Creato da Solo_Vita il 10/08/2006

Angelo Ribelle

La Via Che Conduce All'Inferno E' Lastricata Di Buone Intenzioni? Piacere, Io Sono Il Pavimentatore...

 

 

La pioggia gialla

Post n°217 pubblicato il 11 Giugno 2015 da Solo_Vita

Dicembre: un  cielo giallo, carico di sabbia sahariana sovrasta la piccola città, cogliendola quasi di sorpresa nel lunedì di inizio del mese.
 
E' colpa dello scirocco, dicono. L'aria è piena di particelle portate dal vento che hanno sferzato la punta dell'Africa così, più che una mattina del dodicesimo mese dell'anno, pare quella antecedente al giorno del giudizio.
Stenti a riconoscerlo il mese del Natale: temperature da inizio primavera, con questa dannata crisi che striscia e anestetizza la voglia di alberi accesi e piccoli pacchi da scartare come fosse una setticemia che si sparge lenta ed incurabile. Facce tese, pugni stretti nelle nocche, nervi che stirano i lineamenti del volti e rendono i sorrisi rari come i brividi di freddo di questa anomala anticamera di inverno.
 
Vicoli, strade, monumenti, case: tutto è avvolto nelle pennellate isteriche di un non meglio precisato impressionista  di seconda linea, uno di quelli che nei cataloghi delle mostre finiscono ammucchiati nelle pagine di coda assieme agli altri colleghi, gli unici che hanno le loro opere, tristemente economiche, col prezzo scritto accanto. Tanto nessuno si scandalizzerà se non dovesse rispecchiare il loro reale valore.
 
Di colpo un primo botto scuote l'aria: arriva veloce come un diretto sulla mascella. E come quello quasi spegne i sensi, disorientandoli. Il secondo arriva qualche istante dopo assieme ad una saetta violetta che attraversa perpendicolare il cielo sino a scaricarsi sulla sommità di un campanile che si fa incandescente.
I sensi sono ko, il fulmine è caduto a poche centinaia di metri ed adesso le orecchie ronzano come un alveare pieno di api impazzite.
Dovrei cercare un riparo ma sono pietrificato, le gambe si sono fatte pesanti, non riesco a trasmettere il comando -correte cazzo!- mentre i primi enormi goccioloni mi rovinano addosso.
Mi pare di sentirla dappertutto quella sabbia africana, mescolata al vapore acqueo del cielo di Toscana: commistione fatale.
 
Attorno a me la città ripiega come un esercito allo sbando: in pochi istanti sono solo, eroe e disertore sotto ad un cielo che un minuto dopo l'altro pare purgarsi dei peccati. La violenza del temporale è un atto di purificazione, con tutta quella pioggia che schiantandosi sui tetti, gli alberi, i parabrezza porta con sé i corpuscoli desertici che l'aere aveva incamerato qualche migliaio di chilometri più a sud.
 
Dal mio avamposto urbano solitario assisto, fradicio, al miracolo. Nuvole possenti che sfumano dal giallo verso un liberatorio e quieto grigio. Di colpo la gragnola di pioggia, lo schianto fragoroso dei tuoni, le ventate gagliarde diventano soltanto il frammento di un inno alla vita.
La tela prende energia, il quadro ha un senso. Non uno sconosciuto autore ma un grande impressionista si palesa con tutta la sua maestria.
 
Per qualche istante, nella città post-atomica, assieme alla sabbia paiono precipitate a terra pure follia, tensioni, rabbia, amore. I primi umanoidi iniziano ad unirsi timidamente a me dentro la pioggia.
Lo stato di emergenza, da sempre, riconduce tutto ai minimi termini. Cosa conta veramente in questa camminata sul filo dell'esistere?
C'è da chiederselo, mentre ogni anima ha una diversa reazione allergica al pericolo, alla gioia, al dolore, ai sogni e agli incubi. Qualcuno ha anticorpi che prendono a cazzotti, altri invece risolvono le questioni con le carezze, altri ancora soccombono senza colpo ferire.
Chi ha veramente capito qual è veramente la cosa giusta?
 
Un giovane uomo, al centro della strada, completamente zuppo, grida al miracolo. Nessuno però lo sentirà.
Chissà quante vite dovrà consumare prima di poter essere capito da un mondo che lo relega nelle ultime pagine del catalogo.

Buona fortuna.

 

 
 
 

Novembre

Post n°215 pubblicato il 09 Novembre 2014 da Solo_Vita

Novembre capriccioso questo.
Pare uno di quei bimbetti imbronciati, che ti fissano i piedi mentre hanno la bocca e le mani sporche di marmellata, incapaci di guardarti negli occhi mentre gongolano consapevoli della loro marachella.

Sa di averla combinata grossa, eppure ti sbatte in faccia la leggerezza dell'aria di una primavera marocchina duemilacinquecento chilometri più a nord, coi prati ancora in fiore, i grilli che cantano, le serate che indugiano ad oltranza all'aperto nonostante la notte alta. Come fai a volergli male?

E noi a non capirci più niente. Bussole smagnetizzate, naviganti senza stelle, gps senza satelliti.

Butto giù tutto d'un fiato un bicchiere di palinka, mentre la ragazza al bancone guarda compiaciuta questo italiano che sembra aver già appreso i riti della terra magiara. Pare una bambola di porcellana, con quei lineamenti sottili, la pelle chiarissima, gli occhi di ghiaccio ed il viso gentile incorniciato da capelli color del grano. Mi gira la testa e non so di chi sia la colpa. Poi realizzo. Biascico col mio inglese stentato che gradisco un altro giro di liquore.
Ho ancora sulla pelle la sensazione dei goccioloni gelidi di un nubifragio che ha messo in ginocchio Roma, bloccando i boeing in fase di rullaggio e le auto incolonnate sul Grande Raccordo Anulare.

Ma adesso sono qui.

Ho preso un vecchio tram scalcinato, il numero due, per poi scendere in riva al Fiume. Budapest è bellissima in questa notte sospesa, sarebbe folle perdere un momento così sacro.
E' colpa sua se ho una vertigine: delle sue guglie, dei suoi merli, delle sue mura, di quel cemento gettato senza ritegno negli anni in cui l'Occidente finiva a Berlino. E forse anche di quel castello lassù in alto, col Re Mattia Corvino a presidiare la notte incorniciata dalle luminarie.
Anticamera di un oriente che preme ad est, eppure così mitteleuropea nel suo austroungarico rigore.
E' un sognatore coi piedi piantati per terra, con le sue mille statue di bronzo a celebrare condottieri dalle espressioni fiere e i mustacchi foltissimi. Ogni angolo racconta una storia, ogni pietra sembra saperti narrare che cosa fosse quel luogo capace di attraversare mille vicissitudini: imperi, assolutismi, democrazia tenuta in vita col polmone d'acciaio, sino ad arrivare a questi tempi sgangherati come le Trabant che ancora girano col lo scarico fumoso come la verità sui tempi della cortina di ferro.

