Creato da odisseando il 31/10/2006

Relative

poi a un tratto l'amore scoppiò dappertutto

 

 

[sugli - cfr i commenti] sulle eco, i farewell e che tanto si continua a scribacchiare

Post n°1290 pubblicato il 26 Gennaio 2014 da odisseando

in effetti la storia della storia di irene poteva essere un bel modo per finirla qui.

solo che in effetti non avevo pensato, scrivendo di quell'anno passato e l'embrione del progetto che una qualunque futuribile irene potrebbe rappresentare, sarebbe stato un bel modo di finirla qui.

poi è passato un giorno, e chi se ne fotte se in un anno nuovo. e poi un altro. poi una settimana. e poi un'altra. e si faceva largo che non mi veniva [più] di scrivere.

però forse non mi veniva [più] di farlo qui. perché non è che siano mancate le idee, o le impressioni. è che tutto mi sembrava potesse portar via il finale alla storia dell'anno passato - riassunto in un modo che mi piaceva - e la storia del futuribile progetto dell'improabile irene.

e quindi non scrivevo.

forse per il salto simbolico di un anno con l'altro. che sono quei confini che son più nella testa che nel cuore o nella pancia dell'esistere.

forse perché milleduecentoerotti cazzo di post più o meno cazzari d'un trattto mi son sembrati troppi, zavorreschi, ammonticchiati e sparpagliati ovunque-

forse e soprattutto perché nel il delirio odisseadico di quel fine ottobre e nell'improbabile futuro del progetto che può chiamarsi simbolicamente irene, c'è tutta la variegazione e prismica differenziazione di una persona che - a vederla conservativamente - è cambiata, mentre a vederla odisseandica non è proprio più la stessa. è altro.

non foss'altro per le consapevolezze che si sono acclarate qua e là da allora, fino a quell'ultimo post. milleduecentoerotte psicopippe più o meno riuscite, più in qua. e quella specie di evoluzione è tracciata qui dentro. come i puntini delle puntine sulle ì. bisogna metterle in fila e ne vien fuori un ritratto quanto meno schietto et sincero, poco importa se da capelli forastici che potrebbe non filarsi nesuno.

forse era il caso di dire basta. a queso relative, dico. a libero nella sua mediocrità prurigino-bigotteria dell'italica mediocrità elevata ad ecellenza un po' frignando se così non avviene. nessun revanchismo o incazzo da far passare.

la ragione del viaggio è viaggiare. e di eco continuearanno a declinarsi. perché non si cambia da un giorno all'altro. ma in mezzo si può vedere come sia tutto un divenire.

quindi la chiudo qui. questo blogghe dico.

e poi ci sono le eco. perché continueranno ad esserci. tipo la storia del viaggio di qui sopra. ci si troverà [quelli se ci staranno bene].

 
 
 

sulle annualita, sul loro finire e sui resoconti postici

Post n°1289 pubblicato il 31 Dicembre 2013 da odisseando

sto leggendo erri de luca.

mi rende un lettore placido. fruirne la scrittura è come osservare un meccanismo, precisione millimetrica. si legge lento, perché racconta denso.

ho letto molto in questo anno dispari. probabilmente come non mai. perché ho spento la tivvvvvù. perché non ho più molto da viaggiare sui mezzi pubblici. perché ho provato a fare la parte duale, scrivere. ma non solo qui sui post. tanto che ne ho scritti pochi, probabilmente come non mai. quando si legge molto, senza troppo filtro, può capitare di tutto. e infatti ho letto delle emerite puttanate. però capita anche di incrociare libri che ti entrano dentro.

il più bello è stato "miele", di ian mcewan. miele di castagno, per l'amarognolo che lascia nel retrogusto. che è stato condividerne quanto mi fosse piaciuto. non riuscendo a farlo capire fino in fondo. forse fu una pretesa stupida. come tutte le pretese del resto.

