Creato da amaitti il 28/08/2011

La vita

La vita

 

 

Ciao Amore,buon viaggio.

Post n°478 pubblicato il 17 Febbraio 2018 da amaitti
 
Tag: amore, Bea

 

Uscite dagli schemi...date amore...Belli quei personaggi dei cartoni 

che lei amava tanto, tutti presenti al suo addio...

http://torino.repubblica.it/cronaca/2018/02/17/news/torino_in_chiesa_c_e_anche_batman_per_l_addio_alla_piccola_bea-189069426/?ref=RHPPLF-BH-I0-C4-P4-S1.4-T1

 
 
 
 
 
 
 

Generazione perduta.

Post n°475 pubblicato il 05 Febbraio 2018 da amaitti
 
Foto di amaitti

LA MISSIONE DELLA GENERAZIONE PERDUTA

Siamo nati in un fazzoletto di terra baciato dalla fortuna e nella grazia di Dio.

Viviamo in uno dei paesi più ricchi e prosperi del mondo

e beneficiamo di un patrimonio naturalistico e culturale invidiabile.

Perché allora dovremmo essere scontenti? Siamo forse solo “rancorosi”,

come ha sostenuto qualcuno?

No, gli italiani sperimentando una condizione di depressione sociale perché,

sebbene in senso assoluto non si stia poi così male, in termini relativi

è da un pezzo che perdiamo terreno. Il presente è nebuloso e all’orizzonte

vediamo solo tempeste.

È oggettivamente innegabile che tutto sia peggiorato, il processo

di involuzione è sotto gli occhi di tutti. Avevamo il sistema sanitario

più invidiato del mondo e l’istruzione pubblica più avanzata del pianeta.

Avevamo un’economia che “macinava”, grazie ad uno Stato

che si preoccupava prima di tutto di garantire l’occupazione a tutti

e avevamo un mercato del lavoro protetto. Avevamo uno stato sociale

che ha garantito per un certo periodo di tempo una mitigazione reale

e non solo percepita delle disuguaglianze.

Avevamo, per l’appunto. Ciò non vuol dire che non abbiamo più niente,

ma che abbiamo perso molto e continuiamo a vederci sottrarre

progressivamente, giorno dopo giorno, quel poco che è rimasto.

Alcuni protagonisti attivi del declino hanno propagandato questa involuzione

come necessaria, ineludibile, ineluttabile. “I tempi sono cambiati”

- ci hanno detto - “nel mercato globale si gioca con regole diverse” -

hanno aggiunto e ci hanno ripetuto fino allo sfinimento che non vi era

alternativa alla distruzione di tutto e che anzi dovevamo accogliere

con giubilo questi cambiamenti, adattandoci alla precarietà, all’emigrazione

forzata, alle disuguaglianze crescenti, all’ingiustizia sociale. Avremmo

dovuto qualificare con termini positivi questi abomini. La precarietà

dovevamo chiamarla “libertà di cambiare lavoro più e più volte”,

l’emigrazione forzata doveva essere vista come l’occasione di “essere

finalmente cittadini del mondo”, le disuguaglianze crescenti e l’ingiustizia

sociale erano il naturale risultato dei “meccanismi meritocratici

che premiano i migliori”.

Per un certo periodo di tempo ci abbiamo anche creduto a queste idiozie

e alcuni hanno persino provato ad adattarsi. Qualcuno ha fiutato

prima degli altri la fregatura, altri dopo, altri ancora sono tuttora immersi

in questo liquame di retorica neoliberale fino al collo. Poi qualcuno ha reagito,

ha provato a rileggere la storia, a ricostruire la verità e a proporre alternative.

Ha osservato che nulla è definitivo, niente è ineluttabile, che il futuro

è nelle nostre mani.

È questo il compito della generazione perduta: dimostrare che alla tirannia

del mercato globale è possibile rispondere con un modello di sviluppo

alternativo, che anteponga l’uomo al capitale. Abbiamo la fortuna

di essere nati in questo fazzoletto di terra baciato dalla fortuna

e nella grazia di Dio. Un paese in cui, tanti anni fa, italiani valorosi,

di incommensurabile valore umano, culturale e politico, hanno gettato

le basi per la realizzazione di un modello di sviluppo sostenibile,

di un capitalismo umano, mitigato, in cui lo Stato si prendeva cura

della crescita umana e professionale dei suoi cittadini, garantendo

pari dignità e diritti. Un modello di sviluppo economico che garantiva

al contempo un continua avanzamento dei diritti sociali e dunque la piena

realizzazione dell’uomo.

Quello che abbiamo fatto nei primi trent’anni del dopoguerra resta

un miracolo che non ha compiuto nessuno nella storia dell’umanità,

portando un paese uscito sconfitto da una guerra mondiale a costruire,

sulle sue macerie, un progetto di sviluppo socioeconomico che ci ha visto

scalare i vertici del mondo in termini di reddito, qualità delle produzioni

manifatturiere, influenza artistica e culturale, avanzamento

dei diritto sociali e della qualità dell’erogazione dei servizi pubblici.

