CUCINA NEL MONDO

CUCINARE IN MODO CREATIVO È UN'ARTE MA ANCHE UNA PASSIONE

Creato da Rossella2006 il 24/12/2006
 
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You Are Mexican Foodimmagine Spicy yet dependable. You pull punches, but people still love you.
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"Non c'è posto che io ami di più della cucina.E' strano per me è come ritrovare una'aspirazione lontana incisa nella memoria dello spirito.Stando al centro di una cucina tutto ricomincia da capo e qualcosa ritorna.Cucinando mi capita di perdere la pazienza, di innervosirmi, ma soprattutto di sentirmi pervasa da una sensazione di beatitudine.Nel flusso indefinito del tempo tutto è nei sensi.E cose di nessuna importanza, insostituibili ritornano così all'improvviso, in una tazza di caffè un pomeriggio d'inverno..." Banana Yoshimoto.
 

About this blog

Se vi piace cucinare
e cercate qualche ricetta da provare,

qui troverete una cucina
accessibile a tutti.

I piatti che vi propongo spaziano
dalla tradizione alle innovazioni,

dal regionale al resto del mondo.
Ma potrete anche leggere
i miei consigli
per una sana alimentazione,

per apparecchiare la tavola
a seconda delle occasioni,

per ricevere i vostri amici
con un pizzico di originalità
e senza spendere un patrimonio,

notizie dal mondo e idee originali.
 

 

Ciao blog

Post n°503 pubblicato il 09 Gennaio 2010 da Rossella2006

Ma non ci credo,sono di nuovo qui!Evviva:-)

 
 
 

Per stupire gli amici... per conquistare una lei.. per far piacere a lui...

Post n°502 pubblicato il 30 Luglio 2008 da renatosanna
Foto di Rossella2006

Cosa si può chiedere ad una ricetta estiva.. di essere fresca, immediata, semplice, romantica, complice, maliziosa, esotica, a ricordo di un viaggio....

Bene, proviamo a mescoliare insieme tutti questi ingredienti.. e quindi come prima cosa procuratevi 4 Ostriche per ogni commensale.

Nota dello Chef: Non ho mica detto che era economica....

Apritele o fatevele aprire insomma.. estraete le ostriche dal guscio, scolatele MA NON LAVATELE, va bene se c'è della terra lavatela via, e mettele su un tagliere.
Prendete una mezzaluna, o per i più pratici, va bene anche il coltello (occhio che tendono a "sgusciare") e sminuzzatele nel modo migliore che riuscite....

Prendete una anguria e recuperate una striscia dalla parte centrale, quella più rossa e succosa. Non ne serve molta diciamo che deve essere spessa.. un centimetro e lunga quanto le quattro ostriche messe in file per la lunghezza...

Prendete una ciotola... e mettete dentro le ostriche sminuzzate e l'anguria (SENZA SEMINI mi raccomando) e con una forchetta schiacciate il tutto.

A questo punto aggiungete 4 cubetti di ghiaccio cristallino per ogni ostrica (4 ostriche per quattro cubetti uguale 16 cubetti) e mettete il piatto in frigo (non in freezer).

Adesso è il momento delle fragole. Prendetene 3, belle e succose e tagliatele in 4 pezzi.... prima a metà e poi a metà ancora...

Ora è il momento del cioccolato... e qui devo fare un poco di pubblicità... Comprate le FAVE di cacao della DOMORI, cercatele bene che le trovate...

Ora è il momento di comporre l'opera... e quindi di tirare fuori dal frigo l'anguria con le ostriche... perchè il ghiaccio deve un po' sciogliersi...

Prima ancora di impiattare servono dei crostini che potete ottenere mettendo su una bistecchiera/tostiera/padella delle fette di Pan Carrè al LATTE mi raccomando al latte..

Ora prendete un piatto e disponete a ruota i 12 spicchi di fragole...
Al centro mettete qualche fava di cacao...
Intorno al piatto le fette, calde, di Pane tostato su cui adagerete il composto di anguria e ostrica.... ed il piatto estivo è completato.

Per la degustazione... ebbene si non potete mica servire un piatto senza vino... occorre prevedere una bollicina, meglio se millesimata (ho usato un Franciacorta Metodo classico Millesimato), per i crostini, ed un rosè, (io ho usato il Max Rosè della Berlucchi, lo trovate nei supermercati e in enoteca), per le fragole.

Trucchetto di degustazione.... prendete due spicchi di fragola e portateli in bocca, poi prendete una fava di cacao e iniziate a masticare in modo da amalgamare il tutto... ed ora che avete iniziato a godere dei due sapori provate ad assaporare il Max Rosè...

E per oggi è tutto....
R!