il più illuminante è stato "imperfetti e felici" di christophe andré. faccia a faccia con l'autostima, che non c'è. o meglio: non c'era. ora non è che ci sia del tutto. ma almeno so che era [anche] quello, una questione di autostima. ma non solo a parole. per quanto l'abbia capito [anche] leggendo un libro.

il più punto angoloso è stato un libercolo di galimberti. i libricini di repubblica sui filosofi. usciti un paio di anni fa. ne avevo lasciati da parte tanti. mi son rimesso a leggerli perché c'è stato un momento in cui mi son detto "basta romanzi". la classica delusione da prima stroncatura, di un racconto. mi è venuto sotto mano e sott'occhio quello su freud e su jung.

freud ho cercato di calarlo, come un vestito obbligato addosso ai miei buchi che chissà da dove venivano. anche se l'avrei scoperto presto, osservando i meandri del mio passato. non ha funzionato. tirava da tutte le parti. come un artefatto, come pianificare di diventare amico di qualcuno. ho fatto anche questo, in anni andietro.

jung è stata una folgorazione. la guarigione come individuazione di se stessi. divenire. jung tutta la vita, mi sono detto.

tanto che, senza volerlo, sensa saperlo, senza analizzarlo ho avuto una splendida epifania. era giovedì, quasi di fine maggio. tra un negozio di toelettatura ed un bar. quasi dietro l'esselunga di via washington. pochi minuti a piedi da casa mia. ci stavo ritornando. camminavo e pensavo, il solito flusso di pensieri. il ricordo improvviso di un'incompresione con mio padre migLioni di anni fa. l'eco dell'amaro che provai allora. il questionare - banale - su quanto, come, in che punto era l'ennesimo buco alle mi sicurezze che mi attanagliavano. che l'avrei capito prima o poi, a furia di odg.

e poi la testa che si solleva, guardando verso via costanza. e la chiarissima consapevolezza che il passato, etimologicamente, è passato. andato. vengo da lì e tutte le magagnette coeve. ma vivo nel presente e mi proietto nel futuro. quella è l'unica direzione. quindi basta menarsela coi buchi che sono indietro. c'è da costruirci sopra il presente per il futuro. energie e vigore nel tempo che viene.

ecco. quello è stato il momento più fulminante dell'anno. un punto angoloso, che ci sono anche quelli che sono svolte per migliorare.

quindi è passato nel divenire anche questo di anno.

quello dove ho fatturato mille euro, ed incassato la metà.

quello delle persone nuove che ho conosciuto, ed alcune di cui non sentirò molto la mancanza.

quello dove ho lasciato lo stanzino. e all'aperto tutto è più chiaro che nei sei anni passati.

quello dove ho [ri]trovato un certo struggimento pensando ai bambini, e alla partenità mancata.

quello dove ho fatto magnificamente pure all'ammmore. poco. ma intenso.

quello dove ho pittato casa [mia?]. con le solite compulsioni perfezionistiche. e poi i filetti color glicine a tratti imperfetti vanno bene così.

quello dove ormai la pizza la faccio a mano. ed usare il lievito madre e non quello di birra è per il futuro che viene.

quello della maglietta "bella e possibile".

quello dove ho scoperto mi piace un sacco anche el pepìn verdi.

quello dove ovviamente ho frignato, a tratti, da odg.

quello dove il centrosinistra ha onorato la sua tradizione di non saper vincere. quello in cui grillo mi è stato sui coglioni, ma in effetti era già da prima. quello dove quell'altro è diventato un pregiudicato.

quello delle foto fatte, ma troppo poche. e la correzione del bianco che non è un optional.

quello dove mi son sentito perso, a volte. ma più volte che avrei ritrovato la direzione, anche quando ostinata e contraria.

quello dei refusi nel post. ne avrà un sacco anche questo. ma è un po' come gli altri anni, del resto.

