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La grande arte del teatro: Eduardo De Filippo.

Post n°12 pubblicato il 28 Novembre 2008 da napoli.cult
 
Tag: Eduardo

Da bambino, le festività natalizie, ho imparato a considerarle fin dall’8 dicembre, quando mio padre, in un angolo della stanza da pranzo, si ricavava gli spazi necessari per allestire il tradizionale presepe. Era un momento tanto ricco di significati e di magia e, nell’aria, si iniziava già a respirare il profumo dei dolci che, intanto, cominciavano a "riempire" la casa: gli struffoli, i roccocò, i taralli, i mustaccioli, i raffioli,  cioè i tipici dolci natalizi che si preparavano e si preparano per quelle giornate, da trascorrere in casa coi parenti. 

Intanto, per le strade si ascoltavano gli zampognari con le loro litanie. Quindi, quasi a scandire un rituale non meno sacro degli altri, non mancava mai, tra un giro di tombola o di tornei di scopone scientifico, una serata in cui, prima o poi, le famiglie napoletane avrebbero riso e riflettuto vedendo o rivedendo "Natale in casa Cupiello", l’esilarante e veritiera commedia di Eduardo De Filippo.

"Te piace 'o presepe?". Il tormentone della commedia è paragonabile a quelle frasi un po' a effetto di cui abbiamo già parlato in altre circostanze. Mi riferisco a quelle frasi che basta pronunciarle per fare immediatamente ricordare qualcosa e, questo, abbiamo visto che avviene spesso con Napoli. "Te piace 'o presepe?", ad esempio, porta subito con la mente a quel grande commediografo italiano, nonché regista, autore e attore di fama internazionale. Stiamo parlando di un altro grande figlio di Napoli: Eduardo De Filippo.

"Natale in casa Cupiello" non è più nemmeno considerata una semplice commedia ma una icona del teatro italiano, napoletano in particolare. I suoi personaggi sono presi ad esempio se si vogliono rappresentare determinate caratteristiche comportamentali, a carattere generale, dei napoletani e il loro rapporto con tutto ciò che riguarda il periodo natalizio, le usanze, il modo di ritrovarsi, di stare insieme, il valore della famiglia, i ruoli all'interno di essa.

Ma è dell'autore che parleremo.

Eduardo - basta il nome in quanto il cognome col tempo diventerà superfluo - nasce a Napoli il 24 maggio del 1900 da Luisa De Filippo e Eduardo Scarpetta, altro grandissimo commediografo napoletano autore, fra le altre opere, di "Miseria e Nobiltà".

Una scena del film "Miseria e nobiltà"

Eduardo, giovanissimo, all'età di 4 anni, già debutta come giapponesino al Teatro Valle di Roma ne "La geisha" il cui autore è lo stesso Scarpetta, per poi continuare a prendere parte come comparsa in altre rappresentazioni.

A soli 11 anni, viene mandato nel collegio Chierchia di Napoli al fine di cercare di recuperare un po' di propensione allo studio che il piccolo Eduardo sembra non possedere. Ma solo due anni dopo, interrompe gli studi e continua la sua formazione sotto l'egida del padre che lo costringe, per oltre due ore al giorno, a leggere e ricopiare testi teatrali.

A 14 anni Eduardo entra stabilmente nella compagnia teatrale del fratellastro Vincenzo Scarpetta. Qui fa di tutto: servo di scena, attrezzista, suggeritore, trovarobe e vi rimane fino a quando viene chiamato per svolgere il servizio militare, dal 1920 al 1922, ma non prima di pubblicare la sua prima fatica "Farmacia di turno". E la passione era tanta che anche durante l'impegno di leva, trovava il tempo per andare in teatro a recitare.

Dopo il militare, lascia la compagnia di Vincenzo Scarpetta per passare a quella di Francesco Corbinci. Con il nuovo impresario, Eduardo debutta, per la prima volta in una regia impegnata, al Teatro Partenope di via Foria a Napoli nella commedia "Surriento Gentile" di Enzo Lucio Murolo.

Nel 1922 scrive e dirige il suo primo grande lavoro teatrale "Uomo e galantuomo". 

