Un blog creato da molinaro il 04/06/2007

Carlo Molinaro

Pensieri sparsi, poesie e qualsiasi cosa

 
 
 
 
 
 

ONE MAN TELENOVELA

Attenzione! Chi volesse vedere le puntate della mia ONE MAN TELENOVELA, tutte in bell'ordine, una per una, in fila, può cliccare qui sulla giocalista di YouTube. Se poi qualcuno ritenesse che tanto lavoro merita un compenso, come gli artisti di strada quando fanno passare il cappello, può mettere le banconote in una busta e mandarmele: via Pinelli 34, 10144 Torino. Grazie!

 
 
 
 
 
 
 

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Le due signore

Post n°1244 pubblicato il 29 Settembre 2014 da molinaro
Foto di molinaro

LE DUE SIGNORE

Poi arriva lei
e ti fa rinunciare a tutto: lei,
si capisce benissimo di chi parlo:
la signora vestita di nulla,
la pallida signora. Nelle lingue neolatine
la morte è femmina; è maschio in tedesco,
in inglese non ha genere: chissà
se questo vuol dir qualcosa. Forse no.

Arriva lei, la morte,
e ti fa rinunciare a tutto: ma
la cosa strana è che anche l'altra,
l'altra femmina, la vita (pure lei
femmina nelle neolatine; neutro in tedesco,
senza genere in inglese) man mano
ti fa rinunciare a una cosa per volta:
ti fa annerire una casella
perché ne brilli meglio un'altra, e così via.

Praticamente nasci che sei
un mosaico tutto bianco, lucente.
Poi per vivere annerisci
tessere dopo tessere, facendo
o credendo di fare
quasi un tuo proprio disegno personale.
Infine muori ed ecco, è tutto nero.

E questo strambo gioco un qualche senso
lo deve pure avere.

 
 
 

Il gelato alla cipolla di Leinì

Post n°1243 pubblicato il 22 Settembre 2014 da molinaro
Foto di molinaro

IL GELATO ALLA CIPOLLA DI LEINÌ

L'uomo un poco brizzolato prende il 46 al capolinea, a Porta Susa, per andare a Leinì, all'altro capolinea. Si siede nella parte dietro, dove ci sono i sedili affiancati, uno attaccato al finestrino e l'altro più in qua. Si mette in quello più in qua perché rasente il finestrino scende aria condizionata troppo gelida. Il bus è quasi vuoto. Sale una ragazza e vuole sedersi proprio nel posto attaccato al finestrino, accanto a lui. Chiede permesso, lui si appiattisce, lei lo scavalca e si siede. Strano, perché ci sono altri posti liberi, anche attaccati ai finestrini. Lei è alta, solida, ricciolina, biondina. Si siede e comincia manovre per sistemarsi, aderendo a lui con le braccia, chiede scusa: «forse ce l'ho quasi fatta», dice. Infine è seduta e ha sulle ginocchia un grande blocco da disegno, formato si direbbe A2, che ci sta a malapena. Sulla copertina c'è scritto a caratteri cubitali il nome e cognome, Martina D..., poi la classe, 2 G, poi «Disegno geometrico» e «anno scolastico 2014-2015». Classe seconda G, dunque una quindicenne. Le avrebbe dato qualche anno in più, ma lui con le età ci azzecca poco. Le dice, quasi a scusarsi di essersi fatto scavalcare: «mi sono messo di qua perché lì c'è troppa aria condizionata» e lei gli risponde «a me piace, fa un caldo», ma c'è da precisare che lei ha un giubbotto che sembra pesante e lui è in maglietta. Poi lei ha i pantaloni aderenti, i fusò, e le unghie laccate in parte di nero e in parte di rosso: di rosso il pollice e l'anulare, di nero le rimanenti tre dita. Profuma un po' di un profumo fruttato e un po' di sudore, una buona combinazione.

E niente, non è che si faccia conversazione fra loro, il bus va, il viaggio per lui è lungo, lei chissà dove scenderà. Non fanno nulla né lei né lui, cosa che potrebbe essere normale, ma in un'epoca di telefonini e apparecchi vari onnipresenti forse è strana. Niente, viaggiano, guardano di qua e di là. Poi lei estrae un taccuino e scrive qualcosa con una matita, lui ha la sensazione che gli guardi le mani. La vicinanza di lei gli piace ma nonostante questo, ovvero invece proprio per questo, l'uomo comincia a sentire un leggero disagio, che si moltiplica in un disagio del disagio: perché mai gli tocca provare disagio, in questa bella giornata, in questo viaggio verso Leinì, accanto a una ragazza graziosa e profumata?

