Community
 
Solo_Vita
Video
Foto
   
 
Creato da Solo_Vita il 10/08/2006

Angelo Ribelle

La Via Che Conduce All'Inferno E' Lastricata Di Buone Intenzioni? Piacere, Io Sono Il Pavimentatore...

 

 

Le Petite Princesse

Post n°201 pubblicato il 12 Gennaio 2012 da Solo_Vita

Nella notte immobile della città la piccola stanza, appesa al secondo piano del palazzone popolare, pare una navicella di pescatori che sfida il mare buio di inizio gennaio con la sua lampara pronta ad urlare all'Universo la propria voglia di esistere.
Non  c'è timore nei due cuori che compongono l'equipaggio, non un sussulto per il cielo nero che, fuso col mare, avvolge la materia e neppure per il silenzio sporcato ogni tanto dalle urla sguaiate di qualche avventuriero che cerca di scongiurare il rischio di ritrovarsi tra le mani una pagina bianca alla fine della sua serata di baldoria dal retrogusto amaro del vino da poco prezzo.

Sembra scivolare leggera sulla placida distesa salata col motore che borbotta al minimo la barchetta, direzione acque aperte, mentre all'interno della piccola cabina una lanterna ad olio delimita i confini del mondo necessario ai due occupanti. Al posto dell'orizzonte pannelli di legno consunto dal tempo, metallo mangiato dalla salsedine, vetro che si affaccia a prua, una coperta di lana pressata sopra una grossa asse di legno che diventa un provvidenziale giaciglio per due.

Non serve altro. Non un spiegazione. Non una bottiglia di champagne, nè una porzione di cibo prelibato. Niente.

Il calore della pelle, il suo profumo, mani che carezzano un corpo sino a che il sonno ruba i sensi, per poi riprendere dall'ultimo millimetro non appena Morfeo allenta la presa.
Il gioco degli amanti, un chiaroscuro senza neppure una pennellata fuori posto, ritmato da respiri cadenzati che ora si interrompono paralizzati dell'emozione che brucia le vene, ora accelerano facendo leva sulla passione che travolge.

E' dolce improvvisarsi ladri gentiluomini per sottrarre tempo al sonno e donarlo alla cura dell'altra anima, perdendosi ora occhi negli occhi viola, ora nel gusto sapido dell'epidermide, ora nel cercare di imparare a leggere col tatto la schiena inarcata. Perchè qualcosa ci deve essere scritto su quella pelle se ad ogni passaggio nuove emozioni scuotono il cuore, stringono lo stomaco, fanno traballare il fiato.

Notti di parole che rimangono impigliate sulla punta della lingua, eppure urlate con sguardi dritti che non lasciano scampo ad equivoci, mentre l'oscurità gioca la parte della complice -ammiccante, fredda, altera, insospettabile, meravigliosa- ed attende fuori col motore acceso ed il mondo assopito e con gli occhi stropicciati stretto in pugno.

Notti, altra metà del cielo di giornate assolate che a volte paiono quasi superflue, noiose, indesiderate. Negativi di fotografie che attraggono in camera oscura come nient'altro i cuori di coloro che non resistono al fascino di provare ad immortalare l'esistenza.
Lampi di vita che squarciano il mare dell'esistere come navi di pescatori coraggiosi ed un pò folli.

Impensabile una vita senza qualcosa che scuote e ti ricorda di essere vivo.
Folle una traversata che non conduca verso quegli occhi. I suoi.

Buona fortuna.

"Quello che ci attende dietro ad ogni pagina rimane qualcosa di misterioso ed imprevedibile. Alla coscienza di ognuno spetta determinare se si tratti di condanna o privilegio, resistendo nel frattempo al caldo del sole di luglio e all'erba gelata della mattine d'inverno che rendono la terra dura e compatta come la corazza che a volte sarebbe bello poter indossare per rendersi impermeabili ad ogni emozione.
Cercando una risposta, nel frattempo continuiamo. Un passo dietro l'altro.
Innamorati cronici di quel cuore non nostro che ci pompa la vita nelle vene."

 
 
 

Cristallo

Post n°200 pubblicato il 15 Dicembre 2011 da Solo_Vita

Non chiedete mai perchè scrivo.
 
Il giocare con le parole è qualcosa che non avviene a comando. E' frutto di una misteriosa alchimia, uno strano scontro tra molecole che porta diretto ad un big-bang capace di far nascere un nuovo universo.
E' così che nascono i testi, piccoli esseri viventi plasmati con terra ed anima di chi mette la faccia nell'implacabile confronto con sè stesso e col pubblico, anche quando quest'ultimo è solo immaginario.
 
Parole concatenate per gioco, per una guerra, per un ideale, per gli occhi fuggenti di una donna.
 
Già, quegli occhi. Quante parole hanno fatto sgorgare sulla punta dei calamai, delle penne a sfera, delle stilografiche dall'inchiostro blu chiaro.
Quanto ticchettìo di tasti hanno scatenato nelle notti fredde del dicembre che sembra non finire mai, negli ardenti pomeriggi di agosto col respiro che si fa affannoso per la ricerca spasmodica di ossigeno nell'aria calda ed umida, nel maggio tiepido delle rose in boccio.
 
Un metronomo dentro la testa a dettare i ritmi di lettere, sillabe, parole, frasi. In lui la furia di una capitano di galea nello spronare i vogatori a spingere sempre di più, sempre più forte.
E più le cartelle si fanno piene di parole e più la testa diventa leggera, il fardello che opprime il petto si scioglie e iniziano a spirare i venti ascensionali che portano su, sempre più su.
E' come una droga.
Come il profumo della moka al mattino, lo spaghetto col pomodorino fresco al quale aggiungere la foglia di basilico giusto un attimo prima di servirlo, il bavero della giacca che una volta tirato su ti protegge dal mondo.
Come quegli occhi che ti rubano l'attenzione, distorcendo la tua realtà e convogliandola nello sguardo tanto intenso da capace di crearti un sottile, tagliente, dolcissimo disagio.
 
