259. 5 aprile

Fiorire – è il fine – chi passa un fiore
con uno sguardo distratto
stenterà a sospettare
le minime circostanze

coinvolte in quel luminoso fenomeno
costruito in modo così intricato
poi offerto come una farfalla
al mezzogiorno –

Colmare il bocciolo – combattere il verme –
ottenere quanta rugiada gli spetta –
regolare il calore – eludere il vento –
sfuggire l’ape ladruncola

non deludere la natura grande
che l’attende proprio quel giorno –
essere un fiore, è profonda
responsabilità

(Emily Dickinson)

LA PRIMA ROSA FIORITA APRILE 2011 (2)

Abito nella possibilità –
una casa più bella della prosa –
più ricca di finestre –
e superiore – per porte

con stanze come cedri –
impenetrabili all’occhio –
e per tetto indistruttibile
gli spioventi del cielo –

per visitatori – i più belli –
per lavoro – questo:
divaricare le mie mani sottili
per raccogliere il paradiso –

(Emily Dickinson)

 

Jean Giono, L’uomo che piantava gli alberi
https://www.youtube.com/watch?v=WlbF80TA3Tc&t=11s

 

grazie per gli auguri, arrivati numerosi 🙂

iopiccolaWP_20160601_16_36_15_Pro

images (1)
Carte_du_Tendre

 

268. Buona Pasqua

91982999_3637039726370159_1352528091053817856_nognuno con il proprio tempo fiorisce e rifiorisce

LA PRIMA ROSA  FIORITA APRILE 2011 (2)

“Cristo è l’esemplare che vive in ogni cristiano come sua personalità totale. Ma il corso della storia portò alla imitatio Christi, con la quale l’individuo non segue il proprio fatale cammino verso l’interezza, ma cerca di imitare la via seguita da Cristo. Anche in oriente lo sviluppo storico portò a una devota imitatio del Buddha, e questi divenne un modello da imitare: con ciò la sua idea perdette di forza, così come l’imitatio Christi fu foriera di una fatale stasi nell’evoluzione dell’idea cristiana.”
C. G. JUNG, Ricordi, Sogni , Riflessioni 

“Se voglio comprendere veramente Cristo, devo capire che Cristo ha vissuto realmente solo la sua propria vita e non ha imitato nessuno. Non ha copiato alcun modello. Se perciò intendo davvero imitare Cristo, allora non imiterò né copierò proprio nessuno, ma andrò per la mia strada, senza più neppure definirmi cristiano. Dapprima ho voluto copiare Cristo, imitarlo, cercando di vivere la mia vita nel rispetto dei suoi comandamenti. Una voce in me si è però ribellata e ha voluto ricordarmi che anche questo mio tempo ha i suoi profeti, che si sono ribellati al giogo impostoci dal passato. Non sono riuscito a conciliare Cristo e il profeta di questo tempo. L’uno ci chiede di portare il giogo, l’altro di scuoterlo; l’uno impone rassegnazione, l’altro volontà. […] Decisi perciò di passare alla vita umile e ordinaria, alla mia propria vita, e di cominciare da quel punto, in basso, in cui effettivamente mi trovavo. Se il pensiero porta a ciò che è inconcepibile, allora è tempo di tornare alla vita semplice. Quello che non risolve il pensiero, lo risolve invece la vita, e quello che il fare non decide mai, è riservato al pensiero. Se da un lato sono asceso a mete molto elevate e impervie e voglio ottenere una redenzione che mi sollevi ancor più, la vera via non mi porterà verso l’alto, ma verso il basso, perché solo l’altro lato presente in me mi può portare oltre me stesso. Accettare l’Altro significa però discendere nel lato opposto, passare dal serio al ridicolo, dal triste al sereno, dal bello al brutto, dal puro all’impuro”
C.G. JUNG, Il libro rosso 

“Vivere se stessi significa essere un compito per se stessi. Non puoi mai dire che vivere per se stessi sia un piacere. Non sarà una gioia, ma una lunga sofferenza, perché devi farti creatore di te stesso.”
C. G. JUNG – Il libro rosso
“Dovete essere lui stesso, non cristiani ma cristi, altrimenti non siete pronti per il Dio che verrà”.
C. G. Jung, Il Libro rosso
“Questa, dunque è la mia strada; qual è la vostra? Così rispondevo a coloro che da me vogliono sapere la strada. Questa strada infatti non esiste!”
“Voi non avevate ancora trovato voi stessi: quand’ecco che trovaste me. Così fanno tutti i credenti; perciò ogni credenza è così poco importante. Ora io vi ordino di dimenticare me e di trovare voi stessi, e solo quando voi mi avrete rinnegato tornerò da voi.”
F. NIETZSCHE, Così parlò Zarathustra.

 

statua-cristo-risorto-su-mensola-colorato
168666197_10222627591631898_2757794939318365477_n

 

266. di piedi e di riti

I piedi. Che toccano il suolo, la terra, affondano nella sabbia e nell’erba e nella neve, saltano nelle pozzanghere, si adeguano a una  roccia, toccano l’asfalto, si mischiano ai ciottoli, si appoggiano al greto di un fiume, lambiscono il bagnasciuga, si posizionano per le salite e le discese …

I piedi. Che camminano saltano ballano corrono stanno fermi. Passo dopo passo. Orme. Fino alla fine dell’orizzonte, cioè a fare il giro del mondo, ché l’orizzonte non finisce mai.

I piedini, piccoli piccoli piccoli, che per la prima volta toccano il suolo, mentre il resto del corpo è sostenuto da braccia adulte. I piedini piccoli che staccano il primo passo.

I piedi più grandi che solcano decisi le strade, mille strade, così tante che diventano cielo.

I piedi affaticati dei vecchi, i piedi che, incerti, passo dopo passo, camminano così lenti da sembrare piante ferme, che mettono radici.

Piedi sacri. Piedi movimento. Piedi contatto con la terra, piedi che disegnano la nostra posizione nel mondo. Piedi libertà, piedi progresso, piedi ricordo.
Piedi di Maestri, che in molte culture sono venerati come simbolo dell’evoluzione che Essi hanno raggiunto.

I riti. Che sono belli. Alcuni più, altri meno. Alcuni che conservano nelle norme codificate qualcosa del flusso vitale che li ha originati, e hanno ancora radici e sorgenti vitali legati all’identità della loro nascita; altri che sono solo regole, consuetudine, prassi e sono causa di identificazioni dannose.

La lavanda dei piedi. Un rito della Chiesa cattolica, uno dei riti della Settimana Santa.
Ne parla solo l’evangelista Giovanni.
Mi piace, per dirla in linguaggio fb.
E’ uno dei riti a cui sono più affezionata, ed è infatti uno di quelli che più colpivano la mia immaginazione di bimba.
Una fila di maschietti chierichetti – allora niente femmine nella zona dell’altare, se non per le pulizie- con un piede scoperto che il parroco bagnava abbastanza velocemente dicendo le parole necessarie. Tutto questo in chiesa, durante la celebrazione liturgica.
Si diceva che era una lezione di grande umiltà. Cristo, nel testo di Giovanni, prima dice a Pietro – che non vorrebbe farsi lavare i piedi da Lui- che ‘quello che io faccio tu ora non lo capisci, ma lo capirai dopo’; poi che deve farseli lavare altrimenti ‘non avrai parte con me’ o, con altra traduzione ‘non sarai veramente unito a me’; poi prosegue ‘chi ha fatto il bagno deve lavarsi solo i piedi ed è tutto puro, e voi siete puri ma non tutti’. E conclude ‘Sapete che vi ho fatto? Voi mi chiamate Maestro e Signore, e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, il signore e il Maestro, ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri. Vi ho dato infatti l’esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi’.

Cos’è che Pietro non capiva in quel momento e che lo  avrebbe capito dopo?
E il significato dell’intero episodio?
Lo ricordo associato all’umiltà, al servizio … per tradizione i servi lavavano i piedi agli ospiti che entravano in casa, o venivano lavati i piedi dei re … quindi, se un Re qual era Gesù lava i piedi ai suoi discepoli quale altra lezione c’è da imparare?
Si diventa totalmente puri nel servizio totale all’altro/a, sembra semplice.
Ci sono fior di studiosi che dedicano la loro vita alla ‘lettura’ e all’ ‘interpretazione’ dei testi sacri, e sono detentori di immensi saperi, è loro la ‘giusta’ e ortodossa e canonica spiegazione.

Io ricordo soltanto quando ho lavato i piedi a mia sorella piccolina, a mia madre, a mio padre, alla nonna materna, al nonno paterno, al parroco durante un suo ricovero al Gemelli, e ad altri. Ricordo quando ho tagliato le unghie a qualcuno di loro, quando contemporaneamente ho accarezzato quei piedi, a volte aggiungendo una carezza nella necessità di un gesto del momento, gesto che comunque era già carezza.

E se invece di stare scrivendo su uno schermo, stessi parlando con persone nella realtà, lo chiederei ‘tu ricordi quando hai lavato i piedi a qualcuno?’. E ascolterei con molto interesse le loro parole.

Nonostante tutta l’educazione cattolica che mi porto dentro, non posso non travalicare i concetti di servizio e di umiltà, che risultano un po’come un recinto angusto di un gesto favoloso, potente, regale, realmente divino se pensato in termini di completezza e connessione.
Bisogna farlo, un gesto, per capirlo un po’ meglio. Farlo nella realtà non durante un rito un po’troppo codificato.
C’è un amore diverso dalle parti dei piedi. Si mette in modo qualcosa di inusuale quando le mani toccano i piedi. Due estremità così differenti … le mani svolazzanti nell’aria, curiose di tutto, toccano tutto … i piedi sempre rivolti a terra, a sostenere il corpo …
Si incontrano due mondi totalmente dissimili quando le mani di una persona toccano i piedi di un’altra persona.
E’ uno scambio di energie interamente differenti, si attiva una comunicazione profonda, tra alterità, tra radici e rami … un corto circuito di dolcezza …

E’ bello nel fare l’amore accarezzarsi reciprocamente su tutto il corpo; è bello che il bacio esca dalle labbra e vada a conoscere tutto il corpo.
E poi … quando si arriva laggiù, nella parte opposta a quella che sembra la nostra centralina -la testa-, laggiù, nelle zone lontane -i piedi- a cui spesso non pensiamo, è possibile percepire una diversità nello scambio amoroso, è possibile sentire una lontananza, una differenza, qualcosa di dimenticato, una commozione, una tenerezza verso l’intera persona, un abbraccio che si fa immenso perché comprende qualcosa di indicibile, ma vivo e presente in quei piccoli movimenti sui piedi, lavanda o taglio delle unghie o carezze che siano.
No, nessun feticismo. Semplicemente corpo, e nella sua piena e più completa totalità, nella sua intera purezza.

I piedi sono come i luoghi meno conosciuti, quelli nemmeno descritti nelle mappe, e che quando ci arrivi sai che senza quelli il mondo sarebbe davvero incompleto.
Amare il dimenticato, l’inusuale, quello che più facilmente si sporca perché è a contatto con la terra che “come è noto” è sporca e volgare, e non è per nulla tersa e trasparente come l’aria e il cielo e le cose di lassù; ma amare tutto ciò mica per umiltà o spirito di servizio …

semplicemente amare per amare, completare, completar-sé … qualcuno riesce a vedere quanto ci si “innalza “quando ci “abbassa” verso terra? verso LA Terra …

arrivederci dalle parti dei piedi, con riflessioni più chiare … per adesso echi di voci lontane, sensazioni … ci sono verità da raggiungere, è sempre un “tendere verso” …

a ridosso di resurrezioni, che sono totali

 

 

265. di palme e d’altro, da un cronopio

La palma ha le radici nell’acqua e la chioma nel fuoco.
proverbio arabo

No, qui da me niente palme. Ulivi. Rami d’ulivi per festeggiare la Domenica delle Palme.
La prima e unica palma della zona dove abito è nel giardino di una cara amica,  pianta esotica che piaceva ai ricchi dei primi del Novecento. La piantò suo nonno. Simbolo di agiatezza, di possibilità di movimentare pezzi di mondo, di una sfida vinta con la natura se la palma, nativa di calde terre lontane, continuava a vivere anche qui, “da noi”.
La palma è una pianta che per molti anni mi è stata completamente indifferente, poi iniziai a guardarla con curiosità, poi diventò una specie di simbolo delle diversità che ci sono nel mondo, poi immagine di terre lontane e desiderate come meta di viaggi, poi, e poi, e poi.
Passo dopo passo, la palma è arrivata a incantarmi, ma così, sentimento, emozione, impressione e nessuna conoscenza specifica. Sì, c’era un sentore di qualcosa, sì, quel qualcosa che senti, a cui spesso non dai ascolto, e che a un certo punto, invece,si rivelerà essere stata una profezia. Insomma, cose così con la palma.
E poi, in una vetrina di una libreria, un giorno vedo un libro con una copertina gialla su cui spiccano due foglie verdi che sembrano danzare. Il titolo è già accattivante: “Il botanista“, ma il sottotitolo è il motivo reale per cui compro il libro: “Il racconto di uno scienziato sognatore, custode della ricchezza vegetale della Terra“. Praticamente mio fratello, penso. Più preparato di me per muoversi nell’amato mondo vegetale, anche quello un mondo di fratelli e sorelle.
Non avevo ben capito che le due foglie verdi in copertina fossero di palma, anzi, mi sembravano di monstera: la prospettiva con cui sono disegnate rendeva possibile il mio errore.

E quindi eccolo, un nuovo fratello-libro entra in casa. Faccio sempre trascorrere un po’ di tempo prima di  leggere un libro che ho comprato. Lo faccio abituare al nuovo mondo in cui si trova, gli faccio conoscere gli altri libri, gli faccio sentire i suoni e gli odori e i silenzi e i movimenti della nuova casa.
Danno soddisfazione, devo dire. Molta di più di tanti umani che hanno varcato la soglia di casa, che sono stati accolti come fratelli e sorelle, ma che tali non erano. I libri hanno ben chiaro che quando varcano la soglia di una casa e di un cuore, bisogna saperlo e volerlo fare. Eh, sì, danno tanta soddisfazione questi amici silenziosi: si aprono con le loro pagine dove ci sono scoperte e viaggi, ci permettono di essere letti da noi con la nostra voce interiore, che a volte diventa una voce a due con quella – immaginata- dell’autore o dell’autrice, oppure diventa le voci dei personaggi: e in noi scopriamo -anche così- inimmaginati pezzetti di noistessi-mondo.

D’estate, prendo il nuovo fratello-libro, lo metto nella borsa di quelli da leggere in vacanza e me lo porto in viaggio con me.
Ritorno a casa e lo metto nel gruppo “leggere quanto prima”. Intanto avevo capito che parlava di palme  e che è scritto a quattro mani: Marc Jeanson, dal 2013 giovane Responsabile dell’Erbario del Museo Nazionale della Scienza di Parigi, e Charlotte Fauve, architetto paesaggista, giornalista e autrice di documentari.
Mio padre aveva appena trascorso un lungo ricovero in ospedale, tra luglio e agosto, ed era tornato a casa con le condizioni di salute in ulteriore peggioramento, sebbene al momento ancora sotto controllo.
E’ così, e non so perché, che comincio ad ascoltare quella specie di voce interiore che mi spinge verso quel libro, che mi spinge a leggerlo prima degli altri previsti.
Adesso so che è stato un caso editoriale, presentato alla Fiera di Londra  e poi venduto agli editori di tutta Europa ancora prima di essere pubblicato. Allora non lo sapevo, pensavo di avere un “semplice buon libro” che trattava uno degli argomenti di cui mi interesso. Ma aprirlo e iniziare un bellissimo volo fu tutt’uno. Tanto da dover rallentare la lettura per l’emozione, chiudere il libro, rendermi conto, rituffarmi poi in quelle  pagine meravigliose che sono un inno alla natura e alla cultura. Lasciavo passare anche giorni prima di riaprire il libro e spesso non sapevo il perché, il perché oltre la meraviglia e l’emozione che invece mi trascinavano a leggerlo.
Intanto scoprivo la bellezza delle palme, la loro importanza in qualche evento della storia del mondo, gli elementi della biografia dell’autore, metodi, modernità e tradizioni .

