhi di qua e di là, e ascoltando il suo cuore.
Da qualche parte, lontano, c’è sua nonna, che l’ha cresciuta dopo la morte di sua madre. Un’incursione di militari aveva messo a fuoco il suo quartiere e la sua mamma era rimasta sotto le macerie. Ella, il padre e la nonna si erano salvati perché erano fuori dal paese. Ella aveva pochi mesi, non ricorda sua madre; quando la pensa c’è uno spazio bianco nella sua mente che, come il cielo di oggi promette pioggia, così lui promette suoni, risate, un volto, ma tutto rimane inespresso, e qualcosa è secco nel cuore di Ella. Per ricordare sua madre, pronuncia il proprio nome in ogni modo possibile, vicino a tutte le cose e alle persone che incontra; il nome che la sua mamma ha pensato per lei, così strano per tutti, e chissà perché lo aveva pensato così. Quando lo pronuncia, le sembra di camminare insieme a lei, le mani unite, come non ricorda di aver fatto, e non l’ha fatto mai.
Sono state le mani di sua nonna a prenderla, a sorreggerla nei primi passi, ad afferrarla se stava per cadere, ad accarezzarla.
Sua nonna che le ha detto “Vai tu” quando hanno saputo che c’erano solo due posti su quel barcone. “Andate voi” ha detto sua nonna Abdar.
E adesso è lì, lontana, a sgranare il suo rosario fatto di piccole rose di legno, con il crocifisso e le maglie d’argento, un rosario prezioso, ricordo di famiglia. La nonna è nata in una famiglia ricca, da poco convertitasi al cristianesimo, tutti i componenti entusiasti della nuova fede che li faceva sentire vicini all’Occidente, all’Europa, ai Paesi che immaginavano evoluti e moderni.
Ma poi le guerre, e molti morti in famiglia, e la nonna era rimasta con la madre di Ella ancora piccola, solo loro due, a volersi riscattare dal dolore, da tutto; a mettere nelle preghiere ancora nuove ogni speranza, perché si può ancora sperare quando si ha un dio nuovo da cui tutto, tutto proviene.
Alcuni anni di tranquillità, la madre di Ella cresce, si sposa, nasce Ella. E di nuovo le guerre, i soldati, i colpi delle armi, i morti. La madre di Ella se ne va, e la nonna abbraccia la piccola, le dice: “Andiamo, andiamo insieme, ci sono io.”
E poi è venuto quel momento che non è la morte, a cui il suo cuore la sua pelle la sua resistenza erano abituati; quel momento in cui la nonna le ha detto “Vai!”; e ha detto “Andate. Io rimango.” E sono troppi i modi per lasciarsi, e pochi quelli per rimanere insieme.
“Andate”, perché lì non si vive più e non ci sono altri modi per dirlo che partire, cercare di salvarsi; perché la vita è la vita, e che stupenda vita nasce dalle crepe a cui si è sopravvissuti.
Così suo padre e lei hanno lasciato lì la nonna, nella sua casa piena di piccoli e grandi ricordi; la nonna bella e dolce che le raccontava le più belle favole dell’Oriente vicino al loro fuoco acceso nella notte, ad allontanare i brutti sogni con le parole magiche delle storie.
Ella ha ascoltato attenta tutte le storie della nonna e quelle della scuola e delle suore e di suo padre. Ha ascoltato tanto, ma parla poco, non sa dire bene le cose, o non vuole, chissà. Nel suo cuore è sicura che vorrebbe le parole di sua madre, le mancano e le aspetta, e allora guarda sempre il cielo per vedere se arrivano da lì. Perché, comunque, se arrivasse a sentire le parole di sua madre, sa che sarebbe un miracolo e in un miracolo le parole di sua madre potrebbero certamente scendere dal cielo, dalle foglie degli alberi, o salire dal mare e dalla terra; le cose mai viste e mai ascoltate possono avere ogni forma, arrivano nuove.

CHI
Risentire quella voce è un pezzetto che manca ad Ella; la voce che ha sentito, ma che non ricorda. Stare vicina al corpo della sua mamma è un altro pezzetto che le manca; il corpo che ha toccato, ma che non ricorda.
Ada parla, racconta di sé, per far sentire Ella tranquilla, protetta, affidata. Ada le dice che ha una figlia, si chiama Maria, vive in America, ma non si telefonano, non si scrivono da anni.
“Maria aveva ali grandi che l’hanno portata lontano, ma non erano sue. Maria era come Icaro, lo sai chi è Icaro?” chiede a Ella, che risponde no. Allora Maria racconta di Icaro e delle sue ali posticce, del suo desiderio di volare verso il sole; e poi di Dedalo e del labirinto. Chiede a Ella: “Ti piacciono queste storie?” Ella risponde di sì.
Sono sedute intorno al tavolo della cucina e mangiano una minestra calda. C’è ancora del vapore sui vetri della finestra e adesso che è notte sembra una tenda di tulle leggero.
“Stai tranquilla, cara” dice Ada a Ella. “Al Centro di accoglienza si stanno occupando di te. Non è la prima volta che ospito giovani donne o ragazzine come te. Vedrai, andrà tutto bene, ci sono persone serie qui. Domani parlerai con una dottoressa, è brava, la conosco da tempo. Si chiama Elena, era venuta qui per un periodo di volontariato e poi si è fermata. A volte mangiamo insieme, e allora viene anche un medico, un chirurgo, lui lavora per un’organizzazione umanitaria e si chiama Lucio. Ha 50 anni, è molto bravo anche lui. E’ lui che si è occupato di tuo padre, per questo noi abbiamo potuto lavare il suo corpo, Lucio pensa che queste cose sono importanti. Dice che bisogna imparare a salutarsi. Dice che buongiorno, ciao, buonanotte, come stai, addio, arrivederci e il silenzio non sono cose da niente.”
Poi Ada imita un po’ il medico quando afferma che: “Sono cose importanti, sono cose che curano. E se lo dico io… ”
E aggiunge:   “E vedessi come sorride quando dice così! Io penso che abbia ragione. E tu, Ella? Che pensi?”
“Sì, ha ragione” dice Ella. “Io ho imparato a salutare, per fortuna.” E poi tace. E forse ha sonno e forse pensa e forse spera; ha gli occhi lucidi, colmi di lacrime.
Ada fa silenzio e spazio a quelle lacrime. Le prime che vede brillare sulle guance di Ella.
Fuori scende una pioggia leggera dal cielo scuro.
Si sente il mare, è tranquillo.
Un’onda dietro un’altra, chi può dire quando finisce il mare.

(2015)
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Mappamondo Catalano Estense, 1450-1560 ca. Modena, 
Biblioteca Estense Universitaria

46. i_miei_luoghi_di_te @ i_tuoi_luoghi_di_me …quale corpo? … corpomondo …

” […] voi non desiderate mai davvero qualcuno o qualcosa. Voi desiderate sempre un insieme […] Proust l’ha detto e in modo bello: io non desidero una donna, io desidero anche il “paesaggio” che è contenuto in quella donna, un paesaggio che forse neanche conosco, ma che intuisco, e finché non ho sviluppato questo paesaggio che l’avviluppa io non sarò contento, cioè il mio desiderio non sarà compiuto, resterà insoddisfatto […]”
Gilles Deleuze, D come desiderio, da L’Abécédaire de Gilles Deleuze
(un programma televisivo prodotto e girato nel 1988
da Pierre-André Boutang)

Carte_du_Tendre

io sono una mappa una rappresentazione di me
variabile mappa variabile me
io ho luoghi dappertutto
luoghi nel mio corpo che come la terra cambia nei secoli dei miei anni nei secondi degli incontri di vento di pioggia di mani carezze schiaffi tradimenti fiumi in piena terremoti frane penetrazioni sorrisi
luoghi nella memoria luoghi del presente
c’eri non ci sei più c’ero ci sono ancora

avrei un corpo senza le parole gli sguardi gli abbracci i rifiuti che lo descrissero che lo descrivono?
sono nomi_nata ogni attimo nata_dai_nomi_che_ricevo

ogni parte di questo corpo ha una storia da raccontare che somiglia alle storie raccontate dalle mappe del sottosuolo
strati di incontri di resti di quegli incontri di gioie dolori abbandoni lacerazioni corse su spiagge camminate nei boschi parole amorose parole cattive parole di parole parole sulla pelle sulle labbra lasciate nella bocca succhiate succose amare prese rifiutate

i_miei_luoghi_di_te quelli che sfiori tocchi guardi nomini lasci da parte offendi violi quelli che tremano se ti penso quelli che tolgono il respiro se solo ricordo lì sopra di essi il tuo sguardo le tue mani il tuo arrivo il tuo abbandono il tuo ritorno il tuo stare nel mio corpo sostare rimanere viaggiare nel mio corpomondo nel mio corpoanima nel mio corpo

toponimi sono le tue parole e le mie esperienze

esiste un corpo senza nomi dopo la nascita del linguaggio?
esiste “il” corpo prima della nascita del linguaggio?

io sono ed è già una mappa disegnata dalla coscienza

esiste un corpo senza l’incontro con l’altro/a?

i_tuoi_luoghi_di_ me non se ne vanno li ho nelle dita nella bocca tra i capelli mi trema negli occhi la tua figura lontana che arriva che se ne va mi spinge alla parete il desiderio inappagato mi piega e mi spezza l’intimità di uno sguardo delle parole non dette dei baci della notte che dilata il corpo fino a te

corpi che migrano che attraversano confini che muoiono nelle guerre che affogano nei mari corpi rifiutati
corpi vestiti alla moda corpi alterati dalle chirurgie plastiche corpi nel dolore corpi che devono restare giovani corpi che invecchiano corpi rifiutati

corpi che sono storie biografie vite

corpi che sono io me che sono miei che sono nostri io che sono loro che ci incontriamo che ci sfioriamo che siamo lontani che non sappiamo nulla degli altri che ci sembra di sapere tutto degli altri che siamo gli altri che sono noi

quale corpo dice chi dice il corpo è mio?

corpo che vive per l’ossigeno l’acqua il cibo i pensieri il sapere le emozioni i sentimenti l’accudimento la cura l’amore

sono impegnata da e in un corpo che è nostro che è territorio che è dove

un corpo che è dove sei che è con chi sei come forma di coscienza insieme al chi sei

i nostri corpi io-noi abbiamo tutti i corpi del mondo
io-noi siamo

tusei

tu sei quindi io sono
interconnessioni
io sono quindi tu sei
responsabilità

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la-vita-connessione-tra-uomo-natura-e-universo

opera di Jim Warren

 

 

 

 

 

45. Così sono radicalmente curiosa, compagni miei creatori; / … visto che tocca a noi / costruire un Mondo Nuovo di zecca, / da dove cominciamo? / … squarciando / quell’allucinazione di massa / amara e raggrinzita / erroneamente chiamata realtà. /

 

L’ULTIMA POESIA DI RACHEL CORRIE,
PACIFISTA USA MORTA A GAZA NEL 2003

https://it.wikipedia.org/wiki/Rachel_Corrie

https://www.peacelink.it/storia/a/7418.html

Questo è un momento perfetto / è un momento perfetto per molte ragioni / ma soprattutto perché tu ed io / ci stiamo svegliando / dalla nostra complicità sonnambula, tonta, ciucciadito / con i maestri dell’illusione e della distruzione. /

Grazie a loro,da cui fluiscono queste benedizioni dolorose, / ci stiamo svegliando. /

Grazie a loro, da cui trasudano questi spaventosi insegnamenti, / ci stiamo svegliando./

Le loro guerre e torture, / i loro diavoli e confini, / estinzioni di specie / e malattie nuove di zecca, / il loro spiare e mentire / in nome del padre, / sterilizzando semi / e brevettando l’acqua, / rubando i nostri sogni e / cambiando i nostri nomi, / i loro  brillanti spot pubblicitari, / le loro continue prove generali / per la fine del mondo. /

Grazie a loro, da cui fluiscono queste benedizioni dolorose, / ci stiamo svegliando. /

Grazie a loro, da cui trasudano questi spaventosi insegnamenti, / ci stiamo svegliando. /

Le loro dolorose benedizioni / stanno squarciando / quell’allucinazione di massa / amara e raggrinzita / erroneamente chiamata realtà. /

Cominciano ad arrivare a valanga / notizie sull’autentica casa dell’anima, / infiltrandosi nei nostri sogni a occhi aperti / sempre più lucidi. /

L’eternità selvaggia matura e succosa / ci inonda. /

I nostri alleati / dall’altra parte del velo / ci raggiungono a sciame. /

Ci stiamo svegliando. /

E come il cielo e la terra si incontrano, / come il sogno e la veglia si mescolano, / come il paradiso e gli inferi si intersecano, / notiamo il il fatto esilarante e scioccante / che tocca a noi decidere / -tocca a noi decidere, a me e a te- / come costruire un mondo nuovo di zecca. / Non in qualche lontano futuro o luogo distante, / ma proprio qui e ora. /

Siamo sull’orlo di un precipizio, / danziamo proprio sul bordo, / e non possiamo permettere a questi folli che governano un mondo morente / di  portare avanti i loro sortilegi. /

Dobbiamo insorgere e combattere la loro logica malata; / sfidare, resistere e fermare la loro tragica magia; / scatenare la nostra ira sacrosanta e fargliela sentire. /

Ma aver la meglio sui morti viventi non è sufficiente. / Protestare contro i mostri in doppiopetto non è sufficiente. / Non possiamo permettere di essere consumati dall’ira – / non possiamo essere  ossessionati e posseduti da lamenti. / I nostri dolci corpi animali / hanno bisogno di felicità turbolente. / La nostra stupefacente immaginazione / ha bisogno di nutrirsi di compiti / che stimolino il nostro diletto. /

Abbiamo bisogno di verità allo stato selvaggio, / una bellezza insurrezionale / che ecciti la nostra curiosità, / una bontà oltraggiosa / che ci porti a compiere / atti eroici di appassionata compassione, / un amore ingegnoso / che ci trasformi senza tregua, / una libertà astuta / che non sia mai permanente / ma da afferrare e reinventare ogni giorno, / e di una giustizia-totalmente-seria-ma-sempre-ridente / che progetti e sogni / come diminuire la sofferenza / e accrescere la gioia / di ogni essere senziente. /

Così sono radicalmente curiosa, compagni miei creatori; / sul serio in delirio: / visto che tocca a noi / costruire un Mondo Nuovo di zecca, / da dove cominciamo? /

Quali verità allo stato selvaggio / pensiamo di piantare al cuore / della nostra creazione? / Quali storie saranno i nostri pro-memoria? / quali domande ci alimenteranno? /

Eccotene una: / nel Mondo Nuovo / saprai con tutto te stesso / che la vita è pazzamente innamorata di te- / la vita è selvaggiamente e innocentemente innamorata di te. /

Nel Nuovo Mondo / saprai al di là di ogni dubbio / che migliaia di alleati nascosti / stanno dandosi da fare per farti diventare / quella bellissima curiosa creatura / cui sei destinato per nascita. /

Ma poi arriva la domanda fatale: / l’amore con cui la vita eternamente ti inonda / non è stato corrisposto al suo meglio, / ma c’è ancora modo per mostrarsi più espansivi. / Se la vita è selvaggiamente e innocentemente innamorata di te, / sei pronto a cominciare ad amare la vita così come essa ti ama? /

Nel Mondo Nuovo, lo farai. /

Nel Mondo Nuovo, / rigetterai la paranoia con tutta l’intelligenza del tuo cuore. / E abbraccerai la Pronoia, che è l’opposto della paranoia. / Pronoia è il vago sospetto / che tutto il mondo vivente / sta cospirando per inondarti di felicità turbolente. / Pronoia è la concezione emergente / che la vita è una cospirazione / per liberarti dell’ignoranza, / e riempirti d’amore, / e farti spirito risplendente. /

Compagni miei creatori, / voglio che sappiate che sono allergica ai dogmi. / Non ho fiducia in alcuna idea / che richieda fede assoluta. / Ci sono molte poche cose  / di cui sono del tutto certa. /

Ma sono assolutamente sicura / che la Pronoia descrive il mondo così com’è. / La Pronoia è più umida dell’acqua, / più vera dei fatti, / e più forte della morte. / Odora del fumo di cedro nella pioggia primaverile, / e se ora chiudi gli occhi, / ne  percepirai il tremulo scintillare / nel tuo morbido caldo corpo animale come un’aurora boreale. /

La roba dolce che appaga le tue voglie / non è chissà dove in qualche altro spazio  e tempo. / E’ proprio qui e ora. /

La Terra è ricolma di Paradiso. /

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44. Buon Anno Nuovo cari amici-viaggiatori di blog

49257791_10218347288421551_656400775265648640_nAndres Gamiochipi, Drawing Constellation III

Non c’era un altro mobile così grande nella stanza.
Né l’armadio a un’anta ampia ricoperta da uno specchio, né il letto a due piazze con grandi testiera e pediera in ferro.
Niente era grande come la foto di lui, appesa solitaria al centro della parete, e nient’altro su quella parete.
Nel resto della stanza c’erano coppie o più di cose. Accanto all’armadio, a sinistra, davanti alla finestra, il lavabo in metallo con lo specchio ovale, e brocca e conca poggiate sui due piani in marmo; a destra dell’armadio la cassapanca del corredo. Accanto al letto i comodini, e uno solo di essi con la lampada per la notte.
Nella parete opposta alla finestra, la gigantografia di lui a mezzobusto, illuminata tutto il giorno dalla luce esterna. Lui, vestito bene con l’abito della festa e un garofano all’occhiello; e un sorriso elegante, appena accennato ma convinto, e ormai eterno. E nient’altro su quella parete, come nessun altro nel cuore.
Lei ci aveva provato, una volta. Un uomo voleva sposarla. Lei ne parlò con la figlia di quattro anni, quasi a chiederle il permesso, forse aspettando il rifiuto che infatti arrivò puntuale, chissà da quale paura della bambina, alla quale veniva chiesta una decisione così grande dalla paura della madre. La paura, creatrice di nascondigli, di antri bui che sussurrano che non c’è mai via di uscita.
Così lei chiuse tutto il futuro dentro il no, pensando fosse un sì. E tutti pensarono fosse un sì. Le prigioni spesso appaiono come grandi scelte, ma lei non lo seppe mai, non volle saperlo: i sacrifici immani che ne seguirono erano solo la conferma di una serietà quotidiana, di una coerenza di vita che innalzava a eroismo ciò che non sapeva si chiamasse paura.
Cambiò molte case, lei. La prima dove visse da ragazza e da cui uscì per andare ad abitare nella casa di lui, con suoceri e cognati e cognate. Trenta passi che la fecero entrare in un mondo di grandi affetti. Quella è la casa dei ricordi, anche di noi che siamo venuti al mondo dopo e che non l’abbiamo abitata, ma solo visitata, piccolissimi nuovi rami di un albero che fu ferocemente potato dalla vita. Quella casa ci aspetta ancora, disabitata, abbandonata, io lo so; è lì per risentire l’odore di quel sangue che ancora scorre in noi, il suono delle voci che hanno quelle radici, le parole che possono raccontarla nel suo splendore di quegli anni, nella ricchezza di quella famiglia amorevole, numerosa e laboriosa.
Da quella casa di festa lei uscì dopo tanti anni, quando lui se ne era andato da tempo, in modo improvviso e violento; uscì dopo aver accudito tutti i famigliari di lui rimasti nella casa, lei che ne era diventata la vestale, la presenza di costante riferimento per tutti, il corpo già trasformato come un ramo d’inverno, la voce tramutata in un soffio caldo di primavera, un refolo raro solo per dire l’essenziale, un essenziale amorevole e null’altro, niente altro diceva se non parole amorevoli, rare ma amorevoli e basta.
Uscì insieme all’ultimo cognato rimasto per entrare in un’altra casa. E nella sua stanza la foto di lui aveva l’onore di un’intera parete. E così fu in un’altra casa, e poi in un’altra e in un’altra ancora, che fu quella dove la foto di lui era illuminata tutto il giorno dalla luce esterna.
Lei si spense lentamente, e la sua ultima casa fu la nostra, dove morì dimentica del mondo e spero dei dolori che la piegarono senza spezzarla, rendendo in tal modo ancor più  preziosi i suoi sorrisi e la sua generosità. Nella nostra casa aveva il letto prima nella mia cameretta quando veniva a trovarci, e poi nella camera dei miei genitori -una camera molto grande- dove trascorse gli ultimi suoi tempi, così da poter essere accudita come necessitava, cioè senza sosta. Ma, sebbene la camera fosse molto grande, non c’era spazio per la gigantografia di lui o, chissà, non pensammo di trovarlo.
Ero giovane quando lei morì, avevo da poco cominciato a ricostruire l’albero di cui ero un ramo, qualcosa da lei mi ero fatta raccontare: non sapevo niente dell’amore pur pensando di saperlo, soprattutto non sapevo di quanto col suo nome si nomini invece la paura; non pensai di portare la gigantografia di lui in quella camera, e l’avrei portata anche se già da allora avessi saputo che era per lei un rifugio e un nascondiglio, che lì aveva sepolto tutta la sua vita, anche se avessi saputo quanto un ricordo possa farsi prigione e sostituirsi al vivere. Ma non pensai di portarla, per imparare ad amare a volte ci vuole l’intera vita.
Lei morì in silenzio, a pareggiare forse l’urlo dentro cui morì lui; completamente scordata di sé e del mondo, così almeno sembrava, a pareggiare forse l’impegno quotidiano del suo cuore al ricordo e alla mancanza. Lei ha un nome suo proprio, e ha un nome di parentela ma, per quanto io ami i nomi dell’affetto famigliare – babbo mamma nonno nonna zio zia cugini – non la chiamo con nessuno di questi appellativi né col suo nome. Ne ha uno che apparteneva a loro due, che lui le aveva dato e con cui la chiamava, a volte serio a volte scherzoso e sempre innamorato: Signora, la chiamava Signora. E tale lei ha dimostrato di essere per il resto della sua vita dopo di lui, per quello che la sua consapevolezza le ha permesso di capire: al suo livello di coscienza visse una vita d’amore, non fece mai del male a nessuno, fu onesta, generosa e grande lavoratrice. Io sono sicura che se anche avesse compreso che aveva il dovere-diritto di vivere la sua vita in altro modo – e non in termini di espiazione e di annullamento come anche voleva la sua epoca per le vedove; non indirizzata dal dolore e dalla paura, di tutti e non solo della sua- lei comunque avrebbe percorso una strada d’amore, per  niente inorgoglita da una vita più tranquilla e serena, anzi, sarebbe stata esempio di come solo uscendo dalla paura si vive realmente l’amore. Ma la sua vita è arrivata fin lì, a dimostrare che anche dentro la paura e il dolore si può vivere senza fare del male, addirittura trasformando quel costante limite in un passo verso il suo stesso superamento. Ed è molto, moltissimo.
Io la ricordo nei suoi gesti, l’esito esterno di ciò che abbiamo nel cuore. Gesti di lavoro pesante, di dono, di accoglienza totale. La Signora.
E’ con lei che voglio augurare a chi passa in questo blog un Buon Anno Nuovo: lei ci ricorda che se siamo nel dolore e nella paura possiamo comunque agire in modo rispettoso delle altre vite; lei ed io sollecitiamo a non impostare la vita sui momenti di dolore e di paura; a mettere altro vicino alla gigantografia del passato; a lasciare andare le gigantografie, ad affacciarsi a vedere fuori dalla finestra da cui entra una luce, che nel dolore sembra solo fatta per illuminare la gigantografia del nostro cuore spezzato, ma che invece è luce che illumina ogni cosa.
Non si è Signora per caso.

