233. qual è la mappa del tuo Natale? 1) Adventus

  1. ADVENTUS – IL BUIO (e non mi scuso se mi ripeto 🙂 ) COME TEMPO E LUOGO DI ‘VOCAZIONE’ PER TROVARSI E RITROVARSI

Qual è la mappa del tuo Natale?
Come te lo configuri mentalmente?
Come lo realizzi?
Come lo vivi? Come lo rendi visibile agli altri e alle altre? Come e da cosa fai, gli altri e le altre possono capire che per te è Natale?
Vivi il Natale cristiano? Vivi il Natale cristiano unito alle tradizioni nordiche? Vivi il Natale cristiano indotto dal consumismo? Vivi un Natale laico? Vivi un Natale legato a tradizioni religioni o simboliche precedenti il cristianesimo? Vivi un po’ di tutto questo?

Come ogni festa, il Natale è preceduto da un’attesa: la religione cristiana lo chiama “Avvento”. Il termine latino ‘adventus’ significa “venuta”, ma il senso attuale è di ‘attesa della venuta’ del Cristo, ed è un tempo liturgico individuato tra il IV e il VI secolo e instaurato dal VI in poi, anche se la nascita di Gesù fu ufficializzata nel 330 da Costantino nel giorno del 25 dicembre, sovrapponendola a quella del Sole Invictus, e poi definitivamente ratificata nel 337 da Papa Giulio II.

Ma prima di quel giorno?
Il periodo che lo precede? Quello che è l’Avvento per i cristiani.
Prima?
Il Natale è una festa della luce, e lo dimostriamo laicamente con addobbi ogni anno più doviziosi, purtroppo molto finalizzati a muovere sentimenti ed emozioni per poi indirizzarli al consumo spericolato e perverso che caratterizza il periodo natalizio.
Perché, appunto, è diventato ‘periodo natalizio’, un periodo che ogni anno è sempre più anticipato: non solo nei centri commerciali ormai inizia a ottobre.
Ma prima di Natale non è necessariamente periodo natalizio, come non è ‘periodo compleannizio” il periodo prima del compleanno 🙂 , altrimenti, su questo criterio, chi impedisce di rendere ‘periodo natalizio’ tutto l’anno? Ma ‘l’attesa’ è un Tempo sempre più potenziato, anche perché molto proficuo economicamente: pensiamo agli annunci delle uscite di un nuovo prodotto commerciale, cellulare, auto, profumo, gioiello o altro che sia.
Si è instaurata una visione errata, un po’ da ‘Sabato del villaggio’ di leopardiana memoria, dove l’attesa è considerata il periodo migliore: ma assorbe le energie in termini di fuoriuscita dal presente e di proiezione verso un futuro, col rischio -che ormai è certezza- di perdere la percezione del presente e di non viverlo per ciò che è. Somiglia a ciò che per secoli prima di Rousseau si pensava dei fanciulli: non venivano considerati per se stessi, per ciò che erano, ma come piccoli uomini (e non parliamo delle fanciulle!!!).
Si tratta di spostamenti temporali, spaziali, soprattutto psicologici, mentali, sociali.

Invece.
Adventus, dicevano i latini. Se rimango nel presente, è la venuta di cosa?
L’ho già scritto in altri blog, e probabilmente anche su questo negli anni precedenti. Non mi scuso se mi ripeto 🙂
Viene il buio.
Nella nostra esperienza noi avvertiamo, nelle ventiquattro ore giornaliere, la diminuzione della luce solare e l’aumento del buio notturno.
E questo divenne ed è simbolo di passaggi interiori, di possibili cammini d’anima. Giusto, mi sembra.
Si parla del buio dell’anima, e in molti ne sappiamo qualcosa. Ce ne hanno dato descrizione Dante, Boccaccio, Leopardi, Proust, Ciaikovskij, Virginia Woolf e molti altri artisti e personalità creative: in questo senso viene chiamata depressione. Ne parlano credenti, e in questo senso è perdita della fede.
In ogni caso è un momento fecondo, evolutivo: dobbiamo guardare la profondità dell’anima e cercare un senso perduto. Significa che abbiamo un conto in sospeso con la vita e tutto il nostro sistema-persona non vuole più illudersi, ma chiede “la venuta” alla coscienza di ciò che abbiamo rimosso, ferite profonde all’immagine di noi stessi; e per sopravvivere si è creato un vuoto profondo in noi.
Un buio.
Ma sappiamo che il vuoto non è vuoto, bensì  situazione di traboccanti e sorgive potenzialità.
Allo stesso modo il buio non è assenza, cecità; non è mancanza di luce, perché il paragone svilisce sempre l’essenza e l’unicità.
E’ buio e basta. E come tale va vissuto.
E cos’è “il buio e basta”?
Sorridiamo di fronte a chi suggerisce di guardare la luce in fondo al buio, il chiarore in fondo al tunnel, di chi non ha compreso il buio.
Il buio, magnifico regale splendido straordinario stupendo regalo che possiamo fare a noi stessi a agli altr; uno dei più bei regali che possiamo fare a chi amiamo, o ricevere da chi amiamo. Ma questo buio, non quello dell’illusione con la luce in fondo da guardare.
No. Il buio va guardato per ciò che è, nella sua completezza, nel suo grido, nel suo silenzio, nel suo potente parlare, nel suo abbraccio scuro, così scuro da diventare lucente.
E’ questo l’aspetto più interessante, la venuta, l’avvento: il buio che viene, in cui immergersi.
Interrarsi come fa il seme.
Smarrirsi anche senza la certezza del ritrovarsi; ma percorrendo imperterriti i boschi più scuri, scendendo in  ogni  Ade, in ogni inferno , con la ‘vocazione’ a ritrovarsi, come diceva Jung:
“Nelle pieghe del carattere di una persona è presente una vocazione all’unicità, la sua voce è flebile ma persistente”.
Il buio ha un suo linguaggio, ha fascino, ha immagini, ha simboli, ascoltiamo la sua voce senza coprirla con le lucine e le lucione del ‘periodo natalizio’.
Possiamo dialogar con l’immaginazione, che è evolutiva.
Non a caso poi nasce un Bimbo, un Nuovo: Jung diceva che un aspetto essenziale dell’ archetipo del fanciullo è il suo carattere di avvenire. Nasce un Nuovo, che vedremo come tale ad ogni suo passo di crescita, senza coprirlo con immagini falsate di ciò che sarà, ma sapendo che sarà grazie alla nostra vocazione a che sia.

Per adesso, immergiamoci nel buio. Senza mappe, anzi perdendo tutte o molte di quelle disegnate fino a quel momento.
Una cosa fondamentale da imparare, e che il mondo intorno non aiuta a fare.
E questo è da mettere nella nostra mappa-visione del mondo, questo sì: l’esperienza del buio come elemento di ciò che è vocazione  a noi stessi.

Buon buio, se avete letto fin qui.
E anche se non avete letto nemmeno una riga 🙂

mente universo

232. far fiorire dalle rovine: i confini non sono sulle mappe ma in tutto quello che tu chiami “verità”

Non è quello che fai,
è ciò che manifesti
ancora nella quiete del non fare.
La tua sola presenza
lascia un’impronta invisibile
nei mondi sottili
dove il tempo non c’è
nella sfera di nessun orologio.
Non è quello che guardi,
è quello che provano i tuoi occhi guardando.
I confini non sono sulle mappe,
ma in tutto quello
che chiami ′′ verità “.
L ‘ eroicità non è nella lotta,
ma in tutto quello

che tu faccia fiorire dalle rovine.

Ada Luz Márquez – Hermana Águila
p.s.
Ci salutiamo per un po’.
Grazie per le vostre visite
e grazie a chi ha lasciato commenti.
Buon proseguimento a tutti e a tutte.

231. parolacce … a iosa, sorelle

“A testa alta posso guardarti negli occhi
e bucare la tua coscienza
con la mia onestà e con la mia correttezza”

 

gaglioffo, cialtrone, presuntuoso, sciocco, furfante, briccone, ribaldo, buono a nulla, ignorante, goffo, canaglia, farabutto, filibustiere, delinquente, pezzente, balordo, ribaldo, inetto, manigoldo, miserabile, malfattore, imbroglione, disonesto, vile, traditore

Non me ne vogliano  i maschi, ma scrivo questo post per le femmine (Stefano non criticare 🙂 )
Non che non ci siano donne con comportamenti, diciamo, maschili-patriarcali, ma scelgo di far così perché non possiamo non riconoscere che storicamente e socialmente le donne sono state e sono “un filino” vessate.
Certo, sentimenti ed emozioni come cattiveria, invidia, superbia, ira, manipolazione, predazione, senso di potere  albergano nei cuori di entrambi i sessi e ne generano i comportamenti. Per dire, ho ricevuto più cattiverie da donne, anche considerate amiche, che da uomini. E  il mio migliore amico è un uomo.
Ma qui penso ai rapporti di coppia uomo-donna, e (per la millenaria consuetudine vessatoria che, per fortuna e a loro merito, è riconosciuta anche da certi uomini evoluti e onesti) a quanto molto di più i maschi sanno essere  … beh, per completare la frase basta scegliere una parola dall’Elenco all’Inizio del Post, che chiamerò da adesso in poi EIP 🙂 🙂

L’ispirazione mi è venuta ascoltando una parola pronunciata da una persona che ricopre un importante ruolo istituzionale e dal fatto che da un bel po’ di tempo amo fare ricerche sulle parole che non si usano più e che sono scomparse dai vocabolari attuali e a tutto ciò che si è perso con esse (a quelle nuove vi si dedicano già in molti 🙂 io stessa me ne occupai con il mio professore di linguistica).
La parola in questione, usata durante una trasmissione televisiva, è una parola obsoleta. Attualmente, termini più o meno offensivi, parolacce e varia, per la maggior parte sono ispirate dalle zone genitali e anali  del corpo umano… una tristezza, per il corpo e per la mancanza di fantasia. Mentre, tra le parole che ho riportato all’inizio, molte  erano ‘mestieri’ , non proprio sostenibili, ma almeno il corpo è lasciato da parte e ci permettono di allargare l’espressione della rabbia-delusione-dolore anche ai comportamenti.
Quella parola usata in tv mi rese quasi allegra, sia per il suono che per quel suo riemergere colto da un passato.
E quindi, regalo questo elenco alle donne che dovessero essere un po’ arrabbiate con qualche maschietto.
E sono sempre pronta ad accettare ulteriori suggerimenti.
C’è soddisfazione nell’usare un  ‘ribaldo’, o un ‘gaglioffo’,’inetto’, ‘manigoldo’ ‘vile’… insomma, poter variare non è male, attingendo a EIP 🙂

allora … per esempio … (ragazze, da qui in poi vi chiamo sorelle 🙂 )
Lui vi ha sedotto in modo tale che non avrebbe nemmeno resistito la più sgamata e vissuta delle sorelle? e poi è diventato tutt’un’altra persona?
Ecco EIP, almeno per un vostro sano sfogo verbale!
Lui vi dimostra affetto e forse anche un po’ di più, vi frequenta, ma non fa un passo avanti, è un po’ confuso, ed è convinto di darvi tutto l’amore del mondo, mentre invece sta solo assaggiando il vostro di mondo e le sue emozioni e le sue sensazioni e i suoi vantaggi, come voi foste un semplice esperimento nel suo?

