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Blog di cinema, cultura e comunicazione
 

Messaggi del 11/09/2017

Il Trono di Spade: pro e contro del season finale The Dragon and The Wolf da bestserial

Post n°13993 pubblicato il 11 Settembre 2017 da Ladridicinema
 

di Giorgio Viaro - 29-08-2017
Qualcuno ha rotto il giocattolo. Qualcuno ci deve delle spiegazioni

Due volte.

Due volte Cersei Lannister, l’ultima vera infame di Westeros (e lasciamo perdere Euron, che più che fare battute sui nani e sperperare il suo patrimonio in mascara, non fa), ha l’occasione di far trucidare i suoi fratelli. E due volte si tira indietro, allo stesso modo.
Meno grave che lo faccia con Tyrion, che comunque può ancora involontariamente servire i suoi scopi. Molto grave che lo faccia con Jaime, che le ha appena comunicato che la tradirà.
Amore di sorella, si dirà, ma se perfino la regina sadica, quella che passa le notte in bianco a decidere se bollire o scorticare i nemici (o entrambe le cose), svela la sua umanità, perdona, allora davvero ci sono rimasti solo i Whitewalkers, il loro drago con le ali bucate e il loro sindaco che cavalca la bomba.

In quelle due rinunce il Trono di Spade, la HBO tutta, alza bandiera bianca rispetto a qualsiasi ambizione di portare avanti con immutata ferocia i drammi shakespeariani di raro sadismo intrecciati negli anni da George Martin. Quel che fa è, invece, puntare il dito verso il traguardo, contare i minuti rimasti in produzione, e chiedere ai fan di abbracciarsi felici davanti allo schermo, tra i cuscini del divano.
E magari di farlo durante il colpo di scena più telefonato della storia della tv, quello celebrato dal flashback con Rhaegar, Lyanna e Ned (telefonato non perché io sia particolarmente sveglio, ma perché voialtri, e soprattutto tu Quinn, non mi avete parlato d’altro negli ultimi due anni).

E così ora abbiamo eroi e mostri, fine della storia: gli eroi ognuno con il suo costume e il suo subplot di alleggerimento (ah, che risate Tormund che vuole coricare Brienne!), i mostri a fare carne da macello e guidati da una creatura giusto un po’ più sveglia, che sarà naturalmente l’ultima a cadere sotto i colpi degli eserciti di Westeros.
Insomma: il Trono di Spade, abbandonate le spoglie della tragedia elisabettiana e qualsiasi riflessione sui meccanismi del potere, messa in soffitta la sua vena anarchica, cassato l’erotismo esplicito e il sincero edonismo, è diventato un team-up della Marvel, con qualche sbuffo di romanticheria alla Twilight e gente che tromba in controluce tra le candele.

E qui, scusate, pianto un Voto 0, mi fermo un attimo e vado a vomitare.

(…)

Eccomi di nuovo.
Che dire, a questo punto, del finale di stagione?
Vi pare sia stata ben gestita lungo i sette episodi tutta la sottotrama a Winterfell, dove si sono tirati su intrighi da quattro soldi per suggerire uno scontro fratricida a cui nessuno ha mai minimamente creduto?
Dove Ditocorto, anima machiavellica della saga (e quindi, in un certo senso, anima tout court), viene messo nel sacco dalla “slow learner” (nonché ingrata) Sansa, che per di più - in barba agli insegnamenti di papà - emette la sentenza e lascia l’esecuzione alla sorella?
E insomma, ci siamo sorbiti un’intera stagione di sussurri e pizzini per far fuori Lord Baileys e poi vedere queste due sui torrioni a scambiarsi complimenti e smalti per le unghie?
Voto: 0.

Oppure. Vi pare sensato che Bran si svegli dal torpore solo ora che vede Sam e decida di botto che Jon va avvertito della sua paternità, quando poteva mandargli un corvo supersonico sei mesi fa?
Voto: 0.

E ancora: per quale ragione al mondo Dany si presenta a King’s Landing con due draghi? Giusto per rendere chiaro che uno se l’è fatto fregare?
Voto: 0.

E infine. Non provate almeno una fitta di nostalgia quando pensate che una volta Game of Thrones era una serie che si concedeva di passare un’intera stagione a umiliare e torturare a sangue uno dei suoi protagonisti (dio quanto ci manchi Ramsey), e ora quello stesso personaggio vince una rissa urlando “LOL!” mentre un tizio lo prende ripetutamente a calci nel cavallo dei pantaloni?
Voto: 2.

E allora cosa salvare, per conservare un po’ di curiosità in quest’anno e mezzo che ci separa dalla chiusura del cerchio?
Perché, scusate, ma davvero si può fremere di eccitazione al pensiero del drago buono che arrostisce il drago cattivo?
O di Jon “Non dico le bugie” Snow che prende atto delle sue origini, va all’anagrafe a cambiare cognome e sale sul Trono (doppio magari, uno grigio-rosa e uno grigio-blu) accanto a Dany?
È per questo che siamo arrivati fin qui, per farci dare una pacca sulle spalle?
Stavamo trattenendo il respiro in attesa di rimettere la testa fuori dall’acqua, per poi vedere una pianura tutta uguale che si allunga fino all’orizzonte?
Volevamo che la serie che ha sdoganato la parola “spoiler”, non avesse più niente da spoilerare?
Che le crepe nella timeline diventassero voragini?
Che le superficialità e le incongruenze narrative tracimassero?
Che un immaginario televisivamente rivoluzionario si convertisse a una restaurazione completa nel nome delle necessità industriali, cioè dei futuri spinoff?

Volevamo, per dirla in breve e davvero chiudere, che i bordelli innaffiati di vino, alla fine, diventassero letti da fotoromanzo?

Giusto una speranza mi resta.
Che dal nucleo pulsante del cuore marcio della casata dei Lannister, qualcosa di deforme ancora possa venire alla luce. Che il destino di Cersei non sia quello di riscattarsi pure lei, come un Theon qualsiasi, ma piuttosto di tradire e ammazzare, fino all’ultimo, senza compromesso, chiunque, fanculo il mondo, ci siamo solo io e il mio bambino. Che Jaime non passi semplicemente dalla parte dei buoni, ma da qualche parte nel mezzo, tra buio e luce, si perda e non ritrovi più la strada.

E che Bronn, caro vecchio Bronn, continui a ricordarci (e soprattutto a ricordare agli showrunner) che senza le palle, non ci sono motivi per guadagnarsi lo stipendio.