E allora vorresti annegarci dentro le parole, tante sono quelle che vorresti scaraventare su un foglio, su uno schermo, su un pacchetto di marlboro che aggredisci senza rispetto con una bic da dieci centesimi.
Un fiume che si fa improvvisamente in piena ogni qualvolta a monte piove anche un solo sorriso, un accenno, un gesto complice. Puoi anche immaginarlo, essere vittima di un dolce raggiro, poco importa: le acque si fanno grosse mentre aumenta la pressione sui fianchi degli argini, capaci di trattenere a stento, e neppure sempre, tanta meraviglia.
 
Ecco, questo è il motivo perchè non ha senso chiedere perchè scrivo.
 
Avreste mai il coraggio di chiedere ad una donna per quale motivo ha deciso di rubare i vostri pensieri mostrandovi uno scorcio del suo mondo segreto?
 
Buona fortuna.
 
La città silenziosa pareva cristallizzata nella notte di dicembre.
Non un rumore, non un passo ad infrangersi sul selciato steso ai piedi delle chiese dalla facciata romanica. Nell'aria immobile solo il sibilo del neon dei lampioni, custodi unici di strade deserte.
E' in questo mondo che i due cuori battono, mentre i diaframmi stirano i polmoni trattenendo il respiro e lasciando intossicare il sangue di anidride carbonica, ma poco importa: il gioco degli amanti è una corsa su una corda sospesa sopra un mare di veleno dolcissimo.
Non un gesto ad infrangere il silenzio, non una parola che non sia indispensabile: nessuno conosce meglio dei cuori in subbuglio il valore del "necessario".

 
 
 

LungoParma

Post n°199 pubblicato il 15 Settembre 2011 da Solo_Vita

La notte della Grande Pianura sembra voler ingoiare tutto quello che si trova al di fuori di questa educata cittadina: così pulita, così pacata, così ben vestita, così dannatamente glamour nei suoi mercoledì di coppie che sfilano agghindate a festa in Strada Farini, con le donne che giocano a fare le ragazzine coi vestiti stretti e l'occhio pronto a giocare coi rugbysti di vent'anni più giovani.

Una tangenziale a proteggerla tutto attorno: a nord, sud, est, ovest. Paiono i bastioni di un forte annegato nel territorio nemico, illuminati ininterrottamente dai fari delle moderne carrozze eternamente in transito.

Ci arrancano sopra camion della Barilla col disco orario manomesso carichi dell'unico oro italiano rimasto, ci sfrecciano le Ferrari dei calciatorini le cui quotazioni salgono e scendono come lo spread btp-bund a seconda del benestare di sponsor che parlano per mezzo di signori dagli elegantissimi completi grigi, ci sbuffano i motorini cinquanta degli studenti che, anche se non potrebbero transitare, nella notte pur di abbreviare il tragitto arrischiano l'infrazione al Codice della Strada -Lei lo sa che stanotte si becca un verbale da mille euro e la confisca del mezzo?-.

In tutto questo, il giovane uomo si muove all'interno del Microcosmo, scalfendo il silenzio che regna su Strada Garibaldi col cigolio cadenzato proveniente dalla sua vecchia bici scassata, l'unica che ha resistito al tempo ed a ben tre tentativi di furto da parte dei soliti nordafricani che bighellonano intorno alla stazione di questo bastione così tranquillo da sbattere i ladri di biciclette in prima pagina sulla Gazzetta di Parma.

Questa città non gli appartiene, nè per nascita, nè per vocazione, eppure stasera gli è facile sentirla tremendamente sua. Non sempre dev'esserci un perchè, non sempre serve l'odore del mosto del Chianti che bolle nelle botti per sentirsi a casa.
Gli pare di trovare complicità nella pavimentazione irregolare che fa sussultare il telaio e tremare le braccia asciutte e nervose, col grosso catenaccio assicurato alla canna che sbatte forte ad ogni buca scrostando quello che rimane di una vernice tossica stesa almeno cinque decenni fa dalle mani di un padre di famiglia che tornava stanco alla sera con addosso un'insana voglia di bere. Una brama tanto grande da portarlo a spegnere la coscienza con un sonno indotto e provvidenziale.

Stringe un patto con le messaggere dell'autunno in arrivo, milioni di foglie gialle e croccanti, spezzate dalle ruote dai raggi sottili che le attraversano senza convenevoli.
Ci passerà sopra senza esitazione, senza pensare, in cambio del loro lasciapassare. Non un'incertezza, non un attimo di indecisione riflettendo sull'estate già cadavere, ormai fantasma in attesa di percorrere il miglio verde che conduce alla stagione delle piogge, dei maglioni, dell'epidermide pallida a cui dare la caccia sotto strati di pesanti vestiti.

Di colpo un semaforo spezza la notte e nell'attesa del verde, settantadue secondi scanditi dal totalizzatore che dà il tempo nei pressi del Ponte di Mezzo, assiste ad una magia.
All'interno della Mini Rossa parcheggiata dall'altro lato della strada, sotto un portone, i due cuori sono sul punto di mescolarsi. Lo si intuisce come si può intuire l'arrivo di un temporale da quelle improvvise sferzate di aria elettrica che si spostano come impazzite contro le finestre, i tetti, i visi.