 
 
 

ciao martina

Post n°500 pubblicato il 09 Maggio 2008 da gloomis

oggi sono riuscito a sistemare il pc.... se ti fa piacere posso scrivere qualcosa. Mi spiace solo di vedere che da dicembre nessuno ha più postato sul tuo blog:-(

 
 
 

Tronchetto natalizio

Post n°499 pubblicato il 07 Dicembre 2007 da Rossella2006
 

Italia
ingredienti:
 1 etto di fecola di patate

1/2 etto di farina


1 etto di zucchero


4 uova


2,5 etti di zucchero a velo


1 etto di burro


2,5 etti di cioccolata fondente


3 cucchiai di rum


tasca da pasticcere.

Prepariamolo insieme

Sbattete i 4 tuorli con lo zucchero e unite la farina,

 la fecola e gli
albumi montati a neve.


Imburrate una teglia da forno e versatevi l'impasto.


Fate cuocere in forno a 200° per 10 minuti.


Dopo averlo tolto dal forno,

mettete lo zucchero appoggiate il dolce su
un canovaccio,

adagiatevi il dolce e arrotolatelo.

In un pentolino sciogliete la cioccolata,

 il burro,
 lo zucchero a velo
e il rum

 mescolando in continuazione.
Srotolate il dolce,
 spalmatevi metà
del composto e riarrotolatelo.


Ponetelo nel piatto da portata e,

 con la tasca da pasticcere,
 decorate
l'esterno con il cioccolato rimasto,

 così da farlo sembrare una
corteccia.

 Conservate in frigo.

 
 
 

Panforte

Post n°498 pubblicato il 07 Dicembre 2007 da Rossella2006
 

Italia
ingredienti per 6 - 8 persone:



150 g farina bianca


150 g zucchero a velo


150 g miele


300 g mandorle dolci pelate


200 g arancia candita


40 g cedro candito


1/2 cucchiaino cannella in polvere


1 pizzico spezie miste


1 cucchiaino raso semi di coriandolo in polvere


1 cucchiaio zucchero vanigliato


15 ostie  dolci grandi

Prepariamolo insieme

Scottare le mandorle in acqua bollente,

 scolarle, asciugarle,
 e quindi
passarle in forno a 200° per qualche minuto

una volta tostate tagliuzzarle
a pezzetti.

In una terrina mescolare le mandorle
 con il cedro tagliato
a striscette

 e l'arancia candita, le spezie miste,
 i semi di coriandolo
e la farina.


Nel frattempo cuocere a fuoco bassissimo,

 lo zucchero a velo,
tenendone da parte un cucchiaio,

con un cucchiaio d'acqua ed il miele,

mescolando continuamente una spatola di legno
 evitando di fare attaccare
il composto sul fondo della pentola..

Quando inizia a bollire, toglire
dal fuoco e versare

 il contenuto della terrina, mescolando bene con la
spatola di legno.


Il tutto va versato su una tortiera

precedentemente
foderata con le ostie,

 livellare la superficie con un coltello,
quindi
spolverare il tutto con lo zucchero a velo rimanente.

 Infornare e cuocere
per circa 30 minuti a 150°C.

 A cottura terminata,
spolverizzare lo zucchero vanigliato

 e lasciare freddare.
Il dolce
va servito freddo e può essere conser
vato

 per molti giorni in
una scatola di latta.


 
 
 

Sweet surprise

Post n°497 pubblicato il 07 Dicembre 2007 da Rossella2006
 

Italia
Ingredienti:


1 panettone senza canditi

1 bicchiere di liquore all'arancia


(se ci sono dei bambini utilizzate un succo di frutta)


1 mela


1 pera


100 gr di acini d'uva bianca privati dei semi


2oo gr ananas


1 cucchiaio di zucchero


2 chiodi di garofano


un pizzico di cannella


scorzetta e succo di 1 un limone


500 gr di mandorle tostate spezzettate

Prepariamolo insieme


Eliminate la calotta del panettone e svuotatelo
lasciando una parete spessa
un paio di cm
 e spennelate l'interno con il liquore all'arancia,
 che userete
come contenitore.

Preparate la macedonia a parte usando tutta la frutta
 tagliata a piccoli
cubetti
e tenete la cannella e i chiodi di garofano
a profumarla fino
al momento di servirla.
 Poco prima di portare in tavola il dolce
 riempite
il panettone con la macedonia e servite.


 
 
 

Post N° 496

Post n°496 pubblicato il 07 Dicembre 2007 da Rossella2006
 

Pan Giallo-Italia
ingredienti:


300 g di uva passa

200 g di mandorle


200 g di noci

200 g di nocciole

100 g di pinoli

100 g di farina

200 g di miele

150 g di cacao

50 g di cioccolato
Prepariamolo insieme

Tritare la frutta secca,
nel frattempo riscaldare a fuoco lento il miele
in un pentolino.
Quindi unirvi gli ingredienti tritati,
l'uva passa,
la farina,
il cacao e il cioccolato tritato,
amalgamando con un cucchiaio
di legno
fino ad ottenere un composto denso.
Da questo ricavarne dei panetti
da sistemare
su una teglia foderata con carta da forno
ed infornare per
circa 30 minuti a 180°C.