 
 
 

5 motivi per cui Narcos è sopravvissuta alla morte di Pablo Escobar

Post n°13992 pubblicato il 11 Settembre 2017 da Ladridicinema
 

 

La terza stagione, orfana di Pablo Escobar, riesce comunque a mettere in scena una storia emozionante e trasformandosi in un racconto corale sulla lotta alla droga

Con la fine della seconda stagione e la morte di Pablo Escobar, in molti pensavano che Narcos si sarebbe conclusa, ma pensavano male, perché la storia del narcotraffico offre sempre nuovi e interessanti spunti per un drug drama ricco di tensione, scene splatter e qualche malparido urlato al momento giusto.

Tuttavia i dubbi per questa terza stagione di Narcos erano molti, la figura di Pablo Escobar, il suo fascino, il suo carisma e l’interpretazione dell’attore brasiliano Wagner Moura non sono proprio facilissime da rimpiazzare. Il rischio di una serie priva mordente era dietro l’angolo e nelle prime puntate si avverte una mancanza, come se la storia girasse a vuoto, alla ricerca di un’anima.

Poi per fortuna le cose si rimettono presto in carreggiata e il risultato finale è un ottimo show che pur indugiando nei cliché delle parabole criminali li ribalta, se prima la Dea era un’organizzazione ricca di contraddizioni ora queste si trovano all’interno di Cali, che si prepara a mettere in atto un’assurda quanto improbabile patteggiamento col Governo.

In questo modo la serie trova una sua forza e una sua identità, che possiamo riassumere in questi cinque punti cardine.

1. Pedro Pascalnarcos-3

Senza nulla togliere a Boyd Hollbrook, che con la sua faccia da biondino americano standard sembrava sempre un po’ fuori posto, la scelta di usare l’attore cileno Pedro Pascal come nuova voce narrante si è rivelata vincente. Dal punto di vista recitativo, come abbiamo scoperto in Game of Thrones, Pascal è bravo e il suo accento ispanico nelle parti narrative dona a tutto maggiore credibilità rispetto all’accento sudista e un po’ strascicato di Hollbrook.

Inoltre è senza dubbio molto convincente nel mettere in scena un agente ossessionato dalla cattura dei narcotrafficanti, sia dal punto di vista del personaggio. Peña vive nel mezzo tra i due mondi, tra gli Stati Uniti e il Sudamerica, tra la legalità e la necessità, incarna tutte le contraddizioni di una lotta alla droga che si è dovuta alleare con personaggi discutibili per detronizzare Escobar e adesso ne paga il prezzo.

2. Un protagonista che emerge sulla distanzaNARCOS

In questa terza stagione tutto sembra ruotare attorno all’agente Peña e al suo conflitto col cartello di Cali, ma dopo qualche puntata il vero centro della storia diventa Jorge Salcedo, responsabile della sicurezza del cartello, un uomo normale gettato in mezzo ai lupi che cerca di mantenere la sua umanità e che col tempo finirà per diventare l’arma più importante della Dea. In mezzo a trafficanti senza scrupoli, poliziotti corrotti e agenti ossessionati la figura di Salcedo emerge come qualcosa di nuovo all’interno della classica narrazione di genere e si rivela sostanzialmente come il vero protagonista di un racconto che in teoria dovrebbe ruotare attorno ai quattro di Cali. Non a caso il vero Salcedo, che oggi è vivo grazie al programma di protezione testimoni, è stato coinvolto come consulente per questa terza stagione.

3. Incertezza, sempreNARCOS

Fino a poco prima di morire, Escobar è sempre sembrato un personaggio col pieno controllo della situazione, niente poteva scalfirlo, tutti lo temevano e la sua mania di grandezza non sembrava avere fine. Nella terza stagione di Narcos invece nessuno è al sicuro, i quattro di Cali sono costantemente braccati dalla Dea, nonostante il loro incredibile apparato di sicurezza, tutti corrono il rischio di una retata, un colpo in testa o un licenziamento da parte dei proprio superiori, su entrambi i fronti della lotta alla droga. Questa continua incertezza rendere la storia molto più ricca di svolte e colpi di scena. Non siamo di fronte all’inarrestabile salita al potere di una forza che nessuno può contrastare, ma stiamo assistendo allo spettacolare crollo di un enorme ghiacciaio fatto di cocaina.

4. Un racconto coraleiuiaAx5wNlbDCAO0wiQy0RIlUt

Wagner Moura offriva senza dubbio una prova attoriale importante, ma tendeva a catalizzare su di sé tutta l’attenzione, il risultato è che ogni scena in cui non era presente perdeva subito interesse. Senza il suo fardello, Narcos è libera di dare spazio a personaggi di ogni tipo, arricchendone la caratterizzazione e offrendo allo spettatore un affresco più variegato e particolareggiato. I quattro membri del cartello di Cali incarnano quattro volti di Escobar: il calcolo, la violenza, la voglia di riscatto e il carisma, ma ognuno lo fa a modo suo, con una propria personalità, rendendo il tutto ancora più eterogeneo. Accanto a loro si sviluppano un sacco di altre storie che non offuscano il quadro generale, ma lo rendono più interessante, più vivo e reale.

5. L’azione

In media questa terza stagione sembra aver maggiormente bilanciato le sue componenti tra azione e riflessione, tra dialogo e gesto. Ogni puntata riesce dunque a offrire momenti in cui viene messa in mostra tutta la violenza del Cartello o la tensione per una retata che potrebbe finire malissimo, ma allo stesso tempo non vengono meno scambi di battute sul filo del rasoio in cui la posta in gioco è sempre altissima. Avere a che fare con un’associazione come quella di Cali voleva dire mettere ogni giorno la propria vita in mano a persone con un grandissimo potere, dotata di una incredibile rete di spie e che non ci avrebbe pensato neppure un secondo a farti a pezzi e ogni battuta e là per ricordarcelo.

 
 
 

I 5 motivi per i quali Zerovskij non è uno show ma un regalo: Renato Zero nella storia dopo l’Arena di Verona da optimalia.com

Post n°13991 pubblicato il 11 Settembre 2017 da Ladridicinema
 

Renato Zero a Verona porta un'interpretazione di Padre Nostro da applausi: il cantautore romano convince l'Arena con uno spettacolo al top.