Eduardo, in questo periodo decide di abbandonare Francesco Corbinci per tornare nella compagnia del fratellastro Vincenzo e per rimanervi fino al 1930. Conosce in questi anni Doroty Pennington, un'americana in vacanza in Italia. Recita inoltre, sempre in questo periodo, anche in altre compagnie come quelle di Michele Galdieri e Cariniù Falconi.

Nel 1929, usa uno pseudonimo, Tricot, per scrivere l'atto unico "Sik Sik l'artefice magico" arrivando così al 1931, anno in cui fonda insieme ai fratelli Titina e Peppino la compagnia del "Teatro Umoristico I De Filippo". Ed è in questo periodo che nascono "Natale in casa Cupiello" e "Chi è cchiù felice 'e me?" ed inizia anche una buona attività cinematografica con i film "Tre uomini in frack", "Il cappello a tre punte" e "Quei due".

Nel 1945, Eduardo compone un altro capolavoro "Napoli milionaria" ma, intanto, rompe definitivamente il rapporto artistico con il fratello Peppino e la compagnia si scioglie. Dopo poco, infatti, nasce la "Compagnia di Eduardo" che darà vita in poco tempo ad opere del livello di "Questi Fantasmi" ed un'altra dagli esiti trionfali "Filumena Marturano", personaggio che Titina proporrà come il suo cavallo di battaglia.

Immagine tratta da "Filumena Marturano"

Da qui c'è un crescendo di grandi successi: "Le bugie con le gambe lunghe", "La grande magia", "Le voci di dentro", "La paura numero uno" e nel cinema riesce a portare sul grande schermo produzioni come: "Assunta Spina", "Napoli milionaria", "Filumena Marturano", "L'oro di Napoli", "Fantasmi a Roma". Ma, la più grande soddisfazione a livello internazionale, Eduardo la ottiene con la rappresentazione a Mosca, nel 1958, di "Filumena Marturano" e nel 1962 de "Il sindaco del rione Sanità".

Il 1973 è un altro anno pieno di successi con "Gli esami non finiscono mai" e "Sabato, domenica e lunedì" e, a coronare la sua immensa carriera arrivano, nel 1980 il conferimento della laurea "honoris causa" dall'università di Roma e, nel 1981, la nomina a senatore a vita.

Eduardo spegne la sua esistenza il 31 ottobre 1984 nella clinica Villa Stuart di Roma città nella quale è sepolto.

Napoli non lo dimenticherà mai per tutto quello che è riuscito a rappresentare nella difficile arte teatrale e soprattutto, per come è riuscito a rappresentarla. Ad un certo punto della sua carriera, tutti, dagli attori, ai registi, agli autori, si rivolgevano a lui chiamandolo "maestro". Era l'esatta denominazione per un uomo che ha saputo insegnare a tanti l'importanza di un messaggio trasmesso attraverso la recitazione, un messaggio fatto di espressioni inconfondibili, di mimiche, di gestualità, di smorfie impareggiabili che saranno ancora per tanto tempo esempio di straordinaria comunicatività, grazie alle quali Eduardo è riuscito a spiegare al mondo intero l'essenza della "napoletanità".

Come scrive Maurizio Giammusso, «Eduardo non è stato solo un gigante del teatro e un protagonista della cultura italiana del Novecento, è stato un uomo importante anche per il costume di un’epoca perché è entrato come pochi altri personaggi (Totò, Anna Magnani, Fausto Coppi, Federico Fellini, Enzo Ferrari) negli affetti familiari e nell’immaginario di tanti italiani».

Claudio Galderisi

 
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San Gennaro e il suo miracolo.

Post n°11 pubblicato il 04 Novembre 2008 da napoli.cult
 
Foto di napoli.cult

Voglio cogliere l'occasione offertaci dal post precedente, per proporre la storia del santo napoletano per eccellenza, il suo santo patrono, il San Gennaro del miracolo e del sangue che si liquefa. Lo ritengo giusto perché, al di la' della fede o del puro ateismo come quello del sottoscritto, San Gennaro resta comunque qualcosa di affascinante che non può lasciare indifferenti.

Sono tanti i riferimenti, i simboli, le caratteristiche, le parole, le espressioni, le usanze che non appena vengono citate, immediatamente portano con la mente a Napoli.