EIP! Sfogatevi!
Lui vi dice seraficamente ‘forse mi sono innamorato di lei? forse ne sono geloso?”, forte del fatto che non è mai stato chiaro e sincero con voi (vedi sopra) e lo ha fatto anche in modo strategico ( sono quelli che poi dicono  “io non ti ho mai detto che ti amavo”)?

EIP! Liberatevi!
Vive il vostro rapporto solo di nascosto, nulla può essere messo alla luce del sole?
EIP! Sprigionatevi!
Comincia a offendervi con comportamenti e parole e voi “dovete” capirlo perché lui soffre per la sua confusione sentimentale?
EIP! Scaricatevi!
Siete entrambi caduti nel trabocchetto di una  terza persona che ha fatto di tutto per separarvi, e voi cercate di tirare un po’ il fiato (mentre lui continua ad avere quell’assetto un po’ da martire) tacendo per qualche giorno, per capire, e lui approfitta del vostro silenzio per darsela a gambe?
EIP! Prorompete!
Vi somma e vi annulla con un’altra, facendovi scomparire come persona, come innamorata, come amica?
EIP! Scatenatevi!
“Osate” arrabbiarvi -come è giusto- e allora diventa tutta colpa vostra?
EIP! Spassionatevi!
Addirittura andate voi a chiedere scusa (evitate per il futuro, vi prego!), e vi dice ok, ci sentiamo e  invece scompare?
EIP! Manifestatevi!
Dichiara  al mondo intero l’amore per l’altra -non per un’altra qualsiasi, proprio per l’altra-, senza curarsi del vostro eventuale dolore e della vostra umiliazione?
EIP! Esprimetevi!
E’ convinto che siete voi la causa di tutto il fallimento del vostro rapporto, che siete voi la cattiva, l’innominabile?
EIP! Vulcaneggiate!
Non vi ha maimaimai chiesto scusa (anzi accusato, come già detto)?
EIP! Eiettate!

OK, mi fermo qui, anche se potrebbero essere descritti chissà quanti altri comportamenti maleducati, predatori, offensivi.
Ma voi, EIP!, sfogatevi sorelle.

Perché quando ci vuole ci vuole.
Perché non potete permettere che si dicano scempiaggini su di voi, o che vi facciano passare da sceme, o che la meschina interpretazione altrui vi disegni come voi non siete.
Perché voi sapete quanto lo avete amato, e sapete voi le cose che avete fatto per lui e che lui non sa e che non direte mai. Alla faccia del fatto che magari è lui a sentirsi uno dei paladini della dignità, dell’amore, dell’onestà, ecc. ecc.
Perché avete difeso la vostra e la sua dignità ad amore tratto (spada tratta è un’espressione patriarcale, lasciatela a lui e a quelli come lui).
Perché non si deve permettere di mettere nel cielo chi vi ha fatto del male e a voi schiaffarvi nell’inferno tra coloro che abusano degli altri, quindi anche di lui.
Perché a testa alta potete guardarlo negli occhi e bucare la sua coscienza con la vostra onestà e con la vostra correttezza.

Perché.

Per tutti i perché del mondo.

Soprattutto quello che assumersi le proprie responsabilità lo sapete fare voi che avete le ovaie e non tutti i “lui” che, anche se colmi di bellissimi paroloni, sono a zero come consapevolezza e responsabilità, e i loro testicoli diventano solo sinonimi di “balle, menzogne” (quello in cui riescono meglio).

Ad maiora, sorelle.
Ogni sofferenza, ogni tradimento, ogni mancanza di rispetto, ogni violazione è una crescita per noi; noi sappiamo distillare anima dal dolore.

Se avete amato, continuate ad amare. Nonostante.
Se non avete ancora amato, amate. Nonostante.

Un abbraccio, sorelle.
EIP EIP urrà 🙂

donna e mappamondo

 

230. ché duri la tua vita come dura l’amore

 

vorrei portarti sulle spalle, in braccio, o per mano
come tu hai fatto con me fino ai miei primi passi
indipendenti piccoli e felici

vorrei trastullarti con vezzi carezze e favole
e farti capire “fidati” senza dirlo a parole
come accadde da te a me
naturale come il fiorire dei fiori
come le piogge e le stelle

ma pesa a te e a me non il corpo,
la mèta, invece, dove ogni passo ci porta
e allora ci fermiamo con mille scuse
proprio a ogni passo per rallentare il cammino,
così vorremmo
così ci illudiamo

o forse in quelle soste avviene un miracolo
e se mi fermo e se ti fermi
davvero si ferma un po’ la vita
un po’ il tempo
un po’ il destino

forse sì
perché il tempo
forse
forse
esiste solo quando siamo stanchi
quando non c’è più amore

vorrei portarti sulle mie spalle
rallentando al tuo ritmo i miei passi
al tuo ritmo il tempo
la vita
il destino
lasciando che si compia il miracolo
e come nel cielo si allineano i pianeti e i soli e le lune
così noi e il tempo e la vita
allineati al tuo lento stare
adesso in questo mondo

ché duri la tua vita
come dura l’amore

(23 ottobre 2014)

 

229. decidere per la vita di un’altra persona: cosa significa “amare” in quel momento?

E’ domenica 22 dicembre.
Siamo di nuovo di fronte alla porta del Pronto Soccorso, in attesa che esca qualche medico a dirci qualcosa. Dentro c’è mio padre, il terzo ricovero in due mesi, a due/tre giorni di distanza l’uno dall’altro.
Le luci del corridoio hanno sfumature grigie, sembrano le ombre del buio esterno che si riflette sui muri bianchi. C’è silenzio.
Una dottoressa apre la porta e mi fa cenno di entrare. Mia sorella e mio cognato sono due passi più in là e probabilmente non li ha visti.
Entro.
Mi viene spiegata la situazione di mio padre, che già conosco. Stavolta, in più, mi viene chiesto di decidere se intubarlo o no.
Il mondo può crollare e restare intatto. Ed è una situazione di dolore che ho già vissuto interiormente così, ‘come’ il crollo del mondo. Ma stavolta “è” il crollo del mondo.
Come posso io decidere per un’altra vita? Per la vita di mio padre?
Chiedo di far entrare anche mia sorella e mio cognato.
La luce è sempre più piena di ombre. I suoni dei macchinari del Pronto Soccorso diventano lontani.
Di nuovo la dottoressa descrive la situazione.
Mio padre non ha molti giorni di vita. Intubarlo potrebbe prolungare un po’ la sua esistenza, come potrebbe abbreviarla, e ci spiega perché. Oppure scegliamo di non fare nulla e di lasciar spegnere mio padre senza intervenire.
Siamo smarriti. Non abbiamo parole. Pochi balbettii: come facciamo a decidere? chiediamo; non abbiamo competenze mediche che ci aiutino, ripetiamo guardando la dottoressa e guardandoci tra noi.
Silenzi. Pause. Dolore. Smarrimento. Inadeguatezza.
La dottoressa ci dice di aspettare ed entra nella sala ricoveri del Pronto Soccorso.
Rimaniamo in attesa. Vorremmo essere salvati. Vorremmo che questo momento non esistesse, per mio padre, per noi.
Non mi riconosco dentro questa esperienza, il dolore ha dovuto includere anche questo momento, che non avrei mai voluto vivere.
Dopo un po’ arriva un medico. Giovane, autorevole nell’aspetto e nei modi. E’ uno dei medici della rianimazione. Ci chiede di raccontargli. Glielo diciamo. Gli diciamo che non sappiamo cosa fare, perché non ci appartiene l’idea di decidere per la vita di un’altra persona, di nostro padre, e perché non abbiamo conoscenze mediche tali da aiutarci in qualche modo.
Intanto continuo a pensare a mio padre, che è a pochi passi da noi, solo, e vorrei essere con lui, solamente questo, vicino a lui, che sappia che siamo qui.
Il medico ci ascolta. E poi ci dice che non siamo noi a dover prendere questa decisione. La prende lui, è una decisione che deve prendere il medico, ci dice. Non intuberà il babbo, perché l’operazione non è finalizzata a salvargli la vita, mio padre non può essere salvato. Inoltre ci sono i rischi operatori e post-operatori. Insomma, sofferenze inutili, da non aggiungere a quelle che già lo affliggono.
Poi tace. Aspetta le nostre reazioni, oltre le lacrime che ha già visto. Lo ringraziamo. Se ne va.
Rimaniamo lì, finché ci chiamano per accompagnare mio padre in reparto. Per stanotte verrà ricoverato in ortopedia, perché in medicina non c’è posto.
Arriviamo in una camera con due letti. Uno è già occupato e accanto c’è una donna che fa l’assistenza al malato. Il babbo viene messo nel letto più vicino alla porta. C’è un’infermiera che sembra un angelo: lo accudisce con delicatezza e attenzione, gli parla con un tono di voce amorevole; nei suoi gesti noto dettagli che sembrano andare oltre i comportamenti richiesti dal suo lavoro; è presente, c’è, non so dirlo in altro modo.
Dopo che al babbo sono state date tutte le cure necessarie, con mia sorella e mio cognato prepariamo la sdraio per me, che passerò la notte ad assistere mio padre. L’infermiera porta un cuscino per me e per l’altra donna che fa l’assistenza notturna. Ho tutto, ho anche una coperta.
Mia sorella e mio cognato mi salutano, se ne vanno.
Il babbo vuole che rimanga accesa la luce della notte. E’ una luce che non ha ombre, ci tiene compagnia.
Per il poco resto della notte , il babbo sonnecchia, a volte anch’io, entrambi di un non-sonno, di una veglia che ogni tanto cede a una parvenza di tregua.
E così, fino all’alba. Io pronta a dare da bere a mio padre quando lo chiede, lui nel silenzio delle sue sofferenze.
Per i giorni successivi la strada sarà questa.
Riserverà molti momenti diversi, inaspettati, noti, ripetuti, nuovi, teneri, dolorosi, amorevoli.
Mio padre morirà uno dei primi giorni di gennaio.
Ero vicino a lui, con tutti gli altri famigliari.
Non ho più incontrato quel medico che quella sera pre-natalizia fece il medico, assumendo una decisione che davvero non poteva essere delegata a noi figlie in nessun modo.

