Creato da anchise.enzo il 30/01/2012

Mondo contadino

Civiltà contadina molisana

 

 

La meta di paglia

Post n°79 pubblicato il 17 Marzo 2012 da anchise.enzo

 
Una volta si utlizzavano le aie per battere e ventilare il grano della raccolta. Con la comparsa delle prime trebbie, si pose fine a quel lavoro infernale che richiedeva sudore e tempo infinito.



Con le macchine trebbiatrici, azionate tramite lunga cinghia di cuoio da un trattore, si otteneva senza molta fatica sia il grano sia il prezioso scarto, la paglia che veniva allontanata dalla macchina mediante il lavoro manuale di un addetto, munito di forca.

Un gruppo di contadini, che entrava in azione a trebbiatura finita, sistemava il gran mucchio di paglia informe innalzando a regola d'arte la meta, che era un vero e proprio capolavoro. Aveva la forma di un enorme parallelepido, di cui si curava la simmetria e soprattutto la sommità, pena l'inevitabile disfacimento.

C'era chi, per evitare che il vento portasse via la paglia, ci gettava sopra la paglia delle fave, e chi, invece, sistemava sulla superficie superiore un lungo filo di ferro a cui legava due sassi che pendevano da una parte e dall'altra. Poi le piogge autunnali pensavano a rassettare il tutto.

Il prelievo della paglia andava fatto sempre dalla parte che guardava a sud, al fine di non permettere alla bora di danneggiare con l'infiltrazione delle acque l'interno della meta.

La paglia era necessaria a tutti i contadini per le "lettiere" degli animali ricoverati nelle stalle. Di paglia si rifornivano quotidianamente anche i fornai per alimentare il fuoco dei due forni del paese.

Uno di essi era mio padre che, credendo di far vita migliore, aveva rilevato il forno di San Rocco. Però pagavano in pochi e solo col pane. Mio padre il 13 giugno 1950 fu graziato da San Antonio. Recatosi a prelevare la paglia, la meta franò e mio padre vi rimase sotto per più di un'ora. Pensava di soffocare, quando, gridando aiuto al Santo, improvvisamente fu libero.

Il giorno dopo si liberò anche del forno.


 
 
 

Gli andirivieni del monaco

Post n°80 pubblicato il 17 Marzo 2012 da anchise.enzo

Gli andirivieni del monaco
 Un vecchio e santo monaco soggiornò nel nostro convento per alcuni mesi negli anni Cinquanta. Era molto dotto e spesso interloquiva con sagge citazioni...

Ma aveva problemi di salute, tra gli altri, quello dell’incontinenza urinaria, di cui non aveva mai proferito parola con alcuno, nemmeno col padre guardiano, perché se ne vergognava.

Aveva bisogno di un orinale sempre pronto allo scopo, che egli teneva sotto al letto della sua cella, non riuscendo a stare neanche un quarto d’ora senza doversi liberare, specialmente nel tardo pomeriggio.

Una sera, durante la novena di Sant'Antonio, il guardiano, che doveva recarsi in un convento vicino, gli impose di sostituirlo nella liturgia dedicata al Santo. L’incontinente cercò di svignarsela con qualche scusa, ma l'ignaro superiore gli ricordò con un rimprovero i doveri dell’ubbidienza.

La novena prevedeva la recita delle giaculatorie e di alcuni salmi, il racconto di alcuni miracoli del grande taumaturgo e lunghe preghiere, intervallate da canti tradizionali in onore di Sant'Antonio. Insomma, la cerimonia durava oltre un’ora. Così, per rimediare al suo grave problema, al monaco non rimase che il provvidenziale utensile, che sistemò in un angolo nascosto della sacrestia, per non dare scandalo in chiesa.

Ai fedeli non sfuggì l'andirivieni del celebrante che, benché coadiuvato solennemente da quattro chierichetti, ogni tanto rientrava in sacrestia in tutta fretta e poi sereno, solo dopo un minuto, ritornava composto sull’ inginocchiatoio dell’altare.

Fra Giocondo, che se ne stava dietro al coro a seguire la novena, strimpellando qualche nota sull’armonium per accompagnare i canti dei fedeli, non seppe resistere alla tentazione di capire cosa stesse succedendo. Quale non fu la sua meraviglia, quando scoprì il confratello prelevare precipitosamente da dietro alcuni grossi vasi per i fiori il suo vaso da notte, tirarsi su i paramenti sacri, e liberarsi dell’abbondante piscia.

Vistosi scoperto, il pio e dotto officiante si giustificò con il curioso con queste parole:

“Fratello, come penitente, corro presso un confessionale per liberarmi dei miei opprimenti peccati. Come incontinente, non posso che correre presso un pisciaturo per liberarmi della mia opprimente urina. Il confessionale svuota sacramentalmente la mia anima, il pisciaturo svuota materialmente il mio corpo, ed entrambi provvidenzialmente mi fanno sentire più leggero”.

