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Messaggi di Maggio 2017

I miei refusi

Post n°3902 pubblicato il 24 Maggio 2017 da valerio.sampieri
 

I miei refusi

Narra il premio Nobel André Gide, nel suo diario, l'aneddoto di uno scrittore, tal Rosny, letteralmente fuori di sé per i reiterati refusi che rendevano i suoi scritti un vero disastro. Il continuo ripetersi di tali incresciosi episodi provocò in Rosny una rabbia tale da indurlo a scrivere una feroce filippica nei confronti del proto. L'articolo vendicatore aveva per titolo "Mes coquilles", vale a dire i miei refusi.

Ironia della sorte o malignità del proto, nel giornale del giorno successivo l'articolo apparve privo di errori, salvo che nel titolo, dal quale era sparita la "q".

A caratteri di scatola apparve infatti l'articolo del Rosny, intitolato "Mes couilles", vale a dire: i miei coglioni!

L'episodio è citato da Rizieri Grandi nel suo "Motti e detti romaneschi", Edizioni Delfo, Milano, 1967.



Nella foto: André Gide

 
 
 

Primavera campagnola

Primavera campagnola

La capinera canta ar sole d'oro,
che sbuca dietro ar monte e invita a festa
la natura divina che s'appresta
a vive 'na giornata de lavoro.
Così la tera, l'ômo e 'gni animale
cominceno la giostra universale.

La tera se risveja e pìa calore
pe' dallo a steli e foje tenerelle
che assieme a mille e mille campanelle
formeno tutte un maggico sprennore,
mentre che la campagna profumata
serenamente inizia la giornata.



L'ômo s'innesta forza co' raggione,
lassanno a punta d'arba la dimora,
pe' proseguì er lavoro e daje ancora
co' fede e lena; amabbile fusione
de quer sudore che da lui sverzato
un giorno lo farà nobbilitato!

Se sveja 'gni animale che ha dormito
e puro lui saluta la natura
che j'assicura ancora la pastura
e a capo a sera lo farà nutrito.
Inzomma tutti inneggeno e lo fanno
puro si tante vorte nun lo sanno!

Romeo Collalti
Rugantino n. 12834 del 27 aprile 2010

 
 
 

Er titolato

Post n°3900 pubblicato il 24 Maggio 2017 da valerio.sampieri
 

Er titolato

S'avantava ched'era un signorone,
diceva che faceva l'avvocato,
che ciaveva lo stemma de barone
e che er padre era puro deputato.

Lui te faceva sempre 'sta funzione
in modo così bene preparato
che, ner sentillo, dava l'illusione
che fusse pe' davero titolato.

Poi nu' l'ho visto più per un pochetto
e, pe' quanto l'avessi domannato,
nun ho saputo gnente pe' un mesetto.

Quanno ieri lo viddi a' li Parioli
che se magnava, come 'n affamato,
un pagnottone pieno de facioli.

Mario Ferri
Rugantino n. 12822 del 2 febbraio 2010

 
 
 

Piazza de Spagna

Post n°3899 pubblicato il 23 Maggio 2017 da valerio.sampieri
 

Piazza de Spagna

Quanno da via Condotti l'occhio spazzia
sopra la scala corma d'azalee,
er côre mio ringrazzia
e la mente se popola d'idee.
In mezzo a li scalini,
stretti fra du' parentesi de fiori,
romani e pellegrini
so' colori mischiati a li colori.
Davanti a 'sto spettacolo,
er côre batte mille sentimenti
e, come pe' miracolo,
la fantasia risuscita l'Assenti.
Ecco l'ombra de Goethe che s'attarda
pe' li scalini; su, da 'na finestra
de que' la casa mediovale a destra,
Keats, pensoso, guarda,
mentre Byron, trovanno un gran legame
tra femmine e viole,
architettura e sole,
offre poemi e mammole a le dame.



Più su, D'Annunzio abbozza
certe belle espressioni der «Piacere»,
mentre Trilussa paga la carozza
e se mette a discute co' un portiere.
Oh, scala che c'innarzi a li tramonti
de Trinità de' Monti,
se la sorella tua babbilonese
un giorno ce divise ne' l'idioma,
tu sfati 'sta leggenna che avvilisce
perché chi ariva a Roma
abbasta che opre bocca se capisce.
Oh, scalinata, antico separé
der sole che nun cala
si nun te bacia er viso,
se l'anime che vanno in paradiso
dovessero arivacce co' 'na scala,
scejerebbero te!

Giorgio Roberti
Rugantino n. 12836 del 11 maggio 2010

 
 
 

I' mi trovai fanciulle...

I' mi trovai fanciulle...