 
 
 

Charlotte natalizia

Post n°495 pubblicato il 07 Dicembre 2007 da Rossella2006
 

Italia
Ingredienti:

Usate un po' di fette di pandoro dello spessore di 1 cm circa tagliate
in senso orizzontale

il succo di 3 mandaranci

la buccia grattugiata di 2 mandaranci

250 cl di latte

250 cl di panna fresca

3 tuorli d'uovo

75 g di zucchero

10 g di gelatina in fogli.

Per lo sciroppo:

50 g zucchero

1 dl acqua


Prepariamola insieme
Preparare lo sciroppo portando ad ebollizione in un tegamino l'acqua con
lo zucchero e le scorze di mandarancio facendo bollire per pochi minuti.

Fate raffreddare e aggiungete il liquore.
Foderate uno stampo con le fette
di pandoro.
Sbattere i tuorli d'uovo con lo zucchero e unire, poco alla
volta, il latte che avrete fatto precedentemente bollire con la buccia
grattugiata dei mandaranci.
Quando il composto è giunto quasi ad
ebollizione, toglietelo dal fuoco e aggiungete la gelatina ammorbidita
in acqua fredda e strizzata.
Mescolare finché sarà completamente
sciolta.
Fate raffreddare il composto mescolando di tanto in tanto, aggiungete
il succo dei mandaranci e unite la panna montata.
Versatelo nello stampo
preparato e mettete in frigo per almeno 2 ore.
Sformate il dolce sul piatto
di portata, spennellatelo con lo sciroppo preparato e decoratelo con ciuffetti
di panna montata.
alcune scorze di mandarancio e

2 cucchiai di liquore all'arancia o al mandarino.


 
 
 

Dolcezze sotto l'albero...

Post n°494 pubblicato il 07 Dicembre 2007 da Rossella2006
 

Le
tradizioni gastronomiche sono estremamente legate all'identità
dei luoghi e delle culture dove nascono e ciò prova proprio
come la cucina sia espressione diretta della creatività tipica
di ogni paese, così non stupitevi se, assaggiando un dolce,
questo vi rivelerà tutti i segreti della sua tradizione!

 
 
 

Il giorno di Natale

Post n°493 pubblicato il 07 Dicembre 2007 da Rossella2006
 

Il
pranzo di Natale è forse il momento per eccellenza in
cui ritrovarsi. Milioni di persone si incontrano davanti a
una tavola imbandita, immersi in un'atmosfera di festa. Il
Natale è anche il momento in cui, più di ogni
altro, si torna alla tradizione delle tavole imbandite e dai
sapori succulenti che affondano le radici nella tradizione
contadina.

 
 
 

La Vigilia

Post n°492 pubblicato il 07 Dicembre 2007 da Rossella2006
 

In
origine l'attesa della Nascita del Bambino Gesù era
un momento in cui ci si asteneva dagli eccessi e in qualche modo
si tendeva alla purificazione. Ecco perché nella tradizione
che resta ancora oggi per il cenone della Vigilia si portano in
tavola pietanze "magre".

 
 
 

A Natale apparecchia così

Post n°491 pubblicato il 07 Dicembre 2007 da Rossella2006
 

La
preparazione della tavola di Natale è un rito importante
per accompagnare in modo lieto e divertente questa occasione speciale,
in cui desideriamo che l'incontro tra le pietanze offerte e la tavola
sia perfetto e contornato da un'atmosfera di festa. Ecco
alcuni semplici e pratici consigli.



Iniziamo dalla tovaglia, per questa
occasione è consigliabile scegliere il classico rosso, il
bianco o il verde, oppure unire due colori come argento e blu, o
dorato e blu, o rosso e dorato. Se scegliamo la tovaglia tinta unita,
mettiamo i tovaglioli che contrastino. Leghiamo il
tovagliolo
con un nastrino dorato o argentato nel quale legheremo un pezzetto
di ramo di abete e una piccola pallina dell'albero.




I
tovaglioli possiamo piegarli a forma di candela (pieghiamo
in due metà imperfette il tovagliolo, in diagonale, in modo
che un triangolo sia più piccolo dell'altro; arrotoliamolo
in modo che un lembo si infili all'interno dell'altro e in modo
che il triangolo più piccolo rimanga all'esterno) e metterli
accanto ai bicchieri o arrotolarli all'interno del bicchiere.




