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Creato da anchise.enzo il 30/01/2012

Mondo contadino

Civiltà contadina molisana

 

 

La burla

Post n°21 pubblicato il 13 Marzo 2012 da anchise.enzo

 

A Monacilioni è diffusa una leggenda sulla fondazione del paese. Secondo tale leggenda, gli abitanti di Catello, un villaggio la cui documentazione archeologica è ancora da scoprire, si sarebbero dispersi in seguito all’incendio provocato dagli abitanti di Toro per difendere le proprie donne, troppo desiderate dai catellesi. Una parte della popolazione di Catello si sarebbe fermata a Petra, la piccola comunità collocata sullo spuntone di una roccia, che avrebbe poi preso il nome di Pietracatella, ed una altra parte, accompagnata dal Monaco e dal leone, si sarebbe rifugiata su un cucuzzolo ricco di un’acqua fresca e preziosa ed avrebbe costituito il primo nucleo abitativo di Monacilioni.

Dal 1752 il piccolo borgo è sotto la protezione di S.Benedetta Martire le cui spoglie mortali sono molto venerate dai monacilionesi.  

E’ noto che in passato tra Toro e i paesi limitrofi , Campodipietra e San Giovanni in Galdo, vi fosse accesa rivalità, mentre con Monacilioni vi era buona amicizia, ma anche una viva goliardia che induceva i giovani a fare scherzi esagerati fino alla pazzia.  

Infatti, ancora oggi gli abitanti di Monacilioni vengono definiti pazzi.  

Si racconta che un monacilionese, che faceva di mestiere il fornaio, partecipò ad una festa che si teneva a Toro e pensò bene di rubare di nascosto gli ultimi colpi della batteria dei fuochi artificiali preparati per l’occasione, eliminando così il botto finale che siglava il valore della festa. Pensava di riservarli alla festa della amata Santa Benedetta a Monacilioni.  

Purtroppo, nel ritornare verso il suo paese venne a piovere e i colpi si bagnarono. Lo sprovveduto pensò di farli asciugare sistemandoli nel suo forno, il cui calore fece scoppiare le bombe e naturalmente anche il forno. Un vero matto che da burlone divenne burlato.

 

 

 
 
 

IL RITROVO SEGRETO

Post n°22 pubblicato il 13 Marzo 2012 da anchise.enzo

Una casa di appuntamenti sui generis (Toro che non c'è più)
Pubblichiamo volentieri un secondo racconto di Vincenzo Colledanchise, che è un po' la continuazione del primo dedicato al padre impegnato nella costruzione della Fondovalle del Tappino. Siamo sempre fermi a circa mezzo secolo fa: altro mondo e altri uomini, dicevamo in occasione del primo racconto, pubblicato quindici giorni addietro. Altre donne, aggiungiamo adesso.



Un bel gruppo di ragazze toresi di qualche decennio fa

Mio padre era il rifornitore e l’ingrassatore delle ruspe, quindi amico e confidente di quei bei giovani che manovravano i grossi mezzi meccanici con assoluta padronanza del mestiere, seppure le asperità dei nostri colli imponeva loro di effettuare complicate e ardite manovre per appianare il terreno lungo il tratturo, dove sarebbe passata la nuova strada.

Provenivano dalle Marche e la loro permanenza in terra molisana fu molto lunga. Qualcuno di loro chiese a mia madre, divenuta intanto la loro lavandaia, se poteva presentar loro qualche ragazza del paese.

Si era nei primi anni Sessanta e dare una risposta favorevole alla richiesta non era affatto agevole per l’innata, secolare diffidenza verso i forestieri. Quelle nostre ragazze timide e circospette erano ligie al detto ”Mariti e buoi dei paesi tuoi”.
Comunque la mamma non volle deludere quei forestieri e si industriò per servirli. Avevamo di fianco casa un fondaco buio e sconnesso dove riponevamo granaglie e frutta secca. La mamma pensò di utilizzare quel posto per gli incontri segreti serali. Tali erano gli appuntamenti per il divieto assoluto dei genitori delle ragazze di proferir parola con uomo alcuno, figuriamoci se forestiero poi.

Mamma contattava le ragazze e le smistava ad una ad una presso il fondaco, fin quando uno di loro, approfittando del buio del locale, facendosi alquanto audace e accelerando tutti i tempi, credette opportuno fare tutto in quella ghiotta occasione.

Fu questo il motivo per cui mamma, in seguito, accompagnò le ragazze nel fondaco, reggendo in mano una candela per non dar adito a quegli spiacevoli inconvenienti.

Una sera, non visto, mi intrufolai furtivamente nel fondaco e mi misi a rimirare quei volti illuminati dal lume di candela che dicevano di promettersi amore eterno. Ero stupefatto nell’udire frasi per me banali e che accendevano, invece, i volti di quelle ragazze. Mentre gli uomini, che io tanto ammiravo, con i quali avevo preso confidenza, accompagnandomi con loro sulle ruspe, nel fondaco mi parvero decisamente ridicoli con i volti stranamente tirati e le loro dolci frasi balbettanti, che parevano poesie mandate a memoria.

Fu allora che scoprii tutta la fragilità maschile quando ci si pone a dover esternare i propri sentimenti davanti ad una donna. Per quanto mamma origliasse, essendo al centro del fondaco con la sua candela, e badando a più di una coppia contemporaneamente, non riusciva ad indovinare quale esito avrebbe preso quel primo incontro d’amore. Era più agevole, davanti al camino, all’indomani, raccogliere tutte quelle confidenze direttamente dalle interessate, che puntualmente riferivano le loro prime impressioni sui loro rispettivi cavalieri. Il compito di mamma allora si faceva arduo e qualche volta antipatico, perché doveva riferire lei a quegli uomini sull’esito dell’incontro e sul parere favorevole o sfavorevole delle ragazze con le quali si erano intrattenute la sera prima.