 

sto leggendo de luca. per celia mi stavo domandando se finire il libro prima della prossima mezzanotte o meno. se tenerlo, con i suoi periodi incastonati l'uno con l'altro, a ricamare i lembi di due anni diversi. che è una stupida convenzione. però forse proprio per questo non mi sottraggo all'eco di una ritualistica, financo un po' annualistica. potrei fare questo giochetto spostando il riferimento, che ne so, al 24 di maggio. ma non funzionerebbe, lo so. perché nella divengo nella mia individuazione. ma c'è il limite, financo alla snobbaggine, o snobbimento, o snobbivevolezza, o snobbivevolità. perché, in fondo, sarò pure solo. ma lo sono in buona compagnia.

peraltro il libro si intitola "storia di irene". Irene viene dal greco Eiréne. significa pace. sarebbe un bel nome da dare ad una figlia.

 
 
 

sulle povertà. o qualcosa di simile. o percepite tali.

Post n°1288 pubblicato il 22 Dicembre 2013 da odisseando

camminavo sotto la scighera. per chi sta a più di mezz'ora di metro da qui, o ne fosse sprovvisto, la scighera è la pioggia nebulizzata. che non sembra stia piovendo. roba che mica lo apri l'ombrello. non le senti le gocce sulle mani. però poi ti ritrovi bagnato abbastanza.

vabbhé. dicevo.

camminavo sotto la scighera. ero in centro, tutto sommato, nella via laterale del palazzo di giustizia. la via è vuota. mi fa sempre strano come appiano vuote le vie attorno al palazzo di giustizia.

vabbhé. divagavo.

mentre cammino pensando alle solite psicopippe mie noto un uomo. accanto ai bidoni di conferimento dell'umido. che poi sarebbero quei contenitori un po' parallelepipedi, con le ruote sotto per trasportarli facile. ci si mette l'umido, la carta il vetro dei palazzi. la si mette fuori dal portone il giorno giusto e lo svuotano. l'avevano messo lì quelli di un bar. conteneva avanzi. li stava selezionando ed assaggiando quest'uomo. sì. insomma, svuotava piluccando lui, il bidone.

io gli sono passato accanto. lui, senza nemmeno accorgersi di me, ha continuato a scegliere i pezzi migliori, gustandoseli. nessuna musica struggente di sottofondo. una cosa normale, senza clamore, come la vita che scorre nella sua indifferente immarcescibilità. l'uomo era apparentemente soddisfatto, peraltro. mentre io, che sono abituato un po' a tutto. che sono fintamente cinico. insomma quell'uomo, vivaddddio, mi ha colpito.

è verosimile, molto verosimile, che avrei potuto incrociarlo all'acme del più grande fervore economico del sistema paese, con me medesimo che di tutto avrei dovuto preoccuparmi tranne di quanti soldi in contanti ho in tasca, che tanto guadagno abbastanza per non preoccuparmene dei soldi. non ricco, figurarsi, serenamente senza il pensiero. fossimo anche in questa situazione inversa lo avrei probabilmente incontrato lo stesso. la cosa mi avrebbe comunque colpito. la scighera mi avrebbe comunque bagnato.

ecco, forse in questa siutazione, scighera a parte, di diverso c'è la percezione che ho di me medesimo in quell'ambito, che si confronta con quella di quell'uomo. nel senso che io sono bel lungi, ma molto lungi, dal cercarmi il cibo nel bidone di conferimento dell'umido. e mi sento affranto ugualmente. quell'uomo, da che ne ho avuto la percezione, pareva serenamente interessato solo a gustarsi la merenda, che metti sarebbe diventata pure la sua cena.

che poi è solo una percezione mia. ovvio. che già aveva scatenato l'altra psicopippa sul come ci si sente "poveri", economicamente dico. nel senso di precarietà dei mezzi di sussistenza. ero arrivato pure a delirare che forse quell'uomo è più sereno di me. non so in base a quale tracotante considerazione sulla relatività del benessere che possiamo averci dentro, a prescindere dalle fattezze economiche su cui possiamo far affidamento.

ora: può anche essere che tutto questo lo sia. che quell'uomo sia uno che rovista nel bidone di conferimento dell'umido per pura scelta esistenziale. mentre io dovrei vivere con meno ansia questa nebulizzata possibilità - congiunturale - di sussistermi.