Intanto mio padre peggiorava.
E “Il botanico” fu il libro che portai con me durante gli ultimi suoi tre lunghi ricoveri.
Pochissime righe lette ogni volta. Di giorno, di notte. Poche.
Anche perché vedevo sempre più mio padre come una palma.
Lui, che prima avevo  paragonato alla quercia e all’ulivo, lui adesso era una palma: una bellezza che vedevo per la prima volta, un’importanza e una diversità che mi si disvelava giorno dopo giorno, riga dopo riga, dolore dopo dolore.
L’albero esotico che i ricchi del primo Novecento piantavano nei loro giardini, l’albero delle terre lontane che sono anche dentro di noi, la palma-padre adesso era nel  giardino del mio cuore.
La ricchezza di informazioni profuse nel testo diventava la ricchezza immensa dell’uomo che stavo conoscendo in un continuum; e mi sentivo fortunata di non aver ancora definito mio padre, di non averlo relegato e limitato nel recinto dell’illusione a cui troppo spesso diamo il nome di  conoscenza.
Riga dopo riga, poche; e poi chiudevo il libro, e poi guardavo mio padre che stava ad occhi chiusi, e poi non c’era più nulla oltre quel tempo che, da fuori, sembrava inerte, e che invece stava arando la mia terra  interiore per renderla pronta ad accogliere la palma-padre.

La palma è un albero dalla simbologia bellissima: la pace, la vittoria, l’ascesa, la rinascita, l’immortalità; per i primi cristiani era il simbolo della Resurrezione di Gesù. Simboleggia, insomma, il trionfo della Vita sulla Morte.
Questa simbologia l’ho appresa dopo che mio padre non era più con me; solo dopo sono andata a leggere questi aspetti allegorici della palma. Erano quelli che avevo sentito risuonare in me, erano quella voce interiore che mi ha guidata ad aprire quel libro al momento giusto: perché conoscessi ancora di più mio padre; perché  sapessi la vastità del suo animo e del suo cammino su questa terra, così prezioso da piantarlo nel giardino del mio cuore; per rendermi una donna ricca e poter far vedere quanto sono ricca, io, che potevo permettermi di far arrivare una palma fin qui, da mondi lontani e diversi; fin qui, al centro del mio cuore-giardino, la mia palma-padre.
La palma-pianta mi si è messa vicino proprio nel giusto periodo, attraverso un libro incontrato per caso.

Che “caso” non è mai quando si parla di cuore e di ascolto.

E ora sorridi con me, babbo. Ho deciso che da oggi in poi per te sarò un cronopio, sorridiamo e immaginiamo insieme. Io qui, tu lì, tu qui, io lì, noi un po’ qua e un po’ là, ricordando e vivendo insieme in questo nuovo modo diveniente, viaggiando da ricchi quali siamo adesso, con tutte le palme del mondo nei nostri giardini.

mappamondo-planisfero-con-stampa-a-foglie-beige-e-metallo-dorato-1000-14-27-213432_1

Viaggi, in Julio Cortázar, Storie di cronopios e di famas

Quando i famas fanno un viaggio, le loro abitudini, quando si fermano a dormire in una città, sono le seguenti: un fama va all’hotel e prudentemente vuol sapere il prezzo della camera, rendersi conto di persona della qualità delle lenzuola e del colore dei tappeti. Il secondo va al commissariato e stila una dichiarazione sui beni mobili e immobili dei tre, e fa anche l’elenco del contenuto delle loro valigie. Il terzo fama va all’ospedale e prende nota dei medici di turno nonché delle loro specializzazioni.
Finite queste incombenze, i tre viaggiatori si riuniscono nella piazza principale della città, si comunicano le rispettive osservazioni, ed entrano in bar a prendere un aperitivo. Prima però si prendono per mano e fanno un girotondo. Questa danza è detta: “Allegria dei famas”.
Quando i cronopios fanno un viaggio, trovano tutti gli alberghi al completo, i treni partiti, piove come dio la manda e i taxi non li vogliono far salire a meno che non siano pronti a farsi spellare vivi. I cronopios non si scoraggiano perché credono fermamente che queste cose capitino a tutti, e prima di andare a dormire si dicono l’un l’altro: “Ma che bella città, una città proprio bella”. E sognano tutta la notte che la città è in festa e che loro sono invitati a tutti i ricevimenti. Il giorno dopo si alzano allegri, ed è così che viaggiano i cronopios.
Le speranze, sedentarie, si lasciano viaggiare dalle cose e dagli uomini, e sono come le statue che bisogna fare un viaggio per vederle perchè loro non si disturbano.

Ricordi, in Julio Cortázar, Storie di cronopios e di famas 

I famas, per conservare i loro ricordi seguono il metodo dell’imbalsamazione: dopo aver fissato il ricordo con capelli e segnali, lo avvolgono dalla testa ai piedi in un lenzuolo nero e lo sistemano contro la parete del salotto, con un cartellino che dice: “Gita a Quilmes”, oppure: “Frank Sinatra”. I cronopios invece, questi esseri disordinati e tiepidi, sparpagliano i ricordi per la casa, allegri e contenti, e ci vivono in mezzo e quando un ricordo passa di corsa gli fanno una carezza e gli dicono affettuosi: “Non farti male, sai”, e anche: “Sta attento, c’è uno scalino”. Questa è la ragione per la quale le case dei famas sono in ordine e in silenzio, mentre le case dei cronopios sono sempre sottosopra e hanno porte che sbatacchiano. I vicini si lamentano sempre dei cronopios e i famas scuotono la testa comprensivi, e vanno a vedere se i cartellini sono sempre a loro posto.

264. “si ha un bel non parlare di se stessi / bisogna gridare alle volte / io sono l’altro / troppo sensibile” * “quando si ama bisogna partire”

GIORNALE

Cristo è più di un anno che non penso più a te
Da quando ho scritto la mia penultima poesia Pasque
La mia vita è davvero cambiata dopo
Ma sono sempre lo stesso
Ho perfino tentato di fare il pittore
Ecco i quadri che ho fatto e che questa sera pendono ai muri
Mi aprono strane prospettive su me stesso che mi fanno pensare a Te

Cristo
La vita
Ecco ciò di cui sono andato in cerca

Le mie pitture mi fanno male
Sono troppo passionale
E tutto è color arancione.

Ho passato una triste giornata a pensare ai miei amici
E a leggere il giornale
Cristo
Vita crocefissa nel giornale che tengo aperto a braccia tese
Ampiezze
Razzi
Ebollizione
Grida.
Sembra un aeroplano che precipita
Sono i0

Passione
Fuoco
Romanzo a puntate
Giornale
Si ha un bel non parlare di se stessi
Bisogna gridare alle volte

Io sono l’altro
Troppo sensibile

(Agosto 1913)
BLAISE CENDRARS, Diciannove poesie elastiche, in Dal mondo intero, Guanda 1980 (fonte web)

 

Quanti confini su possono disegnare su una mappa (e crederli reali nel mondo)?
Confini fino a confinarci da noi in uno spazio angusto, tale da dover parlare e gridare di noi?
Tale da soffocare la nostra vita, crocifiggerla, nonostante cercarla sia stato il senso della nostra ricerca, della nostra vita stessa?
E, fuori da ogni illusione -parlare di tutto, sapere di giornali, di romanzi, di passioni, ma non parlare di se stessi, dice Cendrars- bisogna gridarlo, alla fine; se non si è detto di noi, se non si è sussurrato di noi, se non ci siamo esplorati conosciuti e vissuti, bisogna riconoscerlo e gridarlo che “io sono l’altro”, il più sconosciuto a me stesso, il più bisognoso; bisogna dirlo “ho bisogno d’amore, di essere visto, di essere riconosciuto, di non essere schiacciato da stili di vita ingiusti e insensati”.
Questo è il confine più assurdo e inutile e deleterio e pericoloso e stretto che possiamo creare, quello che ci confina in noi e ci affanna, al punto poi che-sempre che  ne diventiamo capaci -per riconoscerci altro a noi stessi, e agli altri e al mondo dobbiamo gridarlo.
La difficoltà di unire “io” e “l’altro”, anche linguistica, anche per un articolo determinativo unito a ciò che non è “io”. E sentire il desiderio di quella determinazione che sembra aiutarci a definirci, a farci riconoscere: “io” sono “l’altro”.

.
Nel 1963 l’antropologo Edward T. Hall inventò il termine ‘prossemica’. Aveva notato che la distanza relazionale tra le persone è correlata alla distanza fisica, e misurò queste distanze.
800px-Personal_Space.svgDavvero pensiamo che i confini siano solo quelli tra Stati disegnati sulle mappe? Proviamo a confrontare diacronicamente  i confini delle Nazioni.
In questo senso, “io sono l’altro” si verifica molte volte, tanto sono stati e sono ballerini i confini tra Stati.

E nel senso della poesia di Cendrars?
Che commozione, che tenerezza, che dolcezza, che amorevolezza, che ‘pietas’, che abbraccio verso quel grido, verso quel ‘finalmente’ grido ‘io sono l’altro’.
Con quanta premura e delicatezza e affetto sarebbe da accogliere quel momento.

Esseri umani, infinite alterità da conoscere e condividere.

Universo-770x433

 

TU SEI PIU’ BELLA DEL CIELO E DEL MARE

Quando si ama bisogna partire
Lascia tua moglie lascia il tuo bambino
Lascia il tuo amico lascia la tua amica
Lascia la tua amante lascia il tuo amante
Quando si ama bisogna partire

Il mondo è piano di negri e di negre
Di donne uomini uomini donne
Guarda i bei negozi
Questa vettura e poi quest’uomo questa donna e poi questa vettura
E poi tutte le mercanzie piacevoli

C’è l’aria e c’è il vento
E ci sono le montagne e l’acqua e il cielo e la terra
I bambini gli animali
Le piante il carbon fossile

Impara a vendere e comprare e vendere di nuovo
Dona prendi restituisci

Quando si ama bisogna saper
Cantare correre mangiare bere
Fischiettare
E apprendere a lavorare

Quando si ama bisogna partire
Non sorridere tra le lacrime
Non costruirti il nido tra due seni
Respira cammina parti vattene via

Mi faccio il bagno e guardo
Vedo la bocca che conosco
E la mano e la gamba e l’occhio
Mi faccio il bagno e vedo

E il mondo intero è sempre qui al suo posto
La vita con le sue cose sorprendenti
Esco fuori dalla farmacia
Scendo adesso dalla bilancia
Peso i miei soliti 80 chili
E ti amo

BLAISE CENDRARS, Tu sei più bella del cielo e del mare (fonte web, traduzione di Mario Fresa)

Ed ecco qua, quando si ama bisogna andare via …. 🙂

 

263. ricordi … cosa cantava quella ragazzina? il canto è profezia

PER TE
https://www.youtube.com/watch?v=5REy7qOTsn4

IL MIO APRILE
https://www.youtube.com/watch?v=AI_IvRe1W4g

RAGAZZO CHE SORRIDE
https://www.youtube.com/watch?v=3izdWYgMnRU

Un mangiadischi bicolore arancione e avorio.
Un giradischi dall’aspetto e dal funzionamento coraggioso e un po’ avventuroso, per i 33 giri di musica classica.
Un padre che ama Theodorakis.
Una figlia che ascolta il padre cantare e ama anche  lei Theodorakis, addirittura si commuove ascoltando quelle canzoni.
Il primo Theodorakis arriva con Irene Papas, poi con Al Bano e poi con Iva Zanicchi. Tutti ascoltati dal mangiadischi bicolore arancione e avorio.

https://www.youtube.com/watch?v=3jO_EeX4P60&t=13s

 

E quando mi chiedo “cosa cantavo da ragazzina?”, eccole affiorare le canzoni.
E’ facile. E’ come buttare un “amo” – presente del verbo amare 🙂 – in un mare pescoso, e le canzoni, come pesci argentati e fantastici, accorrono al richiamo del cuore, saltano fuori dalle acque per farsi vedere, e guizzano per un attimo prima di rituffarsi nel mare della musica.
E’ così che mi ritornano in mente le note che sono state la colonna sonora della ragazzina che ero.
Non mi importa se alcune non erano alla moda dei giovani. Sono state la mia musica. A volte insieme alla musica di mio padre. La nostra, quella che girava per casa, una casa umile, onesta, curata.
Anche i miei scolastici solfeggi sol-la-mi-do-re-mi-fa-sol-la. Anche i miei esercizi alla pianola pollice-medio-mignolo, indice-anulare, mano destra, mano sinistra. Anche le canzoni che, a orecchio, mio padre accorreva a suonare alla pianola quando non ne poteva più della ripetitività dei miei esercizi 🙂
E “quella sua maglietta finaaaaa”, e “amore bello come il cielo” cantate a squarciagola anche a scuola  con le amiche, e con le suore che ci dicevano ‘zitte ragazze, basta ragazze’ e noi invece andavamo per ‘montagne verdi”.
E il coro della parrocchia, ché quando iniziammo a cantare “dolce è sentire come nel mio cuore sta nascendo amore” non ci fu più modo di pensare alle funzioni religiose per cui il parroco la voleva destinata, ma ci trovammo tutti e tutte sulle nostre personali nuvolette d’innamoramenti.

 

Ma ci fu una prima volta intensa, inaspettata. La prima volta che ‘sentii’ una canzone, giù fino al centro del cuore.
Ero al mare, ospite di parenti. Una ragazzina di prima media, sola con zie e zii grandi, indaffarati; un mare molto ‘pratico’, fatto di spiaggia al mattino e passeggiate nel pomeriggio; sicuramente un mondo nuovo per me, ma vissuto con un senso di estraneità.
E poi un mattino. In spiaggia. Su una sdraio. Gli occhi chiusi per sentire meglio il sole. Un jukebox vicino.
Una canzone. Parole e musica che si mettono al posto del sole del sangue del mare. Al posto del giorno e della notte.
Luigi Tenco stava cantando “Lontano lontano”.
Mi sentii scendere lacrime che non credevo di avere.
A dodici anni.
Lacrime copiose, inarrestabili, impensate, imprevedibili.
E’ così che ho saputo cos’è una canzone, cosa può essere.

Lacrime. Da dove sgorgavano? Dove andavano? Avevo già vissuto altre vite? Avevo già vissuto la mia vita?
Non lo so.
Abbiamo luoghi dentro di noi che sono sorgenti, delta, grotte, boschi, cime di montagne e mari profondi, prati, piazze, giardini. Perché non dovremmo avere già dentro tutta la nostra vita, anche in tutte le possibilità che potranno essere o che avrebbero potuto essere?
Quelle lacrime, non avrebbero potuto essere un avvertimento per il futuro, arrivato dal cuore dove tutto potrebbe essere presente?
Lo sono state.
Ma non lo sapevo.

https://www.youtube.com/watch?v=KM-YsasxsLc

Quello che è bello, è che da ragazzina cantavo.
Quello che è bello, è che ora so che il canto è profezia.