Se pronuncio la parola "sfizio", mi viene in mente qualcosa che mi porta a pensare ad una piacevole soddisfazione che si può ottenere con il minimo sforzo e in piena economia, ed è, contemporaneamente, una parola ed una filosofia napoletana; se dico "mozzarella" non posso non pensare alla delicatezza di un formaggio fra i più apprezzati al mondo e, anche questa è una parola napoletana di cui, semmai in un altro post, avremo modo di parlare affrontando gli argomenti connessi alla lavorazione di questo rinomato prodotto; se penso alla "sfogliatella" come faccio a non pensare a Napoli e alla sua scuola di pasticceria?

Succede la stessa cosa se dico "miracolo". Eliminati per ovvi motivi tutti i riferimenti che conducono agli scritti evangelici, non ci resta che pensare ad un solo esempio, quello che per due volte l'anno convoca migliaia di fedeli nel Duomo di Napoli nell'attesa del verificarsi di un evento che, ormai da secoli, si ripete con una puntualità che può definirsi svizzera: il miracolo di San Gennaro.

Sul patrono di Napoli è forse il caso di spendere due parole.

Il suo vero nome era Ianuario in quanto discendeva dalla famiglia gentilizia Gens Januaria pertanto, la corruzione napoletana "Gennaro" proviene dal cognome e non dal nome. Comunque Gennaro è una delle "icone" napoletane più famose nel mondo.

Gennaro, ai tempi dell'imperatore Diocleziano era vescovo di Benevento e, un giorno, recatosi a Pozzuoli per fare visita ai fedeli, saputo dell'arresto di un suo amico, Sessio, il diacono di Miseno, da parte di un giudice locale, decise di andarlo a trovare. Questo comportamento, però, costò l'arresto anche a lui e la condanna alla adorazione forzata degli idoli presso gli altari pagani.

Naturalmente, Gennaro si rifiutò. Il giudice Dragonzio lo condannò, quindi, ad essere divorato dalle belve nell'anfiteatro di Pozzuoli durante una di quelle esibizioni di violenza feroce e crudele cui i romani e i popoli ad essi assoggettati erano abituati.

Il popolo, a questa decisione, si ribellò ma tutto quello che ottenne fu la conversione della pena in decapitazione. Cosicché, il religioso fu giustiziato su di un ceppo che viene ancora conservato nella chiesa di San Gennaro fondata su una delle alture della odierna Pozzuoli; il suo sangue, invece fu raccolto e conservato da alcuni fedeli rito, questo, molto usuale all'epoca dei fatti; il corpo del martire venne sistemato prima a Fuorigrotta e poi a Capodimonte presso le catacombe di San Gennaro nell'aprile di circa un secolo dopo la sua morte.

E fu proprio in questo periodo che, per la prima volta, si notò come, in vicinanza delle ossa del santo, il contenuto delle ampolle contenenti il sangue, da solido, si trasformò in liquido. La data ufficiale della prima liquefazione è il 1389.

Il "miracolo" ai nostri giorni si verifica due volte l'anno: la prima domenica di maggio e il 19 settembre, giorno di San Gennaro.

immagine

In moltissimi credono nel prodigio, in molti altri, ovviamente, no. Esperimenti in laboratorio utilizzando sistemi ed elementi già presenti finanche in periodi molto remoti, dimostrano che la liquefazione è solo una reazione chimica.

Fatto sta, che l'evento, ogni qualvolta si svolge, spinge migliaia di individui a riempire il Duomo come un uovo e molte altre persone restano fuori in attesa che il vescovo annunci l'avvenuto miracolo.

Per quanto mi riguarda, pur restando molto scettico su questi avvenimenti, non posso esimermi dal descrivere il fascino e il mistero che accompagnano tutta la vicenda attraverso i secoli, le spoglie di Gennaro, gli spostamenti continui cui sono state sottoposte e tutto il resto delle leggende che avvolgono quella principale. Ve n'è una  che vuole che le gocce di sangue sul ceppo, conservato a Pozzuoli, sul quale, secondo la tradizione, fu decapitato il santo, brillano vividamente mentre, a distanza di chilometri, nel Duomo di Napoli, avviene il miracolo. Bisogna, per onor di cronaca, ricordare che nel 300 d.C. non si usava il ceppo per le decapitazioni e il marmo conservato a Pozzuoli viene datato in un'epoca nettamente più tarda rispetto al periodo dello svolgimento dei fatti.