Non sono solita scrivere in prima persona. Amo le retrovie, osservare in silenzio e criticare costruttivamente. So riconoscere il momento nel quale è concesso fare uno strappo alla regola. In queste settimane ho scritto tanto di Renato Zero e di Zerovskij, lo spettacolo concepito per i suoi primi 50 anni di carriera. Ho analizzato canzoni, intenzioni e parlato di uno show che racchiude tutto ciò che l’artista capitolino ha voluto trasmetterci.

Non sono sorcina, né zerofolle e non ho nemmeno la pretesa di definirmi tale. Ho poco più della metà degli anni dell’intera carriera di Renato Zero, che ho conosciuto tardi grazie – anche, ma non solo – al mio lavoro. Ho consumato video, interviste e recensioni di queste settimane dedicate a Zerovskij. Vedere lo spettacolo, però, è un’altra cosa.

Ed è un’altra cosa far parte della grande famiglia di Renato Zero, che nelle due giornate di Verona mi ha accolta come se fossi sempre stata una di loro. Tra i regali di Renato, anche la possibilità di incontrare una mia conterranea che mai avrei immaginato di conoscere dal vivo, oltre a tutta la musica che, in tre ore, non ha mai perso una sola briciola dell’emozione iniziale inaugurata con La stazione.

 

Di Zerovskij si è detto tutto e il contrario di tutto. Si definisce concerto e non spettacolo, si ritrova un Renato Zero in perfetta forma vocale ma mancano le canzoni che in molti hanno reso parte della loro vita. Nello spettacolo dedicato ai suoi 50 anni di carriera c’è però tutto il suo essere e tutti gli insegnamenti che il pubblico zerofolle ha potuto metabolizzare in mezzo secolo di musica.

Ed è così che ho deciso di racchiudere, in 5 punti, i motivi principali per i quali Zerovskij è un regalo e non uno show. Un dono, per dirla con uno degli ultimi dischi di Renato, che è destinato a riscrivere un pezzo di storia della musica italiana. Che ci piaccia o no, Renato Zero sarà uno dei pochi a “rimanere”, per qualcosa di buono ma anche per molto di rivoluzionario. Eccoci pronti per un incredibile viaggio tra le pieghe di Zerovskij.

1. LA MUSICA. Questo elenco non poteva che iniziare con la grande protagonista, la musica. Nella due giorni all’Arena di Verona, mai ho avuto l’impressione che fosse stata messa da parte in nome di qualcos’altro. Ad arricchire il concetto centrale di tutta l’opera è l’Orchestra Filarmonica della Franciacorta, diretta da un sempre impeccabile Renato Serio. Tra i pezzi a suonare meglio nella eco storica dell’Arena di Verona vi è sicuramente Stalker, ma anche Ti do i voli miei e Un uomo da niente, con la quale Renato ha voluto toccare la drammatica tematica della violenza sulle donne. Accanto alla musica, da tenere in considerazione la voce di Renato, apparsa cristallina e precisa anche nei passaggi più complicati.
2. IL PUBBLICO. Zerofolli, Sorcini, accompagnatori e curiosi: la trama eterogenea del pubblico di Renato Zero è il vero valore aggiunto dello spettacolo. Più attento quello del venerdì, forse più coinvolto quello del sabato: i presenti hanno guidato lo spettacolo dalla prima fino all’ultima canzone, per poi esplodere nella chiusura quando Renato Zero ha regalato un bis alla vecchia maniera tornando sul palco e abbracciando idealmente la folla ancora inchiodata all’interno dell’anfiteatro scaligero.
3. IL CAST. Il cast affiatato e di grande talento ha fatto in modo che il filo narrativo di Zerovskij fosse rispettato alla lettera. Validissimi tutti gli elementi, sempre a fuoco sotto tutti gli aspetti. Il gradino superiore del livello emozionale è sicuramente occupato da una straordinaria Roberta Faccani, incaricata di interpretare la vita e la morte, che ha conquistato il pubblico con la performance in Danza Macabra nella quale ha dato sfogo alla sua grande vocalità, per la prima volta nel corso dello spettacolo, poi replicata in L’Ultimo Valzer.
4. L’INTERPRETAZIONE DI PADRE NOSTRO. Sul palco dell’Arena di Verona, tutte le tracce di Zerovskij. Tra i nuovi brani sono stati però inseriti alcuni grandi classici del repertorio zeriano, con una Padre Nostro che – venerdì 1° settembre – ha fatto letteralmente esplodere l’anfiteatro scaligero. Con la migliore performance di tutto il tour, Renato Zero rimane tra i pochi a potersi permettere di spingere tanto sulla voce e non perdere nemmeno una minima traccia della carica interpretativa che lo caratterizza da sempre. In Padre Nostro, assistiamo alla prima standing ovation della serata del venerdì.
5. LA SCALETTA. Che il pubblico non fosse pronto a questo genere di spettacolo è ormai uno scontato dato di fatto. Nota da tempo la scaletta, che Renato ha leggermente cambiato rispetto alle prime date, in molti hanno sperato in un cambio di rotta in corso d’opera che non è avvenuto perché non era giusto e nemmeno possibile. Renato Zero rimane uno dei pochi – se non l’unico – a potersi permettere di non portare nemmeno una hit in setlist, con cattivissima pace di chi cerca ancora di scambiarlo per un jukebox. Non mancano le tracce di Zerovskij, sulle quali si è basato l’intero spettacolo, ma anche alcuni dei brani più amati di Artide Antardine, disco che amo definire terribilmente zerofolle. Padre Nostro è una delle sue tracce, così come lo è Marciapiedi e La Stazione. Da Soggetti Smarriti, riportata in Zerovskij, Renato Zero ha portato Infiniti Treni, mentre da Trapezio porta Motel.

 
 
 

Gotham 4 – Bruce Wayne e Jim Gordon saranno nemici? da http://hallofseries.com/

Post n°13990 pubblicato il 11 Settembre 2017 da Ladridicinema
 

Manca davvero poco al ritorno del detective Jim Gordon, come sempre impegnato a proteggere Gotham City. Forse questa volta avrà un nemico in più. E che nemico.

La quarta stagione di Gotham uscirà a fine settembre negli Stati Uniti.

In questa nuova quarta stagione qualcosa scombina i vecchi equilibri, Jim Gordon e Bruce Wayne potrebbero non trovarsi insieme dalla stessa parte contro gli avversari. Potrebbero loro stessi diventare nemici.

Gotham ha sempre visto Bruce Wayne come un bambino intelligente e ricco, ma anche solitario. Tutti sanno però che Bruce Wayne è Batman, prima o poi lo diventerà anche in Gotham.