Ricordo lo sgomento e la delusione di Guido, che era entrato nelle grazie di Antonietta, ma a nulla valsero le suppliche di costei al padre affinché le permettesse di amare quell’uomo. Alla delusione di Guido, seguì l’aspro rimprovero di quel severo genitore a mia madre, che era stata l’artefice del loro primo incontro.

Costui rivelò la “tresca”, così la definì, che avveniva nella nostra improvvisata casa di appuntamenti anche agli altri genitori e, solo per miracolo, non ne seguì il linciaggio di mia madre. Da parte delle altre mamme cominciò allora un lungo linciaggio verbale verso mia madre, rea di voler mandare le loro ragazze a vivere addirittura nelle lontane Marche.



 
 
 

Mio padre al cantiere della ditta Zaccherini

Post n°23 pubblicato il 13 Marzo 2012 da anchise.enzo

(Toro che non c'è piu)
Pubblichiamo volentieri un racconto di Vincenzo Colledanchise, corredato con un paio di foto, sui lavori di costruzione della Fondovalle Tappino. Siamo a circa mezzo secolo fa: altro mondo e altri uomini.

Eravamo alla fine degli anni cinquanta. Lungo il fiume Tappino si stava realizzando, con le risorse della Cassa del Mezzogiorno, la strada che ci avrebbe collegati celermente con la Puglia, sfruttando in gran parte l’area del tratturo, che proprio in quegli anni vedeva terminata, dopo secoli, la sua funzione di via delle greggi in transumanza tra l’Abruzzo e le Puglie.

Mio padre, come altre decine di uomini del paese, fu assunto dalla Ditta Zaccherini, che aveva avuto in appalto la costruzione dell’opera, consentendo di arrestare l’emorragia di uomini verso l’estero, per l’endemica emigrazione cui erano soggetti.

A causa delle precarie condizioni di salute, mio padre non venne assunto come semplice manovale, bensì come ingrassatore e rifornitore alle ruspe, di conseguenza egli si rapportava continuamente coi ruspisti che provenivano quasi tutti da San Benedetto del Tronto.

Avevo meno di dieci anni e potei godere anch’io della amicizia di quei simpatici giovanotti. Si lavorava pure la domenica fino a mezzogiorno, ed io avevo l’incarico di raggiungere mio padre col mulo, presso il cantiere a ridosso del fiume, con la vettura l’avrei riportato in paese per l’irta salita, fino alle Pagliarole , dove avremmo attinto il foraggio per gli altri animali domestici che avevamo nella stalla sotto casa.



Guido, il ruspista più simpatico, mi consentiva di salire sulla ruspa ed osservare la potenza della macchina che buttava via tutto, alberi, terra e manufatti. Fu proprio alla fine della via Vicenna che un giorno quella ruspa scovò sotto terra alcuni loculi in pietra al cui interno vi erano scheletri umani.

Quando il cantiere avanzò, allontanandosi dal paese, papà fu costretto a soggiornare insieme ai ruspisti presso la loro baracca, posta in un’area nella risacca del fiume. Una sera la baracca fu inondata dal fiume in piena e papà, impaurito, tornò precipitosamente a casa, servendosi dei lampi dei fulmini per riconoscere la direzione della strada che portava in paese. Dalla baracca salvò un rudimentale grammofono a manovella, che ci parve regalo opportuno per i nostri giochi, più che per sentire i dischi a 78 giri che rallegravano la mamma, grazie alle puntine che compravamo presso il tabaccaio.

Per poter continuare a lavorare, mio padre fu costretto a munirsi di una motocicletta leggera, un Galletto 50, col quale raggiungeva il cantiere, sempre più lontano.

Il cantiere era trafficato da grossi autocarri che trasportavano ghiaia, con la quale facevano la massicciata della strada. Inorridii, un giorno, nell'osservare un uomo su una motocicletta, completamente imbiancato, ricoperto letteralmente di polvere, della polvere che veniva sollevata dai grossi mezzi. Quando riconobbi che era mio padre, mi venne un groppo alla gola.



In seguito, quando il cantiere ebbe fine, con i miei fratelli, disintegrammo sia il motociclo che il grammofono per giocarci. Col primo fingevamo di ripararlo, imitando i meccanici, smontandone tutti i pezzi, col secondo lo usavamo come giostra, salendo sull’ampio portadischi, che facevamo girare con una semplice manovella.
Dell’amicizia con Guido, è rimasto il rimpianto di non poter essere cresimato da lui, come mi aveva promesso, ma ho la consolazione di sentirlo qualche volta a telefono.

 
 
 

LA GIORNATA DEL CONTADINO

Post n°24 pubblicato il 13 Marzo 2012 da anchise.enzo

La giornata del contadino torese di una volta
I bimbi delle Elementari di Toro visiteranno la mostra etnologica allestita da Vincenzo Colledanchise, sabato 16 maggio. Il tema proposto loro dalle maestre è quello di sapere come vivevano i nonni o i bisnonni. A beneficio dei piccoli visitatori e di tutti noi, Vincenzo racconta qui la sua personale esperienza di ragazzo cresciuto in una famiglia contadina del secolo scorso, fine Anni Cinquanta, inizi Anni Sessanta.



Bimbi vestiti a festa a dorso di un asinello


Alle sette, quando mi alzavo, i miei avevano già rassettato e governato gli animali, che erano nella sottostante stalla. Venivo aiutato nella sveglia dai nitriti di un mulo, che appena faceva la prima colazione di fieno, ormai sazio, esprimeva la sua gioia in quel modo. Avevamo anche il gallo che avrebbe dovuto svegliarmi ma, forse perché pigro, lo faceva molto dopo essermi già svegliato. Se non erano gli animali a svegliarmi, erano gli intensi odori provenienti dalla vicina cucina. Sotto la brace del camino cuoceva la pizza di granone o di farina (pizza mallevita) al cui fianco, sui treppiedi di ferro, a fuoco lento, arrostivano dei peperoni oppure pomodori e baccalà o “caciaove e cipollata”. Non era la colazione di noi ragazzi, era il pranzo che i miei avrebbero portato in campagna.