So che invece si decide tante volte per la vita non solo di un’altra persona, ma di molte altre persone, anche se non è palese o non ci viene chiesto in modo palese come successe a noi quella sera..
Nei casi simili a quello di mio padre, bisogna dirla giusta questa cosa, e giusta è “per la ‘morte’ di un’altra persona”.

Per la vita di un’altra persona e di altre persone, se ci pensiamo bene, si decide sempre. A volte è con amore: i genitori che nutrono i figli piccoli, per esempio. A volte è con cattiveria. A volte con arroganza, a volte con tenerezza.
Si decide in tanti modi, diretti e indiretti.
E’ meglio saperlo.
Il mondo non fa a meno di nessuno noi.
Mai.

227. Tajabone

dolce struggente musica bellissima

Il testo parla di Tajabone, che è una festa musulmana, alla fine del Ramadan. Quel giorno i bambini vanno di casa in casa a scambiare doni.
E a Tajabone, l’angelo Abdou Jabar scende dal cielo nell’animo delle persone e chiede loro se hanno digiunato durante il Ramadan e se hanno pregato cinque volte al giorno, se hanno fatto del  bene.
(fonte web)

Trovo meraviglioso che siano gli angeli a chiedere alle persone di fare un bilancio, che siano gli angeli a suscitare un esame di coscienza.

Che esistano o no, io adoro gli angeli.

E queste musiche.

al mio babbo,
a quei momenti in cui cantava
e inventava le parole che non ricordava:
angelo dell’improvvisazione

E a Paul Klee,
che ci ha regalato gli angeli più intimi improbabili epifanici meravigliosi straordinari
della storia dell’arte

P. Klee, Angelo pieno di speranza, 1939P. Klee, Angelo pieno di speranza, 1939

P. Klee, Angelo nell'asilo infantile, 1939P. Klee, Angelo nell’asilo infantile, 1939

P. Klee, Angelo smemorato, 1939P. Klee, Angelo smemorato, 1939

P. Klee, Crisi di un angelo, 1939P. Klee, Crisi di un angelo, 1939

P. Klee, Un angelo porge ciò che è desiderato, 1913, penna su carta montato su cartoncinoP. Klee, Un angelo porge ciò che è desiderato, 1913

P. Klee, Angelo che porta una piccola colazione, 1920P. Klee, Angelo che porta una piccola colazione, 1920

illuminare
custodire
reggere
governare
chi fu affidato
… e se lo facessimo anche noi con gli altri, considerando che tutto e tutti  è stato a noi affidato, come noi siamo a nostra volta affidati a tutto e a tutti?

226. il cuore muore?

“Senti, ti voglio fare una domanda” mi dice mia madre. “Volevo farla a don Danilo, ma mi sono vergognata … anche perché io so la risposta, però mi è venuto comunque un dubbio. Te la faccio?”
“Sì, va bene.” le rispondo.
“Quando una persona muore, muore anche il suo cuore?”
Scende un silenzio intenso dentro di me. Come sempre, quando mi si palesa come un’epifania il mondo interiore di un essere umano.
“Da cosa ti nasce questa domanda?” le chiedo a mia volta, per capire meglio la sua richiesta, che sembra assurda, ma so che non lo è, so che ha un senso preciso nel mondo di mia madre.
“Io leggo le poesie che mi avete portato tu e Stefania, e in tutte c’è sempre scritto ‘ti porto nel mio cuore’. E lo stesso c’è scritto nel libriccino dove sono raccolte le firme delle persone presenti al funerale del babbo. ‘Ti porto nel cuore, ti porto nel mio cuore’: ma se una persona è morta in quale cuore ci porta? Il cuore vive ancora? Non muore?”
La seguo attentamente: le espressioni del suo viso, le pause per cercare le parole sono come tratti di un disegno che si compone a poco a poco e che traccia un mondo d’innocenza e di semplicità, territori inimmaginabili e sconosciuti, colmi di una tenerezza per me senza fine.
“E poi il babbo portava il pacemaker, e quando è morto il suo cuore ha continuato a battere ancora per due ore a causa di quella ‘macchinetta’ … allora il cuore non muore quando muore una persona?”
Se potessi, la abbraccerei stretta stretta e metterei il cuore del babbo nel suo cuore. Ricordo la debole linea chiara sullo schermo scuro dell’apparecchio che tracciava il battito di un cuore che di suo non batteva più, e pensavo che quel battito supplementare fosse normale per la persona che è stata  mio padre, per il suo cuore buono, per la sua vita onesta.
“Il cuore del babbo era morto con lui, mamma. Quello che batteva era un muscolo attivato dagli ultimi  stimoli elettrici del pacemaker. Nient’altro.”
“E allora che significa dire “ti porto nel mio cuore” se il cuore muore?”
“Chi lo sa.” le rispondo. “Magari esiste un cuore da paradiso, un cuore tutto speciale per l’aldilà.”
Silenzio mio e suo.
“Ora vediamo quelle frasi, mamma.  Forse, nel testo, chi parla è la persona che da qui sulla terra si rivolge a chi non c’è più e gli dice ‘ti porto nel mio cuore’. ”
Sono mesi, giorno dopo giorno, che mia madre legge le frasi raccolte nel libriccino delle firme delle persone che hanno partecipato al funerale di mio padre. A quelle, si sono aggiunti testi che mia sorella e io le portiamo ogni tanto: poesie, riflessioni, preghiere con cui lei riempie il vuoto immenso della sua vita attuale.
E leggo per lei.
“Ecco, mamma. In questa poesia, il cuore di cui si parla è quello della persona che vive ricordando chi non c’è più. E anche questo. E anche questo.”
Praticamente tutti i testi. Tranne uno. Uno solo contiene immaginate parole che vengono dall’aldilà a consolare il dolore della perdita; e anche in quello chi parla dice ‘ti porto nel mio cuore’. Non abbiamo saputo immaginare altro e altri modi.
Ti porto nel mio cuore. Su questa terra e in Altre Terre.

Ma forse i cuori muoiono anche prima della morte della persona. Alcuni cuori certamente. Ma non ne voglio parlare qui, adesso, in questo post. Come non parlo qui di un’altra cosa che mi ha detto, e cioè che siamo imperfetti e che non ci accorgiamo delle nostre imperfezioni.
Non lo dico a mia madre che i cuori possono morire prima della morte della persona, sì, che ci sono persone senza cuore. Per lei sarebbe ancora più incomprensibile di un cuore che non muore con la morte della persona.
Lei al cuore ha sempre dato importanza, lo ha rispettato e coltivato. Per lei non può esistere una persona senza cuore.
Nel suo mondo è così.

221. appartenenze … cominciò a chiamare il proprio nome per capire dove andare

“Vi sogno, parole care che vi stagliate
nel silenzio della visione onirica notturna.
Vi ripetete a me fino ad accompagnare il risveglio,
e poi il giorno e i successivi giorni.
Come Carezze.
Lenire. Evocare.
Il tuo nome, conosci il tuo nome.”

Qual è il proprio nome da chiamare per capire dove andare, come vivere, verso quali mete indirizzare il proprio cammino esistenziale ed esperienziale?

Qual è il vero nome di  una persona?
Qual è il nome  con cui già veniamo al mondo?
Il nome sussurrato nell’universo dagli dei, quello conosciuto dagli astri, dalla terra, dal mare, dall’aria?
Quello che penetra fin nel profondo del cuore.
Quello conosciuto dall’anima.
Quello conosciuto dall’amore.

Il nome de-finisce, limita, de-scrive? Individua? Precisa? Designa? Identifica? Qualifica? Davvero serve a distinguere e riconoscere?
Oppure il nome ha una potenza creativa? Una costante potenza creativa?
Oppure identifica creando e crea identificando?

In molti è presente il racconto di Adamo che dà il nome alle cose.
E poi ci sono i genitori che danno nomi ai figli e alle figlie. I padrini e le madrine ugualmente donano nomi.
Sentirsi per l’intera vita chiamati con quel nome. Chiamare gli altri e le altre per l’intera vita con quell’unico nome.

Le persone che fanno una scelta religiosa e vengono dette ‘consacrate’ possono cambiare nome per la loro nuova vita da ‘consacrati-e’.

E non è ogni attimo una consacrazione, una nuova vita? Da ri-nominare?

Chi ama facilmente crea nomi o nomignoli amorosi, non sa trattenere in un nome dato quell’amore e la persona amata.
Anche un bacio è un nome e un nome può essere un bacio. E una carezza, e un amplesso: sono anch’essi nomi.

Chi ama conosce quel nome con cui la persona amata è venuta al mondo. Impara a conoscere quel nome d’anima.
E’ un nome fatto di tanti nomi, di tutti i nomi dell’universo.
E’ quando diciamo alla persona amata “amore”.

Quante persone siamo capaci di amare?
E gli alberi?
E i semi?
E le radici?
E la pioggia?
Siamo capaci di nominare “amore” l’intero universo?

Considerando che un nome evoca una realtà, siamo capaci di creare nomi di infinita potenza inclusiva?

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APPARTENENZE (da un vecchio blog)
Enzo della Nella, la Nella di Enzo, la Nella della Mara, Enzo della Mara, Enzo di Richetto, la Nella dell’Ada….
Mi piace questo uso ancora vivo nei paesi … per far capire chi è la persona di cui si sta parlando, viene detto il nome proprio della persona seguito dalla preposizione di”, seguita a sua volta dal nome di un famigliare della persona … e vengono distinte le generazioni …
Enzo può essere “di” suo padre, “di” sua madre, “di” sua moglie o “delle” figlie a seconda che l’interlocutore a cui si sta spiegando sia giovane o vecchio …
Io sono la Mara “di” Enzo (mio padre), “della” Nella (mia madre), “della” Stefania (mia sorella), “della” Nena (la nonna paterna), “dell’ ” Ada (la nonna materna), di “Richetto” (il nonno paterno), e così via fino a relazioni più complesse “la nipote della sorella di Amerigo”, ecc. ecc.
E io mi sento felice in questa rete di relazioni parentali.
E anche non parentali.
“la figlia della vicina di casa della Rita”, ecc ecc …

Mi sento arricchita e sorretta; il mio nome è pronunciato per sé e per tutto il mio mondo e per il mondo degli altri.
E non è perdersi, ma un modo diverso di differenziare la propria individualità.