Più in là il Danubio che si distende è un enorme gigante voluttuoso . E' impressionante vedere navi portacontainer che lo solcano intimorite, consapevoli del rispetto che merita quella limacciosa autostrada senza polvere, quasi tremila chilometri che partono dalla Germania ed arrivano sino al Mar Nero. Pazzesco.
Ormeggiata sulla sponda vicino al Parlamento un'enorme nave da crociera: è quasi inquietante vedere un natante del genere su un fiume. E' un'imbarcazione diversa da quelle che solcano i mari: la sua forma si estende per lunghezza, con le cabine distribuite lungo i fianchi che hanno la parete esterna a vetri che permette di osservare fuori. E a me dentro: le luci all'interno proiettano verso l'esterno sagome di attempati signori come ombre cinesi. Le seguo per un pò, intromettendomi per alcuni istanti nelle vite di ricchi  austriaci che, annoiati, solcano il fiume da Vienna sino a qua per poi tornare indietro in compagnia delle loro amanti.

Orfani di un'estate mai nata ci aggrappiamo a queste folate di aria tiepida come naufraghi ad un pezzo di relitto, disperati eppure lucidi, consapevoli ed increduli del fatto che sia l'unica occasione che si presenterà per scaldarci dentro. Neppure avessimo oltrepassato di corsa i leoni di pietra all'imbocco dal Ponte delle Catene per poi cadere direttamente dentro al fiume in piena.
Ogni tanto un violento temporale a ricordarci che siamo sul filo, tutti noi pronti a dire -stavolta è finita sul serio-, salvo poi stupirsi del ritorno di questo anomalo calore.

Inutile chiedersi quanto durerà, nessuno può saperlo. Siamo sempre tutti troppo proiettati a cercare di interpretare il futuro e rimuginare nel passato, piuttosto che vivere questo presente traballante e meraviglioso.

Buttati, la primavera dell'anima non conosce stagioni. E se cadi pazienza, il pavimento rimane alla stessa altezza per tutti, straordinario esempio di democrazia.  Nel tuo rassicurante Occidente come in questo limbo chiamato Budapest.

Buona fortuna.

 
 
 

Senza Parole

Post n°214 pubblicato il 02 Febbraio 2014 da Solo_Vita

La brezza gelida faceva si che ogni goccia fosse una punta acuminata.

In mezzo a quella pioggia ansante, fatta di miliardi di minuscole goccioline, era ormai impossibile distinguere ogni puntura. Singoli impulsi nervosi così ravvicinati e costanti da diventare un unico, indistinguibile, fastidio. Un rantolo rannicchiato appena sotto la pelle. Insofferente, imperfetto, maledetto.
Lui se ne stava lì, lo sguardo smarrito in direzione dell'origine del vento, la schiena leggermente curvata in avanti, il cappotto fradicio e le mani strette nei pugni rabbiosi.
Il peso affidato quasi per intero al quadricipite destro, con la gamba sinistra a fare poco più che da contrappeso.

Pareva quasi un podista pronto a scattare da fermo, un angelo caduto in procinto di spiccare il volo. Più verosimilmente una statua di sale raffigurante un giovane uomo dai lineamenti contratti, con la pelle resa quasi trasparente da una sempre più grave ipotermia.
Attorno a lui una campagna scheletrica, scarna, resa riduzione di sè stessa dalle gelate mattutine e dalla pioggia degli ultimi quattro giorni.
Novantasei ore di lacrime da un cielo che pareva inconsolabile, tanto era umido e nero. Un enorme batuffolo imbevuto di petrolio disteso sul soffitto del mondo
E lui fermo, i muscoli pietrificati come soldati sconcertati al cospetto di un generale impazzito, lo sguardo fisso verso una voragine piena di significati, le orecchie tese nel cercare di scorgere un canto di sirena che mai arriverà.

La pioggia incessante proseguiva il suo colmare. Stava riempiendo tutto: fossi, campi, cantine. Tutto.

Ormai ne era scesa talmente tanta che pure la terra ne era ubriaca e la vomitava fuori. Ricordava quegli ubriaconi così fatti che si riempiono e si svuotano, così, con la stessa naturalezza con cui un diaframma si contrae e rilassa.
La luce filtrata da un drappo nero di nubi densissime illuminava fatua la campagna senese. Impossibile capire che ora fosse.

Le dolci colline, spoglie nel cuore dell'inverno, venivano radiografate da potenti lampi seguiti da tremori assordanti. Parevano vacillare perfino i viali di cipressi, con le loro punte flesse al vento e la postura seriosa nata nella notte dei tempi.

Ma il giovane uomo non si era mosso di un millimetro.

Anche le mutande erano zuppe adesso, mentre attorno la furia della natura continuava a riversarsi su tutto ciò che incontrava, con una scientifica, cinica predilezione per tutto quello che aveva una postura eretta e sangue caldo nelle vene.

Arrivarono i primi giramenti di testa, ma lui non si muoveva. Aveva lo sguardo fisso al cielo mentre gli pareva che la gamba sinistra non esistesse neppure più, cosi come le falangi arroccate nei pugni.
Gocciolava da ogni appendice del suo corpo: il naso, il mento, i lobi delle orecchie, le nocche delle mani. Rivoli gelidi che nulla potevano contro la sua sete di risposte.
Continuava a guardare il cielo mentre pensò che "quel Dio" doveva essersi per forza accorto di lui, unico essere dotato di alito divino in mezzo alla tempesta nel raggio di dieci chilometri.
Ma Dio non rispondeva.
Continuava a scagliare addosso di tutto senza proferire parola. Doveva forse tornare a cercarlo in una chiesa? Eppure anche lì aveva taciuto.
-Perchè non parli?- urlava adesso contro al cielo. La vena sul collo pareva scoppiare mentre di colpo il viso si era avvampato di un vermiglio che sapeva di vita pulsante -Perchè?-
Lo voce pareva inumana tanto era disperata e deformata dal dolore. Accartocciata su sè stessa, compressa da mille atmosfere, eppure ancora riusciva a far capolino da quel rottame umano.
Adesso era lui a vomitare contro al cielo. Proferiva di tutto, alternando implorazioni a bestemmie, carezze a pugni. Pareva che dopo aver accumulato tanta energia ora la volesse rispedire indietro come il più sgradito dei pacchi. Una parafulmine che invece di scaricare a terra rimandava tutto verso l'alto.