Molto prima, di solito alle cinque, la mamma aveva ottenuto la sua ennesima caciotta, che noi ragazzi ci divertivamo a contare sull’apposito trespolo di legno (appennacasce), appeso al soffitto, per essiccare il formaggio. Avendo le pecore e qualche capra, la mamma cagliava il latte per averne pezze di formaggio che vendevamo ai vicini.


Con pecore e capre al pascolo


La colazione, noi ragazzi la preparavamo col siero, ottenuto dalla cagliatura e con la “posa” del caffè, donatoci dalla zia benestante, in quanto pensionata di guerra. Due sottoprodotti, due scarti, che uniti alle fette di pane abbrustolito, rendevano comunque saporita la colazione.

Qualche volta che non ero preparato, per affrontare dignitosamente una nuova giornata scolastica, mi recavo coi miei in campagna. Grida e strilli irripetibili aprivano quel corteo di uomini e animali recalcitranti, di prima mattina, nel recarsi in campagna. Il lungo convoglio di muli, asini, giumente, al cui traino seguivano svogliatamente capre e pecore, con le funi legate ai basti, e l’immancabile cane fedele, adempivano tutti insieme, puntuali, al solito rito mattutino: ripetere la loro rabbia o noia con nitriti, ragli e belati all’uscita della stalla e quello successivo, di depositare lungo la Via del Convento ogni tipo di feci, che era quasi di intralcio ai passanti, tanto che dopo le nove la strada assumeva altro colore.


Coppia di muli equipaggiati con i caratteristici sportoni (i spertune)
per il trasporto dei covoni di grano


La prima sosta obbligata era al muraglione, dove salivamo in sella alle vetture: noi maschi seduti a cavalcioni, le donne di fianco ( a causa delle gonne), badando a non farsi male agli attrezzi ed aratri issati al basto, e a non urtare la bisaccia con le provviste della giornata.

Capitava che altri convogli, simili al nostro, facessero la stessa strada e allora, lungo il tragitto, io ascoltavo in silenzio ciò che i grandi si dicevano donandosi reciproche confidenze, a volte cariche di pene per la loro vita dura nella esasperante quotidianità. L’avarizia della terra e l’implacabilità delle ricorrenti avversità atmosferiche, mettevano ogni giorno alla prova il loro coraggio e la loro religiosa tenacia.

Giunti in campagna, un fazzoletto di terra nel dirupo della Costa, si sistemavano gli animali: pecore e capre legate a qualche albero o arbusto per pascolare. Mentre alle vetture, munite dei collaretti a cui erano agganciati le funi col bilancino, si legava l’aratro.


Il contadino con l'aratro è Nicola Pietrantuono


Mentre mio padre lanciava irripetibili rimproveri alle povere bestie, perché non rispettavano la linearità del solco nel lungo e faticoso lavoro di aratura, dai poderi vicini, invece, arrivava sempre la melodia di un canto di donna che gioiosamente ci avvinceva, raccontando nenie di amori e tradimenti.

Non mi annoiavo. la caccia ai nidi di uccelli sugli alberi e la pesca nel vicino torrente erano i miei passatempi preferiti. Altre volte, sotto il capanno di foglie di granoturco, mi divertivo a fare statuine con l'abbondante creta a disposizione. Oppure allineavo tantissime pietre, dalle più piccole alle più grandi, lungo un viottolo e mi improvvisavo “fuochista” lanciando in cielo, con inaudita violenza quelle pietre , imitando nel gioco, gli amati fuochi pirotecnici.

A mezzogiorno, alla voce santa della campana, il lavoro cessava e portandoci sotto la grande quercia, consumavamo quel frugale pranzo, che aveva preparato al mattino la mamma, racchiuso nella “mappina” ancora fumante.


Un sorso alla fiasca per dissetarsi


Mi recavo a prendere la fiasca di vino, tenuta nel fresco del pozzo, e quel vinello rosso era veramente conforto e ristoro alla grande fatica, lo indovinavo dal largo sorriso soddisfatto di mio padre. Seguiva puntuale un breve riposo sotto la folta e ombrosa quercia, che era più o meno lungo, a secondo della fatica sopportata. La mamma, mentre consumava il parco e frugale pasto, osservava compiaciuta il lavoro del marito; tanta terra arata, ora scura e dalle zolle a cresta lucenti.

Si proseguiva il lavoro fino all’imbrunire, mentre la mamma prima di rifare il percorso per il paese, provvedeva ad estirpare le erbacce dall’orto e cogliere alcuni ortaggi che usavamo per la cena a casa.


Donne con minelle in testa e ciuccio con le bigonce (piunzi) con i loro carichi d'uva


Lungo la “viarella” di ritorno a casa, si riformava la stessa processione del mattino: asini, muli, pecore, cani e contadini stanchi. Qualche vecchia, approfittava del lungo il percorso per sferragliare con i tipici ferri l’ennesima calza di lana per i nipoti; qualche altra pregava.

A sera, il riposo e la sosta davanti al camino erano più pretesto per raccontarsi che per scaldarsi davanti ai ciocchi fumanti. Il riposo a letto era veramente dono meritato.

 
 
 

Ottobre 1943, due donne toresi uccise dai cannoni alleati

Post n°25 pubblicato il 13 Marzo 2012 da anchise.enzo

Un mese fa è morto a Ferrazzano il nostro concittadino Nicola Marcucci. Un'esistenza la sua, segnata da un gravissimo lutto: aveva appena sei o sette anni, nell'ottobre 1943, quando la sorella Maria di nove anni e la madre Teresa Grosso furono ammazzate da una cannonata degli alleati, sparata contro le truppe tedesce che stazionavano a Toro.
Questo il racconto di quel tragico evento, nelle parole di Nicola, raccolte da Vincenzo Colledanchise.





Le truppe tedesche arrivarono a Toro a metà ottobre del '43, posizionandosi intorno al convento. Per questo motivo le truppe alleate, dal versante di Ielsi, miravano contro i nemici, ma a causa della mira imprecisa colpivano solo innocui obbiettivi.