 
 
 

VIOLATE NEL CORPO E NELL’ANIMA

Post n°81 pubblicato il 20 Marzo 2012 da anchise.enzo

 

          L’ultima  guerra ha compiuto in Molise grossi ed irreversibili danni, sia per mano dei tedeschi occupanti sia degli Alleati liberatori, ma come tutte le pagine drammatiche della guerra, una è veramente difficile da archiviare, che va sotto il titolo di «danni collaterali».


 Isabella era una bella ragazza, aveva 18 anni, nel 1944.
Con il padre viveva i giorni della guerra  nella loro masseria in campagna dove avevano un orto rigogliosissimo, che donava ogni sorta di ortaggio, poche centinaia di metri dal mulino ad acqua, tra carpini ed ulivi.
Quella notte una quindicina di soldati negri del Corpo degli Alleati  passarono nei pressi del mulino.
Era una notte di luna… Bussarono alla porta.
Il padre di Isabella, controvoglia , andò ad aprire. Neanche il tempo di dire :- Che volete? .  Lo presero e lo legarono al tronco d'un olivo, tre o quattro metri dalla cisterna…
Ridevano. Urlavano. Gli tolsero i pantaloni. Isabella  uscì disperata:  Si mise a gridare con tutto il fiato: “Lasciatelo! Lasciatelo…aiuto !”

 

 Quando, dopo il misfatto, sopraggiunse Salvatore, suo fratello, che era andato a vendere gli ortaggi in paese, gli si presentò uno spettacolo aberrante.  Il vecchio padre riverso per terra, svenuto, seminudo e pieno di sangue, la sorella piangente, distrutta dal dolore e col vestito a brandelli sporco di fango e sangue. Faceva fatica a parlare e a ricordare. Ogni tanto nei suoi occhi brillavano le lacrime. Completamente scossa e tremante gli raccontò piangente al fratello: - Mi si sono buttati addosso, che non potevo muovermi. Belve erano. Si sono divertiti a rincorrermi, a strapparmi la veste di dosso… Due mi tenevano stesa sul pavimento… gli altri si davano il cambio……nel modo più brutale mi abusavano…che porci ! Gridavano. Minacciavano!
Mi ustionavano l'interno delle gambe con un ferro rovente.
Vicino alla cisterna papà era svenuto.
Hanno smesso quando ho cominciato a vomitare…che porci, che porci!

 Isabella per la grande vergogna , per potersi assicurare un avvenire dovette fare quel che facevano tutte le donne abusate durante la guerra: emigrare lontano. Quasi tutte le donne violentate durante la guerra, sia che fossero state “marocchinate” ad opera dei selvaggi marocchini, vero dramma delle giovani donne italiane in balìa delle truppe coloniali marocchine agli ordini del generale francese Juin, che nel corso della battaglia e dello sfondamento del fronte ebbero carta bianca. Ovvero diritto di saccheggio, di stupro e di uccisione della popolazione civile. Ma lo stesso si ebbe ad opera dei negri, giunti tanto attesi fra le fila delle truppe alleate americane, per essere liberati  finalmente dagli occupanti tedeschi.

Queste povere donne umiliate ed offese nel loro intimo  dovettero emigrare per poter recuperare  un brandello di speranza,  poiché i soldati stranieri avevano distrutto tutti i loro sogni e i compaesani le avevano, con le  loro chiacchiere morbose svuotate di ogni minima residua dignità di donne.     Eppure, gli occupanti tedeschi, pur feroci e spietati, non effettuarono mai violenza alcuna sulle donne.

Ma Isabella,  in America, pur incontrando un buon emigrato napoletano, non riuscì mai a donargli un figlio, come lei tante donne violate non riuscirono neanche a donare ai propri mariti i piaceri dell’alcova perché troppo devastante era il ricordo della violenza subita.

 

 

 

 
 
 

Lo scalpellino della madonna

Post n°82 pubblicato il 20 Marzo 2012 da anchise.enzo

  

 

Zio Michele si recava ogni sera alla cantina vicino casa per stare un po’ in compagnia, era rimasto vedovo da poco e sentiva la solitudine come macigno grosso da portare nel cuore. I figli erano emigrati e vivevano lontano dal suo paese.

 Lui, i macigni veri li aveva portati sulle spalle fin da giovane,  allorquando il padre  lo aveva avviato  ai duri lavori  nella  cava di pietre vicino al paese,  dove nel tempo era divenuto abile scalpellino.

Ma il peso delle pietre non lo affliggeva quanto il gran peso   nel cuore per l’ angoscia dovuta alla morte della moglie.