ci può stare dico.

quello che ancora non mi è del tutto chiaro. e non mi porta da nessuna parte la psicopippa, è che quel signore era tutto sommato vestito bene, non un clochard più o meno per scelta. e se in fondo non se n'è fottuto di me, quasi fossi un elemento del tutto connaturato al quadretto nel mentre lui faceva quello che per lui era naturale fare - mangiare del cibo buttato nel bidone di conferimento dell'umido - il problema è che ha messo a tacere quella specie di umana dignità, che distingue appunto un uomo. e lo può aver fatto per millemila motivi. non ultimo perché gli era necessario per sopravvivere: se ti vergogni non mangi, se non mangi muori.

e deve esser questo che mi ronza dentro. che mi disturba. che non fa pace col senso di precarietà di sussistenza che non è emergenza all'atto pratico. ma è allarme all'atto emotivo et psicologico. non è la povertà più o meno acclarata. è quanto possa instillarci a buttar via tutto il resto. e poter sopravvivere con le cose buttate dagli altri.

il post è confuso. lo so. ma come è confusa la sensazione di quando si vede uno far cena in quel modo.

 
 
 

cosa è rimasto?

Post n°1287 pubblicato il 19 Dicembre 2013 da odisseando

sono andato all'auditorium demetrio stratos. che poi sarebbe quello di radiopopolare. che per certi versi, per me, è un po' come radiomaria per le beghine un po' bigotte-spesso-vedove. d'altro canto radiomaria è 107.7. radiopop 107.6. son lì lì. tipo la sensazione sbarellata delle beghine e la mia.

vabbhé. ma non volevo parlar esattamente di questo.

sono andato all'auditorium nonostante, anzi, soprattutto per fottere quella specie di inquietudine sottile e ficcante che ogni tanto sguscia fuori. son lì, a far qualcosa pensando a tutt'altro e si infila su, insidiosa, improvvisa, surrettizia. come se fosse uno spuntone che però vien su da dentro. non è ansia, tecnicamente. odg una volta mi redarguì, pure col suo modo sovrasegmentato: mi fece capire che le parole sono importanti e che le crisi d'ansia son ben altra cosa. però insomma, è quella cosa sottile lì. pervavisa per qualche momento. mentre io provo a raccontarmi che va tutto bene, comunque. che non c'è motivo per sentirsi pronto a farsi soverchiare.

insomma. sono uscito.

e sono andato all'auditorium demetrio stratos. proiettavano un docu-film che si intitolava "what is left". che significa che cosa è la sinistra. ma anche - soprattutto - cosa è rimasto [della sinistra]. è un racconto ilarmente profondo e spietato. leggero ma pregnante. i due registi se la intendono anche nella vita. e si capisce. una sorta di viaggio che cerca di capire che ne è rimasta, insomma. e comincia raccontando le primarie. quelle del 2012, ovvio. e prosegue fino alla condanna definitiva del pregiudicato. insomma. è come veder la cronaca degli ultimi mesi ma come se fossero già un pezzo di storia.

già. un pezzo di storia. perché ho visto pezzi di racconti che sono dell'altro ieri. ma mi sono parsi fottutamente passati, andati, rottamati [sì, usato non a caso], vecchi, senza speranza. ho rivisto bersani [che pure avevo votato, al ballottaggioprimario e che ho sempre stimato molto] con la storia del giaguaro da smacchiare e quello che ne è venuto. infatti riguardandolo mi parso drammaticamente ovvio che non poteva che finire così. certo. dopo un po' di mesi so tutti buoni a far i fichi vaticinanti. però quella sensazione di straniazione ex-post mi ha sorpreso.

come se adesso avessi aperto gli occhi. o meglio. come se alcune cose ora mi paiano più chiare e nitide. allora non lo erano anche per un portato che si era ammonticchiato da flussi e riflussi e flussi e riflussi. una risacca molto obnubilante.