Adoro i nomi degli indiani d’America, complessi, relazionali, attenti al mondo in cui la persona vive e alla sua anima.. Ne ho uno, la cui traduzione imperfetta è “Donna che canta e che va sulle montagne”. Meraviglioso.
No, non basta un solo nome per una persona. La vita ne richiede altri man mano che trascorre e che viviamo esperienze diverse, belle e brutte.
Ce lo insegna l’amore. Quando ci innamoriamo tendiamo ad associare alla persona amata i nomi più vari, i nomignoli, i vezzeggiativi, i diminutivi, i superlativi. Ci sembra che tutto ciò che esiste abbia il nome della persona amata e che il nome della persona amata includa tutti gli altri nomi.
No, non un basta un solo nome per una persona.
Ogni persona che ci incontra potrebbe darci un nome, e sarebbe quello che esprime quella relazione; e così noi potremmo fare altrettanto con ogni persona che incontriamo.
Il nome dato alla nascita non è dato una volta per tutte. Certo, è vantaggioso per la burocrazia, ma non per le relazioni, non per la conoscenza, non per l’apprendimento, non per il cammino. Non per la vita.
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IN VERITA’, SOPRAVVIVE CHI AMA
” A quale segreto mi accenni, o ΦΙΛΗΜΩΝ, con il tuo stesso nome? Tu sei davvero l’amante che una volta accolse gli dèi quando essi vagavano per la terra, quando tutti gli altri si erano rifiutati di dar loro ospitalità. Tu sei colui che, senza sospettarlo, diede accoglienza agli dèi, i quali poi, in segno di ringraziamento, trasformarono la tua capanna in un aureo tempio, mentre il diluvio inghiottiva ovunque tutte le genti. Quando irruppe il caos, tu hai continuato a vivere; eri tu a prestare servizio al santuario quando gli dèi venivano invano invocati dalle loro genti. In verità, sopravvive chi ama. Perché mai non ce ne siamo accorti? E in quale istante gli dèi si sono manifestati? Precisamente quando BAΥKΙΣ volle servire ai pregiati ospiti la sua unica oca, quella benedetta stupidità; allora l’animale andò a rifugiarsi proprio dagli dèi, ed essi si rivelarono ai loro ospiti proprio in quell’istante. Ho visto dunque che sopravvive chi ama e che è proprio lui a offrire, senza sospettarlo, ospitalità agli dèi. In verità, o ΦΙΛΗΜΩΝ, non ho visto che la tua capanna è un tempio e che tu stesso, o ΦΙΛΗΜΩΝ, tu e BΑΥKΙΣ, prestate servizio al santuario.Questo potere magico non si può davvero né insegnare né imparare. O lo possiedi, o non lo possiedi. Ora io conosco il tuo segreto ultimo: TU SEI COLUI CHE AMA. Tu sei riuscito a unire ciò che era separato, a collegare insieme il Sopra e il Sotto. “
C.G.Jung, Libro rosso, p.197
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220. curriculum vitarum, oltre il curriculum vitae

“io” è una parola che significa “noi”, anzi va oltre il ‘noi’, altrimenti rischieremmo di lasciar fuori ‘voi’ e ‘loro’.
Impossibile pensarla diversamente, con buona pace per la grammatica e la semantica. La grammatica separa e definisce, per aiutarci a capire la lingua e a capirci, ed ha il pregio che può essere aggiornata e cambiata. E così la semantica.

E’ come la parola ‘mondo’, come la parola Terra. Noi diciamo con una sola parola un numero immenso di persone animali piante cose sentimenti pensieri visioni-del-mondo, e delle relazioni che intercorrono tra tutto ciò. E non  abbiamo sempre una coscienza chiara di questa immensità racchiusa in una parola.
E Universo? Lo liquidiamo così, con un singolare totalitario, a volte con una maiuscola che sta tra e il perentorio e l’autoritario, insomma lo confiniamo in ogni modo.

E così è per ‘io’: bisognerebbe inventare un pronome soggetto che chiarisca la multirealtà, la complessità, la capacità inclusiva e di connessione di ciò che de-finiamo, limitandolo, con ‘io’.

Non tutti hanno questa autopercezione allargata dell'”io”. Pazienza? Ma fino a un certo punto. Perché a furia di percepire “io” come “io” solitario e scollegato dal resto del mondo si è arrivati dove si è arrivati.

Eppure basta dirlo, basta pensarci un po’. Tra gli esercizi che suggerisco ai ragazzi e alle ragazze delle scuole di ogni ordine e grado che frequentano l’Archivio, ce n’è uno semplice semplice. Faccio loro prendere coscienza di tutto ciò che permette l’esistenza della loro singola vita.
E mica glielo dico io, ci arrivano da soli.
I genitori: il loro amore, il loro atto sessuale; la madre che li ha portati nella pancia. E prima del padre e della madre, quante persone vivendo e procreando hanno permesso la loro vita? La genealogia non tratta solo radici, ma anche spazi aperti, infiniti.
L’ossigeno, l’acqua, il cibo. Il cibo? E come arriva il cibo alla loro bocca? Chi coltiva le verdure? Chi fa il pane? Ecc. … L’acqua? E come arriva al rubinetto di casa? E come è mantenuta potabile? L’ossigeno? Ah, l’ossigeno, l’aria … Osservo i loro occhi illuminarsi, spalancarsi a guardare l’intero mondo che sostiene la loro meravigliosa vita; e spalancarsi a veder se stessi come parte integrante e costruttiva di questo vasto mondo che collabora alle vite.
Ecco radicarsi in essi l’idea di bene comune: e radicarsi pure l’idea che “anch’io” sono un bene comune, come tutti e tutto su questa terra.
Sì, si parlava di documenti … che sono beni comuni … beh, abbiamo capito un po’ di più che serve rispettarli … ma a che servono i documenti?
E allora … noi siamo in vita solo perché sono soddisfatte le esigenze primarie e vitali? E quali sono le esigenze primarie e vitali? O siamo in vita anche perché nessuno ci uccide, ci strazia, ci violenta? E cosa serve a un essere umano per comprendere le assurdità della violenza, della guerra, della prevaricazione? La cultura serve? Sì, serve. Come il cibo. Così non litighiamo per averlo solo noi e magari ce lo dividiamo.
Quale cultura?
Riflettiamo su cosa si intende per cultura, ché mica è quella cosa spocchiosa che si chiude in se stessa, che si crogiola e si isola nella torre d’avorio per perseguire solo i propri interessi e i propri ideali!
E allora cos’è “cultura”?
Beh, siamo in un Archivio, in un luogo che conserva e produce cultura, vediamo di approfondire un po’.
Voi che ne dite?
Cosa significa “cultura” secondo voi? … Coltivare … Cura … Aver cura … Sì, e poi? Cos’altro?
E se fosse proprio questa domanda ‘cos’altro?’ uno dei cardini della cultura? ‘Cos’altro?’, che è come dire ‘E …?’, cioè qualcosa che unisce, che include, che fa andare avanti a conoscere, a esplorare, a sentire …
Potremmo istituire una Commissione per la Cultura con tutti i ragazzi e le ragazze che hanno riflettuto su questa domanda, con le loro risposte, con le loro visioni.
Con la loro creatività.

Perché le cose basta dirle, basta suggerirle.
Basta rifletterle: che poi significa metterle in prospettiva.
A cosa serve un documento? A cosa serve la storia? A nutrirci, a vivere, certo.  E in che modo? Alla storia, e alle sue fonti, spetta il compito di  metterci in luoghi del tempo e dello spazio dove ci sono i ‘prima’ e i ‘dopo’. Ché viviamo nel presente, sì, e anche inseriti in un complesso filogenetico di multirealtà da cui deriviamo  e a cui daremo vita. Anche la storia serve a sentirsi “parte di” e a sentire “gli altri parte di me”.
I documenti, fonti della storia, pongono il nostro presente sincronico nella diacronia evolutiva e diversificante degli eventi e nella diatopia dilagante fino agli spazi più lontani da noi.

Io siamo. Noi è.
Si è già detto in questo blog, e negli altri precedenti.
E’ possibile allora continuare a compilare un curriculum vitae che non sia anche un ‘curriculum vitarum’? che non comprenda anche le vite degli altri? tutte quelle che hanno sostenuto e sostengono una vita? e quelle che noi sosteniamo, a nostra volta?
Per la burocrazia forse sì, e noi speriamo che arrivi a chiedere il curriculum vitarum 🙂
Intanto, possiamo farlo noi, per noi.
Lo hanno fatto i ragazzi e le ragazze delle scuole.
Fantastico.
Documenti che rimarranno a futura memoria di un momento storico, testimonianze di una presa di coscienza epocale: “tutti insieme, ognuno col proprio passo.”
Speriamo.
Sì.
Creatività. Tutto qui.