E' un istante immaginarsi tutto quello che ha portato sino a quel punto: l'incontro, le battute, lo scambio di un recapito, il timore della non risposta e poi quell'aperitivo strappato e fatto scorrere sulla punte del corteggiamento sino alle due di notte. E poi chiacchiere, tante chiacchiere nelle quali annegare un'attesa con un'onda di piena che quel rigagnolo che chiamano -Torrente Parma-  non vedrà mai.
Riaccompagnata sotto casa, già alla terza marlboro fumata all'interno dell'atmosfera rarefatta ed immobile dell'abitacolo saturo dei migliori anni ottanta di Billy Idol, è facile capire che il tempo sta per scadere.

Poi un lampo, istantaneo come il rosso che ha dato il via a questa unica edizione della divin commedia della vita, spavaldo come la vernice made in Germany della Mini fiammante.
Lei tira forte il fumo prima di smorzare la cicca nel posacenere, per poi fare tre anelli espirando, creando infine una nube che sbuffa fuori dalla fessura lasciata ad arte tra finestrino e tetto.
Gli occhi si girano verso di lui, una mano sibila tra i capelli, gli occhi dritti negli occhi, le gambe ambrate e tornite che si accavallano e si scoprono un pò al salire della gonna a palloncino: è il segnale in codice, è l'attimo che si incastra perfettamente nel presente tanto cercato, è la chiave per aprire il forziere che contiene il tesoro, è il messaggio che fa sganciare la bomba all'Enola Gay.

Il ragazzo alluga la mano, le carezza dolce uno zigomo, giocherella con la ciocca che celava il sopracciglio per poi indugiare pericolosamente sul profilo naso, sino alle labbra. Vorrebbe dire qualcosa, si capisce, ma è bloccato.

Lei nel frattempo immobile, è il cerbiatto al cospetto di un faro che apre la notte, un pò stupita, un pò curiosa di sapere cosa c'è scritto nella prossima pagina. -Chissà cosa farà adesso?-
E intanto il cuore sale sino alla gola. 

Di colpo il verde, ma le gambe non si muovono. Troppa la curiosità di vivere quella vita non sua.
Il ciclista paralizzato, anestetizzato dal veleno che quel predatore non ha certo destinato a lui ma che sembra, per un istante,aver messo il fermo immagine al mondo intero, ben oltre la linea del nulla oltre la tangenziale.

Il tempo di udire una bestemmia strascicata dal vecchio che dietro attendeva la ripartenza e li vede con le labbra di uno che combaciano perfette su quelle dell'altra, nella più bella delle alchimie che gli esseri mortali sanno mettere in atto.

Chissà cosa si stanno sussurando adesso all'orecchio. Le parole degli amanti: nulla di più dolce e mendace.

Un alito di vento freddo scuote i sensi del giovane, destandoli dal torpore onirico: è autunno, è solo e il sogno che sta vivendo non è di sua proprietà.

Nel frattempo però è scattato nuovamente il rosso. Settantadue secondi -solo settantadue- e poi si sentirà pronto per tornare a tagliare la notte con la prua impavida della sua bici.

Lasciategli vivere ancora per un istante un sogno che non gli appartiene. Perfavore.

Buona fortuna.

 
 
 

Duemilaundici

Post n°198 pubblicato il 05 Agosto 2011 da Solo_Vita

Correva quella folle estate duemilaundici.

Quella della tesi preparata nelle notti milanesi, dell'Italia ad un passo dal default, del caldo che non arrivava, di Vasco che smette di fare la rockstar.

Delle parole sospese sulla punta della lingua, degli sguardi carichi come fili per tendere il bucato in una domenica di sole, delle finestre aperte che lasciano intravedere lampi provenienti da vecchie televisioni dal volume troppo alto, degli aperitivi sui Navigli, dello gnocco fritto in via d'Azeglio in una Parma anestetizzata da una bella stagione viva solo nel calendario.

Quella del ritorno sull'Aurelia, a percorrerla tutta d'un fiato da Castiglione a Piombino, a giocarci nelle notti folli, con la luna che si getta nel mare, ora a destra, ora a sinistra della strada, secondo la direzione delle scorribande.

Quella dei pensieri che si attaccano come moscerini al paraurti di quella macchina che sembra non volersi fermare più, un pò come la vita, un pò come un'esistenza eternamente in bilico tra i brividi sedati dallo xanax e la lucidità ritrovata sul bordo di una tazzina di espresso, tra andare alla deriva e solcare il mare sulla spinta dei 240 cavalli del Mercury che umiliano le vele.

Un'estate fatta a mano, come i tortelli di zucca, come il risultato dell'estro di un maestro orafo, come quel piacere solitario che ti concedi equidistante da vergogna e lussuria.

Sogni, così grandi e belli da sembrare veri, da richiedere pizzicotti quando torni in te, mentre il tempo sembra ignorare con eleganza la tua vita, disgregata sotto i colpi di un maglio dalla forza non umana.

Ma non tutto è destinato a crollare. Anche se la vita passa, dopo di noi, qualcosa resta sempre.

Il verde dell'erba rinvigorita dal temporale estivo che accende nell'aria l'odore di terra bagnata, il rosso dei papaveri che si stagliano come eroi  contro il giallo sconfinato del grano, il profumo delle pesche mature, le parole d'amore alla ricerca degli occhi per cui sono state scritte, parole che attendono da tempo una Principessa pronta a leggerle a fior di labbra.

Attaccate come superstiti della sciagura all'ultima trave galleggiante, col respiro compresso dall'acqua, il battito flebile, la mente appannata...eppur vive.

Correva la folle estate duemilaundici, quella delle parole in attesa della loro Bella, cucite su una bandiera pronta ad essere issata per sventolare sostenuta da venti sconosciuti ed affascinanti, da consumarsi all'aria come un mantra buddista.

La vita, cos'altro se non un soffio in attesa di un soffio, giusto un istante prima dell'esplosione della tempesta di acqua e sale.