Il solo fatto di essere Batman non potrà che portare ad un inevitabile conseguenza, quella di vedersi il mirino di Jim Gordon puntato contro.

La serie della Fox sarà composta di 22 episodi come le tre precedenti e si dividerà in due step distinti.

Una prima parte in cui Jim Gordon concentrerà la sua attenzione per tenere a bada Pinguino. Per contrastarlo, Gordon deciderà di accordarsi e collaborare con Sofia Falcone.

IL GIAPPONE IN UN FILM​

Dove la tradizione incontra il futuro.Le attrazioni del Giappone da una prospettiva unica​

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Un secondo momento fondamentale in cui Bruce si avvicina sempre di più al personaggio di Batman, iniziando a fare da vigilante in incognito a Gotham.

Questa è la dichiarazione del produttore esecutivo John Stephens:

“Nella prima metà della nuova stagione, Jim Gordon cercherà di allentare la stretta del Pinguino su Gotham. Stringerà un’alleanza con Sofia Falcone, interpretata da Crystal Reed, e lavoreranno insieme per cercare di destituire il Pinguino. Nel frattempo, Bruce Wayne indosserà una maschera ed inizierà la sua attività di vigilante. Jim Gordon scopre che questo vigilante sta operando in città e gli darà la caccia. Jim Gordon ed un Bruce Wayne in maschera si ritroveranno faccia a faccia.”

Bruce Wayne, purtoppo per Jim Gordon e per fortuna per Gotham, finalmente sboccia nel suo alter ego Batman…  e noi non vediamo l’ora di assistere!

 
 
 

In Dubious Battle - Il coraggio degli ultimi

Post n°13989 pubblicato il 11 Settembre 2017 da Ladridicinema
 
Tag: trailer

 
 
 

Il colore nascosto delle cose

Post n°13988 pubblicato il 11 Settembre 2017 da Ladridicinema
 
Tag: trailer

 
 
 

Festival di Venezia 2017: Tutti i vincitori

Post n°13987 pubblicato il 11 Settembre 2017 da Ladridicinema
 

Leone d'Oro a The Shape of Water. Premiata Charlotte Rampling per Hannah

Ha vinto il migliore. Un Leone d’Oro da 110 chili! Quelli di Guillermo Del Toro che ha vinto #Venezia74 con il suo magico The Shape of Water… Davvero, come ha detto il regista messicano, un pieno di cinema…

Che tutto sarebbe andato più che bene lo si era intuito dal “discorso di chiusura” di Alessandro Borghi, madrino del Festival di Venezia 2017

 

In Gucci “illuminante”, l’attore romano ha raccontato il suo festival e insieme rivelato il segreto di un’edizione “speciale”, che ha davvero puntato sul cinema, le sue storie, i suoi personaggi, i suoi background… Un pieno di cinema…Alessandro Borghi ha ringraziato famiglia, fidanzata, Claudio Caligari (il regista che l’ha lanciato con Non essere cattivo) e tutti gli incontri/sogni/momenti della sua Venezia 2017.

Ha citato Jim Carrey visto di persona e sullo schermo, la colazione di Donald Sutherland, i divi incrociati… La sua vita privata (reale) e il mondo dei suoi sogni (coronati)…

 

Venezia 2017 è stato un mix di tutto. Di America, Italia, Giappone, Libano… Di tante nazionalità come quelle della giuria, come ha ricordato la presidenta Annette Bening. Di fantasy e di musical (partenopeo…). Un documentario lungo 3 ore sulla più grande biblioteca newyorchese e la storia di un ragazzo che attraversa gli States con un cavallo da corsa.

Un western australiano premiato a sorpresa (Sweet Country, con tanto di aborigeni) e un attore teatrale palestinese venuto dal Libano e dalla sua storia di guerre senza fine alla sua prima prova da professionista e premiato con la Coppa Volpi (per il piccolo bellissimo e bellico The Insult)…

#Venezia74 è stato Charlotte Rampling che è Hannah e che ha ritirato la sua Coppa Volpi con la stessa giacca Giorgio Armani Privé con cui si era presentata al photo call del film.

E ancora… Una cantante bellissima e famosissima in fuga dalla sua bellezza e dalla sua fama (il vincitore della sezione Orizzonti Nico, 1988: con una protagonista, Trine Dyrholm davvero speciale, e un film di due antropologi su un caso famosissimo di cannibalismo (Caniba, film scandalo annunciato e premiato nella sezioni Orizzonti)…

La realtà virtuale (new entry, con una sezione e tre premi tutti suoi) e la tv (Suburra, i Leoni d’Oro alla carriera a Jane Fonda e Robert Redford per Le nostre anime di notte, by Netflix)… e via così. Col mondo e i film riuniti al Lido di Venezia per 10 giorni e con pochissime delusioni…

Ecco tutti i vincitori del Festival del Cinema di Venezia 2017, compreso i tre neonati Venice Virtual Reality Awards

CONCORSO #VENEZIA74

LEONE D’ORO:
The Shape of Water di Guillermo Del Toro

 

LEONE D’ARGENTO GRAN PREMIO DELLA GIURIA:
Foxtrot 
di Samuel Maoz

 

MIGLIOR REGIA:
Xavier Legrand
 per Jusqu’à la garde

COPPA VOLPI ALLA MIGLIOR ATTRICE:
Charlotte Rampling 
per Hannah

 

COPPA VOLPI MIGLIOR ATTORE:
Khamel El Basha 
per The Insult

PRMMIO MIGLIOR SCENEGGIATURA:
Martin McDonagh 
per Three Billboards Outside Ebbing, Missouri

PREMIO SPECIALE DELLA GIURIA:
Sweet Country 
di Warwick Thornton

PREMIO MARCELLO MASTROIANNI A UN GIOVANE ATTORE/ATTRICE EMERGENTE:
Charlie Plummer
 per Lean on Pete di Andrew Haigh

PREMI SEZIONE ORIZZONTI:
Miglior Film: Nico 1988 di Susanna Nicchiarelli
Miglior Regia: Vahid Jalilvand per No date, No Signature
Premio Speciale: Caniba di Verena Paravel e Lucien Castaing-Taylor
Miglior Attrice: Lyna Khoudri per Les Bienheureux
Miglior Attore: Navid Mohammadzadeh per No Date, No Signature
Miglior Sceneggiatura: Los versos de l’olvido di Alireza Khatami
Miglior cortometraggio: Gros Chagrin di Céline Devaux