Lui aveva amato molto la sua Assuntina avendola conosciuta fin da ragazza quando ella portava puntualmente ogni mattina  l’acqua ai lavoratori  presso la cava,  con la sua lucente conca di rame.  Egli si era innamorato di lei per il suo portamento fiero e per l’eleganza con la quale portava la conca di rame in testa, capace di attraversare incolume l’irto sentiero, in bilico,  tra gli infidi sassi della   cava bruciata dal sole.

 Aveva vissuto  anni di matrimonio felice, allietato da due bei figli, ma soprattutto per aver goduto dalla bontà e generosità  della moglie, che, per  naturale riflesso del suo buon carattere, portava  stampato un contagioso sorriso sul viso, che dispensava generosamente a tutti. 

     Zio Michele non sopportando il peso della vedovanza se ne stava ormai quasi tutto il giorno in cantina dove beveva   vino con sfrenata avidità, affinché gli facesse dimenticare la sua solitudine.

       Una sera tornò a casa barcollando, avendo bevuto oltre il solito, non ce la fece a spogliarsi e ancora vestito si adagiò sul suo letto tramortito dalla sbornia.

         Quella notte gli venne in sogno Assuntina. Non fu  destato dalla sua visione quanto dal volto triste che ella mostrava e che in vita raramente aveva mostrato. Gli disse solo alcune parole, ma decisive: “ Non pensare a me ora che sono nella luce divina, mitigata solo dalla tua angoscia di saperti solo e triste. La Madonna ti vuole aiutare, ti esorta a  non consumare i tuoi giorni nella cantina ad ubriacarti, ed esige da te un atto di grande generosità. Si sta realizzando un grande santuario a lei dedicato a Castelpetroso , recati lì per donare la tua opera , la tua arte e il tuo cuore  e lei ti ricompenserà adeguatamente”.

 Destato e sbalordito da quell’inusuale messaggio della moglie Zio Michele subito si svegliò. Si segnò e biascicò confusamente qualche “ Ave Maria” indirizzato all’Addolorata di Castelpetroso .

 All’indomani non pensò che a quella  visione e a quelle confortanti parole della moglie.

 Si informò presso il suo parroco come avrebbe potuto raggiungere quel santuario e con Don Luigi formalizzò solennemente il suo voto.

    In seguito prese accordi col capo mastro del cantiere  e ivi si recò con la sua vecchia valigetta di cartone, in una splendente giornata di maggio del 1956. Zio Michele giunto presso l’area del santuario verificò che avevano effettivamente bisogno di un bravo scalpellino, perché i lavori andavano a rilento, e in seguito intuì che, nel contempo, avevano pure bisogno di un guardiano del cantiere, perché si erano verificati diversi furti. 

    Zio Michele pur di riconquistare serenità ed eseguire quel voto straordinario voluto dalla sua Assuntina fece l’una e l’altra cosa e ben presto entrò nel cuore di tutte le maestranze del cantiere. Non solo. Siccome il Cielo non si fa vincere in generosità, gli fu in seguito prospettata la possibilità di lasciare la vecchia baracca e di poter dimorare presso il contiguo orfanotrofio femminile gestito dalle suore sacramentine, operante al fianco del  costruendo santuario  neogotico. Passarono pochi anni e Zio Michele era divenuta la figura preminente del santuario: continuava a  scolpire le pietre; segnava sul registro del cantiere le forniture di cemento e ferro; suonava la campana all’arrivo dei pellegrini; nelle festività fungeva da sacrestano alle funzioni religiose che si tenevano presso un’ala completata del santuario, e soprattutto, nei ritagli di tempo, faceva da muratore e  taglialegna per l’orfanotrofio.

Tutti gli volevano un gran bene e lo circondavano di affetto e il vecchio era pago di gioia e letizia, non solo per aver assolto fedelmente al voto della moglie, ma soprattutto per aver speso i suoi ultimi anni in modo proficuo per il santuario, i pellegrini, le orfanelle e per l’adorata Madonna di Castelpetroso,  che aveva riempito completamente i suoi anni residui, dopo la scomparsa della moglie che,  grazie a quel suo messaggio lanciatogli in  sogno,  era divenuto  il pio scalpellino della madonna.   

  

 
 
 

Violenza inaudita

Post n°83 pubblicato il 20 Marzo 2012 da anchise.enzo

 

 

   

 Come furie selvagge perquisivano il paese  le armate tedesche, senza pietà per quella misera popolazione, che ormai non aveva più nulla da offrire all’avido rude occupante.

 Solo qualche anno prima una coppia di poveri contadini era riuscita ad acquistare un asino per poter trasportare la legna dal bosco fino al paese.

 Quando Antonio e Nicola erano finalmente giunti alla maggiore età, il padre aveva fatto  finalmente il grande sforzo di indebitarsi,  pur di acquistare per  il faticoso  lavoro dei figli  la necessaria vettura.