Superano la periferia, sono quasi in campagna, arrivano alla Falchera. Magari è una ragazza della Falchera, adesso gli chiederà permesso e scenderà. No, prosegue oltre.

Vedi, Martina, è che sto invecchiando davvero, ma non ce la faccio a essere vecchio come si deve. Tu sei qui attaccata a me, seduta alla mia sinistra, e io non vedo in te una figlia, che poi sarebbe ormai quasi più appropriato nipote, perché tu sei in una classe seconda G e dunque hai, vediamo, sedici anni meno di mia figlia e solo cinque più della figlia di mia figlia. Eppure se io adesso ti parlassi ti parlerei come a una mia compagna di scuola, e i pensieri che mi ispiri sono di gioco, sai, quelle solite cose, camminare sotto i portici o al parco, poi tenersi per mano, ridere, volersi baciare. D'impulso - ma non lo farò, essendo dotato di un sia pur minimo senso di responsabilità e del ridicolo - ti cercherei su Facebook e forse ti troverei, che mi metti sotto il naso nome, cognome, scuola, e ti riconoscerei in foto.  Il tuo braccio contro il mio braccio mi dà un moderato batticuore. Tutto questo è assurdo, o forse in natura poi non lo è, ma comunque insomma lo è. Quindi va bene che non stiamo parlando. Ma potresti scendere almeno a Mappano? È che siamo accanto da più di mezz'ora e non so più che cosa non dire.

No, lei non scende nemmeno a Mappano. Arrivano a Leinì. Finalmente, alla penultima fermata, chiede permesso e si alza, lo riscavalca, si prepara. In realtà la penultima fermata andrebbe bene anche per lui, per il posto in cui deve andare, ma non osa, gli dà disagio scendere nella sua scia. Prosegue fino alla successiva, il capolinea, e da lì si incammina verso la sua destinazione, la casa di una persona che deve incontrare per lavoro.

Benissimo, Martina. Non ci vedremo mai più. Mi viene in mente una poesia di Guido Catalano: se adesso scrivessi con il pennarello «grazie Martina che mi» e poi i controllori GTT mi fermassero, dopo il «mi» ci potrebbe stare: «hai fatto sentire un moderato batticuore con il tuo braccio contro il mio braccio». È stato bello, anche se l'ho vissuto con disagio. Chissà se ha senso questa congiunzione di bellezza e disagio. Forse c'è in me qualcosa di assolutamente sbagliato. Comunque tu sei molto carina.

L'uomo un poco brizzolato va dalla persona da cui deve andare, ci si ferma un'ora e mezza, disbrigano le faccende che devono disbrigare, poi lui esce e attraversa il paese per tornare alla fermata del 46 e riprenderlo verso Torino. Va con calma, passa piano nella piazza: quasi quasi mi prendo un gelato, c'è una gelateria che fa il gelato alla cipolla, «cipolla bionda di Leinì». Quasi quasi lo provo, che roba, un gelato alla cipolla.

Una ragazza, camminando in linea obliqua rispetto a lui, gli passa davanti. Va in gelateria, da sola. È Martina. Lo vede e lo guarda. Allora lui tira diritto, inquieto, quasi forse fuggendo. Il gelato alla cipolla lo assaggerà un'altra volta.

 
 
 

Quando si ama di meno

Post n°1242 pubblicato il 19 Settembre 2014 da molinaro
Foto di molinaro

QUANDO SI AMA DI MENO

Quando si ama di meno
non è perché l'altro abbia fatto cose terribili
- solitamente, almeno, non è per questo:
l'amore è testardo e talvolta un oltraggio
più che spegnerlo lo attizza.

Quando si ama di meno
è piuttosto per uno sbiadire delle cose:
per un lento impercettibile cambiare
di sé, non dell'altro: come quel libro
che ti aveva entusiasmato e dopo anni
lo rileggi e trovi che non è poi granché
- e non è il libro, ovviamente, che è cambiato:
è cambiato qualcosa di te.

Quando ci si accorge che si ama di meno
si sente un dolore dentro, più forte ancora
che quando ci si accorge
di essere amati di meno.