MAPPAMONDO

262. quando ho voglia di uscire dalla semplificazione e anche quando

e anche quando ho voglia di ricordarmi della lingua italiana,
e di cosa si può fare con le sue parole, con le sue strutture

e anche quando ho voglia di ‘poesie’

c’è anche Lui, Nobel per la Letteratura nel 1975,
anche con i suoi ‘Ossi di Seppia’ editi nel 1925,
anche con la sua convinzione che nelle piccole cose si nascondono le grandi verità (negli ‘”Ossi di seppia” parla della ‘carrucola che cigola nel pozzo’, dei ‘cocci aguzzi di bottiglia’, dei ‘limoni’… )

 

CORNO INGLESE
Il vento che stasera suona attento
– ricorda un forte scuotere di lame –
gli strumenti dei fitti alberi e spazza
l’orizzonte di rame
dove strisce di luce si protendono
come aquiloni al cielo che rimbomba
(Nuvole in viaggio, chiari
reami di lassù! D’altri Eldoradi
malchiuse porte!)
e il mare che scaglia a scaglia,
livido, muta colore
lancia a terra una tromba
di schiume intorte;
il vento che nasce e muore
nell’ora che lenta s’annera
suonasse te pure stasera
scordato strumento,
cuore.
(E. Montale, CORNO INGLESE, in Ossi di seppia, MOVIMENTI, A. Mondadori Editore, Collana Lo Specchio 1977, p. 19)

 

Antico, sono ubriacato dalla voce
ch’esce dalle tue bocche quando si schiudono
come verdi campane e si ributtano
indietro e si disciolgono.
La casa delle mie estati lontane,
t’era accanto, lo sai,
là nel paese dove il sole cuoce
e annuvolano l’aria le zanzare.
Come allora oggi in tua presenza impietro,
mare, ma non più degno
mi credo del solenne ammonimento
del tuo respiro. Tu m’hai detto primo
che il piccino fermento
del mio cuore non era che un momento
del tuo; che mi era in fondo
la tua legge rischiosa: esser vasto e diverso
e insieme fisso:
e svuotarmi così d’ogni lordura
come tu fai che sbatti sulle sponde
tra sugheri alghe asterie
le inutili macerie del tuo abisso.
(E. Montale, Antico, sono ubriacato dalla tua voce, in Ossi di seppia, MEDITERRANEO, A. Mondadori Editore, Collana Lo Specchio 1977, p. 74)

 

e in un giorno di fredda tramontana primaverile, accoccolarsi in silenzio e in disparte, tra parole rare e strutture articolate e originali; insomma, nella complessità; insomma, nella vita, in una delle sue forme più vaste molteplici ed eterogenee

 

(suonasse te pure stasera
scordato strumento,
cuore)

(mi era in fondo
la tua legge rischiosa: esser vasto e diverso
e insieme fisso)

 

https://www.nobelprize.org/prizes/literature/1975/montale/25109-eugenio-montale-nobel-lecture-1975/

 

world-map-colour-splash-i50039

 

 

261. oggi

Va bene. Cedo. Come non pensarti? E proprio oggi, come non pensarti?

E pensandoti, mi arriva tenerezza su tenerezza. Affiora il ricordo di un momento importante della tua vita. Me lo raccontasti mentre eravamo in macchina, un po’ di anni fa, al rientro da una visita medica dove ti avevo accompagnato.

Il tuo primo giorno di “lavoro”, da muratore, con il nonno. Iniziavi a imparare “il mestiere”. Avevi 13 anni. Era dicembre, lavoravate all’aperto. Il freddo si fece presto sentire, ma tu non dicevi niente. Il nonno se ne accorse e, con la scusa di un lavoro da fare all’interno, ti fece entrare al riparo; e così arrivasti fino alla fine dell’orario di lavoro: due volte protetto, dall’amore di tuo padre e dai muri di una rimessa.
Tu, che a 13 anni, poiché la nonna aveva cominciato a star male, ti occupavi ogni tanto anche delle faccende di casa, arrivando pure ad andare a lavare qualche  panno sulle pietre del torrente che scorreva vicino al paese.

Poi proseguisti il racconto dicendomi orgoglioso della prima casa che costruisti tutto da solo, a 20 anni, come a dire che avevi imparato bene il mestiere. E’ in paese, ci passo accanto ogni volta che torno. La guardo. Costruita interamente da te, da solo. E’ il mio castello segreto, la mia proprietà più intima, oltre le appartenenze legali.

Ho costruito una mappa del paese, segnalando le case che tu e il nonno e lo zio avete costruito interamente o vi avete lavorato in qualche modo. L’ho disegnata mentre mi facevo raccontare da te il progredire delle tue opere e della tua professione. Dovrei, in realtà, fare una mappa più ampia, che sconfini nel  Lazio e in Toscana.
Ma di più ancora. Sei mondo.

Tutt’oggi ti ho pensato così, nell’intreccio della tua tenerezza con la tenerezza del nonno.
E ora, davanti al tramonto di un giorno che ricorda e festeggia la paternità, te lo voglio scrivere. Scende la sera. Oggi ti sono venuta a trovare due volte lì dove i tuoi resti mortali si dice ‘riposano’. E, come sempre, cammino in quel luogo che si dice ‘di pace’. Leggo i nomi, guardo i fiori, osservo le luci e le ombre.
E non penso che questo nostro mondo sia un luogo inutile, che tutto sia ‘vanità delle vanità’. Al contrario.
Guardo la tua foto e quelle delle altre persone, attimi colti da uno scatto che non era stato pensato per questo uso. Foto per documenti, foto di feste, di lavoro. Di vite. Colgo l’incommensurabile preziosità di questa sfera prevalentemente azzurra che si muove nell’immensità dell’universo e di tutte le persone che la abitano e che l’hanno abitata e che la abiteranno, e non mi importa di cercare un senso. Il senso già c’è. Vivere, aver vissuto. Attimi, giorni, mesi, anni. Aver lavorato. Avere amato. Avere risposto alla vita, anche se e quando è dura.

Aver costruito una intera casa tutto da solo.
Essersi accorto che tuo figlio ragazzino sta soffrendo molto freddo mentre lavora all’aperto e averlo messo al riparo.
Aver raccontato questi momenti a una figlia.
Trasmettere tenerezze.

Ti voglio bene, babbo.
https://www.youtube.com/watch?v=8RHrCDM2TLw

babbo compleanno 92 anni

260. le mappe artistiche di Fernando Vicente * suggerimenti dall’Immaginazione * “cos’altro?”

LA TERRA HA GIA’ IMMAGINAZIONE,
E’ IL MONDO UMANO CHE NE HA BISOGNO.

“L’immaginazione […]
è il primo fonte della felicità umana.
Quanto più questa regnerà nell’uomo,
tanto più l’uomo sarà felice.”
(G. Leopardi)

Terre dell’immaginazione: la serie “Atlas” di Fernando Vicente.
Dipinti su antiche mappe geografiche, per ripensare il rapporto tra essere umano e universo.
L’artista suggerisce il suo punto di vista nel guardare il mondo: da una sua passione di collezionista di antiche e vecchie mappe, è passato poi a ‘giocare’ con quelle mappe, a dipingerle, a cercare forme diverse da quelle reali della geografia, per allontanarsi dalle frontiere e dal significato di ogni paese, cercando lui stesso il suo significato in quelle mappe.

Fernando VicenteGRAN BRETAGNA, IRLANDA

FernandoVicente-AfroditaPequeScan-57ASIA

FernandoVicente-Paleocraneo-11AFRICA, EUROPA, ASIA

FernandoVicente-Dolphin-27

MESSICO

FernandoVicente-MotherEarth-70AMERICA DEL SUD

 

 

 

259. “qui”, in questo angolo di mondo; “adesso”, che è un “mentre” insieme a miliardi di altri “adesso”

Francesco Guccini, Vorrei
https://www.youtube.com/watch?v=R2MWEFl6mUM

Francesco Guccini, Canzone delle Colombe e del Fiore
https://www.youtube.com/watch?v=0KftnzIjlrU

Dall’album “D’amore di morte e di altre sciocchezze”, 1996:
Vorrei“, la più bella canzone d’amore;
Canzone delle Colombe e del Fiore“, moderno Cantico dei Cantici, per ‘fare l’amore’ più bello.

E una rosa che ha una storia meravigliosa.
Luoghi d’incanto: i fiori, le canzoni, i cuori umani.
Qui, adesso, mentre.

 

LA PRIMA ROSA FIORITA APRILE 2011 (2)

258. ” […] il mondo stesso non si è mai stabilizzato nella sua struttura e composizione. E’ piuttosto in un continuo divenire […]. ” *amare in modo ‘diveniente’*

“Non possiamo mai parlare con certezza del mondo, come se già lo conoscessimo, non perché le nostre ipotesi potrebbero poi rivelarsi false o perché le nostre previsioni potrebbero saltare, come direbbero gli scienziati, ma perché il mondo stesso non si è mai stabilizzato nella sua struttura e composizione. È piuttosto in un continuo divenire, così come accade a noi in quanto parte di esso. Proprio per questo il mondo, che è in perenne trasformazione, è una fonte costante di meraviglia e stupore. Dovremmo viverlo con consapevolezza.”(Timothy Ingold, Antropologia, Meltemi, 2020)

 

Non lo so se è l’inverno che fa doni alla primavera, o la primavera che entra guizzando nei giorni dell’inverno. So che è così costante il divenire da trasformare attimo dopo attimo quello che attraversa. Tutto ciò è stupendo. E se lo usassimo come pensiero fondante per costruire le relazioni e per nuovi metodi di conoscenza?

 

Prima della neve di febbraio (quanto è bello segnare il tempo così), tra le tinte invernali della Terra avevo visto il giallo di due mimose fiorite e le bianche infiorescenze di qualche pianta di viburno.
Poi il bianco della neve si è fatto manto uniforme e fertilizzante dei terreni. E dopo, sciogliendosi la neve e lasciando a tratti il suolo libero, la superficie delle campagne si è ricoperta di macchie bianche e scure, come pelle di un animale immenso e fantastico.
E, appena finita la neve, ecco, le mimose sono fiorite più numerose; sono fioriti i gialli delle forsizie e i rossi accesi del ‘fior di pesco’, quegli arbusti felici di offrire i fiori prima delle foglie; sono fiorite le bianche  pratoline allegre; occhieggiano le pervinche con il loro caratteristico colore; fanno capolino i fiori del rosmarino; gli alberi da frutto sembrano pennellate di tenui colori chiari poggiati sul fondo scuro del paesaggio.
E ora il biancospino si ricopre dei suoi piccoli fiori bianchi, tali da apparire da lontano come piccole nuvole sulle siepi nei campi ancora brulli, quelle siepi piantate un tempo a delimitare confini di proprietà, e adesso non più barriere ma armoniosi cespugli che sembrano distribuiti da un giardiniere geniale.
Questo è tempo di incontro tra ciò che diciamo ‘inverno’ e ciò che diciamo ‘primavera’.

 

Sconfino nello stupore.
Come ogni cosa, nella sua definita presenza, sconfina ed è sconfinata.
Credo profondamente in un’identità intesa in senso dinamico. Non è disperdersi, è riconoscere il costante alterar-sé.

Ricordo.
I lunghi tempi trascorsi a Piazza Navona a guardare le statue delle fontane, particolarmente quelle raffiguranti esseri multiformi, ibridi. A osservare rapita i punti di passaggio e di incontro da una forma a un’altra nello stesso essere. A emozionarmi davanti a quelle complessità, a quelle diversità unite, a quelle possibilità proposte.
Intuizioni, un sentire, intimo e profondo, che non fossero solo metafore e mitologie, ma suggerimenti, inviti a vedere cosa ancora non vediamo: la costanza del divenire e la sua potenza.

 

Un grande passaggio, un possente divenire fu quando te ne andasti, babbo-mondo. Tutta la vita ho parlato con te e di te con la certezza di conoscerti, anche mentre vedevo le trasformazioni della tua esistenza.

Con quanta arrogante illusione e volontà di fissare e definire ci si avvicina agli altri. Abbiamo bisogno di fissità per incontrarci e confrontarci … anche con noi stessi … “io sono così”, eccola l’illusione più grande che usiamo  nel ‘definirci’, appunto, ‘definirci’.

 

La tua morte mi ha insegnato che è urgente amare, te l’ho scritto altre volte.
Amare, riuscire a vedere quell’essere-divenire, quelle complessità, quelle diversità unite in un unico soggetto, quel “non poter mai parlare con certezza del mondo”.
Imparare ad amare, ad amarti, ancora adesso che non sei più qui con me.
Amarti senza farti santo dopo la tua morte. Amarti per “come eri, e come eri, e come eri”, nel tuo divenire di allora e nel mio divenire di adesso, un divenire capace anche di rinnovare la percezione di un tempo che sembra solo procedere, andare avanti. Essere capace, da questo adesso, di tornare a tutti gli ‘adesso’ trascorsi insieme, e amarti, da qui a lì, da lì a qui.

 

Lo diciamo così tanto … le canzoni, i film, nella realtà … ‘ti amo come sei’ … ma non accade; spesso ciò  coincide col non vedere “come sei”, e tanto meno quel “sei” traboccante di ‘divenire’ , e forse proprio per questo non è mai amore l’amore che vorremmo che fosse. Ed ecco: allora sembra, ma non è ‘amare come sei’, è cecità, aspettativa, illusione, far scomparire il divenire, è non amare.
Io ci sto provando con te, ad amarti in questo modo ‘diveniente’, babbo-mondo.
Oggi è la festa della donna, mi piacerebbe regalarti un passetto fatto in questo cammino.
Babbo-mondo.
Senza dire altro, ti regalo questo passetto, attraverso qualcuna delle canzoni che amavi, e che amo anch’io. Tu cantavi in modo stupendo, avevi proprio la musica dentro, e ballavi come fossi un ballerino di professione. E negli ultimi tuoi ricoveri, finché è stato possibile, tra la cena e il dormire, ti facevo ascoltare col cellulare o con la tua radiolina le canzoni che ti piacevano, affinché la notte arrivasse senza portarti pensieri: e poi, dopo, veniva il silenzio, ché anche quella era una musica, fatta dei suoni dei macchinari, dei passi felpati degli infermieri, di ogni più piccolo rumore che si stagliava nel silenzio notturno; fatta dai nostri respiri, tu nel tuo letto d’ospedale, io nella sdraio accanto a te; io ancora incapace di amarti com’eri, momento dopo momento.
E lo sono ancora, incapace. Ma il legame inestinguibile è proprio questo cammino nel divenire, non il ricordo, non rimanere ferma al passato, non cadere nell’errore di non amare più nessuno; bensì continuare a imparare ad amarti, nel continuo divenire, cosa che mi renderà, passo dopo passo, capace anche di amare chi incontro ‘senza volerne parlare con certezza’.
Mai stabilizzati, nessuno, nella nostra struttura e composizione.
E chissà … allora … come sei, adesso? Dove ti ha portato il tuo divenire?
Intanto, ecco qualcuna delle canzoni che amavi.
A te, babbo-mondo, dalla tua figlia-donna.
In questi continui passaggi, nel nostro continuo divenire.