   Quando  gli affari sembravano andare bene e potevano  sperare  di mettere qualcosa da parte per estinguere il debito il destino riservò loro una sorpresa.

   Una  notte, anche per loro arrivò l’indesiderata visita  dei soldati tedeschi per requisire  il loro asino, un ruffiano, loro concorrente nel commercio della legna,  aveva indicato ai tedeschi il nascondiglio dell’animale.

   L’animale fu preso dai soldati e condotto in riva al fiume, dove,  in un ampio recinto i soldati tenevano sotto la scorta di due sentinelle  ogni sorta di animale : cavalli, muli, pecore, porci,  prelevati ai contadini per assicurarsi sia il   trasporto delle loro armi  e, inoltre,  godere del quotidiano rancio durante la precipitosa fuga verso il nord.

   I baldi fratelli, pur di non vedere piangere il loro anziano genitore per il grave furto subito, armati di  gran coraggio, sfidarono le sentinelle tedesche a guardia degli animali, si intrufolarono in piena notte nel recinto, riconobbero l’asino , sciolsero lentamente la briglia che teneva legato la loro bestia ad un palo  e, quando ormai pensavano di avercela fatta, una delle due sentinelle intimò improvvisamente l’alt col mitra spianato.

Vistosi scoperto, Antonio prese a fuggire, ma venne prontamente riacciuffato dalla  sentinella .

 Nicola che era rimasto nascosto dietro un cespuglio ad attendere Antonio, avendo  scorto improvvisamente il fratello in  grave difficoltà si era precipitato contro la sentinella spintonandola nel fiume.

 La sentinella cadde in acqua e cominciò ad annaspare, non sapendo nuotare gridò disperatamente aiuto, e subito Antonio, tuffatosi  in acqua lo riportò  a riva.

 Quando il salvato e il salvatore giunsero a riva, con viso beffardo l’altra sentinella finse riconoscenza  e prese a complimentarsi con il salvatore. Per gratitudine verso di lui decise che gli avrebbe ridato il suo asino, ma intanto bisognava festeggiare l’avvenuto salvataggio del compagno. Perciò lo pregò di procurare una buona bottiglia di rosso, che Antonio andò a prendere a casa.

   L’ingenuità di Antonio era stata grande quanto il suo buon cuore, quando raggiunse felice il fratello per festeggiare insieme ai tedeschi l’avvenuto salvataggio e il recupero della loro vettura, Nicola aveva  già completata l’opera ordinategli dalle guardie, avendo  dovuto scavare la fossa che li avrebbe visti,   dopo un solo colpo alla nuca, sepolti abbracciati, così come li trovava a letto la loro mamma ogni sera.

 Quella loro mamma, che in seguito, per il gran dolore, impazzì.

     

 
 
 

Nascere donna

Post n°84 pubblicato il 24 Marzo 2012 da anchise.enzo

 

Nascere donna nel mondo contadino era condanna sicura per dover affrontare  una
vita grama e piena di rinunce. Avere una figlia femmina era considerata quasi 
una condanna, infatti, quando ci si sposava si augurava agli sposi ”Auguri e
figli maschi”!

Appena messa da parte la bambola di pezza alle donne la sorte le affidava poi
da giovinetta molti compiti: fare il bucato, cucire o rattoppare i panni,
rassettare la casa, preparare il pane e i pasti, seppur frugali, accudire agli
animali domestici e all’orto di casa,  e, qualche volta contribuire anche ai
duri lavori dei campi con i genitori dove cantavano stornelli d’amore e
tradimenti. A loro veniva affidato il compito di accudire  ai fratelli minori.
Insomma, non stavano mai ferme. A loro era demandato il compito di attingere
con la tina presso il pozzo o alla fontana. Qualcuna gettava l’acqua della tina
per strada per  tornare alla fonte per rivedere l’uomo che la ammirava di
nascosto.

Quando giungeva il fidanzamento, spesso era imposto dai genitori per interessi
e non le era consentito ne’ parlargli né avvicinarlo. Se uscivano insieme
potevano farlo solo con la stretta vigilanza della mamma o di una sorella. L’
impegno economico più gravoso da parte dei genitori non era quello dello studio
che veniva reputato inutile per una donna che doveva solo pensare a “portare la
rima di casa” era  impegnativo, invece, farle la dote dei panni che avrebbe
portato a casa del marito. Un marito che a stento conosceva e che la usava come
una cosa chiamandola non per nome ma  “uagliò” .

Era spesso punita con botte e con epiteti irrepetibili. La loro femminilità
veniva esaltata con il taglio delle trecce portate da ragazza per passare al
“tuppe” capelli raccolti con una spilla, una camicetta ricamata con una
catenina o “birlocco”, un fazzoletto in testa e una gonna che scendeva fino ai
piedi.