"Il mondo ruotava attorno ai suoi occhi, io con lui. Mi girava la testa quando mi guardava dritto dentro, frangendosi contro tutti quei filtri creati nell'arco di una vita intera, frantumandoli.
Il suo profumo era acqua di mare, sole e cannella.
La sua voce vibrazione, come la corda di un'arpa.
Il tocco scossa elettrica, il bacio un viaggio a ritroso verso una felicità che pareva smarrita ed impossibile.
Ancora non la conoscevo eppure sapevo perfettamente quale fosse il suo sguardo." 

Buona fortuna.

 
 
 

Il Santo

Post n°197 pubblicato il 01 Maggio 2011 da Solo_Vita

In quest'area di servizio, qualche anno fa è stato ucciso un ragazzo. Un colpo di pistola sparato da un agente della Polstrada ha attraversato quattro corsie di marcia e due di emergenza, poi un cappellino si accasciato su una felpa e una piccola ed un'anonima località è diventata il nocciolo fuso di una altrimenti trasparente domenica di novembre.
E' il destino delle cittadine di provincia senza gloria, nominate soltanto in ocassioni di disgrazie, ruberìe o fatti delittuosi. Miserere Arretium.
Mi sembra di sentirlo ancora echeggiare nell'aria il tonfo dello sparo immediatamente inghiottito dell'eterno movimento dell'A1, mentre in questa notte, fermo alla colonnina del rifornimento, immagino di prendere la mira con la mia pistola fatta di indice e pollice.
E penso che per fare quello che ha fatto quel proiettile serve davvero un miracolo, se pensi all'aria che si sposta, alle auto che passano,  a tutti i sogni che sono sospesi sulla corsia di sorpasso dell'Autostrada del Sole.
Un nodo stringe la gola, gli occhi si fanno lucidi pensando che poteva essere un altro me di due anni fa a cadere a terra, al dolore delle persone che ti vogliono bene, al fatto che a volte esci di casa rimandando alcune cose che hai da dire e poi mica torni più.

Qualcosa però intossica i polmoni, un colpo di tosse, e rieccomi nel presente fatto di luci al neon e slogan pubblicitari a caratteri cubitali. Succo + caffè + cornetto due euro e ottanta, solo per oggi.

C'è puzza di gasolio incombusto nell'aria, sparato fuori così com'è dallo scarico del vecchio motore di un pullman Mercedes con targa polacca che avrà almeno trent'anni.
Mi cade lo sguardo sull'autista che confabula qualcosa con l'addetto al rifornimento: avvolto in una camicia troppo grande per la sua taglia, i venticinque anni che si e no avrà sembrano ancora più grotteschi.Il resto lo fanno la brillantina un pò posticcia e le grandi gore di sudore sotto alle ascelle. Non riesco a capire se mi fa tenerezza o mi infastidisce, ma qualcosa nella scena mi attrae in maniera quasi morbosa.

Nella notte che precede la beatificazione del Papa Polacco si sforza di parlare italiano, cerca di spiegare che nonostante il divieto non può spegnere il motore per fare rifornimento perchè altrimenti rischia di non ripartire.
Sia chiaro, amo farmi i cazzi miei, però la voce è talmente alta che è impossibile non seguire la conversazione. Partito sedici ore prima da Cracovia, 1400 chilometri senza un cane a dargli il cambio, deve arrivare a Roma entro tre ore per non perdere il pass -ma che cazzo vorrà dire- per far entrare la sua gente in Piazza.

D'istinto ora lo sguardo va ai passeggeri del bus dalla vernice scrostata e le scritte sulle fiancate incomprensibili.
All'interno una cinquantina di persone illuminate da una tenue luce di servizio azzurrina, in gran parte anziani, non battono ciglio e attendono l'evolversi della vicenda. Mi pare di sentire qualcosa, una voce all'unisono, all'inizio penso sia la radio ma soltanto dopo capisco che è un rosario recitato da quelli che non hanno ceduto al sonno.

Occhi provati dalla stanchezza, eppure felici, si incrociano col mio sguardo tagliente e scoglionato.
Ognuno ha il suo appuntamento, chi col sacro e chi col profano, ma io sono foderato nella certezza che le fighe che mi attendono vengano prima di tutto.
E' un attimo però sentire la forza di chi Crede, un qualcosa che mi attraversa e mi rivolta come un calzino in pochi istanti.Un brivido corre lungo i fasci nervosi e mi sento nudo nonostante i vestiti firmati, il profumo francese, la macchina tedesca.

Io, con la mia vita blindata di certezze, colpito e perforato dallo sguardo di chi ancora spera. Io, vittima della limpida Fede di uno sconosciuto pellegrino polacco con le scarpe sfondate ed il cuore grande così.

I miracoli sono tra noi, basta poco per vederli. Tu ci riesci ancora?

Buona fortuna.

 
 
 

Acqua

Post n°196 pubblicato il 03 Aprile 2011 da Solo_Vita

L'estremità del piccolo pontile sembra vacillare ad ogni soffio di vento. Trema ad ogni sussulto come una dama al primo bacio, fragile com'è nel suo legno tarlato e nella sua passerella priva di manutenzione.

All'altra estremità le assi di legno marcio si distendono sino ad arrivare alla piccola spiaggetta. La sabbia a grana grossa, scura, imperfetta, tradisce l'erosione meno nobile rispetto a quella esercitata dal mare.

E' buffo questo specchio d'acqua che sorge su un cratere vulcanico. Ogni estate l'emergenza siccità, mentre poi alla fine dell'inverno sembra sempre necessario dover innalzare le travi di qualche decina di centimetri, saranno trent'anni che gira la voce sul corriere dell'Umbria, perchè -si rischia grosso e andrebbe almeno impedito l'accesso-.

