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chow_mo_wan
   
 
Creato da chow_mo_wan il 02/06/2007

2046

ricerca e fuga

 

 

Post N° 39

Post n°39 pubblicato il 14 Aprile 2008 da chow_mo_wan

"Re Kappa"

 dal Capitolo II

Mi presento. Sono Godai. Abito la Maison Ikkoku da qualche mese. Cara Kyoko. Io lavoro, e penso a te. Riscrivo per l’ennesima volta un romanzo del quale non sono soddisfatto, e penso a te. Vado a letto, e intanto, penso a te. Sono al buio, e penso a te, chiudo gli occhi, e penso a te, io non mangio, e penso a te. Cara Kyoko. Penso ai tuoi seni costretti in maglioni di lana gialli, rosa, sgargianti colori che sedano per un attimo e basta il mio desiderio di esserti dentro, in ogni angolo di questa Maison di ficcanaso vorrei penetrarti finché non mi duole il cazzo. Penso alle infinite passeggiate che faccio in questa città, Tokyo ferente, dalla Maison all’università in disperata attesa per il rinnovo di un contratto a progetto che mi permetta di insegnare scrittura creativa a un mucchio di ventenni che pensano ad altro. Sono convinto che in questa cazzo di Tokyo con quattromila dollari al mese mi ci pulisco il culo, e penso a te, non lavoro, e penso a te. Cara Kyoko, e penso a te. ‘Suki sa shibireru hodo’. Ti amo tanto da restarne stordito. ‘Suki sa. Suki Sa’. Ti amo, ti amo. Pensa che perfino il tuo cane comincia a starmi simpatico, quando mi piscia sui jeans mentre ti aspetto, e penso a te. Cara Kyoko, ho deciso che sarai la prima a cui farò leggere il romanzo quando lo avrò terminato, mi manca poco, ogni volta che sto per chiudere l’ultimo paragrafo mi viene in mente un’idea buona, allora devo tornare indietro fino alla prima riga e ricominciare a leggere daccapo, finché non mi decido che l’idea di partenza sì, quella poteva andare, ma oramai è troppo tardi, mi scoraggio, devo sospendere per almeno una settimana. Nel frattempo spero che all’università si accorgano della mia esistenza, forse non verrebbero a cercarmi nemmeno se mi ci nascondessi per una notte e un giorno. Meglio non pensarci. E penso a te. Godai. Ahi.

La mia coscienza è salva. Ebbi modo di appurare che a Mariolino il mestiere del padre ripugna a tal punto da non pensare, mai e poi mai, di fondare e dirigere una collana dedicata alla cultura giapponese. Già mi vedevo alle strette, Gastone Gallo mi avrebbe di sicuro fatto perdere qualche pomeriggio per spiegare a Mariolino chi è l’art director, chi l’addetto ufficio stampa, che cos’è un ufficio stampa e altre cose che mi avrebbero distolto dal pensiero ossessivo della scrittura e della mia dolce amara Kyoko. Allo stesso modo non lo sfiora il pensiero del guadagno che si concretizzerebbe con la traduzione di libri dal giapponese, dovrei fare un disegnino di nascosto apposta per lui, traduzione di nuovi autori nipponici = denaro = più manga e più erba calabrese, ma capirebbe? Mi guardo bene dall'aprire gli occhi del mio editore circa le infinite potenzialità di suo figlio, anche perché nei soldi che il piccolo usa per comperare i “giornaletti” finiscono anche quelli guadagnati con i miei libri, cioè il ricavato delle copie invendute consegnate al macero a quintale sommato al ricavato del reso svenduto presso le bancarelle, almeno credo che funzioni così il libro/oggetto per Gastone Gallo è l'emoglobina che circola anche quando sta ferma, nel sangue dell'azienda c'è sempre ossigeno in circolo, anche quando il mercato locale è in asfissia lui ti inventa qualcosa, una raccolta di foto, un calendario, il ricettario di qualche attore della nuova commedia italiana. Mi pare di averla vista da qualche parte in casa, la Galassia , il mio primo esperimento di racconto riflessivo, spalancata come si spalanca un libercolo che viene utilizzato con diligenza per fare da base alla preparazione di una canna, dalla copertina mancava addirittura un lembo rettangolare le cui dimensioni sarebbero state sufficienti per la preparazione di un filtro “doppia s”, e cioè 1,8x2,5 cm.

“Re Kappa”, Luciano Pagano, Besa Editrice, €10,00, p. 114, ISBN 88-497-0421-6

inviato da ladymiss00

 
 
 

Post N° 38

Post n°38 pubblicato il 18 Marzo 2008 da chow_mo_wan

Ieri

Mezzo fiorino, solo mezzo fiorino! Che cos'è mezzo fiorino? Il valore di un chilo di patate o di un pezzo di sapone. Venite, avvicinatevi. Per mezzo fiorino vi racconterò una storia, una storia vera. Venite, non abbiate paura. Ascoltate, prestate attenzione alle mie parole, perché la storia sta per iniziare.

***

Mi guardi. Un'occhiata breve e diretta che riconosco subito. Ti sfilo la maglietta, ti stringo. Amo sentire le tua pelle, morbida e compatta, contro la mia. Avverto le tue mani che mi accarezzano la schiena. Ti sbottono i pantaloni e mi inginocchio davanti a te. Presto sfiorerò la fonte del tuo piacere, ma non ho fretta. Ti guardo, alzando la testa, e intravedo i tuoi occhi socchiusi e le labbra un po' aperte. Voglio quel tuo sguardo, concentrato e offuscato, lo desidero con una forza che mi riempie.

Adesso non ti vedo più, affondo nella tua carne. Ma ti sento, in quel limbo incerto che separa le parole dai suoni, l'urgenza e l'attesa.

***
Da anni sei la mia donna. Ogni volta che mi avvicino a te e ti prendo vivo un'emozione diversa, un gioco di sfumature intorno a un solo colore. Solo una volta ho provato distacco nell'amarti. Eri a gambe larghe, carponi, e io ti prendevo da dietro, le mie mani sui tuoi fianchi . Mi vedevo entrare e uscire da te e, all'improvviso, ho pensato al mare. Spiagge aperte, battute da venti tesi, con piccole dune sul limitare, un cielo pieno di nuvole veloci. Sulla spiaggia è apparsa una figura dai contorni incerti che s'avvicinava piano.

Mi sono fermato a guardarla e ho scoperto che eri tu che mi guardavi con rimprovero, ti voltavi e ti scioglievi dall'abbraccio.

***

Non ti vedo da tempo. E' passato quasi un anno e, a volte, mi sorprendo a cercare tra le tue lettere, tra i tuoi messaggi, un segno che spieghi il tuo abbandono. Cerco di capire, di individuare un senso, una spiegazione.

Poi mi dico che è inutile, che l'amore arriva e svanisce seguendo leggi complicate e oblique. Che non si può spiegare ciò che è passato con ciò che ti resta, non serve. A volte mi pare che non sia stato niente, che ho vissuto un ricordo prestato da qualcun altro. Ma spesso ti scolpisco nella mia mente mentre parlavamo, facevamo l'amore o guardavamo insieme i nostri luoghi. Mentre camminavamo infagottati o con vestiti estivi. Davanti al mare, in silenzio. Durante i nostri risvegli. Penso al calore dei nostri corpi dopo una notte passata insieme.

E mi dico che l'unico modo per farti vivere è quello di fermarmi all'angolo della strada e raccontare per mezzo fiorino la nostra storia alla gente che passa.

      scritto da falco58dgl

 
 
 

Post N° 37

Post n°37 pubblicato il 03 Marzo 2008 da chow_mo_wan

IL 22 MARZO DEL '67 FU DECRETATO IL COPRIFUOCO

ALCUNI ATTENTATI AVEVANO SEMINATO IL PANICO E ROVINATO L'ECONOMIA.
NON USCIVO PIù DI CASA, NON PERCHE' AVESSI MESSO LA TESTA A POSTO. STAVO SEMPLICEMENTE SCRIVENDO UN ROMANZO.
L'AVEVO INTITOLATO 2046
RACCONTAVA DI UOMINI E DONNE CHE RISCHIAVANO TUTTO PER ARRIVARCI. ERA PIENO DI EROTISM0, MA SENZA ESSERE VOLGARE.
IL ROMANZO EBBE SUCCESSO. QUALCUNO SI MERAVIGLIO' CHE SCRIVESSI DI FANTASCIENZA MA PER ME 2046 ERA SOLO IL NUMERO DI UN APPARTAMENTO. ERA SOLO UNA STORIA, MA L'AVEVO INTESSUTA DELLE MIE ESPERIENZE E DELLE MIE FANTASIE.