Divenivano serve di tutti in famiglia, anche di suoceri o cognati che
vivevano sotto lo stesso tetto. Le prime ad alzarsi e le ultime a coricarsi.
Apparentemente fragili di natura, avevano forza d’animo, tenacia e spirito di
sopportazione. Erano sempre loro ad essere le custodi della pace familiare,
sopportando sempre tutto per il bene dei figli. 

 
 
 

ex voto

Post n°86 pubblicato il 24 Marzo 2012 da anchise.enzo

 
 
 

Piatti Tipici dei contadini molisani.

Post n°88 pubblicato il 28 Marzo 2012 da anchise.enzo

Cucina contadina torese:


FRASCATILL’ :
SI FA SOFFRIGGERE CIPOLLA E POMODORO, SI AGGIUNGE CIRCA 700 GR. DI FARINA CON ACQUA
L’ACQUA SI FA SCENDERE PIANO PIANO SULLA FARINA FINO A FORMARE DELLE PICCOLE PALLINE CHE UN PO’ ALLA VOLTA ...VENGONO COTTE CON L’IMPASTO. QUINDI SI FA CUCINARE PER 5 MINUTI.

PANUNTE:
PIZZA A MALLEVITA CON BACCALA’ O POMODORO O SALSICCIA, CICOLILLI O PEPERONI, TUTTO PREPARATO INTORNO AL CAMINO.

CIPOLLATA:
CON ABBONDANTE CIPOLLA, CHE SI SOFFRIGGE NELL’OLIO DI OLIVA , SI AGGIUNGONO PEZZI DI BACCALA’ CHE SI CUCINANO PER 5 MINUTI, SI AGGIUNGE QUINDI PIZZA DI GRANONE E SI MESCOLA FACENDO CUOCERE ANCORA PER CIRCA 5 0 10 MINUTI.

SCIALBETTA:
MOSTO COTTO CON AGGIUNTA DI NEVE FRESCA.

SANGUE DI PORCO:
UN LITRO DI SANGUE CON DUE LITRI DI MOSTOCOTTO, CON AGGIUNTA DI MANDORLE E BUCCE DI ARANCIA. SI FA BOLLIRE PER TRE O QUATTRO ORE A BAGNOMARIA FINCHE’ SI SOLIDIFICA UN PO’.
I BAMBINI LO SPALMAVANO SU FETTE DI PANE E NE ERANO GHIOTTISSIMI.

MACCARUNE CA’ MELLICHE:
SI PRENDONO I MACCHERONI COSIDETTI “ PERCIATI” CHE SI CUOCIONO AL DENTE, QUINDI SI AGGIUNGE MOLLICA, PRECEDENTEMENTE TRITURATA SULLA TAVOLA DA BUCATO, CHE VIENE INTRISA CON OLIO , AGLIO E PREZZEMOLO E CON L’AGGIUNTA DI UN PEZZO DI CANNELLA .

A’ SCANNATURE:
SI VERSA DEL SANGUE FRESCO DI ANIMALE APPENA SQUARTATO IN RECIPIENTE SMALTATO BASSO E LARGO CHE DONDOLONADOLO NE PERMETTA IL CAGLIO CON SPESSORE DI QUALCHE CENTIMETRO.
SI FA BOLLIRE L’ACQUA CON SALE E SI TUFFA IL SANGUE SOLIDIFICATO TAGLIATO A LISTELLI DI 4 / 5 CENTIMETRI. DOPO 10 MINITI DI BOLLITURA, QUINDI SCOLARE . SI TAGLIA DOPO LA BOLLITURA.
SI FA SOFFRIGGERE LA CIPOLLA CON OLIO D’OLIVA E UN PO’ DI POMODORO E SI FA ROSOLARE, MESCOLARE E FARLO INSAPORIRE IL TUTTO PER 10 MINUTI. SI ACCOMPAGNA CON PIZZAMALLEVITA.

PIZZA MALLEVITA:
1 KG. DI FARINA, ½ BICCHIRE OLIO DI OLIVA, 1 CUCCHIAINO BICARBONATO E ACQUA TIEPIDA E SALE. SI MESCOLA AFFINCHE’ L’IMPASTO SIA MORBIDO E LISCIO E SI CUOCE SOTTOCOPPA PER ¾ D’ORA SU LISCIA BEN FATTA E PREPARATA ***

** LISCIA BEN PREPARATA:
PER SAPERE SE LA LISCIA E’ PRONTA, SI PULISCE CON SCOPARELLO E BUTTANDO UN PO’ DI FARINA DI GRANONE, QUESTO DEVE POTER BRUCIARE

Piatti tipici ordinari
"Taccozze" (impasto di farina di grano duro): sfoglie sottili, di forma romboidale e grandi quanto il palmo di una mano, vengono di solito condite con aglio, olio e peperoncino.