Si possono utilizzare delle
decorazioni senza sovraccaricare
la tavola di fiori, ornamenti, candele. Sistemiamole in pochi punti,
magari le candele e i fiori al centro. Se avete il tempo potete
personalizzare la tavola con degli
oggetti fatti da voi.
Un
centrotavola dedicato a questo particolare giorno di festa
può essere realizzato con qualche rametto d'abete, qualche
pigna dorata, delle foglioline d'agrifoglio legate insieme da nastrini.
Un'idea che crea atmosfera sono le
candele galleggianti in
un vaso in vetro con sassolini sul fondo. Se volete mettere dei
fiori al centro della tavola, prendete quelli freschi.




I
segnaposto sono facoltativi, ma vanno scelti in base allo
stile e ai colori della tavola.



I piatti più adatti sono quelli
di classica porcellana, con
sottopiatti colorati e abbinati
al colore della tovaglia. Le posate, anziché essere allineate
vicino al piatto, si possono adagiare su di esso legate insieme
con un nastro in armonia con i colori di base che avete scelto.



Come apparecchiare? Le regole sono
poche e precise. I
piatti devono essere posizionati in modo
asimmetrico, le
forchette vanno a sinistra e devono essere
tante quante le portate. Potete anche aggiungere in seguito le posate
mancanti, per non ingombrare troppo la tavola. Il coltello va a
destra e accanto ad esso, se c'è una minestra, va il cucchiaio.
Accanto al piatto, dalla parte superiore, le forchettine per la
frutta e il cucchiaio per il dolce.




Disponete i
bicchieri con fantasia, evitando di allinearli
uno all'altro. Mettetene quanti sono i vini, oppure, come per le
posate, potete aggiungerli quando servono.


Servite le bevande nelle caraffe.



Alcuni consigli pratici

Preparate in anticipo pane e grissini in una vaschetta. Il vino
rosso deve essere aperto prima, quello bianco è meglio aprirlo
all'ultimo minuto. Accanto al tavolo mettete il parmigiano grattugiato;
bicchieri, posate e tovaglioli se all'occorrenza ci fosse la necessità
di sostituirli; i flute o le coppe per lo champagne.



 

 
 
 

Mettiamo la tovaglia?

Post n°490 pubblicato il 01 Novembre 2007 da Rossella2006
 


L'apparecchiatura è il termine che indica la disposizione preventiva di
tutti gli oggetti che occorrono per uno svolgimento lineare e fluido
del servizio in tavola. La "messa a posto" (mise en place dei francesi)
dipende dal menù e dalle vivande presenti.

L’apparecchiatura vera e propria della tavola, come la si intende
oggi, si può dire cominci nella tarda età repubblicana di Roma. Fino al
II sec. a.C. anche presso le classi elevate, alla semplicità dei cibi
corrispondeva un apparato di tavola rappresentato dallo stretto
necessario.

Ciotole, tazze o bicchiere di terracotta e legno per cibi liquidi o bevande, arnesi simili al cucchiaio per le minestre.

Presso le classi popolari e contadine i cibi erano posati su dei
piatti fatti di pasta indurita o cotta, specie di gallette, chiamate mense (mensae) come ricorda anche Virgilio nell’Eneide.

Durante l’Impero Romano l’ostentazione del lusso negli arredi di
tavola andò crescendo di pari passo con la spettacolarità de pranzi.

Molti governatori delle provincia per ben figurare ricevevano dall’amministrazione imperiale un corredo di argenteria, che dovevano poi restituire a fine mandato.

L’invitato trovava sulla tovaglie
una specie di tovagliolo per pulirsi le dita, e ne teneva attorno al
collo uno più grande, chiamato “sudarium”, per nettarsi la bocca o
detergersi il viso dal sudore. Il corredo di posate era limitato ai
cucchiai, c’erano anche i
coltelli ma venivano usati dai servi per scalcare.

Nel Medioevo si mantennero più o meno questi usi, ma la tavola dei sovrani presentava due curiosità:

- un bacile che conteneva gli oggetti personali del re (gli altri
portavano il proprio coltello con il quale servivano anche le dame);

- una piccola credenza, la cui chiave era gelosamente custodita da
un dignitario, che conteneva sostanze magiche utili per saggiare se le
vivande destinate al sovrano erano avvelenate.

Il lusso di questi apparati contrastava, con la relativa
semplicità di piatti, tazze e cucchiai destinati al servizio
individuale degli invitati.

Il Rinascimento si arricchì di allestimenti teatrali veri e propri oltre che di maioliche smaltate, vasellame in vetro e forchette
. Con il tempo il vasellame non venne più collocato a tavola, ma posto su un’apposita credenzadove boccali d’argento, bicchieri di vetro, saliere preziose,
candelieri, taglieri, bacili per le mani e oggetti ornamentali facevano
bella mostra di se, sottolineando la ricchezza del loro proprietario.