LE PAGINE ERANO POPOLATE DALLE PERSONE CHE AVEVO INCONTRATO.
ERO ORMAI PARTE DELL'UNIVERSO CHE AVEVO CREATO.
FU ALLORA CHE IL SIGNOR WUANG RICOMINCIO' AD ALZARE IL VOLUME. TRA LE FIGLIE E LA CRISI ERA PIENO DI PENSIERI. MOLTI APPARTAMENTI ERANO SFITTI..
POI, IN SETTEMBRE, I DISORDINI CESSARONO E LA VITA RIPRESE IL SUO CORSO NORMALE.

IL 2046 VENNE DI NUOVO OCCUPATO

 
 
 

Post N° 36

Post n°36 pubblicato il 19 Febbraio 2008 da chow_mo_wan

Un autunno di qualche secolo fa'

Le foglie regalavano gli ultimi colori sulle strade decadenti e scivolose,rumori bagnati e profumati di castagne autunnali.
Il sole era pallido c'era luce bianca e nera,i treni arrivavano su stazioni di zucchero filato.
Fragili lancette su ore incollate da ore assopite dagli sbuffi di vapore di quella macchina per il caffè.
Anche tu, ti sei sporta per vedere se arrivava il treno,sognavamo insieme di cambiare lo scambio,in questo scambio ferroviario,scambi di parole tra estranei,un biglietto per l’amore please..
Logorati dai nostri stessi e soli pensieri,ci sporgevamo su questa strana mattina,e ,niente poteva essere migliore di allora,nemmeno quando solo per un attimo ti ho immaginato troppo distante tra me te e questa stazione silenziosa.
I brividi scorrevano lungo la pelle,divisi dai nostri pullover,sognavo,di spostare la tua sciarpa appena e scivolare sulle tue labbra e dolcemente sfiorarle e sentirle schiuderle sorridendo.
Accesi la luce,spostando la tendina di questo treno provinciale,ero accanto a te e stringevo lentamente le tue mani bianche,gli alberi carichi di neve scorrevano veloci e i tuoi occhi erano come se parlassero, sembrava fosse entrata talmente tanta aria da sentire come un vuoto tra me e il cuore.
Il tuo treno stritolava i freni,il tuo viso senza più spazio per un altro bacio mi fece un gesto e un gesto con la mano feci io a te.
La tua carrozza ferma apriva le porte al tuo futuro e io accesi una sigaretta lasciando il mio tra la cenere di questo binario morto.
Le foglie regalavano gli ultimi colori sulle strade decadenti e scivolose.

                                                  scritto da inattesadi

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Post N° 35

Post n°35 pubblicato il 01 Dicembre 2007 da chow_mo_wan

Why?                                                                       music

Io e Max riuscivamo puntualmente a trovare la roba per farci
una seconda volta quando tutte le farmacie erano chiuse
per pausa pranzo. Soldi in più per la chiamata, oltre a quelli di
" 2e 1 grazie",nemmeno a parlarne.
E una e due,ci rompemmo le palle e decidemmo di conservare,
ben incartate,due spade, sotterrate in un prato.
A mali estremi..avevamo risolto il problema .
Non mi sono mai piaciuti queli con i capeli rossi...
ma Max era Max. Qualche anno in più...
Prima bravissimo ragazzo, fidanzatissimo con una
grandissima gnocca, poi..solo disastrato e pure rosso..
Va bè. Sorrido pensando a Max, sono pochi i bei ricordi
inerenti un periodo della sua vita...e qualcuno dice
"sfalsati".....ma solo io so.
Un tot di mesi culo e camicia...inseparabili giorno e notte..
di giorno la roba,di notte un sacco di coccole,coccole
coccole...e risate.
Un giorno di giugno ero ai giardinetti..cominciava il caldo..
e anche aspettare la roba diventava più piacevole.(insomma).
Max arriva sorridendo e  mi dice: "dottoressa", tu
che lavori in ospedale,leggi un po' questi fogli che
io non ci capisco niente".
"Max,guarda che nemmeno io li so leggere..fa vedere va."
Una sigla mi saltò subito agli occhi: HTLV-III...
Uhm..in quei giorni sui giornali non si leggeva altro
che quella parola,ma come ogni "buon tossico che si rispetti"
mi girai verso Max e ridendo gli dissi
"Uè Max, hai quella cosa là, quella malattia nuova..l'aids"
"Di qualcosa si deve morire no?" rispose lui.
Mi diede un bacio e non ci pensammo più.
Nel frattempo la gente colpita da 'sta cosa si buttava
dai balconi, si suicidava lasciando biglietti terribili...
e questo mi diede da pensare.
Era la fine di giugno, mia madre conosceva una tipa che
lavorava in un laboratorio analisi in una clinica privata.
Esami del sangue veloci e molto privati.
Negativi. Nessun sollievo,(la mia ignoranza non esasperava le cose.)
O forse l'essere tossica non esasperava le cose.
Solo un attimo di lucidità: non avremmo più usato la stessa spada
o quelle sotterrate.
Non mi ricordo se il patto sia mai stato mantenuto.
Arrivano le vacanze, lui parte, arriva alla stazione di Cesena,
mi chiama e mi dice:sto tornando da te.
Non ero innamorata quanto lui, ma stavo bene bene...
e mi sentivo protetta..
Settembre; stufa di tutto e tutti mi trasferisco  a casa di F.
unico amico sano che avevo..ancora oggi il mio migliore amico.
Settembre: quasi quasi mi rifaccio le analisi dall'amica di mia madre.
Risultato...
Casa di F. squilla il telefono,mia madre. Era sera.
Mi dice di andare subito da lei perchè  nonna si è rotta un braccio.
Non le credo, le passo F....Parlano..
Me la ripassa e le dico "ok vengo,ma se non è vero,
il braccio te lo spacco io".(ero molto dolce con lei all'epoca)
Ok,andiamo..per le scale dico ad F....
"mi vuoi dire cosa sta succedendo? Sembrate tutti matti!"
Mi abbraccia, mi guarda e a un palmo di naso
mi dice: hai l'aids.
"Io mica l'ho presa  come Max. Io ormai mi ero informata,
anche se le informazioni erano di merda
e non facevano altro che fomentare paure angoscianti.
Sette anni di vita...quello era il termine massimo spiegato
a grandi linee dai giornali.
Rifaccio le analisi nell'ospedale che si occupa solo di
quello eeee...si, positiva a quella sigla spropositata..
Domande, test,schede lunghe kilometri,esami speciali,
test di virus opportunistici direttamente iniettati
sottopelle per vedere quali avessero pronti armi ed elemetti
per un eventuale "guerra" dentro me..
E li ti accorgi che tu non hai  nemmeno una cavolo di limetta
per unghie per combattere.
La possibilità di avere un figlio! No questo non posso accettarlo..
Questo istinto è più forte di ogni altra cosa.
Solo li, una volta sola ho chiesto a Dio:
"perchè? perchè proprio a me?"
Avvertire le persone con le quali hai avuto rapporti
fa provare un brivido che lascia solchi in ogni poro...
(sono tutti sani e di questo ringrazio Dio)
Il lavoro!!! Cazzo lavoro in ospedale,è pieno di tubercolosi nell'aria...
è un sanatorio!
Mi guardo allo specchio,sono carinissima,niente fa
pensare che io sia malata.Eppure dentro è iniziato quel conto
alla rovescia...sette anni. Non me lo levo dalla mente.
F. mi sta vicino,apre un locale,me lo affida  ma
la mia parola d'ordine e d'assoluto è diventata "ormai"...
Infatti a gennaio me ne vado  senza far rumore:
esattamente la notte di Capodanno sparisco nel nulla e
vado a farmi una pera.Comincia il tempo delle esagerazioni,
il tempo in cui tutto è permesso...."tanto ormai".
Torna Max...fino al 3 marzo, poi si schianta sotto un camion,
di notte in una strada larghisima a senso unico traffico pari a zero.
Solo un camionista stanco che dormiva dove poteva sostare e una
minuscola lastra di ghiaccio.
All'obitorio lo guardavo e gli dicevo" dai,sette anni e
arrivo anche io..se va bene, altrimenti prima"...
Altri passi sulla ghiaia.
Ma il tempo è passato..tre volte sette,abbondanti...
La mia fortuna? " Dimenticarmene" e vivere normalmente.
Attenzioni particolari che diventano rituali.Nessuno sforzo.
Mai nascosto niente a nessuno e non ci si crede ma...
mai avuto relazioni con siero+.
La parola "madre coraggio" la trovo una stronzata...
o io sono troppo superficiale, ho 3 figli tutti concepiti "dopo"
Sette anni....
Avere vent'anni e pensare  sempre e solo...sette anni.
Mi sento Highlander,gli altri li ho persi...tutti.
Non ho mai incolpato nessuno..nè me stessa nè tantomeno Max.
Eravamo all'oscuro.
E non ho mai incolpato Dio...
Io non sono un' assidua frequentatrice
di chiese, non sono mai andata d'accordo con i comandamenti,
io  così... "nonsocome"  ma non Santa...io Dio lo ringrazio...
E quel diavolo di sette l'Ha fregato e
mi ha regalato tutto il "bottino"....
Sette, quattrodici vent'uno...ventidue.
Io vado avanti e ringrazio...