Tornando alle spoglie di Gennaro, queste ora sono conservate fin dal 1492 nel Duomo intitolato a lui, in una cappella tra le più ammirate per la bellezza delle decorazioni.

Il mondo di cui facciamo parte, questo mondo ormai a volte così disumano, così violento come, forse, non ci saremmo mai aspettati di vivere, questo mondo così spietato ed egoista, finto e contraffatto, alterato dall'ingordigia di pochi che mette in condizioni di estrema povertà tantissimi, questo mondo, oggi più che mai, ha bisogno di qualcosa in cui credere e se questo può aiutare le persone più esposte a risolvere i propri problemi esistenziali, ben vengano i miracoli e i santi come Gennaro, che riescono, con i misteri che avvolgono le loro vicende, a regalare un sorriso e una speranza a chi ne ha più bisogno.

 
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Se io fossi San Gennaro

Post n°10 pubblicato il 20 Ottobre 2008 da napoli.cult

Dei napoletani si può dire qualsiasi cattiveria, accusarli di mille difetti, additarli come il fanalino di coda dell'Italia.
Ma bisogna riconoscere che abbiamo il raro dono dell'autoironia, cinica e amara.

Siamo dei Pulcinella, dallo sguardo acuto che, tra frizzi e lazzi, hanno il coraggio di fare satira sociale.

Guardate questo video e ascoltate il canto triste di un popolo, sconfitto dai luoghi comuni, dai politici corrotti e dal qualunquismo.

 
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L'incredibile Cappella di San Severo.

Post n°9 pubblicato il 12 Ottobre 2008 da napoli.cult
 

Andiamo ad aprire una finestra su uno dei luoghi contemporaneamente, più affascinanti e più misteriosi di Napoli. Un luogo che non trova eguali per l'alta concentrazione di opere d'arte in uno spazio, tutto sommato, non molto ampio, dove si respira ancora la stessa atmosfera, si vive la stessa emozione che viveva il visitatore dei secoli passati. Ma, soprattutto, si sente un brivido correre lungo la schiena soffermandosi ad ammirare le sculture, gli affreschi, le lapidi e quant'altro è conservato in queste sale avvolte dalla metafisica e dal mistero. Venite con me in questo viaggio affascinante e sono sicuro che Napoli e i suoi tesori vi inebrieranno a tal punto da non poter fare a meno di andarli a visitare.

L'interno della Cappella

Devo però anche collegarmi a qualche anno fa, beh sì, forse più di qualche anno fa, quando ero ragazzino per la precisione, ma non è il caso di essere così meticolosi sull'età.

Infatti, avevo poco più di tredici anni quando, per la prima volta, insieme al mio precettore privato, mio padre, che nutriva un grande amore per Napoli, visitai la Cappella di San Severo. Ricordo che ne avevo sentito parlare a scuola come di un luogo permeato di un'atmosfera misteriosa; si discusse di quello che ne fu il proprietario, il principe di San Severo, le sue strane passioni, le sue vicissitudini con il Vaticano, i suoi esperimenti. Si era parlato anche di alcune opere conservate presso la cappella che trasmettevano all'ignaro visitatore una strana sensazione di inquietitudine.

La Cappella di San Severo è un autentico capolavoro di arte ermetica entrata nella storia grazie proprio alle ossessioni da cui, probabilmente, era turbato il suo proprietario Raimondo di Sangro, appunto, il principe di San Severo. Per raggiungerla bisogna addentrarsi nel dedalo dei vicoli del centro antico di Napoli, quel meraviglioso incrocio di antichi decumani e cardines che propongono, ogni cento passi, una chiesa dalle meravigliose fattezze, un obelisco, un monumento, un palazzo storico e tutto ciò fra cornetti giganteschi e prelibati babà, negozi di porcellane di Capodimonte, pastori per presepi, sfogliatelle, le immancabili pizze "a portafoglio" e l'odore onnipresente di caffè che accompagna lungo tutti i tragitti.

All'altezza di Piazza San Domenico Maggiore, di fronte all'obelisco che ricorda le migliaia di bambini napoletani morti durante le ricorrenti pestilenze, c'è il palazzo del principe di Sangro. Svoltato l'angolo ci troviamo a faccia a faccia con la Cappella di San Severo. Non potevo immaginare la straordinarietà dello spettacolo che stavo per ammirare. Come già dicevo prima, la chiesetta non è molto grande e quando si entra non ci si rende tanto conto di quanto ci sta per proporre.