Ma neppure questo servì ad avere una risposta.

Quando qualche minuto dopo crollò disteso a terra privo di forze e di voce, non smise di inveire a fior di labbra contro quel cielo che aveva deciso di chiamare a sè senza neppure dare spiegazione.
Dio non voleva farsi trovare ed allora lui era andato a cercarlo sin lì, tra le crete senesi, in un posto che di marzo diventa un'esplosione di vita, di colori, di gioia. Lo aveva fatto nella giornata più terribile dell'inverno perche era sicuro che lo avrebbe trovato in mezzo alla tempesta con l'aratro in mano, pronto a seminare il bello in vista della primavera.
Ma aveva sbagliato, Dio non era lì, cosi come in nessun altro luogo in cui lo aveva cercato. E pensare che sarebbe stato sufficiente rispondere ad un -perchè-, per poter capire come mai saette di male possono colpire persone del tutto innocenti. Anime candide che pagano il conto di chissà quale tavolo, pieno di mangioni avidi e voraci.
Ed ora che si trovava disteso, privo di forze e senza sogni pregò che quel maledetto giorno si portasse via anche lui, che tanto a cosa serve continuare quando ti staccano un pezzo di anima e lo danno in pasto ai cani?
Non lo chiese a Dio stavolta, lo chiese direttamente alla tempesta.
Un tuono risuonò più forte degli altri: gli parve di udire una risposta affermativa.
"-Sei fatto a Sua immagine e somiglianza- dissero al piccolo uomo. Eppure senza vesti egli aveva freddo, senza cibo aveva fame, senza luce egli vagava nel buio.
Ma cosi gli raccontarono.
Fu allora che per placare le sue domande egli si coprì con tessuti, si procurò della carne, accese una lanterna e provò a muovere dei passi istintivamente in avanti.
Creò un prontuario con risposte per tutto: come diventare ricco, come prevalere sugli altri, come diventare potente. Ma si dimenticò delle cose veramente importanti, alla maniera di Icaro che non rimbembrò di avere ali di cera al cospetto del sole.
Per questo forse esistono il dolore, le lacrime, la morte: sono dei promemoria.
Un post it attaccato all'anima che ci ribadisce quanto siamo passeggeri, come canne in balia del vento, degli equilibristi sospesi sull'eterno.
Col cuore spaccato di dolore e l'anima a pezzi mi ripeto che non dimenticherò questa durissima lezione, mentre la quotidianità pare implodere su sè stessa..........."

 
 
 

Attesa

Post n°213 pubblicato il 05 Novembre 2013 da Solo_Vita

In quella poltiglia di nebbia impastata col gasolio dell'A1 che corrre a pochi chilometri non è mica facile mantenere il pensiero lucido. Il cuore in subbuglio e due paia di calzini a cercare di proteggerlo dalla polmonite.
Vagava come un navigante alla deriva, senza riferimenti e senza vento, disgustato eppure attratto da quella realtà mutilata. Smarrito eppur felice come non era mai stato.

Lo chiamano "Torrente Parma", affluente destro del Grande Fiume, ma per gran parte dell'anno tirava poco di più dello scarico di un cesso. Mentre lo guardava dal ponte di Mezzo gli faceva quasi compassione con quel suo scorrere esanime dentro al cuore di questa città godereccia, con le sue belle figlie che traballano su tacchi improbabili e portano sui cappotti sempre un malcelato aroma di torta fritta. Seduzione e tradizione.

Passeggiava nel silenzio, protetto dalla nottata di febbraio pescata come un jolly in mezzo alla settimana lavorativa: qui c'è da produrre e a parte qualche nordafricano dai lineamenti tirati  e uno studente universitario era stato difficile trovare anima viva.

Aveva nevicato qualche sera prima ed era un freddo micidiale. 

-Si tratta di una perturbazione che arriva direttamente dalla Siberia- avevano pontificato sulle reti nazionali -preparatevi ad almeno dieci giorni di gelo assoluto, neve, disagi-. Nel sentirlo aveva scrollato le spalle e provveduto ad acquistare doppie razioni nella bottega vicino al Teatro Due: doppia pasta, doppia carne, doppi libri e doppio vino. Si sentiva autosufficiente come un sovrano medievale, percezione amplificata dal pacchetto di marlboro ancora praticamente pieno.

La neve ghiacciata scrocchiava sotto le scarpe, difficile anche solo mantere l'equilibrio. Una passeggiata estemporanea e vietata da qualsiasi regola di buonsenso era per lui diventata questione di vita o di morte.
Troppo importante ricercare i luoghi, le luci, gli attimi, per capire se quanto aveva vissuto poco prima era stato reale o machiavellica proiezione della sua mente. O magari ancora allucinazione dovuta ai primi sintomi di assideramento.

Una donna dai lineamenti sottili, le mani leggere, lo sguardo deciso e quella dolcezza che sembrava aver fatto sbocciare la primavera nella più dura settimana dell'inverno.
L'aveva vista sparire in una nuvola di polvere ghiacciata, un istante dopo averla baciata e stretta a sè con la promessa di sentirsi qualche ora dopo. Attorno a loro il silenzio surreale di una città post-atomica, coi lampioni in ferro unici testimoni di un miracolo.
Ma lui non poteva aspettare il sorgere del sole, l'amore non dorme mai e così dopo essere risalito per qualche istante nel piccolo monolocale, era sceso nuovamente in strada ad investigare sul sogno ad occhi aperti che aveva vissuto. O era stato tutto vero?

Era tornato sul punto del loro congedo ed aveva alzato lo sguardo verso le stelle, come per trovare una spiegazione razionale al battito accelerato, all'esplosione di gioia, al fatto di come fosse possibile che le note di Reverie nelle orecchie gli iniettassero energia direttamente nella parte più profonda dell'anima. Tredici gradi sottozero e non sentire freddo.

Poi passi, tanti passi. Necessari a scaricare l'adrenalina che il sistema endocrino aveva rilasciato copiosa nelle vene, impossibile anche solo immaginare di prendere sonno. Molto meglio camminare, o per meglio dire arrancare cercando di non rompersi la testa, mentre il vento siberiano sibilava tra i rami la sua gelida sonata.

Un semaforo lampeggiante come ultimo luogo di avvistamento, poi la berlinetta tedesca era partita danzando leggera sulla strada di cristallo. Giallo-Spento-Giallo-Spento-Giallo-Spento.

