Creato da paoloalbert il 20/12/2009

CHIMICA sperimentale

Esperienze in home-lab: considerazioni di chimica sperimentale e altro

 

 

150 KiloClick

Post n°351 pubblicato il 22 Maggio 2016 da paoloalbert

Ma dov'è andata a finire la chimica sperimentale di questo blog?
Più niente da fare? Basta provette da sporcare?
Spero di no, spero proprio di no!
Dopo la soddisfazione (piccola, ma pur sempre soddisfazione) dei 150 KiloClick raggiunti, devo mettermi d'impegno per far recitare qualcosina agli attori del mio vecchio teatrino chimico.
Ogni volta che passo, frettolosamente, li vedo lì che scalpitano prigionieri nelle loro bottigliette, le quali pian piano si stanno ricoprendo di quel velo biancastro fastidioso dovuto ai microscopici effluvi che si condensano lentamente sui vetri inusati dei laboratori.

paoloalbert lab

(Sempre che il mio si possa eufemisticamente considerare un "laboratorio"... ma per me lo è di sicuro).

A mia discolpa c'è stato nell'ultimo anno il poco tempo a disposizione da dedicare agli hobbies, spero che la situazione migliori con la prossima bella stagione.
Si dice: -faccio questo, -faccio quello... poi il tempo per farlo concretamente si trova con difficoltà.
Troppi mille impegni, ma forse è meglio così.
Comunque ogni tanto aggiungo un brano alla listarella già pronta da far recitare con calma alla mia compagnia; spero di iniziare a onorarla, questa listarella, quanto prima.
Purtroppo le belle sintesi di chimica organica sono finite da tempo per consunzione naturale, basta leggere i forum anche stranieri per constatarlo: poca roba, quasi niente di nuovo sotto il sole.
Anche se le sintesi di per sè sono oggettivamente infinite, NON lo sono quelle fattibili con le risorse limitate e la fatica di reperire i reagenti come è inevitabile in un qualsiasi home-lab.
In qualche caso si può avere d'ufficio (e gratis!) la bellissima sostanza esotica, ma allora non siamo in un home-lab. Troppo facile!

Fra una decina di giorni inizia l'estate: sole e caldo, fate vedere chi siete!

 
 
 

Al Deutches Museum

Post n°350 pubblicato il 15 Maggio 2016 da paoloalbert

Se amate la scienza e soprattutto la tecnologia come le amo io, allora DOVRESTE andare, almeno una volta nella vita, a girovagare per i corridoi del Deutches Museum di Monaco.
Io l'ho fatto ormai da un bel po' di anni, ed è ormai tempo di tornarci, parola mia!
Ho avuto finora la buona fortuna di visitare un gran numero di musei, d'arte e non di arte, famosi o famosissimi, sempre raccogliendone una soddisfazione deliziosa dal momento che i grandi musei raccolgono la quintessenza della produzione umana in tutti i campi.

Ma il Deutches Museum, per quanto mi riguarda, li batte tutti.
Ciò che si legge in Wiki sui contenuti di questo museo (ed è pure molto corposo) è per forza riassuntivo e riduttivo: in realtà c'è infinitamente, dico infinitamente, di più!
A suo tempo avevo trascorso due giornate girando come un'ape impazzita all'interno delle sue sale, e sono sicuro che non mi basterebbero DUE MESI (o due anni...), per vedere bene tutto nei particolari come piace a me.
Per fare solo un esempio da nulla, ricordo che mi ero fermato una mezz'oretta solo davanti ai tubi e tubetti della macchina originale di Linde (1895) per la produzione dell'aria liquida... e quella macchina rispetto al museo E' COME  UNA SOLA CELLULA RISPETTO AD UN CORPO INTERO!

E che dire del generatore di Marx (no, non il Marx del Capitale, tutta un'altra persona...) all'ingresso del museo, col suo milione e duecentomila volt?
Roba da starci lì imbambolati a vedere come fa quell'aggeggio gigantesco a fare i fulmini, che sono il pezzo forte per accogliere i visitatori ancora ignari.
E la nostra chimica? Aggiungo solo: adeguata alla situazione... e chi ha orecchie per intendere, intenda.
Tanto per mettere una vecchia foto, ecco la ricostruzione del laboratorio di Lavoisier; ma se non basta c'è anche quello di Justus Liebig.
E così via andando.

Lavoisier 1

                     "Laboratorium zur Zeit Lavoisier"


Se appena potete, fate una capatina al DM... garantisco che ne vale la pena.
Monaco è una città magnifica, mille cose da vedere, d'arte e di scienza.
E dopo l'indigestione di arte e di scienza, c'è la possibilità, anzi quasi il dovere, di farne un'altra molto più prosaica: uno stinco ciclopico cucinato come si deve, naturalmente da annegare in una birra degna di questo nome.
Prosit!