Cristina T. è un’ assidua frequentatrice dell’Archivio e mia amica.
L’ho vista crescere culturalmente, all’inizio incerta poi ferrea nel suo cammino di studiosa. Attualmente ha raggiunto un livello incredibile di conoscenze e competenze.
Si laureò nell’A. A. 2010-2011. Nella pagina dei ringraziamenti della sua tesi così scrisse: Ringrazio Mara per avermi fatto credere in me stessa, per l’assistenza in sala studio e per il supporto bibliografico.
Le dissi che il merito era suo, che io avrei potuto dirle qualsiasi cosa, ma che se lei non avesse ascoltato non ci sarebbero stati i suoi risultati.
D’altronde avevo belle prove di quello che dicevo. Sia per cose dette da me e non ascoltate da altri, sia per parole ricevute e da me non ascoltate.
Semi e terra. Insieme. Inscindibili.
Pochi giorni fa parlavo con lei. Di questo periodo difficile. Di come si sentano molti lamenti. Di come basterebbe un po’ di creatività per vedere aprirsi orizzonti e soluzioni.
E lei mi dice: “E’ questo che mi ha salvato. La creatività. Le tue parole. Ricordi?: ‘cosa ci fai con la pioggia?’. Me le sono ripetute continuamente, sempre.”
Cristina ha attraversato tempeste, ha conosciuto sofferenze grandi. Ed è qui, ancora oggi, a studiare.
Le ripeto che è merito suo, lei mi dice che no. E da questa schermaglia amorevole emerge la terza via, la via della relazione, dell’accoglienza, della partecipazione costruttiva alla realtà del mondo: ognuna ha il proprio merito, io di aver detto, lei di aver ascoltato. E’ semplice la collaborazione.
Aggiungo questo momento al mio curriculum vitarum. E’ prezioso. Talmente prezioso che lo leggo all’uomo che amo, e lui mi legge il suo.
Non è necessario che lui esista, che mi sia vicino.
La creatività apre e raggiunge orizzonti al di là del tempo e dello spazio. E non è illusione. E’ un salto quantico.
Ché il mondo non è bidimensionale come le mappe che ci siamo fatte di esso. Tutt’altro. E’ multidimensionale. E non vogliamo esplorarlo e viverlo nelle sue completezze?
🙂 

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218. come superare la dicotomia tra centro e periferia? e tra l’io e l’altro?: isole di un arcipelago …

Mauro Vincenti, L’architettura del parco nel disegno della città: l’idea dell’arcipelago come strategia di definizione degli spazi aperti e dispositivo di riconfigurazione della forma urbana, Alinea Editrice, 2010 pag. 111

Il tentativo di superare la dicotomia tra città e campagna e, pertanto di risolvere la contrapposizione tra centro e periferia, è offerto dalle tesi elaborate da Ernst May nella sua proposta per il nuovo piano regolatore di Mosca del 1932, nelle quali è evidente il tentativo di prefigurare il recupero dell’intera città, rompendo il carattere monocentrico e gerarchico, ed accrescerla per nuclei non autosufficienti in un nuovo sistema regionale a grappolo, con il conseguente forte sviluppo delle infrastrutture conservando unicamente il centro amministrativo e culturale della città al centro (centralità urbane e territoriali). Nel piano per Mosca, l’espansione della città non presuppone lo sviluppo illimitato del suo organismo urbano nel territorio ma, piuttosto, un nuovo modello che invece ne determina la dimensione entro un certo margine morfologicamente riconoscibile all’interno di un rinnovato rapporto tra centro e periferia. […]
La città socialista vedrà risolta la dicotomia tra città e campagna, centro e periferia, unicamente nella trasformazione di quest’ultima con la fondazione di nuovi nuclei urbani all’interno di un disegno unitario ed organico teso al superamento della città speculativa e dei suoi criteri di sviluppo. Aymonino cita a tal proposito il saggio “La città di domani” di Ikonnikov, nel quale vi è la totale reintegrazione tra insediamento artificiale e luogo naturale e la convinzione che la città non si debba più differenziare “rispetto a”, quale organismo autonomo ma, perdendo la sua forma, fa parte di un “tutto” che è edificato e inedificato insieme e questo è prestabilito insieme.

http://www.treccani.it/enciclopedia/centro-e-periferia_%28Enciclopedia-delle-scienze-sociali%29/

http://www.filosofia.rai.it/articoli/massimo-cacciari-centro-e-periferia/29008/default.aspx

 

217. La vie se chante, la vie se pleure Elle est changeante comme les couleurs La vie s’allume, la vie s’éteint

“così è, se vi pare”

 

 

La vie se chante, la vie se pleure
Elle est changeante comme les couleurs
La vie s’allume, la vie s’éteint
Et sans rancune, rien ne rime à rien
Un enfant de soixante-dix ans
A rendu sa vie sans avoir rien compris
Un indien près du lac Michigan
En costume civil commande un whisky
Une fille est sortie de la Terre
Un volcan éteint vient de se réveiller
Quelque part un marin solitaire
S’est mis à chanter
La vie se chante, la vie se pleure
Elle est changeante comme les couleurs
La vie s’allume, la vie s’éteint
Et sans rancune, rien ne rime à rien
En dix-neuf cent quatre-vingt-dix-neuf
La Californie devient un océan
En Afrique dans un pays neuf
Un chanteur d’Europe devient président
Une fille est allée sur Vénus
Un nouveau Lazare est ressuscité
Quelque part un marin de plus
S’est mis à chanter
S’est mis à chanter
La vie se chante, la vie se pleure
Elle est changeante comme les couleurs
La vie s’allume, la vie s’éteint
Et sans rancune, rien ne rime à rien

214. il fascino dell’isola

Non è così scontato che tu mi guardi.
Io lo trovo meraviglioso.

Oggi ho retto a lungo il tuo sguardo perché i tuoi occhi erano diventati infiniti e mi contenevano come fossero un abbraccio.
Parlano, i tuoi occhi. Tutte le lingue.
Ti amerei anche solo per come sai guardare il mondo.

Frugano dappertutto i tuoi occhi, e io divento dappertutto  … nei due sensi della frase ‘io divento dappertutto’: lo divento in ogni parte di me, lo divento in ogni parte del mondo …
I luoghi si moltiplicano al tuo sguardo, e per il tuo sguardo diventano magici   … in tutti i sensi della preposizione ‘per’: attraverso il tuo sguardo, causati dal tuo sguardo, finalizzati dal tuo sguardo.
Ti fai grammatica generativa per una lettura amorosa del mondo.
Si moltiplicano anche i significati.
Non ridere. Oppure sì. Fai come vuoi.
Io penso che ogni essere umano è un’isola, caso mai non è isolato: il mare che lambisce le sponde della sua unicità è anche il mare che tocca le sponde di un’altra unicità, e questo mare ci unisce, come liquido amniotico protettivo nel corpo della Terra. E l’isola fa parte di un tutto. Ho bisogno di altre metafore, pur amando Thomas Merton e John Donne, ho bisogno di dire che noi siamo isole, senza nessun atto consolatorio che nasconda questo punto di partenza importante per sapere chi siamo …

Noi siamo isole.
Io sono un’isola.
Tu sei un’isola.
Ci unisce il mare.
Ci unisce quella terra nascosta che è sotto il mare.
Siamo uniti ben oltre il linguaggio e l’idea che dice ‘nessun uomo è un’isola’.
Siamo uniti proprio perché siamo isole.
Tu e io.
A guardarci l’un l’altra nell’apparente lontananza fissata dall’altezza del livello del mare in questa epoca della Terra.
Isole. Il fascino inestinguibile della solitudine scelta in mezzo alla gente, la singolarità emersa dalle acque.

No, non è così scontato che tu mi guardi. O che io guardi te. Oltre la curvatura terrestre, oltre le nuvole, oltre le albe e i tramonti, gli sguardi arrivano fin dove può arrivare il cuore.
E allora diventiamo isole-vascello, diventiamo favole.

Tutto questo perché hai lasciato allo sguardo l’incontro, alla lontananza la vicinanza, all’astrazione la sfida della vita.

Siamo isole. E siamo rimasti isole, tu e io. Siamo uniti da questo.
Il fascino inestinguibile dell’isola.
Probabilmente in attesa di essere scoperti, è molto romantico rimanere un’isola da scoprire. Come rimanere bambini.
Ci vuole sempre uno sguardo che ci veda adulti, che ci veda isola abitata vissuta conosciuta.
Ed ecco il gusto di nascondersi e ritrarsi, di non mettersi in gioco. Aspettiamo di essere scoperti, all’infinito: gioco e favole.

Ed ecco i nostri sguardi.
Non è così scontato che tu mi guardi, ed è meraviglioso quando accade. Io divento, tu ti fai grammatica creativa di una sintassi sempre nuova.
E finisce così.
Rimanendo isole che si guardano da lontano.
Come nell’assurda frase ‘ti porto nel cuore’ detta a persone vive per coprire l’assenza di chi la pronuncia, vince la lontananza, vince lo sguardo e tace la presenza, tace l’abbraccio.
Siamo uniti dal mare, liquido amniotico. Siamo ancora in gestazione.
Adulti no.

Non è così scontato. Nulla è scontato.

(esercizio di retorica:
cambiare nella seconda parte
quanto affermato nella prima
🙂 )

211. gira, sole … “tendono alla chiarità le cose oscure”

Portami il girasole ch’io lo trapianti
nel mio terreno bruciato dal salino,
e mostri tutto il giorno agli azzurri specchianti
del cielo l’ansietà del suo volto giallino.

girasole 1

Tendono alla chiarità le cose oscure,
si esauriscono i corpi in un fluire
di tinte: queste in musiche. Svanire
è dunque la ventura delle venture.

girasole 3

Portami tu la pianta che conduce
dove sorgono bionde trasparenze
e vapora la vita quale essenza;
portami il girasole impazzito di luce.
(Eugenio Montale)

girasole 4

210. libertà consapevolezza e mappe

prima di parlare di politica, di PIL, di economia, di migrazioni, di storia e geografia, di bellezza, di arte, di ecologia, di sicurezza,
prima di  parlare di qualsiasi cosa, vogliamo parlare di consapevolezza?

La consapevolezza: sapere chi sono io, sapere il mondo, sapere  la relazione tra me e il mondo …
E la libertà: libertà di, libertà da, libertà per, libertà con …
Consapevolezza e libertà vengono scritte e affermate a gran voce dappertutto. Sono altrettanto vissute?
Legàmi e intrecci tra consapevolezza e libertà.
Esiste la libertà senza consapevolezza? E la consapevolezza senza libertà? Non c’è libertà senza consapevolezza e non c’è consapevolezza senza libertà.
C’è prima la libertà o c’è prima la consapevolezza?
La consapevolezza e la libertà raggiunte fanno cadere ogni narrazione, ogni interpretazione, ogni mappa; perfino ogni descrizione, perché anche una descrizione è una forma di interpretazione. Questa condizione è raggiunta dagli illuminati, dai risorti di cui sentiamo parlare nei miti, nelle religioni: è una condizione d’arrivo di un  lungo cammino.
Quindi, prima di quella mèta, prima di aver fatto anche un solo passo in quel cammino, possiamo onestamente parlare di libertà e di consapevolezza?