Buon Anno Nuovo, cari amici-viaggiatori di blog.
Si può cambiare, si può fare qualcosa di nuovo. Si può diventare.

 

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43. “avere il mondo davanti agli occhi e non soltanto in cuore” … “l’amore dimentico di sé è vero soltanto finché l’esigenza del Sé può essere messa in disparte”

“Perciò, per la nostra sedicente redenzione non dobbiamo usare l’Altro. L’Altro non è una scala per i nostri piedi. Dobbiamo piuttosto restare con noi stessi. Il bisogno di redenzione ama esprimersi attraverso un accresciuto bisogno d’amore con cui noi crediamo di rendere felici gli altri. Nel frattempo però siamo immersi fino al collo nella brama e nel desiderio di cambiare la nostra condizione, e a tale scopo amiamo l’Altro. Se avessimo già raggiunto il nostro scopo, l’Altro ci lascerebbe freddi. Però è vero che per la nostra redenzione abbiamo anche bisogno dell’Altro. Esso ci offrirà forse il suo aiuto spontaneamente, perché siamo in una condizione di malattia e di impotenza. L’amore per lui non è – e non deve essere – dimentico di sé. Sarebbe una menzogna. Giacché il suo scopo è la nostra redenzione. L’amore dimentico di sé è vero soltanto finché l’esigenza del Sé può essere messa in disparte.”
C. G. Jung, Il libro rosso, Bollati Boringhieri 2010
https://it.wikipedia.org/wiki/Libro_Rosso_(Jung)

ADI HOLZERAdi Holzer, Schwierige Passage, 2002

 

Il pianto della scavatrice
I

Solo l’amare, solo il conoscere
conta, non l’aver amato,
non l’aver conosciuto. Dà angoscia

il vivere di un consumato
amore. L’anima non cresce più.
Ecco nel calore incantato

della notte che piena quaggiù
tra le curve del fiume e le sopite
visioni della città sparsa di luci,

scheggia ancora di mille vite,
disamore, mistero, e miseria
dei sensi, mi rendono nemiche

le forme del mondo, che fino a ieri
erano la mia ragione d’esistere.
Annoiato, stanco, rincaso, per neri

piazzali di mercati, tristi
strade intorno al porto fluviale,
tra le baracche e i magazzini misti

agli ultimi prati. Lì mortale
è il silenzio: ma giù, a viale Marconi,
alla stazione di Trastevere, appare

ancora dolce la sera. Ai loro rioni,
alle loro borgate, tornano su motori
leggeri – in tuta o coi calzoni

di lavoro, ma spinti da un festivo ardore
i giovani, coi compagni sui sellini,
ridenti, sporchi. Gli ultimi avventori

chiacchierano in piedi con voci
alte nella notte, qua e là, ai tavolini
dei locali ancora lucenti e semivuoti.

Stupenda e misera città,
che m’hai insegnato ciò che allegri e
feroci
gli uomini imparano bambini,

le piccole cose in cui la grandezza
della vita in pace si scopre, come
andare duri e pronti nella ressa

delle strade, rivolgersi a un altro uomo
senza tremare, non vergognarsi
di guardare il denaro contato

con pigre dita dal fattorino
che suda contro le facciate in corsa
in un colore eterno d’estate;

a difendermi, a offendere, ad avere
il mondo davanti agli occhi e non
soltanto in cuore, a capire

che pochi conoscono le passioni
in cui io sono vissuto:
che non mi sono fraterni, eppure sono

fratelli proprio nell’avere
passioni di uomini
che allegri, inconsci, interi

vivono di esperienze
ignote a me. Stupenda e misera
città che mi hai fatto fare

esperienza di quella vita
ignota: fino a farmi scoprire
ciò che, in ognuno, era il mondo.

Una luna morente nel silenzio,
che di lei vive, sbianca tra violenti
ardori, che miseramente sulla terra

muta di vita, coi bei viali, le vecchie
viuzze, senza dar luce abbagliano
e, in tutto il mondo, le riflette

lassù, un po’ di calda nuvolaglia.
È la notte più bella dell’estate.
Trastevere, in un odore di paglia

di vecchie stalle, di svuotate
osterie, non dorme ancora.
Gli angoli bui, le pareti placide

risuonano d’incantati rumori.
Uomini e ragazzi se ne tornano a casa
– sotto festoni di luci ormai sole –

verso i loro vicoli, che intasano
buio e immondizia, con quel passo blando
da cui più l’anima era invasa

quando veramente amavo, quando
veramente volevo capire.
E, come allora, scompaiono cantando.

Il pianto della scavatrice, in P.P. Pasolini, Le ceneri di Gramsci (Garzanti, 2015)

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42. un fanciullo li guiderà … e il Verbo si fece carne

“E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi.”
Vangelo Gv 1,14

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http://www.treccani.it/vocabolario/incarnare/

DIO   BENE-DICE   LA   VITA
https://www.youtube.com/watch?v=O6ViaWUCMLc

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Catacombe di Priscilla, Roma

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E        UN        FANCIULLO        LI        GUIDERA’
Isaia 11,8
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41. per quali motivi viaggiamo … “non saprei nient’altro di me se non sapessi di me che sono straniero”

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1 In quel tempo uscì un decreto da parte di Cesare Augusto, che ordinava il censimento di tutto l’impero. 2 Questo fu il primo censimento fatto quando Quirinio era governatore della Siria. 3 Tutti andavano a farsi registrare, ciascuno alla sua città.
4 Dalla Galilea, dalla città di Nazaret, anche Giuseppe salì in Giudea, alla città di Davide chiamata Betlemme, perché era della casa e famiglia di Davide, 5 per farsi registrare con Maria, sua sposa, che era incinta.
Nuovo  Testamento, Vangelo di Luca, 2, 1-5

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http://letture-fiuggi.blogspot.com/2016/12/la-nascita-di-gesu.html

 

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LA GEOPOLITICA DEI LUOGHI SANTI – DIETRO LE MAPPE
https://www.arte.tv/it/videos/082241-013-A/religione-la-geopolitica-dei-luoghi-santi/?xtor=CS1-355&kwp_0=1076710&fbclid=IwAR1J00flNjyeGdK7WySpnO2TQoLUZKQvosjdOo_3qBVl_K5mwDobDjIMVjI

 

 

 

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SE NON SAPESSI CHE SONO FORESTIERO NON SAPREI NIENTE ALTRO DI ME. OVVERO: LA CONSAPEVOLEZZA DI ESSERE UN FORESTIERO E’ UNA CONDIZIONE PER COMPRENDERE QUALCOS’ALTRO DI ME E LA MIA CONOSCENZA DI ME STESSO (AUTOCONSAPEVOLEZZA) NON SI ESAURISCE NEL SAPERE CHE SONO FORESTIERO, MA PER GIUNGERE A CONOSCERE LE MIE IDENTITA’ NECESSITO PRIMA DI RICONOSCERE CHE SONO (ANCHE) FORESTIERO.
http://www.laricerca.loescher.it/istruzione/1813-non-so-niente-se-non-che-sono-straniero.html?fbclid=IwAR2-6lgqDj3wAcOjgXynE0buI4d6AKRMYiJUIKGdFVYP8kH7JXSjFwyBj50

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39. “cascasse il mondo io una così non la mollo”

 

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Incontri donne discrete
che stanno dietro la porta
che stanno ad un passo
ma non vogliono farsi notare
o forse non ne hanno bisogno 
e sono donne incredibili
eleganti, mature, interessanti
cercano sempre di capirti
là dove altri non capiscono
cercano sempre di stimolarti
là dove altri generano solo apatia
e quando ti avvicini
quando le guardi bene
queste donne
le scopri piene di risorse
piene d’amore
che un amore così
tu non lo avevi mai incontrato
un amore così vero
dal significato antico
dalla spinta incondizionata
e ti viene da pensare
cascasse il mondo
io una così non la mollo
cascasse il mondo
io una così
devo renderla regina
e amarla pienamente.
Senza limiti.
Senza ragione.

Luigi Costantino

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opera di Tiziana Rinaldi

38. “la divisione in cielo e terra non è il modo appropriato di pensare a questa totalità”

miei segni particolari:
incanto e disperazione

IL CIELO

Da qui si doveva cominciare: il cielo.
Finestra senza davanzale, telaio, vetri.
Un’apertura e nulla più,
ma spalancata.

Non devo attendere una notte serena,
né alzare la testa,
per osservare il cielo.
L’ho dietro a me, sottomano e sulle palpebre.
Il cielo mi avvolge ermeticamente
e mi solleva dal basso.

Perfino le montagne più alte
non sono più vicine al cielo
delle valli più profonde.
In nessun luogo ce n’è più
che in un altro.
La nuvola è schiacciata dal cielo
inesorabilmente come la tomba.
La talpa è al settimo cielo
come il gufo che scuote le ali.
La cosa che cade in un abisso
cade da cielo a cielo.

Friabili, fluenti, rocciosi,
infuocati e aerei,
distese di cielo, briciole di cielo,
folate e cumuli di cielo.
Il cielo è onnipresente
perfino nel buio sotto la pelle.

Mangio cielo, evacuo cielo.
Sono una trappola in trappola,
un abitante abitato,
un abbraccio abbracciato,
una domanda in risposta a una domanda.

La divisione in cielo e terra
non è il modo appropriato
di pensare a questa totalità.
Permette solo di sopravvivere
a un indirizzo più esatto,
più facile da trovare,
se dovessero cercarmi.
Miei segni particolari:
incanto e disperazione.

WISLAWA SZYMBORSKA, Il cielo,
in  Vista con granello di sabbia. Poesie, Milano, Adelphi 2004

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“Se voi mi domandate perché un poeta scrive, in che modo si è deciso a scrivere, se voi ricordate quel ragazzo seduto nella sua stanza diroccata, comprenderete perché la poesia appartenga agli uomini che non si difendono, che passano nella vita, lungo tutta la vita, senza appropriarsene, amandola anche per gli altri che credono di averla spesa o di poterla spendere senza nemmeno mai riuscire a destarla”.
Alfonso Gatto, da un articolo scritto sul “Politecnico”, 1947

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37. la mappa di William Smith: un documento destinato a mutare il volto della scienza -addirittura a dare origine a una scienza del tutto nuova- e a mettere in moto una serie di studi che alla fine avrebbero condotto alle ricerche di Charles Darwin, alla nascita della teoria evoluzionistica e al sorgere di un punto di vista completamente innovativo da cui l’umanità poté guardare il suo pianeta e l’universo

Simon Winchester,  La mappa che cambiò il mondo, Guanda 2001

Prologo
La parete di uno dei vari scaloni marmorei dell’ala est di Burlington House, la maestosa dimora palladiana londinese che sorge sul lato nord di Piccadilly, è coperta da due grandi tende di velluto celeste con i cordoni di seta ritorta adorni di nappe. Per quanti interrogativi possa suscitare la cosa, soltanto di rado una delle persone che salgono o scendono le scale si informa su ciò che si nasconde dietro il tessuto. Forse una finestra bloccata? Un quadro troppo grottesco per rimanere esposto? Un raro arazzo tessuto sul continente, sbiadito dalla luce?
Ogni tanto un visitatore più audace e incuriosito chiede di dare un’occhiata: in tal caso da una porta con la scritta PRIVATO emerge un funzionario e viene a tirare dolcemente, con mano esperta, i cordoni di seta. Le tende si aprono pian piano e rivelano un’enorme carta geografica dell’Inghilterra e del Galles, una magnifica incisione colorata (di azzurro, verde, giallo vivo, arancio, terra d’ombra) in cui linee, superfici e zone a retino si mescolano in un intreccio piacevole e inconsueto.
“Mare Germanico” recita la dicitura sul lato orientale della costa inglese, al posto dell’attuale Mare del Nord. In un riquadro c’è una piccola sezione di quello che viene definito il sottosuolo del territorio fra il Galles e il Tamigi. Per il resto è tutto riconoscibile e familiare in maniera confortante. La mappa è di una squisita bellezza, una bellezza messa in risalto dalle grandi dimensioni, più di otto piedi per sei, e dalla posizione incombente sull’osservatore. Saltano agli occhi la cura e la precisione dei particolari: si tratta dell’opera di un artista, eseguita con passione, il punto di arrivo di anni di studio, di mesi di attento lavoro.
Nell’angolo destro si legge la descrizione, incisa in un corsivo ornato di svolazzi. “Raffigurazione degli strati dell’Inghilterra e del Galles, e di una parte della Scozia; vi sono rappresentati i giacimenti di carbone e le miniere; le paludi e gli acquitrini un tempo inondati dal mare; e le diverse varietà di suoli in conformità con le variazioni dei substrati; il tutto identificato dai nomi più adatti a descrivere i vari elementi. ” La carta è firmata con la dicitura “Di W. Smith” e datata “1° agosto 1815”.
Questa, spiegherà il funzionario, è stata la prima vera carta geologica di qualsiasi regione del mondo. Ha annunciato la nascita di una nuova scienza. Ha posto le basi per l’accumulo di grandi fortune – in petrolio, ferro, carbone, e per altre nazioni in diamanti, stagno, platino e argento – conquistate dagli esploratori che si sono serviti di mappe dello stesso genere. Ha gettato le fondamenta di un campo di studi che ha avuto il suo culmine nell’opera di Charles Darwin. Ha segnato l’inizio di un’era non ancora conclusa, caratterizzata fin dal principio da scoperte scientifiche esaltanti e stupefacenti, grazie alle quali l’uomo è riuscito infine a emergere a passi ancora incerti dalla nebbia dei dogmi religiosi per arrivare a capire qualcosa di più certo sulle proprie origini e su quelle del pianeta. Ha rivestito una fondamentale importanza, sul piano simbolico e reale, per lo sviluppo di uno dei grandi campi del sapere: la geologia, una scienza che, al pari della fisica e della matematica, riguarda forse un ambito di conoscenza e di ricerca cui possono fare riferimento tutte le discipline, su cui basa qualsiasi forma di comprensione del mondo.
Da molti punti di vista la mappa rappresenta bene le ambizioni di un’epoca. Come tanti altri progetti sopravvissuti fino a noi a testimonianza del loro tempo – L’Oxford English Dictionary, la grande triangolazione dell’India, il progetto Manhattan, il Concorde, lo studio del genoma umano – è stata un’impresa dalla portata quasi inconcepibile: per portarla a termine si sono rese necessarie grandi doti di intuito, energia, pazienza e dedizione.
Ma c’è una differenza notevole che rende la carta di Londra un caso a parte. Le altre opere citate, gigantesche nelle proporzioni, formidabili nell’attuazione e di indiscutibile importanza storica, hanno richiesto il lavoro di migliaia di individui. Il dizionario Oxford si è avvalso di esercizi di volontari. Per la costruzione del Concorde si è fatto ricorso alla partecipazione di due interi governi. Sono morti più uomini durante la triangolazione dell’India che in parecchie piccole guerre. Forse dietro i recinti in rete metallica degli uffici di Los Alalmos si aggiravano figure ombrose e solitarie di premi Nobel e di spie, ma intorno a loro si muovevano immensi battaglioni di fisici. E pronti a soddisfare le diverse necessità di tutti quei grandi progetti – fossero realizzati da costruttori di bombe, esperti di aerei, lessicografi, decodificatori genetici o topografi – c’erano legioni su legioni di dipendenti, fattorini, scrivani e parassiti.
La bellezza incomparabile della mappa geologica del 1815, invece, non ha comportato nulla di tutto questo. Pur rivelandosi cruciale per il futuro dell’umanità, va considerata a sé stante, perché è stata ideata, impostata, iniziata, portata avanti e completata malgrado le difficoltà da un uomo solo. Le fatiche erculee necessarie per effettuare la rilevazione del sottosuolo di un paese intero non se le è sobbarcate un esercito o un’armata o un comitato o una squadra, ma un singolo individuo, che alla fine ha apposto la sua firma in calce all’opera compiuta: William Smith, allora quarantaseienne, figlio orfano del fabbro di Churchill, uno sconosciuto villaggio dell’Oxfordshire.
Tuttavia William Smith, creatore solitario di questa grande carta, i cui sforzi hanno generato benefici di ogni tipo – commerciali, intellettuali e nazionalistici – all’inizio fu davvero un profeta misconosciuto. Non partì molto avvantaggiato: apparteneva alla classe dei piccoli agricoltori ed era più o meno un autodidatta, ostinato e visionario, ma profondamente motivato e onesto. Nonostante le terribili frustrazioni subite durante la lunga compilazione della mappa, non si arrese mai, né fu sfiorato dal pensiero di farlo. Eppure subito dopo la conclusione del lavoro si ritrovò completamente rovinato.
Fu costretto a lasciare Londra, la città nella quale aveva disegnato e portato a compimento la carta, dove si considerava a casa propria. Tutti i suoi beni gli vennero confiscati. per parecchi anni si ridusse a vivere come un senzatetto, privo di qualsiasi riconoscimento. La sua vita ne uscì distrutta: cadde ammalato, sua moglie impazzì (la ninfomania fu soltanto uno dei sintomi in lei riscontrati), gli rimasero pochi amici, gli sembrò di aver lavorato senza scopo e senza esito.
L’ironia e la crudeltà della sorte vogliono che una delle cause di tante umiliazioni si trovi al riparo di un’altra tenda di velluto scolorito appesa poco lontano, su un altro dei tanti scaloni elaborati di Burlington  House. Si tratta di una copia della sua in tutti gli elementi più significativi, disegnata da rivali con l’intenzione non dichiarata, ma innegabile, di rovinare la reputazione di questo grande e ignoto profeta dell’Oxfordshire. un uomo di umili natali e perciò costretto, alla stregua di tanti altri suoi contemporanei, a sopportare il fardello ingeneroso della classe sociale a cui apparteneva.

Ma a lungo termine William Smith ebbe fortuna. Parecchio tempo dopo la pubblicazione della carta, un nobiluomo benevolo e dalla mentalità liberale, per il quale Smith si era occupato di una tenuta in un piccolo villaggio dello Yorkshire, riconobbe i suoi meriti: si rese conto, in modo o nell’altro, di trovarsi di fronte al creatore di questa carta bellissima e straordinaria, di cui, si diceva, parlavano tutti i dotti d’Inghilterra e tutti gli scienziati all’estero.
Questa figura di aristocratico fece conoscere a varie persone influenti e provviste delle giuste amicizie l’uomo che aveva scoperto. Finora era rimasto nascosto, in incognito, dichiarò, negli oscuri recessi delle campagne inglesi. Smith non si aspettava che qualcuno ricordasse, e tanto meno apprezzasse, il capolavoro solitario da lui realizzato. pensava di essere condannato a un immeritato oblio.
Ma quella volta il suo pessimismo si rivelò ingiustificato. I messaggi giunsero a destinazione e William Smith venne convinto a tornare a Londra per ricevere finalmente gli onori e le ricompense che gli spettavano ed essere riconosciuto come il padre fondatore della geografia inglese, una scienza completamente nuova, una disciplina che ancora oggi è il fondamento di ogni impresa intellettuale.
Sono passati esattamente duecento anni da quando Wiliam Smith cominciò a lavorare alla mappa che cambiò il mondo. Il racconto che segue, ricavato dai suoi diari e dalle sue lettere, costituisce da un lato il ritratto di un uomo a lungo dimenticato, e dall’altro la descrizione in cui visse e lavorò, oltre a narrare la storia di questa grande carta, rimasta per troppo tempo nascosta dietro le tende azzurre di un’imponente dimora londinese.
(pp. 7-11)

[…]
La mattina del giorno successivo, mercoledì, quello stesso John Cary presso i cui uffici Smith avrebbe potuto decidere di fermarsi, doveva pubblicare in volume la seconda parte di una straordinaria raccolta di mappe geologiche, l’ultimo tomo in ordine di tempo di quello che sarebbe stato riconosciuto come uno dei libri più importanti mai dati alle stampe.
Il nuovo Atlante geologico dell’Inghilterra e del Galles di Cary era stato iniziato quattro anni prima, quando suo figlio George, cartografo e apprendista nello studio del padre, si era dedicato con notevole impegno a un progetto tanto epocale sul piano scientifico quanto imponente nel’aspetto: la mappa incisa con ogni cura e colorata a mano (uno splendido trionfo cartografico di otto piedi e mezzo di altezza per sei di larghezza) formalmente denominata Raffigurazione degli strati dell’Inghilterra e del Galles, e di una parte della Scozia, ma nota fin da allora come la prima carta geologica nazionale su larga scala.
Si trattava di un documento destinato a mutare il volto della scienza -addirittura a dare origine a una scienza del tutto nuova- e a mettere in moto una serie di studi che alla fine avrebbero condotto alle ricerche di Charles Darwin, alla nascita della teoria evoluzionistica e al sorgere di un punto di vista completamente innovativo da cui l’umanità poté guardare il suo pianeta e l’universo. Lo scontro tra il vecchio mondo della scienza moderna basata sulla razionalità e il vecchio mondo della fede e della chiesa sarebbe stato inevitabile, e intesta alla corrente di pensiero d’avanguardia, da un punto di vista tanto simbolico quanto reale, si trovava la grande mappa, e ora questo atlante altrettanto gigantesco che John Cary dello Strand stava per pubblicare, l’una e l’altro sorretti dalle idee rivoluzionarie che ne avevano permesso la nascita.
Entrambe le opere erano creature di William Smith, il piccolo proprietario terriero dell’Oxfordshire […] il corso della ricerca scientifica stava per essere modificato una volta per sempre dalle sue attente osservazioni accumulate nel corso degli  anni di studio e dal suo abito mentale radicalmente innovativo […].
William Smith era nato in un mondo di dogmi, di fedi e di certezze: un mondo dominato dallo spirito conservatore della società inglese, che egli con le sue scoperte e le sue teorie avrebbe un giorno scosso fin dalle fondamenta.
[…]
Eppure, per quanto possa apparire antiquato lo spirito del diciottesimo secolo, se consideriamo l’epoca della nascita di William Smith alla luce di quanto sappiamo oggi, vi possiamo scorgere i segni dei primi impercettibili mutamenti che porteranno all’affermazione di idee e concezioni analoghe a quelle poi formulate dal nostro protagonista. In infinite maniere, più o meno evidenti, le fedi e le certezze dei secoli passati cominciavano pian piano a farsi da parte, e il mondo si disponeva sia pure a ritmi blandi e senza ancora averne consapevolezza, a ricevere le novità strabilianti della rivelazione scientifica.
[…]
Affinché nessuno potesse dimenticarlo, tutte le copie della Bibbia a quei tempi in circolazione recavano date annotate sui margini, stampate in grassetto rosso accanto ai versetti dell’Antico Testamento, allo scopo di rammentare al lettore la cronologia degli avvenimenti. “In principio Dio…” era accompagnato dall’indicazione “4004 a. c.”; e accanto al resoconto delle vicende successivamente narrate nelle Sacre Scritture, da Caino e Abele in poi, si trovavano cifre scarlatte via via inferiori, fino all’evento della mangiatoia di Betlemme, quando la data raggiungeva lo zero.
L’idea di attribuire una datazione al racconto biblico risaliva al tardo Medioevo. c’erano voluti decenni perché qualcuno riuscisse a escogitare cifre plausibili. Nello sforzo di trovarle, schiere di eruditi fanatici avevano analizzato in profondità i concetti fondamentali della Bibbia – che peraltro non si era mai preoccupata di attribuire un’età alla terra, ma solo di descrivere l’atto della creazione- calcolando diligentemente il numero di generazioni susseguitesi nella storia dell’umanità tra la comparsa di Adamo e la procreazione di Cristo. In base a tali studi, alla fine del sedicesimo secolo si era giunti a questa conclusione: l’universo aveva più o meno seimila anni.
[…]
La storia documentata poteva dunque iniziare con tutti i suoi crismi. L’uomo si trovava al suo posto, fatto a immagine e somiglianza del creatore, con la possibilità di gestire il mondo come più fosse piaciuto a lui e al Signore.
Eppure all’epoca della nascita di William Smith, l’indiscussa accettazione di tale teoria iniziava a vacillare […] si faceva strada l’idea nuova, considerata ancora bizzarra e stravagante dalla maggioranza degli uomini del diciottesimo secolo, secondo la quale la terra era ben più antica della razza umana che l’abitava, ragion per cui l’origine dell’uomo e quella del suo pianeta potevano non essere state affatto simultanee.
Simili concetti non erano sostenuti da prove di alcun genere: chi poneva in dubbio la creazione si limitava a basarsi su poco più di ispirate intuizioni. Con il passare degli anni le ipotesi si fecero più certe, e furono proprio le scoperte di  William Smith a provocare notevoli progressi sulla via della loro conferma. […]
Il piccolo William […] nacque perciò in un mondo nel quale almeno le basi dell’esistenza poggiavano su una serie di salde certezze. Le origini del pianeta, così come quelle del genere umano, venivano considerate sicure, prive di complicazioni e avviate da un intervento divino.
Ma prima della fine del secolo tutte queste convinzioni dovevano essere prese d’assalto dalle nuove idee, con conseguenze sconvolgenti. E a cambiare le cose avrebbero contribuito in misura non certo trascurabile proprio i ritrovamenti geologici di William Smith, affiancati da una numerosa serie di altre scoperte. I suoi studi si sarebbero rivelati di importanza vitale per lo scatenarsi del contrasto inevitabile tra i dogmi religiosi, allora dominanti, e i ragionamenti scientifici che avrebbero stimolato le ricerche intellettuali del secolo successivo.
La chiave di tutto fu la scienza, insieme al metodo sperimentale e al suo procedere tramite osservazione, deduzione e analisi razionale dei dati. Ne fu conseguenza fondamentale, soprattutto dopo l’affermarsi delle teorie i Darwin, il profondo mutamento del modo di considerare la natura, la società e l’uomo stesso.
(pp. 18-19; 22-23; 25-27)