A me è successo davvero di rado: forse perché
sono un testone che si evolve poco
o fors'anche perché
mi sono innamorato di donne evergreen
più che di donne instant book.
Me le sarei tenute quasi tutte per sempre,
fosse stato possibile.

Resta il fatto che quando si ama di meno
così come quando si è amati di meno
così come quando fin dall'inizio non si ama
così come quando fin dall'inizio non si è amati
probabilmente c'è poco da fare.

Come una malattia o una calamità
puoi sperare, non decidere, che non venga.

 
 
 

Ventenne vigorosa con piercing al seno

Post n°1241 pubblicato il 09 Settembre 2014 da molinaro
Foto di molinaro

Una poesia tratta da "Entro incerti limiti" (Edizioni Joker, Novi Ligure, 2002), poi ripubblicata in "La parola rinvenuta" (Genesi Editrice, Torino, 2006): letta al concertino dal balconcino in via dei Mercanti 3 a Torino domenica 7 settembre 2014.

 

 
 
 

Recitativo contro i treni rapidi

Post n°1240 pubblicato il 06 Settembre 2014 da molinaro
Foto di molinaro

Una poesia pubblicata nel libro "Entro incerti limiti" (Edizioni Joker, Novi Ligure, 2002) e poi ripubblicata in "La parola rinvenuta" (Genesi Editrice, Torino, 2006). Letta a Torino alla Cavallerizza Reale occupata, durante lo spettacolo degli artisti del balconcino, nella notte fra il 5 e il 6 settembre 2014.

 

 
 
 

Quattro strofe di nove versi ciascuna

Post n°1239 pubblicato il 04 Settembre 2014 da molinaro
Foto di molinaro

QUATTRO STROFE DI NOVE VERSI CIASCUNA

«Fai attenzione che per lui
una persona vale l'altra» - dice
poco amichevolmente
di me parlando a un'altra
persona una persona.
Non è vero: ogni persona
mi è diversa: non ce n'è nessuna
- che abbia attraversato poco o molto
la mia vita - che io trovi uguale a un'altra.

Ma forse in parte ha ragione, se intende
che molte ragazze di gradevole odore
hanno potuto, possono, potrebbero
farsi nido sul cammino d'intemperie
del primo e primitivo desiderio
accogliendomi per minuti o per anni
dentro il loro balsamico riverbero:
e per questo io tutte
le ho amate, le amo, le amerei.

Ma forse in parte ha ragione, se intende
che molti, fra le donne e fra gli uomini,
con un sorriso di benevolenza,
con un poco d'ascolto, una mano
offerta senza condizioni o negoziati
hanno potuto, possono, potrebbero
calmarmi l'ansia della solitudine
e per questo io tutti
li ho amati, li amo, li amerei.

Ha in parte ragione, se intende
questo - e questo io credo che intenda
pur non essendo sicuro, non so.
È preziosa la profonda conoscenza
in cui c'immerge un tempo lungo insieme:
ma basta a certi miracoli - ed è raro, così raro! -
un combaciare non premeditato,
un impensabile fortunato cenno
improvvisamente, da chiunque. 

 
 
 

Il trucco

Post n°1238 pubblicato il 04 Settembre 2014 da molinaro
Foto di molinaro

IL TRUCCO

Da dove viene questa nostalgia
d'un luogo privo di distanze, eppure
aperto, infinitissimo? Da dove
quest'acuto rimpianto d'uno spazio
senza muri né limiti ma sempre
tenuto fra le braccia? Forse è un trucco
della natura, come agli animali
l'estro, l'odore: ci spinge a cercare
l'amore: l'impossibile ritorno
nel posto dove non siamo mai stati. 

 
 
 

Riassunto

Post n°1237 pubblicato il 27 Agosto 2014 da molinaro
Foto di molinaro

RIASSUNTO

t'ho vista brevemente
mi sono innamorato
e tu rapidamente
ti sei allontanata

inetto a rassegnarmi
ho illuminato intorno
alla tua buia assenza
un fantastico mondo

un grande mondo vano
dove la tua mancanza
è la sola presenza
a cui tendo la mano 

 
 
 

"Parabola" e "Passaggio a V."

Post n°1236 pubblicato il 25 Agosto 2014 da molinaro
Foto di molinaro

Due poesie di Carlo Molinaro, dal libro "La parola rinvenuta", lette al concerto dal balconcino, in via dei Mercanti 3 a Torino, il 24 agosto 2014. Il tema è l'essere stranieri pur vivendo nella terra in cui si è nati.