 

https://www.youtube.com/watch?v=NWjZD37rkhM

 

https://www.youtube.com/watch?v=j69NsrQd1vs

 

https://www.youtube.com/watch?v=OpJawDFqoAI

 

libro mondo

257. “questo sogno che non è stato inganno” (Orietta Berti, Sanremo 2021)

dedicato a mia sorella Stefania

Perché Sanremo è sempre Sanremo?
Non lo so.
Giretto per casa, la televisione accesa, ché già questa è una novità, perché non la guardo mai.
Ma Sanremo … e i miei che lo seguivano, e mio padre che cantava meravigliosamente … quindi …
Quindi la tele accesa e nell’aria le note (le note?) di alcune canzoni del festival. Che non capisco, che non mi piacciono. Nemmeno le parole, che non capisco, che non mi piacciono. Questione di età, di generazioni? Anche, forse. Ma non è tutto qui. E’ che in tante canzoni non sento musica, melodie … sento “discorsi”, sia in termini musicali, sia per i testi. Questo è quello che sento anche mentre giretto nel Sanremo che è sempre Sanremo.

Poi arriva lei, Orietta Berti. Ché io non sono stata una sua fan. No. Ero tra coloro che prendevano le distanze da lei. Ero un’adolescente. E non che fossi esperta di musica. Non lo sono nemmeno adesso. Anzi, spesso cado nelle parole più che nelle note, e mi emoziono così. Per questo amo i cantautori. Intendo De André, Dalla,  De Gregori , Fossati, Guccini, Vecchioni, Conte, Lolli, Tenco, Paoli, insomma ‘Loro’. Quando poi note e parole si fondono in un’armonia, beh, emozione pura.
E la voce, quella sì, sempre. Se penso a una canzone, ho bisogno di sentir cantare, di sentire belle voci.
Qualcosa lei aveva cantato che mi era piaciuto, per esempio ‘Tu sei quello’
https://www.youtube.com/watch?v=6RBkeVELi3I
Apprezzavo certamente la sua voce, non tanto le sue canzoni.

Poi a casa mia, la mia allora piccola sorellina si innamorò di Orietta, delle sue canzoni. Il top era ‘Fin che la barca va’
https://www.youtube.com/watch?v=zYwtkNRLVS8
ma  ce n’erano altre ‘In via dei ciclamini’, ‘Tipitipitì’, ‘Io, tu e le rose’, ‘Non illuderti mai’
https://www.youtube.com/watch?v=oLTbDXMFeak
E io la prendevo un po’ in giro, ma poi canticchiavo con lei, e lei era determinatissima in questa sua preferenza musicale. Ricordo piccoli cori a tre col babbo, amante del liscio e del ballo. Orietta è nella nostra storia famigliare. Con allegria, con ironia.
Erano canzonette. Però cantate, una voce molto bella.

Giretto per casa. E sento annunciare Orietta Berti. Vado a vederla. Non mi interessa di quei giudici che poi hanno criticato il suo abito, di quelli a cui non piace lei, io ne rimango incantata: 77 anni e sapersi mettere in gioco così, in gioco anche nel senso di ‘in gara’; la adoro, e penso a mia sorella con gratitudine per la sua perspicacia di bimba.
Poi Orietta canta. Canta, intendo dire proprio ‘canta’. Mi sembra una canzone non proprio facile da interpretare, leggendo dopo qualcosa in rete ne ho conferma. Incredibile, ascolto una canzone e una cantante.
“Perché Sanremo è Sanremo”, il festival della canzone italiana. E anche questa è canzone italiana. Non di stampo ‘moderno’? Va bene, va benissimo. Ci siamo anche noi ragazze-signore che ascoltiamo; e non è detto che non ci piacciano anche le canzoni ‘moderne’, anzi.
Orietta, Dio ti benedica.

E la frase “questo sogno che non è stato inganno”. Qui crollo. Evvabbè, si tratta di storia personale, a questo punto. Una frase semplice, come una bomba. Specialmente se il sogno è stato inganno.

E poi Orietta, vederti ferma al centro del palco,  passionale, a tenere il microfono con decisione, a guardare ogni tanto verso il direttore d’orchestra; e ascoltarti, con la tua voce melodiosa, raccontare un amore,  passare perfettamente da un tono a un altro,  entrare a tempo nelle battute musicali, eseguire impeccabilmente un crescendo che va dal Mi3 – nota bassa per un soprano come te- fino ad aprirsi al Si4 … beh,  Orietta, caspita, per me hai fatto la differenza.
(la cosa del Mi3 e del Si4 la pesco dal web per poter descrivere al meglio quel crescendo che mi piace tanto; la musica e la storia della musica studiate alle medie e alle superiori  non supporterebbero queste conoscenze così tecniche 🙂 )
https://www.youtube.com/watch?v=3AxhTdshKks

Davvero “Perché Sanremo è sempre Sanremo”?
Forse sì, come le storie personali, come le storie delle famiglie, come ciò che ci portiamo dentro, il mondo che siamo, le canzoni che cantiamo, i sogni che sono stati inganni e quelli che non lo sono stati, quelli che “quando mi hai detto ‘ti amo’ confuso, dicesti non vado lontano io resto con te”.

el-mundo-rodeado-de-notas-musicales-e1463758559606

256. Francesco Gabbani, Occidentali’s Karma e Amen … culture nel/del mondo

Francesco Gabbani, Occidentali’s Karma
https://www.youtube.com/watch?v=-OnRxfhbHB4

trattati di antropologia, storia, filosofia, sociologia, psicologia, letteratura, arte dentro canzoni 🙂

Francesco Gabbani, Amen
https://www.youtube.com/watch?v=WOLUFdQ6z-o

 

Erin Meyer, La mappa delle culture, ROI edizioni, 2021
(in uscita il 17 marzo 2021)
https://www.lafeltrinelli.it/libri/erin-meyer/mappa-culture/9788836200412

https://www.termometropolitico.com/1247158_mappe-interessanti-culture-mondo.html

https://www.ibs.it/mappe-atlante-per-viaggiare-tra-libro-aleksandra-mizielinska-daniel-mizielinski/e/9788891829856

http://nonbinaryitalia.altervista.org/map-of-gender-diverse-culture-mappa-delle-culture-prevedono-generi-oltre-la-concezione-binaria/?doing_wp_cron=1614018772.4887011051177978515625

 

 

91+RKTuAsBL._AC_UY218_ML3_

mappa aree culturali nativi NAMappa delle aree del Nordamerica
in cui 
erano stanziate
le dieci maggiori culture
 native prima del colonialismo europeo
(fonte 
https://pietreterra.blogspot.com/2014/02/culture-e-aree-culturali-dei-nativi.html )

Mappa culture Nativi NordamericaniCartina che mostra otto aree culturali
delle Tribù dei Nativi 
Nord Americani.
(fonte 
https://pietreterra.blogspot.com/2014/02/culture-e-aree-culturali-dei-nativi.html )

 

carta etnie e ceppi linguistici nativi nordamericani
Cartina geografica e mappa delle Tribù o Nazioni e gruppi
etnici-linguistici dei Nativi Nord e Centro Americani,
denominati 
Indigeni, Pellerossa, Indiani d’America o Indios,
prima della 
colonizzazione del Nord e Centro America
da parte 
degli europei.
(fonte 
https://pietreterra.blogspot.com/2014/02/culture-e-aree-culturali-dei-nativi.html )

 

 

 

254. Claudio Baglioni: Strada facendo, Avrai

Claudio Baglioni, Strada facendo
https://www.youtube.com/watch?v=fZrIvE-3upw

Io ed i miei occhi scuri siamo diventati grandi insieme
Con l’anima smaniosa a chiedere di un posto che non c’è
Tra mille mattini freschi di biciclette
Mille e più tramonti dietro i fili del tram
Ed una fame di sorrisi e braccia intorno a me

Io e i miei cassetti di ricordi e di indirizzi che ho perduto
Ho visto visi e voci di chi ho amato prima o poi andar via
E ho respirato un mare sconosciuto nelle ore
Larghe e vuote di un’estate di città
Accanto alla mia ombra nuda di malinconia

Io e le mie tante sere chiuse come chiudere un ombrello
Col viso sopra il petto a leggermi i dolori ed i miei guai
Ho camminato quelle vie che curvano seguendo il vento
E dentro a un senso di inutilità
E fragile e violento mi son detto tu vedrai, vedrai, vedrai

Strada facendo, vedrai
Che non sei più da solo
Strada facendo troverai
Un gancio in mezzo al cielo
E sentirai la strada far battere il tuo cuore
Vedrai più amore, vedrai

Io troppo piccolo fra tutta questa gente che c’è al mondo
Io che ho sognato sopra un treno che non è partito mai
E ho corso in mezzo a prati bianchi di luna
Per strappare ancora un giorno alla mia ingenuità
E giovane e invecchiato mi son detto tu vedrai vedrai, vedrai

Strada facendo vedrai
Che non sei più da solo
Strada facendo troverai
Anche tu un gancio in mezzo al cielo
E sentirai la strada far battere il tuo cuore
Vedrai più amore, vedrai

E una canzone neanche questa potrà mai cambiar la vita
Ma che cos’è che mi fa andare avanti e dire che non è finita
Cos’è che mi spezza il cuore tra canzoni e amore
Che mi fa cantare e amare sempre più
Perché domani sia migliore, perché domani tu

Strada facendo vedrai (perché domani sia migliore, perché domani tu)
Strada facendo vedrai (perché domani sia migliore, perché domani tu)
Strada facendo vedrai (perché domani sia migliore, perché domani tu)
Strada facendo vedrai (perché domani sia migliore, perché domani tu)
Strada facendo vedrai (perché domani sia migliore, perché domani tu)

 

Claudio Baglioni, Avrai
https://www.youtube.com/watch?v=27-B6k2t7ng

Avrai sorrisi sul tuo viso come ad agosto grilli e stelle
Storie fotografate dentro un album rilegato in pelle
Tuoni di aerei supersonici che fanno alzar la testa
E il buio all’alba che si fa d’argento alla finestra

Avrai un telefono vicino che vuol dire già aspettare
Schiuma di cavalloni pazzi che s’inseguono nel mare
E pantaloni bianchi da tirare fuori che è già estate
Un treno per l’America senza fermate

Avrai due lacrime più dolci da seccare
Un sole che si uccide e pescatori di telline
E neve di montagne e pioggia di colline
Avrai un legnetto di cremino da succhiare

Avrai una donna acerba e un giovane dolore
Viali di foglie in fiamme ad incendiarti il cuore
Avrai una sedia per posarti e ore vuote come uova di cioccolato
Ed un amico che ti avrà deluso, tradito, ingannato

Avrai, avrai, avrai
Il tuo tempo per andar lontano
Camminerai dimenticando
Ti fermerai sognando
Avrai, avrai, avrai
La stessa mia triste speranza
E sentirai di non avere amato mai abbastanza
Se amore, amore avrai

Avrai parole nuove da cercare quando viene sera
E cento ponti da passare e far suonare la ringhiera
La prima sigaretta che ti fuma in bocca un po’ di tosse
Natale di agrifoglio e candeline rosse

Avrai un lavoro da sudare
Mattini fradici di brividi e rugiada
Giochi elettronici e sassi per la strada
Avrai ricordi, ombrelli e chiavi da scordare

Avrai carezze per parlare con i cani
E sarà sempre di domenica domani
E avrai discorsi chiusi dentro e mani
Che frugano le tasche della vita
Ed una radio per sentire che la guerra è finita

Avrai, avrai, avrai
Il tuo tempo per andar lontano
Camminerai dimenticando
Ti fermerai sognando
Avrai, avrai, avrai
La stessa mia triste speranza
E sentirai di non avere amato mai abbastanza
Se amore, amore, amore, amore avrai

Tube-Map-Illustration-LondonZoe More, Mappa illustrata della Metropolitana di Londra

Illustrated-map-Dalston-Stoke-Newington-LondonDaltson & Stoke Newington, Mappa di Londra

Typographic-Map-Of-London-768x574Ursula Hitz, Mappa di Londra

253. Claudio Baglioni: Uomini persi, La vita è adesso

Claudio Baglioni, Uomini persi
https://www.youtube.com/watch?v=IDwcJsX1WSA

Anche chi dorme in un angolo pulcioso
coperto dai giornali le mani a cuscino,
ha avuto un letto bianco da scalare
e un filo di luce accesa dalla stanza accanto,
due piedi svelti e ballerini a dare calci al mare
nell’ultima estate da bambino,
piccole giostre con tanta luce
e poca gente e un giro soltanto.

Anche questi altri strangolati da cravatte
che dentro la ventiquattrore portano la guerra,
sono tornati con la cartella in braccio al vento
che spazza via le foglie del primo giorno di scuola,
raggi di sole che allungavano i colori
sugli ultimi giochi tra i montarozzi di terra
e al davanzale di una casa
senza balconi, due dita a pistola.

Anche quei pazzi che hanno sparato alle persone
bucandole come biglietti da annullare,
hanno pensato che i morti li coprissero
perché non prendessero freddo
e il sonno fosse lieve,
hanno guardato l’aeroplano
e poi l’imboccano e son rimasti cosi’
senza inghiottire e ne’ sputare,
su una stradina e quattro case
in una palla di vetro
che a girarla viene giù la neve.

Anche questi cristi,
caduti giù senza nome e senza croci,
son stati marinai dietro gli occhiali storti e tristi
sulle barchette coi gusci delle noci
e dove sono i giorni di domani,
le caramelle ciucciate nelle mani
di tutti gli uomini persi dal mondo,
di tutti i cuori dispersi nel mondo.

Quelli che comprano la vita degli altri
vendendogli bustine e la peggiore delle vite,
hanno scambiato figurine e segreti
con uno più grande,
ma prima doveva giurare,
teste crollate nel sedile di dietro
sulle vie lunghe e clacsonanti
del ritorno dalle gite
e un po’ di febbre nei capelli
ed una maglia che non vuole passare.

E i disperati che seminano bombe tra poveri corpi
come fossero vuoti a perdere
come se fossero pupazzi,
seduti sui calcagni han rovesciato sassi
e un mondo di formiche che scappava,
le voci aspre delle madri che li chiamavano
sotto un quadrato di stelle,
dentro i cortili dei palazzi
e la famiglia a comprare il cappotto nuovo
e tutti intorno a dire come gli stava.

Anche questi occhi,
fame di nascere per morir di fame,
si son passati un dito di saliva sui ginocchi
e tutti dietro a un pallone in uno sciame
leggeri come stracci e dove fanno a botte,
dov’è un papà che caccia via la notte
di tutti gli uomini persi dal mondo,
di tutti i cuori dispersi nel mondo.

 

 

Claudio Baglioni, La vita è adesso
https://www.youtube.com/watch?v=c780J3LlulI

la vita è adesso
nel vecchio albergo della terra
e ognuno in una stanza
e in una storia
di mattini più leggeri
e cieli smarginati di speranza
e di silenzi da ascoltare
e ti sorprenderai a cantare
ma non sai perché

la vita è adesso
nei pomeriggi appena freschi
che ti viene sonno
e le campane girano le nuvole
e piove sui capelli
e sopra i tavolini dei caffè all’aperto
e ti domandi certo
chi sei tu
sei tu sei tu sei tu
sei tu che spingi avanti il cuore
ed il lavoro duro di essere uomo
e non sapere cosa sarà il futuro
sei tu nel tempo che ci fa più grandi
e soli in mezzo al mondo
con l’ansia di cercare insieme
un bene più profondo
e un altro che ti dia respiro
e che si curvi verso te
con un’attesa di volersi di più
senza saper cos’è
e tu che mi ricambi gli occhi
in questo istante immenso
sopra il rumore della gente
dimmi se questo ha un senso

la vita è adesso
nell’aria tenera di un dopocena
e musi di bambini contro i vetri
e i prati che si lisciano come gattini
e stelle che si appicciano ai lampioni
milioni
mentre ti chiederai dove sei tu
sei tu sei tu sei tu

sei tu che porterai il tuo amore
per cento e mille strade
perché non c’è mai fine al viaggio
anche se un sogno cade
sei tu che hai un vento nuovo tra le braccia
mentre mi vieni incontro
e imparerai che per morire
ti basterà un tramonto
in una gioia che fa male di più
della malinconia
ed in qualunque sera ti troverai
non ti buttare via
e non lasciare andare un giorno
per ritrovar te stesso
figli di un cielo così bello
perché la vita è adesso
è adesso
è adesso

Charles_Burrows_la_spirale_del_tempo

evoluzione-vita

evoluzione

252. rotte di felice abbandono

Nel cielo sopra la mia casa passa una rotta di gabbiani. Dal mare, sud-sud-est, vanno verso una discarica che sta in zona, nord-nord-ovest.
Passano al mattino per andare verso il cibo, e i raggi del sole li illuminano in pieno: vedo stormi di un bianco abbagliante, tocchi di luce in movimento, candidi frullii, immacolati battiti d’ali.
Tornano al mare la sera, e io li vedo in controluce nella luminosità del sole al tramonto: sagome grigie che al più lieve moto rivelano frammenti di lucentezza, ancor più splendenti per effetto del contrasto tra quel grigio reso quasi trasparente dalla luce e quel bianco che brilla in costanti balenii.