LEONE DEL FUTURO VENEZIA OPERA PRIMA LUIGI DE LAURENTIIS:
Jusqu’à la garde di Xavier Legrand

PREMI VENEZIA CLASSICI:
Miglior documentario sul cinema: The Prince and the Dybbuk di Elwira Niewiera, Piotr Rosolowski
Miglior restauro: Idi i smotri (Va e vedi) di Elem Klimov

VENICE VIRTUAL REALITY AWARDSArden’s Wake (Expanded) di Eugene YK Chung, Bloodless di Gina Kim, La camera insabbiata di Laurie Anderson e Hsin-Chien Huang


 
 
 

L'ordine delle cose

Post n°13986 pubblicato il 11 Settembre 2017 da Ladridicinema
 
Tag: trailer

 
 
 

La Fratellanza

Post n°13985 pubblicato il 11 Settembre 2017 da Ladridicinema
 
Tag: trailer

 
 
 

I critici si schierano a fianco di Ziad Doueiri da cinecittànews

Post n°13984 pubblicato il 11 Settembre 2017 da Ladridicinema
 
Tag: news

Il Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani condanna fermamente l’arresto del regista Ziad Doueiri, il cui film The Insult ha conquistato la Coppa Volpi attribuita a Kamel El Basha per la migliore interpretazione maschile alla Mostra di Venezia. Il regista, già autore di West Beirut, arrestato dalla polizia al suo arrivo in Libano, dovrà affrontare un processo pochi giorni prima del lancio del suo film nei cinema libanesi. Si tratta di un atto di intimidazione inaccettabile. Di un sopruso intollerabile. Sncci e Settimana Internazionale della Critica di Venezia si schierano al fianco di Ziad Doueiri e di tutti coloro che hanno reso possibile la realizzazione di The Insult, ribadendo il proprio “NO!” inequivocabile a tutte le forme di censura e di intimidazione nei confronti dei registi, del cinema e dell’arte. Auspicando la liberazione immediata di Ziad Doueiri, il Sncci ribadisce che la libertà d’espressione e di parola è intoccabile. No alla censura. No alle minacce. No alla paura. 

 
 
 

Addio all'attore Gigi Burruano

Post n°13983 pubblicato il 11 Settembre 2017 da Ladridicinema
 
Tag: news

E' morto a 69 anni l'attore palermitano Gigi Burruano. Da qualche mese non stava bene. Attore di teatro, cinema e tv, Burruano ha recitato sui palcoscenici di diversi teatri stabili italiani, tra cui Roma, Catania, Trieste, Palermo e Prato. Ha esordito al cinema nel 1970 in L'amore coniugalediretto da Dacia Maraini e ha poi partecipato a decine di film. Con il ruolo di Luigi Impastato è stato tra i protagonisti di I cento passi di Marco Tullio Giordana. Ha avuto ruoli tra gli altri anche nei film L'uomo delle stelle di Giuseppe Tornatore, Nowhere di Luis Sepúlveda, Miracolo a Palermo! di Beppe Cino, Il ritorno di Cagliostro di Daniele Ciprì e Franco Maresco, Quo vadis, baby? di Gabriele Salvatores.
Ha lavorato anche nelle serie Tv Piovra 8, Turbo e Incantesimo 4. Burruano, zio dell'attore Luigi Lo Cascio, scoprì e fece conoscere gli attori Tony Sperandeo e Giovanni Alamia. Nel 2006 venne arrestato per aver accoltellato l'ex genero perché secondo lui non assolveva agli impegni verso la famiglia.

 
 
 

Premi collaterali: SIGNIS a 'La villa', Astrei a 'Gatta Cenerentola'

Post n°13982 pubblicato il 11 Settembre 2017 da Ladridicinema
 

VENEZIA - Sono stati consegnati questa mattina presso lo Spazio della Fondazione Ente dello Spettacolo, in Sala Tropicana 1 dell’Hotel Excelsior, i Premi Collaterali della 74. edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Questi i riconoscimenti assegnati nel corso della cerimonia condotta dal giornalista della Rivista del Cinematografo Federico Pontiggia:  

-        Premio SIGNIS  La villa di Robert Guédiguian  “Una rappresentazione contemporanea del mondo in cui viviamo oggi. La villa ha molto da dire sui legami familiari, il significato della casa, il rapporto con i vicini (migranti), e il confronto con la popolazione che invecchia. In un tranquillo villaggio di pescatori minacciato dalla urbanizzazione, tre fratelli tornano a vedersi per prendersi cura dei genitori malati. Questo cambiamento diventa catalizzatore di speranza che coinvolge tutti. Una onesta e commovente celebrazione della vita”. Menzione speciale a Foxtrot  di Samuel Maoz  

-         Premio CGS - Lanterna Magica a L’equilibrio di Vincenzo Marra “per la coraggiosa narrazione di un percorso di testimonianza umana e cristiana vissuto per scelta in un ambiente sociale difficile. Le tematiche forti dell’ illecito smaltimento dei rifiuti, dei poteri malavitosi, dell’omertà che nasce dalla paura, vengono affrontate da una regia asciutta e tagliente, quasi scabra, che toglie anche alla gestualità del protagonista ogni morbidezza o compromesso. Le simmetrie oppositive tra figure e situazioni sono indizi di tutta la drammatica oscillazione che dà nome all’opera:  pragmatismo e coerenza ideale;  paura e rifiuto della denuncia; molteplici declinazioni della preghiera, fino all’urlo di ricerca. La macchina da presa accompagna costantemente da vicino tutta la tenace missione del protagonista, definendo così una giusta distanza dal personaggio”. 

 -    Premio FEDIC (Federazione Italiana dei Cineclub) a  La vita in comune di Edoardo Winspeare "perché il regista raccontando con immagini solari e vive le vicende del paesino di Disperata riesce a trasformare situazioni drammatiche in commedia di valore universale, a volte con sottile ironia, pur mantenendo la coerenza della sua filosofia di autore indipendente e fieramente locale con la speranza di un riscatto sociale". Menzioni speciali a Nico, 1988 di Susanna Nicchiarelli e Le Visite di Elio Di Pace 

-          Premio Civitas Vitae 2017 a Silvio Soldini per Il colore nascosto delle cose: “Regista e sceneggiatore sensibile e avvertito, Silvio Soldini con Il colore nascosto delle cose racconta una (stra)ordinaria storia di coesione sociale, illuminando il lato nascosto dell’accoglienza: aprirsi all’altro, accettarne debolezze e disabilità, rafforza la nostra personalità, cambia la nostra esistenza. La cecità di Emma, ben interpretata da Valeria Golino, è un handicap, ma non una condanna. Soprattutto, è una possibilità per l’altro: Teo, un misurato Adriano Giannini, incontrandola conosce se stesso, accetta i propri sentimenti e le proprie responsabilità. Ne Il colore nascosto delle cose vince il coraggio di un cinema che scavalca le apparenze: Soldini sceglie di raccontare una favola umana e umanista, dove la speranza è il colore primario”.  