 

E la realtà? Diamo per assunto che la realtà sia una completezza e una complessità di cui l’intelligenza -cognitiva, sensoriale, ecc.- umana ci dà informazioni parziali e settoriali, di volta in volta sconfermate e ampliate. Prima di quella mèta raggiunta camminiamo con mappe immense che coprono la realtà: convinzioni, valori, fedi, paure, illusioni, speranze; camminiamo nel mondo avendo come guida tutto questo, non ‘la realtà’ e la conoscenza piena di essa, ma convinti che sia la realtà.
E anche laddove si affermi che se la mappa è equivalente alla realtà allora possiamo parlare di conoscenza della realtà e di equivalenza con essa, un’attenzione a questa affermazione ci fa comprendere l’assurdo proposto in questo concetto, cioè che mappa e realtà siano la stessa cosa: far coincidere parole e concetti di mappa e di realtà ci porta in una contraddizione in termini. La mappa è noto che sia una rappresentazione e una narrazione, della realtà non siamo in grado di dire la sua completezza. E anche quando una mappa arrivasse a essere grande come il territorio, non potrebbe essere mai il territorio, se non altro perché  essa è bidimensionale, è un disegno, è un’astrazione, è una convinzione.
E infatti convinzioni, valori, speranze, paure, illusioni arrivano ad essere grandi come il territorio-realtà, ad annullarlo, a frammentarlo.
Camminiamo nella vita guidati da mappe di questo tipo: emotive, mentali, esperienziali, camminiamo con la nostra visione del  mondo che non è né consapevole né libera. Anche nella conoscenza di noi stessi.

magritte la recherche de l'absolu 1940

 

Come vediamo? Cosa vediamo?
Come ascoltiamo? Cosa ascoltiamo?
Come percepiamo? Cosa percepiamo?

Ecco le generalizzazioni, le cancellazioni, le negazioni, le illusioni e le aspettative: ci sembra di sapere tutto e invece vediamo ciò che ci aspettiamo, e giudichiamo il mondo tutto e gli altri e le altre con questi filtri; e ci illudiamo e ci arrabbiamo se non corrispondono e diamo colpe fuori di noi.magritte gli amanti IV 1928

 

Ecco le distorsioni: alteriamo rapporti e grandezze. Alteriamo le relazioni.1960rosa grande magritte

 

Ecco la detenzione della Verità: alteriamo e annulliamo noi stessi e il mondo fuori di noi attraverso le lenti delle nostre convinzioni che chiamiamo ‘realtà’ e ‘verità’. Non c’è un reale sguardo né verso di noi né verso ciò che è fuori di noi.
1965 magritte rosa su volto
Ecco la frammentazione o la ipersomma della realtà: selezioniamo, togliamo o aggiungiamo pezzi .1932 magritte 2

 

Ecco l’idealizzazione: ai nostri occhi, nulla può essere ciò che è, deve diventare ciò che vogliamo, ciò che immaginiamo buono giusto bello.magritte magia nera

 

 

buon camminoquesta non è una pipa 1928 Il Tradimento delle Immagini

 

https://www.psychondesk.it/visitare-cervello-le-citta-google-maps/

https://www.dday.it/redazione/33849/google-mappa-3d-cervello-drosofila

https://www.macitynet.it/la-piu-grande-mappa-ad-alta-risoluzione-della-connettivita-cerebrale-esiste-anche-grazie-a-google/

209. Violette Ailhaud, L’uomo seme: “Il mio cuore e il mio corpo sono vuoti. Il primo piange l’uomo perduto. Il secondo l’uomo che non arriva.”

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VIOLETTE AILHAUD, L’uomo seme, Fandango/Playground 2014, nuova edizione con una postfazione di Valeria Parrella, 2016

Mi trovo in una di quelle piccole librerie dove è più facile trovare buoni libri rispetto a quelle troppo legate alla grande distribuzione.
Su una copertina rossa e grezza spicca un titolo che cattura la mia attenzione “
L’uomo seme”. Prendo in mano il libro, che è piccolo nel formato e che ha poche pagine, in tutto 60, compresa la bibliografia della collana in cui è pubblicato questo testo. Casa Editrice Fandango/Playground, anno dell’edizione italiana 2014, mentre in Francia, paese d’origine, è uscito nel 2006.
Ancora uno sguardo per sapere qualcosa in più, e vedo che si parla della Provenza. Mi basta. Già bastava il titolo. Esco dalla libreria convinta di avere in mano un piccolo tesoro. Lo è.
Valeria Perrella, nella postfazione, così scrive:

“Certo, bisogna credere a tutto dall’inizio alla fine. Intendo che bisogna credere alla storia del ritrovamento del manoscritto, alla veridicità dell’iter editoriale. Sa di falso, ma non puzza di falso. Sa di falso come sanno di falso gli incipit famosi della nostra letteratura universale, quelli che hanno bisogno di un pretesto, rocambolesco e narrativo al pari di ciò che seguirà, per cominciare. Come in Melville, per fare un esempio, quando il narratore si presenta. Qui l’autrice narratrice si presenta: è Violette Ailhaud, morta nel 1920, che lascia per disposizione testamentaria questo manoscritto in eredità alla donna della sua famiglia che avesse avuto la maggiore età negli anni ’50.
Così una sua nipote si trova tra le mani la storia vera di un villaggio provenzale all’epoca di Lui Napoleone Bonaparte. A me piace credere che sia andata così, e mi abbandono alla lettura, che si consuma rapidamente ma poi resta anche a distanza di molto tempo.” (pp.55-56)

E aggiunge:

“Non è difficile credere che da questo breve intensissimo racconto sia nata una riuscita messa in scena per il teatro.” (p. 58)

Anch’io sto al gioco, anzi, è un escamotage letterario che mi piace: Manzoni insegna, con i suoi Promessi Sposi che iniziano con il ritrovamento di un manoscritto anonimo del XVII secolo; e con lui si di-vertono allo stesso modo Matteo Maria Boiardo nell’Orlando Innamorato, e Ludovico Ariosto nell’Orlando Furioso; e Miguel de Cervantes nel Don Chisciotte. Sto al gioco, sebbene la lettura del racconto mi faccia conoscere una donna la cui coscienza femminile è molto attuale, ai miei occhi inusuale in una donna di campagna che nel 1919 scrive di ciò che accadde a lei e altre donne “dopo l’inverno del 1852”. Ma tutto è possibile, e se noi donne siamo oggi dove siamo con la “consapevolezza di genere”, lo dobbiamo a donne che di coscienza ne hanno avuta e sviluppata molto prima di noi adesso.
E’ un testo dove il Femminile trabocca da ogni parola, dove l’Eros vitale si fa strada in ogni sillaba, dove la determinazione della Vita è la Conduttrice Sapiente di ogni Gesto.
Compreso il Gesto Linguistico, la Parola, la Lingua materna, il Provenzale in questo caso, la lingua in cui si svolse la storia, che però l’autrice sceglie di scrivere in francese. E anche le considerazioni sulle due lingue, nell’introduzione, rivela la coscienza non comune di Violette Ailhaud. Che Lei sia esistita o no, io la penso reale come reale è ogni personaggio regalatoci dalla letteratura, dalla pittura, dalla mitologia. Ché si esiste in diversi modi, e non è detto che quello reale sia il più vero.
Pure se dovessi fermarmi al linguaggio usato, sintassi e parole, emergerebbe il personaggio letterario, cioè l’invenzione, perché anche lo stile è moderno. E credo che lo sia anche in francese, poiché la sua vicinanza con l’italiano dovrebbe aver facilitato la traduttrice Monica Capuani nell’essere fedele all’originale.
Ma sto al gioco, preferisco. D’altronde, io stessa ho guidato ragazzi e ragazze alla creazione di testi narrativi a partire da un documento storico il quale, molto spesso, nei loro scritti è diventato mero punto di partenza, escamotage, appunto, per narrare altro. E’ un bel gioco il narrare, e mi piace giocarlo.
Facciamo che … Facciamo che sia vero … Facciamo che lo è …

 

“Introduzione
Saule-Mort, 19 giugno 1919

Ho deciso di raccontare quel che è successo dopo l’Inverno del 1852 perché, per la seconda volta in meno di settant’anni, il nostro villaggio ha perso tutti i suoi uomini. L’ultimo è morto il giorno dell’Armistizio, l’11 novembre scorso.
Per noi donne non c’è vittoria, ma vuoto, e io unisco le mie lacrime a quelle di tutte le donne, tedesche o francesi, che vagano nelle loro case dove non c’è più un uomo. Piango quelle braccia perdute fatte per stringerci e per rovesciare la pecora durante la tosatura. Piango quelle mani rubate, fatte per accarezzare e per tenere la falce per ore.
Avevo sedici anni nel 1851, trentacinque nel 1870 e oggi ne ho ottantaquattro. Ogni volta la Repubblica ci ha falciato via i nostri uomini come noi si falcia il grano. Un lavoro perfetto. Ma il nostro ventre , la nostra terra di donne, non ha dato più messi. A forza di falciare gli uomini, è il seme che è venuto a mancare. La storia che racconto oggi, nella sera della mia vita, si è svolta in provenzale. All’epoca non avevamo altra lingua che quella, ricevuta dai nostri genitori. Il provenzale –patois lo chiamano i detrattori- è la mia lingua materna e io la ammiro per la sua resistenza. Tuttavia ho scelto di scrivere la storia in francese affinché quello di cui rendo testimonianza possa diffondersi al di là della nostra regione e anche perché amo questa seconda lingua. L’ho imparata, l’ho adottata come si adotta una patria, e l’ho insegnata. E’ quella della Repubblica per la quale tutti i nostri uomini hanno dato le loro vite in un colpo solo e noi le nostre, nel corso della nostra esistenza di donne.
Violette Ailhaud”
(pp. 5-7)

 

L’uomo seme” è uno di quei libri che rispondono anche alle mie domande sul viaggio: ‘Perché viaggio? Cosa guardo quando viaggio? Cosa vedo? Dove pongo la mia attenzione? Cosa conosco dei luoghi visitati?’, nate dal confronto dei resoconti di viaggio miei con quelli di altre persone: dello stesso luogo parlavamo come di paesi diversi.
Credo che certe cose si sentano, non solo nelle persone, ma anche nei luoghi. Che una terra che amiamo la conosciamo su piani altri che non quelli della coscienza. Perché amo la Provenza? Per la ricchezza e varietà dei suoi paesaggi? Per i platani che costeggiano le strade e riempiono anche la più piccola piazza? Per quella parte della sua storia che già conoscevo? Per la dolcezza dei suoi paesini? Perché vi è nato l’autore di uno dei miei libri preferiti, forse IL preferito,
‘L’uomo che piantava gli alberi’? Anzi, a questo proposito colgo connessioni tra L’uomo seme e L’uomo che piantava gli alberi, e cioè una indipendenza del cuore dei personaggi, la loro cura e attenzione alla Vita anche mentre intorno regna la devastazione.
Amo la Provenza, e non conoscevo la storia dell’insurrezione per la Repubblica del dicembre 1851, le guide che ho consultato non ne parlavano e non ne ho trovato tracce nei paesi visitati, ma forse ho conosciuto in altro modo questo suo spirito di libertà e giustizia: l’ho sentito. Aggiungo quindi un tassello importante, anche attraverso le informazioni storiche con cui arricchisce il libro Jean Marie Guillon, dell’Association 1851-Université de Provence.