e tornandomene verso casa ho avuto la netta sensazione che sta risacca, tutta questa sabbia riportata, mi abbia fottutamente ancorato, anzi no: zavorrato. non tanto per non capire che la pelata bersaniana non avrebbe smacchiato una fava. ma impedendomi di intendere ben altre situazioni. che son lavorative, ma anche di più. e che ora altresì mi paiono chiare. chiarissime. a limite dell'insopportabile. ed è per questo che sto cercando di staccarmi da 'ste zavorre. e che non è comunque semplice, perché taluni legami si sono innervati. ma son da levare, incidere. probabilmente è questa cosa qui che mi strania. è questa cosa qui dell'insidia di cui sopra [come peraltro mi avevano buttato lì, come ipotesi molto fine, nel senso di raffinata]. è un passaggio che è per un crinale strettissimo. ma è cauterizzazione necessaria.

ci sono già passato attraverso una cosa simile. qualche anno fa. quando lasciai un certo gruppo di amici. furono mesi complicati. di grande spaesamento che compresi solo molto tempo dopo. quando ormai avevo già conosciuto altri amici. questi mi hanno insegnato il piacere della tavola. ogni tanto provano - trasportati dall'entusiasmo eno-erotico-sublimato - a farmi sentire il bouquet odoroso dei vini.

cosa ne rimarrà di tutto questo periodo lo valuterò più avanti. quando ormai ci sarò andato oltre. magari a spaesamento finito. che uno si leva dalle situazioni, ma dopo il vuoto lo si riempie con dell'altro. ecco. appunto. nel nuovo pieno caccerò via pure l'ansia. o quella roba lì, insomma.

 
 
 

de paternitate [mancata]

Post n°1286 pubblicato il 15 Dicembre 2013 da odisseando

[post un po' lunghetto]

oggi sono stato ad una specie di open day natalizio, in una scuola media.

son cose che, in prima istanza, non mi fanno molto bene. e non è tanto per il fatto fosse la scuola della primogenita [di tre] del mio primo ex anelito sentimentale, che ho - consapevolmente - incrociato lì. l'anelarla invece è una roba di millemila anni fa. io quindicenne, aspirazioni borghese-illuminate, visto che perbenborghese era la famiglia di lei. erano già una nevrosi in quel morirle dietro. e lei rappresentava [e rappresenta] quella specie di archetipo di bellezza femminile che ci ho dentro. solo che allora non sapevo cosa fosse una nevrosi, un archetipo, e che avessi aspirazioni borghesemente un po' banalotte. raccontavo al mondo che ne ero innamoratissssssimo. la prova e la purezza del mio ammmmore erano proporzionate a quanto soffrissi per il fatto che lei non ne provasse per me [però mi disse che mi stimava, e che era colpita da una certa mia sensibilità. son cose belle per un adolescente innamorato. belle da intendersi con sovrasegmentale da: mavavanguuulo]. però ero convinto avrebbe cambiato idea, irradiando il mio luminoso futuro. sarebbe stato solo questione di tempo. pensavo di averne in abbondanza, si prendesse tutto quello che le serviva. per farglielo tecnicamente sapere ci misi quattro anni, dopo essere già stato vestigialmente rimbalzato più volte. infatti l'informazione e la notizia non la colsero di sorpresa. poi mi passò. in realtà non potevo ancora sapere che, a proposito di nevrosi innamorative-pseudosentimentali autodenigratorie et autodestrutturanti, avrei dato spettacolo negli anni a venire. roba roboante, dilapidando un sacco di tempo. tutto questo, per far le cose per bene, compulsando solamente attorno ad una persona.

dicevo, prima di divagare troppo su questo archetipo [che continuo a sognare, ma in quanto archetipo, appunto].