 

 
 
 

Cappuccino

Post n°1235 pubblicato il 19 Agosto 2014 da molinaro
Foto di molinaro

CAPPUCCINO

A me non piace affatto
il cappuccino.
Quella specie di caffelatte scarso,
stitico, schiumoso, troppo caldo,
talvolta mi è indifferente,
talvolta mi fa quasi
un po' schifo - dipende dai giorni.

Se avessi in casa
una macchina cappuccinatrice
non la userei mai.
Proprio non m'interessa, il cappuccino.

Però mi piace tanto, tantissimo
prendere un cappuccino.

Mi piace entrare nel bar
e guardare il barista o la barista
e dire
un cappuccino
o
un cappuccino per favore
o
buongiorno! un cappuccino
o
ciao! un cappuccino, grazie
o in altri modi ancora,
dipende qual è il bar,
dipende da come mi guarda il barista,
da quanto m'intimidisce o invece
mi dà confidenza,
da come m'ispira
simpatia o antipatia.

Poi, soprattutto se è un bar che non frequento,
ci può essere la domanda:
vuole del cacao?
o
vuoi del cacao?
o
ci metto un po' di cacao?
o
cacao?
o in altri modi ancora,
a cui la mia risposta, abbastanza fissa,
è
no grazie.

Poi ha inizio
la preparazione del cappuccino
durante la quale osservo il barista
o la barista
oppure vago con lo sguardo nel locale
osservando le cose e le persone.

A questo punto ci sono molte variabili,
tutte affascinanti,
che sarebbe lungo e noioso elencare,
ne dico solo alcune:
attaccare un breve discorso
con il barista o la barista
o
contemplare la scollatura della barista
o
ascoltare un discorso ad alta voce
di altri avventori
traendone spunti sociologici
o
eccetera eccetera eccetera.

A volte vado a fare pipì
e in certi casi, anzi, è proprio questa la causa
del cappuccino, benché di solito
se il movente è una minzione
io prenda un caffè,
non so perché,
se a spingermi dentro è la pipì
non prendo un cappuccino ma un caffè:
il bar-per-pipì è una storia diversa
dal bar-con-cappuccino.

Nel caso della pipì
c'è un'altra variabile importante:
il cesso del bar.
Ce ne sono di tutti i tipi,
alcuni meravigliosi,
come quello della caffetteria Sofia
in via Berthollet
che si sale un'impervia rischiosa scaletta
fino a uno strano deserto ammezzato
con vecchi oggetti e polvere e mistero.

Poi arriva il cappuccino
e c'è un'altra cosa
possibile importante: il disegno
che certi baristi riescono a fare
versando la schiuma:
a forma di foglia o di cuore
o d'altro ancora.

Poi c'è accostare il cappuccino alle labbra
e qui la discriminante è
che non sia troppo caldo, che non bruci.
Quando ero più giovane
a volte dicevo
un cappuccino tiepido!
ma poi mi sono stancato
di quella faticosa prolissa allocuzione
che alterava la purezza del rituale:
adesso lascio che scelga il barista
la temperatura.

Di solito, per fortuna, non brucia;
se brucia, soffio un poco, un poco aspetto,
lo bevo lentamente.

Poi c'è, appunto, bere il cappuccino.
Questa è la cosa che mi piace di meno
e che meno m'interessa:
un sapore vale l'altro, io non li distinguo,
anche perché, come dicevo,
non mi piace il cappuccino.

Poi c'è il pagamento,
da un euro a un euro e trenta,
a parte qualche promozione a ottanta centesimi
e qualche ladro a un euro e cinquanta.
Pago con le monete
o con la banconota, aspettando
il resto e lo scontrino.
Prima di entrare nel bar
ho verificato, sempre, se ho con me il denaro,
perché sicuro non lo sono mai.

Poi ci sono i saluti,
che sono un'altra variabile importante:
una barista nuova di via San Donato
mi saluta spesso in un modo che
mi mette di buon umore
anche per più di un minuto e non è male.

E questo è quanto, riassumendo molto.

Non mi piace il cappuccino,
trovo del tutto insensato quello schizzo
di pseudocaffelatte,
ma mi piace tanto, tanto, tantissimo
prendere un cappuccino:
le volte che lo faccio divento
per un momento
un poco felice.

 
 
 
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