Nel Settecento la mostra di piatti e vasellame cadde in disuso,
perché oscurata dalla comparsa del centrotavola, all’inizio con
finalità pratiche per poi diventare puramente decorativo.

In questo periodo arrivarono alcune novità funzionali: il piatto
con i bordi, il piatto fondo al posto della scodella, il diffondersi
della posateria ornata, i candelabri, la comparsa dei servizi da
cioccolata e da caffé. Il XVIII sec. vide anche il progressivo
allargarsi alla borghesia delle usanze a tavola che fino a quel momento
erano state ad esclusivo appannaggio dell’aristocrazia.

Nell’Ottocento, con l’arricchirsi della cucina anche
l’oggettistica tese ad accrescere. I gusto francese impose in tutta
Europa apparecchiature complicatissime. Si moltiplicarono posate
destinate ad usi specifici, salsiere, porta sale/pepe, porta
olio/oceto, e bicchieri specifici per ogni bevanda.

Il Novecento segnò una decisa inversione di tendenza, orientata
verso una semplicità funzionale, non solo degli apparati ma anche dei
singoli oggetti.

Arte Nouveau, Art Déco e Design influenzano man mano: vasellame,
cristallerie e posaterie, orientando il gusto verso l’eleganza naturale
e l’unità di stile.


Significato

Sul piano simbolico nell’esegesi medievale la mensa apparecchiata
rimandava alle Sacre Scritture, stabilendo un parallelismo tra il luogo
spirituale ove si assumeva il cibo e il luogo spirituale dove si
assorbiva la vera dottrina.

La tavola apparecchiata richiama anche all’altare, dove si celebre
il sacramento del banchetto eucaristico con l’assunzione del corpo e
del sangue di Cristo.



 
 
 

Post N° 489

Post n°489 pubblicato il 01 Novembre 2007 da Rossella2006
 




Dello stare a tavola...

Virgilio ebbe dal padre un'educazione che lo portò a studiare
grammatica, retorica e forse a frequentare la scuola del filosofo
epicureo Sirone.

A ventotto anni compose "le Bucoliche", idealizzazioni di vita
pastorale, che lo segnalarono all'attenzione di Mecenate e Ottaviano.

Fra il 37 e il 30 a.C. scrisse il poema "le Georgiche", quattro
libri dedicati a coltivazione dei campi, coltura degli alberi e dalla
vite, allevamento del bestiame, apicoltura.

Virgilio consacrò gli ultimi undici anni della sua vita al
progetto più ambizioso e più caro ai suoi protettori: un lungo poema
epico che celebrò la romanità: "l'Eneide".

In questa opera il protagonista, l'eroe troiano Enea figlio di
Venere e fondatore della gens Julia, viene descritto nei sette anni di
pellegrinaggio fatti dalla caduta di Troia alla vittoria militare in
Italia, preludio della futura grandezza di Roma.

Qui l'autore riferisce anche di una maledizione legata al cibo
lanciata dall'Arpia, il demone dal volto di donna e dall’orrido aspetto
d’uccello, contro Enea e i suoi uomini:

"

tanta fame che addenterete anche le mense

".

Nel malaugurio, con il termine mensa si vuole indicare i dischi di
pane distribuiti a mo’ di piatti all’inizio dei banchetti, poi
destinati come avanzi ai servi.

Ogni mensa, utilizzata da due persone, serviva in epoca classica
ad ospitare e tagliare le carni, rimanendo così intrisa dei succhi e
dei resti del cibo.

In Italia, gia nel XII sec. molto tempo prima che in altri paesi,
la mensa di pane venne sostituita dal tagliere, un disco di legno o di
terracotta. Si cominciò così a dire “stare a tagliere” con qualcuno,
indicando l'azione di cibarsi dalla stessa mensa.

Solamente nel ‘400 si diffuse l’uso del piatto e del bicchiere individuale.

 

 
 
 

Mangi con le mani?Chapter two

Post n°488 pubblicato il 01 Novembre 2007 da Rossella2006
 


Nei millenni ci si è sempre serviti delle mani, o dei coltelli
appuntiti, per portare alla bocca i pezzi di cibo ancora caldi, anche
se esistevano vari strumenti, fatti di materiali dall’osso al ferro,
per infilzare le carni in cottura. Ma la forchetta, che arrivò dopo il
cucchiaio e il coltello, quando e dove nacque?

Secondo un reperto archeologico esposto presso il Museo di Ventimiglia sembra che fosse già in uso presso i Romani, ma il passaggio a un
arnese a più denti per infilzare in tavola pare sia avvenuto nell’alto
Medioevo alla corte di Bisanzio, dove un’acuminato pugnale si trasformò
prima in un imbroccatoio (tipo spillone) e poi in una forchetta. Nella
letteratura italiana dopo il mille, troviamo le forchette a Venezia,
Pisa, Firenze, ma soprattutto in mano a borghesi e mercanti, mentre
nelle corti vigeva ancora l’etichetta tradizionale di Ovidio delle tre
dita, che imponeva di attingere direttamente dal piatto per pescare il
cibo solido.