Eppure siamo tutti sempre qua. Ogni volta che le cose vanno bene, tutte le volte che le cose vanno male, quando tutto sembra stagnante come in un'infinita palude.

Sarà il fascino dell'acqua, la sua energia, o magari il suono prodotto dalla brezza che sibila tra le canne. Pare musica.

Mille volte mille giri senza meta sono finiti qui. Per parlare, per stare da solo, per anestetizzare un dolore con tennent's e lucky strike, o magari per fare l'amore.
Sono infinite le lune che hanno reso argento l'acqua davanti a Castiglione del lago,  che hanno fermato attimi a Tuoro, che si sono messe a giocare con una pellicola fotografica sopravvissuta agli anni a San Feliciano.

E sorridi della volte che hai giocato con lui a fare il mare, mentre spegnevi il telefonino e lasciavi che qualcuno si tormentasse mentre la voce metallica della segreteria informava che non eri raggiungibile. Tu, che giocavi al marinaio dalla donna in ogni porto che faceva attendere Penelope.

Suona qualcosa nelle orecchie Vasco, ti prego, mentre il legno scricchiola e l'unico desiderio è quello di svuotare mente, stomaco e cuore da pensieri pesanti come il cielo che sembra appoggiato sulle spalle.
Ma niente, la musica non arriva, mentre qualche schiamazzo lontano è portato dal vento assieme allo sciabordìo delle acque che si frangono sulla prua di una piccola barca a vela che salpa verso il centro del lago. Intravedi una donna con una bordolese in mano, sembra ubriaca, mentre un uomo le cinge saldamente la vita. E' un attimo immaginare una storia, la vita di un altro te.

Sai, a volte è buffo come tu possa venire tormentato da quella stessa vita che hai rifiutato.

-Gli errori capitano a tutti-, troppe volte questa frase ha echeggiato dentro di te, nelle stanze piene di fumo e sesso appena consumato, quando ti ostinavi a scopare forte per dare un resto degno a chi ti dava amore. Tu che avevi solo spiccioli e mai pezzi grossi.

E' strano quando qualcuno ti fa aprire gli occhi rispetto a quella vita al massimo che pensavi di aver condotto, rendendoti consapevole che la differenza tra stringere un pugno di mosche o uno di farfalle è veramente sottile.

Ancora più strano quando è qualcosa a farteli aprire. E non sai cosa daresti per stringere una mano calda, morbida, profumata.

Ma le farfalle sono fuggite dalla mano, le farfalle sono fuggite dallo stomaco.

Buona fortuna.

 
 
 

Il Canto

Post n°195 pubblicato il 25 Marzo 2011 da Solo_Vita

C'è odore di fiori nell'aria ancora fredda.

I pensieri nella testa sono confusi mentre la penombra della stanza è scheggiata dai lampi del vecchio tubo catodico. Sorrisi anni ottanta figli di un palinsesto al risparmio si scontrano con la povera tappezzeria strappata.

Il letto disfatto, un posacenere stracolmo, dall'ultimo mozzicone abbandonato sale perpendicolare un filo di fumo grigio che sembra puntare dritto al cielo, come se il soffitto scrostato neppure esistesse. La bottiglia di Oban è in fin di vita, lasciata com'è con solo due dita di whisky sul fondo.
Nessuna traccia umana all'interno della stanza dell'alberghetto da una stella nel cuore della Città Eterna.

Fuori intanto tardano ad arrivare gli ultimi baci della notte ormai di passaggio, quelli sofferti, sudati, meritati e maledetti perchè, vista l'ora, non potranno avere seguito alcuno.
E scorre il Grande Fiume, testimone di imperatori, puttane, brava gente e anime tormentate alla ricerca di un nascondiglio sicuro e limaccioso.

Sembra impossibile ma c'è ancora chi si chiede se sentirsi felici senza apparente motivo sia una colpa. Si interroga mentre la radio passa un motivetto stupido, candidato a diventare il tormentone, trovandosi di colpo a canticchiarlo mentre un sorrisetto immotivato si distende come una gazzella rattrappita su in alto, verso gli zigomi.

-E' una colpa la felicità?-

Semaforo lampeggiante giallo, la vecchia golf rallenta, si assicura che non arrivi qualche pazzo dell'ultimo minuto e varca l'incrocio.

Al sorriso si è aggiunto un leggero tamburellìo delle dita sulla corona del volante. Cazzo quanto sei bella Roma, mentre scorro dentro di te in questo viale che costeggia il Tevere.

Il mozzicone si è spento e il filo perpendicolare di colpo si spezza come se fosse una cesoia invisibile a tagliarlo -ZAC!-. Rimangono così soltanto i telefilm in milionesima visione ad animare qualcosa che è morto almeno cinquant'anni fa, mentre un brivido corre tra i capelli e le venute intrappolate sulla moquettes dalla notte dei tempi. Chissà che facce avevano gli ultimi due amanti che si sono dati stendendosi senza remore sul pavimento, chissà dove sono, cosa fanno. Come mai tutto passa.

Bolle il Fiume stasera, dicono dipenda dalle piogge dell'ultima settimana e dal caldo che ha sciolto le nevi chissà dove, ma chi lo conosce non sente un borbottìo, bensì un canto.

E lo intona il vecchio Marcello, mentre guarda lo spicchio di cielo che riesce ad intravedere tra i cartoni che lo coprono.
-Una volta era un capitano d'industria e ora guarda com'è ridotto- dicono di giorno i passanti ai bambini che lo incrociano per impaurirli -se non studi farai la stessa fine-.

E piange il Vecchio, ma senza lacrime.Non ne ha più. Sogna una donna, l'unica, tutte le notti, sperando di poterla riabbracciare, baciare, amare di nuovo.