 

[…]
la formazione di William Smith avvenne in un volgere di anni straordinariamente vivaci e profondamente stimolanti. Si registravano continui progressi in quasi tutte le aree di applicazione della scienza e della filosofia, e così pure nel campo del mutamento sociale e in quello delle realizzazioni artistiche. Ma si esitava ancora ad affrontare certe questioni fondamentali: perché l’uomo si trovava dov’era? Chi l’aveva messo al mondo? A quale scopo? Quali erano le sue origini e il suo destino? Tali esitazioni avevano radici profonde: scaturivano,almeno in parte, dall’aperta riluttanza dell’uomo del diciottesimo secolo a riconoscere anche soltanto la necessità di porsi domande in proposito e di trovare le risposte. Indagare veramente a fondo nelle convinzioni basilari -il cuore e l’anima- della società del tempo, e di ogni altra società, sapeva senza dubbio di eresia. Anche quando il giovane William Smith cominciava a trarre vantaggio dal nuovo atteggiamento di curiosità manifestato dal mondo intorno a lui, l’idea che fosse stato Dio a creare l’uomo e l’universo in cui questi viveva -fino ad allora mai contraddetta da prove di qualche rilievo- era largamente diffusa. Le cose stavano così e basta. e non c’era altro da aggiungere.
Eppure un esiguo gruppetto di audaci intellettuali inclini al pensiero radicale -tra i quali Joseph Priestley, uno degli scopritori dell’ossigeno, ed Erasmo Darwin, nonno di Charles- cominciarono in quegli anni straordinari ad assumere posizioni più energiche e critiche nei confronti della saggezza tramandata dalla chiesa. Mentre Smith si avvicinava alla maturità, non erano solo pochi sofisticati cittadini a interrogarsi su certe questioni fondamentali, ma personaggi ben più numerosi e significativi. Il sospetto che Dio non avesse fatto proprio ciò che sosteneva il vescovo Ussher e on avesse impiegato il tempo da lui calcolato, cominciava a insinuarsi tra i seguaci della filosofia realista, i razionalisti, gli scienziati di impostazione radicale, abbastanza temerari da sfidare i dogmi e la legge, i preti e i giudici dei tribunali.
I quei primi tempi il numero delle domande superava di gran lunga quello delle risposte. Era un periodo segnato più dal disorientamento che dalle certezze. Se la maggior parte della gente credeva ancora che le Scritture potessero fornire spiegazioni adeguate ai quesiti sull’origine della terra e lo scopo dell’umanità, aumentavano anche le perplessità di fronte a tali argomenti. Una sensazione di perplessità riconosciuta sempre più di frequente  e percepita con la massima acutezza da scienziati e da ricercatori impegnati nell’osservazione delle leggi naturali della fisica e della chimica, da chi si dedicava a professioni inerenti il vapore o la lavorazione del ferro o la realizzazione di gallerie. Tra questi e altri conoscitori delle leggi della scienza appena formulate si registrava un modo nuovo di affrontare le questioni, e si insinuava il dubbio (e niente più del dubbio) che forse le vecchie certezze, fondate sulla cieca accettazione degli insegnamenti della chiesa, non fossero poi così salde.
ci si cominciò a porre così una sequela febbrile di domande: cos’era esattamente il mondo? Come avevano avuto origine la terra e i suoi abitanti? Andava considerato sacrilego affrontare tali questioni? Chiedere costituiva atto blasfemo? Il fulmine si sarebbe forse abbattuto su chiunque avesse osato mettere in discussione la verosimiglianza dei calcoli di James Ussher? E peste e piaghe avrebbero devastato gli organi vitali di chi avesse domandato ad alta voce quale storia si celasse sepolta tra le pietre sotto i nostri piedi?
Tutti questi interrogativi tendevano a raggrupparsi attorno a un campo di studi nuovo e affascinante, dalla struttura ancora incerta. Forse la geologia (La parola, nel suo significato moderno, viene usata per la prima volta in inglese nel 1735, sebbene compaia solo di rado, e probabilmente non la si possa considerare latrice di un  significato compiuyo e autonomo prima del 1795. Nella terza edizione dell’Enciclopedia Britannica del 1797 non si faceva menzione della geologia; ma la quarta, pubblicata nel 1810, conteneva una lunga voce sull’argomento: la disciplina si era dunque definitivamente affermata.), la scienza appena nata e ancora fragile, fondata per indagare la natura del globo terrestre e prima e dopo i diluvio universale, e le ricerche geologiche potevano fornire una risposta? Si trattava di una disciplina che in fin dei conti sembrava per lo meno in grado, se fosse riuscita liberarsi di dogmi religiosi, di formulare e porre problemi la cui soluzione pareva ormai assolutamente necessaria e urgente.
A tempo della nascita di Smith, la geologia e i pochi individui che si definivano geologi non si sentivano investiti del compito di indagare più a fondo ed esplorare più compiutamente questioni ancora considerate appartenenti all’ambito della fede. Eppure alcuni scienziati cominciavano a porsi domande di questo genere: se la geologia doveva davvero rispettare certi limiti, se bisognava costringerla entro i confini della fede senza permetterle di sfidarla neppure un poco, valeva ancora la pena di considerarla una scienza vera e propria?
Ma forse sarebbe riuscita a riabilitarsi. Forse la geologia, applicata con coraggio, rappresentava l’unica disciplina scientifica in grado di aiutare a trovare le risposte alle domande fondamentali, ancora inespresse, che tormentavano quei primi ricercatori, incerti e nervosi. Forse la geologia avrebbe fornito una chiave a chi, incalzato dallo spirito illuminato e curioso dei tempi, cominciava finalmente a picchiettare con la punta delle dita la solida porta delle certezze ricevute.
Molti europei si trovavano in Inghilterra negli ultimi decenni del Settecento dichiararono di aver visto un paese nell’atto di ridestarsi dal sonno. Molti inglesi la pensavano nello stesso modo. Forse, si domandavano ad alta voce, tormentando ed esplorando e svegliando dal suo stesso sonno la terra, indagandone finalmente l’esatta natura, scoprendo come si era formata, sarebbe stato possibile trovare qualche risposta capace di aprire uno spiraglio sul nucleo più profondo della conoscenza.
(pp. 33-36)strata_england_wales_1815[…]
Ma l’idea di pubblicare qualcosa continuava a tormentarlo con la stessa insistenza di un mal di denti. Poteva trattarsi di un libro, ma anche di un progetto assai più grandioso, assai più ambizioso: forse un’opera che richiedesse un minor dispendio di energia intellettuale, sforzi meno cerebrali, e fosse magari la diretta conseguenza del suo vagabondare, raccogliere, osservare, lavorare sul campo. Forse, se non a un libro, poteva e doveva pensare a una carta geografica, una carta meravigliosa, imponente, onnicomprensiva.
E così, per una serie di circostanze casuali, fu concepito formalmente il progetto della “grande mappa”. L’idea lo solleticava da anni, fin dal primo tentativo giovanile di Bath. Le realizzazioni di quei primi tempi erano abbastanza rudimentali, limitate a località ben delimitate o, se anche estese a territori più vasti, appena abbozzate e imprecise, così da risultare piuttosto semplici da portare a termine. Ma adesso Smith cominciò a convincersi che una mappa più elaborata e grandiosa avrebbe coronato i suoi studi in maniera adeguata: una mappa dell’intero paese, ricchissima di particolari e dotata di un’impeccabile precisione. Un simile risultato, pensò, avrebbe saputo rappresentare le sue peculiari capacità assai meglio di qualsiasi libro.
Per realizzare il progetto ci sarebbe voluto parecchio tempo e molto denaro. E perciò si dedicò a raccogliere fondi e a cercare appoggi per la nuova impresa, e contemporaneamente intensificò ancora di più il suo girovagare. Viaggiava per lavoro, impegnato a bonificare, misurare, eseguire disegni tecnici, e intanto raccoglieva una serie sempre maggiore di informazioni. […]
Presto tutte queste informazioni lo avrebbero messo in grado di elaborare uno schema mentale, sempre più ricco di particolari, di quanto aveva  ormai deciso di realizzare: un ritratto definitivo della disposizione estremamente complessa degli strati, la rappresentazione grafica  del sottosuolo del suo paese.
(pp. 164-165)

[…]
La carta fu stampata in quattrocento copie numerate e firmate. Ne rimangono in circolazione circa quaranta. I collezionisti di oggi le considerano inestimabili. Vengono richieste enormi somme di denaro per i pochi esemplari presenti sul mercato, conosciutissimi nel rarefatto ambiente degli antiquari specializzati. A Londra ne esistono varie copie. Una delle più belle è quella appesa dietro la tenda azzurra sopra lo scalone principale dlla Geologycal Society a Burlington House, Piccadilly. […] sebbene la mappa destinata a cambiare il mondo fosse stata infine pubblicata, sebbene i grandi e i sapienti del regno -compreso il Primo Ministro in persona- l’avessero vista e giudicata magnifica, il personaggio che l’aveva creata stava per affrontare il periodo più travagliato di tutta la sua vita. E la colpa di ciò ricadeva quasi completamente su individui che si professavano geologi.
[…]
(p. 219)

http://www.treccani.it/enciclopedia/geologia/http://www.treccani.it/enciclopedia/geologia/

http://www.treccani.it/enciclopedia/creazionismo/

http://www.treccani.it/enciclopedia/evoluzionismo/

https://it.wikipedia.org/wiki/Evoluzionismo_(scienze_etno-antropologiche)

https://it.wikipedia.org/wiki/Evoluzione

https://it.wikipedia.org/wiki/Creazionismo

https://it.wikipedia.org/wiki/Creazione_(teologia)

https://it.wikipedia.org/wiki/William_Smith_(geologo)

https://it.wikipedia.org/wiki/Dibattito_tra_creazionismo_ed_evoluzionismo

https://www.repubblica.it/esteri/2014/10/27/news/papa_francesco_big_bang_non_contraddice_creazionismo-99118815/

https://www.huffingtonpost.it/2014/10/27/papa-francesco-big-bang_n_6053194.html

http://pikaia.eu/wp-content/uploads/2014/10/4344.pdf

Ratzinger disse “no” al creazionismo: «l’evoluzione è una conquista della scienza»

http://www.tuttostoria.net/storia-antica.aspx?code=1085

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36. appunti da una mappa trovata in un vecchio libro: “Questa luce ti manca. E non lo sai. A questa luce manchi. E lei lo sa”

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Enzo della Nella, la Nella di Enzo, la Nella della Mara, Enzo della Mara, Enzo di Richetto, la Nella dell’Ada….
A me piace questo uso ancora vivo nelle persone anziane del mio paese … e cioè, per far capire chi è la persona di cui si sta parlando, viene detto il nome proprio della persona seguito dalla preposizione “di”, seguita a sua volta dal nome di un famigliare della persona … e vengono distinte anche le generazioni … per esempio, Enzo può essere “di” suo padre, “di” sua madre, “di” sua moglie o “delle” figlie a seconda che l’interlocutore a cui si sta spiegando sia giovane o vecchio …
Io sono la Mara “di” Enzo (mio padre), “della” Nella (mia madre),
“della” Stefania (mia sorella), “della” Nena (la nonna paterna), “dell'” Ada (la nonna materna), di “Richetto” (il nonno paterno), e così via fino a relazioni più complesse “la nipote della sorella di Amerigo”, ecc. ecc.
E io mi sento felice in questa rete di relazioni parentali
e anche non parentali “la figlia della vicina di casa della Rita”, ecc ecc …
Mi sento arricchita e sorretta; il mio nome è pronunciato per sé e per tutto il mio mondo.
Ho anche un nome indiano (d’America)”Donna che canta e che va sulle montagne”: L’indiana che me lo diede lo associò -come loro uso- a un animale, all’immagine dello stambecco, che va per vie impervie, diceva che io percorro strade difficili e solitarie …
🙂

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Nonostante e sebbene e ma e però, rimangono le parole grazie e per favore e scusa. Buongiorno e buonanotte no, quelle erano intime, erano la prima e
l’ultima di ogni giorno, erano importanti, erano insieme al primo sguardo sul mondo e l’ultimo entro cui addormentarsi. Insieme al nome, buongiorno e buonanotte si sono rannicchiate chissà dove, il corpo è così vasto e multiforme. Parole che si nascondono per sopravvivere altrove e in altro tempo.
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A volte sembra farsi buio. Anche in piena luce.
Lo spazio sembra diventare piccolo.
Così come il tempo.
Finisce il futuro. Appena dopo questo secondo è tutto scuro.
Allora arrivano i ricordi. Senza nostalgia. Sono allegri e dolci amici che
prendono per mano e portano a visitare il passato; e fanno fermare proprio nei punti giusti che servono a quel presente un po’ avvizzito.
Su quel filo scuro che sembra diventata la vita, inanellano le perle preziose, i lucenti diamanti, gli appassionati rubini, i seducenti smeraldi che erano stati i momenti preziosi vissuti e cancellati, invece, nel presente, da una pennellata color grigio tristezza.
Quei ricordi sorgono dal sangue e dalla pelle e dai battiti del cuore, da tutta la persona che nella sua interezza non dimentica nulla; poi si diffondono come viaggiatori avventurosi e creativi, giungendo fino al luogo dove il tempo e lo spazio e la vita sembrano essere diventati bui.
Non c’è nostalgia in questo viaggio, c’è invece condivisione.
Tornano la bambina, la ragazza, la giovane donna; tornano le risate e i progetti, i momenti del sogno, tornano come danzatori leggeri che invitano, coi vecchi passi, a impararne di nuovi.
Tornano i ricordi. Sono vivi. Sono vita, non nostalgia.
Sono ricordi perché ti ricordano chi sei. Non cosa hai fatto o fallito.
Ti ricordano chi sei.
libro mondo
Ho sentito una parola napoletana che mi ha affascinata, è “addonarse”; e significa accorgersi.
Cerco in rete l’etimologia perché io vi sento il francese “s’adonner”
che deriva dal latino “donare sé” e significa “dedicarsi a qualcuno”.
Una delle tre ipotesi trovate in un documento prevede proprio
questa origine del termine. Mi piacerebbe che fosse questa.
Significherebbe che la cultura napoletana possiede il concetto “prima ho cura di te e poi ti conosco; è dall’aver cura di te che io ti conosco”, e a tal punto da poterlo dire con una sola parola.
Sarebbe felicità, per me.
Amiche napoletane mi dicono che è un possibile significato.
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musica a tutto volume.
“per dimenticare?” mi chiede.
“no, è per ricordarmi di me” rispondo.
7 note, 5 righe, 4 spazi, e sopra e sotto il pentagramma, tempi, pause, ecc…
e le diverse e numerose scale musicali del mondo …minime, semiminime,
crome, biscrome, accordi, armonie, toniche, dominanti, melodie, ritmi,
tonalità
….
per ricordarmi di me
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sarebbe consolante e dolce se questa pagina potesse essere la spalla su cui

poggiarsi, l’abbraccio entro cui lasciarsi andare e respirare, l’orecchio attento che ascolta ogni parola e ogni silenzio

sarebbe bello e giusto se questo spazio bianco assumesse lo spessore di un’anima e la leggerezza di un corpo, la forma di un amico, la mano di
un’amica, l’attenzione e il rispetto di una persona che ama
e di questa mia vita diventare lo scrigno e, insieme a me, custodirla amarla

e averne cura come fosse il più prezioso dei tesori, senza che mai nemmeno un secondo trascorra privo di stupore e di ringraziamento per la mia esistenza

se questa pagina fosse una madre, un padre, un figlio, una figlia da abbracciare e a cui sussurrare le dolci potenti parole dell’inizio e della fine

se questa pagina fosse il tempo che può tornare e cancellare gli
errori e le loro conseguenze, se fosse lo spazio nuovo che sorge tra

altri spazi obsoleti, se fosse la musica da dedicare

se fosse il nome amato da pronunciare nelle stanze di casa, e se
fosse il mio nome pronunciato ogni volta come fosse la prima e

l’ultima volta

se fosse i suoni la voce il sussurrato canto dell’amato che da una
finestra una porta un balcone ricorda che lui è presente invincibile

da ogni timore da ogni tempesta

se questa pagina fosse il buongiorno la buonanotte il ciao
l’arrivederci che dureranno amorosi in quel sempre che è

l’oggi, in quest’oggi che è il sempre

se fosse la ragazza che ero e che ancora potrebbe vedere se mi

amasse

se fosse l’amato che riporta alla luce il sorriso nascosto il sorriso perduto

se questa pagina fosse un diario, nemmeno se fosse un diario ciò che scrivo è scrivere di me

perché prima di scrivere di me, io avrei lo spessore di un’anima, la

leggerezza di un corpo, un amore a cui dire di me

MAPPA (1)

 

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35. riflettere; nomin-amare, utilizzare nomi rispettosi, mapp-amare: niente è più forte e più duraturo della dolcezza … il post finora con il maggior numero di puntini di sospensione e di punti di domanda :-)

C’è chi meglio degli altri realizza la sua vita.
È tutto in ordine dentro e attorno a lui.
Per ogni cosa ha metodi e risposte.

È lesto a indovinare il chi il come il dove
e a quale scopo.

Appone il timbro a verità assolute,
getta i fatti superflui nel tritadocumenti,
e le persone ignote
dentro appositi schedari.

Pensa quel tanto che serve,
non un attimo in più,
perché dietro quell’attimo sta in agguato il dubbio.

E quando è licenziato dalla vita,
lascia la postazione
dalla porta prescritta.

A volte un po’ lo invidio
– per fortuna mi passa.

Wisława Szymborska, Basta così, Adelphi 2012

 

è immenso il numero delle persone ferite-torturate-uccise-fatte scomparire dai “discorsi” ufficiali e accettati, completi, bene aggiustati, bene costruiti, logici, inappuntabili, colmi di ideali nobili …
è immenso, sia sul piano privato che su quello pubblico, politico, religioso …
valori che poi si sono dispersi nel tempo, superati da maggiori conoscenze e consapevolezze di persone dedite alle avventure dell’anima e del pensiero e di se stessi, ma valori che hanno fatto man bassa di vite, di sogni, di desideri e progetti …
la follia del mondo, le follie del mondo …
ma dove spesso anche ci si rintana, per paura per rabbia per dolore …
la follia del mondo che diventa luogo sicuro e di cui si diventa complici con tutti i “devo”/”non devo”, espressioni di introiezioni dei caparbi discorsi ipnotici  dei poteri di turno…
il vero e il giusto e i devi e i non-devi spacciati come droghe che annientano le coscienze …
il vero e il giusto a cui aderire …
possiamo iniziare a chiamarli “i” veri, “i”giusti, con i plurali che loro competono per quanti se ne sono avvicendati sulla terra?
quanti veri e giusti nella storia dell’umanità, di volta in volta veri, di volta in volta giusti; quante vite strappate da essi o aderite ad essi?

sei donna-sei uomo, non devi/devi e questo è il giusto …
sei handicappato/, non devi/devi e questo è il giusto …
sei servo/a, sei negro/a, sei immigrato/a, sei di un altro partito, sei omosessuale, sei nobile, sei il re, sei prete, sei terrone/a, sei ebreo/a, sei bambino/a, sei (con totale identificazione di una parte con la persona, con un uso avventuroso-psico-socio-antropologico della sineddoche ) e “quindi” (una delle più fantascientifiche parole nella costruzione di “discorsi”, ammettiamolo) devi/non devi

quando obbedire, quando dissentire?

1c39f3wb5w0zguardiamo insieme qualche mappa, allora, e, attraverso le inevitabili riflessioni suggerite dall’osservazione delle più svariate rappresentazioni del mondo, decostruiamo gli “ordini dei discorsi” che si sono succeduti nei tempi e che hanno fatto del male a tantissime persone … guardiamo da altre prospettive …
per esempio, una cosa da fare: chiamiamo per nome ogni essere umano … non categorizzazioni (immigrati, uomini, donne, siriani, gay, ebrei, ecc), ma nomi, andiamo alla scoperta dei nomi … i nomi propri delle persone sono dolci suoni capaci di racchiudere la loro storia in una sola parola … e niente è più forte e più duraturo della dolcezza …
“io sono Mara”, “tu sei …” e i nomi diventano elementi delle relazioni, di scambio di fiducia di rispetto, e che imprimono all'”io sono” la vastità e la fluidità che lo caratterizzano, ma che sembra non riusciamo più a vedere …
i nomi sono conoscenze …
ammiriamo i viaggiatori che si sono spinti fuori dai recinti dei “veri” traballanti, dei “giusti” marcescenti, dei “devi/non-devi” obnubilanti, i viaggiatori capaci di abbracciare senza condizioni le domande “io chi sono?”, “tu chi sei?” e di guardare con occhi edenici e consapevoli i territori del mondo e degli esseri umani

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guardiamo con la consapevolezza di chi sa che è venuto dopo e la consapevolezza di chi sa che viene prima di ciò che verrà
è possibile rendere prospettico il  presente?

cosa è duraturo? esistono valori tali da poterlo essere sempre?

quanto idee e convinzioni e mappe modificano il territorio?

quanto il territorio-tempo-in-cui-si-vive-valori-dominanti modificano idee convinzioni e mappe?

cosa diciamo quando diciamo “scelta”, “libertà”?

cosa diciamo quando diciamo “viaggiare”?

cosa diciamo quando diciamo “altro”, “altrove”, “l’altro/a”?

cosa diciamo quando diciamo “scoprire”?