gli open day nelle scuole in prima istanza non mi fanno molto bene. perché percepisco una sensazione di dolorosa [?, ex?] straniazione. roba che un sacco di babbi potrebbero essere miei coetanei. ed invece mi sento altro, forse financo più giovane, come se la loro esperienza di babbi fosse cosa che devo ancora fare. quasi avessi tutto 'sto tempo. ma forse è la lettura da pat-pat-paccasullespalle della percezione di realtà che invece poi mi attanagliano. quanto meno quando ho la sensazione di non aver combinato ancora un cazzo nella mia vita, almeno: stando a certi paradigmi che - tecnicamente - dico non mi interessano. ad essere un po' tranchant: ecco, mi son sentito un po' un fallito a star là dentro, in quella scuola. ma senza drammi. e forse questa è una cosa addirittura un po' peggiore.

poi ho visto una scena che mi ha molto intenerito. ed ho proiettato me medesimo in un futuro che - verosimilmente - non sarà. tempo che non ce n'è più.

stavo guardando delle foto, che poi era il motivo per cui fossi lì. ad un certo punto, alla mia sinistra compare un ragazzino. ha i baffi. cioè, meglio. si porta appresso quella peluria scura e pelettoso-morbida tra labbro superiore e naso. è una specie di crinale di tempo che precede il primo taglio con la lametta. quel territorio un po' di mezzo, quando ormai l'ormone ha già cominciato a secernere la cheratina pilifera in territori non ancora sverginati dal bilama. lo ricordo quel periodo. io provavo un po' di fastidio per 'ste cose che mi erano spuntate sul labbro. matreme mi diceva di non tagliar nulla, perché poi sarebbero ricresciuti pù rigogliosi e resistenti al bilama. ed io pensavo: cazzo, ma potrò mica tenerli sempre così solo perché poi ricrescono più rigogliori e resistenti. ricordo che poi, un giorno sull'autobusse per la scuola superiore, notai, con un certo fastidio estetico, la stessa cosa sul labbro del mio amico daniele. ed io, che avevo già sverginato quel territorio [nel senso che me li ero tagliati, ovvio], pensai con un po' di sufficienza: cazzo, ma tagliati 'sti baffi, che son veramente troppo lunghi, ti manca forse il coraggio?

vabbhé.

divago.

dicevo di quel ragazzetto. perché più dei baffetti imberbi mi ha colpito quella sorta di complice entusiasmo con cui mostrava una foto - verosimilmente sua - a - verosimilmente - suo padre. come a volerlo rendere partecipe di un'emozione. condividerne il trasporto, manifestando, al netto di quei baffetti, un'importanza che sarebbe stato un vero peccato non cogliere, non apprezzare, non vivere con paterno riconoscimento. un qualcosa che mi è parso essere normale per mister baffetti: costituente un'abitudine di condivisione, giacché si è fatta propria la consapevole certezza che è cosa accolta, capita nella sua importanza.

ecco. ho pensato che un senso alla paternità potrebbe essere anche questo. soprattutto in un periodo complicato di quando spuntano le prime pelurie imberbi sopra il labbro: e un sacco di cose si fanno cazzutamente confuse. soprattutto con un figlio maschio: io che avrei voluto tre figlie femmine [come peraltro ha partorito l'ex anelito di cui sopra]. ho pensato che probabilmente sarei in grado di capirlo quell'entusiasmo, accoglierlo, e manifestare l'averne compreso l'importanza.

forse anche per dare un po' di giustizia a tutte quelle condivisioni mancate tra me e mio padre: per quanto nella buonafede di entrambi. lui forse non ci è arrivato per la sua formazione, l'impostazione culturale, una comprensione un po' così, forse a tratti. io, da par mio, non gli ho mai facilitato molto il lavoro. spigoloso come figlio, prima che spigoloso come singol un po' fallito.

mi sarebbe piaciuto vedermi come padre al posto di quell'altro padre, figlio consapevole di mio padre. con la sensazione che lì, spigoloso, non lo sarei mica stato. [curioso questo uso del verbo passato, per raccontare un futuro immaginifico. ci sarebbe da scriverci sopra una bella psicopippa. però forse è il caso che a 'sto giro, mi fermi qui].

 
 
 
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