I' mi trovai fanciulle, un bel mattino
di mezzo maggio in un verde giardino
Erano intorno violette e gigli
fra l'erba verde e vaghi fior novelli
azzurri gialli candidi e vermigli
ond'io porsi la mano a côr di quelli
per adornar e mie' biondi capelli
e cinger di grillanda el vago crino.
Da poi ch'i' ebbi pien di fiori un lembo,
vidi le rose, e non pur d'un colore;
io colsi allor per empier tutto el grembo,
perch'era sì soave il loro odore
che tutto mi senti' destar el core
di dolce voglia e d'un piacer divino.



I' posi mente: quelle rose allora
mai non vi potre' dir quant'eron belle:
quale scoppiava della boccia ancora,
qual eron un po' passe e qual novelle.
Amor mi disse allor: - Va'. co' di quelle
che più vedi fiorir in sullo spino. -


Quando la rosa ogni sua foglia spande,
quandi è più bella, quando è più gradita,
allora è buona a metterla in grillande,
prima che sua bellezza sia fuggita;
sicché fanciulle, mentre è più fiorita,
cogliàn la bella rosa del giardino.....

Angelo Poliziano (Angelo Ambrogini - Montepulciano, 14 luglio 1454 - Firenze, 29 settembre 1494)

 
 
 

Tor Tignosa

Post n°3897 pubblicato il 23 Maggio 2017 da valerio.sampieri
 

Tor Tignosa

La fece fabbricà un tresteverino,
Giovanni Tineoso,
popolano ambizzioso
che Ildebrando arcidiacono,
sapenno ch'era sverto assai de mano,
volle prefetto urbano.
Cencio de li Crescenzi
disse: - Nun m'arillegro né l'invidio
pe' 'sta carica ch'oggi j'hanno dato;
levi piuttosto, ché me dà fastidio,
quela torre lassù che cià piantato.
- Mejo strappamme un dente, amico bello,
che abbatte 'sta toretta
vedetta e garanzia
de la tera ch'è mia! -
pieno de boria j'arispose quello.
E allora er ghibellino,
a la risposta bulla der prefetto,
chiamò a riccorta li sgherani sui,
arse prima la torre,
poi a córpi de balestra ammazzò lui.



E mo su l'orizzonte senza un velo
Tor Tignosa te pare
come un dente cariato
che, messo sottosopra, è sprofonnato
co' le radiche dritte verso er celo.

Augusto Jandolo
Rugantino n. 12837 del 18 maggio 2010

 
 
 

Povero dialetto

Post n°3896 pubblicato il 22 Maggio 2017 da valerio.sampieri
 

Povero dialetto

Li romani de Roma, quelli veri,
quanti so' adesso? Che ne dichi tu?
Pe' me, me sbajerò, ma su per giù
so' un nummero co' appresso quattro zeri.

Però saranno er doppio e forse più
a scrive romanesco. Fino a ieri
li sentivo parlà da forestieri
e, tutto un botto, cianno 'sta virtù.



Manneno cartoline a tutto spiano
e lì, siccome amanca er controllore,
dicheno: «Viè da Roma? Embè, è romano.»

Ne viè fori un linguaggio sopraffino:
un romanesco novo, d'un sapore
buzzuro-cispadano-marocchino.

Pietro Belloni
Rugantino n. 12838 del 25 maggio 2010

 
 
 

A chi vojo bene

Post n°3895 pubblicato il 22 Maggio 2017 da valerio.sampieri
 

A chi vojo bene

Ama er prossimo tuo, io credo in Dio
e de sto motto ho fatto er motto mio.
Pe questo posso puro spergiurà
che ciò l'amore pe l'umanità.

Pe me nun ce so' poveri né ricchi,
nun ce so' belli e nun ce stanno brutti,
nun ce so' furbi e nun ce stanno micchi.



Ma quanno er core canta nun se doma.
Ve devo confessà che sopra a tutti
io vojo bene a chi vò bene a Roma!

Checco Durante
Rugantino n. 12837 del 18 maggio 2010

 
 
 

Natale de Roma

Post n°3894 pubblicato il 21 Maggio 2017 da valerio.sampieri
 

Natale de Roma

Un aratro, du' bovi maremmani,
quattro fossi, e so' fatti li confini.
Quelli che stanno dentro so' romani,
quelli che stanno fòra so' burini.

A 'sto punto li giovani sovrani
incominceno a fà li litichini:
uno è più duro de li monticiani,
l'artro somija a li tresteverini.



- Mbè, come la chiamamo? - Je mettemo
er nome mio - fa Romolo. - È più cicia
si porta quello mio! - risponne Remo.

Roma o Rema? Sbrilluccica er cortello...
Roma è nata co' tanto de camicia,
però se perde subbito un gemello...