                                   scritto da Chi_ero

 
 
 

Post N° 34

Post n°34 pubblicato il 30 Novembre 2007 da chow_mo_wan

L’IPPOGRIFO.

Dopo il poker - tensioni immani per bluff da duemila lire ma era in gioco la reputazione - si andava in macchina su fino al parcheggio di San Luca e lì si faceva “La Partenza del Palio di Siena”. Cinque studenti basiti di alcool e/o altro che si fingevano cavalli sulla linea di partenza, con la moina per accaparrarsi la migliore posizione vicino al cordone e uno che imitava la telecronaca di Frajese. Uno spasso di finti nitriti, passettini, colpi di zoccolo, finte partenze, scorreggione equine, reciproci insulti e sfottò. Carlo che dice a Toni “ah ah ah!!! Tunonlofaibenenonlofaibeneilcavallo: cazzofaimaguardati” e questo che si incazza davvero, “comenoguardamisembroAceto-stronzo”. Coppiette seminude in auto prima spaventate, poi sgomente, poi scocciate o divertite. Testine che ridono dietro il parabrezza, qualcuno accende il mezzo e se ne va altrove.
C’era la luna piena in quella notte d’autunno e io me la godevo scalpicciando sull’asfalto.

Ma quella notte presi la cosa molto seriamente, siore e siori.

Io, Achille Sforza, ero l’unico dei cinque a sentirmi cavallo. Un cavallo con le ali, un purosangue bianco volante, un puledro riottoso e indomabile.
Nervoso, scattante, senza un filo di grasso.
E con un membro così.
La fede muove le montagne e io sapevo di essere un ippogrifo dal garretto solido, dalle lunghe ciglia e con occhi cangianti dal castano al verde, con maestose ali dall’ampia apertura e il walkman con Miles Davis (Tutu) a pieno volume.
Gli altri non si accorgevano di nulla: il mio involucro se ne stava ancora lì con loro, concluse la sceneggiata con loro, e con loro salì in macchina per chiudere la notte col bombolone ripieno alla crema, in Via Mazzini.
Ma la mia anima di ippogrifo li abbandonò, e se ne volò via, indugiando a lungo sui tetti bolognesi e a lungo sbirciando nelle poche finestre illuminate prima di infilare l’autostrada per la luna piena.
Lungo la via sostavano puledre di una bellezza sfolgorante, ma non mi vedevano.
Sulla luna mi attendevano i tre libri: il primo per vedere il futuro, un secondo per comprendere il passato.
Il terzo era un portolano, pieno di mappe e indicazioni con glosse scritte a mano.
Ne potevo prendere solo uno. Tralasciai i primi due, e scelsi il terzo.
Trascorsi il non tempo che mi era rimasto, dove i secondi sono ore e le ore secoli, a imprimermi quei segni nell’anima, tatuandola e incidendola, ridandole forma e vigore.
Dopo averla tornita e indurita, la cromai.
L’ animo femminile non avrebbe più avuto segreti per me, ora: che farsene degli altri due libri?
Sulla via del ritorno le puledre si innamoravano delle mie ciglia e delle mie pupille castano-verdi. Una la ingravidai. Un’altra morì dal languore. Una terza è ancora là che mi aspetta.

Atterrai in via Mazzini per ricongiungermi col mio me.
Appena in tempo per gustarmi la crema che già mi stava colando lungo il gargarozzo.

In fede.

Achille Sforza.

                         

                                               scritto da vulcanoinaffitto

disegno di Andrea Pazienza

 
 
 

Post N° 33

Post n°33 pubblicato il 04 Novembre 2007 da chow_mo_wan
 
Tag: 2046

Fammi entrare! Lo voglio!

Lasciami!

Eh dai!

Basta, sei piccola per queste cose.Guarda che ti sculaccio!

Accomodati.

AL SIGNOR WUANG LE DUE FIGLIE DAVANO UN BEL PO' DI
GRATTACAPI. LA PRIMA VIVEVA NEL RICORDO DEL SUO
GIAPPONESE,
E LA PICCOLA ERA UNA NINFETTA.
SI SCOLAVA TUTTI I MIEI LIQUORI E UN GIORNO SCAPPò CON UN RAGAZZO, ANCHE LUI UN MUSICISTA.

LA MAGGIORE INVECE SI AMMALO'.


Di al signor Wuang che tarderò con l'affitto, tanto ha la caparra.

Scherza! se vuole glielo dica lei: E' nero io non ci parlo.

Che gli è successo?

La piccola è scappata di casa, la grande è in ospedale e ha
rotto il giradischi.

Perchè in ospedale?

Non l'ha detto, fa il misterioso. Meglio stargli alla larga.

Sai che puoi dirgli? Che voglio invitarlo al compleanno di mio padre
e che invece del regalo può abbuonarmi l'affitto.

 
 
 

Post N° 32

Post n°32 pubblicato il 24 Ottobre 2007 da chow_mo_wan

Dead in the snow

                                              james mogwai

Avevo quattro anni.

Mio padre mi smarrì su una strada comunale dell'entroterra ligure. Capitò durante il primo inverno innevato della mia infanzia.
Quel giorno mia madre non era andata al lavoro e mi portò con se a fare la spesa. Abitavamo in collina a pochi chilometri dal centro e scendemmo in paese con il primo autobus della mattina. La strada, dopo una serie di tornarti in mezzo al bosco che conducono al fondovalle, costeggia il lungomare attraversando il piccolo borgo di pescatori. Durante il tragitto fui rapito dall'immagine della spiaggia ricoperta di neve. Anche mia madre sembrava stupita per quell'assurdo contrasto di colori. Era la prima giornata di sole dopo una settimana in cui la tormenta aveva spazzato ininterrottamente il litorale, tra cielo e mare apparentemente non c'era separazione e il contorno delle nuvole era così definito da farle sembrare giganteschi fiocchi di neve in attesa d'essere sganciati sulla terra. Ricordo che più tardi, giocando su quell'umido tappeto sfiorato dal mare, guardai il cielo e chiesi a mia madre se le nuvole erano bagnate. Era la prima volta che mi domandavo come potesse funzionare il mondo attorno a me. ( Molti anni dopo fu proprio questo ricordo che mi fece acquistare il romanzo di Erri De Luca "Una nuvola come tappeto"). Come risposta ricevetti un paio di ceffoni sulle chiappe per essermi infradiciato i vestiti.