Nel sentire i boati del cannoneggiamento, che devastavano la campagna del Grottone, Teresa si mise a richiamare angosciata i suoi figli maschi, Nicola e il fratello, credendoli lì vicino a giocare. Teresa continuava a richiamarli a squarciagola dalla finestra impaurita per non averli visti rientrare dopo il gran boato. Con lei c'erano due figlie femmine: Maria, in quei giorni malata, si scaldava presso il camino mentre Giuseppina era intenta a rassettare la camera.

Le grida disperate di Teresa furono improvvisamente interrotte da una bomba che colpì la casa del Grottone.

La bomba aveva centrato una parete della casa squarciandola facilmente, perché nel punto colpito passava il camino. La breccia procurata dalla bomba era stata fatale per Maria perchè fu colpita mortalmente dai mattoni del camino divenuti micidiali proiettili. Per Maria, di nove anni, la morte fu immediata, mentre sua madre era stata colpita da una scheggia di pietra diveltasi dalla mensola della finestra, che la colpì alla testa.

La casa colpita dalla bomba fu subito raggiunta dai carabinieri e transennata, per impedire a chiunque di penetrarvi. Solo il medico, Don Nicolino fu ammesso a varcare quell’uscio per soccorrere le donne colpite. Ma don Nicolino ne uscì quasi subito per aver notato che per Maria e sua madre non c'era più niente da fare. Giuseppina, invece, non correva nessun pericolo perché raggiunta da una piccola scheggia che l’aveva solo ferita. Insieme ai suoi fratelli fu condotta in casa dei nonni, mentre qualcuno provvide a richiamare il marito di Teresa dai campi dove era intento a lavorare.

Il pover’uomo, giunto esausto e disperato in paese, avrebbe voluto abbracciare i corpi di Teresa e della figlia ma non gli fu possibile. Tentò di farlo risalendo dall’orto, ma anche quell’entrata posteriore era stata sbarrata.

Quando finalmente potè entrare in casa, l’uomo pianse tutte le sue lacrime presso la moglie e la figlia morte dissanguate a causa dell’unica bomba che colpì mortalmente il paese durante l'ultima guerra.

 
 
 

IL TRATTURO CASTEL DI SANGRO-LUCERA

Post n°26 pubblicato il 13 Marzo 2012 da anchise.enzo

Il Tratturo tra il vecchio Ponte di Toro e Sotto la Vecchia
 Certi di far cosa gradita pubblichiamo l'intervento che Vincenzo Colledanchise ha tenuto nel corso della Festa sul Tratturo di domenica 11 maggio 2008. Complimentandoci ancora una volta con l'Amministrazione Comunale che ha organizzato la manifestazione, ringraziamo per la disponibilità e la competenza Vincenzo che unitamente al prof. Nicola Prozzo ha intrattenuto brillantemente i numerosissimi partecipanti.

Foto Internet


Nel dopoguerra allorché si progettavano nuove vie di comunicazioni per togliere il nostro Molise dall’atavico isolamento, fu affidata alla Ditta Zaccherini da San Benedetto del Tronto, per opera della Cassa del Mezzogiorno, l’incarico di costruire una via più veloce, in alternativa alla tortuosa statale 17, per collegare il Molise con la Puglia.

(In verità si era progettata, già da molto tempo, una rete ferroviaria Foggia- Molise- Roma, che sarebbe passata lungo la fondovalle, ma essa non ha trovato mai realizzazione, pur continuandosi ancora oggi a parlare di tale progetto.)

Nel 1958, la Ditta Zaccherini, assoldando moltissimi toresi, mio padre compreso, diede inizio ai lavori.

Io stesso da bambino, potei salire su una potente ruspa per divertirmi insieme al ruspista marchigiano, nel divellere vecchie tombe in pietra site al Bivio di Toro, sul Tratturo. Fu quello , forse, il primo scempio che si operava sul nostro tratturo.

In concomitanza con la costruzione della Fondovalle del Tappino cessava l’antica transumanza sul tratturo, quindi fu ovvio e naturale sfruttare proprio l’area tratturale per costruirvi la strada, senza dover espropriare molti terreni privati. E lo scempio si completò.

Infatti, purtroppo, la Fondovalle in gran parte corre proprio lungo il tratturo , ciò che non è avvenuto fortunatamente nel primo tratto sito a monte: da Castel di Sangro a Santo Stefano rimasto quasi integro.

In seguito usurpazioni e degrado hanno portato il tratturo Toro ad essere irriconoscibile.

"Reintegra Capolelatro" 1651, Tratturo in Agro di Toro 1, Archivio ToroWeb


Quindi, l’ iniziativa promossa dal Comune di Toro, unitamente a Legambiente, tendente a recuperare il senso di appartenenza al proprio territorio, mediante la valorizzazione dell’antico Tratturo e di tutta l’area che si porta dal vecchio Ponte di Toro fino alla contrada Sotto la Vecchia , vuole sensibilizzare tutti i cittadini alla tutela dell’ambiente, eliminando ogni fonte di inquinamento, per favorire eventuali progetti di sviluppo turistico intorno a luoghi cari alla memoria storica locale.

Ma cosa sono i tratturi?

I tratturi hanno avuto varie definizioni - la più significativa che ho trovato è quella data nel decreto del Ministero dell'Ambiente del 1976, che li definisce beni di rilevanza archeologica, politica, sociale, religiosa, militare del Molise.

I tratturi sono quindi un monumento dove c'è tutto sui quali sono transitate non solo le greggi, ma anche e soprattutto uomini, ognuno con il proprio bagaglio di esperienze: Crociati, soldati, imperatori, mercanti, medici, architetti, pastori.

E fu proprio sulla confluenza delle reti tratturali che sorsero molti centri molisani .