"Sagnetelle" (impasto di farina di grano dro): specie di fettuc-cine larghe e lunghe quanto due dita riunite della mano, si mangiano sole o con legumi, con il solito condimento di aglio, olio e peperoncino.

"I frascatielle" non son o altro che noccioli di pasta bolliti e cotti nell 'acqua; si mangiano con la loro acqua di cottura e si condiscono con olio, peperoncino e sale.
"Acquasale" è un piatto tipico della colazione del mattino e consiste in pane spugnato d'acqua e condito con sale ed origano con l'aggiunta dell'olio e qualche volta dell'aceto.

Focaccia di granoturco e fagioli o altro legume.
Pane cotto con cipolla, olio e peperoncino e acqua di cottura.
Tra i piatti tipici della tradizione contadina molisana sono da provare assolutamente le saporitissime fascatielle, particolare tipo di polenta condito con sugo di ragù, ventresca e formaggio.

Per chi ama gli accostamenti un po’ inusuali sono da provare, invece, i maccheroni con la mollica, semplice piatto di pasta, preferibilmente lunga, condita con un composto a base di mollica di pane, olio, aglio e prezzemolo.

Pasticceria Molisana:

Famosissimi in tutta la regione, che vanta una lunga tradizione in materia dolciaria, i cauciuni ripieni di pasta di ceci e i peccellate.


 

 
 
 

Pellegrinaggio a piedi di Km. 130 per San Michele Arcangelo

Post n°89 pubblicato il 14 Maggio 2012 da anchise.enzo

Toresi sulle orme di San Francesco: a piedi alla grotta di San Michele
AssociazioniIl C.A.I. (Club Alpino) di Campobasso quest’anno ha organizzato IL CAMMINO DELL’ARCANGELO per ripercorrere a piedi sulle orme degli avi le antiche vie del pellegrinaggio verso il santuario di S. Michele del Gargano.



Si è voluto penetrare a fondo questa pratica devozionale consistente nel recarsi a piedi verso un santuario per atto di culto e devozione.

Non tutti coloro che hanno aderito a tale iniziativa hanno sentito tale finalità , però , giorno dopo giorno, tra dure fatiche, sudore e mille precarietà , ritrovandosi ogni sera presso un altare sempre diverso, sono stati sollecitati ad intime riflessioni .

Chiaramente, come membri del CAI, ha interessato conoscere loro, e valutare, il “Cammino dell’Arcangelo”, che, partendo da La Verna (PG) giunge per tappe fino a Monte S. Angelo, attraversando anche Toro, e loro ne hanno percorso le sei tappe finali in sei giorni , dapprima in solo 12 (fra uomini e donne ) e poi aggiuntisi altri fino a venti alla meta garganica.

Prima tappa : 1-05-2012: Pietracatella- S. Marco la Catola -L’Avellaneta: Km. 28
la loro avventura ha inizio alle ore 7,00 del 1 maggio, allorché si sono ritrovati in 12 ed un cane alle porte di Campobasso per radunarsi, quindi, si sono portati a Toro per ricevere il saluto del Sindaco e apporre il primo timbro sulla credenziale.

Giunti a Pietracatella, sono stati accolti dal sindaco e da alcune persone che si offrono volontari per l’accoglienza dei pellegrini. Quindi, si sono avviati lungo la vallata del Tappino per raggiungere il bivio di Gambatesa e percorrere il tratturo a ridosso del fiume Tappino . Passato il Ponte 13 Archi sul l fiume Fortore, sotto un sole spietato hanno raggiunto l’irta e dura salita della Strada che conduce a S. Marco La Catola. Attraversando il paese, la delusione di non trovare un bar aperto per dissetarsi li ha prostrati un po’, ma dopo aver percorso i primi 28 Km , giunti esausti e doloranti l’accoglienza di Roberto all’agriturismo L’Avellaneta li rinfranca , unitamente ad una doccia molto desiderata.

Seconda tappa: 02/05/2012, L’Avellaneta - Castelnuovo della Daunia di Km. 16
Dopo aver degustato una buona colazione e provveduto alla preparazione dei panini che li sfameranno lungo la strada, si inoltrano lungo il bosco che conduce a Monte Sambuco. La carente segnaletica del percorso e l’asperità della boscaglia li costringe più volte e rettificare il percorso, in compenso il sentiero ombroso li conforta e li distrae nel contempo. Si fermano incantati e attoniti sulle alture del Monte Sambuco a rimirare un vastissimo panorama, comprendente tutto il Molise e parte delle sue regioni circostanti. Giungono all’abitato di Castelnuovo della Daunia alle ore 17,30 e in fila indiana attraversano il paese per giungere fino ad un bar della piazza dove si dissetano . Arrivati al convento dei frati francescani , aperto eccezionalmente per loro, Padre Bernardino li sistema nelle celle del convento. Dopo essersi sistemati scendono nella bella chiesa dove il sacerdote officia una messa appositamente per loro. Seguirà la cena con altri due ospiti e il meritato riposo.