 
 
 

Risonanze fotoniche, coerenze quantistiche... e manici di pentola

Post n°349 pubblicato il 06 Maggio 2016 da paoloalbert

Qualche giorno fa sono andato in un negozio specializzato in ricambi domestici per cercare i manici di una pentola.
La pentola è di una notissima marca ed i manici li ho trovati, tutto bene.
Aspettando il commesso, noto sul bancone la pubblicità di certe bottiglie e comincio a leggere qualche frase, così per passare il tempo.
Dopo qualche parola, rimango fulminato, mi si perdoni l'irriverenza, come San Paolo sulla via di Damasco, e la mia allibitudine aumenta esponenzialmente con il procedere di quello che viene affermato sull'espositore pubblicitario.
Voglio arrivare in fondo a leggere, mi dico, spero che il commesso ci metta un paio di minuti a trovare i miei manici di pentola... nel caso torni troppo presto approfondirò a casa.
E così ho fatto.

Mi faccio forza (tanta forza...) per non commentare e riporto letteralmente ciò che si afferma in questa pubblicità, vista con i miei occhi da vecchio galileiano incredulo.
Spero che anche voi proviate leggendo il medesimo godimento che ho provato io.

...l’elettrodinamica quantistica spiega come l'interazione dei fotoni di un campo elettromagnetico con le molecole d'acqua provochi l'intrappolamento del campo nel gruppo di molecole, e come le eccitazioni e i rilassamenti collettivi degli elettroni delle molecole rendano i fotoni incapaci a tornare indietro da dove sono venuti. Questo produce un dominio di coerenza. In conformità con l'elettrodinamica, la risonanza interna di un dominio di coerenza attrae anche altre molecole quando esse si trovano in una posizione vicina. Ciò si traduce in una speciale miscela di materia e di campo, che può essere indicata come materia energizzata...

...le sostanze in natura che vengono a contatto con l'acqua, hanno su di essa un effetto vibrazionale e questo effetto può essere impresso su di essa per un certo periodo di tempo – domini di coerenza di molecole d'acqua entrano in risonanza con questa vibrazione per un periodo di tempo, anche lungo. 
La stessa cosa accade nelle bottiglie o nei recipienti, dove l'acqua resta ferma per un lungo periodo di tempo.
A causa di una vibrazione non naturale nei tubi o nelle bottiglie di plastica la struttura naturale dell’acqua viene alterata...

...con questa bottiglia la struttura vibrazionale dell’acqua diventa simile alla struttura dell’acqua di sorgente, cioè simile alla sua struttura naturale. Attraverso la procedura TPS (technology of programming silicon) viene impresso sul vetro un programma vibrazionale che contiene diversi tipi di informazioni naturali.
Queste informazioni vengono trasferite all’acqua, quando essa viene in contatto con il vetro programmato attraverso le oscillazioni elettrodinamiche quantistiche di domini di coerenza nel vetro...


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Povere Fisica, Chimica e Scienze tutte, cosa avete fatto di male per essere torturate in modo così atroce?
Ma consoliamoci! La conclusione, in una noticina in fondo al discorso, è viceversa beata e serafica, affermando come cosa ovvia che...

...tali teorie ed i risultati non sono certificati o riportati da istituzioni ufficiali... la rilevazione richiede metodi speciali (sic!)  che attualmente sono prevalentemente seguiti dallo studio delle scienze alternative.

Enjoy, ragazzi, enjoy! Evviva!

 
 
 

Grande anniversario

Post n°348 pubblicato il 25 Aprile 2016 da paoloalbert

Oggi, 25 aprile, ricorre anche un altro anniversario: quello della nascita di Guglielmo Marconi.
Scienziato, inventore, imprenditore (tutti e tre gli aggettivi li metto a pari merito), salvatore di migliaia di vite umane in mare e altrove.
Se la radio non l'avesse inventata lui l'avrebbe inventata più tardi qualcun altro, ma intanto è indubbio che a Lui e solo a Lui va tutto il merito.
Mi sembra qui banalissimo oltre che inutile sottolineare la grandezza del personaggio e la sua importanza fondamentale nella storia del XX° secolo.

Ebbe purtroppo la sfortuna di essere un uomo di scienza italiano e come tale destinato in patria ad essere preso poco sul serio ed in seguito quasi inevitabilmente all'oblio.
[La scienza non ha mai pagato da noi e men che meno nelle nostre scuole]

Solo nel 1938, anno famigerato delle leggi razziali, per motivi storici assai facilmente comprensibili una legge sancì, per un Marconi ormai già famosissimo in tutto il mondo, la data di nascita come solennità nazionale, rendendogli almeno un omaggio doveroso quanto effimero.
Nel bando che segue gli orgogliosi "Re d'Italia" e "Imperatori d'Etiopia" rappresentano più se stessi e il governo dell'epoca che il nobile Destinatario, ma tant'è, così va la storia, coi suoi vincitori e coi suoi vinti.

 

Anniversario Marconi

 

Finalmente, dopo essere riusciti a distruggere e disperdere finanche quel cimelio inestimabile della nave marconiana Elettra (di cui ho già parlato), arriva il decreto legge del 22 dicembre 2008 n.200, che nelle "Misure urgenti in materia di semplificazione normativa" recita sulla Gazzetta Ufficiale che:

- "La legge nr. 276 del 28/3/1938: "Il giorno 25 aprile è anniversario della nascita di Guglielmo Marconi, è dichiarato, a tutti gli effetti, giorno di solennità civile" E' STATA ABROGATA.

