Vita da pendolare

Post n°452 pubblicato il 29 Novembre 2017 da Hanahr

Ormai faccio vita da pendolare da almeno 17 anni.
Nell'ultimo anno sono diventata Pendolare con la P maiuscola e prendo il treno tutti i giorni per fare la strada tra casa e lavoro.
Entro ed esco dalla stazione centrale di Bologna due volte al giorno, la mattina e la sera.
I primi tempi affrontavo questa fase, dell'arrivare in stazione, prendere il treno, scendere alla fermata giusta e così via, con una certa ansia. L'abbonamento bello stretto in una mano pronto per essere esibito.
Ora è diventata una routine e non faccio molto caso a quello che faccio, poiché si è trasformato in qualcosa di automatico.
Ci sono delle volte in cui però mi guardo intorno, e in un certo senso vivo a rallentatore. Soprattutto quando varco le porte della stazione centrale.
Se non vado troppo di fretta, ho qualche secondo per guardarmi intorno.
Ovviamente ci sono pendolari come me, quelli che fanno le stesse tratte tutti i giorni, ma ci sono soprattutto quelli che prendono il treno in maniera occasionale o per un motivo particolare: un viaggio di lavoro, un viaggio di piacere, per alcuni un ritorno a casa, o un distaccamento, per altri un momento felice, o triste.
Nelle stazioni c'è sempre un che di irrevocabile e temporaneo allo stesso tempo, una sorta di attesa per un ritorno o per una partenza, anche se sai che da lì a poco tornerai a casa o andrai in ufficio.
La fauna che occupa le stazioni è molto varia: turisti di varie etnie, uomini d'affari, studenti universitari, scolaresche in gita, persone anziane, mamme con bambini, operatori del settore.
Ogni giorno il soffitto dell'atrio ospita migliaia di storie diverse, di entrate ed uscite, di sorrisi, di pianti, di discussioni animate al telefono, di disperazione.
Ci sono persone che accattonano, altre che bivaccano, altre che spacciano, altre che rubano o molestano. Ci sono individui che riemergono solo di sera e non hanno certo un bell'aspetto, altre che si costruiscono dei giacigli tra le arcate.
La differenza con chi prende l'autobus per spostarsi è piccola eppure enorme, come enorme è la mole di informazioni che un osservatore deve elaborare.
C'è un momento, tra quando si emerge dal sottopasso a quando si esce sul piazzale, in cui mi capita di prendere un respiro e trattenerlo.
In un certo senso è come nascere ogni mattina, lasciando indietro la me stessa di casa per vestire i panni della me stessa lavorativa. E' un attimo infinitesimale, spesso non me ne accorgo, ma nei brevi passi che mi dividono dalla fermata del bus più vicina, cambio me stessa.
Forse è il mio modo di raccogliere le energie, prima di affrontare un'altra lunga giornata, con un altro viaggio in treno prima di rientrare.
A volte mi pesa.
A volte corro senza sapere se lo prenderò, o se dovrò aspettare il successivo.
A volte i ritardi e le cancellazioni rendono insopportabile quel breve tragitto di 25 km.
A volte sono esausta alla sola idea di salire e scendere le rampe che portano al binario, esausta di superare quelle arcate, di fare la strada fino al mio ufficio.
Esausta di tornare a casa e avere a mala pena il tempo per mangiare prima di andare a letto.
Ma alla stazione questo non importa, perché di storie come la mia ce ne sono a centinaia.

 
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