Colpiva piano mamma, un'azione punitiva non violenta. Dava gli schiaffi con il sorriso sulle labbra e quando mi voltavo verso lei fingeva d'essere arrabbiata.
Pessima attrice mamma Silvana.

A metà mattinata mio padre passò a prenderci in stazione.
A quei tempi la fabbrica in cui lavorava stava fallendo. Per guadagnare soldi faceva dei trasporti con un autocarro che gli aveva prestato un amico. Un pezzo d'anticaglia riesumato dallo sfasciacarrozze.
Rientrammo verso casa stretti all'interno di quell'angusto abitacolo.
Mia madre si vergognava di quell'improbabile mezzo di trasporto, un trabiccolo completamente arrugginito che ad ogni curva emetteva un rumore di ferraglia che andava in frantumi: "Antonio! Se si ferma, quest’aggeggio, io non scendo a spingerlo!". Poi rideva per non piangere. Una risata contagiosa che metteva tutti di buon umore. Papà accelerava divertito.
La lasciammo a casa dove avrebbe preparato il pranzo. Mio padre doveva consegnare del materiale in una delle frazioni così lo accompagnai. Giocavo con i soldatini quando, all'improvviso in una curva, si aprì la portiera dal mio lato. Volai fuori e comincia a ruzzolare nella neve. Ricordo che pensai ad un film in cui Steve McQueen si butta giù dal treno in corsa. Eravamo in un tratto in cui la strada, dopo aver abbandonato il centro abitato, attraversa la campagna. C'era un prato ad una decina di metri sotto il livello stradale ed io conclusi il mio ruzzolone vicino ad una quercia. Ci volle del tempo prima che mio padre tornasse a prendermi. Recuperai i soldatini nella neve e salì sull'autocarro.
Quindici anni dopo papà, durante un pranzo domenicale, raccontò quella brutta avventura finita bene a mamma.

Avevo rimosso quel ricordo.

Ricordai i soldatini bagnati dalla neve con il capo indiano che aveva perso l'ascia. Ricordai lo sforzo che feci per non piangere nell'attesa che qualcuno venisse a recuperarmi. Ricordai il viso di mio padre stravolto dalla paura.
Era il 4 marzo 1973, il giorno del mio compleanno, mia madre era incinta di mio fratello Enrico.

 

                                                                      scritto da watanabe68

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Post N° 31

Post n°31 pubblicato il 01 Ottobre 2007 da chow_mo_wan

RICORDO BRUTTO

"If I were a swan , I'd be gone, If I were a train, I'd be late, And if I were a good man I'd talk with you more often than I do”

.

In quel momento l’avrei uccisa. Nel preciso momento in cui scendendo dalla mia macchina, stesso tipo, stesso colore e cilindrata della sua la vidi uscire dal supermercato con lui.
Lui dietro spingeva un carrello colmo. Lei davanti sorrideva alla vita.
Lui, mio marito. Lei, la mia migliore amica.
Ci avvicinavamo senza scampo. Loro uscendo, io entrando nello stesso viale che conduce ai carrelli.
L’ho guardata e ho pensato: - “ora l’ammazzo!” –. Lui si accorge immediatamente delle mie intenzioni. Forse mi aveva letta dentro. E, spesso, il mio dentro e il mio fuori coincidono. Si para davanti a Lei e si avvicina per salutarmi…
Lui era pure grosso. Lei invece piccolina.
Ovviamente non l’ho uccisa, almeno non mi sembrava.
E pensare che meno di una settimana prima Lei ed io eravamo in un momento bellissimo, di piena intimità femminile. Avevo cambiato domicilio visto che la relazione non funzionava più. Ora, nel mio nuovo appartamento, Lei mi stava aiutando a pulire le scorie lasciate dalla pittura sulle piastrelle. Si parlottava serenamente.
Vedeva lui, lo sapevo. Prima eravamo tre inseparabili. Ci eravamo conosciuti nello stesso periodo, dodici anni prima. Lei, io e lui. Poi io e lui. Io e Lei. Un po’ meno Lei e lui. La separazione, fino ad allora, aveva lasciato integri i rapporti, anche se diversamente combinati: Lei e io. Lei e lui.
Mi disse, tra le altre cose, che aveva accompagnato lui a vedere un appartamento. Un casale che a Lei era sempre piaciuto. Le domandai – “ti stai innamorando di lui?” – Mi rispose - “lui si sta ancora leccando le ferite per te” -. Tacqui.
E ora, la scena era eloquente. Inversamente eloquente. Ora loro salivano sulla macchina di Lei, stesso tipo stesso colore e cilindrata della mia. Io entravo nel supermercato. Da sola.
Eppure glielo avevo anche chiesto: – “ti stai innamorando di lui?” -.
L’allontanai malamente. Le dissi che per me lei era come una pietra che aveva occluso le porte dei miei sentimenti. Che per me era morta. Sepolta. Stop.
Questo accadeva fuori. Dentro, la delusione vibrava come si dimena un vampiro quando gli conficcano il paletto di frassino nel cuore. In seguito, mi ribollivano nell'intimo, le solite domande - perchè non me lo raccontò? Eravamo amiche! Cosa doveva rimproverarsi? - Noi ci eravamo lasciati. Cominciava per me una nuova vita...

 ---

Dopo anni di silenzio mi arrivò per posta la partecipazione al suo matrimonio. Con un altro. Non me ne stupii. Lei di uomini ne aveva mangiati a tonnellate. Ognuno di loro era il suo amore per sempre. L’uomo giusto. Sì, stavolta, sì. Ne era davvero convinta. E poi non era mai vero. Peccato.
Risposti all’invito con un gelido e banale biglietto augurale. Così doveva essere.

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Qualche tempo dopo un evento ci riportò vicine. La mia maternità.
Quando hai un bambino piccolo davvero ti accorgi che hai qualcosa  di grande tra le mani e che sei davvero responsabile per quel qualcosa Diventi altro da ciò che conosci di te. Completamente dipendente dai suoi umori e dalle sue perplessità di stare lì con te. Fai di tutto per farlo stare bene, perché se quel qualcosa sta bene, stai molto meglio pure tu.
Sono debole, ingrassata, trasandata, sognante quando Lei mi cerca perchè vuole conoscere il mio qualcosa. Anche lei vuole il suo qualcosa, che ancora non ha e che presto, purtroppo, avrà.
Piena di vita e di energia viene a trovarmi e mi incanta subito con il suo modo di fare con i bambini. Insieme alla sua allegria porta un pacco pieno di regali, per niente banali, per il mio qualcosa. Lo trastulla, lo cambia, lo prende in braccio, lo ama.

Inevitabile il nostro riavvicinamento.

Dai tempi del supermercato erano trascorsi, in silenzio, ben sei anni.
Ci rivedemmo varie volte. A lei cominciava a crescere la pancia. Il nostro rapporto non ritornò assiduo come allora, ma era costante. Vicino e discreto. Umile e propositivo. Saturo di premesse e promesse.
Finché un giorno una diagnosi orribile la colpì. Il male come devastante corollario della gravidanza.

LaFeceroPartorireInTuttaFretta. NoAllattamento.Operazione.Chemio.Psicoterapia.Chemio.FioriDiBach.Chemio.
CompleannoDelBimbo.Chemio.MaestroSpirituale.Chemio.Yoga.Chemio.
SecondoCompleannoDelBimbo.Chemio.Separazione.Chemio.

 – “Separazione? Devi essere impazzita! Stai così male e vuoi stare da sola?” – Mi disse che lui la faceva stare peggio.

AltraOperazione.AltriMedici.AltriOspedali.AltreCittà.AltriGuru.AltraChemio.
TerzoCompleannoDelBimbo.
La sentii al telefono due giorni prima. Chiamandomi per nome mi sussurrò: - “Non ce la faccio più. Lo sento. Stavolta non ce la faccio”. – Fui l’ultima persona a parlarle.
Poche ore dopo era in coma. Il giorno dopo morì. Trentottoanni.

Da allora non posso più entrare in quel supermercato.