(... e quando mai era stata ed è ricordata, da chi ne avrebbe avuto e ne avrebbe il dovere, tale ricorrenza?...)

Dormi in pace Guglielmo, hai visto bene che nessuno, specialmente da queste parti, è profeta in patria.
Consolati che almeno sulla tua tomba svettano alte le antenne della IY4FGM, che ricordano al mondo almeno da dove hai cominciato.

 
 
 

Prugnoli in fiore

Post n°347 pubblicato il 10 Aprile 2016 da paoloalbert

Qualche giorno fa sono passato lungo la strada (pochissimo frequentata) che della valle conduce al monte ed a fianco del solito tornante ho trovato in pieno fiore il prugnolo selvatico che a fine estate mi premia.

Prugnolo in fiore

                    Fiori di prugnolo, simili al biancospino


Mi premia perchè si riempie di bellissime bacche blù e me le offre per farci poi un liquorino che è una vera delizia.
Naturalmente non me le offre gratis, ma mi fa soffrire più che può con i suoi dannati aculei, radi ma spinosissimi e duri e farci mezzo chilo di bacche diventa appunto una lieta ma lunga sofferenza.

[Sul prugnolo (Prunus spinosa) si trova in rete di tutto e di più, e quindi come al solito nulla aggiungo; chi lo desidera andrà a vedersi dove vuole tutte le salutari proprietà di questa pianta].

Assaggiando le bacche in estate, quando sono scure ma non ancora perfettamente mature, ci si ritrova subito in bocca il sapore acre e legante del tannino, che ti allappa la lingua peggio di un caco verde.
Ma quando le bacche hanno fatto indigestione di sole, si lasciano gustare con un aspro e dolce sapore rustico, colorandoti la bocca con un potente blù flavonico come l'inchiostro.
Dicevo che con i prugnoli selvatici ci faccio un liquorino da dopo pasto; niente di inedito (in altre regioni, specialmente appenniniche, lo si fa comunemente), ma nella mia zona questo salutare liquido non è conosciuto e le bacche le si lasciano di solito agli uccelli.
Ecco come lo faccio io; notare che la quantità di zucchero è grandemente inferiore alle ricette che si trovano in rete.

- Raccogliere mezzo chilo di prugnoli belli maturi; la prova è che se ne possano mangiare tre o quattro senza legarsi eccessivamente la bocca, anche se il tannino è comunque abbondante!
- metterli in un vaso capiente quanto basta e ricoprirli due dita sopra il loro livello con alcol puro a 95°
- mettere il vaso all'ombra e al fresco per 40 giorni, mescolando ogni tanto
- dopo questo tempo sciogliere SOLO 100 g di zucchero in 200 ml di acqua
- scolare bene i prugnoli esausti con un filtro, tenendo il liquido
- al liquido raccolto aggiungere l'acqua zuccherata prima preparata e lasciar maturare a volontà

Un bel bicchierino freddo di questo semplicissimo e sano liquido viola, con il suo robusto grado alcolico, allieterà un fine pasto quando l'autunno comincierà a pennellare di arancio i boschi e le valli.

 
 
 

Questione di campi

Post n°346 pubblicato il 17 Marzo 2016 da paoloalbert

[Intermezzo fino al prossimo esperimento]


- Silvana, hai presente l'inquinamento elettromagnetico?

- Certo Teresa, è una di quelle cose che ti fanno venire il cancro!

- Ma tu ci stai alla larga?

- Magari! Se potessi! Ma siamo tutti bombardati dalle onde elettromagnetiche, dannate multinazionali... @#!gr!#@!&*arrgr!

##suoneria##

- Aspetta un attimo, vediamo chi è il seccatore...

E Teresa estrae dalla borsetta il cell meraviglioso e grazie al campo elettromagnetico in un quarto d'ora ha concluso la telefonata.

- Scusa Silvana, stavamo dicendo... dannate multinazionali... @#!grr!#@!&*arrghh! però, dai, sai che per il compleanno il mio Philip mi regala un cellulare nuovo? L'ho visto in negozio, è potente e bellissimo, sono stufa di questo accrocco che ho già da quattro mesi!

- Te lo invidio il tuo Filino... scusa, Philip! Ma tornando a quelle onde elettromagnetiche assassine, lo sai Teresa che sul condominio della Lolly stanno installando una antenna di telefonia mobile? Per aumentare il campo, dicono. E quella scema ha votato sì all'assemblea condominiale, non so se per guadagnarci chissà cosa. Più che scema, mi sembra anche un po' criminale la Lolly, che ne dici?

- Parole sante Silvana. Forse la Lolly ci vuole morte... Comunque, ci mettono antenne sulle nostre case e poi vai un po' fuori città e non sei mai sicura di poter parlare al telefono. Ieri ero a sciare sul ghiacciaio dove vado sempre con Philip e vuoi che ti dica? In un tratto della pista non c'era campo! Sono dovuta scendere cinquanta metri per poter chattare in pace! Gli costa tanto a quelle dannate multinazionali mettere dei ripetitori che coprano almeno tutta la lunghezza delle piste?