Ha scelto di starle vicino lui, proprio accanto al letto del Tevere, scrigno torbido dell'unica amata di sempre. Lei che non potendolo scegliere a vent'anni, lo aveva scelto per sempre.

In notti come questa sembra di sentirlo cantare, provate ad ascoltare. E' bellissimo.

Nel frattempo una golf passa con la musica a tutto volume, il conducente intravede una sagoma stretta tra i cartoni, impreca, e affonda il piede sull'acceleratore.

Nessuna traccia della felicità, una cesoia invisibile l'ha tagliata via, neppure fosse fumo.

Un'altra primavera sta per arrivare.

Buona fortuna.

 
 
 

Nuovi Giorni

Post n°194 pubblicato il 25 Febbraio 2011 da Solo_Vita

Un soffio di brezza leggera agita il foglio denso di parole scritte con la penna buona, sul tavolinetto dello studio.
Porte e finestre serrate, eppure da qualche parte giunge quest'alito in grado di destare dal sonno della ragione quell'istinto che sembrava essere stato definitivamente sopito.
Le parole sussultano, come l'indice dell'uomo nella Cappella Sistina, incerte se scoppiare fragorose nell'aere gelido come un sepolcro o serbare ancora le loro energie per chissà chi, chissà quando.

Provano ad esplodere, ma gli occhi del giovane sono distanti, persi, imbambolati.
Fissano una porzione scrostata di muro, venuta alla luce dopo che un vecchio dipinto ad olio si è fracassato a terra qualche giorno fa senza alcun segnale premonitore.
Rappresentava una scena bucolica, due giovani in mezzo ad un prato che banchettavano con aria spensierata, mentre non distante scorreva placido il fiume. Tutt'intorno pace, tranquillità, un'infinita linea orizzontale che attraverso lo spazio da sinistra a destra, senza sorpresa alcuna.

Giorni, mesi, anni da bambino ad immaginare chi fossero, se attendessero qualcuno, cosa contenesse il loro cestino di vimini.
Giorni, mesi, anni da adolescente turbato a pensarle in pose oscene, scoprendo di fronte a quel dipinto da quattro lire quanto il diventare uomo potesse essere una forza incontrollata in grado di stringerti di colpo un nodo alla gola, rendendoti improvvisamente il corpo smanioso e la mente rigida.

Ora invece nessuna emozione, il palmo delle mani appoggiato sui braccioli della poltrona di pelle e la schiena perfettamente infossata nello schienale. Fuori un'alternanza indistinta di soli e lune senza alcuna capacità di scalfire la tana.

Poi un altro soffio di brezza, gridano le parole, impossibile non compiere una faticosissima deviazione degli occhi verso la carta da lettere porosa pregna di inchiostro blu.

<Quando hai mal di stomaco, quando preferiresti rimanere chiuso fuori dal mondo che festeggia, quando le stelle sembrano girarti contro e quando invece hanno preso una cotta per te.
Cercami, tra gli occhi della folla, nel silenzio della tua anima, nel sogno che sembrava realtà.
Non abbandonarmi, ti prego. Dammi una ragione di vita.
Io, che senso potrei mai avere, senza qualcuno che crede in me?>>

Una scarica elettrica attraversa i muscoli. Il battito accelera. Il diaframma stira forte i polmoni.
Il cervello si attiva per calcolare il percorso da fare per giungere alla porta ed aprirla. Tornare al mondo, tornarci ora.
Infine un terzo soffio di brezza si distende nella stanza. E' un sospiro, un gemito, un'imprecazione che svuota la cassa toracica: un nome di donna rimane biascicato a mezz'aria, giusto un istante prima che tutto torni nella perfetta, totale immobilità di qualche minuto prima.

Non ha molto senso l'amore, senza qualcuno che riesca a scandirne chiaramente il nome.

Buona fortuna.

"Notti fredde e silenziose: esplorate.
Schiene madide di sudore: sfiorate.
Occhi lucidi e speranzosi: ingannati.
Limiti di velocità: superati.
Buonsenso: cacciato via a calci in culo.
Leggi della fisica: umiliate.
Dignità: rimasta impigliata al cartello indicante il passaggio di provincia su una strada che corre verso il mare.
Sogni: assenti.
Sapori: non pervenuti.
Parole: finite.
Ritratto di un guerriero che c'era, poi è sparito e non si sa dove sia. Vivo, morto, sospeso tra cielo e terra, nessuno lo sa.
Ricordi di una vita che fletteva al vento come una spiga di grano maturo tenuta a penzoloni sulle labbra, appena poco sopra una terra feconda e profumata.

Improvvisi, laceranti, avvisi ricodano intensi attimi."

 
 
 

L'Ultima Puntata Dell'Angelo

Post n°193 pubblicato il 14 Ottobre 2010 da Solo_Vita
 

Sembra bollire il mare nero in questa notte scura, senza stelle, senza luna. L'estate si sta dileguando, lasciando il posto libero ad uno stato di caos in attesa che il generale inverno venga a prendere le consegne.

E' sempre così in questa fase: la lotta di potere per occupare l'aria delle notti sospese tra tramonti arancio e albe rosa si combatte tra le ultime correnti calde africane e le prime che scendono dal grande Est, caricate di gelo dalla corsa a perdifiato sulle steppe.

E il mare sta lì.

Percepisci chiara la sua inquietudine a pochi metri da te, mentre annusi l'aria in piedi sull'ultima lingua di banchina che si allunga verso l'infinito.

Alle spalle il piccolo faro di Castiglione cerca di penetrare la notte densa, in cui gli unici contrasti di bianco sono figli della spuma che, abbondante, si manifesta con le sue mille bollicine che in un attimo scompaiono per poi ricrearsi.
E' il soffio rabbioso dell'infinito questo, sembra quasi la copiosa saliva ai lati delle fauci di un cane idrofobo, bramoso di esplodere ed azzannare da un momento all'altro.