Giorgio Roberti
Rugantino n. 12834 del 27 aprile 2010

 
 
 

Er carnovale de mò

Post n°3893 pubblicato il 21 Maggio 2017 da valerio.sampieri
 

Er carnovale de mò

Vàrdeme carnovale!... Si' ammazzato!
Manc'a Frascati, manc'a Palestrina:
So' stato su p'er Corso, e ch'ho incontrato?
'Na zinghera, 'na coca e 'na fantina.

Pe' le finestre manc'un apparato,
Nemmanco un parco avanti a 'na vetrina;
Vai pe' tirà' un mazzetto, esce un sordato,
Te dà 'na piattonata 'n de la schina.



Leva er tarappattà, leva la gente,
Leva le córze... la bardoria è morta,
Er carnovale s'ariduce a gnente.

Dicheno bene assai li mi' padroni:
De tutt'er carnovale de 'na vorta
Che ciarimane mò? 'N par de... vejoni.



Trilussa
Rugantino n. 12822 del 2 febbraio 2010

 
 
 

Un bosco de castagni

Post n°3892 pubblicato il 21 Maggio 2017 da valerio.sampieri
 

Un bosco de castagni

Vicino ar lago, fitto
de fronne c'era un bosco de castagni
(er silenzio trafitto da li lagni
de le cicale) e c'era un regazzino.
Verde era l'acqua, verde era la guazza.
Tra l'ortica e li cardi,
una pajuca in bocca, er regazzino
infilava smerardi.

Chiuso in un labbirinto
de vicoli de vie de piazze, intinto
ar fumo de benzina,
dove cammino, dove m'arivorto,
pisto er sereciato o sbatto ar travertino.
Er verde d'ogni rama è un verde morto:
morto er verde d'ogni acqua de funtana.



A occhi chiusi e la mano leggera
ho disegnato un bosco dentro a me.
Er primo fiore sboccia in un intrico
de rami ignudi e dico: è primavera.
Sbuca un riccio da un ciuffo
de fronne e dico: è estate. Ecco uno sbuffo
de vento, ecco una grandine
de ricci a bocca aperta: è autunno, dico,
e cammino in un mare de marroni.

C'è un bosco dentro a me,
giallo. L'autunno ha vinto
su tutte le staggioni.
Sempre sempre una grandine
de ricci, e giro dentro a un labbirinto
de vicoli de vie de piazze, intinto
ar fumo de benzina,
a tastoni, trafitto da le spine.

Mario Dell'Arco
Rugantino n. 12824 del 16 febbraio 2010

 
 
 

Io te vorebbe dì ...

Io te vorebbe dì ...

Io te vorebbe dì: - Sei tanto bella
che Venere de Milo ce sfigura
perché ciài er portamento e la figura
più mejo assai de quarsisia modella. -

Io te vorebbe dì che tu sei quella
che domini in qualunque congiuntura
pe' grazzia, tatto, brio, fama, cultura
e brilli più che qualunqu'artra stella.



Ché tu sei brava, onesta, intelliggente,
e sai cantà, ballà, sonà, scorpì,
dipigne e scrive prose e poesie

in modo veramente sorprendente...
Io tutto questo te vorebbe dì,
ma nun so' bôno a dì tante bucie.

Elio Spasiano
Rugantino n. 12821 del 26 gennaio 2010

 
 
 

Poesie aggiornate

Poesie aggiornate

Er poeta Budelli, invitato a un banchetto,
legge una poesia inneggianno ar sole d'oro e
a l'aria profumata, mentre de fôri viè giù
l'acqua a secchi.
Un commensale l'interrompe dicenno:
- Ce vò un ber coraggio a inneggià a l'aria
e ar sole mentre dar celo piove a dirotto! -



E Budelli risponne:
- Ahò, quanno ho scritto 'sta poesia era
tempo bôno! Tu che lo sapevi me potevi
avvisà!

Bixio Ribechi
Rugantino n. 12822 del 2 febbraio 2010

Bixio Ribechi (1894-?) fu attore di varietà conosciuto in Italia e all’estero, collaborò anche a «Rugantino», «Il Messaggero», «Travaso» (il Possenti, op. cit. vol. I, p. 498, non dà notizia della sua collaborazione al «Marforio»). Nel 1905 fondò Er Circolo, periodico dialettale, e nel 1924 pubblicò la raccolta Paraponzi ponzi po’ presso gli Stab. Tip. Trajano (Veo, Poeti romaneschi, op. cit.). [Valerio Cruciani].
Nell’ambiente musicale romano Bixio Ribechi viene ricordato anche per aver reso il cognome dell’allora sconosciuto Claudio Pica, nel più accessibile Claudio Villa, grazie all’incarico che aveva , quale maestro di musica.