- Terry, hai ragionissima. Paghiamo fior di canone per il cell e poi... non c'è campo! Però dalla Lolly, quella stupida, il campo c'è eccome!

- Quella faccia come crede; ma sulla mia casa non voglio niente che assomigli anche vagamente a una antenna. Anzi, ti dirò di più: Philip mi ha orientato il letto secondo il meridiano giromagnetico  di Kunz (se ne parlava anche da Alfonso il parrucchiere, ti ricordi?), che sembra garantisca la più totale immunità da ogni influsso elettromagnetico. Io non voglio onde di nessun tipo intorno a me!

- Sì, mi ricordo la discussione. Alfonso, oltre che un parrucchiere, dev'essere uno scienziato. Dice che quando lavorava in crociera sulle navi sentiva una certa corrente scaricarsi in mare ogni volta che passava un meridiano, e che quello era il momento migliore per sistemare i capelli alle clienti che li volevano ricci a lungo.

##suoneria##

- Pronto? Philip, sei tu? Sono in giro con la Silvy, ma stai lì che ho una montagna di cose da dirti... A proposito, Filino, sai quel nuovo cellulare...

 
 
 

Zincatura, un microscopico riconoscimento a Eugenio Bertorelle

Post n°345 pubblicato il 08 Marzo 2016 da paoloalbert
Foto di paoloalbert

Eugenio Bertorelle, classe 1913, fu tre cose insieme: un chimico, un professore ed un artista.
Insegnò in vari istituti tecnici ed all'università di Milano, ed ebbe sempre la passione innata per l'elettrochimica e le tecniche galvaniche, che coltivò per tutta la vita e che gli diede ampi riconoscimenti in accademie nazionali e internazionali.
Era così tanto innamorato dell'elettrochimica da trasferire questa passione in ambito artistico e da fargli produrre nel suo laboratorio di casa opere e sculture "elettrolitiche", apprezzate e ricercate dai collezionisti.
Una dozzina di anni fa, dopo la sua morte, fu allestita a Varese una mostra il cui titolo è tutto un programma: "Germinazioni galvaniche"!
Bertorelle è stato una dei padri della tecnologia galvanica nel nostro paese e soprattutto è stato l'autore del ponderoso "Trattato di Galvanotecnica" (edito da Hoepli), una vera bibbia per i professionisti in questo settore.

Visto che volevo fare una prova di zincatura, la faccio rendendo il mio microscopico omaggio al nostro Autore mettendo in pratica una formulazione presa dal suo librone, che è la seguente:

-solfato di zinco ZnSO4 300 g/l
-cloruro di ammonio NH4Cl 40 g/l
-solfato di alluminio Al2
(SO4)3 30 g/l
-acetato di sodio CH3COONa 15 g/l
-acido solforico H2SO4 quanto basta a portare il pH a 4
-de
nsità di corrente (non tensione!) da 1 a 5 A/dm2
-temperatura 20-30°

Ho preparato la soluzione dei vari sali in 200 ml di acqua e predisposto la celletta elettrolitica.
Pur avendo a disposizione alimentatori stabilizzati e regolabili in tensione e corrente, ho usato il semplicissimo alimentatore descritto la volta scorsa regolando la densità di corrente con l'ausilio di una sola banalissima resistenza, come già detto.
L'anodo era una lamina di zinco ed il catodo un elemento in ferro della superficie (immersa) di 16 cm2
Come il solito, è di fondamentale importanza che il metallo da ricoprire sia perfettamente pulito e quindi ho trattato il pezzo prima con carta vetrata per rimuovere lo strato di ossido, poi con soluzione diluita di HCl ed infine risciacquato bene, senza mai toccare con le mani la superficie pulita.
Ho volutamente provato la deposizione al limite superiore della corrente consigliata, regolando il reostato dell'alimentatore a 800 mA, corrispondenti ad una densità di corrente di 5 A/dm2 ed elettrolizzato per circa 45 minuti, sotto costante agitazione.
La zincatura è risultata molto buona e compatta anche se leggermente ruvida al tatto, sicuramente per la corrente alta e per la temperatura del mio lab, che era viceversa decisamente bassa.
Con una passatina di carta vetrata il deposito, assolutamente aderente, è diventato bello lucido.

Ecco la cronaca fotografica dell'esperimento:

zincatura 1

zincatura 2

zincatura 3

 

Con la medesima soluzione effettuerò altre due prove in condizioni diverse e ne parlerò a suo tempo:

- aumentando un po' la temperatura e diminuendo significativamente la densità di corrente (variando il tempo in proporzione)

- infine, per fugare ogni dubbio riguardo l'uscita non filtrata dell'alimentatore, conducendo l'dentica elettrodeposizione con corrente perfettamente continua e quindi del tutto esente da ripple (batteria in tampone con pannello fotovoltaico).