-    Premio Gianni Astrei – Venezia 2017 a Gatta Cenerentola di Alessandro Rak, Ivan Cappiello, Marino Guarnieri, Dario Sansone “Per avere reinterpretato una favola eterna, contestualizzandola in una Napoli al contempo futuristica e tremendamente attuale. Abbinando, a suon di metafore, il destino di uno a quello di tutti. Mia e Napoli infatti camminano tenendosi per mano verso una visione che a loro ancora non appartiene, ma di cui possono prendere consapevolezza solo guardanduo e riscoprendo le proprie origini. Una fiaba in cui la tecnologia si sostituisce alla dimensione magica rivelando ciò che resta oltre i confini del tempo: il passato, i sogni, il bene voluto e la verità

-          INTERFILM Award a Los versos del Olvido di Alireza Khatami, "un film che combina la dura realtà con la poesia visiva per raccontare una storia che trascende il tempo, il luogo e supera i confini politici, culturali e religiosi. Nel film Los versos del Olvidio, Alireza Khatami racconta una storia di perdita, memoria, corpi perduti e lutto. Una persuasiva scenografia e immagini trasmettono un forte senso di compassione e di umanità. La cura dei morti e dei per i vivi ci unifica anche se sono avvenute in diverse tradizioni e rituali attraverso la storia e le religioni dell’uomo”. 

 
 
 

La vittoria del cinema di genere. Bene anche per l’Italia

Post n°13981 pubblicato il 11 Settembre 2017 da Ladridicinema
 

VENEZIA – In pochi ci credevano, in molti ci speravano. Guillermo Del Toro è il Leone d’oro di questa Venezia 74. Il suo The Shape of Water ha conquistato la giuria che per la prima volta premia un film fantasy, storia d’amore tra una ragazza muta e un tritone venuto dalle profondità dell’Oceano. Ma non si tratta di un film disimpegnato. Anzi. E’ una parabola contro il razzismo e a favore dell’accettazione del diverso: “Credo che raccontare con lo strumento del mito – dice il regista messicano in conferenza – aiuti a distaccarsi dal ‘qui e ora’ e proiettarsi verso le tematiche in maniera più universale. La parabola è la forma più antica di disamina delle idee. Alcune radici sono comuni ai miti messicani, a quelli mesopotamici, a quelli australiani e alle fiabe di Perrault. E’ importante sapere che anche la mia voce viene compresa e ascoltata. Ogni tipo di cinema fatto con passione e intelligenza può essere valido. Faccio il regista da 25 anni e vi assicuro che una carriera non è una traiettoria ma un incidente in slow motion. Si sale, si scende, si cade, ma non ho mai cambiato. Non ho mai pensato a come fare per vincere un premio o l’altro. Se faccio un film è per un atto di amore e creazione, cerco solo di fare il massimo che posso. E cerco di rischiare, portando in ogni nuovo film qualcosa che non avevo mai inserito nei precedenti”. E lo dice, si capisce, anche in relazione a una possibile candidatura agli Oscar, che non presero in considerazione l’acclamato Il labirinto del Fauno

E ancora, sulla sua ‘messicanità’ (che condivide con Bunuel, premiato nel ’69 con Bella di giorno): “Fa parte di me, è importantissima. Sono messicano nella testa, nella pancia e nelle palle. Io sono a favore dell’incontro, ma anche dell’imperfezione. L’imperfezione è il bello dell’umanità e i mostri sono imperfetti. Ma le peggiori ideologie – chiaro il riferimento a Trump e al suo ‘muro’ – imboccano sempre parole che sembrano altruiste: purezza, terra madre, onore. Bisogna stare molto attenti. Quanto a Bunuel, è il mio regista preferito insieme ad Hitchcock, mi piacerebbe molto che questa coincidenza significasse qualcosa". 

E’ andata bene anche per l’Italia, che ha visto premiare Susanna Nicchiarelli e il suo Nico 1988, sull’icona di Andy Warhol e cantante dei Velvet Underground, nella sezione Orizzonti: “Un film italiano – dice la regista – perché sono italiana io e una parte di racconto è ambientata in Italia. Inoltre è un film prodotto a maggioranza italiana. Però lo considero anche europeo: parla di una donna tedesca che vive in Inghilterra e fa un tour europeo nell’anno precedente alla caduta del muro. Racconta la nostra storia e penso che per questo ci si possa identificare molto”. 

Sui social qualcuno ha fatto notare che i vincitori della sezione Orizzonti Opera Prima sono rispettivamente italiana e francese (Xavier Legrand per Jusqu'à la garde) come i rispettivi presidenti di giuria. Volendo, anche Del Toro, pur essendo messicano, lavora molto negli USA come Annette Bening. Si dice anche che ci sia stata qualche difficoltà per quanto riguarda Orizzonti, tanto da richiedere l’intervento del direttore Barbera. Ma, spiega Gianni Amelio, presidente di giuria di questo secondo concorso, “era solo un problema tecnico, non capivamo il regolamento. Noi pensavamo di dover dare due premi al miglior cortometraggio, uno dei quali sarebbe stato automaticamente segnalato per i premi EFA. Ci siamo chiesti se non ci fossero due premi, uno rivolto all’Europa e un altro al mondo. Ma il direttore ci ha spiegato che qualora il cortometraggio vincitore fosse stato europeo non c’era necessità di nominarne un altro. Tra l’altro, la visita del direttore a una giuria è una prassi abbastanza comune anche a Cannes”. Invece il presidente di giuria del premio Opera Prima Benoit Jacquot è stato molto tranchant: “Anch’io avrei preferito non premiare un film francese, ma il migliore era francese, e lo sono anch’io, mi dispiace”. 