E’ al tramonto, e quando ci sono le circostanze favorevoli, che ho più tempo per godere di questo spettacolo. A primavera inoltrata, d’estate, nel primo autunno, cerco di trovare momenti per abbandonarmi a questo incanto.
Incanto e abbandono sembrano imprescindibili. Immergersi, lasciarsi andare, lasciare andare. Tempo e spazio rivelano altri aspetti che qualche scienziato saprà dire con parole oggettive, ma che io non so dire in altro modo che con ‘presente’ e ‘amore’. Quella meravigliosa sensazione di appartenenza e di non dover far altro che esserci, essere lì con tutto il resto che c’è, e che non c’è nulla da aggiungere, da correggere, da migliorare, da far progredire. Nemmeno da custodire, perché è già tutto in sé custodito per il fatto di esistere. Sentirsi parte di un giardino e non giardiniere. Non sopra, non sotto, ma ‘dentro’.
Mi verrebbe da dire che è quella condizione che il Leopardi intravede in quel ‘per poco’ nel verso ‘ove per poco il cor non si spaura’ della splendida poesia ‘L’infinito‘.
Cos’è quel ‘poco’ grazie al quale il poeta non si perde nella paura dell’immensità e della bellezza, ma arriva a dire ‘e il naufragar m’è dolce in questo mare’? 
E’ proprio la capacità di uscire da ogni pensiero e razionalità e catalogazione e organizzazione e giudizio: ‘tra questa immensità s’annega il pensier mio’: E di entrare in una condizione di fiducia e di abbandono, dove interiorità e mondo esterno si incontrano, ‘fanno l’amore’, godono di entrambi all’unisono.

Dolcissimo e sconosciuto presente, attimo che chiami al cospetto di ciò che c’è, al contatto, alla partecipazione.
Dolcissimo e sconosciuto presente di cui la nostra vita è fatta, ma sepolto dal passato e dal futuro che ci fingiamo nella nostra mente, per usare parole del poeta. Ma ecco il vento stormire tra le fronde, ecco il volo lucente dei gabbiani, ed ecco l’immensità in cui il naufragare assume il significato esistenziale di trovar-sé e il mondo.

Milioni e milioni di anni di esistenza dell’universo, del pianeta terra. Infinito di tempo e di spazio. Infiniti attimi.
I tempi dell’esistenza dell’ipotizzato  supercontinente Columbia, tra i 2,5 e 1,6 miliardi di anni fa.
https://it.wikipedia.org/wiki/Columbia_(supercontinente)
I tempi dell’esistenza dell’ipotizzato supercontinente  Rodinia, tra 1, 1, miliardi e 750 milioni di anni fa.
https://it.wikipedia.org/wiki/Rodinia
I tempi di Pangea, quasi la ‘giovinetta’ dei supercontinenti, formatasi 290 milioni di anni fa.
https://it.wikipedia.org/wiki/Pangea


Miliardi e milioni di anni, di attimi.

Ed io sono qui, in questo attimo, a tendere il braccio verso il cielo, in un gioco di prospettiva che mi permette di vedere la mia mano come fosse in mezzo al balenio luccicante delle ali dei gabbiani, nella luce del tramonto, senza null’altro volere che quell’esser-ci che è anche volere, un volere che è anche sapere.
Lo stesso sapere e volere di quei gabbiani che, dal mare, hanno saputo che a molti chilometri di lontananza esiste un luogo dove c’è cibo per loro.
Volano, senza nulla infrangere, senza nulla migliorare, immersi in ciò che noi umani chiamiamo ‘leggi della natura’, e li dichiariamo inconsapevoli, privi della dignità di un’anima, solo al servizio, se necessario, di noi umani.
Ed io sono qui, capace soltanto di sentirmi innamorata di quei voli, di quei bagliori, dell’erba su cui mi sono distesa, di questo ‘sentire’ che è un modo di sapere inaspettato, e che è rispettoso e che è partecipativo e che è collaborativo, e che è ‘esser-ci’, e di cui altro non so dire con le parole già note.
Semplicemente sono qui adesso e sto facendo l’amore.
Sapremo mai ciò che davvero siamo?

 

mappa-mundi-herefordRichard de Haldingham de Lafford,  Mappa di Hereford, 1276-1283, cm. 150x 133

mappamundi-roma-siciliasardegnaMappa Mundi di Hereford, particolare con Sardegna e Sicilia (segnature moderne 🙂 ) , con labirinto e spirale

torre-babele-arcaMappa Mundi di Hereford, particolare con Torre di Babele e Arca di Noè

sciapode-blemmiMappa Mundi di Hereford, particolari con sciapode e blemmi

 

 

251. come un gabbiano ‘vivere balenando in burrasca’: mettere insieme un po’ di cose belle, nonostante

 

Ron e Tosca, Vorrei incontrarti fra cent’anni
https://www.youtube.com/watch?v=W4nq4QRkHn4

Ron, Non abbiam bisogno di parole
Ron – Non abbiam bisogno di parole – YouTube

 

Non so dove i gabbiani abbiano il nido,
ove trovino pace.
Io son come loro
in perpetuo volo.

La vita la sfioro
com’essi l’acqua ad acciuffare il cibo.

E come forse anch’essi amo la quiete,
la gran quiete marina,
ma il mio destino è vivere
balenando in burrasca.

(Vincenzo Cardarelli, I gabbiani, 1932)

 

 

250. responsabilità personale

146036435_4957576760983109_4391618259264312007_o

 

Cadde tanto in basso – nella mia considerazione
che lo udii battere in terra –
e andare a pezzi sulle pietre
in fondo alla mia mente –

ma rimproverai la sorte che lo abbatté – meno
di quanto denunciai me stessa,
per aver tenuto oggetti placcati
sulla mensola degli argenti –

Emily Dickinson

249. Fame guerra e computer: una mappa dell’assurdo

I link  proposti in fondo a questo post sono il risultato di una semplice e veloce ricerca che nasce da due domande anch’esse semplici, e che mi pongo da moltissimo tempo.
“Perché ci sono ancora nel mondo esseri umani che muoiono di fame, nonostante esistano da anni e anni istituzioni e associazioni e governi e chiese e persone che si occupano della risoluzione di questo problema?”
“Perché c’è ancora la guerra, nonostante ci siano istituzioni associazioni governi chiese persone che la condannino e lavorino per la pace da anni e anni?”
Queste domande mi si sono fatte più urgenti notando la velocità della distribuzione capillare dei computer dagli anni ’70 del  Novecento in poi. Sono state impiegate immani risorse economiche, umane e di tempo affinché nel mondo avvenisse la rivoluzione digitale.
Evidentemente la diffusione dei computer è stata considerata fondamentale, improcrastinabile, importante, vitale, mentre far finire le guerre e la fame no.

https://it.wikipedia.org/wiki/Storia_del_computer#:~:text=Nel%201833%20Charles%20Babbage%20(1791,mai%20realizzato%20un%20prototipo%20completo.

“Vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole” dice Dante , aggiungendo “e più non dimandare”. Non vorrei mancargli di rispetto proprio nel VII centenario della sua morte, ma il “dimandare” a chi può realizzare ciò che vuole, diventa invece maggiormente impellente nel maggior trascorrere del tempo e nell’evidenza che là dove si puote ciò che si vuole – cioè dalle parti dei ‘potenti’ della terra, ché non sempre si parla di Dio dalle nostre parti terrene – non sembra proprio interessare la risoluzione della fame e delle guerre nel mondo.
E anche se accettiamo – e come non potremmo 🙂 – la sostanziale differenza rilevata da Tommaso D’Aquino tra l’immediatezza e la libertà dell’azione divina -dovuta all’identificazione della Volontà e della Potenza in Dio -, e il Tempo necessario invece  all’essere umano per realizzare i suoi progetti, direi che, comunque, come esseri umani ne abbiamo avuto di tempo per far finire queste vergognose piaghe nel mondo.
E, allora, perché no? Perché esistono ancora?
Perché non si vuole farle finire?

So che le domande poste in questo modo semplice semplice potrebbero suscitare ironici sorrisi, rimandi ad Alice nel Paese delle Meraviglie e via di questo passo canzonatorio sarcastico e irridente, come avessi scoperto adesso l’acqua calda.
Ma non ho scoperto adesso l’acqua calda.
E.
Trovo fondamentale porre le domande in modo semplice semplice, a mo’ di bambin*, a mo’ di marzian* appena sces* sulla terra e che delle strategie terrestri non sa nulla, a mo’ di quel suggerimento  con cui il Matteo evangelico dice “il vostro parlare sia sì sì o no no”.
Ci si capisce meglio, è una cosa di cui sono convinta fin da quando, piccolissima, ascoltavo i discorsi delle donne che si riunivano in piazzetta, intente ai ‘lavori femminili’ e alle chiacchiere spropositate sul mondo intero, complicando anche una semplice espressione come ‘buongiorno’. Non che gli uomini fossero da meno, come poi ho avuto modo di scoprire, ma io all’epoca avevo l’opportunità di ascoltare solo le donne 🙂
Insomma, andando avanti per ‘sì sì o no no’, la storia si fa semplice. Intendo anche la Storia. Immagino i libri di storia scritti secondo questo criterio, immagino frantumarsi tutte le spiegazioni di “cause ed effetti”, ché poi sono sempre spiegazioni verticali, gerarchiche e autoriferite a chi ha la possibilità di scrivere la storia, cioè di porgere-scegliere i ‘fatti’.  Difficilmente si trovano spiegazioni ‘orizzontali, inclusive, sistemiche’ dei ‘fatti’.
I ‘fatti’ narrati così come mi piacerebbe, perderebbero la loro assolutezza e si presenterebbero come punti di intersezione, incontri, punti di passaggio e la loro lettura così fatta permetterebbe un’apertura di significati che interpellerebbero in modo significativo le responsabilità degli attori e dei partecipanti agli eventi, molto di più di quanto non si faccia presentando l’evento in modo isolato. E riulterebbe molto più chiaramente che ‘attori e partecipanti’ degli eventi siamo tutti.
Ci pensarono già gli storici dell’École des Annales -nata  alla fine degli anni Venti del Novecento -ad ampliare il campo di vedute, e questo tipo di storiografia ha aiutato ad allargare la visione e la lettura dei ‘fatti’, ma non è penetrato moltissimo tra i comuni mortali e si nota addirittura un ritorno a raccontare  quell’ ‘événement’ da cui gli storici dell’École avevano voluto prendere le distanze per parlare invece di trame e intersezioni.
Ricordo in questo senso il mirabile intervento che Alex Zanotelli fece ad Assisi al Cortile di Francesco del 2019, che quell’anno aveva il titolo “In_contro. Comunità, popoli, nazioni”. Padre Zanotelli fu capace di tessere una trama interpretativa di intersezioni e incontri/scontri, rilevare punti di una rete molto diffusa di ‘fatti’ da mettere in connessione. Il suo intervento si trova facilmente in rete.

https://www.treccani.it/enciclopedia/annales_res-0492eef2-1d24-11de-bb24-0016357eee51/

https://it.wikipedia.org/wiki/Nouvelle_Histoire

Paragono da tempo la rapida diffusione del personal computer con l’ottuso torpido svogliato svolgersi del cammino che istituzioni associazioni chiese singoli esseri umani ecc. fanno per far finire le piaghe nel mondo.
Se immaginiamo un video con una mappa che comprenda i dati di fame e guerre e diffusione dei computer nel mondo e che diacronicamente si evolva e aggiorni, vedremmo bene la velocità con cui si è diffuso il computer nel mondo. Immaginiamolo questo video, su!
Non ce l’ho con l’informatizzazione, la digitalizzazione, i pc, i grossi computer, non è questo il senso del post.
Il senso è “cosa si vuole dove si può realizzare quello che si vuole?”.
E la risposta o le risposte sono inquietanti. Nemmeno tanto originali o nuove. Ed è proprio il loro essere obsolete e ripetute e identiche nel tempo che lascia stupefatti.
Ed è anche inutile cambiare narrazione storica, perché un bimbo che muore di fame o di guerra è un bimbo che muore di fame o di guerra, e solo e proprio questo dovrebbe essere detto. Prima ancora che ‘vittima di un sistema economico aberrante’, prima ancora di ‘effetto collaterale’, prima ancora di diventare ‘un caso, una classificazione, un effetto di’, è un essere umano che muore di fame o per una guerra.
Qui ci dovremmo fermare. E tremare. E correre ai ripari.
Ma poi, lo sappiamo bene dentro di noi, si tratterebbe di mettere in discussione qualcosina di questo nostro mondo senza apparente e fisica fame e senza apparente e fisica guerra, e allora … quei mondi dove si muore di fame e di guerra sono così lontani dal nostro ‘voglio e posso ciò che voglio’, apparente beninteso per noi comuni mortali, ma in sintonia con chi più di noi ‘vuole e può ciò che vuole’.

Eccoci, dunque, disegnati dentro mappe costruite da altri, felici di starci, pronti a commuoverci e partecipare a beneficenze collettive, a fare marce, incontri, a fare di tutto.
Pur di non fare nulla realmente e in pratica.
Fa sempre piacere stupirci per le ingiustizie nel mondo, per la follia dei potenti, per un disegno divino dalla cui comprensione siamo esclusi, per gli atti di un destino che ci sovrasta … sì, è un piacere assolverci.

Ma. E. Considerando che.
Nel nostro mondo abbiamo una certa capacità a concettualizzare dicotomizzando.
Abbiamo analogico e digitale.
Abbiamo guerra e pace.
Ma non abbiamo una parola che si opponga a fame se ne parlo come problema a livello planetario. Sul piano personale abbiamo fame e sazietà; ma … e … dobbiamo usare locuzioni, non abbiamo costruito una parola, una sola, ( e quindi un pensiero e un’azione correlati ad essa) per dire l’assenza di fame nel mondo.
E fame è prima di guerra e di computer.
E, ancor prima, è una vergogna che se ne possa ancora morire.

Vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole.
Dov’è il nostro personale singolo dis-crepante “colà”?