 
 
 

Riflessioni di galvanotecnica spicciola

Post n°344 pubblicato il 28 Febbraio 2016 da paoloalbert

[Galvanotecnica è intesa come il modo di ricoprire elettroliticamente un metallo con un altro]

Qualche tempo fa chiacchieravo con un giovane amico di galvanotecnica spicciola, e spero di averlo convinto della totale inutilità di dover possedere un alimentatore stabilizzato e regolabile in tensione per questi esperimenti domestici.
Questo perchè la primissima cosa a cui uno pensa accingendosi all'elettrolisi è: a che TENSIONE alimento la cella?
Tensione, tensione... sempre tensione!
Quando si parla di elettricità siamo abituati a sentir parlare solo di questa grandezza: nelle prese di casa ci sono 230 VOLT, la batteria dell'auto è 12 VOLT, le pile del supermercato hanno un VOLT e mezzo, l'alimentatore del PC è 19 VOLT, nella presa USB ci sono 5 VOLT, eccetera.
I Volt (cioè la Tensione) non significano nulla se non sono accompagnati dall'altra grandezza fondamentale, gli AMPERE (cioè la Corrente).
La corrente è ben più importante della tensione e pure è così misconosciuta dai non addetti ai lavori.
La corrente rappresenta proprio il flusso di elettroni che attraversano un apparecchio alimentato... a corrente, appunto!
La parola "corrente" richiama alla mente proprio uno scorrimento di qualcosa, come l'acqua di un fiume.
E' questo flusso di elettroni che fa il lavoro, non la tensione (che è quella che li spinge a muoversi, come la pendenza dell'alveo del fiume).

Tante volte abbiamo sentito: -il Tizio è rimasto folgorato "dall'alta tensione"-
Nossignori, il Tizio non è affatto rimasto folgorato dall'alta tensione, è rimasto folgorato perchè una ALTA CORRENTE ha attraversato il suo corpo.
(Per gli ascoltatori/lettori di cronaca nera o per lo sfortunato Tizio non è che questo concetto gli cambi molto la ex vita, ma vogliamo essere rigorosi per un momento?)
Altrimenti anch'io sarei rimasto folgorato mille volte con le mie macchine elettrostatiche di Wimshurst e Van der Graaf (che si vedono all'inizio di questo blog), le quali producono una tensione ben oltre i 100.000 Volt... ma con una CORRENTE minima!
Ecco quindi che la morale (semplificata) di tutto il discorso è: in elettrotecnica, quella che in definitiva conta più di tutto è la corrente, non la tensione.

In galvanotecnica infatti non si parla quasi mai di tensione, ma sempre, quasi ossessivamente, di Ampere per decimetro quadrato, ovvero della Densità di corrente sull'anodo e sul catodo.
La corrente che attraversa una cella elettrolitica è data principalmente dalla legge di Ohm, A=V/R dove A sono gli Ampere che l'attraversano, V è la tensione dell'alimentatore e R è la resistenza interna della cella, che dipende dalla costituzione chimico/fisica della stessa e dalla superficie degli elettrodi.
Ecco che anche avendo un alimentatore a tensione fissa (parliamo di corrente continua naturalmente), basta una semplice resistenza variabile in serie alla cella per regolare la densità di corrente voluta.

La tensione sugli elettrodi della cella si stabilirà automaticamente in funzione della somma delle due resistenze (interna ed esterna) e non diventa più un dato di cui preoccuparsi.
Naturalmente si può raggiungere la corretta densità di corrente anche usando un bellissimo alimentatore regolabile in tensione, ma esso è estremamente complicato se lo si paragona ad una semplice resistenza in serie!
In ambito home-lab, non ha quindi alcun senso affermare che è fuori logica usare un antidiluviano reostato perchè siamo nell'era dei microprocessori!

Lo schema di un alimentatore proprio minimo, a soli 4 (quattro!) componenti, che permette di eseguire tutti nostri esperimenti di galvanotecnica che la fantasia ci ispira senza ricorrere a transistor, integrati, dissipatori, condensatori, e tutto il resto è il seguente:

Alimentatore elettrolisi


L'unico componente di difficile reperibilità è il potenziometro P da 25 ohm 25 watt, ma la difficoltà può essere facilmente aggirata con una serie di resistenze fisse inseribili con un semplicissimo commutatore.
Non serve nemmeno livellare l'uscita con un condensatore, basta la corrente pulsante a 100 herzt in uscita dal ponte di Graetz.
E come si vede non c'è il voltmetro, ma l'AMPEROMETRO!
Può essere più semplice di così? Credo di no!

La prossima volta, visto che ho parlato di cose galvaniche, proverò a fare una zincatura.
Le ricette di bagni elettrolitici sono innumerevoli, reperibili per esempio sul Turco, sul Villavecchia o sul Bertorelle.
Tutti magnifici libri per i quali siamo grati alla casa Editrice Hoepli per averli (purtroppo solo in altri tempi) pubblicati.
Mi baserò per curiosità sull'ultima opera, il Trattato di Galvanotecnica del chimico-professore-artista Eugenio Bertorelle.