Una notizia inequivocabile dell’uso della forchetta personale da
tavola la dobbiamo a San Pier Damiani (1007-1072), il quale narra di
una principessa bizantina, venuta a Venezia per sposare un doge, che
non toccava il cibo con le mani preferendo usare una forchettina
bidente. Il predicatore fece abbattere la collera celeste sullo
strumento, giudicandolo un lusso diabolico e una raffinatezza
scandalosa, ed usarlo venne anche ritenuto segno di debolezza da parte
dei maschi nobili.

Un’ulteriore testimonianza ci arriva da Ludovico Antonio
Muratori, autore degli “Annali d’Italia”, che indica nel 1071 la
presenza della forchetta alla mensa allestita per le nozze del doge
Domenico Silvio con un’altra principessa bizantina, ma ancora in epoca
tardo medioevale nelle corti si era giudicati raffinati se si mangiava
“maestosamente” con le mani.

In Italia una qualche posata a forma di forchetta sembra che
iniziò ad essere usata abbastanza normalmente sino dal Trecento, per
l'introduzione di un alimento "difficile" come la pasta , scivolosa e pericolosamente bollente.

La probabile “svolta”, ossia l'imporsi dell'uso della forchetta singola come simbolo di bon ton
si verificò solo nel ‘500. Ma mentre la popolazione cittadina borghese
e mercantile cercava di usarla tutti i giorni, i nobili la ritenevano
non obbligatoria, da aggiungersi semmai ad altri indispensabili segni
di civiltà quali: abbondanza di tovaglie e tovaglioli, e abluzioni
ripetute prima e dopo i pasti.

Dalle corti italiane la forchetta si diffuse lentamente in Europa,
dove ancora nel Seicento gli aristocratici mostravano resistenze ad
abbandonare l'uso delle dita (regali posate), come testimoniano le
tradizioni della corte di Luigi XIV.

A conferma di questa riluttanza verso la forchetta segnaliamo una cronaca che vedrebbe protagonista Caterina Dè Medici .
Sembrerebbe che quando la regina fece provare la posata a punte al
marito Enrico II e ai commensali, questi si rivelarono piuttosto
maldestri nel maneggiarla:

"Nel portare la forchetta alla bocca, si protendevano sul piatto
con il collo e con il corpo. Era uno vero spasso vederli mangiare,
perché coloro che non erano abili come gli altri, facevano cadere sul
piatto, sulla tavola e a terra, tanto quanto riuscivano a mettere in
bocca".

Per arrivare all’utilizzo diffuso della forchetta bisogna
aspettare oltre la metà del ‘700, quando venne celebrato anche il
famoso matrimonio con gli spaghetti
(vermicelli). Pare infatti che sopratutto per agevolare la presa dei
"fili di pasta", il ciambellano di re Ferdinando IV di Borbone abbia
portato a quattro i rebbi della posata.

 
 
 

Mangi con le mani?

Post n°487 pubblicato il 01 Novembre 2007 da Rossella2006
 


Il termine "cucchiaio" proviene dal latino “cochlea” (conchiglia,
chiocciola), forse perché il guscio di questi animali rappresentò il
primo strumento naturale usato dall’uomo per portare i liquidi alla
bocca. Nel romoto passato l'uomo cacciatore usava esclusivamente le
mani per mangiare.

Ancora al tempo dei Greci, popolo civile per eccellenza, non
veniva sentito alcun bisogno di servirsi di posate, in quanto i cibi
erano posti già sminuzzati davanti al commensale, e la mano destra era
l'unico "strumento" usato
Il problema dei cibi caldi veniva affrontato: "temprando
con l'esercizio le dita" alla scottatura. Infatti tra una portata e
l'altra le mani erano nettate con abluzioni di acqua profumata, anche
perchè nelle corti e nelle case aristocratiche c'era abbondanza di
servitori, ancelle (Ulisse ne aveva cinquanta), coppieri e mescitori
che provveddevano a tutte le esigenze dei commensali.

Sulla scena romana dell'età imperiale comparvero le prime posate,
suggerite dalla passione per cibi adatti a stuzzicare l'appetito come
ostriche, molluschi e frutti di mare. Questi arnesi erano di due tipi,
con fattezze simili all'odierno cucchiaio:

-il primo detto "ligula" (da lingua), aveva la pala ovale e il
manico dritto o curvo, e lo si usava per dispensare le preziose salse
di cui la cucina Romana era prodiga.