Italiano anche Andrea Pallaoro, regista di Hannah che è valso a Charlotte Rampling la Coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile. Jasmine Trinca, giurata italiana della giuria principale, ha detto: “Charlotte è una meraviglia e su questo non ci sono state discussioni. In particolare in questo momento non si giudica certo un film per l’appartenenza al proprio paese, il cinema è un linguaggio universale. E questa è una Mostra Internazionale. Da attrice, poi, nemmeno posso esprimere la mia gratitudine di fronte a tanta maestria”.  

“I premi incoraggiano ad andare avanti – ha detto Rampling – è un modo per essere competitivi e sapere che un gruppo di persone competenti ha votato per il film a cui ho lavorato non può che essere un incentivo. Inoltre – ha risposto, interrogata sulla questione – amo l’Italia e mi piacerebbe se registi importanti come Sorrentino, Virzì o Garrone mi chiamassero, ma spetta a loro decidere. Io aspetto e basta, non ho mai chiesto a nessuno di fare qualcosa con me”. 

Ad ogni modo, la presidente di giuria del concorso Annette Bening comunica l’immagine di una squadra serena e tutto sommato coesa: ''Abbiamo discusso di tutti i film a lungo e più ne vedevamo più desideravamo parlarne, ma è sempre stata una discussione aperta, addirittura gioiosa. E’ stato difficile escludere grandi documentari come Human Flow ed Ex Libris, ma semplicemente non si può dare un premio a tutti”. Non ha voluto dire invece se il Leone sia stato deciso all’unanimità. 

Il Premio Mastroianni a un giovane attore emergente è andato a Charlie Plummer per la sua interpretazione in Lean on Pete: “Sapere a chi è intitolato il premio – dice – mi emoziona e mi carica di responsabilità, soprattutto considerando i grandi registi con cui ha lavorato Mastroianni”. Allo stesso tavolo dei premiati sono seduti l’israeliano Samuel Maoz per il film Foxtrot, e l’attore palestinese Kamel El Basha, interprete di The Insult. “Spero che questo possa essere utile a creare dialogo – dice il primo – almeno la gente ne parlerà”. “Personalmente – dice il secondo – non penso in questi termini. Faccio arte, non mi sostituisco agli stupidi politici”. Forse un po’ deluso Martin McDonagh, regista irlandese di Three Billboards Outside Ebbing, Missouri che molti davano per vincitore, e si è dovuto ‘accontentare’ del Premio per la sceneggiatura. “In effetti è un film molto scritto – dice il regista – ho un background teatrale e uso i dialoghi per portare avanti la storia, li ritengo una delle cose più importanti di un film”.  

Sempre in tema di identità culturale parla il regista Warwick Thornton, vincitore del Premio Speciale della Giuria e autore di Sweet Country, che racconta una pagina poco conosciuta di storia australiana: “parte della storia degli indigeni non è conosciuta – dice – e trovo importante che invece queste vicende siano raccontate, non solo in Australia ma tutto il mondo”.

 
 
 

Il "peso" di Del Toro e le lacrime di Legrand

Post n°13980 pubblicato il 11 Settembre 2017 da Ladridicinema
 

VENEZIA - "Ho 52 anni e peso 136 chili". Con un pizzico di autoironia Guillermo Del Toro accetta il Leone d'oro della 74esima Mostra. Il regista messicano ha trionfato con The Shape of Water, da subito uno dei colpi di fulmine in questo concorso di altissimo livello. Un film di genere, una love story inconsueta, un film visivamente ricchissimo che ha messo per una volta tutti d'accordo, critica e pubblico. "Dedico questo premio a ogni filmmaker messicano", ha detto il regista che ha rivitalizzato il fantasy e ha portato nell'horror sentimenti profondi e una forte vena romantica. Del Toro ha invitato i giovani colleghi messicani a seguire la propria fede, qualsiasi essa sia, "io credo nei mostri, e poi nella vita, nell'amore e nel cinema", ha detto il cineasta che è stato candidato all'Oscar per Il labirinto del fauno ma non ha mai vinto l'Academy Award.. 

Miglior film di Orizzonti l'italiano Nico, 1988 di Susanna Nicchiarelli prodotto da Gregorio Paonessa e Marta Donzelli con l'apporto di Rai Cinema e del MiBACT, con una bravissima attrice come Trine Dyrholm. "E' un film complicato - ha detto la cineasta romana, classe 1975 - è un film italiano e internazionale, ed è un film musicale". Anche l'anno scorso fu un film italiano (Liberami di Federica Di Giacomo) a vincere in questa sezione, che è riservata al cinema innovativo e di ricerca ed è a tutti gli effetti un secondo concorso. (Ma forse la vera innovazione è ormai affidata alla nuova competizione sulla realtà virtuale). 

Il Gran Premio della giuria è andato al teatrale Foxtrot dell'israeliano Samuel Maoz, già vincitore del Leone d'oro con Lebanon nel 2009. Il regista ha ricordato che il foxtrot è una danza che finisce sempre nel punto in cui inizia, come è capitato anche a lui, tornando sul palco di Venezia. Ma il momento più toccante della serata è stato certamente quello del Leone d'argento a Xavier Legrand per la regia del suo emozionante Jusqu'è la garde, un teso thriller sulla violenza in famiglia che ruota attorno alla custodia di un figlio minorenne in un caso di divorzio. Legrand, che ha ottenuto anche il Leone del futuro Premio Luigi De Laurentiis alla migliore opera prima, è scoppiato in lacrime. "Molti mi hanno chiesto perché ho scelto un soggetto così doloroso per il mio primo film. E' stato perché non potevo attendere il secondo, era troppo urgente parlare della violenza sulle donne e spero che il futuro delle donne sarà migliore", ha detto l'ex attore, diventato ora regista, che ha sviluppato questo progetto dal cortometraggio Avant que de tout perdre.

Grande e caloroso applauso della sala, con la giuria tutta in piedi, per Charlotte Rampling, Coppa Volpi per la coraggiosa e puntuale interpretazione in Hannah, in cui è in scena dal primo all'ultimo fotogramma fidandosi totalmente di un giovane cineasta. "L'Italia è la mia fonte assoluta di ispirazione - ha detto l'attrice - ho iniziato a 22 anni con Gianfranco Mingozzi e poi ho continuato con maestri come Visconti, Liliana Cavani, Patroni Griffi, Adriano Celentano, Gianni Amelio, sono loro i miei maestri. Adesso ho fatto questo film con Andrea Pallaoro, che è la nuova generazione". Da sottolineare che i due film italiani premiati stasera (Hannah e Nico, 1988) sono entrambi produzioni internazionali.