 
 
 

Un metallo dorato blù cielo

Post n°343 pubblicato il 18 Febbraio 2016 da paoloalbert
Foto di paoloalbert

C'è una sperduta ma interessante località presso il lago Bernic, nel Manitoba (Canada).
Quando penso ad una sperduta località del Canada sempre associo l'idea ad un amico (che ora volteggia molto, molto in alto...) che andò in tempi non sospetti a fare il boscaiolo nelle foreste dell'Alberta.
Non a fare il cameriere a Londra come si usa oggi ma un po' più in là.
Arrivato in qualche maniera a Edmonton, prendeva un altro aeroplanino, e su, verso nord, ad abbattere infiniti abeti nel freddo boia che più boia non si può.
Povero Savino, non ne ha abbattuti tantissimi di abeti, ma pur è riuscito a rimanere semiraffreddato per il resto della vita...

Vicino al lago Bernic, dicevo, di interessante c'è una miniera, e a me le miniere intrigano in modo particolare e quando ne trovo una che mi sembra giusta ne parlo.
Poco tempo fa toccò al litio, che abbiamo scoperto derivare per una grandissima parte della produzione mondiale dai depositi salini di Atacama, in Cile.
Ma c'è un altro metallo alcalino ancora più interessante del litio per le sue origini estrattive: i due terzi delle sue riserve mondiali sono localizzate in un solo posto, laggiù vicino al lago Bernic. Incredibbbile!

Questo metallo, il cui nome significa "blù cielo" dal colore delle sue righe spettroscopiche osservate da Bunsen e Kirchoff che ne permisero la scoperta un secolo e mezzo fa, è il CESIO.
Il cesio, oltre ad essere molto raro, è un bel metallo quasi dorato, lucente come il mercurio e che diventa liquido solo a tenerlo in mano (ben chiuso in un'ampolla!), e così reattivo da esplodere letteralmente al contatto con l'acqua.

cesio

Se lo tocchi ti brucia, perchè la pelle contiene acqua e non c'è nulla come questa sostanza che impazzisca d'amore/odio per l'acqua.
Riguardo gli usi e le sue proprietà non ne parlo perchè si possono trovare in rete in lungo e in largo.

Nel Manitoba vi è un giacimento costituito da un colossale corpo di pegmatite granitica contenente minerali di cesio, litio e tantalio... e scusate se è poco!
I minerali sono principalmente pollucite (silicoalluminato di cesio e sodio (Cs,Na)2Al2Si4O12·H2O), spodumene (silicato di litio e alluminio LiAlSi2O6) e wodginite (ossido multiplo di manganese, stagno, tantalio e niobio Mn,(Sn,Ta)(Ta,Nb)2O8).
Il deposito, scoperto nel 1929, è da decenni la principale fonte mondiale di cesio e si stima, considerando un consumo complessivo di metallo di circa 30 tonnellate all'anno, che la miniera potrà fornire ancora risorse per un altro paio di millenni (!), rappresentando appunto circa due terzi delle riserve totali del pianeta.

L'estrazione del cesio dai suoi minerali è una operazione lunga e complessa, che porta alla fine a sali dai quali il metallo è preparato per riscaldamento sotto vuoto con calcio o bario o addirittura per elettrolisi del cianuro CsCN fuso; il suo prezzo "all'ingrosso" diciamo così, si aggira sulla decina di euro al grammo.
Val sicuramente la pena di accennare ad un suo impiego particolarissimo ed insospettato, nonostante il suo alto costo: salificato con l'acido formico (formiato di cesio HCOOCs) viene usato in grande quantità per il confezionamento dei fanghi per le perforazioni petrolifere.
Grazie all'altissima densità e proprietà delle sue soluzioni esse permettono, oltre alla lubrificazione dello scalpello e la rimozione dei residui di roccia, soprattutto la stabilità del pozzo fino alla sua tubatura, e senza particolari problemi ambientali.
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fotocellula al cesio

E per concludere come il solito con qualcosa di pratico, ecco una vecchissima fotocellula che ho riesumato facendo un po' di scavi archeologici nello scatolone delle mie valvole elettroniche.
Si tratta di una Metal FC-2100, al cesio naturalmente.

 
 
 

Un Giallo limone

Post n°342 pubblicato il 07 Febbraio 2016 da paoloalbert

Ancora un quadro? Ma non siamo in Chimica sperimentale?
Sì, ma la "chimica sperimentale" langue di questi tempi, non solo su questo blog... e poi i quadri mi piacciono particolarmente.
Se guardo i fuochi artificiali, ci vedo il bravo pirotecnico che mescola sali di bario, di stronzio, nitrati e perclorati; allo stesso modo se osservo le pennellate di un quadro (antico) con un po' di fantasia immagino le conversazioni del pittore col vecchio artigiano, mezzo chimico e mezzo alchimista, armato di forno, mortaio e tanta esperienza:

-"...solo tu mi sai fare quel Giallo di Napoli come io lo voglio..."- mi sembra di sentir dire, mentre il vecchio colorista pensa a quel bel lotto di ossido di stagno che ha appena ricevuto dalla Cornovaglia e che sposerà in onore del pittore coll'ossido di piombo...