“io”?

“tu”?

“loro”?

e “confine”?

e “uguale”?

e “diverso/a”?

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2003, Muxing Zhang, 11 anni, Yangfangdian Central Primary School, Beijing, Cina

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(ANSA) - BOLOGNA, 5 LUG - Mostra e iniziative a Bologna dedicate alle vignette di Rap, Chiara Rapaccini, che ha fatto un cult degli "Amori Sfigati". Inaugurazione lunedì sera in piazza Maggiore con il direttore della Cineteca in vista della proiezione di Risate di Gioia restaurato, poi mostra degli 'Amori Sgualciti' dall'8 luglio al 14 agosto in Salaborsa (lenzuola disegnate). C'è anche il videobox per raccontare le proprie sfortune in amore.

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libro mondo

 

 

34. “assomigli al mondo nel tuo gesto d’abbandono” “e allora diventi grande come la terra”

al nostro mondo
https://www.etimo.it/?term=mondo

A tutte le donne, Alda Merini
Fragile, opulenta donna, matrice del paradiso
sei un granello di colpa
anche agli occhi di Dio
malgrado le tue sante guerre
per l’emancipazione.
Spaccarono la tua bellezza
e rimane uno scheletro d’amore
che però grida ancora vendetta
e soltanto tu riesci
ancora a piangere,
poi ti volgi e vedi ancora i tuoi figli,
poi ti volti e non sai ancora dire
e taci meravigliata
e allora diventi grande come la terra
e innalzi il tuo canto d’amore.

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Corpo di donna, Pablo Neruda
Corpo di donna, bianche colline, cosce bianche,
assomigli al mondo nel tuo gesto di abbandono.
Il mio corpo di rude contadino ti scava
e fa scaturire il figlio dal fondo della terra.
Fui solo come un tunnel. Da me fuggivano gli uccelli
e in me irrompeva la notte con la sua potente invasione.
Per sopravvivere a me stesso ti forgiai come un’arma,
come freccia al mio arco, come pietra per la mia fionda.
Ma viene l’ora della vendetta, e ti amo.
Corpo di pelle, di muschio, di latte avido e fermo.
Ah le coppe del seno! Ah gli occhi d’assenza!
Ah le rose del pube! Ah la tua voce lenta e triste!
Corpo della mia donna, resterò nella tua grazia.
Mia sete, mia ansia senza limite, mio cammino incerto!
Rivoli oscuri dove la sete eterna rimane,
e la fatica rimane, e il dolore infinito.

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Scrivo a te donna, Salvatore Fiume
Ogni mattina, dopo il segno della croce,
scriverti
è come recitare una preghiera.
Non si può far di peggio,
ma io so fare di meglio.
Ora che non ti vedo,
di buon mattino,
mentre tutti dormono,
prendo la penna, come un ladro prenderebbe
la chiave di un forziere,
e con la penna
rubo la vita che non mi appartiene
e scavo un camminamento
per raggiungere te che, contro ogni legge,
considero mia.

 

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Bill Cannon, world peace
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33. i silenzi nelle mappe i silenzi nelle vite

quanti nomi cambiano sulle mappe: di popoli, di luoghi, di città
quanti nomi compaiono sulle mappe e quanti sono taciuti
le mappe parlano con poche parole e tacciono con tanti silenzi

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il silenzio
chi può comprendere il silenzio …
il silenzio buono, quello che si sceglie per non offendere, quello che chiama, il silenzio che ama, il silenzio di chi ama …
il silenzio dove va a finire tutto ciò che non c’è più, il silenzio del tempo, il silenzio dello spazio, il silenzio ricco di storie …
il silenzio … qualcosa di cui aver cura, lo spazio della più intima intimità, quello che a volte chi ama pone all’altro/a come luogo di incontro dove raggiungersi su un livello diverso, forse più profondo e che, a volte, l’altro/a non comprende e fugge via.

di quanti silenzi preziosi sono fatte le parole buone e belle, di quanti silenzi preziosi è fatto l’amare … silenzi impegnativi come fili sospesi sul vuoto e su cui camminare in un costante equilibrio-disequilibrio per imparare sé e l’altro/a

quanto può durare un silenzio …
il silenzio buono, quello che fa crescere, quanto può durare
dura il tempo del comprendere quello che c’è da comprendere in quel momento, in quella vita

dice la poetessa Anna Achmatova
“difendo non tanto la mia voce,
quanto il mio silenzio”
perché è lì dove si incontrano veramente coloro che si amano
in quel silenzio dove accorrono a trovare le parole che servono perché non vogliono lasciarvi l’amato/a

il silenzio buono è spesso un grido taciuto, un invito ad avvicinarsi ad esso; il sienzio buono è spesso la voce del cuore

perché di cos’altro si deve parlare quando si ama …
di tutto
se prima si è detto “ti amo”

… come suggerisce Gioconda Belli …

“Potremmo avere una discussione sull’amore.
Io ti direi che amo la curiosa maniera
in cui il tuo corpo ed il mio corpo si conoscono,
esploratori che rinnovano il più antico atto della conoscenza.

Direi che amo la tua pelle e che la mia pelle ti ama
che amo la nascosta torre
che improvvisamente si solleva provocatoria
e trema dentro me
cercando la donna che si annida
nel più profondo del mio interno di femmina.

Direi anche che amo i tuoi occhi
che sono puliti e che pure mi penetrano
con un’aura di tenerezza o di domande.

Direi che amo la tua voce
soprattutto quando dici poesie,
ma anche quando suoni serio,
tanto preoccupato di comprendere
questo mondo tanto vasto e tanto alieno.

Direi che amo incontrarti
e sentire dentro me
una farfalla prigioniera
vibrarmi nello stomaco
e molta voglia di ridere
della pura allegria che esisti e sei,
di sapere che ti piacciono le nuvole
e l’aria fredda dei boschi di Matagalpa.
Potremmo discutere se è serio
questo che ti dico.
Se è una scottatura lieve, di secondo,
terzo o primo grado.
Se si deve o meno metter nome alle cose.
Io solo una semplice frase affermo
Ti amo.”
https://it.wikipedia.org/wiki/Gioconda_Belli

MA
SPESSO
IL SILENZIO
E’
PAURA
ORGOGLIO
IMPOSIZIONE
ARROGANZA
VIOLENZA

DI
COLORO
CHE

CANCELLANO
CONQUISTANO
ANNULLANO

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https://www.vanillamagazine.it/perche-la-mappa-delle-tribu-dei-nativi-americani-non-si-trova-sui-libri-di-storia/?fbclid=IwAR0hgIfRQWT_UmV04alfoh9X40gP6vjeLWSNAfZpmAx-aE5KP7PnUxQADr4

OPPURE

https://www.notiziegeopolitiche.net/yemen-85mila-bambini-morti-di-fame-e-molti-altri-a-rischio/

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torniamo alle dolci lettere minuscole del silenzio amoroso, buono e bello; del silenzio che chiama, noi che non cancelliamo col silenzio e che invece siamo capaci di rispondere al silenzio, di avventurarci in quella regione dove l’amato/a non trova le parole per dirci quello che vorrebbe dirci, e per trovarle insieme quelle parole adulte che ci aspettavano al di là della paura dell’orgoglio e della rabbia

il silenzio buono è una mano protesa, aperta nel buio di un’incertezza in attesa della luce condivisa dell’amore … possiamo parlare di tutto se e quando siamo capaci di affermare la semplice frase “ti amo”, dice la poetessa

ti amo

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432px-Iron_Age_Italy-la.svgItalia, Età del Ferro
https://it.wikipedia.org/wiki/Popoli_dell%27Italia_antica

tumblr_nn837aYXVj1rtynt1o6_1280Heinrich Bunting, Asia secunda pars terrae in forma Pegasir ,
in Itinerario Sacrae Scripture 1581 e successive diverse edizioni
(libro di mappe xilografiche)

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32. “noi stessi siamo più e meno di noi stessi”: le sfumature del confine dell'”io sono così” e il flusso continuo dell’esistenza

Giorgio Agamben, Genius, edizioni nottetempo 2004

Now my charms are all o’erthrown
and what strength I have’s mine own
Prospero al pubblico

I latini chiamavano Genius il dio a cui ciascun uomo viene affidato in tutela al momento della nascita. L’etimologia è trasparente ed è ancora visibile nella nostra lingua nella prossimità fra genio e generare. Che Genius avesse a che fare con il generare, è del resto evidente dal fatto che l’oggetto per eccellenza “geniale” era, per i latini, il letto: genialis lectus, perché in esso si compie l’atto della generazione. E sacro a Genius era il giorno della nascita, che per questo noi ancora chiamiamo genetliaco. I regali e i banchetti con cui celebriamo il compleanno sono, malgrado l’odioso e ormai inevitabile ritornello anglosassone, un ricordo della festa e dei sacrifici che le famiglie romane offrivano al Genius nel natalizio dei loro membri.
Orazio parla di vino puro, di un maialino di due mesi, di un agnello “immolato”, cioè cosparso della salsa per il sacrificio; ma sembra che, in origine, non vi fossero che incenso, vino e deliziose focacce al miele, perché Genius, il dio che presiede alla nascita, non gradiva i sacrifici sanguinosi.
“Si chiama mio Genius, perché mi ha generato (Genius meus nominatur, quia me genuit)”. Ma non basta. Genius non era soltanto la personificazione dell’energia sessuale. Certo, ogni uomo maschio aveva il suo Genius e ogni donna la sua Iuno, entrambi manifestazione della fecondità, che genera e perpetua la vita. Ma, com’è evidente nel termine ingenium, che designa la somma delle qualità fisiche e morali innate in colui che viene in essere, Genius era in qualche modo la divinizzazione della persona, il principio che regge ed esprime la sua intera esistenza. Per questo a Genius era consacrata la fronte, non il pube; e il gesto di portare la mano alla fronte, che compiamo quasi senza accorgercene nei  momenti di smarrimento, quando ci pare di esserci dimenticati di noi stessi, ricorda il gesto rituale del culto di Genius (unde venerantes deum tanginum frontem). E poiché questo dio è, in un certo senso, il più intimo e proprio, è necessario placarlo e averlo propizio in ogni aspetto e in ogni momento della vita.
Vi è un’espressione latina che esprime meravigliosamente il segreto rapporto che ciascuno deve saper intrattenere con il proprio Genius: indulgere Genio. A Genius bisogna accondiscendere e abbandonarsi, a Genius dobbiamo concedere tutto quello che ci chiede, perché la sua esigenza è la nostra esigenza, la sua felicità la nostra felicità. Anche se le sue – le nostre!- pretese possono sembrare sragionevoli e capricciose, è bene accettarle senza discutere. Se, per scrivere, avete -ha!- bisogno di quella carta giallina, di quella penna speciale, se ci vuole proprio quella luce fioca che spiove da sinistra, è inutile dirsi che qualunque penna fa il suo mestiere, che ogni carta è buona. Se senza quella camicetta di lino celeste (per carità, non la bianca con quel colletto da impiegato!) non vale la pena di vivere, se senza quelle sigarette lunghe con la carta nera non ve la sentite proprio di andare avanti, non serve ripetersi che sono soltanto manie, che sarebbe ora di mettere giudizio. Genium suum defraudare, frodare il proprio genio, significa in latino: rendersi triste la vita, imbrogliare se stessi. E genialis, geniale è la vita che allontana lo sguardo della morte e risponde senza esitazione alla spinta del genio che lo ha generato.

Ma questo dio intimissimo e personale è, anche, ciò che in noi è più impersonale, la personalizzazione di ciò che, in noi, ci supera ed eccede. “Genius è la nostra vita, in quanto essa non fu da noi originata, ma ci ha dato origine”. Se egli sembra identificarsi in noi, è solo per svelarsi dopo come più di noi stessi, per mostrarci che noi stessi siamo più e meno di noi stessi. Comprendere la concezione dell’uomo implicita in Genius, significa capire che l’uomo non è soltanto Io e coscienza individuale, ma che dalla nascita alla morte egli convive piuttosto con un elemento impersonale e preindividuale. L’uomo è, cioè, un unico essere a due fasi, che risulta dalla complicata dialettica fra una parte non (ancora) individuata e vissuta e una parte già segnata dalla sorte e dall’esperienza individuale. Ma la parte impersonale e non individuata non è un passato cronologico che ci siamo lasciati una volta per tutte alle spalle e che possiamo, eventualmente, rievocare con la memoria; essa è tuttora presente in noi e con noi e da noi, nel bene e nel male, inseparabile. Il viso da giovinetto di Genius, le sue lunghe, trepide ali significano che egli conosce il tempo, che vicinissimo lo sentiamo in noi rabbrividire come quando eravamo bambini, respirare e battere alle tempie febbrili come un presente immemorabile. Per questo il compleanno non può essere la commemorazione di un giorno passato, ma, come ogni vera festa, abolizione del tempo, epifania e presenza di Genius. E’ questa presenza indisvicinabile che ci impedisce di chiuderci in un’identità sostanziale, è Genius che spezza la pretesa di Io di bastare a se stesso.

La spiritualità, è stato detto, è innanzitutto questa coscienza del fatto che l’essere individuato non è interamente individuato, ma contiene ancora una certa carica di realtà non-individuata, che occorre non soltanto conservare, ma anche rispettare e, in qualche modo, onorare, come si onorano i propri debiti. Ma Genius non è solo spiritualità, non riguarda soltanto le cose che siamo abituati a considerare più nobili e alte. Tutto l’impersonale in noi è geniale, geniale è innanzitutto la forza che spinge il sangue nelle nostre vene o ci fa sprofondare nel sonno, l’ignota potenza che nel nostro corpo regola e distribuisce così soavemente il tepore e scioglie o contrae le fibre dei nostri muscoli. E’ Genius che oscuramente presentiamo nell’intmità  della nostra vita fisiologica, là dove il più proprio è il più estraneo e impersonale, il più vicino il più remoto e impadroneggiabile. Se non ci abbandonassimo a Genius, se fossimo soltanto Io e coscienza, non potremmo nemmeno orinare. Vivere con Genius significa, in questo senso, vivere nell’intimità di un essere estraneo, tenersi costanteente in relazione con una zona di non-conoscenza. Ma questa zona di non-conoscenza non è una rimozione, non sposta e disloca un’esperienza dalla coscienza all’inconscio, dove essa si sedimenta come un passato inquietante, pronto a riaffiorare in sintomi e nevrosi. L’intimità con una zona di non-conoscenza è una pratica mistica quotidiana, in cui Io, in una sorta di speciale, gioioso esoterismo, assiste sorridendo al proprio sfacelo e, che si tratti di digestione e dell’illuminazione della mente, testimonia incredulo del proprio incessante venir meno. Genius è la nostra vita, in quanto non ci appartiene.

Dobbiamo allora guardare al soggetto come a un campo di tensioni, i cui poli anitetici sono Genius e Io. Il campo è percorso da due forze coniugate ma opposte, una che va dall’individuale all’impersonale e l’altra che va dall’impersonale all’individuale. Le due forze convivono, s’intersecano, si separano, ma non possono né emanciparsi compiutamente l’una dall’altra né identificarsi perfettamente. Qual è, allora, per Io, il modo migliore di testimoniare Genius? Supponiamo che Io voglia scrivere. Scrivere non questa o quell’opera, soltanto scrivere, e basta. Questo desiderio significa: Io sento che da qualche parte Genius esiste, che vi è in me una potenza impersonale che spinge alla scrittura. Ma l’ultima cosa di cui Genius ha bisogno è un’opera, lui che non ha mai preso in mano una penna (e tanto meno un computer). Si scrive per diventre impersonali, per diventare geniali e, tuttavia, scrivendo, ci individuiamo come autori di questa o quell’opera, ci allontaniamo da Genius, che non può mai avere la forma di un Io, e tanto meno di un autore. Ogni tentativo di Io, dell’elemento personale, di appropriarsi  di Genius, di costringerlo a firmare in suo nome è necessariamente destinato a fallire. Di qui la pertinenza e il successo di operazioni ironiche come quella di Duchamp, la cui presenza di Genius viene attestata decreando, distruggendo l’opera. Ma se pure soltanto un’opera revocata e disfatta potrebbe essere degna di Genius, se l’artista veramente geniale è senz’opera , l’Io-Duchamp non potrà mai coincidere con Genius e, nella generale ammirazione, se ne va in giro per il mondo come la malinconica prova della  propria inesistenza, come il portatore famigerato della propria inoperosità.

Per questo l’incontro con Genius è terribile. Se poetica è la vita che si tiene nella tensione fra il personale e l’impersonale, fra Io e Genius, panico è il sentimento che Genius ci ecceda e superi da ogni parte, che qualcosa ci avvenga di infinitamente più grande di quanto ci sembra di poter sopportare. Per questo la maggior parte degli uomini fugge atterrita davanti alla propria parte impersonale o cerca, ipocritamente, di ridurla alla propria minuscola statura. Può avvenire, allora, che l’impersonale respinto riappaia in forma di sintomi e tic ancora più impersonali, di sberleffi ancora più eccessivi. Ma altrettanto risibile e fatuo è chi vive l’incontro con Genius come un privilegio, il Poeta che si mette in posa e si dà delle arie o, peggio, ringrazia con finta umiltà per la grazia ricevuta. Davanti a Genius, non vi sono grandi uomini, sono tutti ugualmente piccoli. Ma alcuni sono abbastanza incoscienti da lasciarsi scuotere e traversare da lui fino al punto in cui cadono in pezzi. Altri, più seri ma meno felici, rifiutano di impersonare l’impersonale, di prestare le proprie labbra a una voce che non gli appartiene.
Vi è un’etica nei rapporti con Genius, che definisce il rango di ogni essere. Il rango più basso compete a coloro -e sono talvolta autori celeberrimi- che contano sul proprio genio come su uno stregone personale (“tutto mi riesce così bene!”, “se tu, mio genio, non mi abbandoni…”). Quanto più amabile e sobrio il gesto di quel poeta che invece fa a meno di questo sordido complice, perché sa che “l’assenza di dio ci aiuta”!

Secondo Simondon, l’emozione è ciò attraverso cui entriamo in rapporto col preindividuale. Emozionarsi significa sentire l’impersonale che è in noi, far esperienza di Genius come angoscia o letizia, sicurezza o tremore.
Sulla soglia della zona della non-conoscenza, Io deve deporre le sue proprietà, deve com-muoversi. E la passione è  la corda tesa fra noi e Genius, su cui cammina la funambola vita. Prima ancora del mondo fuori di noi, ciò che meraviglia e stupisce è la presenza in noi di questa parte per sempre immatura, infinitamente adolescente, che esita sulla soglia di ogni individuazione. Ed è questo elusivo fanciullo, questo puer ostinato che ci spinge verso gli altri, nei quali cerchiamo soltanto l’emozione rimasta in noi incomprensibile, sperando che per miracolo nello specchio dell’altro si chiarisca e delucidi. Se guardare il piacere, la passione dell’altro è l’emozione suprema, la prima politica, ciò è perché nell’altro cerchiamo quella relazione con Genius di cui da soli non riusciamo a venire a capo, la nostra segreta delizia e la nostra altera agonia.

Col tempo, Genius si sdoppia e comincia ad assumere una colorazione etica. Le fonti, forse per influenza del tema greco dei due demoni di ogni uomo, parlano di un genio buono e di un cattivo genio, di un Genius bianco (albus) e di uno nero (ater). Il primo ci spinge e consiglia al bene, il secondo ci corrompe ed inclina al male.  Orazio, probabilmente a ragione, suggerisce  trattarsi in realtà di un solo Genius, che è però mutevole, ora candido ora tenebroso, ora savio ora depravato. Ciò significa, a ben guardare, che a mutare non è Genius, ma la nostra relazione con lui, che da luminosa e chiara, si fa opaca e tenebrosa. Il nostro principio vitale, il compagno che orienta e rende amabile la nostra esistenza, si trasforma allora di colpo in un clandestino silenzioso, che ci segue a ogni passo come un’ombra e segretamente cospira contro di noi. L’arte romana rappresenta così uno accanto all’altro due Genii, uno che regge in mano una fiaccola accesa e l’altro, messaggero di morte, che rovescia la fiaccola.
In questa sua tarda moralizzazione, il paradosso di Genius emerge in piena luce: se Genius è la nostra vita, in quanto non ci apprtiene, allora noi dobbiamo rispondere di qualcosa di cui non siamo responsabili, la nostra salvezza e la nostra rovina hanno un volto puerile che è e non è il nostro volto.

Genius ha un corrispondente nell’idea cristiana dell’angelo custode -anzi dei due angeli, uno buono e santo, che ci guida verso la salvezza, e uno malvagio e perverso, che ci spinge alla dannazione. Ma è nell’angelologia iranica che egli trova la sua più limpida, inaudita formulazione. Secondo questa dottrina, alla nascita di ogni uomo presiede un angelo detto Daena, che ha la forma di una bellissima fanciulla. La Daena è l’archetipo celeste  alla cui somiglianza l’individuo è stato creato e, insieme, il muto testimone che ci spia e accompagna in ogni istante della nostra vita. E, tuttavia, il volto dell’angelo non resta immutato nel tempo, ma, come il ritratto di Dorian Gray, si trasforma impercettibilmente a ogni nostro gesto, a ogni nostra parola, a ogni pensiero. Così, al momento della morte, l’anima vede il suo angelo che le viene incontro trasfigurato secondo la condotta della sua vita in una creatura ancora più bella o in un demone orrendo, che bisbiglia: “Io sono la tua Daena, quella che i tuoi pensieri, le tue parole, i tuoi atti hanno formato”. Con un’ inversione vertiginosa, la nostra vita plasma e disegna l’archetipo alla cui immagine siamo stati creati.

Tutti veniamo in qualche misura a patti con Genius, con ciò che in noi non ci appartiene. Il modo in cui ciascuno cerca di distogliersi da Genius, di fuggire da lui, è il suo carattere. Esso è la smorfia che Genius, in quanto è stato schivato e lasciato inespresso, segna sul volto di Io. Lo stile di un autore, come la grazia di ogni creatura dipendono, però, non tanto dal suo genio, ma da ciò che in lui è privo di genio, dal suo carattere. Per questo, quando amiamo qualcuno, non amiamo propriamente né il suo genio né il suo carattere (e tanto meno il suo Io), ma la maniera speciale che egli ha di sfuggire a entrambi, il suo svelto andirivieni fra genio e carattere (ad esempio, il garbo puerile con cui quel poeta a Napoli ingurgitava di nascosto i gelati o il modo dinoccolato che quel filosofo aveva di camminare su e giù per la stanza mentre parlava, arrestandosi d’improvviso per fissare lo sguardo su un angolo remoto del soffitto).