 

https://www.esteri.it/mae/doc/calendariogiornata_alimentazione.pdf

http://augustoperexpo.blogspot.com/2015/01/organizzazioni-per-la-lotta-contro-la.html

https://www.papafrancesco.net/elenco-delle-principali-associazioni-volonariato-sociale-umanitario/

http://www.fao.org/3/i1065i/i1065i02.pdf

https://it.wfp.org/organizzazioni-non-governative

https://www.azionecontrolafame.it/chi-siamo/acf-international

https://it.wikipedia.org/wiki/Movimento_per_la_lotta_contro_la_fame_nel_mondo

http://www.vatican.va/roman_curia/pontifical_councils/corunum/documents/rc_pc_corunum_doc_04101996_world-hunger_it.html

https://www.greenbiz.it/green-management/marketing-e-comunicazione/csr/11871-10-aziende-impegnate-contro-fame-nel-mondo

https://www.actionaid.it/ambiti-intervento/disuguaglianze-globali

http://www.giovaniemissione.it/teologia-della-missione/633/fame-nel-mondo-pontificio-consiglio-cor-unum/

https://www.orizzontipolitici.it/la-fao-food-and-agriculture-organization/

https://www.cocopa.it/images/documenti/alimentare/Progetto_UE.pdf

 

 

https://it.wikipedia.org/wiki/Unione_mondiale_per_la_pace_e_i_diritti_fondamentali_dell%27uomo_e_dei_popoli

https://www.assemblea.emr.it/europedirect/pace-e-diritti/archivio/servizi/documentazione/la-pace-in-rete-link-utili/link-dal-mondo-europeo-e-dalla-cooperazione/link-dal-mondo-europeo-e-dalla-cooperazione/repertorio-sulla-pace-e-risoluzione-dei-conflitti

https://www.onuitalia.it/sdg/pace-giustizia-e-istituzioni-forti/

https://www.unive.it/pag/fileadmin/user_upload/comunicazione/sostenibile/doc/PROGETTI/UniVolontariato/quarta_edizione_aa2017-2018/campo_lucia_def.pdf

https://www.skuola.net/diritto/onu-organizzazioni-internazionali-pace.html

http://www.arpalazio.net/sviluppo_sostenibile/pagina.php?id_sezione=1&idSottoSezione=2&idRecord=26

 

Non allego nessuna mappa.
Facciamola da noi.
Facciamola del nostro cuore.
Facciamola della nostra visione del mondo.
Facciamola del nostro “colà”.

 

248. Dolcissimo e Potente Inverno

Dolcissimo e Potente Inverno.
Essenziale come il respiro e il battito del cuore.
Il tempo del non-oltre, pur guardando l’orizzonte.
Fermati, dice l’Inverno.
E’ un Padre che si siede e dice ‘ti ascolto’, è una Madre che ti abbraccia e ti sussurra melodie nel cuore.
La natura riduce i suoni. Un apparente silenzio che invita a sentire nuovi suoni, inconsueti rumori, sussurri, frullii che altre stagioni più vocianti coprono.
La natura riduce i colori e le forme per permettere di vedere ascoltare sentire. Un’uniformità apparente di toni pacati che invita a distinguere sfumature, pennellate, varietà inaspettate.
I verdi scuri delle piante sempreverdi.
I bordeaux dei rovi.
L’arancio del vinco.
I marroni scuri e chiari e pastosi e intensi dei tronchi, dei rami, dei canneti.
I verdi delle erbe che crescono in inverno e coprono alcuni prati.
Il giallo senape o il verde acido o il grigio-verde di alcuni licheni che coprono i tronchi.
Il verde scuro e morbido del  muschio che cresce sui tronchi nella parte rivolta a Nord.
Il grigio latteo della nebbia che a volte è leggera, un tulle di velo di sposa e il mondo appare e scompare con grazia ed eleganza – come forse intravede il futuro la sposa nel giorno del suo matrimonio-; altre volte è una coltre che tutto copre ed avvolge, facendolo apparire solo avvicinandosi: la nebbia,  Maestra dell’attenzione, Guida dello sguardo accorto e premuroso.
La neve bianca adagiata a coprire di fertilità la terra: “sotto la neve pane, sotto la pioggia fame”, dicevano i nonni, che sapevano prevedere il tempo meteorologico del posto in cui vivevano guardando il loro cielo, il volo degli uccelli e tanti altri piccoli e grandi segnali che venivano dalla natura; in ogni stagione.
Come non amarti Padre Inverno, Madre in Gestazione, Protettore dell’Essenza e del Silenzio? Come non sentirti arrivare fino alle cellule, con le tue autorevoli mani di instancabile Creatore e Patriarca e Sacerdote dell’Inestinguibile Fuoco della Vita? Come non abbracciarti, mentre ci inviti a vedere e ricordare ciò che ci fa esistere, scrostando il nostro cuore dal superfluo?
Ti chiamano ‘La brutta stagione’, ‘la cattiva stagione’, guardandoti sempre dal nostro personale punto di vista, dal nostro interesse, dal nostro guadagno, dal nostro godimento.
Ti hanno chiamato Generale Inverno perché ti hanno visto severo e forse crudele nei tuoi metodi di insegnamento, ti hanno paragonato alla vecchiaia e alla morte, tu, che invece sei Maestro Signore Origine e Ragione di tutto ciò che verrà, Responsabile dei Semi che cresceranno e delle Gemme che sbocceranno. Ti dichiarano pericoloso, ma lo diventi quando organizziamo i nostri stili di vita senza rispettare i tempi e i modi della Natura, di cui noi come ogni filo d’erba ogni ape ogni nuvola facciamo parte.
Dolcissimo e potente Inverno, nudo Artefice di Felicità, Architetto e Fattore  della nuova Luce che allunga i giorni, instancabile Saggio e Artista dell’Essenza, Tu, più di ogni altra stagione insegni il Fondamento e la Sostanza.
Grazie.
Dolcissimo e Potente Inverno, cammino tra le tue sferzate di vento e di pioggia battente, lascio orme sulla neve che vengono subito cancellate da altra neve, mi muovo nel silenzio di boschi e sentieri che gli animali hanno lasciato per proteggersi ripararsi e riposare, perché non è la sfida con te ciò che dovevamo fare, ma lasciarci prendere per mano e seguire le tue possenti e vigorose orme per apprendere la ‘sopra-vivenza’, parola e concetto che alla sua origine non significava arrancare e arrangiarsi e scampare, ma “vivere sopra” cioè più intensamente e più a lungo. Nel tuo Regno silente e rigoroso è probabilmente nata questa parola, col suo originario significato vitale e meraviglioso di imparare – proprio nel tuo Regno dell’Essenziale – l’intensità e la durata e la qualità.
Grazie Padre premuroso, grazie Madre dolcissima.

Pieter-Brueghel-il-Giovane-La-trappola-per-uccelli-particolare

Unknown

🙂

giacconemappa

247. i have a dream, anch’io

Incanto.
Inverno nudo come un’anima che sta per nascere.
Piccoli sentieri d’acqua scivolano sui vetri e lasciano scie trasparenti, sono lenti sfocate che difformano il cielo, i rami nudi, l’orizzonte. Così come fanno le lacrime.

Prodigio.
Lampi di luce secca di tramontana illuminano le piccole cime delle curve dei rami, tracciando il percorso di un mutevole campionato per gli occhi, una gara che è vinta da chiunque si posi a guardare senza tempo.

Meraviglia.
La trama dei rami scuri risalta sul cielo latteo, un disegno di stradine e di bivi, di ricciuti cammini che sono foreste nel cielo. Trovarsi e perdersi in un quadro in bianco e nero, una mappa momentanea che varia al soffiare impetuoso del vento.

Mi abbraccio.
Il miracolo dell’inverno è ridursi all’osso, allo stremo, alla fine delle risorse di cibo. Così è nella natura. Anche nel cuore, a volte. Tutto è essenza e fondamento.

Riflessioni.
Torna un sogno. I have a dream, anch’io.
Eccolo.
Ci sono i potenti della terra, usciti dai loro palazzi, scesi dai loro balconi, senza bagagli, con il solo abito che indossano. Con sé portano una sedia di legno, semplice, essenziale come il silenzio che sembra diventato adesso il motore dei loro passi solerti. Vanno, i potenti della terra. Vanno in mezzo alle macerie delle città della Siria, insieme ai bambini dai vestiti laceri, sporchi di terra e impolverati come il tempo impolvera la vita di quegli  anziani che si riempiono di amarezza, i piccoli corpi malnutriti, i loro occhi stupiti e tristi. Vanno in mezzo a loro i potenti della terra, e si siedono sulle briciole dei mattoni, di ciò che resta di case, di vite, di sogni. E aspettano. Sfidano chi, tra i potenti, è ancora deciso a fare guerre, sfidano a buttare bombe proprio lì, dove si sono seduti . Sfidano di persona, in silenzio: le parole cadono inutili, rotolano come ciottoli e arrivano ai fiumi e al mare per rigenerarsi.
Il vocabolario del silenzio … lo immagino, lo sfoglio, apprendo migliaia di silenzi …

Lasciateci in silenzio.
Li immagino i potenti, spostarsi ognuno con la propria sedia ogni giorno più usurata e consunta ma arricchita di giustizia, spostarsi dove vengono distrutte le foreste, sedersi davanti alle macchine che tagliano alberi e erbe e diversità, e farsi alberi e erbe e diversità, e vedere se la loro presenza – non le loro parole- fermerà la devastazione.
Li immagino seduti nei villaggi poveri del mondo, li immagino seduti dove si muore di fame.
E li immagino seduti nelle vetrine dei negozi, seduti nei rutilanti centri commerciali, seduti nel vuoto dell’abbondanza superflua e aspettare di venire acquistati anch’essi, i potenti, ridotti a merce come tanti esseri umani lo sono nei più svariati modi.
Li immagino seduti nelle chiese di ogni religione, li immagino seduti nelle scuole, negli ospizi, negli ospedali.
Li immagino a prendere dal mondo ciò che con la loro responsabilità hanno messo nel mondo, e non nei paradisi dorati di cui si servono.
Una semplice sedia, e passi che li portino dovunque ci sia qualcosa qualcuno da rendere umano.
I potenti che si sono fatti inverno, ramo nudo, anima ed esperienza.

E’ inverno, lo specchio più limpido dell’anima nuda che sta per nascere, il ventre della gestazione più pura, il seno più generoso che non nega a nessuno la rara goccia di latte rimasta. A nessuno.
E’ l’inverno che si fa presenza silenziosa, condivisione di esperienze, trama di relazioni tra profondità ed estensioni.
Inverno, scuro e protettivo involucro del più lucente diamante, del più raro e prezioso seme, come ognuno di noi è in ogni attimo della vita.

Incanto.
Prodigio.
Meraviglia.

https://www.youtube.com/watch?v=_DJzcEYWXSg

https://www.youtube.com/watch?v=gD4mpyEHiFo

 

246. percorsi

traduco il sole
in gocce
di sangue
conosco
una lingua luminosa

consegno la luna
alla mia linfa
si svela
una lingua oscura

sottovoce ricordo le ombre
che fugarono i dubbi

assolvo ogni malvagità
giocando con la sabbia
a creare forme umane
che si sciolgono all’onde

a voce alta
conto le foglie di un ciliegio
rosso e verde
come una bandiera
che non ha confini

disegno orme trasparenti
sul sentiero muto del presente

le parole assorte e silenti
scrivono col fuoco
sillabe azzurre
che scavano solchi muti
tracce impresse nel cuore

sussurro la lingua dell’Eden
giardino di delizie
parole come fiori

a piccoli voli
torno alla mia casa
sono seme e pianta
della mia primavera

29 aprile 2018

PARADISO TERRESTRELEONARDO BELLINI, Paradiso Terestre (nel Mappamondo di Fra’ Mauro, 1450 c., angolo in basso a destra del quadrato in cui è inscritto  il cerchio del planisfero)

 

 

 

 

245. Marguerite Yourcenar “I 33 nomi di Dio. Tentativo di un diario senza data e senza pronome personale”

1. Mare al mattino
2. Rumore dalla sorgente nelle rocce sulle pareti di pietra
3. Vento di mare a notte su un’isola
4. Ape
5. Volo triangolare dei cigni
6. Agnello appena nato bell’ariete pecora
7. Il tenero muso della vacca il muso selvaggio del toro
8. Il muso paziente del bue
9. La fiamma rossa nel focolare
10. Il cammello zoppo che attraversò la grande città affollata andando verso la morte

11. L’erba (l’odore dell’erba)
12. (Disegno suo, come tanti asterischi, stelline)
13. La buona terra La sabbia e la cenere
14. L’airone che ha atteso tutta la notte, intirizzito, e che trova di che placare la sua fame all’aurora
15. Il piccolo pesce che agonizza nella gola dell’airone
16. La mano che entra in contatto con le cose
17. La pelle – tutta la superficie del corpo
18. Lo sguardo e quello che guarda
19. Le nove porte della percezione
20. Il torso umano

21. Il suono di una viola o di un lauto indigeno
22. Un sorso di una bevanda fredda o calda
23. Il pane
24. I fiori che spuntano dalla terra a primavera
25. Sonno in un letto
26. Un cieco che canta e un bambino invalido
27. Cavallo che corre libero
28. La donna – dei – cani
29. I cammelli che si abbeverano con i loro piccoli nel difficile wadi
30. Sole nascente sopra un lago ancora mezzo ghiacciato
31. Il lampo silenzioso Il tuono fragoroso
32. Il silenzio fra due amici
33. La voce che viene da est, entra dall’orecchio destro e insegna un canto

(Scritto il 22 marzo 1982 e pubblicato nel 1986. In Italia nel 2003, edizioni Bompiani, traduzione di Ginevra Bompiani)

Ecco, e questa è una delle volte che so di essere in buona compagnia. Perché non bastano tutti i nomi del mondo per nominare chi si ama. Nominare la tenerezza, il coraggio, gli animali, le piante, la sensualità, la spiritualità … e forse non basta …

“Noi abbiamo una sola vita: se anche avessi fortuna, se anche raggiungessi la gloria, di certo sentirei di aver perduto la mia, se per un solo giorno smettessi di contemplare l’universo.”
(M. YOURCENAR, Pellegrina e straniera, 1989)

244. al mio babbo

E’ un anno che non sei più tra noi.
14 giorni l’ultimo ricovero.
E poi non hai più risposto quando dico “babbo”.