Naturalmente parlo di quegli artisti che hanno superato il fondamentalissimo test del tempo e le cui opere stanno ora appese alle pareti dei musei.
(Ci sono oggetti nei musei che pur avendo superato il test fanno "oggettivamente" schifo, ma sono per fortuna poco numerosi).

Se si ha la grande fortuna di vedere i quadri di persona fin da giovani, è probabile che attecchisca il germe della sensibilità verso quest'arte, del piacere verso un capolavoro che durerà poi per sempre.
Provate ad immaginare una bella fotografia de "Il Giardino delle delizie" di Bosch ed essere invece a due metri di distanza dall'originale...
Nel primo caso dopo un attimo si gira pagina, nel secondo vien voglia di fermare il tempo e star lì a contemplare ogni particolare.
Naturalmente è solo un esempio fra gli infiniti possibili, in funzione delle diversissime predilezioni personali.
Se per caso sei un giovane che legge qui e pensi che ti possano piacere i quadri famosi, credimi sulla parola e appena puoi vai a vederli di persona.
Ma comincia con i capolavori! Le crostacce senza valore lasciale perdere, altrimenti il germe anzichè svilupparsi verrà disattivato sul nascere.

                              ...°°°OOO°°°...

Nel mio saltuario giocherellare con i pigmenti storici, l'ultima volta avevo provato a fare il violetto di cobalto (fosfato di cobalto), mentre oggi vado a pasticciare con quel bel giallo che Gauguin si sa usò per il vestito di questa ragazza:

Gauguin

                       Breton Woman in Prayer (1894)

Si tratta del pigmento detto "Giallo limone", originalmente costituito dai cromati di bario e stronzio (BaCrO4, SrCrO4).

I cromati metallici insolubili sono stati usati fino ad alcuni decenni fa, fino a quando la sensibilità verso l'impiego di sostanze meno tossiche ha preso il sopravvento.
I cromati contengono naturalmente il cromo esavalente, che non è certo un campione di salubrità... ma tant'è, si sono usati per un secolo e mezzo e tanto basta.
Il cromato più famoso è certamente quello di piombo (Giallo cromo, PbCrO4), che è di un bellissimo giallo oro, caldo e brillante.

I cromati di bario e stronzio sono abbastanza simili, ma con tonalità diverse: molto limone e molto freddo il primo, sempre chiaro ma più caldo il secondo.
Ne ho preparato una piccola quantità di tutti e due nelle medesime condizioni, proprio per confrontarne le differenze.
Da come posso vedere, per la signorina bretone (che non ho avuto il piacere di osservare dal vero...) confermerei che Gauguin abbia usato in questo caso proprio il cromato di stronzio; la tonalità mi sembra veramente troppo poco "limone" per essere cromato di bario.
Che Paul abbia mescolato addirittura anche un po' di Giallo cromo? Sembrerebbe di sì, ma facciamo finta di niente ed andiamo a vedere il "mio" Giallo limone.

Ho mescolato, a pH neutro ed in quantità stechiometriche, una soluzione di cromato di potassio K2CrO4 ed una di nitrato di stronzio Sr(NO3)2, ottenendo il precipitato giallo di cromato di stronzio SrCrO4.
Precipitato che ho filtrato, lavato, essicato, eccetera, ottenendo la polverina che si vede qui sotto e che è il pigmento puro che in altri tempi avrebbero chiamato propriamente "Giallo limone".

Stronzio cromato



Mettendoci dentro anche del bario, ad libitum, i limoni da maturi passerebbero ad acerbi, e viceversa.
Nell'ottocento questo pigmento lo si sarebbe ottenuto più o meno nella mia identica maniera e quindi mi illudo che sarebbe piaciuto pure al nostro Gauguin, che certo non lesinava nei colori vivaci e nel giallo in particolare.

 
 
 

Intervallino

Post n°341 pubblicato il 02 Febbraio 2016 da paoloalbert

Ogni tanto mi prendo qualche pausa.
Chi passasse nel frattempo da queste parti può ascoltare questo delizioso brano tradizionale dell'Ingria.

 


Non piace? Poco male, c'è sempre il Festival di Sanremo che incombe come una malediz... pardon, come alternativa.

 
 
 

La chimica della sciura Adele

Post n°340 pubblicato il 16 Gennaio 2016 da paoloalbert

Tutti noi sappiamo che "LA CHIMICA" è vista da una generica signora Adele (e dai giornalisti del TG) più o meno come il fumo negli occhi e le bollette del gas.
Insomma, una dannata cosa di cui l'umanità farebbe volentieri a meno se appena fosse possibile.

Ma è proprio così? Andiamo a rovistare negli armadietti dell'Adele.
Il bello è che se chiamiamo le cose che saltano fuori col nome commerciale del supermercato si ha un effetto; se chiamiamo la medesima sostanza col nome "chimico" se ne ha un altro.
Vai, tira fuori e metti da parte. Sentiamo i commenti della signora.