C'è rabbia. La rabbia del mare, la tua. Quella di chi sente in balia degli eventi, da sempre sotto un cielo che se è limpido ti colora di blu mentre se è grigio ti tinge di un'aria malinconica e triste.

E ogni volta il cielo che ti colora ha un nome diverso, occhi diversi, un tono di voce che diverrà inconfondibile, una pelle liscia a profumata come nient'altro prima. Ogni volta.
Attrae l'attenzione coi modi gentili, ti seduce con l'aria dell'amante consumata, annienta le tue difese con sorrisi disarmanti, ti fidi, ci cadi, sei suo.

E tu prendi i suoi colori, gli odori, i sapori: il grano del biondo, il vetro degli occhi di ghiaccio, il caramello della pelle bronzata dal sole, il rosso del sangue pompato con forza, il blu della follia prima di mollare gli ormeggi e salpare verso l'istinto.

Ti lasci andare ad un tango mai provato, certo di poter condurre una danza che ti fa sentire come un pittore fortunato che impara a mettere su tela il ritratto fedele della vita, che impara a dipingere la paura, il coraggio, l'amore.

Poi però cambia il vento, passa la stagione, si placa lo scirocco ed arriva il maestrale, così è inevitabile rimanere sconcertato, spiazzato, impreparato.

Non si è mai pronti per un cambio repentino, è sempre difficile abbandonare qualcosa che ha occupato uno spazio dentro di te.
Conduciamo esistenze placide, incolori, lineari e poi di colpo, in una giornata assolutamente uguale alle altre, mentre le nostre solite consuetudini ci fanno compagnia tutto cambia.
Come quando un colpo di vento apre le finestre della sala da pranzo e non capisci perchè, come un fulmine a ciel sereno, come un sogno che continua per trenta secondi dopo che ti sei svegliato prima di sparire per sempre.

I desideri si vestono di lei, le sue canzoni preferite diventano le nostre, siamo capaci di calcarne i lineamenti ad occhi chiusi, con delle semplici tempere a sogni.

Poi, senza preavviso, la muta, repentina e violenta come il cambio di pelle dei serpenti. Tratti del viso tesi stirano sorrisi che iniziano a latitare, mentre le parole si fanno rarefatte, come aria di alta quota, come aria di miniera nel centro della terra.
Istintivo avere paura, sciocco pretendere di cambiare il corso delle cose, naturale sentire il peso della gravità che schiaccia le spalle e ricorda che sei sullo stesso pianeta di tutte le altre delusioni, dei piccoli sogni, delle speranze che vanno e che vengono.

Non esistono strategie vincenti quando si hanno le carte sbagliate in mano. A volte la Donna di Cuori, vale molto più del tuo asso.

Godi, vivi, incazzati e mentre ancora stai vincendo comprati un plaid: ti sarà utile per surrogare il suo abbraccio nelle prime, fredde, sere di inizio autunno.

Buona fortuna.

 

A Volte Dovremmo Avere La Capacità Di Stare Zitti, Altre Invece Di Parlare. E' Delle Persone Intelligenti La Capacità Di Discernere Tra Questi Momenti.
Perchè ti rendi conto della fortuna che hai soltanto quando questa ti abbandona.
Succede con le carte, quando corri in moto col vento che ti preme sul petto, quando improvvisamente i tuoi colpi magici diventano soltanto insolite stravaganze.
Culo per terra ed occhi al cielo: sta a te scegliere a quale delle due percezioni dare la priorità.
Uno scrittore che diventa geloso delle sue stesse parole non merita un foglio bianco da scrivere.

 
 
 

Un'Ottima Annata

Post n°192 pubblicato il 18 Settembre 2010 da Solo_Vita
 

Non fa più male il sole di settembre.

Ha perso il suo vigore, si concede al massimo il lusso di una prolugata, dolcissima, carezza. Finito l'impeto di luglio e agosto, mesi di passioni bruciate una dopo l'altra, ora c'è spazio solo per la splendida complicità che accompagna senza violenza le foglie verso il giallo, come un abbraccio d'amore che t'impedisce di respirare ma al quale non vorresti mai sottrarti.

Con loro finiscono a terra e marciscono anche le potenti fiammate estive che hanno acceso i sensi, stretto gli stomaci e fatto accelerare i cuori, splendidamente spavaldi sotto un chiaro di luna disteso sulla sabbia fine di una caletta appoggiata sull'orlo del Tirreno e dimenticata dal tempo.

E' un caleidoscopio di sensazioni la notte di settembre, con la sua arietta fresca che già chiama i primi cardigan a proteggere la pelle ancora abbronzata, mentre la voglia di concedersi un bagno salato è ancora una vera e propria esigenza, una necessità innegabile.

Dentro settembre c'è di tutto.

Le vite che vanno improvvise e giovani, senza lasciarti neppure il tempo di dire -grazie- per ciò che ti hanno insegnato e quelle che arrivano, magari facendo un gran casino, dentro appartamenti troppo piccoli, sconvolgendo le certezze di ragazzi mai troppo trentenni per sentirsi padri.
Ed è paradossale, ma è molto più facile immaginare una cellula che diventano due, poi quattro, poi otto e così via sino a formare una vita, piuttosto che pensare al mistero eterno che incombe su ciascuno di noi.
Sì che questa esistenza nella quale ci hanno catapultato assomiglia a certe settimane di vacanze prenotate con troppo anticipo sulle ali di un entusiasmo presto sfumato: al momento di partire girano quasi le palle perchè non ci va, ma poi quando dobbiamo abbandonare la villeggiatura ci sentiamo sempre tristi e malinconici pensando a quello che stiamo lasciando e che non volevamo neppure.
Noi, eterni insoddisfatti. Noi da sempre incapaci di passare la mano anche con le carte cattive.
Noi, con queste esistenze  che abbiamo cominciato per istinto ed alle quali poi ci affezioniamo, afflitti da implacabili strette allo stomaco al momento di vidimare il nostro biglietto per la gita in traghetto sullo Stige.