Ma le gambe non ne volevano sapere di fermarsi. Camminava il ragazzo, parlava con le lunghe stalattiti di ghiacco che si distendevano da sotto i balconi sino quasi al marciapiede, perchè doveva assolutamente raccontare a qualcuno del miracolo appena vissuto e loro erano ideali interlocutrici nella loro perfezione traslucida.
Il freddo aveva fatto precipitare a terra l'umidità ed il cielo era limpido e vivo come non mai.
Riconobbe tre costellazioni, poi si chiese poi se i passeggeri di quel puntino lampeggiante che stava solcando trasversalmente il cielo potessero vedere quanta luce avesse dentro gli occhi.
Immaginò di essere dentro alla pancia dell'aereo assieme a Lei, destinazione sconosciuta e solo un bagaglio a mano fatto sogni. Sorrise.

Poi guardò l'orologio, erano quasi le cinque.

Decise di tornare nella sua piccola stanza ed attendere rannicchiato nel plaid l'alba del nuovo giorno.
Fu bellissimo aspettare le prime luci dell'alba che irrompeva da Est: la coperta aveva ancora il suo odore.

Buona fortuna.

"Correva la giovane donna, sognava, amava.
Compiva orbite lunghissime senza mai perdere il contatto.
Lei, sole che riempie stanze altrimenti colme di nulla.
Lei, esemplare unico di chiave in grado di aprire quella soglia mai varcata.
Lei, sempre e solo Lei.
Attesa."

 
 
 

La Bella Addormentata

Post n°212 pubblicato il 07 Ottobre 2013 da Solo_Vita

Invocare le stelle, cercare Qualcuno lassù, accontentarsi addirittura di un sms della persona sbagliata, per lo stesso folle principio che ci fa stare meglio assumendo un farmaco errato, purchè ci sia un qualche molecola da far penetrare nelle viscere: nel momento in cui non si riesce a suscitare alcuna reazione nel prossimo, tanto vale indurla chimicamente in sè stessi.
Basta che il pelo dell'acqua si muova, anche di poco. L'immobilismo è troppo simile alla morte in certe sere piovose di ottobre.

Fare centinaia di chilometri immersi nel liquido amniotico della notte pur di trovare un sassolino da gettare nello stagno, perchè a tutto si resiste, fuorchè al silenzio. Non spaventano gli Appennini, nulla può la Grande Pianura con la sua capacità di ingoiare tutto come una supernova.
Una macchina che non si ferma neppure per pisciare e che corre oltre tutto e tutti, sempre più avanti, senza navigatore satellitare nè santi e vegliare sulla rotta. Nessuna paura ormai, la falla sul fianco della nave è ormai di dominio pubblico, non c'è nulla da nascondere.
E' sin troppo nota quella strada.

Essere convinto di aver incrociato quegli occhi dappertutto: nell'atmosfera ovattata di un sogno, lungo la riva profumata di mosto di un lago che sembra mare, nella luce stropicciata di un'alba che succede ad una notte insonne, nella zona commerciale di una operosa, diligente ed inutile città, nel viale di cipressi che taglia in due la cresta della collina.
Vederti senza essere visto.

Scattare foto a quanto di bello Iddio ha donato a questa terra rossa e fertile, sognando ancora una volta di potertele mostrare dicendoti soddisfatto - vedi, eri comunque con me-.
Collezionare prove che dimostrano che non sei mai stata fuori da questa vita, che non c'è sera in cui non ci addormentiamo assieme, che le tue date importanti le ricordo ancora, oggi più che mai. Il giudice dovrà decretare assoluzione con formula piena e reintegro dei meravigliosi attimi lasciati appesi come panni ad un filo improvvisato teso sulla vita, ecco. Sapere di non essere l'unico a volerlo necessario come morfina ad un fuggiasco con una caviglia spappolata dentro allo stivale, mentre corre con la testa annebbiata ed incapace di distinguere chi sia il più alto in grado tra Dio ed un neurochirurgo.

Dovrebbero scriverlo sul bugiardino dell'amore che  gli effetti collaterali non si attenuano col passare del tempo.
Alcuni sono irreversibili, si attaccano all'anima e ne diventano parte inscindibile. La vita non ricomincia, ma si modifica, entra in uno stato di letargìa come soltanto la Bella Addormentata saprebbe.
E attende che il suo principe un giorno torni a destarla.

Buona fortuna.

 
 
 

Cuore

Post n°211 pubblicato il 14 Agosto 2013 da Solo_Vita

E se ogni tanto ci si potesse spogliare del cilicio? Se l'assurda zavorra che schiaccia sul fondo non fosse cucita alla carne viva?

Ci hai pensato l'altra sera quando, per un istante, il mondo non ti ha fatto schifo come al solito. Per un attimo sei stato quasi sereno, le nubi scure hanno lasciato posto ad un bel cielo indaco, intatto, dolcissimo.
E' stato facile ricordare che oltre le colline che puoi vedere da quella terrazzina sopra al vialetto, beh, oltre c'è il mare. Quello vero, fatto di sale, sabbia, sogni, gabbiani, iodio che entra nei polmoni e placa l'irrequietezza.

Chissà perchè si è aperta una falla nella capacità di autodistruggerti: sei sempre così bravo a sminuzzare ogni vibrazione positiva in coriandoli che un'interruzione di questa attività ti ha destabilizzato.
Un altoforno destinato a fondere energia ed emozioni per poi creare il veleno destinato ad una soluzione iniettabile di rara efficacia ha subito una battuta di arresto.
Hanno suonato allarmi, si sono accese un sacco di spie intermittenti, qualcosa dentro di te ha urlato di paura.
Avere per un attimo la consapevolezza che l'Amore è raggomitolato in te come un piccolo ghiro in letargo, cogliere una volta  tanto nitida la differenza tra il sonno e la morte, riuscire addirittura a sentire quella fragranza nell'aria.

Eppure è successo.

A volte basta una parola, una citazione, un segno. Il vento cambia di colpo, la vela si gonfia, il diaframma torna a dilatare e contrarre completamente i polmoni. Il cuore si ossigena ed accelera il battito, la pressione sale, la vita torna a irrorare i tessuti dal centro alla periferia.
E tu riesci a rimetterla a fuoco, anche da lì, anche se Lei sino a quel momento ha fatto di tutto per essere trasparente come un pensiero segreto.
Perchè poco importa se fuori dalla finestra la città è gelida ed innevata. Se le strade sono di un cristallo scivoloso. Se quando il vento surfa sulla grande pianura imbiancata emette un sibilo che assomiglia a quello davanti alle porte dell'inferno.

Il pensiero va sempre, esattamente, dove il cuore lo porta. Ad un passo da te.

Buona fortuna.

