Reticolistorici
evenementistica storica in un incrocio di reti - a cura di Oscar Brambani
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di Gianmario Moggia L'ARRESTO e LA PRIGIONIA Alla dichiarazione dell’Armistizio, l’8 settembre del 1943, si trovava ricoverato per la malaria nell’Ospedale di Nauplia, e i tedeschi, fino a quel momento alleati, iniziarono a catturare come prigionieri di guerra i soldati italiani sparsi sul fronte balcanico, che da quel momento vennero ritenuti “badogliani”e quindi traditori. Presero anche Nino e lo caricarono, insieme ad altri sfortunati, su un vagone piombato con destinazione Kapfenberg, nei pressi di Graz, in Austria, la nazione annessa nel 1938 e facente parte a tutti gli effetti del 3° Reich. Inutile parlare del trattamento al quale questi prigionieri erano sottoposti! Basti pensare che italiani e russi erano i più maltrattati: oltre a lavorare duramente 12 ore al giorno, ricevevano un rancio a base di rape bollite, che col passare dei giorni divenivano nauseanti, ed una piccolissima fetta di pane nero con un filo sottilissimo di margarina. In realtà, la vita malsana, il duro lavoro, le vessazioni, il dormire in baracche umide e fredde, specialmente d’inverno, il mangiare scarso avevano indebolito Nino fisicamente riducendolo piuttosto male. Ci fu un momento, durante la prigionia, che i fascisti italiani si presentarono al campo facendo propaganda e dicendo che, chi voleva, poteva arruolarsi nelle brigate nere della Repubblica Sociale di Salò, e così avrebbe potuto rientrare in Italia con la prospettiva di una paga abbastanza buona. Alcuni accettarono, molti altri no, e Nino fu tra questi ultimi. Coloro che si staccarono dal gruppo ed accettarono le proposte e le lusinghe del regime, vennero etichettati dal resto dei prigionieri ribelli, al grido di “fascisti !”. Nino pensava “se il mio destino è quello di essere prigioniero, ebbene a quel destino voglio andare incontro…Quando la guerra finirà, se sarò stato fortunato, tornerò a casa, in caso contrario, pace, vorrà dire che doveva andare così”.
DA IMI A "LAVORATORI VOLONTARI" e I BOMBARDAMENTI CON FIDUCIA NELLA FINE Un atteggiamento alquanto fatalista il suo, ma dentro di sé faceva di tutto per non lasciarsi abbattere, per resistere, perché, nonostante tutto, il sentore che la fine della guerra era ormai vicina, non era più un’illusione. A questo punto va sottolineato il fatto che i tedeschi, accusati dal resto del mondo di maltrattare e sfruttare i prigionieri di guerra, decisero di trasformarli in lavoratori volontari. L’unica differenza con i veri volontari, e ce ne furono tanti in quegli anni che andarono in Germania a lavorare, era che questi, oltre ad essere pagati, erano abbastanza liberi, mentre i prigionieri continuavano, nei fatti, ad essere tali e quindi erano sfruttati e maltrattati a tutti gli effetti. Dopo lo sbarco in Normandia, e successivamente in Sicilia, gli Alleati iniziarono a bombardare massicciamente, con le loro fortezze volanti, il territorio germanico. Il ricordo di quei bombardamenti a tappeto ciclici, si è vividamente fissato nella mente di Nino. Al rombo, dapprima sordo in lontananza, poi sempre più vicino e assordante, degli apparecchi che si avvicinavano al campo, i tedeschi fuggivano nei loro bunker e lasciavano ai pezzi della contraerea dei ragazzi, che verso la fine del conflitto erano spesso dei quindicenni, che piangevano di disperazione e di paura. I prigionieri uscivano dalle baracche per trovare scampo correndo nel campo all’interno del lager. Infine si udiva il deflagrare delle bombe sulla fabbrica, obiettivo degli alleati per piegare la resistenza tedesca. Praticamente tutti i giorni era così. Tuttavia, se da un lato tutto ciò poteva preannunciare la possibile ed imminente fine della guerra, dall’altro accresceva l’angoscia per il timore che tutto potesse finire sotto un bombardamento alleato. |
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LA LIBERAZIONE ED IL RITORNO Nel campo di Kapfenberg, in quella tumultuosa primavera, i prigionieri temevano sempre una reazione tedesca agli avvenimenti a loro sfavorevoli, dato che il Reich non voleva lasciare prove delle sue nefandezze. Tutti erano tormentati da pensieri angosciosi che si accavallavano nelle loro menti, e la paura cresceva man mano che giungeva voce, via radio lager, che in altri campi i nazisti avevano agito così. Ma ciò non accadde. Ad un certo punto venne comunicato ai prigionieri che da quel momento erano liberi, che la guerra era finita e che potevano tornare a casa. Nino, allora, si mise in contatto con l’amico Mario, di Milano, quello che si era innamorato della ragazza austriaca, e gli domandò se sarebbe rientrato In Italia con lui. Mario rispose che sarebbe rimasto lì, che voleva bene a quella ragazza e alla sua famiglia, che in quegli ultimi tempi lo avevano preso a ben volere e rifocillato e che provava un senso di riconoscenza verso di loro. Nino capì e i due amici si abbracciarono intensamente e con le lacrime agli occhi, tanta era l’emozione per quello che avevano vissuto insieme, si dissero addio. Non si rividero mai più, ma ogni tanto Nino ricordava con emozione l’amico e a volte avrebbe voluto tentare di ricontattarlo, ma una volta non era come oggi che abbiamo internet con cui è anche possibile cercare e ritrovare qualcuno che non si vede da una vita. Allora tutto era più difficile e il ricordo delle indicibili sofferenze subite, spesso, prevaleva sul desiderio di cercarlo. Ritrovò, invece, gli altri due amici della sua Quarona, Pierino ed Ercole, che si erano recati in Germania come lavoratori volontari, dei quali ho narrato in precedenza, ed insieme iniziarono, con i loro zaini sulle spalle e pieni di pidocchi, il viaggio di ritorno in treno. Il viaggio fu lungo, ma mai tragitto fu così piacevole per i tre amici. Nino durante quella “cura forzata in Germania” era diventato quasi una larva, pesava, si e no, 40 kg e avrebbe dovuto fare molta attenzione, ora che aveva riacquistato la libertà, ad avvicinarsi al cibo. Ci sarebbe voluta molta moderazione, visto il lungo periodo di semi-digiuno, perché lo stomaco avrebbe dovuto riabituarsi, gradualmente, all’assunzione di cibo. A Novara, una cinquantina di km dal loro paese, abitavano alcuni parenti di Ercole e i tre amici decisero di fermarsi da quelle brave persone che li ospitarono offrendo loro un piatto di pastasciutta, una vera leccornia che da anni non gustavano più, che deliziò Nino in maniera particolare.