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Oggi il bimbo ha dodici anni. Vive con il padre e una bravissima donna. Mi dicono che sta bene, che è un adolescente normale.

 Se fossi un cigno, andrei via. Se fossi un treno, sarei in ritardo, di nuovo.

Se fossi una brava persona, parlerei con te più spesso di quanto faccia”

                       

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                                     scritto da DolceAO

 



io e Lei (anni lontani).

 
 
 

Post N° 30

Post n°30 pubblicato il 26 Settembre 2007 da chow_mo_wan

Pallido tentativo

Un aereo. Decollo. Atterraggio. Il tempo di deglutire tutta la paura che provavo. Nei miei ricordi tutto è durato il tempo di un battito di ciglia. Mischiato alla paura. Quella di esserci. Quella di provare. Quella di non piacere. Quella di piacere. Tante paure. Tutte in un volo. Una attorcigliata all’altra. E al mio rimmel.
Poi solo occhi. Occhi e ancora occhi. Forse mani. Intorno ad un lago. In quel lago giace una parte di me. Vi gettai un pezzetto della mia vita. Non riaffiorò più. Mai più. E la luna assisteva silente. Forse un po’ beffarda. Finchè non fu spenta, come un lampione. Dal nuovo giorno. Da un nuovo volo. Da tanto silenzio. Troppo.

                                                 scritto da alibidivino

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Post N° 29

Post n°29 pubblicato il 23 Settembre 2007 da chow_mo_wan
 
Tag: 2046
Foto di chow_mo_wan

IL 2046 ERA PRONTO, MA DECISI DI RESTARE AL 2047, MI CI ERO ABITUATO. DAL 2046 COMINCIO' AD ARRIVARE UN MORMORIO. PENSAI CHE L'AVESSERO OCCUPATO, INVECE ERA LA FIGLIA MAGGIORE DEL PROPRIETARIO DELL'ALBERGO.
PASSAVA LI' IL TEMPO A ESERCITARSI IN GIAPPONESE. IN SEGUITO VENNI A SAPERE DAL FATTORINO CHE LO FACEVA PER PARLARE CON IL SUO INNAMORATO.

Devi dire all'autista di andare al 220 di Grandville road.

Grandville Road.

Sì, numero 220.

220?

Avenue..

Scusi, io giapponese, puoi parlare più lentamente ancora?

Le faccio una piantina

No, penna non tua..

Come vuole. Giri sulla Eantris dopo Kimberly Road. Non andare a Salisbury Road! A capito? Le faccio una piantina.

Io Grandville Road.

Giri sulla Eantris subito dopo Kimberly Road. Non sbagliarti con la Salisbury Road.

SI ERANO CONOSCIUTI COSI'.LA SUA DITTA LO AVEVA MANDATO A HONG KONG ED ERA SCESO ALL'ORIENTAL HOTEL.

Con tutti gli uomini che ci sono al mondo dovevi fissarti con un giapponese? Scordati che ci parlo! Anzi, qui dentro non voglio più vederlo! Altro che benedizione! Dovrete passare sul mio cadavere!

LA LORO STORIA DURAVA DA ANNI, MA IL PADRE ALLA FINE ERA RIUSCITO A SEPARARLI.

Io devo conoscere quali sono i tuoi sentimenti per me.
Se il tuo cuore mi ama oppure no.
Ma ho anche paura di sentire la risposta.
Non riesco a stare senza.
Vieni con me ora.

Addio

IL GIOVANE TORNO' IN GIAPPONE E LA FIGLIA DEL PROPRIETARIO CONTINUO' A PARLARE DA SOLA.

Ehi! Vai a dirgli di abbassare!

Scherza? Se vuole, glielo dica lei

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Che cosa è tornato a fare eh! Rispondi? Hai scordato che ti avevo detto che non volevo vederlo più? Se vuoi stare con lui vattene!

ECCO PERCHE' IL SIGNOR WUANG ASCOLTAVA LE OPERE A TUTTO VOLUME. ERA SOLO PER COPRIRE LE LORO LITI.

 

 
 
 

Post N° 28

Post n°28 pubblicato il 19 Settembre 2007 da chow_mo_wan

 Orfeo ed Euridice

C'è una storia che da un po' seguo su un blog: lui è un bravissimo fotografo, lei scrive racconti erotici, scrive storie senza filtri o falsi perbenismi, racconta il sesso senza preamboli, con una sintassi molto femminile e sensuale. Da un po' di giorni nelle pagine del nostro ladro di scene c'è la foto di una stazione, che conosco-non conosco, ma poi alla fine le stazioni sono tutte uguali, binari, binari di scambio, treni che vanno, arrivano, passano senza fermarsi, carichi di attese, sogni a volte, viaggi, anche di speranza, anche di oblio. 
Si va nelle stazioni per vedere la gente che scende ed ha milioni di espressioni diverse. Ci sono spesso visi che raccontano storie, non speciali, solo storie da portarsi a casa, e occhi da inventare il giorno dopo quando magari ti trovi davanti ad un foglio bianco e davvero non sai che scrivere.
Non so se lui aspetta ancora lei in quella stazione, magari non arriverà mai, mai più. Era nato tutto per caso, o per destino, come direbbero alcuni fatalisti, tuchè ed ananche, e sono sicura: la loro storia è stata bella, prima sul filo della rete e poi in carne ed ossa. Ritrovarsi abbracciati per la prima volta in un istante eterno e non sapere che dire, perchè a volte le parole sciupano tutto e scavano nell'armonia di un silenzio atteso quasi quanto l'abbraccio. E poi le labbra si sono sfiorate una volta, e ancora dopo, come se per tutta la vita non avessero fatto altro e di meglio, poi magari hanno passeggiato, sempre in silenzio perchè già s'erano detti tutto. Si erano scritti per mesi, rincorrendo post e immagini, poesie e storie nuove ogni giorno per accontentare il desiderio di diventare qualcosa. Il fotografo probabilmente scelse la luce migliore quella volta, quando le disse senza parlare: "Voglio fare l'amore con te", o fu forse lei che lo propose di fianco, come gli aveva scritto in un post crocifisso e ammazzato un giorno di febbraio o giù di lì. L'amore lo fecero spesso e si accorsero di non aver fatto altro in quei mesi a scriversi, a lambirsi il cervello e sfiorarsi il cuore in qualcosa di nuovo ed eterno, quel qualcosa che non si dice per paura, per timidezza, scavato in un ti voglio bene, scritto tra i denti. Ma lui forse non era il tipo, certe cose non si scrivono, si vivono. E quella volta non fu solo sesso pensò lei il giorno appresso, quando chiuse la valigia ed insieme il suo sogno di parole. Ripartì e prese un treno col sole che cadeva a picco, in una stazione deserta dalla calura e avvolta da odori di rotaie che corrono ancora una volta. Lui nel silenzio le prese il viso tra le mani, pensò che ci sarebbe stato un domani, accennò ad un ballo con quella loro canzone, quella che sapevano a memoria quasi quanto la loro storia, la guardò negli occhi e non ci fu bisogno di una reflex da combattimento, lei era lì e lui fu contento di aver incontrato quel giorno il destino dentro ad un PC. Strano questo mondo, pensò ad un tratto, mentre avrebbe voluto portarla via da quel binario, dal gradino di quel treno. Quell'ultimo bacio a stampo, e lei camminò le scalette guardandolo fisso come se sapesse che qualcosa di finito c'era nell'aria e non era solo il deodorante del passeggero accanto. Le porte si chiusero e lui rimase lì, poi si girò di scatto come un presentimento e pensò: "Se non guardo il treno sparire significa che lei tornerà da me, non devo girarmi, non voglio, voglio che sia mia, per sempre, chè quando l'ho detto in passato non ero in me lo so, ma lo giuro oggi non mi volterò..." Camminò come un uomo morto fino alla fine del binario, poi si sentì chiamare quasi da lontano, e fu l'istinto a farlo girare, quell'istinto che usava sempre in ogni click, non c'era nessuno, nessuna voce. Capì che non sarebbe più stata lì.
Ogni tanto torna allo stesso binario, come un cane ferito in mezzo ad altri cani, e brancola nella vita aspettando che il destino bussi di nuovo a quella porta. Ma quella porta rimane chiusa.
Tornata a casa, la nostra scrittrice accese il PC, e cancellò tutto perchè sapeva che quello non era stato solo sesso, e lei all'amore non credeva più. Pensò fosse facile eliminare il problema, ebbe bisogno solo di un click...
Poi pianse sul suo foglio bianco che quel giorno rimase immacolato, tutte le parole si erano esaurite in quell'amore immaginato.