Terza tappa: 03-05-2012, Castenuovo della Daunia - Torremaggiore Km. 21
Partiti in mattinata dal convento di Castelnuovo, si sono diretti verso Torremaggiore. Intanto dalla piana si comincia a scorgere la sagoma del Gargano, mentre infiniti filari di olivi secolari, appena potati, li attraggono e li distraggono con la loro seducente bellezza e lungo le scarpate stradali milioni di fiori variopinti ci riempiono di candidi profumi. Grossi latifondi di grano, ancora tenero e verde, accompagnano il nostro cammino intervallati da ordinati vigneti e qualche campo di impianti fotovoltaici. A metà percorso facciamo una sosta all’ombra dei pini, dove ci raggiunge, inaspettato, Padre Nicola con pacchi di Yogurt . Sarà lui ad accoglierli nel pomeriggio al suo convento di Torremaggiore. Alle ore 21 padre Nicola, che vive solo in convento, li prepara una buona cena dopo averci fatto visitare il bel convento.

Quarta tappa : 04-05-2012, Torremaggiore - Stignano di km. 28
Si parte presto da Torremaggiore per continuare il cammino sulla statale. La tappa è lunga e appesantita dalla forte calura. Giunti alla minuscola isolata stazione ferroviaria di San Marco in Lamis, si incontrano col folto Gruppo Cai di Benevento, una cinquantina di elementi che sono alla loro quarta edizione del cammino dell’Arcangelo. Qui sono stati raggiunti da tre toresi: Fernando, Peppe e Nicola, che si uniranno a loro nel cammino. Giungono nel pomeriggio nella masseria dei molisani Colantuono, posta alle falde del Gargano, dove stanno ultimando la transumanza in terra pugliese per riprende a fine maggio il cammino inverso per Frosolone. I Colantuono li accolgono con i loro ottimi caciocavalli, vino fresco, bibite e torte. Qui ritrovano gli amici del CAI di Benevento che giungono insieme a loro nel vecchio austero e bel convento di Stignano, che pur bello non ha anima a causa dell’assenza dei frati, ora gestito da comunità di giovani ex drogati.

Nella grande chiesa si assiste alla messa tutti insieme, dopo aver fotografato ogni angolo del bel chiostro inferiore, ricco di affreschi e il sovvrastante chiostro dal colonnato severo che accoglie le celle, in una delle quali ben cinque pellegrini saranno artefici di un concerto notturno di grandi russatori. Durante la cena, nel refettorio fraternizzano con gli amici beneventani.

Quinta tappa: 05-05-2012, Stignano - San Giovanni Rotondo di km. 18
Partono dal convento di Stignano, dopo aver consumato la colazione nel refettorio . Una vegetazione spontanea di rovi e olivastri e mandorli spuntano da una terra con molte rocce levigate artisticamente dal vento e pioggia. Il gruppo di Benevento parte prima di loro perché opta per il sentiero della montagna, mentre loro seguiranno la statale pedegarganica che conduce verso l’abitato di San Marco in Lamis, dove, lungo la strada incontrano in senso inverso un gruppo di Pellegrini col vessillo dei Coltivatori Diretti e la croce. A San Marco appongono il timbro alla Chiesa de Sette Dolori. Salendo dolcemente verso il monte arrivano all’antico austero santuario di s. Matteo - convento dei frati minori, che li accolgono e ci danno il benvenuto , Dopo aver ricevuto la benedizione da Fra Nicola,con l’ aspersione di olio santo sulla fronte riprendono il cammino sulla statale, sulla quale sfrecciano moto e auto a grande velocità , perciò è auspicabile che si metta in sicurezza. Quando scorgono la città di Padre Pio, sono in altura, dove si domina tutta la piana della Capitanata . Imponente appare loro il nuovo complesso che accoglie le reliquie del frate del Gargano, opera ardita di architettura di Renzo Piano e rivoluzionaria per i materiali utilizzati . Dopo la visita ai luoghi di P.Pio, scendono fino alle porte del paese dove le Suore Cappuccine danno loro ospitalità in belle camere linde.