Il motivo originale della nascita di questo sistema fu quello di assicurare alle mandrie, con il trasferimento, la possibilità di pascolare su dei terreni a diverse altitudini, a diverse distanze per l'intero periodo dell'anno.
All'epoca non c'erano frigoriferi , non c'erano mangimi, non c'era la possibilità di conservare.
L'erba era quella che madre natura dava, le pecore d'estate la consumavano in montagna e d'inverno se la dovevano andare a cercare in Puglia.

Oggi ci sono le società di trasporto con i TIR che, in maniera veloce, trasportano le greggi dall’Abruzzo alle Puglie e viceversa.

Dei tratturi, nel Molise, degli oltre 400 km originali ne rimangono circa 200 km, mentre in Abruzzo e in Puglia sono quasi del tutto scomparsi.

E’ indubbia l’ importanza che ha avuto il tratturo per la comunità torese, fino al recente passato, per il fenomeno ad esso legato della transumanza, che vedeva passare due volte l’anno numerose greggi guidate dai pastori abbruzzesi per consentire alle pecore di trovare sempre pascoli verdi: una volta a scendere in autunno verso la piana pugliese ed una volta a salire in primavera sui monti abruzzesi, intrecciando con la nostra comunità non solo scambi commerciali, ma anche rapporti di vera amicizia.

Dall’Abruzzo alla Puglia la transumanza veniva svolta attraverso vari tratturi , tratturelli e bracci sui quali vi erano sempre molte attività, vi si effettuavano fiere, scambi commerciali e servizi di accoglienza e di trattenimento.

La transumanza è stata per secoli un fenomeno non solo economico e pastorale, ma anche politico, sociale e culturale, che ha segnato in modo indelebile le regioni interessate. Lungo i tragitti sorgevano poste, masserie, mungituri, taverne e chiese rupestri.

Proprio da una antica stampa del 1650 facente parte dell’ Atlante della reintegra del Capecelatro, è possibile notare che lungo il tratturo torese, della larghezza canonica di 111 metri, ( in passato si misurava con 60 passi napoletani) sorgevano varie taverne , mulini ad acqua e fontane .

"Reintegra Capolelatro" 1651, Tratturo in Agro di Toro 2, Archivio ToroWeb


Nell’ultima reintegra del 1881 nell’agro torese si contavano Km. 4,596 di tratturo i cui confini partivano da Femmina Morta di Campo de Pietra al Vallone della Defenza di Predicatello.

Il tratturo che attraversa l’agro di Toro, denominato il Castel di Sangro – Lucera per il relativo tratto che si effettua tra le due località abruzzese e pugliese, è lungo 127 chilometri.

Parte da Castel di Sangro attraversando le Comunità di Rionero Sannitico- Forli del Sannio- Pescolanciano- Duronia- Molise- Torella- Castropignano- Oratino- S. Stefano - Ripalimosani- Campodipietra- Toro- Pietracetella- Gambatesa- Tufara- San Bartolomeo in Galdo- Celenza – San Marco la Catolo - Volturara- Volturino- Motta Montecorvino - Alberona e Lucera. E a Lucera, attraverso il tratturo, ci si portava in passato anche per motivi giudiziari.

Lo si legge dal libro di Luigi A.Trotta (Della vita e delle opere di D. Trotta) che, “ prima che il nostro Molise divenisse Contado e non aveva tribunali propri per le cause eccedenti i poteri del Governatore delle Università bisognava andare alla Corte giudiziaria di Lucera”.

Ma tornando alla transumanza è da rilevare che i flussi della popolazione animale sul tratturo erano molto notevoli nel passato. Lo studioso Marcello De Martini ha stilato una tabella che annovera un passaggio massimo di 5.500.000 pecore nel 1604, di 1.200.000 nel 1840 e di soli 205.000 nel 1958 verso la fine del fenomeno transumante.

Gli addetti alle greggi erano di 8-10 per ogni 1.000 capi. Nel censimento del 1871, furono accertati circa 23 mila addetti alla pastorizia che utilizzavano i tratturi.

Costoro erano divisi in varie mansioni tra cui spicca al vertice della gerarchia il massaro, che era l’uomo di fiducia del proprietario delle pecore, spesso proprietario egli stesso . Seguivano i pastori, i cascieri ( addetti alla produzione del formaggio),i butteri, addetti alla custodia dei cavalli, asini, muli, che provvedevano al trasporto delle masserizie durante gli spostament e i carosatori, che provvedevano alla tosatura delle pecore.

Lungo tutto il Tratturo erano presenti molti termini che servivano a fissarne i confini, lunghe pietre lavorate e arrotondate in cima, su cui erano incise due iniziali: R e T. – “Regio Tratturo” e spostare volutamente un termine era punibile pesantemente. Nell’agro torese se ne conserva uno semisommerso dalla terra.

Termine del Regio Tratturo (R.T.) in agro di Toro, Foto Enzo Mascia 2008


Sia per il passaggio, che per il pascolo sul Tratturo, era obbligatorio pagare una tassa fissa allo stato. Col passare degli anni il Tratturo, sempre più in disuso, è stato spesso preso in affitto dai "frontisti" e adibito a terreno da coltivare o anche solo a pascolo e non si escludono casi d'appropriazione illecita da parte di privati cittadini.

La nostra Comunità, attraverso il tratturo ha potuto beneficiare di continui scambi commerciali e culturali ma, proprio per le ingenti attività che vi si svolgevano, specialmente in contrada Sotto La Vecchia, vi erano spesso appostate masnade di briganti dedite al furto. IL tratturo, essendo via di commerci, rappresentava occasione propizia per i malintenzionati per derubare quanti lo attraversavano.

Specialmente dopo l’unità d’Italia, con il diffondersi del fenomeno del brigantaggio, molti furti e delitti accadevano lungo tale cammino.

Maggiorenti toresi in gita Sotto la Vecchia, Inizio Novecento, Archivio ToroWeb


Il tratturo era utilizzato anche dai pellegrini per raggiungere i santuari pugliesi e come la transumanza era un cammino a piedi in un percorso di fede.