 
 
 

Eroi

Post n°210 pubblicato il 04 Agosto 2013 da Solo_Vita

Chi è un eroe?
Te lo sei chiesto spesso in questi ultimi mesi, nelle notti insonni popolate di incubi assurdi e caleidoscopici. Te lo sei chiesto con l'arroganza dei grandi e l'ardore dei bimbi, una combinazione che non permette si lasci spazio all'ignoranza.

Hai rispolverato vecchi libri di filosofia, trattati di storia, brani di narrativa, alla ricerca di elementi che potessero portarti alla risposta. Niente. Solo idee varie e confuse.

Molti affermano che si tratta di qualcuno in grado di compiere atti eccezionali. Altri invece dicono che si tratta semplicemente di atti normali compiuti da persone comuni.
Terzi sostengono che sia solo questione di fortuna, momento storico, congiuntura astrale.

Ma questo non placa la tua sete di sapere. Chi è un eroe?

E pensi alle persone che conosci, alle facce che quotidianamente sfilano come comparse nella tua vita distratta.

Tutti potrebbero essere eroi: il fruttivendolo che si alza ogni mattina alle quattro per portare a casa i soldi necessari all'università del figlio, il medico generico che ascolta ad ogni ambulatorio del mercoledì le medesime lamentele di un'anziana signora rimasta sola, il sacerdote che ogni notte d'inverno a bordo della sua fiat Uno sgangherata porta un piatto caldo e quattro parole di conforto ai senzatetto della stazione.

Perfetto, tutto fila. Ma Lei dove si trova in questo ragionamento? In quale antro si è nascosta?
Tra quale categoria di eroi puoi schierarla? Perchè sei sicuro, lei certamente lo è.

Lei che ti ha donato il suo cuore con tutto quello che c'era dentro. Lei che te lo ha aperto mentre tu, folle, ci davi dei colpetti come si farebbe con una di quelle palle di vetro col paesaggio e la neve dentro.
Provavi stupore, si. Ma quanto dolore creavi? Qual è il prezzo di uno dei tuoi spettacoli?
Lei che ad ogni squarcio di sereno ti offriva l'arcobaleno, tu che invece rimanevi sospeso come un corpuscolo di nebbia in una giornata di novembre, timoroso del sole che avrebbe portato calore, luce  e verità.
Tu, ragazzo confuso che capisce di avere dentro l'amore in ritardo e si purga solo al passare del tempo doloroso. Tempo senza sentire, vedere, parlare.

Tempo fatto di immaginazione, di pensieri un pò rubati ed un pò captati, tempo di parole annotate su un quadernetto sul quale scrivere con una penna colorata, illudendosi di poterlo mostrare fiero un giorno. -Hai visto, che ti dicevo? Sei sempre stata con me- un bacio profondo e senza respiro, un attimo prima di fare dolcemente l'amore.

Un piccolo pensiero preso per Lei ad ogni viaggio, ogni volta una foto che non hai mostrato a nessuno e che attende solo di incontrare i suoi occhi, dialoghi immaginari che la vedono coprotagonista.

Ti ricordi quella volta sull'Empire che hai cominciato a parlare con Lei incurante del vecchio giapponese che avevi accanto? C'è mancato poco che chiamasse la sicurezza ma poi, una volta incrociati i tuoi occhi liquidi, capì subito e ti lasciò sfogare. Non afferrò una parola, ma intese perfettamente il senso complessivo del tuo parlare in maniera così bella che sembrava una via di mezzo tra una poesia ed una preghiera.

Nevicava quella sera sull'ottantaseiesimo piano. In quella babele di genti, con la pancia dei 777 poco sopra la testa, ti sei sentito solo come non era mai successo, consapevole che il bruco non sarebbe mai diventato farfalla soltanto con le proprie forze. Sentisti dentro di te un rumore secco, come di un ramo che si spezza e rimanesti bloccato lì.

Servì del tempo per far tornare le falangi al loro colorito normale, da viola che erano, cosi come anche le labbra. Il vecchio jap ti aveva salvato la vita convicendoti a tornare dentro.

Tempo fatto di tutto e niente, tempo buttato, tempo scivolato come sabbia tra le dita.

Passano i mesi e tu neppure ti accorgi. Rimani appigliato a qualche foto e frase rubata come un naugrafo all'ultima tavola rimasta a galla.

Un brivido.

E' stato così forte che c'è mancato poco che finissi a terra. Una sensazione così intensa e persistente che ancora adesso hai una coperta addosso. Nella fine luglio più calda che si ricordi da decenni.

E' stata questione di un attimo. Succede sempre così.
Se perdi la concentrazione è finita, le regole ormai sono chiare. Ed tu le conosci sin troppo bene.

Ci sono dei pensieri che non sono ammessi. Cassetti dei ricordi che non devono essere aperti, emozioni che non devono mai essere messe a contatto con l'aria, perchè altrimenti il fuoco strozzato dalla carenza di ossigeno torna subito a divampare.
Ti sei distratto e così è successo, di nuovo.

Sbuffa impaziente la moka, neppure fosse una gatta ruffiana in cerca di attenzioni che fa di tutto per attrarre qualche coccola.

La stanza si riempie di odore di caffè, l'aria è buia eppure tutto è chiaro. La mappa mentale della stanza è ormai impressa nella corteccia cerebrale da anni.
Un colpo di reni per alzarsi, una mano che si allunga per spegnere il fornello e mettere fine al sibilo sofferente che ha sostituito il gorgoglìo del liquido bollente e nerissimo.

Un istante dopo eccoti sprofondare nuovamente nel giaciglio improvvisato sulla vecchia poltrona della cucina. Quel rudere di arredamento è lì da talmente tanto tempo che non riesci neppure a ricordare quella stanza senza quel residuato bellico. Mille volte ti sei riproposto di cambiarla, gettarla, ed altrettante hai deciso di posticipare.

Quante emozioni su quel vecchio sofà.

Più in là un album di foto, un quaderno ed una penna colorata. Poi qualche poesia.

"La morte si sconta vivendo", c'è scritto in una pagina. Sorridi amaro. Inizi a pensare che Ungaretti abbia ragione.

Chissà dove sei.

Buona fortuna.

 
 
 

Scontri

Post n°209 pubblicato il 19 Maggio 2013 da Solo_Vita

Il sole di maggio riempiva spavaldo e fragoroso la stanza silenziosa.

Sospesi nell'aria, milioni di corpuscoli di polvere si trovavano improvvisamente controluce, così, visibili e spaesati, come fiere disturbate nel loro vagare a bordo strada dai fari di una veloce auto sportiva.
Un attimo e poi via. Neppure il tempo di sollevare il piede dal gas.