                                                  scritto da blu notte.fm

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Post N° 27

Post n°27 pubblicato il 14 Settembre 2007 da chow_mo_wan

                                                              music: Bellissimo - San Ilya 

diceva che facevo l’amore come un dio
… chissà come scopa un dio, mi domandavo.
forse ti porta in cielo e ti lascia bruciare lì
vicino al sole di uno zenith bellissimo
oppure ti spinge al centro della terra fino a cuocerti
in compagnia dell’ultimo diavolo.
sta di fatto che ho ancora un grosso fiore aperto tra le mani
e guido nella notte un tram
pieno di amanti

anche i gatti stanno a guardare    

                                           scritto da simas


 
 
 

Post N° 26

Post n°26 pubblicato il 10 Settembre 2007 da chow_mo_wan

Fiammeggiante

                                                                music: Stones from the sky - Neurosis

Era un’estate bianca di camicette di cotone e moscerini saltellanti, accecante come il muro del cimitero nei cui pressi, sullo spiazzo adiacente, gli zingari stavano montando le giostre; ed era gialla e scura e rovente, come l’erba secca e la pelle di serpente di Danilo, lo zingaro che osservavo mentre chino sui ferri lavorava. Quando sollevò la testa e chiese il mio nome le mie guance si accesero di amore.
Alcuni ragazzi lì vicino bruciavano cartacce su un cumulo di pietre, il fumo raggiunge i miei occhi e si mischia con l’odore della pelle sudata, della ruggine di ferro e… della putrefazione. Doveva essere vero ciò che avevo sentito dire: il caldo eccezionale aveva fatto esplodere le tombe.
Il fuoco divampa sempre più alto, il mio cuore batte sempre più forte, i ragazzi urlano, le cicale cantano, le tombe si scoperchiano. E un ragazzo più urlante degli altri se lo tira fuori. Non il pisellino quello dei bambini, l’unico che avessi mai visto. No, un pisello da grande nero e brutto! E fa la pipì sulle fiamme! Non vorrei, non posso, ma infine guardo con occhi spalancati il getto radioso nella luce del primo pomeriggio precipitare sul fuoco in mille spruzzi scintillanti a bagnare le pietre e le cartacce annerite, mentre i moscerini palpitavano sul bianco del mio piccolo seno scosso.

Mi sembra di sentirlo, ora, nell’aria bianca e nell’immobilità rovente del cielo. L’odore di pelle scura, e di ferro, e di fiamme, e di piscio, e di cenere, e di cimitero.
Sono innamorata. 


                                                                      scritto da polystyrene

 
 
 

Post N° 25

Post n°25 pubblicato il 08 Settembre 2007 da chow_mo_wan
 
Tag: 2046

E' inutile non le credo.

Non mento mai.

Ma non può conoscermi.

Facevi la ballerina a Singapore.

E' vero.

E ti chiami Lulù.

Mi ci chiamavano...gli altri.

E io come posso chiamarti?

Perchè dovrei dirglielo?

ERA LA NOTTE DI NATALE E A QUELLA FESTA AVEVO INCONTRATO UNA VECCHIA AMICA DI SINGAPORE. ERAVAMO STATI INTIMI, MA SEMBRAVA NON AVERMI RICONOSCIUTO.

Ma ne è davvero sicuro?

E' possibile che non ti ricordi? Dicevi che assomigliavo al fidanzato che avevi perduto.

Che altro dovrei ricordare?


CHIUDENDO LA PORTA VIDI IL NUMERO DELL'APPARTAMANTO.
SE QUELLA SERA NON AVESSI INCONTRATO LULU', NON AVREI MAI SCRITTO 2046.

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Come si chiama la ragazza?

Lulù, non so il cognome.

Qui non c'è nessuna Lulù, questo è certo. Una Mimì c'è stata, è partita oggi all'alba.

Devo essermi confuso, è proprio lei. Sa dove è andata?

Non l'ha detto. Lei perchè la cerca?

Nulla, mi sono rimaste le chiavi, volevo restituirgliele.

A ecco dov'erano finite! Proprio il 2046..

Sono appena arrivato, cerco un appartamento, visto che quello si è liberato..

Signore, il nostro albergo sarà piccolo ma stiamo ben attenti a selezionare la clientela. Lei di che si occupa?

Sono un giornalista.

Oh, si può dire che siamo quasi colleghi. Ora lei mi vede così, ma un tempo ero un artista anch'io. Da giovane ho studiato canto, ero molto promettente. Avevo una bella voce da tenore. Acerla con noi sarà un piacere. Quando pensa di sistemarsi?

Anche subito.

Non è possibile, il 2046 è da riassettare. C'è il 2047 libero, gli dia un'occhiatina.

Non importa, posso aspettare.

Mi scusi, perchè tiene tanto al 2046?

Mi piace il numero.

Ho capito, è il suo numero fortunato.

Lasci stare.

Senta, facciamo così, lei vada a vedere l'altro, se lo gradisce ci si sistema subito e poi può sempre spostarsi quando il 2046 sarà pronto. Che ne dice?

Darò quest'occhiatina

Certo, le chiedo solo questo.

SOLO DOPO ESSERMI TRASFERITO SEPPI COS'ERA SUCCSSO QUELLA SERA. LULU' ERA STATA FERITA DAL SUO AMANTE. UN MUSICISTA DELLA SALA DA BALLO. A LULU' PIACEVA MOLTO. LO CHIAMAVA IL SUO COLIBRI', PERCHè NON SI POSAVA MAI. MA NON LE SAREBBE PIACIUTO UN AMANTE OPPRIMENTE. E NON LE IMPORTAVA SE LE SUE STORIE FINIVANO SEMPRE MALE. L'IMPORTANTE PER LEI ERA ESSERNE L'EROINA


 
 
 

Post N° 24

Post n°24 pubblicato il 04 Settembre 2007 da chow_mo_wan

La scatola di sabbia rossa

                                                   music: Please me like you want to - Ben Harper & Jack Johnson 

Un vero tuffo nel passato, una calda estate del 1994, ero poco più di una ragazzina, come ogni anno andavamo giù dagli zii a Crotone, quell'anno avevano preso in gestione un bar in un lido vicino a Capocolonna, ero partita già a fine maggio per dare una mano, nonostante la piccola età non vedevo l'ora di arrivare e sentirmi già parte dello staff. Il viaggio in treno fu lunghissimo, ci furono attimi prima di arrivare a Crotone che temevo di cadere in mare, i miei occhi sbalorditi guardano quel grande vuoto di colore blu sotto e tremavano per la sua immensità. Era caldissimo, l'aria afosa del vento del Sud, di quelle che alle volte non lascia respiro, arrivai distrutta ma nonostante tutto piena di voglia di iniziare qualcosa che mi avrebbe, poi, cambiata un bel pò. Fuori dalla stazione c'era mia cugina più grande col suo "amichetto" mi aspettava in un vestitino a fiori blu appena dopo il bar, arrivai e senza dire nulla oltre ad un semplice ciao e il viaggio è andato bene mi infilai nella panda color crema. La strada fino a casa la feci in silenzio, col naso appiccicato al finestrino e la prima gente che affollava le spiagge, adoravo la sabbia rossa che si rifletteva nell'acqua e le spiagge ancora con pochi ombrelloni, ti lasciavo la possibilità di guardare fino al confine davanti a te. Nel pomeriggio raggiunsi gli zii al mare, mi sentivo a casa, i colori degli ombrellini sul bancone, l'odore del gelato, il ghiaccio che si scioglieva appartenevano anche a me. Non ho mai avuto grossi problemi ad adattarmi a situazioni anche più grandi di me, anzi mi piacevano di più, non mi ero mai trovata bene con quelli della mia età, e non era una questione di sentirsi superiori, però non mi ritrovavo in qulle parole che odoravano ancora di biscotti sgranocchiati davanti alle vecchie barbie, sentivo il bisogno di costruirmi per quanto poco una stabilità che fosse mia e quell'estate mi fu data la possibilità. I primi clienti arrivarono puntuali con l'apertura delle 14, ricordo ancora il mio viso che sorrideva, le mie gote rosse che stonavano con i pantaloncini neri e la mia canotta gialla, non pensavo a quello che dovevo fare ma mi perdevo in quello che ero in quell'istante, la sera venne presto alle 20 mi addormentai su una panchina a pochi mt dal chiosco, al risveglio ero a casa degli zii pronta per un altro giorno, avevo lavorato tanto, incontrato tantissima gente, in agosto erano arrivati anche i miei per 20 giorni, ma si sa l'estate scorre velocemente tra le forografie e i castelli, avevo partecipato al primo falò la sera di ferragosto, il mio primo bagno di notte e tutta quella sensazione che ti prende da sotto che sale vertiginosamente senza accorgetene ...era già arrivata l'ora di ripartire...la mia pelle nerissima di un estate che mi aveva lasciato un segno...che mi aveva fatto capire che la mia vita non sarebbe mai stata conforme a una stabilità...sarebbe stata come quelle piccole onde che ogni giorno vedevo morire sul bagnoasciuga alternate da quelle più alte del mare in burrasca, meno frequenti ma esistenti...ricordo il profumo di ogni singolo istante...e il desiderio di fare parte di me.