In questo periodo di Natale in cui ho pensato incessantemente ai tuoi ultimi giorni tra noi, ho voluto ogni volta mettere accanto al dolore qualcosa di te che onorasse il tuo esempio.
E forse perché era proprio il periodo di Natale, ho pensato sempre ai tuoi presepi, quelli che costruivi in casa per noi e che diventavano di tutto il paese tanto erano belli, al punto che negli anni le persone venivano a trovarci anche per vederne la preparazione.
In questi giorni mi sono vista ad altezza presepe, bambina alta poco più dei tavoli su cui costruivi le tue opere d’arte, e mi sono vista guardare stupita il formarsi di quel mondo fatto di muschio, pezzi di legno, carta roccia, specchietti, fondali di stelle o paesaggi e lucine.
Mi sono vista porgerti le statuine, le casette, i ponti, le pecorelle, i pastori.
E mi sono resa conto che mi hai insegnato molte cose mentre facevi i presepi. In modo indiretto, in modo amoroso.
“Vedi questo pastore?” dicevi.  E io annuivo. “E’ piccolo, dove lo mettiamo?”
Io tendevo – i primi tempi- a mettere tutti vicino alla capanna.
E tu mi spiegavi che ‘piccolo’ era sinonimo di lontananza, quindi di prospettiva; mi spiegavi i rapporti tra le grandezze in un sistema di rappresentazioni.
E mi spiegavi che quel  piccolo pastore -pantaloni rossi alla pescatora, camicia bianca, cappello azzurro – aveva una mano alzata e quindi era quello che vedeva per primo la stella cometa, da lontano, era quello che svegliava gli altri pastori.
Allora lo mettevi su un ‘monte’ che avevi costruito dalla parte opposta della capanna, e lì vicino costruivi il primo campo di pastori. Gli altri poi erano meno distanti dalla capanna. Il fuoco era una lucina  coperta di carta rossa e sopra minuscoli legnetti; intorno pastori e pecore.
E così ho capito in questi giorni il perché profondo della mia preferenza di quel pastore tra tutti i personaggi del presepe, oltre la Natività. In tutti i successivi presepi che ho fatto, anche i più scarni, quel pastore non è mai mancato. Ne ho di diverse grandezze, perché non sempre i presepi successivi hanno raggiunto le dimensioni di quelli che facevi tu, e quindi bisognava bilanciare bene le grandezze nella distanza.
Ti ho pensato così in questi giorni dolorosi. Anche oggi che sono venuta a trovarti sotto una pioggia battente. Eppure cantavano uccellini, come ogni volta che vengo a trovarti in questa tua ultima dimora terrena, la casa dove non posso più condividerti.
Qualche giorno prima di Natale ho messo sulla tua tomba una piccola Natività, e poco più in là la statuina del pastore che vede per primo la stella. Alla giusta distanza, e con le giuste grandezze.
Inutile scriverti quanto poderoso sia questo tuo insegnamento, quante cose contiene, e che basterebbe anche solo questo per avere una giusta guida nella vita.
Ti dico invece che vedo il tuo corpo piegarsi sul presepe in costruzione, vedo il tuo braccio allungarsi e la tua mano porre quel pastore sui  monti. E poi seguiva il tuo sorriso soddisfatto, il tuo sguardo su di me, quasi a cercare conferma e approvazione, tu a una bambina di cinque-sei-sette anni.
E io annuivo, seria e sorridente, felice e curiosa.
Non ricordo più quale poeta ha detto che è bello avere un padre che regala un sogno alla nostra vita. Tu lo hai fatto. Grazie.
E ho anche capito che nei tuoi ultimi più dolorosi giorni tu sei diventato ciò che già eri, sei diventato pienamente il pastore che per primo vede la stella. Fuori e libero da ogni ruolo sociale che il tuo tempo imponeva- strada su cui da molto molto tempo ti eri già incamminato – hai finalmente aperto la tua vera dolcissima essenza, hai spiegato le tue ali di angelo veggente, e ci hai indicato chiaramente la stella che avevi sempre visto.
La tua morte mi ha insegnato l’urgenza di amare. Lo scrissi già in un altro post allora, lo ripeto di nuovo adesso. La stella che hai visto, quella per cui ci hai svegliato per vederla anche noi, quella che fissamente hai guardato attraverso il modo con cui hai vissuto anche i tuoi ultimi giorni, è la stella che si è posata sulla capanna, è la stella che ha guidato i Magi.
Non è una stella fissa, se mai ne esiste una. E’ una stella che guida i viaggi importanti verso le mète fondamentali.
Anche i Magi li mettevi dalla parte opposta della Capanna, e un passetto al giorno li avvicinavamo alla Natività, noi lì a misurare bene i passi giusti in modo che i Magi arrivassero proprio per l’Epifania davanti alla Capanna, senza che si fermassero o accelerassero mai.
Ce lo dicevi sempre, quando facevi i presepi, non a parole, ma quando cominciavi a mettere le statuine più piccole nei posti più lontani dalla Capanna: la vita è un cammino, fatto con gli occhi e il cuore aperto a vedere la stella, per arrivare alla giusta mèta.
Ecco, babbo, ti ho pensato così in questi giorni.
Il tuo esempio lenisce un pochino il dolore per la tua perdita.
Ti voglio bene.
Penso al tuo sorriso, a come ti illuminava il volto; penso alle tue espressioni ironiche, o a quelle severe.
Ti penso.
Pensami anche tu, ovunque tu sia.

https://www.youtube.com/watch?v=8RHrCDM2TLw&ab_channel=navigaria

243. “I fiumi” di G. Ungaretti, e i miei alberi, e il mappamondo di fra’ Mauro e la poesia e … insomma … Buon Anno :-)

“Mi tengo a quest’albero mutilato”,
così Giuseppe Ungaretti inizia la poesia “I fiumi” che, per  me, è uno dei capolavori della poesia mondiale.

https://www.youtube.com/watch?v=8SAegn2KtDc&ab_channel=Duccio%27shall

Porta la data 16 agosto 1916. In piena guerra, “abbandonato in questa dolina”, “Ho ripassato le epoche della mia vita”, dice il poeta. “Il mio supplizio / è quando / non mi credo / in armonia”: questo confida Ungaretti a noi lettori, increduli di fronte a tanta bellezza e affascinati da tante magnificenti biografie presentate con l’incedere maestoso del termine “questo”, per me il più bell’ uso della deissi che io conosca: “Questo è l’Isonzo”, “Questo è il Serchio”, “Questo è il Nilo”, “Questa è la Senna”, “Questi sono i miei fiumi cantati nell’Isonzo”.
Così, mentre “la mia vita mi pare / una corolla / di tenebre”, Ungaretti si unisce nel ricordo al mondo che lo ha formato – i suoi fiumi- e all’esperienza del suo presente – “abbandonato in questa dolina”, la guerra- e “Ho tirato su / le mie quattr’ossa / e me ne sono andato / come un acrobata / sull’acqua”.
E insieme al poeta, insieme a poche righe, insieme a parole ognuna contenenti interi universi, risonanze, effetti, affetti, paesaggi, noi facciamo il giro di un mondo che è suo e solo suo, ma che sentiamo anche nostro per la vastità e il rispetto che è riuscito a depositare in ogni parola, facendole diventare terra sacra: “Stamani mi sono disteso / in un’urna d’acqua / e come una reliquia / ho riposato” ; “Mi sono accoccolato / vicino ai miei panni / sudici di guerra / e come un beduino / mi sono chinato a ricevere / il sole”.

 

La poesia mi è tornata in mente mentre ascoltavo mia madre raccontarmi di alcuni alberi di cui le avevo chiesto informazioni.
Alberi che sono nella mia storia personale, o perché ne feci esperienza da bambina così piccola da non averne cosciente memoria o perché mi sono stati narrati come parte della storia della famiglia del mio ramo materno.
Mi sono commossa anche solo nel sentire i loro nomi, che già conoscevo, come già conoscevo parte delle loro storie, ma oggi li ho ‘sentiti’ in modo diverso: la fragilità delle nostre vite resa ancora più evidente dai tempi che viviamo è più facilmente paragonabile al ‘tenersi ‘all”albero mutilato‘ del poderoso incipit della poesia. E così in me è stato ancora più forte sentire ‘il supplizio‘ di ‘quando / non mi credo / in armonia‘ e il desiderio di esserlo, nonostante tutto. Anzi, proprio perché tutto sembra smarrirsi, ho cercato ancora di più ‘quelle occulte / mani / che m’intridono / mi regalano / la rara / felicità’. Nel testo sul quale studiai per l’esame  di Letteratura Moderna e Contemporanea e che ho appena ripreso per rileggere il mio amatissimo Ungaretti, ebbi cura, all’epoca dell’esame, di glossare le ‘occulte mani’ con ‘che plasmano il destino degli uomini’. Oggi aggiungerei che sono anche le nostre stesse mani a plasmare il nostro destino, sebbene siano esse per moltissimi di noi ignote e occulte proprio a noi stessi.
Il racconto di mia madre prosegue.
Questo è il Castagno Grande, il cui tronco si era aperto e formava un rifugio, ma già sotto i suoi rami coperti di foglie non passava nessuna goccia di pioggia e quindi era spesso ‘abitato’ da persone che si fermavano a godere del suo ristoro. Cresceva infatti nel campo di proprietà dei miei, ma a ridosso della strada, e si offriva a tutti con la sua grazia possente
Questo è il Noce, grande nello spazio davanti alla casa. Sotto i suoi rami si riuniva la famiglia a riposare nei pomeriggi e nelle sere d’estate, e i vicini arrivavano numerosi per le soste pomeridiane o per le veglie serali.
Questo è l’Olmo, cresciuto in mezzo al campo, quello su cui gli zii e i nonni  appesero i prosciutti quando seppero che stavano arrivando i tedeschi; i quali si fermarono proprio lì sotto e tra i suoi rami stesero i fili del telefono senza accorgersi che era diventato un nascondiglio e i prosciutti furono salvi.
Ecco il  Gelso, che mia madre chiama più facilmente ‘il Moro’, e forse perché era il luogo dei suoi giochi, e forse perché ricorda il sapore dei suoi frutti.
Ecco alcuni dei miei alberi.
Ecco i Tigli della Piazza della Chiesa, ecco gli Ulivi del Pincetto, ecco il Nespolo Giapponese l’Oleandro  l’Ibisco alle cui ombre sono cresciuta nel giardino di casa dei miei.
Eccole ancora una volta le nostre biografie. Uniche. Da rispettare.
Possiamo certamente, anzi, dovremmo, lasciarci ispirare dalle vite altrui, ma lasciando a ognuno le proprie biografie, senza predarle.
Nessuno potrà mai entrare fino al fondo dei Fiumi di Ungaretti, nessuno di noi è con lui a esperire la prima guerra mondiale, il fronte; nessuno può dire come lui “Questa è la mia nostalgia / che in ognuno / mi traspare / ora ch’è notte / che la mia vita mi pare / una corolla / di tenebre” ; nessuno, nonostante il coinvolgimento che la capacità del poeta sa suscitare in noi.
Ma, grazie a lui, possiamo sentirci ispirati a guardare i nostri fiumi, i nostri alberi, le scarpe della nostra vita, le strade, le sorgenti, e tutto saper presentare al mondo come fa il poeta, con la sua stessa armonia e dignità e umiltà e generosità dell’atto deittico racchiuso in una delle parole che più usiamo: “questo, questa”. Una delle parole che ci collegano al mondo e forse non ce ne accorgiamo quando le usiamo.

Siamo invisibili se guardiamo una mappa. Una mappa è un racconto così generalizzato, così politicamente indirizzato, così legata al momento in cui viene disegnata. E’ uno sguardo da lontano su un mondo che mai potrà essere rappresentato nella sua totalità. Forse era questa l’ansia di Fra’ Mauro, il monaco camaldolese che disegnò uno dei mappamondi che più amo. Forse desiderava rendere visibile e rappresentabile ciò che dentro una mappa non è visibile e rappresentabile: le singolarità, le molteplicità, le differenze che il mondo ospita di attimo in attimo. Forse per tutto questo e per altro il suo mappamondo è pieno di disegni, appunti, informazioni. Un monaco chiuso nella sua cella raccoglie le notizie che dal mondo gli arrivano – viaggiatori, confratelli che si spostano, voci sentite – e che al mondo vuole ridonare, riempiendo di dettagli lo spazio di una mappa, quasi a rompere gli argini dello spazio bidimensionale della pergamena, a oltrepassare il recinto di un Eden concluso, come un necessario esodo nel mondo, un’uscita da una mappa mentre si disegna una mappa. Fra’ Mauro sembra dire continuamente “ecco”, “questo”: mostra continuamente, in ogni punto della sua mappa, la ricchezza del mondo, sapendo che quella ricchezza non potrà mai essere mostrata nella sua interezza.
Eccola l’importanza dei dettagli, delle differenze; eccola l’importanza delle biografie e delle loro differenze. Eccola l’importanza di salvaguardare l’unicità, di non imitare, di non uniformare lo splendore dell’irriducibilità,
di ascoltare le originali voci che vengono dal luogo più lontano posto dentro di noi e di disegnarle nel mondo.

La poesia ci aiuta in questo.
Ma solo se sappiamo rispettarla.
In un post precedente ho chiesto scusa alla poesia per come la stiamo trattando, riducendola a immagine di noi e del nostro fugace momento emotivo; riducendola a prodotto da vendere per vendere il soggetto che la sta usando in questo modo egoriferito, riducendola a sbandieramento da megafono gracchiante.
Riducendola a frammenti, senza più rispettare l’intento compositivo dell’autore o dell’autrice, spesso all’insegna di ‘la poesia è di chi la legge’, frase con cui particolarmente si palesa la riduzione a oggetto e merce e possesso di testi che solo possono aleggiare nel non-possesso.
Nella raccolta “L’Allegria”, la poesia “I Fiumi” è preceduta da “In dormiveglia”, scritta dieci giorni prima:

Assisto la notte violentata

L’aria è crivellata
come una trina
dalle schioppettate
degli uomini
ritratte nelle trincee
come le lumache nel loro guscio

Mi pare
che un affannato
nugolo di scalpellini
batta il lastricato
di pietra di lava
delle mie strade
ed io  l’ascolti
non vedendo
in dormiveglia

La poesia che segue a “I fiumi” è “Pellegrinaggio”, scritta lo stesso 16 agosto:

In agguato
di queste budella
di macerie
ore e ore
ho strascicato
la mia carcassa
uscita dal fango
come una suola
o come un seme
di spinalba

Ungaretti
uomo di pena
ti basta un’illusione
per farti coraggio

Un riflettore
di là
mette un mare
nella nebbia

Non possiamo, non dobbiamo slegare frantumare distruggere disperdere i legami dei passi di un cammino composto dal Poeta. Ogni testo, ogni riga va letta e, casomai, ridata nella sua interezza.
Io sogno un ritorno a una certa segretezza della Poesia, cosa che forse ci insegnerebbe il rispetto verso l’inenarrabilità e unicità di ogni vita.
Sono in buona compagnia. Lo stesso Ungaretti così afferma nel testo “Ragioni di una poesia”: “Certo, la vera poesia si presenta innanzi tutto a noi nella sua segretezza.”
E fra’ Mauro, cos’altro voleva raccontare con quel suo riempire di note il suo mappamondo, se non l’impossibilità a narrare tutto e la necessità del non dire, l’impegno a salvaguardare dietro il detto la preziosità del non dicibile?

Se dalla poesia (dal greco poiesis= creare, fare) non ci lasciamo diventare poeti (capaci di fare, creatori), lasciamola rispettosamente al suo splendore.
Come per ogni vita che incontriamo. E coscienti che non c’è biografia che non includa mille altre biografie da mostrare ‘questo, e questo, e questo’; e che mai potremo dire tutto, e mai dovremmo.
Diventare poeta è anche diventare specialisti di una deissi che, nell’evidenziare e nel mostrare, sa dire e tacere contemporaneamente, in una danza di relazione sacra tra ciò che si vede e si percepisce e ciò che si decide di raccontare.

 

Ah je voudrais m’eteindre
comme un réverbère
a la première lueur
du matin
(G. Ungaretti, Derniers Jours)

242. la bella e la bestia … ma soprattutto le rose … e non ‘biografia’ ma sempre ‘biografie’


Stefano sorride. E’ contento perché vuole farmi una sorpresa. Ha visto il film ‘La bella e la bestia’, il cartone animato prodotto dalla Disney. E’ il 1992, il film è uscito anche in Italia. Sa che è una delle mie fiabe preferite, forse la preferita.
E sa che mi piacerà particolarmente una scena, me lo dice sorridendo, e non cede alla mia richiesta di anticiparmelo. Mi dice: “capirai da sola di quale scena parlo”.
Lo capii. Era quella della maestosa biblioteca del castello.