L'EPILOGO Il giorno successivo, dopo avere dormito a casa dei parenti di Ercole, presero il locale per coprire l’ultimo tragitto, circa un’oretta, verso Quarona. Sembrava fosse trascorsa una vita dall’ultima volta che Nino aveva visto l’amato paese, gli adorati genitori, e Lina . Ora, forse, avrebbe potuto riabbracciarli ! In un certo senso, questo ritorno, gli ricordava quello di Ulisse a Itaca…anche se l’epilogo sarebbe stato diverso. Finalmente, giunti alla stazioncina del paese, videro che sul piazzale c’era un gran trambusto, in particolar modo v’era una specie di presidio dei partigiani, con un chiosco gestito da uno che, quando Nino e gli amici scesero dal treno, riconobbero per essere stato un giovane del paese. Il partigiano s’avvicinò ai tre e domandò a Nino, prima ancora di chiedergli come stava o come se l’era passata, se portava con sé delle armi, perché in quel caso avrebbe dovuto consegnarle a loro. Nino, piuttosto seccato e risentito per quella richiesta abbastanza perentoria, gli rispose che faceva sempre parte, fino a prova contraria, di un corpo di polizia, la Guardia di Finanza, che gli risultava non essere stato smantellato e che, anche se avesse avuto delle armi, le avrebbe consegnate al suo comando, che si trovava nella vicina Varallo Sesia. Disse anche che, l'unica cosa che avrebbe potuto trovare nel suo zaino, erano i molti pidocchi che per tanto tempo erano stati i suoi più fedeli compagni. La cosa terminò lì e qualcuno probabilmente disse a quell’uomo di lasciare perdere. Nel frattempo qualcuno era salito al Belvedere per avvisare Giovanni e Quinta che il figlio era tornato; i due anziani genitori, in fretta e furia, si incamminarono verso la stazione e quando furono sul piazzale, si trovarono di fronte un numeroso gruppo di persone, ma non riuscirono a riconoscerlo. Fu lui, invece, a riconoscere loro. Nino pesava meno di 40 kg e pareva molto più vecchio dei suoi 29 anni. Giovanni e Quinta, con le lacrime agli occhi, emozionati e increduli che quell’uomo curvo e patito fosse Nino, lo strinsero forte a loro e fu un lungo e interminabile momento di struggente commozione e pianto. Era come se, quel figlio, che pensavano di avere perso per sempre, fosse rinato, sia pur malconcio e sofferente! Forse pensarono, in quel momento, che di lassù, la piccola Vittorina avesse protetto il suo fratellino! |
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Nella vita m'accontento del quasi
Puó darsi Il quasi.
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Dallo scoglio di Quarto Ad un anno dalle celebrazioni del 150esimo anniversario dall'Unità d'Italia il poeta ci introduce ad una ricorrenza quanto mai di opportuna memoria, considerati i tempi presenti ricchi di tensione fra unità e particolarismo. Un rapporto dalla soluzione complicata ed aspro come le coste liguri da cui salparono i mille, evocate anche a livello paratestuale da un componimento a livello grafico frastagliato. Un rapporto uno-molti che permea sopratuttto la seconda parte, laddove gli aggettivi unificata (v. 9) ed unita (v.11) vengono minati dalla perentoria clausola del v. 10: diviso. Un incubo ricorrente nella mente di quell'eroe (v. 7) e del Piemontese e del Lombardo su legni in alto pelago verso un approdo lontano per dare un nuovo volto futuro alla nostra nazione. Un assillo, però, mitigato dall'enjambement che lega unita rimanga / la Patria e racchiude al suo interno l'auspicio del poeta varesino, magistrale nell'apporre una clausola (sacrificio) di sapore kantiano. Quasi una Critica della ragion pratica in chiave contemporanea, richiamando il lettore ad un ruolo attivo, non solo nella fruizione del componimento ma ache nella società. A buon intenditor... |
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