                                                  scritto da my_moleskyne

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Post N° 23

Post n°23 pubblicato il 01 Settembre 2007 da chow_mo_wan

La donna ideale

Luciano aspettava in piedi, le scarpe bagnate dall'erba umida del mattino. Anche l'orlo dei pantaloni era reso scuro dalle gocce che dai fili d'erba iniziavano ad entrargli nelle scarpe inumidendo anche i calzini. Ma quelle sensazioni, normalmente sgradevoli, erano divenute parte di un angolo di tempo delizioso.
La rugiada vibrava nei piedi e saliva per le ambe, sfiorava con sottile eccitazione il basso ventre per diffondendosi nella pancia riempiendogli subito dopo il cuore in cui confluiva anche lo sguardo sui mille colori del mazzo di fiori che teneva in mano.
Si sarebbe voluto ammirare nel suo completo azzurro, i capelli sistemati. Era sicuro che la cosa che gli sarebbe piaciuta di più nel suo aspetto sarebbe stato lo sguardo felice che Luciano posavo benevole sulle persone lì intorno: una donna che spingeva un pesante carrello e un uomo che con passo veloce attraversava il vialetto. Li osservava sperando che un po' della sua gioia si diffondesse anche a loro. "Quel che sento rimbalza alle persone intorno a me e quel che sentono loro lascia traccie in me". La mente andò ad un’anziana coppia di vicini della sua vecchia casa e si augurava che stessero ancora così bene come lui li ricordava. Si concentrò su di loro ancora un istante, quasi come un commiato discreto a un piccolo pezzo del suo passato, e tornò a posare lo sguardo sul lungo vialetto d'ingresso.
La donna che stava aspettando sarebbe venuta da lì.

"Ehi Luciano ma non è presto per stare qui?"

Piero era scanzonato, passava sempre per il parco di mattino presto e lo metteva sempre di buonumore solo con la sua faccia lunga e l'espressione ammiccante. A Luciano faceva tornare in mente il più caro amico della sua infanzia. Sorrise a tutta faccia per ripagare tutta l'armonia che il mondo gli spandeva intorno. Era felice.
E continuò a cogliere segni di quell'armonia che rinfocolava la sua felicità in ogni cosa o persona che il sole splendente vestiva di luce piena. Le coppie che si erano formate sulle panchine, le famiglie che parlavano animatamente, le voci dei bambini ce correvano sotto lo sguardo benevolo delle madri. Ed ogni cosa o persona richiamava in lui felicità un tempo vissute, piccole gioie che erano radicate dentro di lui e conservate come un bene prezioso, al riparo dallo scorrere del tempo.

.....

Il sole era alto in cielo quando le coppie si sciolsero, le famiglie si salutarono, le madri ripresero i bimbi e si allontanarono per il viale. Anche le scarpe di Luciano si erano completamente asciugate.
L'unica cosa rimasta immutata dal mattino era il sorriso aperto di Luciano. Che continuava a fissare pieno di speranza il cancello che si intravedeva in lontananza. Il viale era oramai deserto e nessuna donna arrivava da lì. Una figura femminile si avvicinò invece alle sue spalle, prendendolo delicatamente sottobraccio. "Dici che è ora di andare?" sussurrò con dolcezza infinita. Luciano non smise di sorridere e annuì.
Si giro verso la donna, vestita tutta di bianco, e insieme a lei si incamminò verso un largo e basso edificio scambiandosi sguardi di tenerezza. Sul vialetto Piero e un ragazzo molto giovane seguirono con lo sguardo la coppia fino a che non sparì alla loro vista chiudendosi la porta alle spalle.

"Sempre così?" chiese il giovane.

Piero sospirò "Eh è un cuore tenero Luciano. È ricoverato qui da due anni, non ha parenti che lo vengano a trovare. L'unica persona che aveva era una ragazza di cui era innamorato. Ma lei, il giorno in cui lui si era dichiarato, gli aveva detto di amare un altro. Poco dopo Luciano venne ricoverato con una diagnosi di stato dissociativo e da allora, tutte le domeniche di bel tempo, aspetta lei col vestito e fiori".

"Ma lei è mai venuta a trovarlo?"

"Scherzi? Vive in un'altra città col suo uomo, hanno anche un bambino"

Piero vide un'ombra sul viso del ragazzo. Allora aggiunse sorridendo

"Luciano è fortunato: ha sempre davanti a sé la sua donna ideale. E nessuno al mondo può portargliela via perché è al sicuro nella sua mente"