Ma mentre Stefano sorrideva, io ricordai all’improvviso un momento della mia infanzia. Il tempo era quello dei primi anni delle scuole elementari, avevo letto da poco la fiaba, ero fuori a giocare con le amichette ed ero colma di un turbamento che nessuna lettura mi aveva dato fino ad allora. Ero ancora assorta nella storia fino al punto da fermarmi all’improvviso, lo ricordo ancora adesso: smisi di correre, non sentivo più le voci delle amichette, guardavo al di là di un muretto sormontato da una rete  che divideva il giardino della mia casa da un orto in quel periodo incolto. Pensavo a due cose. Una era la risposta di Bella quando il  padre, prima di partire , le aveva chiesto cosa voleva che le portasse in regalo: una rosa; mentre le due altre figlie avevano chiesto abiti e gioielli. L’altra era che il padre, a causa delle sue avversità economiche, non aveva potuto comprare i regali alle figlie e che si era ricordato della rosa di Bella nel giardino del castello della ‘bestia’. Pensavo a quel padre, pensavo a quella rosa e niente in quel momento ebbe più importanza, nemmeno il resto della favola. Era l’inizio, il motivo, la causa scatenante che mi bloccò; il cuore mi batteva forte e mi uscirono dagli occhi lacrimoni che tentai invano di nascondere alle amichette.
Probabilmente la versione che lessi era quella di Beaumont, perché è in quella che si parla di tre figlie.

Penso che c’è un Tempo diverso da quello che percepiamo, e lì le cose stanno insieme, ma arrivano a noi mano a mano, diluite nei giorni e nelle nostre esperienze.
Nelle mie esperienze è comparsa spesso una rosa. E’ facile, si può pensare, è un fiore comune nei giardini. Sì, può darsi.
E molte volte ho regalato a mio padre anche una rosa per i suoi compleanni, le rose si vanno anche a comprare.

Tanti anni dopo quel giorno della mia infanzia, nel giardino della casa dove vivevo da adulta, c’era una pianta di rosa tea. L’avevo trovata lì quando ero arrivata e l’avevo lasciata; era molto bella e  aveva molti anni, tanti a tal  punto che la  pianta, formata di due ‘rami’, li stava trasformando in due piccoli ‘tronchi’. Era lo stesso tipo di rosa, le stesse sfumature giallo-arancio della rosa tea che avevo visto crescere e ancora cresceva nel giardino della casa dei miei.
Avevo molta cura di quella rosa trovata, i giardini raccontano storie di vite, non solo le nostre, e anche per questo mi dedicavo ad essa con affetto, nel rispetto di chi l’aveva piantata.
Un giorno di fine aprile di un anno in cui mi ero  innamorata, trovai sulla rosa un bocciolo perfetto, meraviglioso. Il primo bocciolo della stagione. Pensai all’istante all’uomo che amavo, che era lontano in quel momento. Il sentimento fu intenso, l’emozione profonda. Fotografai la rosa con l’intento di inviargliela. Non fu solo una foto, fu un moto del cuore, un’energia mista di amore gioia e volontà di vicinanza e unione.
Non la inviai subito, e nei due giorni successivi accaddero cose per cui decisi di non inviare più quella foto. In qualche modo le cose che accaddero includevano una rosa, per questo decisi di non inviare l’immagine.
La pianta regalò per tutto il mese di maggio splendidi fiori, belli come mai prima. E continuò a fiorire per tutta l’estate. E  poi per tutto l’autunno. Conservavo nel cuore lo stupore dell’evento e la certezza della sua causa.
La rosa fiorì per tutto l’inverno. Fiorì sotto abbondanti nevicate. Fiorì la primavera successiva e ancora durante l’estate successiva. Ininterrottamente regalò fiori meravigliosi, sontuosi, magnifici. Io non dissi nulla a nessuno. L’uomo che avevo amato se ne era andato, e finché c’era stato non gli avevo raccontato nulla della rosa. Era quello un palese caso in cui la ragione non avrebbe conosciuto le ragioni del cuore. Conservai il segreto in me, godendo di quel miracolo. Solo molto più tardi pensai che la rosa forse continuava ad offrire fiori da fotografare, da inviare ancora. E ancora molto molto più tardi osai pensare a quante cose la rosa  stesse raccontando.
Continuò a fiorire anche l’autunno successivo. Alla fine del secondo inverno smise di fiorire. E uno dei due ‘tronchi’ cominciò a seccare. L’altro soffriva, ma ancora manteneva un ramo verde e capace di fiorire. La accudii ancora di più, e adesso l’accudimento significava salvarla.
A primavera chiamai una persona per aiutarmi a tagliare l’erba del prato e fare qualche potatura. L’uomo portò suo figlio dicendo che avrebbero finito prima i  lavori. Raccomandai vivamente di fare attenzione alla rosa.
Per sbaglio -così dissero ‘per sbaglio’- il figlio tagliò il ramo vitale.
Io lasciai ancora per due anni ciò che rimaneva della pianta, ma non gettò più  gemme, né regalò più rose.
Così la tagliai a livello del terreno, e per altro tempo sperai di veder ricrescere nuovi getti. Lo avevo visto fare ad altre piante. Ma non accadde nulla.
La vita della rosa era finita. Somigliava tantissimo alla fine di quell’amore a cui avrei voluto dedicarla. Infatti lui era tornato, ma poi se ne era andato di nuovo.
E’ la prima volta che racconto di quella rosa. Conservo nel cuore quest’esperienza meravigliosa di una fioritura ininterrotta di una pianta di rose per quasi due anni. So che posso non essere creduta. Ma soprattutto so che la rosa stava dicendo cosa fare in quella storia d’amore. Ma se questo era il suo messaggio, e se lo compresi – e lo compresi- non riuscii a dirlo all’uomo che amavo.
Così il canto di quella pianta, ascoltato ma non agito  da me,  si è forse diffuso ed è arrivato chissà quanto lontano.
Non so chi e cosa e quanti abbiano ascoltato il suo canto, ma spero che qualcuno lo abbia fatto. Forse altre piante, forse le tortore che dopo la sua morte cominciarono ad arrivare numerose nel mio giardino, forse -spero- qualche essere umano.
I suoi due piccoli tronchi e i rami tagliati li misi vicini ad altra legna e una persona che non sapeva, prendendo la legna per il camino, prese anche ciò che restava della rosa. Che lei stesse bruciando mi accorsi dall’odore che si diffuse per la stanza e mi precipitai a vedere se potevo salvare qualche ramo, ma non trovai più nulla di lei.
Di lei mi sono chiesta tante volte quale fosse la sua storia fino al momento in cui passò alle mie cure. Chi l’aveva piantata? Con quali intenti? Perché proprio in quel punto? C’era anche qualcosa della sua vita prima che la conoscessi e che si riversò in quell’ininterrotto fiorire a cui ebbi la grazia di assistere?
Anche la rosa del giardino dei miei fu tolta, per lasciare spazio a un palo di sostegno di una veranda. Poteva essere salvata, ma gli operai la buttarono via mentre i miei genitori non c’erano. Si concordò con una certa tranquillità che si sarebbe piantata un’altra rosa ‘un po’ più in là’.

Quando mi fu chiesto quale fiore scegliere per comporre il cuscino di fiori da mettere sulla bara di mio padre, io dissi ‘rose, solo rose, quelle gialle con sfumature arancio’. Non pensai alla favola, non pensai alla mia rosa d’amore, non pensai alla rosa nel giardino dei miei. Pensai solo a mio padre e pensai a quel tipo di rosa. Ma prima del pensiero c’è il cuore, che accoglie anche se la mente non ricorda, e nel mio cuore c’erano tante importanti rose tea. Fu un cuscino bellissimo.

Ho ripensato a tutto questo qualche giorno fa, quando ho visto che in tv faranno il film ‘la bella e la bestia’, non il cartone animato, l’altro, quello con gli attori.
Ho anche cercato di ricordare in che modo il fiore della rosa è entrato nella mia vita, poiché sono convinta che la parola ‘biografia’ al singolare non può esistere, e che si tratta sempre di ‘biografie’, intersezioni e incontri e relazioni. E se la mia vita è la mia vita è anche perché ci sono le vite delle rose che ho incontrato.
Le prime che ricordo erano le rose rosse rampicanti che abbellivano le ringhierine del giardino di casa dei miei genitori. Erano rose comuni, presenti in ogni giardino del paese, anche in vaso. A maggio un tripudio di colore in ogni viuzza.
E le rose che a maggio si portavano in chiesa per onorare la Madonna rendendo l’altare a lei dedicato un incantevole giardino profumato. Nello stesso mese di maggio c’erano le rose di Santa Rita: venivano benedetti i ramoscelli fioriti e poi li portavamo a casa  e li conservavamo.
Altre rose? Quelle di Gozzano, in quella sua ‘Cocotte’ che lo ‘baciò con le pupille di tristezza piene’: ‘Non amo che le rose che non colsi. Non amo che le cose che potevano essere e non sono state’. Era il titolo di un tema alle scuole superiori, ma di più fu un avvertimento per la vita, un’esplosione di  consapevolezza, un cartello stradale che indicava quale strada non prendere. E, comunque, non è detto che si debbano cogliere per forza le rose o altri fiori, anzi, è meraviglioso lasciarle alla loro vita e goderne senza farne strage. L’importante è non amarle solo perché non ci sono più o perché non ne abbiamo fatto oggetti della nostra predazione.
E quante altre rose ci sono state e ci sono ancora con cui ho costruito alcune delle relazioni che hanno fatto la mia vita!

Ma certo quella inestinguibile rosa tea del mio giardino vibra in me in modo particolare. Non ho voglia di interpretare nulla o, per lo meno, di scrivere interpretazioni.
So solo che ho visto fiorire una rosa ininterrottamente per quasi due anni, dopo che l’avevo guardata e fotografata con amore immenso per lei e per l’uomo che amavo.

 

Quello che mi sento di dire è che la rosa che continua a vivere alla fine della fiaba è il frutto di due cuori, di due capacità di dare e di accogliere, di incontri che vengono da quel Tempo che non è questo che viviamo, ma che siamo indirizzati a essere capaci di far vivere in questo che viviamo.
E’ il frutto della propensione e della volontà a crescere, a diventare adulti, ad attraversare e superare le difficoltà, ad imparare e continuare ad imparare ad amare.
A volte ci sono rose così anche nella realtà: crescono, soffrono, tornano a vivere. A volte no: o non sappiamo averne cura o intervengono altri fattori e le rose muoiono.
Un dato certo è che ci sono rose ovunque.

241. “Eppure resta che qualcosa è accaduto, forse un niente che è tutto.” (E. Montale)

Ho appeso alla mia stanza il dagherròtipo
di tuo padre bambino: ha più di un secolo.
In mancanza del mio, così confuso,
cerco di ricostruire, ma invano, il tuo pedigree.
Non siamo stati cavalli, i dati dei nostri ascendenti
non sono negli almanacchi. Coloro che hanno presunto
di saperne non erano essi stessi esistenti,
né noi per loro. E allora? Eppure resta
che qualcosa è accaduto, forse un niente
che è tutto.
(Eugenio Montale, Xenia II, 13)

angelo10-10

Semin casa 9-9

Semin casa-10

seminario casa

… ma dalla mia pelle ancora non si stacca la tua, dal mio grembo ancora non esce il tuo seme, nella mia mente è ancora logico dire “tu e io”, nel mio cuore ancora fluisce il sangue rosso del tempo passato con te, nel mio ventre dilaga come pioggia il desiderio di conoscerci ancora, intimi esperti di noi,  ancora, ancora, ancora …
… ti guardo, ti vedo: mi sei caro là dove mai nessuno è arrivato …

… qualcosa è accaduto …

occhi2-3

 

240. … e se dicessi ‘Buon Natale con tutto il cuore, con tutta me stessa’ …

CON TUTTO IL CUORE, CON TUTTA ME STESSA, BUON NATALE
Come fosse possibile fare altrimenti. Fare le cose con un pezzo di sé, intendo. Come fosse possibile muoversi a pezzi, smembrarsi da soli, andare nel mondo a brandelli.
Non è possibile, ma lo diventa. Lo diventa con quello che ci mettiamo in testa, con quello che accettiamo che ci venga messo nel cuore. Con le convinzioni, che ci fanno percepire come fossimo brandelli di noi stessi, e non poemi sontuosi, romanzi avventurosissimi, epopee infinite. Camminiamo nella vita “pensando” di non avere talenti e doni, di non avere coraggio, cortesia, sorrisi, fantasia, responsabilità, capacità di durata e di preveggenza, creatività … “Pensando di” e non “Essendo”.

Il mio augurio di Natale è che riusciamo a fare le cose con tutt* noi stess*, a vivere in pienezza di sé.

Ci sono i ricordi che ci aiutano a riprendere le fila. I ricordi che servono non a inondarci di nostalgie, ma a ricordarci chi siamo.
Quelle volte che …
… mia madre mi portava a vedere ogni anno il Presepe fatto dalle suore di Maria Bambina. Occupava un’intera grande stanza, dove entravamo tenendoci per mano: i pupazzetti si muovevano, e c’era il giorno e la notte, e un musica celestiale come si conviene alla Notte Santa; e io “ero” la bambina più felice della terra in quei momenti;
… mio padre faceva il presepe a casa. Dopo un po’ di brontolii temporaleschi, armava strutture degne del suo mestiere, e la nostra casa diventava la casa di presepi grandi e fiabeschi, e noi vincevamo sempre il primo premio. Ma era un po’ anche dei vicini, che non volevano restare esclusi da quelle costruzioni magiche e partecipavano entusiasti con noi: e io “ero” la bambina più felice della terra in quei momenti;
… correvamo nei boschi con gli amichetti e le amichette per prendere il muschio che avrebbe ammorbidito i nostri presepi fatti di strade di farina, di fiumi di carta celeste ricoperta con carta lucida e trasparente, di laghetti costruiti co pezzetti di specchi, e con tutti i personaggi immobilizzati dall’incantesimo dell’attimo della Nascita del Bambino; e io “ero” la bambina più felice della terra in quei momenti;
… facevamo i presepi in chiesa, per tanti tanti tanti anni. Quello di luce e di blu; quelli dove le persone potevano camminarci dentro e dove la titubanza iniziale fu rotta da una donna, che lo attraversò felice; quello maestoso con numerosi livelli di prospettiva; quello svelato da un gruppo di bimbi piccoli piccoli entrati in chiesa cantando a mezzanotte, vestiti da angioletti con le ali di carta e una candelina in mano; e io ero la ragazza e poi la donna più felice della terra in quei momenti;
… faccio il presepe e reinvento quel mondo immobile, ma reso cangiante dalla mia fantasia e dalla mia commozione; e sospendo ogni informazione nota e già data nell’attimo in cui metto il pastore che per primo vede la stella, il mio personaggio preferito, dopo il gruppo della Natività; e io “sono” la donna più felice della terra in quei momenti.
Perché è con tutt* se stess* che si riesce a vedere la stella cometa che solca il cielo buio, perché bisogna avere l’intero cuore quando il buio piomba nella vita. Non “pensare” che è buio, ma “essere” pronti all’attimo che arriva. Adoro quel pastore che per primo vede la stella cometa e sveglia gli altri pastori e partecipa la sua meraviglia. E’ lì, perennemente con il braccio alzato e la mano sulla fronte, come quando si guarda lontano; perennemente a vedere per primo la sua stella cometa, con tutto se stesso, con tutto il cuore, ché altrimenti non l’avrebbe vista, ed è il pastore più felice della terra in quei momenti.
E’ QUESTO IL MIO AUGURIO DI BUON NATALE.
CON TUTTA ME STESSA, CON TUTTO IL MIO CUORE, AUGURI CHE POSSIAMO “ESSERE TUTT* NOI STESS*, CON TUTTO IL NOSTRO CUORE”. E AGGIUNGO ANCHE “FELICI”. E “SEMPRE”.