Palazzo di Sangro a Napoli

Poi, dopo la titubanza iniziale dovuta ad uno sguardo fin troppo riassuntivo che inizialmente sei costretto a gettare nella cappella, ecco che inizi a concentrarti sui tanti capolavori che si susseguono intorno, senza pausa.

Viene spontaneo guadagnare il centro della sala per ammirare quella che possiamo definire una delle opere scultoree più incredibili che mai si sia avuto l'opportunità di ammirare: il Cristo Velato.

Alcune immagini del Cristo Velato

Il napoletano Giuseppe Sammartino (1720 - 1793) ne è l'autore. La tecnica è ancora avvolta da un mistero profondo. Gli occhi, il naso, la bocca, i muscoli delle braccia del Cristo morente, regalano una prospettiva perfettamente in linea con una visione reale di un uomo, egualmente sofferente, ricoperto da un velo. Il velo di marmo della scultura fa corpo unico con la statua e con il giaciglio sul quale riposa, anch'esso scolpito. La sensazione che la statua sia stata successivamente ricoperta dal velo, è forte, come forte è l'emozione che ti spinge a soffermarti ad ammirare le fattezze di una scultura che si offre al pubblico in modo tale da poterle girare intorno a scrutare le pieghe del cuscino, il capo declinato, le espressioni del volto, le costole, le curvature del giaciglio dovute al peso del corpo e il velo, ancora quel velo che ti lascia attonito, frastornato, senza un barlume di spiegazione logica. E scorrono i primi brividi.

Non fate in tempo a riprendervi dal Cristo Velato che, alzando lo sguardo questo va a cadere sulla statua del Disinganno, opera del genovese Francesco Queirolo (1704 - 1766).

Il Disinganno

L'opera mostra un uomo, il padre del principe di San Severo, che è intrappolato in una rete e cerca di divincolarsi per liberarsene. La rete circonda la statua già scolpita ma è parte integrante di essa. In pratica la stessa sensazione di incredulità già provata con la visione del vicino Cristo Velato. E giù un altro brivido.

Di fronte al Disinganno troviamo la statua della Pudicizia, di Antonio Corradini (1668 - 1752). Questa rappresenta la madre del principe nelle fattezze di una giunonica donna nuda, ricoperta del solito formidabile velo, manco a dirlo, di marmo, che ne fa intravedere in ogni dettaglio tutte le sembianze.

La Pudicizia

Ancora oggi, la risposta a come hanno potuto fare questi scultori a ricoprire con reti e veli di marmo i loro lavori, non esiste. Ci sono delle ipotesi, ovviamente. C'è chi ipotizza un processo in cui la statua posta in una vasca, veniva ricoperta di un velo, o da una rete, bagnati; su questi veniva versato latte di calce diluito e su questo spruzzato ossido di carbonio. Finora, però, nessuno ha dimostrato con i fatti questa teoria. Ma le meraviglie non sono finite.

Nella cappella vi è la lapide tombale del principe. Si tratta di una grande lastra con una scritta latina. La peculiarità sta nel fatto che la scritta è tutta in rilievo! Qui il brivido lungo la schiena è veramente intenso. La lapide è semplicemente perfetta, le lettere della scritta sembrano essere state ricavate dallo scalpello come se questo avesse scavato "intorno" ad esse. Veramente un lavoro senza eguali. Il meglio però, deve ancora venire.

Se si è troppo impressionabili forse è meglio non scendere nella cripta della cappella. Dopo una scala a chiocciola ci si ritrova in una stanza cioè quella che una volta era il laboratorio segreto del principe.

Uno dei due scheletri della cripta

Qui, in due teche di vetro di circa due metri di altezza ognuna, sono conservate le due "macchine anatomiche". Si tratta di due scheletri. Quello della donna presenta il braccio destro alzato e gli occhi ancora pervasi dal terrore. Le ossa sono circondate da una fittissima ragnatela di arterie e vasi sanguigni che, metallizzandosi, ha preservato gli organi interni. Il cuore è intero. La donna era incinta e nel suo ventre si può notare la placenta aperta e l'intestino ombelicale che va a congiungersi col feto. Anche il bambino si mostra nella sua completezza.