“Il 2 dicembre 1851, Luigi Napoleone Bonaparte, due anni prima eletto presidente della Repubblica, assunse pieni poteri. La Costituzione gli vietava di ripresentarsi alle elezioni che si sarebbero dovute svolgere nel 1852. E allora lui abolì la Costituzione.
Davanti al colpo di Stato, il paese ebbe una reazione blanda. Neanche Parigi, punto di partenza della rivoluzione del 1848 che aveva istituito la Repubblica, si mosse più di tanto. I capi dell’opposizione vennero arrestati e presero la via dell’esilio. Le uniche reazioni importanti si ebbero nella Borgogna e soprattutto nel Midi, principalmente in Provenza e ai suoi margini. E’ questa l’originalità di questo movimento atipico, ed è anche il motivo per cui questa rivolta –provinciale, meridionale, rurale- è così largamente misconosciuta, anche se è la più importante del XIX secolo, insieme alla Comune di Parigi. L’altro suo tratto di originalità è il motivo scatenante: quei contadini, quegli artigiani, quei borghesi, quegli abitanti dei villaggi, per i quali il francese non era la prima lingua, imbracciarono le armi per difendere la legge. (pp. 49-50)
[…]
“Eppure, l’insurrezione di dicembre è una pietra miliare. E’ lì che si fonda la tradizione repubblicana, che è un’altra faccia dell’identità provenzale, che segnerà a lungo la sua storia con fermenti ancora oggi non del tutto scomparsi.” (p. 53)

 

Il testo del racconto si snoda in sette brevi capitoli su 41 pagine effettive di narrazione, 41 piccole pagine con lettere scritte grandi.
Una storia d’amore, anche. Un capolavoro lasciato in silenzio sugli scaffali discreti di librerie i cui proprietari si muovono nel fitto intrico delle case editrici alla ricerca di cose buone da offrire, per incontri preziosi ed eleganti, per ritrovare il gusto della letteratura e della poesia e della scrittura bella.
La storia narrata e le parole che la narrano sono un soffio denso come la vita, etereo e duraturo, fragile e forte, di organizzata fantasia e di rispettose decisioni prese oltre il senso comune, ma di quel tenace senso vitale che sa proporre un   nuovo collegato a radici profonde.

“Capitolo 1
Viene dal fondo della valle. Ancor prima che attraversi il fiume a guado, e che la sua ombra tagli, con un lento batter di ciglia, lo scintillante specchio d’acqua tra i banchi di terra e di rocce, sappiamo che è un uomo. I nostri corpi vuoti di donne senza marito si sono messi a risuonare in modo inconfondibile. Le nostre braccia stanche smettono tutte insieme di ammonticchiare il fieno. Ci guardiamo e ognuna di noi ricorda il giuramento. Chiudiamo le mani a pugno e stringiamo le dita fino a spezzarci le giunture: il nostro sogno è in cammino, gelido per il terrore e bruciante di desiderio. L’uomo sale. Cammina di buon passo. Eppure il suo incedere sembra lento, dolorosamente lento, per i nostri nervi scoperti. Raddoppiamo lo slancio del lavoro per ammazzare quel tempo che ci tortura. Forconi e rastrelli danzano una giga che ingrossa rapidamente i mucchi di fieno. Le nostre braccia si agitano, ma noi non ci siamo. Tutti i nostri sensi sono altrove, tesi verso di lui. Ogni volta che l’uomo si eclissa dietro un avvallamento del terreno, mi chiedo se non l’abbia sognato o se non sia lui che abbia semplicemente deciso di tornare indietro. Mi giro verso le mie compagne e leggo sulle loro facce la mia stessa angoscia.
Il tempo ci incalza, ci opprime. E’ come se il tempo ci gridasse dietro. Ci eravamo cullate nell’attesa, cullate nella certezza che un uomo sarebbe arrivato. Ed ecco che l’avvicinarsi di quell’uomo travolge la nostra pazienza e la trasforma da cagna buona, accucciata ai nostri piedi, in lupa affamata.
Sono più di due anni che non vediamo un uomo. Gli ultimi, i nostri, sono partiti nel febbraio del 1852 dopo una retata dei gendarmi che li spingevano con i loro fucili. Quei gendarmi erano quelli del nuovo impero di Luigi Napoleone Bonaparte, parricida della Seconda Repubblica di cui era stato presidente.” (pp. 9-11)
[…]
“Capitolo 2
Dal febbraio del ’52 nessuno è più salito al villaggio. All’inizio li abbiamo aspettati. Aspettavamo a piè fermo i rappresentanti dell’impero, della morale, della religione. Aspettavamo i predicatori e i soldati di ogni genere. Eravamo solo donne e bambini e sapevamo che ci saremmo dovute difendere contro quelle due famiglie di predatori di deboli.
Aspettavamo soprattutto quella metà della nostra umanità che era stata strappata alla nostra terra, ai nostri muri, ai nostri cuori.” (p. 15)
[…]
“Noi non sapevamo nulla. Non sapevamo se gli uomini deportati fossero ancora vivi. Nessuno veniva verso di noi. E neanche noi andavamo verso gli altri, per paura, per timore di scoprire che, al di là dell’orizzonte delle nostre terre non ci fosse nient’altro che il silenzio e la morte. Non ci siamo più mosse dal paese, impegnandoci fino allo spasimo nei lavori che esigevano, dall’alba a notte fonda, le bocche spalancate dei nostri figli, delle nostre bestie e dei nostri campi.” (pp. 16.17)
[…]
“Dunque, quell’uomo che corre lentamente verso di noi è il primo. Stringo la mela che ho in tasca. L’Ho raccolta ancora acerba, perché è caduta dall’albero in pieno luglio. Stringo questa mela liscia con la sua buccia segnata, come per la puntura di un ago, dall’impronta del verme che l’ha fatta cadere. Accarezzo questa mela e penso a Eva. All’improvviso, ho voglia di credere a quel mito e di essere la prima donna.
Dobbiamo aspettare quasi un’ora prima che l’uomo si presenti al confine del nostro campo. Noi lo guardiamo e lui ci guarda. Ha smesso di camminare e noi di muoverci. Lui sorride e mi sembra che la tensione contragga soltanto i nostri volti. Quando fa un passo in più verso noi, ci rimettiamo all’opera. All’improvviso la sua mano si posa sul mio braccio per fermarlo. Io lo guardo e da quell’istante so di appartenere a quell’uomo.” (pp. 18-19)
[…]
Capitolo 3
[…]
“Il mio cuore e il mio corpo sono vuoti. Il primo piange l’uomo perduto. Il secondo l’uomo che non arriva. Da due anni grido la mia rivolta di giovane donna devastata dal rapimento del suo promesso sposo, nel momento in cui l’avrebbe resa donna e madre. Da due anni il dolore mi riempie e mi rende gravida. Sanguino a ogni luna, troppo dal ventre e ininterrottamente dal cuore. Il dolore genera la mia collera e grido spesso contro il vento che mi restituisce la mia violenza come uno schiaffo assestato al volo. Vinta da quella lotta impari, guardo, inebetita, la terra che gira: fisso a lungo l’ineffabile linea, che separa l’ombra dal sole, spostarsi sulle piastrelle della cucina. La terra e il tempo mi avvolgono nel loro valzer folle. La vertigine mi placa con la sua carezza perfida che mi dà la nausea.” (p. 27)
Capitolo 4
[…]
“L’uomo legge. E’ quello che scopro portandogli la cena. Legge, ed è una cosa rara. Questa scoperta mi fa battere il cuore.” (p. 29)
[…]
“Ripenso ai nostri cinque libri che mio padre mi ha mandato a nascondere, all’epoca dell’ingresso in paese dei gendarmi, nell’anfratto ricavato nel precipizio del pozzo. Ripenso alle ore di apprendimento della lettura con mio padre quando avevo cinque anni. Ripenso al piacere di leggere e rileggere, di assaporare i suoni delle poesie recitate a squarciagola, nei campi, quando il vento fischiava forte. Ripenso a mia madre che sbraita contro mio padre lamentandosi che le idee della poesia mi avrebbero fatto girare la testa. Ripenso a mio padre che scoppia a ridere e bacia mia madre per farla tacere. “(p. 30)
[…]
““Chi sei?”. Alla domanda posta brutalmente l’uomo mi risponde porgendomi il passaporto che gli consente di circolare all’interno della Francia.” (pp. 30-31)


Come si chiude questa storia che si è aperta con un arrivo?
L’ultima parola del racconto è “
ancora”. A pag. 46.
Prima di riporre il libro guardo di nuovo il costo stampato sulla aletta posteriore, della quarta di copertina. Euro 7,00.
Le cose belle non hanno prezzo e costano poco.