Questo sarà il nostro compito: riprendere quel percorso di crescita

e di sviluppo, che si è arrestato negli anni ’80 e che ha ceduto

il passo all’involuzione che abbiamo sperimentato negli ultimi

venticinque tristi anni.

Non è una speranza questa. Non è un auspicio, una preghiera.

È una constatazione e un’esortazione ad agire. È il nostro dovere,

la missione della nostra vita. Lo dobbiamo ai nostri padri, a noi stessi,

ai nostri figli e alla nostra Patria.

Ci libereremo.

cit. G. Baldini

 
 
 

Se questo è un uomo. Primo Levi.

Post n°474 pubblicato il 27 Gennaio 2018 da amaitti
 
Foto di amaitti

Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case,
voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
Che lavora nel fango

Che non conosce pace
Che lotta per un pezzo di pane
Che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
Senza capelli e senza nome
Senza più forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo
Come una rana d’inverno.
Meditate che questo è stato:

Vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via,
Coricandovi alzandovi;
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
La malattia vi impedisca,

I vostri nati torcano il viso da voi.

 

'A molti, individui o popoli, può accadere di ritenere, più o meno consapevolmente, che «ogni straniero è nemico». Per lo più questa convinzione giace in fondo agli animi come una infezione latente; si manifesta solo in atti saltuari e incoordinati, e non sta all’origine di un sistema di pensiero. Ma quando questo avviene, quando il dogma inespresso diventa premessa maggiore di un sillogismo, allora, al termine della catena, sta il Lager. Esso è il prodotto di una concezione del mondo portata alle sue conseguenze con rigorosa coerenza: finché la concezione sussiste, le conseguenze ci minacciano. La storia dei campi di distruzione dovrebbe venire intesa da tutti come un sinistro segnale di pericolo.’

 

‘Accade facilmente, a chi ha perso tutto, di perdere se stesso.’

 

'Allora per la prima volta ci siamo accorti che la nostra lingua manca di parole per esprimere questa offesa, la demolizione di un uomo. In un attimo, con intuizione quasi profetica, la realtà ci si è rivelata: siamo arrivati al fondo. Più giù di così non si può andare: condizione umana più misera non c’è, e non è pensabile. Nulla più è nostro: ci hanno tolto gli abiti, le scarpe, anche i capelli; se parleremo, non ci ascolteranno, e se ci ascoltassero, non ci capirebbero. Ci toglieranno anche il nome: e se vorremo conservarlo, dovremo trovare in noi la forza di farlo, di fare sì che dietro al nome, qualcosa ancora di noi, di noi quali eravamo, rimanga.’

 

'Avevamo deciso di trovarci, noi italiani, ogni domenica sera in un angolo del Lager; ma abbiamo subito smesso, perché era troppo triste contarci, e trovarci ogni volta più pochi, e più deformi, e più squallidi. Ed era così faticoso fare quei pochi passi: e poi, a ritrovarsi, accadeva di ricordare e di pensare, ed era meglio non farlo.’

‘Distruggere l’uomo è difficile, quasi quanto crearlo: non è stato agevole, non è stato breve, ma ci siete riusciti, tedeschi. Eccoci docili sotto i vostri sguardi: da parte nostra nulla più avete a temere: non atti di rivolta, non parole di sfida, neppure uno sguardo giudice.’

.

‘E infine, si sa che sono qui di passaggio, e fra qualche settimana non ne rimarrà che un pugno di cenere in qualche campo non lontano, e su un registro un numero di matricola spuntato. Benché inglobati e trascinati senza requie dalla folla innumerevole dei loro consimili, essi soffrono e si trascinano in una opaca intima solitudine, e in solitudine muoiono o scompaiono, senza lasciar traccia nella memoria di nessuno.’

 

'Guai a sognare: il momento di coscienza che accompagna il risveglio è la sofferenza più acuta. Ma non ci capita sovente, e non sono lunghi sogni: noi non siamo che bestie stanche.’

.

‘Il sopravvivere senza aver rinunciato a nulla del proprio mondo morale, a meno di potenti e diretti interventi della fortuna, non è stato concesso che a pochissimi individui superiori, della stoffa dei martiri e dei santi.’

 

‘In questo Ka-Be, parentesi di relativa pace, abbiamo imparato che la nostra personalità è fragile, è molto più in pericolo che non la nostra vita; e i savi antichi, invece di ammonirci «ricordati che devi morire», meglio avrebbero fatto a ricordarci questo maggior pericolo che ci minaccia.’

 

‘Tutti scoprono, più o meno presto nella loro vita, che la felicità perfetta non è realizzabile, ma pochi si soffermano invece sulla considerazione opposta: che tale è anche una infelicità perfetta. I momenti che si oppongono alla realizzazione di entrambi i stati-limite sono della stessa natura: conseguono dalla nostra condizione umana, che è nemica di ogni infinito. Vi si oppone la nostra sempre insufficiente conoscenza del futuro; e questo si chiama, in un caso, speranza, e nell’altro, incertezza del domani.’


 
 
 
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