-il secondo chiamato "cochlear", con la pala rotonda e piatta, e
il manico dritto e appuntito, veniva utilizzato per scalzare il frutto
dalla conchiglia e portarlo alla bocca, o per consumare le uova crude
(con la punta si apriva il guscio e con la pala si sorbiva il
contenuto).

Gli ornamenti di questi utensili, per lo più forgiati in argento,
variavano secondo le mode del momento: spesso vi erano incisi motti e
dediche augurali, come il celebre "Utere Felix" (adoperalo
felicemente), forse il primo "Buon Appetito" della storia.

Lo scrittore Macrobio, descrivendo un menù completo del IV sec. ci
dice che a quell'epoca comparve un cucchiaio speciale: il "cyathus"
(capacità mezzo litro) utilizzato per versare il vino nelle coppe
durante la parte finale del convivio.

Con il diffondersi del Cristianesimo, il "cochlear" dei trionfali
banchetti si trasformò anche in supellettile sacro, diventando quel
"cucchiaio di consacrazione" ancora oggi presente nei riti
greco-orientali.

Nel ‘500 alcuni personaggi illustri, per mostrare la propria
ricchezza, si fecero realizzare cucchiai da tavola in oro smaltato o
tempestato di gemme. Nel ‘600 questa moda cambiò a favore dell’argento,
più facilmente lavorabile e dal minor costo, permettendo una buona
diffusione del cucchiaio di “rappresentanza” anche presso la ricca
borghesia. Ma è verso la fine del ‘600 che si trasformò il modo
d’impugnare il cucchiaio: da allora si usarono tre dita per reggerlo,
invece di stringerlo nel palmo della mano come si era fatto sino a quel
momento. In seguito all’affermarsi delle buone maniere, il cucchiaio
assunse la forma odierna: più ovale e più piatto ai lati, con il manico
più sottile al centro.

 
 
 

Prosit!!!

Post n°486 pubblicato il 01 Novembre 2007 da Rossella2006
 

E' l'invito a bere tutti insieme, fatto in genere alla fine di un
banchetto, in onore di una persona o per celebrare un evento
favorevole. Si trovano tracce del suo uso già nelle Bibbia, così come
nei poemi omerici.

Nel banchetto grecosi mangiava e si beveva in due momenti distinti, e vi era un convitato
che sovraintendeva alla preparazione delle bevande e all'argomentazione
dei brindisi, dedicati ad inneggiare i presenti o le donne amate,
secondo una sequenza prestabilita.

Anche nel banchetto romanoil brindisi era uso consolidato, rivolto ad auspicare e celebrare
prodezze amatorie o militare, mentre i primi cristiani vi ricorrevano
per esaltare martiri e santi.

Nel Medioevo quest'abitudine, diffusa presso i popoli nordici, era
disapprovata in Italia come risulta dalla "Cronica" di Fra Salimbene de
Adam (1247).

Durante il Rinascimento la pratica, pur cominciando a diffondersi
nella nostra penisola, era ancora ritenuta barbara e pertanto
biasimevole, come ricorda nel Galateo
Giovanni della Casa.

Due sono le versioni che sembra spieghino il termine "brindisi".

La prima sarebbe da mettere in relazione con la città di Brindisi
presso la quale i giovani Romani, dopo una cena di saluto terminata con
augurali libagioni, s'imbarcavano per raggiungere la Grecia dove
avrebbero perfezionato l'educazione.

La seconda sarebbe legata al termine spagnolo “brindis”,
variazione della formula tedesca “bring dir’s” (lo porto a te)
trasmessa dai soldati mercenari lanzichenecchi alle milizie spagnole
(XVI sec.).

Dal XVII sec. il diffondersi dell'atto fece nascere anche una
letturatura marginale ad esso collegata (brindisi poetico), che vide
nella pubblicazione del Bacco in Toscana il suo riferimento.

L’abitudine di accompagnare il brindisi con le parole: “salute” o
“viva”, sarebbe ispirata al gesto secolare di versare un po’ del
proprio vino nel bicchiere dell’ospite e viceversa, fatto per garantire
che nessuno dei due fosse avvelenato.

Per un brindisi "fortunato", al fine di scacciare le forze
negative, la tradizione consiglia di spandere un po’ di bevanda facendo
tintinnare i bicchieri.

 
 
 

Il bicchiere

Post n°485 pubblicato il 01 Novembre 2007 da Rossella2006
 


I primi bicchieri di cui si abbia notizia sono decisamente dei semplici
oggetti presenti in natura. Conchiglie, cortecce o simili. Già il corno
scavato, in uso presso gli Egizi, i Persiani e gli Italici, è un
manufatto a suo modo evoluto.

I Fenici,
ai quali convenzionalmente si fa risalire la diffusione, se non
l’invenzione del vetro, sono i primi a commercializzare recipienti
trasparenti.