Un attimo e poi via. Neppure l'impulso nervoso che sovrintende alla vita a dire di togliersi da quella potenziale situazione di pericolo.

La vecchia scrivania di noce massello dominava l'ambiente, al centro, sembrando quasi il ponte di comando di una nave fantastica.
Ordinatamente riposti sopra di essa trovavano spazio libri, codici, blocchi spiralati pieni di appunti, un computer portatile, un bicchiere pieno di penne colorate ed una piccola ciotola di vetro colma di caramelle gelèè. -Contro l'amarezza della vita-, ripeteva affabile ogni volta che voleva offrirne a qualcuno dei suoi interlocutori.

Ma adesso a nulla serviva quella piccola intramuscolo zuccherosa. E neppure nessuno degli altri oggetti pareva avere la benchè minima utilità.

Soltanto uno infatti catalizzava l'attenzione del giovane cacciatore. Un piccolo oggetto dai bordi squadrati, ora stretto nella mano destra, ora appoggiato sul tavolo, ora ripreso nuovamente.

Indecisione. Prudenza. Vergogna. Voglia. Ardore. Timore.

Tanti lati di un poligono trasparente che pareva albergasse a sinistra della cassa toracica.

Cosa fare? Schiacciare il tasto con la cornetta verde oppure lasciar perdere?

La fase di scrittura del numero era stata superata già da un pezzo, in maniera quasi inaspettata.
Aveva aperto il cassetto, estratto la sua Moleskine e, giusto un attimo dopo aver goduto del profumo inconfondibile della carta giallastra, digitato il numero tutto d'un fiato.
Poi, il programma perfetto si era interrotto per colpa di uno strano brivido che gli aveva morso la base della colonna vertebrale, causando un diffuso tremore seguito da un senso di inadeguatezza. -Sto facendo una cazzata, sto facendo una cazzata- era il mantra che sospirava a sè stesso.

A distanza di più di mezz'ora era ancora lì. Fermo e combattuto, alla disperata ricerca di un alito di coraggio pronto a sospingere la sua vela. Nessun navigatore intrepido è tale se le stelle non sono propizie.

Ripercorreva mentalmente il loro incontro così fortuito ed improvviso, tanto repentino ed inatteso da ricordare il botto tremendo che segue il fulmine di un temporale primaverile.
Gomito contro gomito davanti al bancone di marmo del solito bar e via, tutti i fogli di lei erano caduti a terra, spargendosi dappertutto.
Il tempo di voltarsi, respirlarla, e lui aveva già sentenziato -Pure Poison, riconoscerei questo profumo tra mille. Peccato che non possa dire lo stesso per i casini che combino-
Pausa.

Poi le guance di Lei si erano avvampate di colpo e mentre cercava di farneticare qualcosa lui aveva già raccolto tutto il contenuto della cartellina trasparente. Da tempo lei condivideva giaciglio e trilocale in centro con un uomo che neppure la guardava più, figurarsi respirarla a quel modo.

-Sofia...Io sono Sofia- aveva singhiozzato, giusto un attimo prima che -Marco, piacere- potesse dare un volto a quell'essenza che gli aveva stregato il nervo cranico.

Cinquanta parole, forse si,  con gli occhi del piccolo e sciccoso bar improvvisamente sintonizzati su quella scena da commedia leggera americana. Persino il vecchio notaio, in un angolo, aveva perso interesse nella pastarella alla crema per seguire la vicenda.

I lineamenti decisi custodi perfetti degli occhi profondi e nerissimi di lui, contro l'incarnato di porcellana e la longuette strapagata di lei.

-Scusami, devo andare- gli aveva detto, mentre già la testa le girava, col cuore disorientato a spingere forte il sangue dentro le arterie, nel tentativo di far muovere quei benedetti quadricipiti verso la salvezza.
Lui invece, occhiata rapida alla fede aggrappata all'anulare sinistro come un naufrago disperato, già pronto come un pugile a sferrare il montante che manda al tappeto.

-Non ti ho mai vista, lavori in questa zona? No, lo dico per la sicurezza dei tuoi documenti, vorrei evitare di farli cadere ogni mattina-  E via col sorriso delle migliori occasioni, a metà tra quello del cucciolo della carta igienica e l'ufficiale gentiluomo.

-No,  non lavoro qui, sono un avvocato ed ero da un cliente. Sai, ormai se non ti muovi dallo studio sei finito, è un lavoraccio, siamo troppi, ormai le università sono fucine di concorrenti impreparati...- e la voce che si faceva sempre più flebile mano a mano che venivano snocciolati luoghi comuni. Infine il gesto meccanico di allungare il biglietto da visita prima di sparire oltre la soglia del bar. Glielo aveva insegnato il suo Maestro - Lascia sempre un biglietto da visita, spesso l'avvocato che lavora è il primo della rubrica telefonica che si possiede-, così aveva fatto senza pensare.

Venti secondi giusti giusti e gli avventori si erano dimenticati di tutto.

Diversa invece la sorte che era toccata a lui.

Ed ora che era tornato nel presente si trovava ancora una volta ripercorrere la scena per capire il perchè di quel biglietto da visita, se quel sorriso imbarazzato celava piacere, se quell'arrossire improvviso fosse sintomo di interesse.

Il lavoro dopo quell'incontro aveva perso completamente attrattiva e tutto era catalizzato su Sofia e quel suo sguardo che di colpo si era acceso come un falò estivo. Perfino le gelèè avevano perso gusto.

Premette il tasto verde, quasi sovrappensiero.

Tre squilli interminabili e poi quella voce che riconobbe subito -Pronto?-

-Ciao, sono Marco, quello del bar, non so se ti ricordi...-

-Ah sì, ciao Marco...-

Silenzio.

-Stavo aspettando questa chiamata-

Un attimo e poi via. Il cuore che batte e la vista che si appanna.

Buona fortuna.

Un'atmofera ovattata e lattiginosa che tutto avvolge e che assorbe ogni suono.
Via i punti cardinali.
Via la luce.
E' questo che riserva il destino a chi, certo di essere Paladino, si scopre di colpo a menar fendenti contro un'informe oscurità.
Ciò che la mano dell'uomo non riesce a disegnare, è tracciato talvolta con geometrica precisione dal Destino.
Fili invisibili muovono pupi protagonisti di storie senza lietofine, fatti di cavalieri sconfitti da draghi e di principesse che non tornano indietro.
Ma certe battaglie vanno combattute lo stesso.
Perchè un sorriso, una parola, un bacio, acquisiscono valore nel momento in cui li conquisti, col sudore, le lacrime, l'estro o le parole.
Poco importa se, anche un secondo dopo, dovessero svanire per mano tua o del Fato misterioso che tutto sovrintende.
Sole e Luna sono parte di me. 