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207. narrare è creare, creare è narrare: l’incontenibile forza del racconto

da vedere fino all’ultimissima scena …

Credo che occorra provare ogni giorno a rischiare qualcosa.
Meglio infilare un altro errore che stare nella pena
di chi ha chiuso la vita in una busta di plastica e gioca con l’aria che gli rimane.
(Franco Arminio)

206. Stjepan Hauser: ‘Alone, Together’

“Certe ferite lasciano cicatrici profonde, Lloyd”
“E queste ci ricordano una cosa importante, sir”
“Chi ci ha ferito?”
“Cosa non ci ha ucciso, sir”
“C’è da dire che ti lasciano dentro grandi segni…”
“E sono proprio i segni del dolore che disegnano la mappa della nostra forza, sir”
“Speriamo che questa mappa porti a qualche tesoro, Lloyd”
“Sono sicuro di sì, sir. Davvero sicuro”
(Vita con Lloyd)

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205. a un certo punto volli “vedere” la sua risata

Bozza. Manca la sedia. Immagine di riferimento femminile. Priva di qualsiasi intento desacralizzante e demitizzante. Risale al 2000. Ho sempre amato immaginare Maria nella sua quotidianità, e nella sua capacità di accettare l’impensabile e l’apparentemente impossibile. Il suo atto di fede la lega alle profondità radicali della vita e alle altezze della creatività, che lei dimostra essere accessibile. La immagino dinamica, immersa nel flusso vitale inestinguibile. Furono anni, quelli intorno al 2000, in cui provai a disegnarla in modi diversi dalle immagini che erano state costruite di lei.
Confesso che a 15 anni impostai una tela per raccontare l’Annunciazione: una Maria a mezzo busto, vista di spalle, col volto girato verso l’esterno della tela, un’espressione di stupore, la bocca semiaperta, gli occhi spalancati. Una Maria carnale, una donna di tipo mediterraneo, le avevo incorniciato il viso con folti capelli scuri un po’ scomposti dal movimento del girare la testa. Mi dispiace che dopo qualche anno buttai il quadro, se avessi conosciuto allora l’Annunciazione del Mochi non l’avrei fatto, mi sarei sentita meno “strana”.
Per tutta la vita ho riflettuto su questa Donna che era stata il riferimento femminile degli anni primi della mia formazione. A un certo punto volli “vedere” il suo sorriso, la sua risata. Fu l’inizio di un bel cammino.

Madonna con pattini

…e tutto soltanto perché
da piccola ho letto
l’odissea le favole la divina commedia e topolino
seduta sulle carte geografiche
distese in mezzo all’erba …

….forse….

Se sei una donna forte
proteggiti dalle bestie che vorranno nutrirsi del tuo cuore.
Usano tutti i travestimenti del carnevale della terra:
si vestono da sensi di colpa, da opportunità,
da prezzi che si devono pagare.
Non per illuminarsi con il tuo fuoco
ma per spegnere la passione
l’erudizione delle tue fantasie
Non perdere l’empatia, ma temi ciò che ti porta a negarti la parola,
a nascondere chi sei,
ciò che ti obbliga a essere remissiva
e ti promette un regno terrestre in cambio
di un sorriso compiacente.
Se sei una donna forte
preparati alla battaglia:
imparare a stare sola
a dormire nella più assoluta oscurità senza paura
che nessuno ti tiri una fune quando ruggisce la tormenta
a nuotare contro corrente.
Educati all’occupazione della riflessione e dell’intelletto.
Leggi, fai l’amore con te stessa, costruisci il tuo castello, circondalo di fossi profondi però fagli ampie porte e finestre.
E’ necessario che coltivi grandi amicizie
che coloro che ti circondano e ti amano sappiano chi sei,
che tu faccia un circolo di roghi e accenda al centro della tua stanza
una stufa sempre accesa dove si mantenga l’ardore dei tuoi sogni.
Se sei una donna forte proteggiti con parole e alberi
e invoca la memoria di donne antiche.
Fai sapere che sei un campo magnetico.
Proteggiti, però proteggiti per prima.
Costruisciti. Prenditi cura di te.
Apprezza il tuo potere.
Difendilo.
Fallo per te:
Te lo chiedo in nome di tutte noi.

Gioconda Belli

 

Dimmi che non mi renderai mai conformista,
né mi darai la felicità della rassegnazione,
ma la dolorosa felicità dei prescelti,
quelli capaci di intrappolare il mare e il cielo con gli occhi
e ospitare l’universo dentro il corpo.

Io ti vestirò di fango e ti nutrirò di terra
per farti conoscere il sapore di ventre del mondo.
Scriverò sul tuo corpo il testo delle mie poesie
affinché tu possa sentire il dolore della gestazione.

Verrai con me: faremo dell’ amore un rituale
e sarà un’esplosione ciascuno dei nostri gesti.
Non ci saranno mura a imprigionarci
né un tetto sopra le nostre teste.

Dimenticheremo la parola
e avremo il nostro proprio modo di capirci;
né i giorni, né le ore potranno catturarci
perché ci nasconderemo dal tempo tra la nebbia.

Cresceranno le città,
si estenderà l’umanità invadendo ogni cosa;
noi due saremo eterni,
perché ci sarà sempre nel mondo un luogo che ci protegga
e un pezzo di terra che ci nutra.

Gioconda Belli

 

E Dio mi fece donna,
con capelli lunghi,
occhi,
naso e bocca di donna.
Con curve
e pieghe
e dolci avvallamenti
e mi ha scavato dentro,
mi ha reso fabbrica di esseri umani.
Ha intessuto delicatamente i miei nervi
e bilanciato con cura
il numero dei miei ormoni.
Ha composto il mio sangue
e lo ha iniettato in me
perché irrigasse tutto il mio corpo;
nacquero così le idee,
i sogni,
l’istinto.
Tutto quel che ha creato soavemente
a colpi di mantice
e di trapano d’amore,
le mille e una cosa che mi fanno donna
ogni giorno
per cui mi alzo orgogliosa
tutte le mattine
e benedico il mio sesso.

Gioconda Belli

 

204. il tempo del gelsomino

Tra poco tu sarai qui, sorridente e scherzoso, con quei tuoi occhi che parlano la lingua del desiderio velandola all’inizio di prudenza, per poi lasciarle tutto lo spazio che vuole. Lo spazio delle nostre labbra.

E’ notte.
Ecco il buio luminoso di stelle.
Dopo l’ultimo canto serale, tacciono gli uccelli. Si sentono i lievi fruscii che sono le voci delle notti calme, come questa. Una lucciola, col suo volo curioso e veloce e la sua luce intermittente guida l’attenzione in modo non lineare, ed è sempre una piacevole sorpresa ritrovarla, dopo il secondo di buio, in un punto inaspettato. Lei vola e sembra scivolare su un manto nero e vellutato, così sono le notti tra giugno e luglio, sono dense e colme.
Dense e colme anche di profumi. Ascolto e assaggio l’aroma dolce del gelsomino appena mi arriva il suo odore, che si diffonde ammaliante, protetto dalla temperatura notturna più tenue di quella sferzante del giorno. La fragranza del gelsomino mi avvolge con gli echi di tutte le storie che lo accompagnano, comprese le mie personali, i miei ricordi. Forse raccontano qualcosa di vero le storie che dicono che il paradiso profuma di gelsomino. Il  suo aroma intenso e dolce mi fa subito sentire come fossi in mezzo a un ricco giardino chiuso, interno alla casa, lontano dagli occhi indiscreti e vicino invece a chi vi abita; quei giardini nascosti che fanno pensare all’intimità, all’amore, alla sensualità, alla protezione.

Anche per questo desidero il suo nome pronunciato da te sulle mie labbra.
Jazmìn è uno dei miei nomi, nato da qualcosa che dentro di me aspettava di essere evocato e che affiorò grazie a questo fiore bello delicato e resistente, e al suo incredibile profumo.
Forse ognuno di noi ha fiori dentro sé, ha memorie, ha profezie, ha tanti nomi; e per questo desidero che sia tu a pronunciare sempre questo mio nome che risvegliò in me un femminile sconosciuto, fino allora ingabbiato da norme e prigioniero di divieti: perché tu sei giardino e tempo.
Questo mio nome ti aspettava, tu solo lo pronunci portando Eros dentro le nostre labbra, veicolo d’estasi poi per tutto il corpo.

E’ un fiore e un nome nella mia vita.
Durante la mia adolescenza, fu la scoperta di un mondo nuovo in quella piccola città di mare che da anonima divenne magica grazie ai gelsomini che riempivano ogni giardino. Fu il fiore e il profumo del desiderio e della sensualità, fu l’abbondanza bianca e verde sullo sfondo azzurro del cielo e del mare, fu quell’odore che mi inebriò i sensi e che fu il denso e ineffabile abbraccio mentre leggevo per la prima volta le poesie di Neruda.

Lo sai perché desidero la tua bocca sulla mia, le tue parole poggiate da labbra a labbra, a diventare un linguaggio unico pronunciato da due diversità ognuna a proprio modo. Il mio nome dal tuo respiro.

Jazmìn, un nome che viene da altri paesi, ed è bello avere un nome che ha viaggiato, che altre bocche pronunciano quotidianamente in altri mondi. No, non si può avere solo un nome. Nuovi nomi  affiorano da nuove esperienze, e poi viaggiano dentro di noi, a volte aspettando chi sappia pronunciarlo identico a come nacque in  noi.

Tu fai questo, con le tue labbra sulle mie, e mi nomini e ti nomini, e mi chiami e ti chiami, e mi descrivi e ti descrivi, e mi scopri e ti scopri, e mi meravigli e ti meravigli, e facciamo l’amore con un nome e con un bacio, finché dura quel nome, lungo come la notte, lungo come solo tu sai fare durare un nome una notte un profumo.

La lieve brezza notturna muove rametti, fiori, erbe. Sembra una maliziosa e preziosa collaboratrice di Eros e mi avvolge con la dovizia del profumo del gelsomino.

Tra poco tu sarai qui, sorridente e scherzoso, con quei tuoi occhi che parlano la lingua del desiderio velandola all’inizio di prudenza, per poi lasciarle tutto lo spazio che vuole. Lo spazio delle nostre labbra, unite a dirci tutti i nomi del mondo, e tutti i nomi del mondo non bastano a dire di noi, di questa unione senza tempo, senza luogo, senza nomi.
Tu prolungherai l’attesa parlando d’altro, come a passeggiare senza meta per le vie di una città antica. Io parlerò con te, giocando il gioco del fuoco che cresce nutrendolo con la legna giusta; navigando consapevoli il fiume del desiderio verso il punto in cui l’acqua precipiterà in una cascata, quando il dislivello tra l’attesa e il desiderio si sarà fatto troppo grande. Tu fai così, e io voglio che tu faccia così. Che il mio nome Jazmìn e il tuo arrivino tra le nostre labbra quando tutto l’universo è pronto a fare l’amore con noi.

E’ una notte colma del profumo del gelsomino. Un lucciola girovaga nel buio.

Sei qui. Sono pronta a perdermi e trovarmi nello stesso istante, con te, che nello stesso istante sei pronto a trovarti  e  perderti con me.
Siamo qui.
Ed è pronto l’universo, con noi.