In età pompeiana i bicchieri di cristallo giungono alla
perfezione della tecnica e della forme. Il fondo, in particolare, fino
ad allora decisamente piatto, diventa convesso. I bicchieri anche
tempestati di gemme rare, sono talmente preziosi che romperli è una
mezza sciagura o una gravissima offesa e, proprio per questi motivi
nella quotidianità si beve su contenitori di legno, terracotta o
metallo.

Dal '500 in poi, la patria dei bicchieri in elegante vetro
diventa Venezia. Le forme cilindriche si arricchiscono del piede, gli
steli si allungano, e si allargano le coppe. Anche il variare delle
decorazioni determina un fenomeno di dimensioni europee, e la
manodopera veneziana emigra in Olanda, Germania, Spagna e Francia, dove
con l’arrivo di
Caterina Dè Medici
iniziano a svettare a corte delicati bicchieri in vetro di Murano.

E' in questo periodo che si introduce: il cristallo nelle
produzioni più raffinate, il vetro colorato o inciso al diamante, i
bicchieri con alette dall'aspetto di merletti, e la sottocoppa.

Sempre in questa epoca vengono canonizzate le caratteristiche
necessarie per il bicchiere ideale a degustare il vino: “esso ha da
essere trasparente ed incolore, di vetro o di cristallo, con le pareti
sottili e prive di qualsiasi decorazione o intaglio.”

Oggi ogni bevanda dovrebbere essere degustata in un bicchiere di forma appropriata.

Il flùte, dai “fianchi alti e slanciati” come quelli di una fanciulla, è idoneo agli spumanti.

Il panzuto ballon è adeguato per i vini rossi invecchiati.

La mitica coppa, pare modellata sulle forme del seno della famosa cortigiana Madame De Pompadour, è appropriata per le inebrianti bollicine dello champagne.

 
 
 

Bicchieri un pò speciali...

Post n°484 pubblicato il 01 Novembre 2007 da Rossella2006
 


Nel XVI sec. per le crescenti necessità d’eleganza dei banchetti, si afferma in Europa l’uso del calice cerimoniale.

Si tratta di un bicchiere assai decorativo dotato di coperchio, che
nella forma e nelle dimensioni mostra chiaramente la sua destinazione a
brindisi e celebrazioni religiose.

Spesso, tali calici erano in materiale prezioso ma anche di vetro soffiato e lavorato come una trina.

Il corno “potorio” è una delle più interessanti versioni di
bicchiere cerimoniale, diffuso già nel XV sec. e presente nei dipinti
fiamminghi fino al XVII. Tali speciali contenitori, derivati forse
dall’antico “rython” greco o dal “rithium” romano, erano in genere
ricavati da un corno o zanna di animale (bove, bufalo, cervo,
elefante), e montati in argento o argento dorato.

Calici cerimoniali di vetro, elaborati a Venezia, compaiono spesso
nelle nature morte fiamminghe del Seicento, accanto a quelli di metalli
preziosi. Per tale motivo essi, ancor più dei comuni bicchieri,
sembrano suggerire un collegamento simbolico con il calice mistico
della celebrazione eucaristica, emblema della Passione di Cristo e
della fede.

 
 
 

Stoviglie in metallo prezioso

Post n°483 pubblicato il 01 Novembre 2007 da Rossella2006
 

I popoli del passato apprezzavano molto i metalli preziosi, sia per
l’effetto scintillante e lussuoso che donavano alla tavola, che per il
senso di nitore conferito al cibo.

Sulle tavole imperiali dell’antica Roma, quale simbolo di
splendore e purezze incorruttibile, facevano bella mostra di sè vasi e
piatti in argento o oro.

Durante il Medioevo l’esegesi biblica assegnò a ciascuno di questi materiali un proprio significato.

L’argento identificava per splendore e suono la divina eloquenza;
l’oro era l’emblema dell’eccellenza sia spirituale che temporale di
Cristo.

Nel Rinascimento l’argenteria contribuì ad amplificare il senso di prestigio di un banchetto, e Platina  sosteneva che il vasellame prezioso tenuto pulito e lucido conferiva
alla tavola una “sontuosa lindura che incoraggiava l’appetito”.

Sotto il regno di FrancescoI  l’oro e l’argento trasportati dal Nuovo Mondo si riversarono in grandi
quantità in Europa. Con il ‘600 piatti, vassoi, candelieri e mobili in
metalli preziosi divennero indispensabili per la scenografia dei
banchetti barocchi.

La creatività e l’arte produttiva d’artigiani e cesellatori ebbe il
suo apice nel ‘700, quando l’argenteria si affermò come vero simbolo di
distinzione aristocratica.

Nel secolo seguente vasellame e posate preziose trasferirono il loro status anche sulle tavole dell’opulenta borghesia.


Significato

Pulizia, ricchezza, riferimento all’Eucarestia.

 
 
 
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