Coppa Volpi maschile all'attore palestinese Kamel El Basha, interprete del bel film libanese The Insult di Ziad Doueiri, un ottimo film che forse avrebbe meritato un premio per la scrittura. Attore di teatro alla sua prima prova al cinema, El Basha ha ringraziato gli spettatori palestinesi che per trent'anni sono andati a vederlo a teatro permettendogli stasera di essere qui.

Migliore sceneggiatura - e sicuramente molti avranno da ridire perché il film era tra i favoriti per il Leone d'oro - a Martin McDonagh per Three Billboards outside Ebbing, Missouri. Il cineasta britannico è sembrato un po' sbrigativo nei ringraziamenti di rito (forse anche lui si aspettava qualcosa di più): "In questi giorni mi sono molto divertito con i miei attori, Frances McDormand e Sam Rockwell, abbiamo bevuto parecchi Negroni". 

Premio Speciale della Giuria all'australiano Sweet Country, cupo western aborigeno che denuncia le condizioni di schiavismo degli indigeni australiani all'inizio del secolo scorso. Warwick Thornton è un autore di cui sentiremo sicuramente ancora parlare. Premio Marcello Mastroianni al diciottenne Charlie Plummer per Lean on Pete: il ragazzo è già lanciatissimo e presto lo vedremo nel film sul rapimento di Paul Getty firmato da Ridley Scott. 

In un'edizione della Mostra di altissimo livello, era difficile sbagliare il verdetto e la giuria guidata da Mrs Annette Bening ha preso in considerazione quasi tutti i film migliori, con l'eccezione di Ella & John di Paolo Virzì (almeno per l'interpretazione di Donald Sutherland e Helen Mirren), First Reformed di Paul Schrader e lo straordinario documentario Ex Libris del maestro americano Frederick Wiseman. 

 
 
 

I film premiati usciranno anche in sala

Post n°13979 pubblicato il 11 Settembre 2017 da Ladridicinema
 

VENEZIA - Spesso i film premiati non arrivano mai nelle sale, ma non è questo il caso della 74esima edizione. The Shape of Water di Guillermo Del Toro sarà distribuito da 20Th Century Fox il 15 febbraio 2018. Con la medesima major arriverà nei cinema, il 18 gennaio, Tre Manifesti A Ebbing, Missouri di Martin McDonagh (vincitore del Premio per la migliore sceneggiatura). Sarà invece I Wonder Pictures a distribuire Hannahdi Andrea Pallaoro, per il quale Charlotte Rampling ha vinto la Coppa Volpi. Stessa casa di distribuzione e data d'uscita già fissata, il 12 ottobre, per Nico, 1988 di Susanna Nicchiarelli, miglior film nella sezione Orizzonti. Nei cinema anche il gran premio della giuria L'insulto di Ziad Doueiri, acquistato da Lucky Red. Charlie Thompson di Andrew Haigh, con protagonista Charlie Plummer, vincitore del Premio Marcello Mastroianni come attore emergente uscirà con Teodora. E' per ora invece senza distribuzione Jusqu'a la garde di Xavier Legrand, che di premi ne ha vinti due, Leone d'argento per la migliore regia e il Leone Del Futuro - Premio Venezia Opera Prima (Luigi De Laurentiis).Tra gli altri film del concorso, arriveranno il 28 settembre Madre! di Darren Aronofsky (20th Century Fox) e Una famiglia di Sebastiano Riso (Bim). 01 distribuirà Ammore e malavita dei Manetti Bros (5 ottobre), Suburbicon di George Clooney (14 dicembre), Ella & John - The Leisure seeker (25 gennaio) e Human Flow di Ai Weiwei. Downsizing di Alexander Payne sarà nelle sale per Natale, dal 21 dicembre, con Universal. Nei cinema anche Mektoub my Love: Canto uno di Abdellatif Kechiche, con Vision Distribution e Ex Libris - The New York Public Library di Frederick Wiseman con I Wonder Pictures. 

The Shape of Water
 uscirà in America l'8 dicembre, in tempo per le candidature agli Oscar che saranno annunciate il 23 gennaio 2018. Nelle sale italiane il fantasy romantico ambientato in piena Guerra Fredda arriverà invece durante la campagna Oscar. La cerimonia delle statuette, che quest'anno compiono 90 anni, sarà il 4 marzo 2018. 

 
 
 

Cattivissimo me 3 incredibile, oltre un milione in un solo giorno

Post n°13978 pubblicato il 11 Settembre 2017 da Ladridicinema
 

Grazie ad una domenica incredibile, con un incasso nel singolo giorno di oltre 1 milione di euro, Cattivissimo Me 3 stravince il weekend davanti a comunque ottimo Dunkirk che arriva a sfiorare i 6 milioni complessivi (Cattivissimo Me chiude il weekend a 14,8 milioni e supererà i 15 milioni in settimana). La lotta per il terzo posto la vince Baby Driver che chiude il weekend con quasi 1 milione di euro complessivo, considerando anche il primo giorno di programmazione. Il film tiene a distanza La Fratellanza, che incassa 760mila euro, un dato niente male per un film che ha avuto sicuramente pubblicità rispetto al primo. 
L'unico film italiano in classifica, Il Colore Nascosto delle cose, non riesce a superare il mezzo milione di euro e si ferma a 439mila.In coda finiscono All Eyez on MeThe Devil's CandyOverdrive, che chiude con 1,3 milioni di euro, Fottute e Miss Sloane, quest'ultimo penalizzato dall'enorme ritardo nella distribuzione. Questa settimana i film forti sono Barry Seal - Una storia americana e Cars 3, con quest'ultimo che finora ha deluso ovunque ed è il peggior incasso Pixar dopo Il viaggio di Arlo. Per la classifica attenzione però anche a Leatherface e Appuntamento al parco. Curiosità per l'animato italiano Gatta Cenerentola, che ha avuto un bel successo a Venezia, e per il docu-musical David Gilmour - Live at Pompeii

 
 
 

Cattivissimo Me 3

Post n°13977 pubblicato il 11 Settembre 2017 da Ladridicinema
 

Gru scopre di avere un fratello gemello. In Cattivissimo Me 3 appaiono i primi segni di cedimento, che si riesce a mascherare con un buon ritmo, i redivivi minions anche se secondi in questa storia, e la solita ironia. Resta da capire quanto succo ci sia ancora per tenere in vita la saga con un quarto capitolo, in qualche modo già confermato

 
 
 

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