 
 
 

La guera der Gorfo

Post n°3889 pubblicato il 20 Maggio 2017 da valerio.sampieri
 

La guera der Gorfo

46. L'attentati

Qua e là ner monno, accosto all'imbasciate,
schioppeno zaganelle de carburo,
piazzate, ar bujo, dar "potere scuro"
pe dà la croce a chi nu' l'ha piazzate.

Cusì le brave gente, addolorate
che je se possi ingarbujà er futuro,
pe mantené le natiche ar sicuro
scegneno in piazza e sfileno incazzate.

Vanno de razzo avanti li governi:
pe smadonnà le biàstime in sordina
sur grugno a li ministri de l'isterni.

Ma 'ste bone limosine pulitiche,
che so' tutti de razza cappellina,
fanno li tonti e scanzeno le critiche.

47. Li cali in borza


Le borze se ne vanno sottobbagno:
er dollero precipita in picchiata,
l'ecolomia nu' regge la bordata
e le finanze perdeno er guadagno.

'Sta guera infame da scacciaragno
sur filo de 'na tela già lograta
e a li potenti "attenti" la stangata
je fa cresce la mela sur carcagno.

E allora, daje a cure a li ripari;
daje a rimette in giro la sostanza;
daje a spesà li titoli azzionari.

Chi venne sottobbanco, chi sbaratta ...
Mica pò annà che un re de la finanza
rimanghi co 'na scarpa e 'na ciavatta!

48. L'arme inteliggente

Fratanto, Sverzecoffe e l'antri amichi,
che stanno a fà la guera espressamente
pe raddrizzà le gobbe ar medioriente
fiònneno stroligate a li nemmichi.

Ma in sito d'impostà l'ingegni antichi
pe sbattajà in battaja frontarmente
je manneno l'ordegni inteliggente
ch'ariveno a imbucasse come prichi.

E azzeccheno er berzajo quanto abbasta
pe spaccaje li bùnche che ce stanno
come tanti cocommeri da tasta.

Però quell'arme astute, è naturale,
nun senteno le puzze e mica sanno
che drent'ar bùnche c'era un ospedale.

49. Le sordetesse

Puro le sordatesse americane
davanti a certi scempi se commoveno
So' donne puro loro e, infonno, proveno
pietà pe quele gente munsurmane.

Però la guera è guera ... e le sottane
conteno poco, spece si se troveno
li sfrizzoli 'raccheni che je pioveno
in testa già da un par de settimane.

Li còri s'indurischeno: la morte
che ruzza co le vite ner deserto
a l'improviso pò invertì la sorte.

E si la sorte provoca lo scrocchio
tocca a chi tocca! ... Ma un discorzo è certo
doppo er botto, beato chi cià un occhio!

50. Li costi de la guera

'Sta guera costa un pozzo de mijardi
e ogni nazzione sfragne er portafojo
pe sporzionà un'oretta de cordojo
ar pazzo e a quele cricche de ribbardi.

Ma er guitto opre le pompe e, dio ne guardi,
vommita in mare un fiume de petrojo
ch'onta le sponne, abbraccica ogni scojo
e sparpaja angonie, senz'ariguaedi.

Poi sfreggia la natura, attizza er foco
a li pozzi che daveno un bon frutto
e innarza er fume a gastigà ogni loco.

Sfodera la pazzia, mette in mutanne
er celp der Kuwatte e tigne a lutto
le spiagge de l'Arabbia e de l'Iranne.

Luciano Luciani
Rugantino n. 13203 del 16 maggio 2017

 
 
 

La frittellara

Post n°3888 pubblicato il 20 Maggio 2017 da valerio.sampieri
 

La frittellara

La frittellara strilla e je dà fiato,
ner mentre sur focone la padella
friccica piena d'ojo e 'gni frittella
galleggia tra 'n odore profumato.

Ce sta dietro er bancone incorniciato
un San Giuseppe e un Garibbardi in sella,
eppoi 'sta frittellara carinella
che spruzza ogni tantino er vanijaro.



È un quadro der Pinelli veramente
'sta festa nostra piena de forclore
'ndò 'sta frittellara impertinente

l'artro giorno m'ha detto co' arbaggia:
- Perché girate a vôto da du' ore
senza assaggiavve la frittella mia?

Romeo Collalti
Rugantino n. 12829 del 23 marzo 2010

Nell'immagine: Nacque a Venezia nel '600 la "Corporazione dei Fritoleri", settanta professionisti della "frìtola" che operavano per strada in un'area ben definita.

 
 
 
 
 

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Un blog di: valerio.sampieri
Data di creazione: 26/04/2008
 

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