I pellegrini toresi partivano all'alba, dalla masseria Beniamino, ai piedi del paese, con una gran croce, seguita dal Priore, che guidava i pellegrini con canti di litanie corali, e con un carro carico di viveri e bevande si avviavano verso il lungo e duro cammino per raggiungere rispettivamente: il santuario dell’Incoronata di Foggia, la grotta di San Michele sul Gargano e infine arrivavano alla basilica di san Nicola di Bari.

Da ogni paese molisano partivano carovane di devoti sfruttando la via del tratturo inginocchiandosi devotamente presso le croci viarie di avvio e presso quelle di sosta o transito.

Il Cardinale Orsini , durante la sua visita del 1709 nei paesi della sua vasta Diocesi di Benevento, che comprendeva pure Toro, si portò presso la chiesa di Santa Maria di “Campo Senarcuni” , vicino Campodipietra, per concedere una particolare indulgenza ai pastori che transitavano sul tratturo. Una lapide posta in chiesa ne attesta la consacrazione della chiesa e la relativa indulgenza ai pastori. Analoga indulgenza diede anche alla chiesa della Madonna della Neve presso Ripalimosani.

Dall’Atlante del Capecelatro, è possibile enumerare più cappelle, oratori e chiese che taverne lungo il Tratturo Castel di Sangro - Lucera. (19, di cui 4 ancora aperte al culto)

Qualche vecchio pastore asseriva che la transumanza rappresentava DOLORE E SPERANZA: dolore per le grandi privazioni per i lunghi mesi costretti a stare lontano dalla propria famiglia e speranza per i forti valori di fede nei quali erano legati i pastori.

Se lungo il tratturo avvenivano contatti e commerci con i pastori per una più fiorente economia locale, lo stesso fiume Tappino, che fiancheggia il tratturo, ha assolto un grande ruolo per la nostra comunità.

Intanto era possibile pescarvi. Per una dieta alquanto povera dei nostri avi consistente solo in cereali e legumi, il pesce, le rane e qualche anguilla del fiume supplivano ad arricchirla.

Lungo il fiume era possibile prelevare giunchi per ricoprire le sedie e rami di salice e arbusti vari per confezionare ceste .

Ma il fiume era anche utilizzato per il lavaggio del bucato.

Lavandaie (da notare le minelle, per il trasporto dei panni), Foto Trombetta (particolare), Archivio ToroWeb


Le donne, munite di ampia conca, posta sulla testa con la “spara” per sopportarne meglio il peso, si portavamo lunga la ripida discesa della Vicenna o Ripitella per raggiungere il fiume, nei soliti posti dove l’acqua scendeva lenta e dove le grandi “lisce” di pietra permettevano strofinare quei panni consunti dallo sporco. Era uno dei luoghi d’ incontro e di lavoro piu ’ frequentati.

In quell ’acqua fredda e pulita si portavano a lavare tutti i panni accumulati, a volte , per mesi. Al riparo da occhi indiscreti esse stesse si lavavano timide e circospette. A sera , con i panni piegati dopo averli fatti asciugare sui rovi, posti in cesti portati sulle testa, inebriate dal profumo profondo di acqua e sapone da essi emanato, prendevano la strada del ritorno stanche ma felici.

Dopo anni di abbandono, di usurpazione indebita, di stravolgimento ambientale , si pone l’urgenza di favorire tutte le azioni di valorizzazione, promozione e tutela del patrimonio tratturale , in considerazione che tale patrimonio potrebbe divenire utile risorsa economica, nell’ambito di un disegno di sviluppo moderno, che potrebbe vedere in futuro tale sito sotto la tutela dell’UNESCO per poter essere meglio fruito quale diretto congiungimento tra il Parco Nazionale d'Abruzzo e il Parco Nazionale del Gargano, attraversando il costituendo Parco del Matese.

Per le sue caratteristiche di naturalità il tratturo potrebbe essere sfruttato come percorso religioso alternativo in quanto antica via micaelica, alla stessa stregua del Cammino di Santiago o della stessa via Francigena, sfruttando forme moderne di turismo alternativo , che, nel semplice cammino a piedi, o a cavallo, mediante associazioni ippiche, si porta a scoprire antichi sentieri ecologici di selvaggia e struggente bellezza cavalcando la nostra storia.

Perciò si può ribadire con LEGAMBIENTE che “il futuro abita i nostri borghi” non per un semplice richiamo alle indiscutibili bellezze paesaggistiche o ai valori che essi esprimono o, per rifugiarsi nostalgicamente nel passato, ma per rileggere con occhi puntati al futuro il patrimonio culturale del nostro territorio.

 
 
 

San Valentino: alcune cartoline illustrate di cento anni fa

Post n°27 pubblicato il 13 Marzo 2012 da anchise.enzo

 Alla vigilia della festa degli innamorati, ci piace attingere da un mazzetto di cartoline d'amore, e pubblicare le più antiche di loro, che hanno giusto un secolo di vita. Sono state spedite nel 1908 da "Nina tua" di Campobasso al suo Domenico (...) che risiede momentaneamente a Benevento, poi a Campobasso, e infine nel paese di origine, Toro.

Come si potrà constatare, il sentimento eterno dell'amore cento anni fa si manifestava in maniera che oggi può anche apparire strana. Non sempre era possibile vedersi e incontrarsi, sia per la lontananza sia per il controllo costante dei genitori. E allora venivano in aiuto degli innamorati i biglietti, le lettere, le cartoline d'amore. I gusti dell'epoca sono rivelati dalla scelta delle immagini, e delle parole.


Tenera l'immagine. Innocente e conciso il messaggio: "Pensieri cari cari saluti. Nina tua". La cartolina è stata spedita da Campobasso per Benevento il 3 ottobre 1908.



Sbarazzina la giovane giardiniera, ma sempre severo il messaggio: "Cari pensieri e saluti. Nina". Cartolina spedita da Campobasso per Benevento. Data illeggibile ma 1908.