Sesta tappa : 06-05-2012, San Giovanni Rotondo - Monte S. Angelo di km. 22
Riprendono il Cammino attraversando tutta la cittadina, fino al cimitero, diretti ormai a passo svelto verso l’agognata meta della Grotta Sacra di San Michele. Il rombo di assordanti moto in veloce passaggio sulla statale li impaurisce quasi, mentre la strada sale sempre più. Ad un bivio si fermano per il ristoro e grande è la sorpresa di notare un mezzo lଠappostato con la bandiera del CAI ad offrire prelibatezze pugliesi. Quindi prendono finalmente una stradina sterrata che li condurrà su un monte dal quale scorgono tutto il golfo di Manfredonia. Il profumo dei fiori si riverbera nei loro animi felici. L’arrivo alla Grotta è solenne e meritata è la benedizione e, soprattutto il “Testimonium”, documento medievale del vero Pellegrino che ha raggiunto la Grotta Santa a piedi ,dopo aver esibito al Priore tutti i timbri raccolti lungo il cammino nella credenziale. La santa messa suggella ormai la loro grazia spirituale e la gioia di aver adempiuto al più affascinante pellegrinaggio a piedi, dopo quasi un secolo dai loro avi che lo percorrevano annualmente sui tratturi con canti e litanie di giubilo.

Il santuario è stato visitato da S. Francesco, come recita una lapide, ma anche da papi, santi, e milioni di fedeli, tutti per impetrare il perdono dai peccati e la protezione dal male dall’Arcangelo. La chiesa ricavata da una profonda grotta è impressionante, come riporta una iscrizione in latino sul portate destro, che tradotta recita: “Impressionante è questo luogo, qui è la casa di Dio e la porta del Cielo”

E’ la prima volta che una lunga escursione li riporta storicamente e spiritualmente ai vecchi camminatori di un tempo quando solo un cavallo o un carro permettevano vincere la grande fatica di questo cammino unico nel suo genere.

Vincenzo Colledanchise































Nota: Foto Vincenzo Colledanchise
Postato il Domenica, 13 maggio 2012

 
 
 

L' IRASCIBILE PADRE GUARDIANO

Post n°91 pubblicato il 13 Febbraio 2019 da anchise.enzo

 

Negli anni Quaranta ci fu l'ennesima ristrutturazione del convento. Si rifece il tetto e la facciata fu caratterizzata con pietra bianca locale e un grande rosone.

Per riconsacrare la chiesa, era necessario ripulirla dalle incrostazioni e dalla polvere. Per questo si fece ricorso alle araldine che, nonostante la clausura, poterono accedere liberamente nei locali del convento.

Con lunghe scale si arrampicavano sui muri, spolverando minuziosamente i fregi, gli stemmi e i grandi angeli di gesso, posti alla sommità degli altari barocchi. A una a una ripulirono anche le nicchie dei santi, dopo aver rimosso e allineato le statue nel chiostro.

Il lavoro era ormai completato, s'era fatto buio. Restava solo da prelevare l'ultima statua, San Pasquale Baylon, e ricollocarla nella sua nicchia. Ma le ragazze erano sfinite.

Fu allora che venne in loro aiuto Fasciano, un uomo pratico e risoluto. Accortosi che San Pasquale era pieno di sporcizia, attinse un secchio d'acqua dal pozzo del chiostro, lo riversò con forza sulla statua, e in presenza delle pie ragazze esclamò a gran voce: 
- "Te', San Pasqua', lavate pure tu i cugliune!?".

Le ragazze dapprima rimasero sconvolte per quella bestialità, ma poi scoppiarono in una fragorosa risata, ringraziando il buon uomo per l'aiuto dato loro.

Passò circa un decennio e un nuovo padre guardiano diede il via a nuovi lavori. Tra l'altro fu rifatto il pavimento in cemento, dopo la rimozione degli scheletri giacenti sotto il vecchio pavimento in cotto.

Questa volta San Pasquale ebbe minor fortuna. Forse perché la statua era veramente malridotta, forse perché la devozione per il santo scemava, una bella mattina il padre guardiano, se la caricò in spalla e la infilò nella sua Fiat 1100 familiare.

Pensava di aver fatto quella operazione da solo e in gran segreto, ma si sbagliava, perché una bizzoca aveva spiato le sue mosse. La malalingua insinuò il dubbio in paese che il padre guardiano fosse andato a vendersi la statua di San Pasquale a Campobasso.

Messo al corrente della pesante insinuazione, l'irascibile padre guardiano, che in città c'era andato sì, ma per depositare la statua al convento di San Giovanni dei Gelsi, dove erano già stati depositati a centinaia anche i vecchi libri della gloriosa biblioteca del convento di Toro, ebbe a dare sfogo a tutto il suo risentimento. Durante un'omelia, prima rassicurò i fedeli che la statua di San Pasquale non era stata venduta, ma aveva solo cambiato convento, poi si permise la degna conclusione:
- "Ma poi sta' femmina non poteva farsi i c.... suoi ?".

Foto: P. Ireneo 

   

 
 
 
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