Ma non è tutto.

Dentro ci sono i fragorosi silenzi di chi ha scelto di sparire dalla vita altrui, sperando di sedare così un dolore in realtà inevitabile, come solo l'amore rifiutato sa dare. Tutta quell'energia che se non è convogliata su un'altra anima si ritorce su chi l'ha creata, mandandolo in corto circuito e devastandolo, scarnificandolo, rendendolo meno di niente. Dovrebbero scriverlo sul bugiardino di questo gran bel sentimento, anche se poi non cambieremmo di una virgola. Ci scommetto: troppo bello poter dare alla felicità un taglio di occhi, un timbro di voce, un profumo della pelle per rinunciarci a priori.

Ci sono poi le parole di chi ne ha pronunciate tante, forse troppe, per far capire al mondo il suo disagio, rimanendo incompreso. Arrivando addirittura a sentirsi diverso da tutti, incompatibile con gli incastri di una società usa e getta, disperandosi del suo stesso esistere.
Sino a che una notte non è stato ascoltato dalla luna e portato da una fata sin lassù, per farci l'amore come sognava da sempre. Unirsi alla luce nel bel mezzo della notte nera. Brividi e parole. Una splendida melodia suonata dal silenzio. Viaggio di sola andata per le stelle.

C'è spazio anche per i pensieri sottili ed impalpabili che solo l'immaginazione sa regalare. Un piccolo gesto, un sorriso, un lampo negli occhi, che accendono la fantasia e colorano i pensieri di un turchese intenso anche quando il cielo è grigio.
Piccoli ninnoli brillanti che mescolano argento indiano, gocce di luce e lampi biondi con ricordi che sanno di caffè, incenso, lavanda e salsedine.
E ti fanno sentire vivo. Anche quando il cuore sembrava volersi fermare. Anche quando le navi partivano verso il largo e tu dovevi rimanere lì, ancorato ad uno scoglio sferzato dal maestrale.

Perchè a volte la vita si colora anche di questo in settembre, coi chicchi d'uva sempre più grossi e profumati e le cantine pronte a mettersi in pancia tutto quel prezioso succo.
Passerà del tempo, ci sarà un'incubazione fatta in barriques, diventerà vino e poi saremo veramente pronti per comprendere tutto nella sua interezza, centellinandolo a piccoli sorsi. Solo interponendo il giusto numero di albe e tramonti tra l'uno e l'altro momento però, mai prima.

Forse anche noi dovremmo fare così: prendere il bello maturato sino ad ora, coglierlo, spremerlo ed aromatizzarci l'anima prima che tutto diventi spoglio e poi nudo, ubriacandoci di intenso, di forte, di vissuto, di occhi, di baci, di carezze, di notti insonni, di chilometri fatti senza rispetto, di sogni mai svaniti nonostante tutto e tutti.

Voglio vendemmiare queste sensazioni, farle mie e non separarmene mai più perchè ormai ne sono certo: col suo bene e col suo male questa sarà comunque ricordata come un'ottima annata.

E lo dico sorridendo, mentre scendono grosse lacrime salate.

Buona fortuna.

 
 
 
Successivi »
 

TAG

 

AREA PERSONALE

 

FACEBOOK

 
 
Citazioni nei Blog Amici: 18
 

INFERNO, CANTO V, VV. 127-138

Noi leggiavamo un giorno per diletto

di Lanciallotto, come amor lo strinse:

soli eravamo e sanza alcun sospetto.

Per più fïate li occhi ci sospinse

quella lettura, e scolorocci il viso;

ma solo un punto fu quel che ci vinse.

Quando leggemmo il disiato riso

esser baciato da cotanto amante,

questi, che mai da me non fia diviso,

la bocca mi baciò tutto tremante.

Galeotto fu il libro e chi lo scrisse:

quel giorno più non vi leggemmo avante.

 

ULTIME VISITE AL BLOG

Solo_VitaSTELLASTTiziana.1471vogliolamiaalbapiumarossa70psicologiaforenseMistralswinglorena.brandalesepede.cjiodgl9KimLaStregaILFIUMEDILEIrealgirl02ra_mi_a
 

ULTIMI COMMENTI

credo che sia molto bello poter credere incondizionatamente...
Inviato da: KimLaStrega
il 04/05/2011 alle 16:18
 
Che bello leggerti.. Baciotti..
Inviato da: ilbrillocco
il 17/03/2011 alle 18:32
 
...allora era solo un brutto sogno, possiamo - e lo dico al...
Inviato da: IcS
il 27/02/2011 alle 01:57
 
"Perchè ti rendi conto della fortuna che hai soltanto...
Inviato da: IcS
il 03/12/2010 alle 23:25
 
a volte vorremmo essere perfetti, al posto giusto e nel...
Inviato da: cinzia63
il 20/11/2010 alle 14:08
 
 

ARCHIVIO MESSAGGI

 
 << Febbraio 2012 >> 
 
LuMaMeGiVeSaDo
 
    1 2 3 4 5
6 7 8 9 10 11 12
13 14 15 16 17 18 19
20 21 22 23 24 25 26
27 28 29        
 
 

CERCA IN QUESTO BLOG

  Trova
 

CHI PUò SCRIVERE SUL BLOG

Solo l'autore può pubblicare messaggi in questo Blog e tutti possono pubblicare commenti.
 
RSS (Really simple syndication) Feed Atom