L'uomo ha le stesse caratteristiche ma con entrambe le braccia che gli scendono lungo il corpo. Alla luce delle attuali conoscenze si potrebbe dire che, il diabolico principe abbia iniettato nelle vene delle due malcapitate cavie una sostanza che, entrata in circolo, abbia bloccato la rete sanguigna fino alla morte dei due soggetti. Poi avrà aspettato che la pelle e la carne si decomponessero al fine di ottenere quelle che lui amava definire, facendosene un vanto, "macchine anatomiche".

Vi è da aggiungere ai misteri che avvolgono questa cappella e il suo ospite, il piccolo dettaglio che, nel 1700, la siringa ipodermica non era stata ancora inventata ed è per questo motivo che molti sostengono che quell'uomo e quella donna sono soltanto povere ossa ricoperte di una rete artificiale di vasi sanguigni.

Dopo la visita alla cripta si esce di nuovo fuori tramite un'altra rampa laterale. Uscito nella strada, la prima volta, per qualche minuto mi sembrò di non essere più me stesso. Avevo assistito a troppe cose insieme, in poco tempo e tutte molto strane o quanto meno di non facile spiegazione. Il chiasso della gente, i rumori della città, finanche il profumo del caffè del bar lì vicino, sembravano stonare con l'arte nobilissima ma anche magica, metafisica, a tratti sconcertante contenuta in quei pochi metri quadrati della cappella.

Ancora Spaccanapoli teatro dei nostri racconti

Ripercorsi con la mente di nuovo l'emozione del Cristo Velato e capii poi col tempo perché Antonio Canova tentò disperatamente di portarselo a Venezia, fortunatamente senza riuscirvi. La Pudicizia, il Disinganno, quella incredibile cascata di marmo sull'altar maggiore, la lapide con le scritte in rilievo, i putti con le torce all'ingiù, il meraviglioso soffitto affrescato e la cripta, quella piccola stanzetta che se potesse parlarci ci regalerebbe la risoluzione di qualche enigma e ci racconterebbe altri agghiaccianti episodi della vita a Napoli di quell'infernale personaggio che risponde al nome di Raimondo di Sangro Principe di San Severo.

 
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Post N° 8

Post n°8 pubblicato il 05 Ottobre 2008 da napoli.cult
 

Renato Carosone nasce a Napoli nel 1920, a soli 17 anni si diploma in pianoforte al rinomato conservatorio napoletano di S.Pietro a Majella (una strada del centro storico).
Nel 1937 si trova ad Addis Abeba come milite ed è li che insieme a gente del posto, Renato inizia a suonare in diversi night. Resta in Africa per moltissimi anni e rientra in Italia solo nel 1946. In Africa aveva avuto l'opportunità di ascoltare ritmi nuovi e sonorità che nel vecchio continente ancora non erano conosciute, cosi quando nel 1949 forma il primo trio con al basso/chitarra l'olandese Peter Van Wood e alla batteria il mitico Gegè Di Giacomo, la loro musica era un qualcosa che rompeva ogni schema e che si insinuava sotto pelle, rendendo impossibile lo stare fermo.
Il trio andava benissimo e quando Van Wood decise di intraprendere la carriera di solista, Renato ingranò la quarta e formò una band di 6 elementi. Dal sodalizio con il paroliere Nisa , nacquero pezzi come: Torero; Tu vuò fà l'americano; O' sarracino ; e tanti altri. Collaborò anche con altri autori e fu la volta di Maruzzella, canzone molto struggente che lui stesso dedico alla moglie, fino ad arrivare a Pianofortissimo, un pezzo che Renato era capace di suonare anche con due palle da tennis, facendole roteare sulla tastiera.
Le canzoni del Maestro Carosone hanno fatto ballare e fanno ancora ballare intere generazioni in ogni angolo del mondo, persino in Cina e sono state incise da tantissimi altri artisti e finanche attori come la Magnani e la Loren. La sua musica era un misto di diverse sonorità, dalle quali ancora attigono moltissimi musicisti e non solo napoletani e che oggi chiamano: contaminazione.
Renato ha incarnato il miracolo italiano del dopoguerra, nel circo della musica...E come diceva Peppino: ...e ho detto tutto!!
Grazie Renato.

Baci...m31

 
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