 
 
 

Marzo

Post n°208 pubblicato il 18 Marzo 2013 da Solo_Vita

E' nell'alternanza delle giornate qualsiasi che si sperimenta la vera guerra.

Guerra di nervi, fatta di attesa, mentre latita il voluttuoso sbuffo di vento in grado di gonfiare le vele.

Guerra di sogni, che si scontrano l'uno con l'altro frangendosi come nubi e scagliando poi saette elettriche sino alle punte degli abeti che rivestono la collina.

Guerra di sguardi, che ora si inseguono e ora fuggono, prima scaldano come fornaci e poi gelano come azoto liquido.
Tu che aspetti, deluso e goloso, mentre l'orizzonte piatto rimane unico testimone di un esistere da trincea.

Un impasto di sogni e delusione usato per stuccare il tetto della capanna che utilizzi per ripararti dai temporali più forti e fragorosi, di quelli che riescono ad infradiciare persino l'anima coi loro lucenti goccioloni di piombo fuso.
Se fosse musica sarebbe l'enorme vibrazione di un violoncello, tanto forte da scuotere il petto, la colonna vertebrale, i polmoni, mescolare i globuli nel sangue.

Attesa, tremenda attesa.

Parole scritte con la penna colorata su un foglio di carta non sbiancata con l'acido e poi affidate al vento di primavera, anche se l'aria non cessa di essere fredda e l'orizzonte pare più basso di quello che realmente è.

In assenza di sole le batterie dell'anima tentano di ricaricarsi con tutto ciò che capita a tiro: musica, film, una poesia di Hikmet, un pettirosso che fa capolino da un ramo. Tutto è inutile.
Mi pare di sentire la tua voce persino nel gorgoliare limaccioso dell'Arno in piena, gonfiatosi di botto come la giugulare sul collo di un iracondo.

Familiare come lo stornello di un cantastorie ed affilata come litania di sirena.
Ecco come sei.
Taglia il tuo ricordo, produce ferite sottili ed emorragiche simili a quelle della carta: chi potrebbe mai credere che qualcosa di così innocuo riesca a far fuoriuscire tanto sangue?

Mentre mi piove tutto marzo addosso non cerco riparo: cerco la polmonite con la stessa foga con cui bramavo la tua pelle. Voglio una febbre altissima, delirante. Voglio riuscire a vederti mentre massicce dosi di paracetamolo nulla possono contro la temperatura scatenata dai focolai nei polmoni.
Voglio riscattare un esistere tiepido, voglio scaldarmi come una supernova prima di sparire.

Sei nascosta dappertutto. Sogno ormai precluso, virus letale. Dolce come la marachella di un bambino impiastricciato di marmellata ma mortale neppure le tue labbra fossero state cosparse di curaro.

Ho gettato le chiavi del Paradiso dentro al sogno di qualcun altro, ho capito troppo tardi che siamo noi stessi i nostri peggiori aguzzini.

Adoro questo marzo piovoso.

Buona fortuna.

 
 
 

Onirico

Post n°207 pubblicato il 09 Novembre 2012 da Solo_Vita

Tu non puoi saperlo, ma dopo tanto tempo ti ho sfidato.

Stava diluviando nell'ennesima inutile notte che precede un giorno di festa immerso nella fine di ottobre. Gli occhi sbarrati nel buio impenetrabile che proiettavano senza pellicola il solito film che da mesi Morfeo dirige solo per me. Impossibile dormire, difficile dire se i tratta di sogno od incubo, troppo sottile il confine che separa l'ardita conquista dalla Caporetto della perdita.

E' stato allora che ho dossato gli immancabili jeans, le stan smith, la mia felpa preferita, quella sciarpa che profuma di lavanda e mi sono messo in macchina.

Sono uscito di casa nel silenzio ed ho respirato l'aria silenziosa della notte. Una notte sospesa in equilibrio sull'autunno adolescente che già brama di diventare un giovane inverno. L'irruenza nel bruciare degli zigomi sfregati dai sette, umidi gradi.

Quella stessa notte che una volta era alcova di risate e tenerezza mentre ora è capace soltanto di incubare ansia, senso di impotenza, rabbia. Immagini che si susseguono confuse e terribili sino all'approdo con uno dei tanti risvegli. Mettere la testa fuori dall'acqua un attimo prima dell'annegamento.

Quando ho avviato il motore una leggera vibrazione ha percorso il telaio, le singole viti, ogni singolo bullone, trasmettendo al volante una sensazione molto vicina ad un soffio vitale.

Quella vecchia auto sembrava volermi dire -sono pronta, di nuovo. dimmi dove si va- e probabilmente c'ho creduto senza pensarci due volte.

Come alle favole raccontate dai saggi con le rughe scavate in volto e la pelle che pare filigranata.

Finalmente, col cervello spento e il corpo ancora intorpidito nelle sue estremità, mi sono concesso di cavalcare quell'onda emozionale che per troppo tempo si è dovuta frangere contro barriere costruite con sacchi di senso di responsabilità, colpa, piombo e sale. Tutto è debordato, incotrollabile ed intenso.

Una vita, di colpo, nuovamente in balìa della corrente.

E' stata strada, ancora una volta. Asfalto che corre veloce nella corsia di sorpasso, con le sconnessioni che senza filtri arrivano alla schiena, mentre dalla radio spande nell'abitacolo la seta che Ludovico Einaudi tesse col suo piano.

Cantieri, luci lampeggianti, guard rail e grossi camion guidati da uomini piccoli, eppure pieni di coraggio. Quanto ci sarebbe da imparare.

Tramezzini, cornetti stantii, casellanti con la faccia stropicciata e gente che mi guarda con una strana espressione quando mi sente parlare. Ma io sarò zitto ed invisibile.

Caffè fumante, la musica che sembra non poter mancare nelle nostre vite, la sensazione di groppo allo stomaco che regalano le imprese folli ed un pò irresponsabili. Quelle che sono destinate a fallire sin dal loro concepimento ma che in fondo va bene così, che altrimenti che gusto c'è?

Il sogno, quello che abbiamo sempre bisogno di accarezzare, specie quando il cielo si fa scuro, le giornate si accorciano e le foglie gialle degli alberi si fanno tappeto sotto ad un passo stanco. Ecco cosa ci muove, il sogno.

La gente intorno a te muore, la falce fienaia ti manca di un pelo e tu, mentre ancora gli occhi sono lucidi, torni a pensare al sogno.