Viene tuttavia per ciascuno il momento in cui deve separarsi da Genius.
Può essere di notte, all’improvviso, quando al suono di una brigata che passa, senti non sai perché che il tuo dio ti abbandona. O siamo invece noi a dargli congedo, nell’ora lucidissima, estrema in cui sappiimo che c’è salvezza, ma noi non vogliamo più essere salvi. Vattene, Ariele! E’ l’ora in cui Prospero depone i suoi incanti e sa che quanto di forza gli resta ora è la sua, la stagione ultima, tarda, in cui l’artista vecchio spezza il pennello e contempla. Che cosa? I gesti: per la prima volta soltanto nostri, completamente smagati da ogni incanto. Poiché certo la vita, senza Ariele, ha perduto il suo mistero – e tuttavia, da qualche parte sappiamo che ora soltanto ci appartiene, che ora soltanto cominciamo a vivere una vita puramente umana e terrena, la vita che non ha mantenuto le sue promessse e può ora per questo darci infinitamente di più. E’ il tempo esausto e sospeso, la brusca penombra in cui cominciamo a dimenticarci di Genius, è la notte esaudita. E’ mai esistito Ariele? Che cos’è questa musica che si disfa e allontana? Solo il congedo è vero, soltanto ora comincia il lunghissimo disapprendimento di sé. Prima che il lento fanciullo torni a riprendersi uno a uno i suoi rossori, una a una, imperiosamente, le sue esitazioni.

Genio alato, affresco proveniente da una villa romana di BoscorealeGenio alato, affresco proveniente da una villa romana di Boscoreale (fonte wikipedia)

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31. “mai nessuno è abbastanza ignoto” (José Saramago)

“Guarda che bella la Tour Eiffel!”
“Ma … questa non è LA Tour Eiffel, è UNA FOTO DELLA Tour Eiffel …”
“Eh, vabbè, è uguale, che esagerazione …”
” … … … “

Webcam.
Ce n’è una, nella mia città, puntata sul duomo, a inquadrare una parte della cattedrale e una piccola parte sia della piazza antistante la chiesa che della piazza laterale sinistra.
Transitano persone in quello spazio e fanno cose, sotto l’occhio fisso della webcam: camminano, si fermano, parlano, fanno foto, si abbracciano e si baciano, spingono carrozzine, mangiano panini o leggono seduti sui gradini, entrano nella cattedrale, escono assorti ancora in qualche preghiera o incantati dagli splendidi affreschi che decorano l’interno; a volte ci sono pianisti o violinisti che suonano all’aperto e la piazza si riempie di musica; è giorno e il sole illumina i mosaici dorati; è sera e le luci puntate sulla facciata diventano intime con il blu-azzurro del cielo; è estate e si vedono abiti colorati, è inverno e predominano i colori scuri.
Guardando quelle persone, simili a piccoli punti in movimento, ci sembra di conoscerli un po’: osserviamo posture che si somigliano, ci incuriosiscono modi di camminare simili, ci rassicurano comportamenti prevedibili:i bambini saltellano, gli anziani sostano, gli innamorati si guardano negli occhi; e così da questi pattern, da queste somiglianze cominciamo a sentire un po’ vicini quegli sconosciuti, si fa strada quel senso di appartenenza al genere umano, si affaccia un senso di caducità comune… Eppure nulla sappiamo di nessuno di loro; eppure fantastichiamo sulle loro vite. A volte riconosciamo qualcuno tra quegli sconosciuti, qualcuno del posto, e allora entriamo in confidenza con quell’immagine, ci sembra ancora tutto più vero …
Le persone entrano nel campo inquadrato dalla telecamera e poi ne escono; per pochi attimi possono essere visti dal mondo intero, e poi scompaiono.
Dove prima? Dove dopo?
Fuori dal campo inquadrato dalla telecamera, prima erano scesi da una autobus, da una macchina, da un motorino; erano arrivati a piedi dalle diverse vie che danno sulla piazza; dopo si fermano a mangiare seduti a uno dei tavoli dei bar e trattorie che affacciano sul duomo; entrano nelle diverse vie, salgono su una macchina, su un autobus, su un motorino.
Continuano le loro vite, prima e dopo quell’attimo.
Intorno a quello spazio inquadrato c’è l’intero mondo e l’intero universo ma, guardando in rete le immagini riprodotte dalla telecamera, il mondo-l’universo sembra quello visibile lì davanti ai nostri occhi, incorniciato, limitato, de-finito, bidimensionale: un occhio fisso che lascia sia il mondo a muoversi, e che sempre più ha preso autorevolezza – per molte persone- per la sua capacità di controllo e di testimonianza.
E’ un po’ come la luce detta “occhio di bue”, che ha la stessa funzione selettiva: nel cerchio chiaro accadono le magie dello spettacolo, mentre intorno il resto del teatro scompare nel buio e sembra non esistere più nulla.
Eccoci di fronte a narrazioni, selezioni, rappresentazioni che assurgono a livello di mappa per quel perimetro bidimensionale con cui circoscrivono una realtà più estesa e multidimensionale, e per quell’indirizzare l’attenzione su qualcosa e non altro. Sono selezioni che hanno un che di commovente, per me, per quel senso di comunicazione dell’effimero e dell’impossibile che vi colgo; e un che di inquietante, sempre per me,  per quel fisso circoscrivere e indicare cosa poco guardare di un mondo che invece è grande varia pullula si muove è complesso – tutto ciò deciso da qualcuno: perché con quali criteri?

occho di bue
Cosa potrebbe aiutarci, invece, a guardare-vedere il variare pullulare muoversi essere-complessità della vita? Cosa, giorno dopo giorno, attimo dopo attimo ci porta alla diminuzione o all’accrescimento?

le carte geografiche in ogni classe – per conoscere il mondo?
gli atlanti dove viene planificato il globo terrestre -una delle forme di dominio antropocentrico

quante strade intraprese seguendo mappe e non osservando territori?

di quanta sicurezza ci illudono e mappe?
“sicurezza che poi diventa incertezza” (Eugenio Finardi, Extraterrestre)

ogni forma di conoscenza porta con sé un “cavallo di troia”?

occhio di bue e maschere

 

 

 

meglio disegnare consapevolmente una mappa per perdersi 🙂 … … …
http://mocellinpellegrini.net/portfolio/forse-possiamo-anche-fare-una-mappa-per-perdersi/

mocellinpellegrini-una-mappa-per-perdersi21 (1)

 

duomonebbia centro

 

… … … oppure, consapevoli della qualità rappresentativa e selettiva del linguaggio, e della sua potente funzione di mappa, abbandonarsi alle parole quando diventano arte … … …
se mappa deve (deve?) essere,
che sia mappa-poesia, mappa-sublime 🙂
come nel caso di José Saramago
eccolo, lasciamoci guidare dalla sua scrittura sublime

Il perfetto viaggio, in José Saramago, Il perfetto viaggio, Bompiani 1994,
pp. 121-123
Uscimmo da Lisbona sul finire del pomeriggio, ancora con la luce del giorno, per una strada di poco traffico. Potevamo chiacchierare tranquillamente, senza precipitare le parole né temere le pause. Non avevamo fretta. Il motore dell’automobile ronzava come un violoncello la cui vibrazione di una sola nota si prolungasse all’infinito. Negli intervalli tra le frasi ci giungeva lo sfrigolio soave dei pneumatici sull’asfalto e, nelle curve, l’ansimare delle gomme era come un avvertimento, ma subito dopo riprendeva lo stesso pacifico mormorio. Parlavamo di cose forse già note, che ripetute apparivano tuttavia così nuove e così antiche come un albeggiare.
Le ombre degli alberi si stendevano sull’asfalto, molto allungate e pallide. Quando la strada cambiava direzione, verso il sole, ci arrivava sul viso una rapida raffica di lampi fulvi. Ci guardavamo l’un altro e sorridevamo. Più avanti, il sole si spense dietro una collina inaspettata. Non l’avremmo rivisto. La notte cominciò a nascere da se stessa e gli alberi radunarono le ombre sparse. In un rettilineo più lungo, i fari si lanciarono impetuosi come due braccia bianche che stessero tastando il cammino in lontananza.
Cenammo in una città, l’unica esistente tra Lisbona e la nostra meta. Nel bar-ristorante la gente del luogo guardò con curiosità gli sconosciuti che credevamo di essere. Ma nel bel mezzo di una frase, udimmo pronunciare il nome di uno di noi: mai nessuno è abbastanza ignoto.
Proseguimmo il viaggio, in piena notte. Eravamo in ritardo. La strada era peggiorata, tutta dossi, il fondo pessimo, le banchine franose e muri alti nelle curve. Non era più possibile chiacchierare. Entrambi ci raccogliemmo deliberatamente in un dialogo interiore che cercava di indovinare altri dialoghi, che prevedeva domande e costruiva risposte. E c’era la penombra di volti opachi da cui venivano le domande, dapprima timide, esitanti, e poi ferme, con una vibrazione di collera che tentavamo di capire, che aggiravamo prudentemente, o decidevamo di affrontare proponendo nella risposta una collera maggiore.
Attraversammo paesetti deserti, illuminati agli angoli da lampioni la cui luce smorta si perdeva senza occhi che la vedessero. Raramente un’altra macchina incrociava la nostra e ancor più raramente i nostri fari captavano il fanalino di uan bicicletta fantasma che ci lasciavamo dietro, come un profilo tremulo perduto nella notte. Cominciammo a salire. Dal finestrino semiaperto entrava un’aria fredda che circolava nella macchina e ci metteva un brivido alla schiena. Le luci blande del cruscotto diffondevano sui nostri volti un chiarore sereno.
Arrivammo quasi senza accorgercene, dietro una curva della strada. Girammo e rigirammo attorno ad una chiesa che sembrava stare dovunque, ormai perduti. Finalmente trovammo la casa. Un baraccone smilzo, con due porte strette. C’era gente ad aspettarci. Entrammo, e mentre in un angolo parlavamo con chi ci aveva accolti, la sala s’andò riempiendo lentamente. Occupammo i nostri posti. Sul tavolo c’erano due  bicchieri e una brocca d’acqua.
Ora i volti erano reali. Uscivano dalla penombra e si volgevano verso di noi, gravi e interrogativi. Era di quella gente cui il nome di popolo si adatta come fosse la sua pelle. C’erano tre donne con bambini piccoli, e una di loro, più tardi, aprì la camicetta e lì stesso si mise ad allattare il figlio, mentre ci guardava e ascoltava. Con la mano libera copriva un po’ il viso del bambino e il seno, senza troppo preoccuparsi, tranquilla. C’erano uomini con la barba lunga, lavoratori dei campi, operai, qualche impiegato (ufficio? negozio?) e i bambini che volevano star quieti e non potevano. Parlammo fino all’alba. E quando tacemmo e tacquero, qualcuno disse semplicemente, nello strano tono di chi chiede scusa e insieme impartisce un ordine: “Tornate quando potete.” Ci congedammo.
Era tardi, molto tardi. Ma né io né l’altro avevamo fretta. L’automobile procedeva senza rumore, cercando il cammino dentro una notte altissima, con il cielo coperto di fuochi. Solo dopo molti chilometri riuscimmo a dire qualcosa di più delle poche parole di soddisfazione che ci eravamo scambiati nell’allontanarci. Avevamo dinanzi a noi un viaggio ancora lungo. Era un mondo disabitato quello che attraversavamo: canali silenziosi le vie dei paesi, con le loro facciate addormentate, e subito irrompevamo di nuovo nei campi, tra alberi che sembravano tagliati e che da vicino esplodevano in verde quando i fari li perforavano. Non avevamo sonno. E allora parlammo come due bambini felici.
A sinistra della strada, un fiume correva a fianco a noi.

Una lettera con inchiostro da lontano, in José Saramago, Il perfetto viaggio, Bompiani 1994, pp. 67-69
Chi scrive, penso lo faccia come all’interno di un immenso cubo, dove all’interno null’altro esiste se non un foglio di carta e la palpitazione di due mani veloci, esitanti, ali violente che di colpo cadono di lato, tagliate dal corpo. Chi scrive ha intorno a sé un deserto che sembra infinito, regno attentamente spopolato perché rimanga appena l’immagine di un campo aperto, di un tavolo da scrivano all’ombra d’un albero inventato, e un profilo angolato che fa di tutto per somigliare all’uomo. Chi scrive, credo cerchi di occultare un difetto, un vizio, una tara ai suoi stessi occhi indecente. Chi scrive, sta tradendo qualcuno.
Scrivo questa cronaca da lontano, dalla grande e infelice città cresciuta sulle rive del Tago, la scrivo da ancor più lontano, da un paese molto amato, dove i campi sono piantati a cipressi e i luoghi si chiamano sonoramente Ferrara o Siena, terra italiana che più amo dopo la mia, scrivo da una strada che ha nome Speranza, dove si riunirono per l’ultima volta i congiurati del 5 ottobre, dove oggi passano i miei vicini bianchi e neri, dove a volte, davanti alla mia porta, si ferma gente che non è del quartiere, che nessuno conosce e che rimane a guardare in aria come se stesse misurando il grado di inquinamento o decifrando misticamente i misteri della creazione del mondo.
Non ho nessuna storia da raccontare. Sono stanco di storie come se d’improvviso avessi scoperto che tutte sono state raccontate il giorno in cui l’uomo è stato capace di raccontare la prima parola, se mai c’è stata una prima parola, se le parole non sono tutte, ciascuna e in ciascun momento, la prima parola. Allora torneranno ad essere necessarie le storie, allora dovremo riconoscere che nessuna è stata ancora raccontata.
E’ davvero un piacere star seduto all’ombra d’un albero inventato, in questo cubo immenso, in quest’infinito deserto, a scrivere con inchiostro da lontano – a chi? Al di là del filo che separa le sabbie e il cielo, così distanti che seduto non le vedo, vanno le persone che leggeranno le parole che scrivo, che le disprezzeranno o le intenderanno, le conserveranno nella memoria il tempo che essa consentirà e poi le dimenticheranno, come se fossero appena il boccheggiare soffocato di un pesce fuor d’acqua. Seduto in mezzo al campo spopolato, chi scrive mantiene il suo curvo profilo perché non vi si perdano le tracce di un’umanità che ogni istante rende più imprecisa. E va tracciando segni sulla carta, desideroso di farla diventare aperta e concava come il cielo notturno perché non si perda l’incoerente discorso, custodito ora in piccole luci che impiegheranno più tempo a morire.
Chi leggerà il messaggio intraducibile nel linguaggio del mangiare e del bere? Chi lo porterà con sé nel suo letto, più la donna o l’uomo con il quale dormirà? Chi sospenderà l’arco della zappa, il movimento del martello, per ascoltare quel che non è una storia narrata della grande e infelice città? Chi ascolterà il camion al ciglio della strada, nella corsia di sosta, con ombre sparse, per sapere, respirando l’olio e il caldo del motore, le notizie di Giove gigante nel cielo nero? Chi dirà suo quel che è stato scritto all’interno del cubo, nel luogo in cui si conficca il compasso, nell’intersezione tra chi scrive e il tempo? Chi giustificherà insomma le parole scritte?
E un piacere è anche fare domande quando si sa che non avranno risposte. Perché se ne potranno aggiungere altre, oziose come le prime, altrettanto  impertinenti, altrettanto capaci di consolazione al ritorno dal silenzio che le accoglierà. Seduto nel deserto, chi scrive si sentirà dolcementente incompreso, chiamerà in suo aiuto gli dei che più ama, a loro si confiderà, e tutti insieme, punto per punto, sapranno trovare le buone ragioni, gli acquietamenti della coscienza, finché il benefico sonno li riunisca e li ritiri da questo basso mondo.
Non sia però così questa volta. Pieghi chi scrive il suo tavolo, ne faccia il suo fardello e il suo zaino, se non è in grado di modificarlo altrimenti, muti il foglio in vessillo, e affronti la traversata del deserto, nelle tre dimensioni del cubo, dove sono le persone e le domande che esse fanno. Allora il messagio diverrà traducibile, sarà tovaglia da pane e con esso ci ripareremo dal freddo. Allora si torneranno a raccontare le storie che oggi diciamo impossibili. E tutto (forse davvero, forse davvero) comincerà ad essere spiegato e compreso. Come la prima parola.
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30059Francesco Rosselli, Carta geografica di Europa, Asia, Africa, America, 1508

 

30. “cercami nelle parole che non ho trovato”: luoghi … le mappe della letteratura … e una mappa per ogni poesia

https://www.unimc.it/filosoficamente/primo-piano/la-questione-del-201cluogo201d

https://it.wikipedia.org/wiki/Luogo

http://www.treccani.it/vocabolario/luogo/

https://www.ledizioni.it/prodotto/jacquet-la-biblioteca-luogo-terzo/

http://1995-2015.undo.net/it/my/quandounpostodiventaluogo/319/899

Ogni romanzo, ogni racconto descrive un mondo con i suoi paesaggi dove si muovono i personaggi. Anche ogni poesia ha il suo mondo e il suo paesaggio. In alcune  il paesaggio-mondo è palese.
Per esempio …

Rio Bo, in ALDO PALAZZESCHI, Poemi, 1909
Tre casettine
dai tetti aguzzi,
un verde praticello,
un esiguo ruscello: Rio Bo,
un vigile cipresso.
Microscopico paese, è vero,
paese da nulla, ma però …
c’è sempre sopra una stella,
una grande, magnifica stella,
che a un dipresso …
occhieggia con la punta del cipresso
di Rio Bo.

Una stella innamorata!
Chissà se nemmeno ce l’ha
una grande città.

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In altre sembra meno evidente, o addirittura assente, come nelle poesie di Blaga Dimitrova riportate qui sotto.

Qual è il paesaggio descritto dalla Dimitrova nelle sue poesie?
Se ne può disegnare una mappa?
Sì, si può.

E si può disegnare una mappa anche per ogni poesia scritta fino ad oggi e che verrà scritta: per aiutarci a costruire mondi e trovare strade che aprano il futuro al genere umano.

mappa letteraria

https://www.huffingtonpost.it/2017/03/16/mappa-mondo-letteratura_n_15401586.html

TESTAMENTO (17 novembre 1994)
Cercami nelle parole
che non ho trovato
in BLAGA DIMITROVA, Sull’orlo, 1996

 

MATTINO (1961 Praga)
Era necessario un addio, perché capissi,
che non c’è un addio per noi.

Per sempre porterò in me quest’alba
come segno di bruciatura.
Alzàti sul far del giorno
partimmo verso l’aereoporto grigio,
ed eravamo contenti, perché era così lontano.

La mia ultima parola fu un sorriso.

E sopra di noi sorgeva con l’addio
l’incontro vero e l’amore.

IL CAMMINO FINO A TE
Fu lungo il mio cammino fino a te,
la vita intera quasi ti cercai
per serpeggianti avidi incontri
con altri, e tu non venivi.

E fino a dove s’apriva il tuo sguardo,
ombre attraversai e rumori sordi,
ma trapelava di me soltanto
purezza di suoni – per amor tuo.

Ogni tua carezza io piansi,
prima che fosse nata la difesi,
e il nostro futuro incontro custodivo
con  pazienza nel mio petto.

Fu lungo il mio cammino fino a te,
immensamente lungo, e quando tu davvero
finalmente davanti a me sei apparso,
ho riconosciuto te, ma me stessa a stento.

Immensi spazi avvevo in me raccolto,
sconfinati aromi, timbri e desideri,
e abbracciavo ormai uno spazio così vasto
che accanto a me dovevi fermarti.

Fu lungo il mio cammino fino a te,
e ci ha unito per un incontro breve.
Sapendolo … di nuovo sceglierei
questo lungo cammino fino a te.
in BLAGA DIMITROVA, Il mondo in pugno, Sofia, 1962

 

AMORE (1956)
Ho perso l’andatura trascurata,
ho perso la mia risata presuntuosa
e il silenzio mite dell’anima,
e la freschezza nello sguardo distratto,
e di notte il sonno.

Ho perso i sentieri che mi attiravano,
la ribellione, e la libertà,
l’imprevisto, e il suono dei canti –
ho perso tutto, ma sono la più ricca
la più prodiga del mondo.

ABBRACCIO (1957)
Cuore nel cuore. E respiro nel respiro.
Così vicino a me, tanto da non vederti.
Oltre la tua spalla vedevo in lontananza un monte oscuro.
Ero protesa in uno slancio quasi a oltrepassarti.

Sentivo battere il cuore impazzito delle stelle.
Accoglievo il vento affannato, rivestito di foglie.
Mi aprivo alle ombre dei boschi che venivano incontro
e ai rami che si aprivano ad abbracciare la notte.

La lontananza inspiravo in un sorso enorme.
Premevo vento, nubi e stelle sul mio petto.
E nel cerchio stretto di un abbraccio
ho rinchiuso l’infinito intero del mondo.

A DOMANI (1958)
– A domani! – dici tu e già te ne vai.
Con sguardo impaurito io t’accompagno.
A domani? … Ma domani è immensamente lontano.
Davvero tante ore fra noi si porranno?

Fino a domani per me sarà ignota
l’ombra mutevole della tua fronte,
il discorso ardente e pulsante della tua mano,
dei tuoi pensieri il fluire segreto.

Prima di domani, se vorrai bere, non potrò
essere la tua fonte. Se il freddo
ti avvolge – non sarò il tuo fuoco.
Se hai timore del buio – la tua luce.

A domani! – tu dici e parti
e non senti nemmeno che non hai risposta.
– Al giorno estremo! – mi aspettavo dicessi
e rimanessi con me fino al giorno estremo.

FRA LE STELLE (1959)
L’uno ancora dall’altra lontani camminavamo.
Con le sue ombre il bosco ci ha inseguito.
Alzammo però lo sguardo… E nel cielo in un istante
una valanga di stelle ci ha trascinato.

Involontariamente allora mi sono stretta a te
per non perdermi nella via Lattea.
E tu con mano forte mi hai preso per mano –
perché le infinite stelle non ci dividano.

Così da allora siamo rimasti in due.
E sempre penso: se l’uno
dall’altra si staccasse appena,
nel grande mondo non ci troveremmo.
in BLAGA DIMITROVA, A domani. Versi, Sofia, 1959

https://www.bulgaria-italia.com/bg/info/poesia/blaga_dimitrova/default.asp

Carte-du-tendre-Carte-de-Tendre-—-WikipédiaCarte du Tendre, nel romanzo“ Clélie, historie romaine”scritto da  Madame de Scudéry nell’inverno tra il 1653 e il 1654, incisa da François Chauveau

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Mappa de L’Isola del Tesoro, Robert Louis Stevenson, 1883

La Carte du Tendre e la Mappa dell’Isola del Tesoro, che strutturano e si trasformano nella trama del romanzo stesso, hanno contribuito, secondo diversi autori, ad aprire la strada della “geografia delle emozioni”.                                      

 

http_%2F%2Fmedia.booksblog.it%2Fd%2Fd0b%2Fmappa-letteratura-martin-vargic

 

Mappa della letteratura, in MARTIN VARGIC, Vargic’s Miscellany of Curious Maps Mapping uot the Modern Word”, 2015

 

articolo-mappe-982x540Il giro del mondo in 80 giorni, in ANDREW DEGRAFF, Plotted a Literary Atlas, Zest Books, 2015

images (1)00-santiago09Finisterre (Cabo Fisterra – Galizia, Spagna)

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29. in un mondo senza frontiere c’è un solo viaggio senza ritorno … ma poi chissà … buona festa :-)

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Oh, come sono permeabili le frontiere umane!
Quante nuvole vi scorrono sopra impunemente,
quanta sabbia del deserto passa da un paese all’altro,
quanti ciottoli di montagna rotolano su terre altrui
con provocanti saltelli!