Severo il velo pseudo religioso, con la croce ricoperta di fiori, ma più smaliziato il messaggio che ripropone l'eterno motivo della mamma che vigila sulla figlia. " Era mio vivo desidero - confessa Nina a Domenico che all'epoca alloggiava a Campobasso, palazzo D'Onofrio - scriverti lettera ma oggi mi è stato impossibile avendo tenuto mamma sempre vicina. Quindi domani scriverò lunga lettera. Grazie della illustrata lettera, e vedo che il tuo pensiero è costantemente rivolto a me e questo mi rende calma felice. Saluti affettuosi alla cara zia. Un caro saluto. Nina tua". Campobasso per Campobasso, data illeggibile ma ancora 1908 o forse 1909.



L'amore trionfa, almeno stando all'immagine in cartolina, e al "Mincuccio mio caro", con cui esordisce l'innamorata, che per il resto non si abbandona a nessuna smanceria sentimentale e prosegue: "Ringraziandoti degli auguri sinceramente affettuosi, faccio voti che tu riesca vittorioso nella prova che tanto ti preoccupa [forse un esame scolastico, un concorso?]. Ti scriverò appena potrò. Saluti. affezioni, pensieri, memorie. Nina tua". La cartolina non è affrancata: probabilmente è stata consegnata a mano; reca la data 26 giugno 1909, ore 22/35.
Sono passati molti mesi ma come si vede la storia non cambia: i due innamorati sono ancora costretti ad affidare i loro palpiti ai messaggi, che hanno travalicato il secolo e sono arrivati fino a noi. Nel mazzetto di Nina e Mincuccio sono conservate altre cartoline datate 1910 e 1911, tutte spedite da Campobasso per Toro, il cui tenore non è molto diverso da quelle pubblicate, nonostante l'intervenuto fidanzamento ufficiale. Chissà che ne è stato del loro amore!

Nota bene. Le cartoline della sono state gentilmente messe a nostra disposizione da Vincenzo Colledanchise, che ringraziamo di cuore.

 
 
 

Finalmente l'acquedotto 1959-60

Post n°28 pubblicato il 13 Marzo 2012 da anchise.enzo

(Toro che non c'è più)
Cinquantanni fa arrivò l'acqua corrente nel nostro paese. Rievochiamo quei momenti di euforia in questi giorni in cui come ogni anno in estate puntuale si ripete la crisi idrica nel nostro Comune. E per ore, i nostri rubinetti restano a secco con grave disagio della popolazione. Probabilmente, quando cInquant'anni fa arrivò l'acqua corrente a Toro, si pensò di avere sconfitto una volta per tutte l'atavica sete che ha afflitto la nostra popolazione. E invece...



Alla fine degli anni 50, la Cassa del Mezzogiorno finanziò anche il nostro Comune per la costruzione dell’atteso acquedotto comunale.

Alla sommità dei colli dei paesi si costruirono i serbatoi di alimentazione, che si scorgevano da lontano per il caratteristico intonaco dal colore rosso pompeiano.

Ricordo l’euforia e la grande partecipazione di popolo per quell’evento epocale. Dal serbatoio, fino alla piazza del paese, dove fu collocata la fontana, furono interrati grossi tubi neri per il trasporto dell’acqua.

I lavori furono effettuati in economia, e per lo scavo furono allertati tutti gli uomini del paese. Il banditore Trapolino, avvertiva che ogni uomo, munito del proprio piccone o badile, avrebbe dovuto donare almeno due giorni di lavoro per l’imponente impresa. Tale fu il comando del sindaco.

Mai avevo visto tanti uomini assorti tutti insieme per un’ opera che avrebbe evitato, finalmente, di attingere acqua dai pozzi del paese, del resto carente e non buona. Si scavava a mano, e curioso era vedere la lunga fila indiana di lavoratori, che iniziava dal Colle di Dio per finire fino alle prime case del paese. Si effettuarono scavi profondi quanto l’altezza di un uomo e i tubi di ferro rivestiti di catrame, venivano congiunti mediante fusione di piombo, che avveniva sul posto, ad ogni innesto di tubo, cioè ogni cinque metri. Nella caldarella veniva fatto fondere, seduta stante, il piombo, poi, mediante rudimentale anima di creta, veniva colato il piombo liquido nei tubi da congiungere. Mentre per rompere il selciato duro di cemento nel centro abitato, furono impiegati i primi rumorosissimi martelli pneumatici, che impaurivano gli anziani.

Giunto il giorno dell’inaugurazione, e del relativo collaudo dell’acquedotto, che avvenne di sera, tutti i toresi si assieparono, a circolo, presso la fontana della piazza, per scorgerne il primo spruzzo d’acqua. C’era gran ressa: vi era chi, per prudenza, allontanava gli astanti, asserendo che la forte pressione dell’acqua li avrebbe scaraventati tutti a terra; chi diceva che la pressione avrebbe fatto scoppiare i tubi, mandando l’acqua in cielo; chi, invece, sosteneva che ci sarebbe stato prima un forte sibilo, per l’aria contenuta nei tubi, che voleva giusto e definitivo sfogo alla fontana; chi avvertiva che sarebbe uscito prima del fango e impurità dalla fontana, e poi finalmente acqua potabile.

Insomma, l’ansia davanti a quel semplice monumento di mattoni, dal quale fuoriuscivano tre cannelle, posto a ridosso del muretto della piazza, fu tanta, e tanta spasmodica l’attesa, che alla fine fu notato, con estrema delusione, solo un piccolo e insignificante rivolo d’acqua, tra qualche sussulto e fischio. Il quale rivolo, però, divenne gettito potente solo dopo ripetuti comandi alla relativa manopola, posta dietro alla fontana, che qualcuno aveva provvidenzialmente e prudentemente chiuso, temendo l’atteso e temuto gettito impetuoso, che si diceva, avrebbe potuto sommergere tutta quella gente lì assiepata.

Da quel giorno i barili e le tine vennero abbandonati. Ad attingere acqua fresca e potabile del Biferno, alla fontana della piazza, ci si andava con i primi secchi leggeri di plastica “Moplen”.