Chi potrebbe vivere senza? Io no, per questo da mesi non vivo. Sono sveglio sì, ma non vivo. Come uno che prende in affitto la vita, invece di occuparla a pieno diritto.

Il sogno. Eccolo, proprio lì, sospeso a mezz'aria tra il frigo e il tavolo di cucina. Se allunghi una mano puoi quasi toccarlo. Per poi prendere la scossa.

Eppure a volte ci sfugge, scivola via dalle mani come un pesce che elude la presa, per poi tornare in acqua, in un guizzo argentato. Rimane impresso negli occhi a vita, eppure se ne va.

Più spesso però siamo noi a laciarlo andare, a pensare che tanto lo possiamo riagguantare quando crediamo, che basterà un pò di fatica in più, acido lattico, sudore, lascrime, magari allungarsi sulla punta dei piedi per poterlo fare nuovamente nostro. Ma non è così.

Quale essere umano non ha commesso simile peccato di presunzione?

Ma il Fato è galantuomo, destinando a tutti coloro che osano avvicinarsi troppo al sole la medesima punizione spettata ad Icaro.

Una gran botta e ci si ritrova col culo per terra. E alla fine sono arrivato. C'ho messo mesi, non è stata certo una questione di ore. Tempo che si restringe e si dilata come metallo al contatto col calore o col gelo. E ora è tempo di gelo, di catene che si fanno meno serrate, di pensieri che infilano il cranio tra le grate nel tentativo di fuga.

Ho abbandonato la strada principale, svoltando. Nel frattempo la notte continuava ad avvolgermi e proteggermi con una pioggia sottile e fredda, fatta di mille punte di spillo.

Ho intravisto il laghetto sulla destra e al primo piccolo spiazzo ho fermato la macchina, togliendole vita con un mezzo giro di chiave. Deciso, intenso, fatale. Ci sarebbe da imparare anche da questo.

Tutto taceva. Di colpo la colonna sonora era fatta dal ticchettìo leggero del metallo del tetto contro le punte acuminate delle goccioline.

Ho indossato un kway e sono sceso. Il cappuccio calato a proteggermi, come una cassa di risonanza delle microscopiche percussioni, che mano a mano si facevano più grosse. Dal rullante ai colpi di grancassa su un indifeso sempre più cofuso e determinato.

Un passo dopo l'altro e via, sulla piccola stradina. Nulla aveva potuto la pioggia contro l'odore di autunno presente nell'aria: foglie marce, aghi di pino, il profumo della terra che si rigenera e si prepara al sonno prima della rinascita.

Ogni passo un pensiero, ogni pensiero un viaggio. Ogni viaggio volti, sensazioni, carezze, immagini.

E' incredibile come percorrendo a piedi una strada, questa possa restituire particolari inattesi e mai notati: la vernice scrostata di una ringhiera, un piccolo alberello che cresce, le imperfezioni dell'asfalto, i piccoli sassolini al limite della carreggiata.

Ho tirato dritto al crocicchio, ignorando il cartello di strada chiusa: che cosa mi importa dell'avviso quando la strada senza fondo contiene la mia meta?
Ansimando un pò ho costeggiato gli abeti, quasi inebriandomi per l'odore di resina che riuscivano comunque a regalarmi. Ho ripensato a quella sera, col finestrino semiaperto che ne lasciava entrare prepotente l'aroma.

Poi, trattenendo il respiro mi sono voltato verso di te.

Ho sotteso con lo sguardo un arco che valicasse il giardinetto e puntasse dritto verso la tua finestra. Poi ho scoccato trattenendo il fiato.

Ho danzato nuovamente sul terrazzino, ho riscoperto stupito il panorama che si scorge da lì, ho immaginato di valicare i monti ed arrivare sino al mare.
Ho passato nuovamente in rassegna i tuoi libri, il camino, la cucina, la camera da letto col soffice piumone, il modo con cui la tua voce rimbalzava sulle pareti colorate.

Ricordi come lame sulla pelle. Sangue, lacrime e pioggia acida: tutto impastato assieme mentre la notte continuava a celarmi, io ladro di vita.

Ho rivissuto il tuo profilo, ho sincronizzato l'anima col tuo respiro, la pelle, i baci, le apnee, i sogni.
Ti ho baciato i capelli, accarezzato le gambe, sono stato a contemplarti in silenzio per un'eternità di attimi.

Poi la vita, quella vera, si è manifestata sotto forma di un brivido che piega le gambe. La testa che gira, la vista che perde fuoco e due sagome che si intravedono dietro ad una finestra. Sembrano felici, sorridenti, sintoniche. Anzi, certamente lo sono.

Il contatto visivo che si perde mentre torno un qualsiasi pazzo sconosciuto in un una sera di pioggia, i passi a ritroso sino alla macchina, la paura di far scoppiare il cuore, la terribile consapevolezza di non esserci riuscito.

La radio che improvvisamente passa soltanto note distorte e spigolose. Il silenzio rotto e non più accarezzato. Una volante dei carabinieri che chiede informazioni ad un pazzo che passeggia di notte e lo invita ad allontanarsi, pena l'arresto.

Mi pare di raccontare una barzelletta quando spiego al Carabiniere Scelto Cafiero che le manette ai sogni non può metterle nessuno, neppure lui, nonostante la rivoltella lucida e la Bravo revisionata di fresco.

Se solo potessi farvi vedere la sua espressione stupita.

Buona fortuna.

"...Avete qualcosa negli occhi,voi donne, che mica l'ho capito. Pare una luce, una scintilla cristallina, un capriccio piantato nel bel mezzo di un domenica pomeriggio immaginata lenta e senza intoppi.
Credo sia vita, voluttuosa come un ricciolo sull'occhio, scandalosa come uno sguardo lanciato in una chiesa, intensa come il profumo di ragù della mamma.
E allora non stupitevi se proviamo a toccarvi come i bimbi fanno con le farfalle, che poi si sa, non volano più.
Non siamo cattivi, siamo solo incapaci di creare vita, presi come siamo dal mostrare molto i muscoli e poco il cuore. Basterebbe dirci che il cuore stesso è un muscolo..."

 

 
 
 
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INFERNO, CANTO V, VV. 127-138

Noi leggiavamo un giorno per diletto

di Lanciallotto, come amor lo strinse:

soli eravamo e sanza alcun sospetto.

Per più fïate li occhi ci sospinse

quella lettura, e scolorocci il viso;

ma solo un punto fu quel che ci vinse.

Quando leggemmo il disiato riso

esser baciato da cotanto amante,

questi, che mai da me non fia diviso,

la bocca mi baciò tutto tremante.

Galeotto fu il libro e chi lo scrisse:

quel giorno più non vi leggemmo avante.

 

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