Devo menzionare qui uno a uno gli uccelli                                                                                                                                 che trasvolano,
che si posano sulla sbarra abbassata?
Foss’anche un passero – la sua coda è già all’estero,
benché il becco sia ancora in patria. E per giunta,                                                                                                                              quanto si agita!

Tra gli innumerevoli insetti mi limiterò alla formica,
che tra la scarpa sinistra e la destra del doganiere
non si sente tenuta a rispondere alle domande                                                                                                             “ Da dove? ” e “ Dove? ”

Oh , afferrare con un solo sguardo tutta questa                                                                                                                                      confusione,
su tutti i continenti!
Non è forse il ligustro che dalla sponda opposta
contrabbanda attraverso il fiume la sua                                                                                                              centomillesima foglia?
E chi se non la piovra, con le lunghe braccia                                                                                                                                         sfrontate,
viola i sacri limiti delle acque territoriali?

Come si può parlare di un qualche ordine,
se non è nemmeno possibile scostare le stelle
e sapere per chi brilla ciascuna?

E poi questo riprovevole diffondersi della nebbia!
E la polvere che si posa su tutta la steppa,
come se non fosse affatto divisa a metà!
E il risuonare delle voci sulle servizievoli onde dell’aria:
quei pigolii seducenti e gorgoglii allusivi!

Solo ciò che è umano può essere davvero straniero.
Il resto è bosco misto, lavorio di talpa e vento.

Salmo, in Wislawa Szymborska, La gioia di scrivere. Tutte le poesie (1915-2019), Adelphi 2009, p. 347

Il viaggio non finisce mai. Solo i viaggiatori finiscono. E anche loro possono prolungarsi in memoria, in ricordo, in narrazione. Quando il viaggiatore si è seduto sulla sabbia della spiaggia e ha detto: “Non c’è altro da vedere”, sapeva che non era vero. La fine di un viaggio è solo l’inizio di un altro. Bisogna vedere quel che non si è visto, vedere di nuovo quel che si è già visto, vedere in primavera quel che si è visto in estate, vedere di giorno quel che si è visto di notte, con il sole dove la prima volta pioveva, vedere le messi verdi, il frutto maturo, la pietra che ha cambiato posto, l’ombra che non c’era. Bisogna ritornare sui passi già fatti, per ripeterli, e per tracciarvi a fianco nuovi cammini. Bisogna ricominciare il viaggio. Sempre. Il viaggiatore ritorna subito.

José Saramgo, Viaggio in Portogallo

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E poi – se accadrà ch’io me ne vada –
resterà qualche cosa
di me
nel mio mondo –
resterà un’esile scìa di silenzio
in mezzo alle voci –
un tenue fiato di bianco
in cuore all’azzurro –

Ed una sera di novembre
una bambina gracile
all’angolo d’una strada
venderà tanti crisantemi
e ci saranno le stelle
gelide verdi remote –
Qualcuno piangerà
chissà dove – chissà dove –
Qualcuno cercherà i crisantemi
per me
nel mondo
quando accadrà che senza ritorno
io me ne debba andare.
Antonia Pozzi, Novembre  (Milano, 29 ottobre 1930)

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3d-universe-mapmappa dell’universo in 3D

 

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28. omaggio a Maria Giovanna Piano: l’ideologia-mappa del dizionario … suggerisco viaggi nei vocabolari

Durante la cerimonia per la premiazione del David di Donatello 2018, l’attrice Paola Cortellesi recitò un elenco di parole che assumono  significati diversi se usati al maschile o al femminile: un significato offensivo nel caso della parola con il genere grammaticale femminile. Un esempio: peripatetico è il filosofo, peripatetica è la prostituta.
Da tempo girava in rete, raramente essendone citata la fonte, quella lista  che le attrici hanno portato alla ribalta ed è un elenco tratto da un libro scritto da  Stefano Bartezzaghi.
La pubblica lettura ha dato una grande, e maggiore, risonanza all’elenco e per molte persone sembra essere stata una scoperta.

 

In questo spazio voglio rendere omaggio a una donna, una studiosa, insegnante di Filosofia e di Storia del pensiero femminile presso Scuole, Corsi di Formazione e Università: Maria Giovanna Piano, che ha pubblicato diversi saggi sulle problematiche della cultura e del femminile. Tra questi, nel 1992, edito a cura della Consulta Femminile Regionale della Sardegna, L’esperienza e la parola, un testo dove, dopo 6 brevi capitoli su linguaggio e femminile, si trova – da pag. 43 a  pag. 59- un glossario tratto dall’undicesima edizione dello Zingarelli: vi sono evidenziati i significati negativi quando relativi al femminile, sia dei termini, quando declinati al femminile, che degli esempi riportati dai lessicografi all’interno dei lemmi. Molto prima della rete e della cassa di risonanza mediatica: la discrezione immensa di un libro-seme.
Non ricordo, purtroppo (purtroppo per me 🙂  ) come il libro entrò nella mia vita; studiavo linguistica e collaboravo con il mio professore all’Università: è probabile che fu quella la via attraverso la quale venni in possesso di quello che ritengo uno dei testi più preziosi della mia privata biblioteca. E’parte importantissima della mia biografia, e mi dispiace non ricordare il nostro incontro, ma a pareggiare questa mancanza è il seme grande che depositò dentro di me: l’emozione, il batticuore, la chiarezza, la crescita, la fertilità di un Femminile che in me aspettava di farsi strada, di avere un posto nella mia mappa e che illuminò la mia rappresentazione del mondo quando finalmente uscì alla mia luce.

Sono qui a ripristinare una fonte, quindi, una sorgente fresca vivace colta che merita di essere ricordata: una capacità di distinzione e di attenzione e di lettura che fu veicolo di consapevolezza. Amo quel libro, amo la studiosa che con la serietà che contraddistingue chi percorre la propria strada ha saputo parlare con la sommessa determinazione dell’evidenza, senza scagliarsi contro nessuno, senza retorica, bensì proponendo all’attenzione e alla riflessione dei lettori e delle lettrici i risultati delle sue ricerche e delle sue elaborazioni.

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MARIA GIOVANNA PIANO, L’esperienza e la parola, Consulta Femminile Regionale per la Sardegna, 1992

Introduzione, pag. 5
La riflessione femminile sul linguaggio non nasce da intenti accademici, sebbene molte donne dell’accademia si siano occupate di questo tema, né dall’amore per la linguistica, anche se molte donne amano questa come altre discipline ed hanno imparato ad utilizzare per sé le competenze acquisite.

In questo campo, come in altri, l’impegno teorico si è motivato a partire da istanze provenienti dalla politica delle donne, da un desiderio di conoscenza “iuxta propria principia”.
Ma prima di ogni possibile riflessione teorica c’è per ogni donna l’esperienza della parola. La parola esperita dalle donne porta con sé un’assenza in cui la significazione femminile cade.
Quel vuoto è il posto della madre.
La cultura maschile, che conosce bene l’arte della sostituzione, non ha potuto saturare di sé questa mancanza, se è vero come è vero che non tutto della madre è sostituibile.
Finché non si restituirà alla madre ciò che le è stato tolto, anche l’espressione “lingua materna” sarà la testimonianza di un furto.

L’ESIGENZA DEL SIMBOLICO, pp. 7-8
Nel bel romanzo del nuorese Salvatore Satta “Il giorno del giudizio”, ogni volta che il protagonista Don Sebastiano vuol ridurre al silenzio la moglie le rivolge un’espressione terribile che stigmatizza il senso della superfluità di lei: “Tu sei al mondo solo perché c’è posto”. Donna Vincenza si curva sotto quelle parole come sotto il peso di una verità insopportabile.
Solo in base alla constatazione che la realtà senza il simbolico è meno di niente è stato possibile sostenere che le donne non sono storicamente esistite. Tale considerazione dà in parte conto della crescente attenzione con cui  la politica delle donne guarda alla dimensione simbolica e del fatto stesso che si sia resa pensabile una politica del simbolico.
Il simbolico, che non è affatto il duplicato rappresentativo del reale, consente l’accadimento e la rielaborazione delle esperienze umane secondo un ordine di senso. Lacan ci ricorda nei suoi “Scritti” che i simboli avvolgono la vita dell’uomo con una rete così totale da congiungere, prima ancora della sua nascita, coloro che lo genereranno in carne e ossa.
Per le donne il senso dello stare al mondo non è simbolizzato come dimensione propria, esse mancano di riferimenti simbolici sedimentati nel tempo, cosa che le condiziona a ricevere dall’altro indicazioni sul senso di sé.
Tale situazione espone le donne a un rischio costante di superfluità che tende a costituirsi come dimensione tipicamente femminile.
La decisione di molte di fare dell’accettazione dell’esser donne principio di ragione e di esistenza fa parte di un itinerario politico che sposta al centro il posizionamento sociale femminile.
Questo spostamento presuppone e rende possibile una volontà di nominazione della realtà e dell’esperienza.
Il vezzo di siglare tutto ciò che tocchiamo: donna/lavoro, donne/istituzioni, donne/politica, donne/linguaggio, può risultare fastidioso, nondimeno ha le sue ragioni, testimonia di un percorso consapevole, della ricerca di un principium individuationis, del bisogno di trovare un ordine proprio.
C’è comunque in questo “passar segnando” il rimando ad un fondamentale problema: la significazione femminile.
L’attenzione di molte insegnanti si è da tempo fermata con preoccupazione sulle modalità con cui si compie a scuola, là dove si compie, l’emancipazione culturale delle giovani generazioni. Questi percorsi risultano rassicuranti in quanto problematizzano l’accesso femminile alla realtà socioculturale nei termini poco traumatici dello stare là dove, appunto, “c’è posto”.
La scuola pur non offrendo alcun riferimento che possa concorrere alla formazione di un’autonoma identità delle ragazze, è comunque in grado di formare quel “cattivo modo” di credere di avere dei diritti che caratterizza spesso le loro opinioni.
Su come le ideologie paritarie abbiano finito per erodere i valori femminili della loro stessa tradizione, si dovrebbe rifletter a partire dalla sconcertante correlazione visibile in consistenti fasce di giovani donne, in particolare nei percorsi formativi forti e misti, tra emancipazione ed antifemminismo.
Comincia ad essere vistoso lo scollamento tra percorsi di emancipazione e quel livello almeno generico di consapevolezza femminile che tradizionalmente li sottendeva. Tale scollamento appare fortemente mediato dall’integrazione femminile al simbolico maschile, integrazione favorita dalla cultura scolastica e dalla forma delle relazioni.
L’integrazione simbolica opera con un consistente anticipo rispetto all’effetivo inserimento nel “mondo”, allo stesso modo in cui nell’apprendimento linguistico l’acquisizione del significante precede talvolta di gran lunga l’acquisizione del significato.

DONNE E LINGUAGGIO (pp. 9-12)
ALL’ORIGINE DELLA PAROLA (pp. 13-18)
LA RIFLESSIONE FEMMINILE SULLA LINGUA (pp. 19-30)
VERSO UNA DIDATTICA DELLA RESTITUZIONE (pp. 31-38)

L’IDEOLOGIA DEL DIZIONARIO (pp. 39-42)
Presento in questa parte un estratto della rilevazione da me condotta sulle voci dell’ultima edizione del dizionario Zingarelli edito da Zanichelli (Il Nuovo Zingarelli –  Vocabolario della lingua italiana di Nicola Zingarelli – Undicesima edizione, a cura di Miro Dogliotti e Luigi Rosiello, Ed. Zanichelli, Bologna). La scelta di questo dizionario, piuttosto che altri, come ambito di indagine, è motivata unicamente dal suo largo uso, in particolare nella scuola.
Il dizionario è un importante sussidio didattico, ha infatti il compito di guidare alla comprensione del lessico.
Il lessicografo (ma si tratta in realtà di una equipe di lessicografi e lessicografe) porta dunque una certa responsabilità pedagogica; limitata, si potrebbe osservare, visto che l’orizzonte di riferimento è la lingua data.
Tuttavia nella compilazione di un dizionario non si tratta evidentemente di una semplice registrazione di nomi.
Dovendo rendere finite le infinite possibilità della lingua, il lessicografo sceglie, e  proprio nella sua libertà di scelta (che a ben guardare è piuttosto ampia) è pedagogicamente valutabile.
Di ogni vocabolo il dizionrio indaga l’etimologia, presenta le diverse accezioni di significato: lettrale, estensivo, specifico, ecc.
L’illustrazione si avvale, con rigore scientifico e con precisione, della definizione, fondamentale ai fini della chiarificazione concettuale dei termini, e della fraseologia, con cui si dà una esemplificazione concreta dei vocaboli ipotizzando i contesti e le situazioni che ne rendono pertinente l’uso.
Ma nell’iter che va dalla sua origine alla esemplificazione in contesto, la parola si fa discorso e i messaggi che, “opportunamente” orientata veicola, superano talvolta la sua stessa portata semantica.
Difficile pensare che se la lingua non è neutra possa essere neutro il dizionario, ma quando la non neutralità del lessicografo sposa troppo bene la non neutralità della lingua ogni parola può decisamente superare sé stessa.
Il manuale di grammatica italiana, dello stesso editore Zanichelli, “La lingua italiana” di Maurizio Dardano e Pietro Trifone, ci dice:
La definizione delle parole, la fraseologia, gli esempi, riflettono le idee, la visione del mondo del lessicografo.
E ancora:
L’ideologia del dizionario si rivela nei suoi tabù: sessuali, ideologici, politici.
E ancora:
Anche nella scelta degli esempi il lessicografo manifesta la sua presenza, può suggerire al lettore idee e comportamenti. (pag. 371)
Il dizionario porta dunque ideologia. E’ bene saperlo, in particolare per le insegnanti, ma non è bene metterlo nel conto formalizzandolo come rischio del mestiere o inevitabile, se non legittima, traccia del soggetto: funzionerebbe da lasciapassare a larghissimo raggio. Non è bene soprattutto in questo caso in cui ideologia vale per misoginia e non genericamente e contemplativamente visione del mondo.
La ricerca qui proposta è stata condotta nella consapevolezza del sessismo presente nella lingua ed ha quindi tralasciato di insistere su aspetti già ben conosciuti, quali ad esempio i nomi maschili delle professioni, i nomi femminili indicati normalmente nell’accezione “moglie di” non solo per le professioni, ma per i gradi amministrativi e militari, per i titoli nobiliari ecc., e su altri aspetti dello stesso tipo.
La ricerca ha mirato a individuare non soltanto e non semplicemente parole isolate che immediatmente rimandano a stereotipi sessisti, ma piuttosto l’ideologia maschile che sottende l’uso e la rappresentazione della lingua.
In questo senso appare più significativa proprio l’illustrazione di termini che non risultano investiti sul piano strettamente lessicale da simbolizzazioni sessiste.
Ho individuato fin dall’inizio del lavoro 3 livelli diversi (a volte nettamente distinguibili, altre volte confusi, mescolati o compenetrati) in cui questa ideologia si presenta nei dizionari e dagli stessi dizionari viene veicolata e riprodotta:
1. quello in cui normalmente la lingua riflette e descrive il reale, l’organizzazione maschile della realtà, che il dizionario “obiettivamente” ci offre con nomi di ciò che è;
2. quello in cui la lingua veicola l’ideologia maschile, che il dizionario, ancora “obiettivamente”, ci fornisce come mera raccolta e repertorio delle abitudini dei parlanti, le parole che si dicono;
3. quello, infine, in cui il lessicografo è soggettivamente veicolo e proponitore di ideologia, attraverso la formulazione di certe definizioni, l’omissione di altri esempi o citazioni.
E’ così che risultano significativamente per ciascun livello di indagine, cose in parte note, aggiornata conferma di stereotipi già individuati nella lingua d’uso, in parte meno note, quali le tecniche del passaggio (contagio) semantico o le interazioni tra significato proprio ed estensivo. Risulta confermato ad esempio che i mestieri sono dell’uomo, ma “quel mestiere” è della donna; nonché il numero spropositato di termini per indicare chi fa “quel mestiere”, sempre lo stesso.
Vistosa l’assenza di esempi al femminile nell’area semantica del “valore”, cioè per illustrare termini quali: ingegno, eccellente, insigne, intelligente, genio, saggio, ecc., correlata alla abbondanza di esempi al femminile, nell’area semantica del disvalore; per gli esempi maschili vale “naturalmente” l’inverso.
L’aggettivazione svalorizzante più che rispondere ad una logica attributiva sembra caratterizzarsi nelle esemplificazioni proposte come qualificazione intrinseca nell’essere donne, mentre negli esempi maschili l’aggettivazione negativa (di modeste proporzioni) si configura come qualcosa di esteriore che non compromette “l’essere uomo”. Così avremo “donna pettegola”, ma al maschile “visitatore pettegolo”. Significativo anche il tono degli esempi, indulgente o censorio a seconda che si tratti di maschile o femminile.
Nell’insieme il campione proposto, seppur modesto, è forse sufficiente a far superare l’impressione spesso persistente contro ogni consapevolezza, che la lingua si faccia da sé sempre e solo rispondendo a sue interne e immutabili leggi. Certamente è sufficiente ad attestare il cattivo servizio reso alle donne e, cosa non meno grave, del cattivo servizio reso alla lingua, piegata senza rispetto a significare una miseria da cui la realtà stessa rifugge.
Questo campione, mostra che c’è qualcosa di ridicolo e anacronistico, tutt’altro che residuale, nell’uso della lingua; importante rivelatrice la libertà femminile che restituita al linguaggio produce i suoi effetti. Appare ormai sempre più chiaro che la libertà femminile non dipende dal superamento del sessismo: è vero, al contrario, che il superamento del sessismo dipende in buona misura dalla libertà femminile. L’affermazione della libertà femminile, che non nasce certamente come mera reazione al sessismo, risulta comunque essere la più efficace risposta ad ogni forma di sessismo e misoginia.
Per questa via le donne possono, in un certo senso, farsi custodi della parola.
Possono, perché non c’è inimicizia tra donne e parola, perché le donne più di altri conoscono il peso dell’esperienza muta e forse più di altri portano dentro di sé, come intatta risorsa, lo stupore della prima parola.

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30rosenberg-superjumbo-v2.900x600Walter Trier, L’Europa prima della prima guerra mondiale

 

27. l’horror vacui che impediva al cartografo rinascimentale di lasciare incompiuta la propria rappresentazione del mondo dove cessavano le sue conoscenze …

… l’horror vacui che impediva al cartografo rinascimentale di lasciare incompiuta la propria rappresentazione del mondo dove cessavano le sue conoscenze, la consapevolezza (sapientemente mascherata) della falsità (da nascondere accuratamente) di ogni rappresentazione antropocentrica del mondo …

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Renato Nicolini, Presentazione, in Hic sunt leones. Geografia fantastica e viaggi straordinari, a cura di Omar Calabrese, Renato Giovannoli, Isabella Pizzini, Electa 1983, p. 8 (catalogo della mostra tenutasi a Roma)

Perché rivisitiamo la geografia immaginaria delle prime rappresentazioni del mondo? E perché colleghiamo quella (ingenua?) ambizione alla totalità della geografia immaginaria della letteratura, alla pianta dell’Isola del Tesoro su cui Stevenson compose il romanzo quasi di getto e la cui ricostruzione (dopo lo smarrimento dell’originale in tipografia) lo impegnò per più di un anno?
Ciò che ci spinge non è evidentemente più l’horror vacui che impediva al cartografo rinascimentale di lasciare incompiuta la propria rappresentazione del mondo dove cessavano le sue conoscenze, la consapevolezza (sapientemente mascherata) della falsità (da nascondere accuratamente) di ogni rappresentazione antropocentrica del mondo. Che la conoscenza non sia innata nell’uomo, che non sia l’uomo la ragione della conoscenza, lo abbiamo appreso dalla nascita -tagliente come una ghigliottina- della ragione borghese, dalla fredda coscienza della realtà della morte. Ci muove una ragione esattamente opposta a quella dei nostri antenati atteggiati sapientemente nel cerchio e nel quadrato dei trattati del Cesariano a misura del mondo (ma forse qualche continuità c’è, se è vero, come penso, che quei nostri antenati erano in maschera, e che, sotto la lucente compiutezza del Rinascimento, scorgiamo la fantastica incompiutezza di un Antirinascimento che è lo stesso periodo storico visto con occhi diversi): non la necessità di celare l’impossibilità della conoscenza totale oggettiva, ma il piacere della falsificazione.
Dovrei forse dire l’etica della falsificazione. Robert Musil, in un brano dell’Uomo senza qualità che non ho né pazienza né tempo di ricercare, ci mette in guardia contro l’uso dell’aggettivo “vero”.
La “vera” conoscenza: quale assurdo! come è evidente il senso retorico, di falsa persuasione, di trucco consolatorio, di quell’aggettivo. Se è solo attraverso la soggettività che possiamo conoscere il mondo, i termini di “vero” e di “falso” perdono il loro significato tradizionale. Ciò che è “vero” è solo ciò che non è stato ancora falsificato, dunque ciò che è rimasto immobile, relitto di altre epoche, di altre morali.
Contro il “vero” dobbiamo ammettere il possibile, la scienza -che è sempre ipotesi, da verificare o falsificare-, la realtà dell’immaginazione. Dunque non dobbiamo conformarci  all’ “ideale” del vero: ma essere veri nel nostro comportamento, con tutta la soggettività, la problematicità e l’ipoteticità che gli sono connesse.
Dobbiamo dunque ammettere -ultima conclusione nel nostro territorio della falsificazione, lì dove “sunt leones”- che sia questo l’unico viaggio possibile?

 

 

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La Via Lattea, la nostra galassia, vista dal satellite Gaia (ESA/Gaia/DPAC)
L’Agenzia Spaziale Europea ha diffuso la più dettagliata mappa mai realizzata della Via Lattea, la nostra galassia, con l’osservazione di oltre 1,7 miliardi di stelle. È stata realizzata dal satellite Gaia, dal 2013 in orbita a grande distanza dalla Terra. I dati saranno la base di molte delle prossime scoperte sulla formazione della galassia e su come si è evoluta nel corso di miliardi di anni. Dopo 22 mesi passati a raccogliere informazioni su ciò che abbiamo intorno, Gaia ha reso possibile la costruzione di una mappa tridimensionale di grandi porzioni della Via Lattea, che mostra anche come si muovono 1,3 miliardi di stelle, un risultato mai ottenuto prima con questi livelli di precisione.

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Mappa del cielo alle alte energie, costruita utilizzando quattro anni di osservazioni del telescopio spaziale Fermi. I punti verdi indicano le posizioni dei 150 blazar usati nella ricerca sul fondo luminoso extragalattico pubblicata su <i>Science</i>.
Cortesia: NASA / DOE / Fermi LAT Collaboration

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https://ms.wikipedia.org/wiki/Mappa_mundi

26. esperti/e?