                                  scritto da caluinet

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Post N° 22

Post n°22 pubblicato il 29 Agosto 2007 da chow_mo_wan

Ricordo di un angelo

                                                                  music: Neanche il mare - Negramaro

Per tutta la vita aveva annaspato nel deserto dei propri giorni per inventare ricordi. Avrebbe creato e tirato su con un argano di acciaio tutte le sensazioni mai avute e vissute in quegli anni ad attendere se stessa. Aveva sussurrato Ti Amo nella corteccia di un albero, era tornata in quel bosco e l’albero era stato abbattuto dalle mani di quegli uomini che non capiscono, dimenticano, scordano, lasciano andare, preferiscono restare ciechi di fronte a qualcosa che spaventa. Il proprio segreto appassiva, lontano da qualche parte e un vento caldo d’estate, complice suo malgrado, portava quella voce attraverso strade e piazze ciondolanti di turisti passeggeri. Ma lei continuava a sentirsi grata. Grata per il tempo buono, le strade in salita, quelle senza uscita, continuava a sentirsi sbiadita anche, triste spesso, a volte. E le lacrime non bastavano più a farle compagnia. I vestiti sporchi, mantelli logori di pioggia e sale le coprivano le spalle. Voleva restare coperta per nascondersi al mondo, agli occhi della gente, quella che ti guarda e si sente sempre migliore di te. Tu che non rispondi a nessuno stereotipo, tu che ti blindi in episodi di privata ed ipocrita borghesia metropolitana, tu che predichi un mondo migliore e ti accontenti di quello in cui vivi, dove tutto ha cattivo odore, nonostante i profumi, gli incensi e le cortesi attenzioni che riservi al cane del vicino, al tuo vicino, a quello che dorme nel tuo letto accanto. Eva pensava questo di sé e un po’ si faceva schifo, non guardava più quell’immagine malsana e ormai adulta nello specchio, quello specchio bugiardo, ipocrita che le restituiva una prospettiva di lei bidimensionale. Quanto avrebbe sopportato ancora quell’apatia, quel non essere come gli altri volevano? Avrebbe continuato ad inventare ricordi, a ricomporli tra le righe di pagine vuote, di colori sbiaditi su tele tutte da dipingere. E quei ricordi non sarebbero stati mai davvero suoi, perché per farli vivere bisognava inventarsi anche un cuore, un cuore puro, inventarsi un amore, un Amore vero, di quelli che ti prendono per mano, di quelli che hanno l’odore dell’estate, che sanno di mare, che sorridono quando possono, che piangono nell’ombra, che strappano i veli, che rompono i vetri, che annullano le distanze, che cancellano gli errori, che sono veri ed eterni. Eterni come quel suono nella corteccia di un albero. Si può dire Ti amo ad un albero senza avere paura e sperare che custodisca quel segreto puro e aspro e acerbo e dolce, come l’intenzione dietro semplici parole. Eva, la prima donna, incontrò quel ricordo insieme agli occhi di un angelo. Incontrò la passione quel giorno e capì quanto l’Amore vissuto e non pensato potesse essere fardello e leggerezza, e desiderò che nel mondo non ci fossero specchi ed occhi, desiderò che quell’angelo perdesse le sue sembianze eterne e cominciasse ad essere quello che voleva. Cominciò a desiderare che fosse molto di più, cominciò a desiderarne la perfezione, pensando di poterlo cambiare. Capì che gli angeli non sono perfetti, capì che l’amore non dura per sempre, capì che un bacio pesa, capì che è meglio l’attesa della resa. La speranza era una notte troppo lunga, e di notti aveva ancora l’odore addosso, perché gli angeli non hanno sesso, ma vivono insieme a noi. E quando ti amano lo fanno per sempre, anche quando tu pensi che non sia così. Eva si sentì morire il giorno in cui l’angelo volò via, pensò che sarebbe stato bello fare l’amore con lui e sentirlo dentro ancora una volta. Gli disse: "Ti amo", "Addio", "Non voglio dimenticarti finché vivo", "Sei stato l’unico a credere in me e a fare di me quel che sono adesso", "Torna da me anche solo per parlare, scivola in un abbraccio fresco come te, vorrei spazzolare le tue piume e coltivare un giardino di rose bianche." L’angelo non disse nulla, non sapeva parlare. L’Angelo raccolse le parole nelle sue mani e le bevve come acqua pura. L’angelo aveva una bocca bellissima che quel giorno si fece triste. Non uscirono lacrime dai suoi occhi, perché l’amore non si piange e tanto meno rimpiange. Eva da quel giorno non dovette più inventare ricordi. Ogni tanto pensava a quegli occhi che per un momento l’avevano amata, si sentì avvolgere dall’eterno di ogni istante vissuto. E tornò senza rimpianto. Toccava la sua bocca con la mano destra e sussurrava il suo nome e scuoteva un braccialetto che faceva rumore. Ora aveva un Amore da ricordare, custodire, lasciare andare via, perché quell’angelo sapeva essere luce. Lo sarebbe stato eternamente per qualcuno che non era lei. E lei, nonostante tutto, era felice anche così… Avrebbe voluto che fosse inverno per vederlo cadere dal cielo, soffice e improvviso, come la neve.

                                                       scritto da la_mia_destinazione

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Post N° 21

Post n°21 pubblicato il 28 Agosto 2007 da chow_mo_wan
 
Tag: 2046

Era la fine del '66, a Hong Kong scoppiavano i disordini.

Non sapendo se sarei rimasto trovai un albergo di quart'ordine e mi misi a fare il cronista. Mi davano 10 dollari a cartella. All'inizio fu molto dura. Per sopravvivere mi adattavo a scrivere su tutto,

"Vita piccante in città: il pubblico impazzisce per Pay-Pay. La spogliarellista dalle tette sublimi infiamma le notti di Hong Kong. No, togli tette e metti forme o ti censurano, tanto sono rifatte."


Mi abituai presto a questa vita.
Diventai un seduttore, il re delle avventure di una notte.
Imparai ad apprezzare il valore delle cose effimere.

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Post N° 20

Post n°20 pubblicato il 26 Agosto 2007 da chow_mo_wan

 Nostalgjia

                                                 music: Ainda - Madredeus

La casa. Un ampio appartamento a pianterreno con quattro stanze, un ingresso, un bagno, un gabbiotto con un altro gabinetto, una cucina e un lunghissimo corridoio che dava l’impressione di non portare da nessuna parte. In fondo al corridoio su un piedistallo una statua dai seni piccoli e i capelli raccolti, in atteggiamento aggraziato e fiero, che mio fratello ed io bersagliavamo con palline di plastica.
Sul lato destro del corridoio un’ampia vetrata (suddivisa da un reticolo di nervature in quattrocento piccoli vetri) che dava sul cortile interno, dove s’affacciavano una piccola ditta di pezzi di ricambio per automobili, la casa signorile dei padroni di casa e una zona neutra di cui non riesco a fissare i contorni. La casa mi appariva come uno spazio che univa materiali eterogenei e irriducibili: il vetro, il legno, le piastrelle, l’acciaio, i mattoni sembravano provenire da ambienti e vite diverse, avevano l’aria di essersi incontrati lì casualmente e di guardarsi con un sospetto non temperato dalla lunga coabitazione.
In realtà, non era quella la mia prima casa torinese. Prima ancora, agli albori della memoria, stavamo al terzo piano dello stesso edificio, in un appartamento più ristretto e soffocante. Ma di quel luogo non ho conservato quasi nessun ricordo, tranne la caduta mentre inseguivo una palla e il volo attraverso la porta-finestra del balcone, l’arrivo terrorizzato di mia madre, il sangue delle sue mani che si mescolava con quello della mia gola.
Papà era una presenza imponente, ma virtuale. Lavorava come un matto dalle cinque del mattino alle nove di sera, lo vedevamo quasi solo la Domenica.
I primi ricordi che conservo di lui sono una saponetta che lasciava scivolare nella vasca da bagno, così che ne potessimo seguire le traiettorie e le discussioni accese con mamma, verso la fine del mese, per fare quadrare i conti. Crescendo, ho compreso. Ma allora, quando le parole si avviavano a diventare grida, m’affrettavo a nascondermi sotto il lettone matrimoniale.
Dividevo con Giancarlo, mio fratello, lunghi pomeriggi fatti di giochi ripetitivi e reiterati. Ero molto più cattivo di lui e, quando potevo, lo colpivo senza pietà, almeno fino a quando non riuscì a restituirmi parte delle angherie che doveva subire. Già a dodici anni eravamo più lontani e la deriva non si è tuttora arrestata.
Nella mia seconda casa torinese incominciai molto presto a scoprire il morso della noia. Arrivava la domenica pomeriggio e io avvertivo l’inattività e la mancanza di cose da fare come una tensione crescente che mi faceva contorcere sulla poltrona, mi muoveva da una parte all’altra dell’appartamento, bloccava le idee e le fissava sullo scorrere del tempo.
Quel tempo che mi appariva vuoto e inessenziale come i miei pomeriggi, sospesi tra la televisione in bianco e nero e il desiderio di uscire purchessia, di camminare lungo strade sconosciute portando in giro, tra canzoni cantate sommessamente e pensieri fantastici, la mia incertezza e la mia sfida.

                                                                  scritto da falco58dgl

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RITROVARE I RICORDI PERDUTI

 

Cena - DolceA0

- PER LUI- FOX1974XXX

PICCOLI PESCI - Hard Candy

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- 16.12 - lilith258

- Inferno Via Pisana - shockportatile

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ULTIMI COMMENTI

A volte ritornano
Inviato da: Chi_ero
il 09/06/2011 alle 13:25
 
comunque grazie e ciao
Inviato da: ladymiss00
il 14/04/2008 alle 13:47
 
o quista ;)
Inviato da: ladymiss00
il 14/04/2008 alle 13:44
 
oppure questa
Inviato da: ladymiss00
il 14/04/2008 alle 13:26
 
così risalta più come pubblicità, Pagano non ne avrebbe...
Inviato da: ladymiss00
il 14/04/2008 alle 13:20