L’anno dopo fu costruita una fontana in piazza S. Mercurio e l’altra davanti alla cappella di S. Rocco.

Poi, man mano, alcuni benestanti si munirono di un proprio rubinetto in casa.
Negli anni seguenti, alcuni maneggioni napoletani vennero a reperire le tine di rame, in cambio di bambole o sedie sdraio, riempiendo camion interi di quegli preziosi utensili, ormai diventati inutili.

Una alla volta, erano diventate molte le case munite di un rubinetto in cucina che scaricava lungo le cunette delle vie del paese. Quando ci si accorse che lungo Viale San Francesco, in entrambi i lati della strada, vi era perenne acqua reflua maleodorante con tantissime mosche, il sindaco pro tempore fece caricare ai tuttofare del comune una carriola di tronchetti di legno che furono innestati come tappi nei tubi che fuoriuscivano sulla pubblica via. Con tale stratagemma si invertì il flusso dell’acqua reflua, che fu fatta scaricare nella direzione opposta, verso gli orti e la campagna, prima di essere incanalata dopo qualche anno nell’apposita fognatura realizzata dalla Ditta Fidotti.

 
 
 

Zia Maria che incantava il malocchio

Post n°29 pubblicato il 13 Marzo 2012 da anchise.enzo

 (Toro che non c'è più)
 Tema della testimonianza di questa settimana è il malocchio, ovvero diagnosi e cura di una malattia frequentissima un tempo e oggi certamente non scomparsa, ma ha cambiato pelle: parliamo della superstizione.



Da piccolo abitavo vicino alla casa di Zia Maria. Perennemente vestita di nero, scheletrica e alta, mi incuteva soggezione e paura. Nelle lunghe sere d’inverno mi raccontava favole e filastrocche. Storie di briganti, di fate, di orchi, di streghe, di lupi mannari, di “mazzamarille”, venivano narrate da lei a tutti i bambini del vicinato, forse con intenti pedagogici, per farci stare buoni perchè finiva sempre col minacciare “ altrimenti la strega prenderà anche a voi”.

Ad una curiosa concezione magico-superstiziosa si collegava tutto quel mondo di favole e di leggende di zia Maria, ma rari erano anche quei nonni e genitori che non usavano tali forme di suggestione .

Quando ci ammalavamo come primo rimedio i genitori ci mandavano da zia Maria. Allora le malattie nei bambini erano abbastanza numerose e frequenti, ed anche la più lieve indisposizione faceva stare in ansia l'intera famiglia.

Tutte le malattie erano imputate al "malocchio" e in funzione di questa diagnosi curate da zia Maria. Ci si poteva ammalare ed eventualmente morire di "malocchio" diceva lei.

Per combattere il "malocchio" bisognava "incantarlo" , diceva . Prendeva un piatto contenente dell’acqua, faceva la croce recitando, ogni volta che si toccava la parte superiore del piatto, la formula di rito. Dette le parole, lasciava cadere tre gocce d'olio nell'acqua del piatto; se quest'olio si scioglieva, Zia Maria era certa che si trattava di "invidia", altrimenti no. Allora si metteva a recitare salmi strani con toni minacciosi. Se il "malocchio" non scompariva neanche con questo "contramalocchio" Zia Maria diceva che doveva trattarsi di un "malocchio ferrato" ossia "malocchio" fatto fa una persona che aveva con sé un oggetto di ferro. Seguivano altri riti ancora più tenebrosi.

Io, durante quei riti magici, avevo paura, perché si nominavano insieme santi e streghe. Soprattutto ero convinto che la vera strega era lei: Zia Maria.

 
 
 

Una sorella per suocera

Post n°30 pubblicato il 13 Marzo 2012 da anchise.enzo

(ricordi di vita paesana)
Con l'appuntamento settimanale dei proverbi toresi, abbiamo tenuto un po' da parte i simpatici racconti del Figlio del Fornaio. Ora che il ciclo annuale dei proverbi è terminato, torniamo volentieri a pubblicare qualche suo aneddoto, ringraziandolo per la disponibilità, sicuri di interpretare anche i sentimenti degli amici di ToroWeb.




La casa dei Cardillo era veramente grande, tanto che furono indotti ad affittare la parte alta al Comune, che vi insediò il Municipio (almeno fino al 1920).

In famiglia predominavano i medici, ma vi erano anche colonnelli, sacerdoti e monsignori. Erano ligi agli studi ma non amavano il sacramento del matrimonio. Per le faccende domestiche avevano preso una donna di Jelsi, che, tra l´altro, era anche molto bella.

Dopo qualche anno di permanenza in casa Cardillo, la donna si ritrovò, suo malgrado, incinta. I padroni di casa non la ripudiarono, anzi attesero ansiosi la nascita di Antonio che prese il cognome della madre, D´Amico.

Quando tutti i Cardillo passarono a miglior vita, Antonio D'Amico visse spensieratamente con la rendita dei beni ereditati. Era un uomo buono. E da uomo buono morì: Accadde quasi davanti a casa sua, in Piazza S. Mercurio. Accorso per dirimere una lite tra un torese e un commerciante di Monacilioni, fu colpito da una pugnalata dal forestiero.

Lasciava orfano Francesco che divenne ben presto un buon falegname. Francesco si accasò ed ebbe cinque figli, tutti falegnami come lui. Ma un improvviso malore al cuore della consorte lo rese vedovo. Francesco allora si risposò con Antonia, mentre suo figlio primogenito sposava la sorella di Antonia, Fiorentina.

Uno alla volta anche gli altri figli si sposarono e lasciarono la casa paterna, dove rimasero solo Francesco e il primogenito Vincenzo, con le rispettive mogli. Da sorelle quali erano, era lecito aspettarsi che andassero d´accordo. Invece no. Anche a causa della forzata coabitazione, una volta diventate suocera e nuora, Antonia e Fiorentina si impegnarono a tal punto a rafforzare il luogo comune, che le obbligava a vivere in perenne contrasto, da diventare proverbiali.
Il figlio del fornaio

 
 
 

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