ATTILIO BRILLI, Dove finiscono le mappe. Storie di esplorazione e di conquista, Il Mulino, 2012 (p. 73)
Nell’affrontare l’ignoto, spingendosi là dove finiscono le mappe, l’audacia, la perseveranza e un aggiornato sapere cosmografico e cartografico erano doti, qualità e saperi del navigatore che non potevano prescindere da una pratica e da un senso del mare fuori del comune. Questo traspare da un impareggiabile bozzetto per mano del mercante savonese Michele da Cuneo in cui Colombo viene ritratto all’apice della carriera:
Ma una cosa voglio io ben che sapiate, che, al mio poco vedere, poiché Genoa è Genoa, non è nato uno omo tanto magnanimo e acuto del facto de navicare come il dicto signor armirante; perciò che, navicando, solum a vedere una nuvola o una stella di nocte, indicava quello dovea sequire e se essere dovea mal tempo; lui  proprio comandava e staxeva il temone; e poi che la fortuna era passata, lui alzava le velle, e li altri dormiano.

 

Ah, le mappe. Che belle sorprese riservano.
Per esempio, capita non soltanto che tu hai un vuoto sulla tua bella mappina disegnata e invece nella realtà vai a sbattere la testona contro un albero o, viceversa, sulla mappa hai un albero e là fuori è il vuoto; capita anche che sulla tua mappa hai disegnata una cosa e nella realtà c’è un’altra, differente, spesso proprio opposta a quella segnalata.
Come mai? Beh, qui l’Interpretazione si è sfogata ben bene. Povera! L’Interpretazione, intendo. Magari l’hai costretta per giorni e giorni a starsene buona, a fare amicizia con la Descrizione, sì con quella sussiegosa della Descrizione, ché lei si sente bravissima e oggettiva e scientifica: un’amicizia difficile, lo hai constatato diverse volte. Eccole là: e  l’Interpretazione che sfida la Descrizione apoditticando che si può solo interpretare interpretare interpretare; e la Descrizione che sfida l’Interpretazione a suon di Nietzsche: “Ogni parola è un pregiudizio” e che, con sguardo altero rivolto all’Interpretazione, sfoggia la Deissi come fosse un gioiello di magica marca d’obiettività. E tu naufraghi con loro nell’immensità di questo mondo.
Fermati.
Respira.
Rilassati.
Non ne esci –almeno in parte- finché non comprendi i valori, i presupposti con cui costruisci la tua mappa bella. Fai un bel Salto Meta. Non è detto che basti; sì, può darsi che tu sia una di quelle persone che ha bisogno di un salto solo, per una Terza- Quarta Posizione (percettiva, non del kamasutra … ma poi c’è tanta differenza:-) ???); però ricordati che il mondo è pieno di Soggetti-Umani che hanno bisogno di numerosi Altri Salti prima di poter accedere a un chicchessia e qualsivoglia e qualunque Salto Meta. E che anche tu potresti avere bisogno di qualche Saltino Di Aiuto in qualche punto della tua mappa. Ricordati, lo abbiamo già detto, bisogna diversificare, pluralizzare, tu non puoi avere identici comportamenti in contesti diversi: pensa che accadrebbe se a tavola facessi i gesti che necessitano invece al bagno, e così via.
Pensa che buffo sarebbe. Pensa che buffo che è, non “sarebbe”; eh, sì, perché accade; accade che agiamo in modi stranucci, mica siamo completamente evoluti consapevolizzati risorti paradisizzati, eh no!
Esempi? Tutte le nostre vite sono esempi di questi nostri modi stranucci! Eccoti qualcosa. Qualcosa di sfrugugliante, spero; si tratta di rapporti tra uomo e donna … io direi persone, ma così è più sfrugugliante … forse …
Dunque, dicevamo.
Nella tua mappa c’è un/a lui/lei. Ci mettiamo le persone perché gli alberi e gli animali sono più coerenti: i gatti fanno i gatti, le rondini fanno le rondini, gli ulivi fanno gli ulivi, i castagni fanno i castagni; mai visto un ulivo che fa la quercia o desidera comportarsi come un acero; mai sentito un gatto nitrire o atteggiarsi a pettirosso … mai. Noi sì, l’erba del vicino è sempre più verde ecc.ecc.
Dunque, un esempio, dicevamo.
Eccolo.
Tu sei stanco/a di certi comportamenti di lui/lei; stanco/a perché negli ultimi tempi qualcosa lo/la affligge-innervosisce- fa arrabbiare e tutto ciò lo riversa su di te nella forma di distanza, di parole offensive, e così via, le cose che sappiamo.
Tu sei stanco/a –e anche sorpreso/a- di tutto ciò: sulla tua mappa avevi disegnato prati verdi e cieli sereni e ti trovi invece sotto temporali e terreni fangosi, e scivoli, cadi ti fai male e diventi triste e ne parli con lui/lei e lui/lei continua come niente fosse e tu riparli e lui/lei continua imperterrito/a; e allora (un allora che è un poi, molto poi, troppo poi) ti arrabbi a tal punto che a un dato momento ti scansi, ti siedi ti fermi e stai in silenzio per un po’: per non esplodere in modo scomposto, per non bisticciare, per non  offendere lui/lei, perché intuisci che c’è qualcosa e aspetti che ‘sto qualcosa ti venga condiviso da lui/lei. Poco tempo, una manciata d’ore in cui ti eclissi, ti rendi irraggiungibile anche dal raggio laser e dal razzo missile di Ufo Robot. Respiri, ti rilassi, respiri, respiri, ti rilassi, fai autocritica, ti rilassi, fai anche un po’ di critica a lui/lei, respiri, rifai autocritica, rifai autocritica, e poi riemergi e ti riconnetti col mondo avendo intatte le stesse domande di quando ti sei appartato/a.
Perché …
Perché a quelle domande potrebbe rispondere solo lui/lei. Potrebbe, e tu, speranzoso/a, ti metti in attesa che lui/lei -perché lo avrà capito, pensi, che o sei arrabbiato/a o sei triste o sei smarrito/a o qualsiasi cosa tu sia che esce dal normale modo tuo di relazionarti con lui/lei e poi perché è un tuo modo di fare che lui/lei già conosce- dicevamo, in attesa che lui/lei ti ripeschi dall’opacità dove ti trovi e ti illumini del suo immenso significato profondo e apparentemente traducibile finora solo in modo offensivo per te.
Riemergi, quindi.
E trovi il deserto.
Lui/lei non c’è più.
Ti metti in attesa, sì, come se fossi una chiamata che è meno prioritaria di un’altra.
Aspetti. Aspetti. Silenzio.
Dopo un tempo da te percepito come un’era geologica – trascorso in ansia, piangendo, non mangiando, dimagrendo, sussultando, boccheggiando, invecchiando, delirando (le diverse azioni in -ando dipendono dal tuo carattere, dalla tua storia, ecc. ecc.)- ti distendi a terra come un tappetino bisognoso di briciole sassetti pezzetti di fango secco e telefoni-scriviunamail-mandiunsms e sei fortunato/a se ricevi una delle risposte-tipo già depositate alla SIAE, da utilizzare per queste occasioni: è finita, scusa non volermene, è meglio così, non voglio farti del male, mi sono sentito/a abbandonato/a, ecc. ecc.: cioè tutte quelle frasi dove sembrano aleggiare tristezza destino fatalità la-saggezza-di-lui/lei e che sottendono, ma nemmeno tanto sotto, che la colpa è tua che sei quello/a che ha lasciato.
Ecco.
Se tu fossi su un pero, cadresti giù e confermeresti il detto, ché pare brutto smentire la saggezza popolare.
Ma non sei su un pero, sei nella tua vita, e cadi giù da tutto.
La mappettina bella del tuo rapporto di coppia si sbriciola e i pezzettini, come neve, cadono sul quel territorio che, ora è evidentissimo, tu non hai osservato, né conosciuto.
Praticamente vi siete lasciati senza che nessuno lasciasse? Lui/lei ha approfittato del tuo silenzio per realizzare un suo piano già pensato? Si è dileguato/a pure facendo un po’ l’offeso/a e lasciando a te quell’elegante filino di senso di responsabilità colposa? Tornerà? C’è un altro-c’è un’altra? Qualcuno ha operato contro di voi e voi ci siete cascati e senza saperlo?
Tu inizi a porti una serie di domande, le stesse che ti eri posto/a prima di chiuderti a prendere fiato, con la differenza che prima avevi una certezza di risposta e adesso hai una certezza di silenzio.
Dove sei? E dov’è lui/lei?
Sulla tua mappa eravate disegnati entrambi in modo molto carino, e vi parlavate e vi spiegavate le cose che non capivate. Avevi disegnato bene? Avevi visto il territorio e riportato tutti i dettagli di quell’angolino di mondo? Cosa ti ha guidato nel fare quel disegno di voi? Quali convinzioni? Quali presupposti? Quali cancellazioni e negazioni? Quali occhiali avevi per offuscare la lettura degli eventi e quindi per disegnare una mappa fasulla? Troisi docet: Pensavo fosse amore invece era un calesse. E chi ti ha autorizzato a pensare che fosse amore?
Così.
Così tu (lui o lei che tu sia) naufraghi giorno dopo giorno alla ricerca della balena bianca che ti ucciderà: non era amore, era un calesse; e tu non sei Ismaele, stavolta ti è toccato di interpretare il personaggio che non ce la fa.
Ripensa a come hai costruito quella tua mappa, mentre affondi tra i gorghi del dolore; e perché hai cercato quella sfida e quella sconfitta. Pensaci, prima di ridisegnare un altro calesse.
Mentre. Prima.
Quando.
Dove.
Chi.
Nell’affrontare l’ignoto, spingendosi là dove finiscono le mappe, l’audacia, la perseveranza e un aggiornato sapere cosmografico e cartografico sono doti, qualità e saperi del navigatore che non possono prescindere da una pratica e da un senso del mare fuori del comune.

lui lei trasp fiume

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lei trasparente capelli

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pianeta con tre soli

http://www.nationalgeographic.it/scienza/spazio/2016/07/08/news/pianeta_con_tre_soli-3155338/

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antarctica-76648__340Carta geografica dell’Antartide, 1912

25. “che ci importa del mondo”

Io sono sedotta dall’essenza,
la forma arriverà da sola.
Marina Cvetaeva

“Come, io poeta ovvero persona dell’essenza delle cose,
potrei farmi sedurre dalla forma?
Io sono sedotta dall’essenza, la forma arriverà da sola. 

E arriva… La forma richiesta dalla data situazione, accolta da me sillaba dopo sillaba… No, sono sedotta dall’essenza, poi incarno. Ecco il poeta.
E incarno (qui è già questione di forma) il più possibile l’essenziale.
L’essenza è appunto la forma – un bambino non può nascere altro!

La graduale manifestazione degli elementi –
ecco la crescita dell’uomo e la crescita dell’opera creativa”.
“Il poeta – da lontano comincia il discorso;
del poeta – lontano porta il discorso”.
Marina Cvetaeva, Poesie, Feltrinelli 1998
parole citate nell’introduzione di Pietro A. Zveteremich
 il cervello aggiorna le sue mappeRappresentazione dell’attività della struttura del cervello chiamata locus coeruleus, cruciale per ricordare i nuovi luoghi (fonte: Akiko Wagatsuma, Tonegawa Lab) (Copyright ANSA/Ansa)

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sala delmappamondoSala del Mappamondo 1573-1575, Palazzo Farnese, Caprarola, Viterbo

 

24. “e quale sapore nuovo abbia l’universo”: mappamare, alterar-sé; cosa indirizza-guida l’arricchimento delle mappe?

COME CAMBIANO LE MAPPE?
CON QUALI CRITERI VIENE INDIRIZZATO IL CAMBIAMENTO?

macro-foglie-trasparenti

Marica Milanesi, Terra incognita, in Hic Sunt Leones. Geografia fantastica e viaggi straordinari, a cura di Omar Calabrese, Renato Giovannoli, Isabella Pezzini, Electa 1983 , pp. 11-14 (catalogo della mostra tenutasi a Roma)

Fino all’invenzione dei metodi scientifici di rilevazione astronomica e topografica (XVI-XVIII secolo), la rappresentazione dell’orbe terrestre è stata una rappresentazione congetturale. La sfericità della terra, acquisita dalla scienza classica e accettata senza troppo riserve dalle età seguenti, fu verificata per la prima volta soltanto nel 1533, quando la Victoria, l’unica superstite delle navi di Magellano, ebbe fatto ritorno a Siviglia, dopo aver circumnavigato il globo terrestre da oriente verso occidente; ma nemmeno l’impresa della Victoria poteva, per esempio, smentire l’ipotesi di Cristoforo Colombo, seondo il quale la terra era circumnavigabile, sì, ma piriforme, con la protuberanza collocata nella zona dell’odierno Venezuela. La stessa convinzione che la terra fosse sferica non garantiva poi che l’uomo potesse percorrerla, o abitarla, tutta: ragionando in termini non aristotelici, anche coloro che credevano nella sfera terrestre tendevano a considerarla alla stessa stregua di una superficie piana, con dei confini occidentali e orientali, con un alto e un basso, da cui si potesse “cadere”, sulla quale si potesse (o meglio, non si potesse), camminare a testa in giù.
Le rappresentazioni della terra, anche per coloro che la consideravano, in astratto, una sfera, erano piane; il primo globo di cui siamo a conoscenza risale alla fine del XV secolo. E, rappresentata in piano, la terra delle mappae mundi o delle carte nautiche medievali si accordava molto bene sia con l’esperienza immediata, col piano orizzontale sul quale l’uomo ha la sensazione di posare i piedi, sia con quella tradizione religiosa che, discendendo dalla Bibbia, faceva della terra un disco piatto sospeso fra le acque del cielo e quelle sotterranee. Benché la Bibbia costituisse, nella gerarchia ideologica medievale, la principale delle fonti per ogni genere di conoscenze, in campo cosmografico essa subì la forte concorrenza della cosmografia pagana, soprattutto nel Basso Medioevo; non mancò invece nell’Alto  Medioevo chi accettò alla lettera il dettato biblico.
[…]
La forma dell’Ecumene, tuttavia, non era stabilita da nessuno: fu oggetto anch’essa, dunque, di congettura. Predominò una sua rappresentazione circolare; ma fu possibile, con altrettanta legittimità, disegnarla in forma allungata da ovest a est. Fino al XIV secolo i punti fermi furono: un estremo confine occidentale rappresentato dalle colonne d’Ercole; un estremo confine orientale, rappresentato dall’India. I confini settentrionali e meridionali erano molto meno definiti.
[…]
Fino al XIV secolo, dunque, la geografia romana e la Bibbia diedero forma alla terra e ne popolarono la superficie. Sui territori tracciati sulla base dell’autorità dei testi  e della congettura, furono collocati località e fenomeni che avevano la stessa origine. Località e fenomeni: poiché una carta medievale non è una carta geografica, quale noi la intendiamo, e nemmeno una carta tematica (che sulla base della sottostante rappresentazione geografica descrive la localizzazione, o il variare del tempo, di un singolo fenomeno). Essa è un trattato, una descrizione della terra in cui sui simboli (quelli di città, o di fiume, o di montagna) predominano i disegni (di popoli, di animali, di monumenti) e i cartigli, cioè le spiegazioni scritte. E’ una descrizione della terra che, secondo la tradizione classica, comprende una parte corografica e una di geografia degli animali e delle piante, ma è soprattutto dedicata a popoli, al loro aspetto fisico, alla loro storia ed economia, ai loro usi e costumi.
[…]
Non furono neppure le scoperte geografiche del XV e XVI secolo a eliminare l’elemento congetturale dalla cosmografia e dalla cartografia. Certo, a partire dal XVI secolo per quanto riguarda il Mediterraneo e l’Europa, e a partire dalla seconda metà del XV secolo per quanto riguarda l’Africa, e poi l’Asia, il profilo dei continenti aveva cominciato a disegnarsi con grande precisione nelle carte nautiche, costruite non in base alla tradizione, ma in base ai rilevamenti fatti con la bussola e al calcolo delle distanze. Ma nulla poteva sostituire la tradizione, per le parti della terra in cui gli europei non avevano ancora navigato.
[…]
Nel XV secolo, dunque, la cartografia conosce il suo momento di maggiore confusione. Le mappae mundi –quando non si rifanno, senza problemi, ai modelli medievali di origine classica (come la carta di Velletri)- presentano l’esattissimo Mediterraneo delle carte nautiche; i goffi profili antichi del resto dell’ecumene, in qualche caso arricchiti dalle prime notizie date dai Portoghesi sulle coste occidentali dell’Africa (fra’ Mauro); e, quando non accettano l’ipotesi tolemaica di una congiunzione fra Asia e Africa a latitudini subequatoriali (terra australe incognita), esitano sulle dimensioni e sulla navigabilità del mare che separa i due continenti. Né accennano a scomparire i mostri  e le meraviglie delle carte antiche.  Il Paradiso Terrestre è sempre in Estremo Oriente; il Prete Gianni si limita a trasferirsi dall’Asia all’Etiopia; i mostri coabitano con gli uomini; nelle mappae mundi quattrocentesche, anzi, essi frequentano soprattutto le zone accessibili all’uomo, si sottopongono alle leggi di natura -si avviano insomma a divenire, da simboli dell’ultramondano, mere curiosità naturalistiche. Si prepara così la loro repentina scomparsa dalle carte -che si realizza nel Cinquecento- e il loro trasmigrare nei trattati di storia naturale e nelle teralogie.
Dopo il 1492, la comparsa sulle carte delle terre a occidente dell’Atlantico propone un nuovo problema, apre il via a nuove congetture.
[…]
Ipotesi e tradizioni antiche e speranze moderne  si rispecchiano nelle rappresentazioni  dei cartografi. Ogni terra avvistata nei mari australi può far parte del continente meridionale, ogni isola a nord del Giappone può essere il ponte terrestre fra l’Asia e l’America. Se il XVI secolo ha tracciato sulle carte, a grandi linee, le principali masse continentali, tocca al  XVII e al XVIII secolo, particolare per particolare, congettura per congettura, disegnarne gli esatti profili.
Né soltanto il profilo dei continenti impone congetture ai cartografi: non basterà  il XIX secolo per risolvere gli enigmi posti dall’interno delle masse continentali. Ricostruire la rete fluviale fluviale africana fino alle scoperte di Lander (1830), di Speke (1857-1860), di Livingstone (1849-1873), di Stanley (ultimo trentennio dell’Ottocento), significò doversi destreggiare fra notizie sparse e contraddittorie e una tradizione che risaliva al mondo classico. I sistemi dell’Orinoco e del Rio delle Amazzoni diedero da fare ai cartografi fino al primo ventennio dell’Ottocento. Solo nel XVI secolo, del resto, erano scomparsi dalle carte i monti Rifei e Iperborei, che secondo la tradizione greca movimentavano le  pianure della Russia settentrionale. Anche in epoche molto vicine a noi, insomma, la cartografia ha mantenuto caratteri congetturali. E anche oggi, se pensiamo alla possibilità di manipolazione di strumenti apparentemente  imparziali come il calcolo matematico o la fotografia, alla arbitrarietà dei punti di vista di scelti per considerare i fenomeni, possiamo sottrarci all’impressione che anche la cartografia moderna si presenti -in qualche misura- come congetturale.

Francesco Guccini, Vorrei

Ivano Fossati, Mio fratello che guardi il mondo

Zucchero, Ahum

 

Si è contenti di non conoscere se stessi,
perchè niente più di questo disturba il roseo bagliore delle illusioni.
Piuttosto che mettersi a confronto con i propri lati oscuri, si preferisce accontentarsi dell’illusione della propria rettitudine morale.
C. G. Jung

“Osserva!”, e così dicendo Oraste srotolò davanti agli occhi dello straniero una mappa artisticamente tracciata su una pelle di pecora.
Xaltotun fece per esaminarla, ma subito scosse il capo, confuso.
“Gli stessi connotati della terra sono cambiati.
Sembra un oggetto familiare visto in sogno , distorto dalla fantasia.”
“Certo”, gli rispose Oraste, e seguì con il dito la mappa. “Qui c’è Belvero, capitale della  Nemedia, dove ci troviamo. I confini della Nemedia passano qui, e a sud e a sud-est quelli di Ophir e Corinthia; la Britinia è a est, l’Aquilonia a ovest”.
“E’ la mappa di un mondo che non conosco”, disse Xaltotun in tono blando,
ma Oraste non poté fare a meno di notare
la livida vampata di odio che era brillata negli occhi neri.
“E’ una mappa che ci aiuterai a cambiare”.
R. E. Howard, Conan il Conquistatore

… ho visto che l’amore cambia il modo di guardare ….
Ligabue, Atto di fede

 

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1280px-Kunyu_Wanguo_Quantu_(坤輿萬國全圖)

Kunyu Wanguo Quantu (Una mappa dei diecimila Paesi del mondo), 1602
stampata da Matteo Ricci su richiesta dell’imperatore Wanli
https://it.wikipedia.org/wiki/Carta_geografica_completa_di_tutti_i_regni_del_mondo

23. mappamondi: “esempio di fonti non-verbali di un sapere socialmente condiviso”

GENNARO CASSIANI, Le due spherae della Biblioteca Vallicelliana. Per una ‘biografia’ di due oggetti di scienza di fine Cinquecento, in Accademie e Biblioteche d’Italia. Trimestrale di cultura delle biblioteche e delle istituzioni culturali, MIBACT, 1-4/2017, pp. 14-25

“Perdurò in Italia, per tutto il secolo XVI, l’uso dei globi manoscritti” – scrive Mattero Fiorini (1827-1901). Ciò si dovette – prosegue l’insigne studioso piemontese, che fu docente per oltre un quarantennio di geodesia teoretica presso l’Università di Bologna- sia “all’invalsa abitudine”, sia al fatto che, “meglio degl’impressi”, essi “si prestavano ad essere artisticamente lavorati, sia, infine, perché, in grazia delle maggiori dimensioni che loro si potevano dare, si otteneva più chiara la rappresentazione de’ mari e dei continenti”.
Un accurato restauro condotto dallo Studio P. Crisostomi ha recentemente restituito solidità strutturale e degni cromatismi alle due splendide sfere (terrestre e celeste) in serbo presso la Biblioteca Valicelliana, erede della raccolta libraria della casa oratoriana romana. I due “oggetti di scienza”, ben riconoscibili come un esempio di fonti non-verbali di un sapere socialmente condiviso, si possono oggi ammirare nella sala studio dell’Istituto.
[…]
Nelle pagine seguenti, ho raccolto i risultati di una ricerca dedicata a tentare di fare un po’ di luce sull’oscura “biografia” di queste due spherae realizzate in “carta pesta, internamente vuote e coperte di mastice, su cui si è disegnato e scritto, essendovi tracciati per incavo i diversi circoli”.

Biblioteca Vallicelliana, globo celeste, ultimo decennio '500. E' fra i più antichi in Europa

[…]
chi scrive ha rivolto l’attenzione a quella terrestre, sulla quale l’autore non ha meno esercitato la propria abilità di illustratore, corredandola di accurate iconografie attinte al repertorio di motivi mitologici e letterari condiviso. Vi fa spicco Nettuno che emerge dalle profondità dell’oceano col tridente in pugno e alla guida della sua biga trainata da cavalli bianchi dagli zoccoli di bronzo. Non manca poi un richiamo al carteggio del dio del mare e dei terremoti. Una sirena è intenta a contemplare allo specchio le proprie fattezze seducenti e una coppia di nereidi solca le onde sul dorso di altrettante creature degli abissi. Ma le fabulae degli antichi non appaiono la fonte d’ispirazione esclusiva dell’autore del mappamondo. L’altra, non meno importante, è la fiorente letteratura delle esplorazioni, a sua volta d’impulso all’adeguamento –avvenuto con una tendenza tutt’altro che repentina – dell’immaginario geografico di tradizione medievale. Ecco, dunque, possenti galeoni che sfidano i venti e le tempeste; sperimentano nuove rotte; fanno la spola tra le coste del vecchio e del nuovo continente; trasportano uomini e merci, estremi culturali e batteri. Ecco il regno etiope del “presbite Ioanes [sic]”; l’esotica “Sipango” e la “Gigantum regio” (la Patagonia: “hic Magellanus gigantes inventi”). Ecco i confini indeterminati dell’Antartide (“Ulterius haec terra incognita est”) e i “crudelissimi antropofagi amazzonici” raffigurati a caccia con l’arco; intenti a fare a pezzi le loro prede a colpi di macete e,infine, impegnati a cuocerle allo spiedo a fuoco lento.
[…]
Il primo testo che cattura l’attenzione è dedicato a celebrare la scoperta americana e a rendere merito alle imprese di Magellano e di Gaspar Corte-Real.

Plures ante nos geographhi tradiderunt novas has isols ob immensam magnitudinem continentis esse partem ac cum Asia coniunctas. Verum hos esse deceptos fuisse declarat navigatio Magellani per strictum sive fretu antarcticum ad insulsa usque Molucas cum etiam Gasparis Corterrealis profectio ab insulsi Molucis versus Septentrionem circuì Indiam Orientalem qui cum nusquam compererint orientalem Indiam cum America sive cum novo orboe coniungi neque veterum historiae unquam tale quippiam tradiderint vedendum est novas has regiones insulae in marem undique dividi oceano ac ab aliis continentis partibus se iungi.

L’America del Nord, che sul globo terrestre di Mercatore (1541) è denominata “Hispania maior capta 1530”, sulla sfera vallicelliana appare coniugata al nome dell’esploratore, governatore di Panico e conquistatore del Messico occidentale Nuno Beltran de Guzman (1490-1554): “Hispania maior a Nunno Gusmano deviata an[no] 1530”.
La rappresentazione della regione artica si presenta”singolare”. L’Asia prolunga le sue propaggini sino alla Groenlandia e quest’ultima , dopo essersi estesa a Nord dell’Europa, si congiunge al continente asiatico all’altezza dell’arcipelago della Novaja Zemlja, racchiudendo tutto il Mare Glaciale Artico.
Procedendo nell’osservazione, tra l’Asia e l’America settentrionale, si incontra il testo: “Transitus iste an severa sit non dum constat”. All’estremità del Labrador, con un chiaro riferimento alle esplorazioni condotte nei primissimi anni  del XVI secolo dai fratelli Gaspar e Miguel Corte –Real, si legge invece: “Fretum Articum per quod Lusitani ad Molucas et ad Orientem navigare conati sunt”.
Non poco interessante è la descrizione della penisola del Labrador definita “Terra per Brittanos inventa”, alludendo alle imprese di Giovanni e Sebastiano Caboto e a quelle di Martin Frobisher , il quale, tra il 1576 e il 1578, guidò tre spedizioni verso quelle remote latitudini.
Poco più in alto, ci si imbatte in un’iscrizione che rende possibile dedurre il termine post quem il mappamondo vallicelliano poté essere realizzato. L’annotazione è posizionata all’estremità del Labrador e recita” Quii [sic] popoli ad Ioannes David pervenit”, evocando le popolazioni con le quali l’inglese John Davis (1550-1606) entrò in contatto nel corso delle tre navigazioni da lui condotte, tra il 1585 e il 1587, alla ricerca del passaggio a Nord-Ovest verso l’Oriente. “Basta ciò a dimostrare – osservò Fiorini- che la sfera […] non è anteriore al 1588 e che probabilmente spetta all’ultimo decennio del Cinquecento.” Sulla questione avrò modo di tornar più oltre.[…]
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condivisioni di senso non-verbale 🙂
 esserci
Ti Voglio Bene (TVB) oppure Ti Faccio Bene (TFB)?

La differenza è tra il dire e il fare, tra l’uso del linguaggio come sostitutivo della realtà (dire=TVB) o come espressione -seppur consapevolmente limitata- della realtà (fare=TFB). La differenza è che anche la persona a cui dici-scrivi TVB  riconosca il tuo bene, che anche lei possa affermare che tu le vuoi bene.
La persona che riempi con i tuoi TVB può dirti MFB (Mi Fai Bene)?
Può dirti MSR (Mi Stai Rispettando)?
TVB e TFB coincidono, oppure TVB continua ad aleggiare nell’aria
come suono al posto dei gesti, contenitore della lontananza
e stereotipato effluvio di superficiale leggerezza?
E soprattutto, questo TVB potresti anche non soltanto dirlo, per il semplice motivo che lo stai facendo, insomma perché sei lì insieme alla persona e glielo stai dimostrando proprio con la tua presenza e il tuo fare;
perché è la presenza che fa la differenza. 
Sei lì, ogni tanto a dimostrare che TVB è TFB? Altrimenti E’ Fuffa (AE’F) 🙂

sanscritoAlfabeto Devanagari (Sanscrito)

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Hidgen

Mappa Mundi di Hidgen, Abbazia di Ramsey, 1350

 

22. è dura ridisegnare una mappa, ma

Certo, a volte è dura ridisegnare una mappa.
Tu fino a quel momento magari hai una specie di Paradiso Terrestre disegnato sul tuo bel foglio: amore, mari, compassione, cieli azzurri, bontà, prati in fiore, consapevolezza, sorrisi, limen e non limes, mani tese, impegno, ridenti vallate, apertura, montagne innevate e tutte queste cose belle dalle quali ti senti costruito/a. E hai pure letto Jung, che te lo dice in tutte le salse che bisogna integrare l’Ombra, che l’Altro sei tu per primo, e tutte queste cose della psiche, ché poi a volte ti perdi pure in tutti questi viali verdi e fioriti e cieli celesti e canti di cherubini.
E poi a un certo punto -anche a più di un certo punto, a tanti  punti della tua vita- sbam!, scontri con un albero che sulla mappa non c’era, incontri un serpente velenoso, un amico un’amica ti tradisce un marito una moglie, un medico sbaglia una cura, cose così … e devi far conto con i confini entro cui ti sei assestato/a, e devi far conto con la paura che ti blocca, col dolore che ti piega le spalle e ti spezza il cuore e ogni futuro, con il senso di abbandono che ti toglie la voglia di vivere, con i mostri che da sempre hai messo oltre i tuoi confini, oltre le Colonne d’Ercole, lontano irraggiungibili da te. Tornano ferite lontane ad aggrapparsi alle presenti, in un intreccio di stupore dolore solitudine smarrimento. Si aprono le porte del Paradiso Terrestre e davanti ad esse si spalanca il mondo, nella sua complessità di luci e ombre, di bello e brutto, il mondo che chiede di essere amato così com’è, conosciuto così com’è. Il tuo mondo per primo ti chiede questo, la tua vita, te stesso/a. Le tue rappresentazioni cadono in frantumi come fragili specchi in cui la tua immagine viene riflessa all’infinito mentre cerchi di recuperare l’intero che ti sembravi essere, ma sai che non è questa la strada; la mappa si accartoccia ed è portata via dal vento come fosse una palla con cui giocare ed è invece ciò che hai chiamato ‘la mia vita’ fino a quel momento; le tue narrazioni non hanno più trama né ordito né logica né lingua e diventi muto/a fino alle cellule, come fossi tu il lontano orizzonte che guardi, affamato si senso. Ti senti morire.
Sei in un punto del mondo dell’universo che non era disegnato nella tua mappa.

image-2-768x569https://it.wikipedia.org/wiki/Olao_Magno
https://it.wikipedia.org/wiki/Carta_marina

I navigatori impauriti di fronte alle onde alte metri e metri, terrorizzati di fronte ai gorghi, incantati alle epifanie di nuove terre; gli esploratori smarriti tra i ghiacci, nascosti dalle foreste tropicali, fermi davanti a ostacoli insuperabili: instancabili viaggiatori di vita e di morte, anche senza aver letto Jung hanno  narrato Luce e Ombra, le hanno disegnate, le hanno incluse nelle mappe. Sei figlio/a di chi quelle esperienze ti ha raccontato, rendendo piano piano usuale il novum, aiutandoti a completare te stesso/a.

Sei in un punto del mondo dell’universo che non era disegnato nella tua mappa.
E tu torni indietro. Cioè, così sembra. E’ invece un andare avanti su una strada, la stessa, cancellando i bivi, altri sentieri, le autostrade, le mulattiere, ogni via altra.
Non disegni il nuovo, la mappa non si può sciupare.
Preferisci dire che hai sbagliato strada, che ti sei confuso/a, che ti sei smarrito/a e torni indietro.
Magari era dato a te essere l’esploratore/trice di quel nuovo territorio, a te raccontarlo agli altri, a te aprire quella via fino a quel momento sconosciuta o negata, e invece torni indietro. La tua bella mappa disegnata non si può cambiare: la dignità la responsabilità il dolore lo sconcerto lo stupore sussiegoso diventano i sicuri nascondigli delle tue paure. Scompaiono con il tratto della tua spugna bagnata di prode viltà tutte le cose che hai visto, vissuto, sperimentato: ombra degli alberi, piogge rinfrescanti, fiumi turbolenti, persone che hai frequentato; insieme alle esperienze del dolore c’erano sorrisi, ma non li ricordi e non li vuoi vedere … luci e ombre, ma rimane l’ombra, l’ombra però negata cancellata umiliata calpestata, e tutto è travolto da ciò che avevi messo fuori dal Giardino Terrestre.

Certo, è difficile ridisegnare una mappa se non sei un viaggiatore/una viaggiatrice, se non sei un esploratore/un’esploratrice del mondo,  ma sei invece un conservatore/una conservatrice di mappe, e la tua vita non è un viaggio, è un un continuo fermarti- non sostare- fermarti, ritrarti, indietreggiare.
Stiano ferme di là oltre il confine, cose persone esperienze che hai vissuto; se ne vadano, sono mostri, tornino ombre tra le ombre, tu sei luce.
Luce che grida la sua incompletezza, Luce che anela l ‘Ombra, ma non lo vuoi sapere. Mappa sempre più muta, sempre più inutile.
Certo, è difficile ridisegnare una mappa, ma questo è Il Compito.

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pietro-vesconte-1321Petrus Vesconte, Mappa del mondo
https://it.wikipedia.org/wiki/Petrus_Vesconte

 

la creazione del mondo, Giusto de' menabuoi, c. 1376, Battistero del Duomo, PadovaGiusto de’ Menabuoi, Creazione del Mondo 1375-1376,
Battistero Duomo di Padova

21. elementi per aggiornare le nostre mappe del mondo: anche chiedere e pregare è partecipare, è relazione, è alterar-sé

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PER UNA AUTOBIOGRAFIA RESPONSABILE E PARTECIPANTE:
IL SOGGETTO “IO” NELLE PREGHIERE E NELLE RICHIESTE
Oggi, secondo il calendario cristiano, è la festa dell’Angelo Custode e, dal 2005 secondo lo stato italiano, è la festa dei nonni. Due figure, l’Angelo Custode e i nonni, che amo molto, perché hanno a che fare con la saggezza e la protezione.
Le splendide, poderose parole della preghiera all’Angelo Custode possono essere descrittive, secondo me, anche dei comportamenti delle persone che amano.
Eccole, le bellissime parole che sono invocazioni all’Angelo Custode: Angelo di Dio, che sei il mio CUSTODE, ILLUMINA, CUSTODISCI, REGGI, GOVERNA ME, che ti fui AFFIDATO dalla PIETA’ celeste. Amen.
E ora proviamo a mettere il soggetto “io” a quelle azioni … che bella guida per il viaggio della vita, vero?
In famiglia, al lavoro, dovunque, qualcuno (una divinità) o qualcosa più grande di me e di cui faccio parte (la vita, …) MI COINVOLGE in un atto e di responsabilità personale e collettivo dove IO PARTECIPO vivendo come CUSTODE del Tutto, dove io illumino, io custodisco, io reggo, io governo ciò che mi è stato affidato, me compreso.
… ecco, giusto per ricordare che ciò che speriamo, ciò per cui preghiamo, ciò che desideriamo si realizza anche con i nostri comportamenti. E’ questa una riflessione che dovremmo fare in modo serio perché è molto forte, è scardinante di convinzioni che ci fanno percepire solo come esseri che aspettano tutto dagli altri, come esseri che sanno solo consumare e fare gli spettatori. E’ una riflessione che ci mette di fronte a uno specchio in cui possiamo vedere delle verità e che ci mette in moto, superando tristezze rabbie delusioni. “Io sono” diventa anche “Io ci sono. Eccomi.”.
Gandhi, nato oggi nel 1869, dice: “Se potessimo cambiare noi stessi, cambierebbero anche le tendenze nel mondo. Come un uomo cambia la sua stessa natura, così l’atteggiamento del mondo cambia verso di lui. … Non abbiamo bisogno di aspettare per vedere cosa fanno gli altri.”
E il Vangelo arriva dritto dritto al dunque: Ama il prossimo tuo come te stesso. Cioè, amati. Cioè amati al punto da saperti capace di custodire, illuminare, reggere, governare, avere cura. Di tutto e di te. Cioè, amati al punto da saper amare. Cioè ama al punto da saperti amare.
Se sai amarti sai amare e viceversa. E sai custodire, illuminare, reggere, governare, proteggere chi e cosa ti è affidato. Dovunque. Sempre.
Ecco quindi, ricordiamoci ogni volta che facciamo un qualsiasi tipo di richiesta, o speriamo qualcosa, o aspettiamo e vorremmo che cambiasse qualcosa, di mettere il soggetto io a quelle azioni. Tutto qui.
Auguri, dunque, a ognuno di noi.
Anche chiedere e pregare è partecipare, è relazione, è alterar-sé. E’ vedere altro e farsene alter-are. E’ aggiornare la nostra mappa del mondo.
(2 ottobre 2017)

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La mappa del mondo di Pomponio Mela (I secolo d.C.)
nella ricostruzione di K. Miller (1898)
https://it.wikipedia.org/wiki/Pomponio_Mela

20. “la rappresentazione non deve escludere la scoperta”

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Una geografia critica e libera tende a moltiplicare le metafore e le categorie concettuali, non cerca di vedere il mondo da un unico punto di vista, gli gira intorno sapendo che non lo rappresenta mai tutto e mai definitivamente, che la rappresentazione non deve escludere la scoperta. Tante rappresentazioni diverse possono essere tutte scientificamente fondate purché collegabili con i domini di diverse teorie, tutte in qualche modo falsificabili, mentre non lo è affatto, l’abbiamo visto, la rappresentazione normale, che pretende di essere l’unica vera, o meglio, vera perché unica. Ma mentre la rappresentazione unica ed assoluta è strumento di dominazione, un mondo descritto come una molteplicità possibile di linguaggi, ordini e forme non reciprocamente esclusivi non può essere dominato; può solo essere ascoltato, raccontato, per certi versi ammirato, per altri compatito.

Giuseppe De Matteis,   Le metafore della Terra -Geografia tra mito e scienza, Campi del sapere, Feltrinelli, Milano 1994, p. 164 (il neretto è di navigaria)

 

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In quell’Impero, l’Arte della Cartografia giunse a una tal Perfezione che la Mappa di una sola Provincia occupava tutta una Città, e la Mappa dell’Impero tutta una Provincia. Col tempo, queste Mappe smisurate non bastarono più. I Collegi dei Cartografi fecero una Mappa dell’Impero che aveva l’Immensità dell’ Impero e coincideva perfettamente con esso. Ma le Generazioni Seguenti, meno portate allo Studio della Cartografìa, pensarono che questa Mappa enorme era inutile e non senza Empietà la abbandonarono alle Inclemenze del Sole e degli Inverni. Nei Deserti dell’Ovest sopravvivono lacerate Rovine della Mappa, abitate da Animali e Mendichi; in tutto il Paese non c’è altra Reliquia delle Discipline Geografiche. (da Viajes de Varones Prudentes di Suarez Miranda, libro IV, cap. XIV, Lerida 1658)
Jorge Luis Borges, Del rigore della scienza, in L’artefice (1935, 1954)

Immaginiamo che una porzione del suolo d’Inghilterra sia stata livellata perfettamente, e che in essa un cartografo tracci una mappa d’Inghilterra. L’opera è perfetta. Non c’è particolare del suolo d’Inghilterra, per minimo che sia, che non sia registrato nella mappa; tutto ha lì la sua corrispondenza. La mappa, in tal caso, deve contenere una mappa della mappa, che deve contenere una mappa della mappa della mappa, e così all’infinito’.
Josiah Royce,  The world and the individual , primo volume (1899)

Mein Herr sembrava così meravigliato che pensai bene di cambiare discorso. “Che cosa utile, una mappa tascabile!” Osservai.
“È un’altra delle cose che abbiamo imparato dal vostro paese,” disse Mein Herr; “stendere le mappe; ma noi siamo andati oltre. “Secondo lei quale sarebbe la massima scala utile per le mappe?”
“Cento su mille, un centimetro per chilometro.”
“Solo un centimetro!” Esclamò Mein Herr. “L’abbiamo fatto subito, poi siamo arrivati a dieci metri per chilometro. Poi abbiamo provato cento metri per chilometro. E finalmente abbiamo avuto l’idea grandiosa! Abbiamo realizzato una mappa del paese alla scala di un chilometro per un chilometro!”
“L’avete utilizzata?”
“Non è stata ancora dispiegata,” disse Mein Herr. “I contadini hanno fatto obiezione. Hanno detto che avrebbe coperto tutta la campagna e offuscato la luce del sole. Così adesso usiamo la campagna vera e propria come mappa di se stessa e vi assicuro che funziona ottimamente”.
Lewis Carrol, Sylvie e Bruno (1893)

Dapprima, si accontentò di pubblicare, in piccoli e manchevoli clichés, gli schemi dei gironi infernali, della torre del Purgatorio e dei cieli concentrici, che adornano la pregiata edizione di Dino Provenzal. La sua natura esigente non si considerò, tuttavia, soddisfatta. Il poema dantesco gli sfuggiva! Una seconda illuminazione, alla quale presto sarebbe seguita una laboriosa e lunga pazienza, lo sottrasse a quella passeggera stasi. Il 23 febbraio del 1931 intuì che la descrizione del poema, per essere perfetta, doveva coincidere parola per parola con il poema, come la famosa mappa coincideva punto per punto con l’Impero. Eliminò, dopo mature riflessioni, la prefazione, le note, l’indice e il nome e recapito dell’editore, e dette alle stampe l’opera di Dante.
Jorge Luis Borges e Adolfo Byoi Casares, Cronache di Bustos Domecq (1967)

 

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Oramai non saprò più
cosa di me pensasse A.
Se B. fino all’ultimo non mi abbia perdonato.
Perché C. fingesse che fosse tutto a posto.
Che parte avesse D. nel silenzio di E.
Cosa si aspettasse F., sempre che si aspettasse qualcosa.
Perché G. facesse finta, benché sapesse bene.
Cosa avesse da nascondere H.
Cosa volesse aggiungere I.
Se il fatto che io c’ero, lì accanto,
avesse un qualunque significato
per  J. per K. e il restante alfabeto.
WISLAWA SZIMBORSKA, ABC

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Mappa dell’Impero Romano nel momento della sua massima espansione 117 d. C.

alessandro_magno_imperoMappa dell’impero di Alessandro Magno 324-319 a.C.

 

19. alterar_si: come arricchire la rappresentazione del mondo

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MAI, MAI PIU’, IN NESSUN CASO, PER SEMPRE, IO SONO COSI’, IMPOSSIBILE, E’ SEMPRE STATO COSI’, LE NOSTRE TRADIZIONI, DA UNA VITA, SOLO PASSATO, NON C’E’ ALTRA SCELTA, CHIUSURA, ORGOGLIO, MEDESIMO, UGUALE, COPIARE, UNIFORMARE, SCIMMIOTTARE, PLAGIARE, SCOPIAZZARE, RUBARE,  APPROPRIARSI DI, CONFORMARSI A, SECONDO FINE, PAURA, CHIUSURA, STASI,  …

le gentili mappe alter_abili
COS’ALTRO?, DIFFERENZE, DIVERSIFICAZIONI, NUOVO, ULTERIORE, DISTINTO, PROSSIMO, PRECEDENTE, SEGUENTE, PRESENTE, COSE DIVERSE, PERSONE DIVERSE, IN ALTRO MODO, DIVERSIFICARE, APERTURA, SERENITA’, UMILTA’,  CREARE, INVENTARE, AVERE INTERESSI, APPORTARE, IMMAGINARE, GENERARE, FONDARE, FAR NASCERE, DARE VITA, NUTRIRE, CONCEPIRE, SUSCITARE, RE-SUSCITARE, RICONCILIAR_SE’, CURIOSITA’, APERTURA, MOVIMENTO, …

 

con le mappe inalterabili ci si perde, arriva il momento in cui ci si perde, si “decide” di tornare indietro

con le mappe alterabili si includono nuove strade, montagne prima sconosciute, foreste inesplorate, fiumi abbondanti d’acqua, calmi laghi, estese pianure, radure protette dai boschi … si trova il mondo, ci si trova, si va avanti

https://www.olschki.it/libro/9788822247865

Filastrocca della carta geografica
Carta geografica, mappa dei posti
Scrigno di mille tuoi viaggi nascosti
Prendi la mappa, parti e cammina
Meta lontana, mappa vicina
Fermati e leggi, guarda e procedi
Carta con gli occhi, terra coi piedi
Guarda quei segni, poi guarda fuori
Cerca le cose nel loro paesaggio
Ché se la Terra nasconde tesori
Dentro la mappa è nascosto il tuo viaggio
Bruno Tognolini, Rime di fiaba e realtà, Gallucci 2014

matthew cusick-2Matthew Cusak, Kara’s wave (collage con pezzi di mappe),

11-Michelangelo-Pistoletto-TAVOLO-LOVE-DIFFERENCEMichelangelo Pistoletto, Love difference, Biennale Venezia 2003

10-Sabrina-Mezzaqui-MAPPAMONDOSabina Mezzaqui, Mappamondo, 2009

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utilizzate fino a dopo la seconda guerra mondiale dagli abitanti dell’arcipelago delle Marshall, in Micronesia (oceano Pacifico).
Si tratta di griglie di bastoncini legati tra loro con le conchiglie fissate nei punti giusti: i bastoncini, ricavati dalla nervatura centrale delle foglie di palma, indicano l’andamento del moto ondoso e delle correnti; le conchiglie rappresentano le isole. Furono notate per la prima volta nel 1862 da un missionario e poi studiate da un certo capitano Winkler della marina imperiale tedesca, di stanza nell’atollo di Jaluit.

north-and-south-america-abraham-ortelius-1527-1598-americae-sive-novi-orbis-nova-descriptioAbrahamus Ortelius, Americae Sive Novi Orbis, Nova Descriptio,
in Theatrum Orbis Terrarum (il primo atlante moderno), 1570-1595
http://www.treccani.it/enciclopedia/abramo-ortelio_%28Enciclopedia-Italiana%29/