- NaClO, ipoclorito di sodio.
Un forte agente ossidante che in ambiente acido libera cloro.
-Cloro? -Il gas asfissiante della prima guerra mondiale? -Alla larga!-
Macchè alla larga, è la normale candeggina che serve a sbiancare le macchie e a disinfettare il WC.

- NH4OH, idrossido di ammonio.
-Mai sentito! Che roba è?-
Non è altro che la normale ammoniaca, che serve soprattutto per pulire i pavimenti in maniera "ecologica".

- Sodio alchil-arilsolfonato, sodio trifosfato, sodio... eccetera, etossilato... eccetera, ammidi..., enzimi...
-Quì sembra di essere in piena guerra chimica!- dice Adele.
No, robina pacifica. E' solo la composizione (abbreviatissima!) di un moderno detersivo da lavatrice.

- NaHCO3, sodio bicarbonato.
-Il bicarbonato lo conosco! Lo prende qualche volta mio marito dopo la cena aziendale! No, non mi freghi, questo non è pericoloso-

- NaCl, sodio cloruro.
-Mi vuoi prendere in giro? Tutti sanno che è il sale! Però convengo che se mi dici il nome "chimico" mi fa un altro effetto...-

- Na2CO3.1,5H2O2, sodio percarbonato.
-Mai sentito 'sto "percarbonato". In casa mia non c'è di sicuro!-
Sì che c'è: è il classico additivo sbiancante all'ossigeno attivo che hai vicino alla lavatrice e che ti fa i capi che più bianchi non si può...
Le massaie continuano a chiamarlo perborato, che si usava al posto del percarbonato fino a qualche anno fa.

- HCl, acido cloridrico.
-Acido cloridrico? Ma non è l'acido muriatico?-
Sì, è quello, ma chissà perchè dal tempo degli alchimisti si continua a chiamarlo acido muriatico. Serve a pulire i cessi e disincrostare il calcare irriducibile.

- H3PO3, acido fosforico.
-Non penso proprio di averlo "l'acido fosforico..."-
Sì che ce l'hai: è il principio attivo di tutti i viaka... pardon, degli anticalcare che tutti teniamo in bagno.

- Na2CO3, sodio carbonato.
-Carbonato o bicarbonato sarà la stessa cosa, no?-
No, non è affatto la stessa cosa. Il carbonato è la vecchia cara "soda" della nonna; ora è difficile da trovare perchè ha il grosso Svantaggio di costare troppo poco, ma se la trovi è molto efficace per pulire tutto.

- Feniletanolo..., citronellolo..., esilcinnamaldeide..., cicloesilsalicilato..., benzilbenzoato...
-Questa sì che è guerra chimica!- dice Adele. 
Più o meno... la composizione dei profumatori per casa da attaccare alla presa di corrente contiene mezzo libro di chimica organica!

- H2F2, acido fluoridrico.
-Sempre acidi! Non vorrai dirmi che ho anche questo!-
Forse no, ma al supermercato c'è di sicuro; l'acido fluoridrico domestico di solito è in un flaconcino arancio e la sua soluzione al 10% serve a togliere le macchie di ruggine.

- C4H5O6K, tartrato di potassio, Na2H2P2O7, pirofosfato acido di sodio
-Via, via, in casa mia non c'è 'sta robaccia!-
Robaccia? Ma non fai mai una torta? Sono semplicemente i lieviti per dolci delle bustine profumate alla vaniglia!

- C8H8O3, 4-idrossi-3-metossibenzaldeide.
-Se mi dici che ho in casa anche questa idrossi-metossi, e che magari la mangio, ci faccio un colpo!-
Scusa Adele, ma ti ho appena detto: fai mai una torta? La idrossi-metossi, come la chiami tu, è la profumatissima vanillina.

- KAl(SO4)2.12H2O, solfato di alluminio e potassio.
-Io di alluminio ho solo una vecchia pentola! In casa di una salutista come me giuro che quello che hai detto non c'è!-
Ti sbagli Adelina... sei proprio tu la prima ad averlo! E' l'allume di rocca, che hai comprato pagandolo mille volte il suo valore come ecologicissimo, naturalissimo, adoratissimo astringente. Su qualche bancarella, assieme ai bastoncini indiani, lo chiamano addirittura "cristalli di potassio". Se sapessero cos'è il potassio...

- C6H12, esano, C3H6Cl2 dicloropropano.
-Adesso mi dirai che nel mio armadietto ci sono pure queste bombe. Cosa sono?-
Semplicemente il classico smacchiatore "avio" per la giacca di tuo marito, che usi quando torna dalla cena aziendale ed ha sempre una padella sul bavero.

- C3H6O, dimetilchetone.
-Se è l'acetone purtroppo questo credo di averlo! Non è il solvente per lo smalto delle unghie?-
Giusto, il buon vecchio acetone. Ma sei parzialmente salva perchè ora è meno usato perchè considerato troppo aggressivo. Scioglie troppo bene!

- C4H8O2, etile acetato.
-Mai sentito l'etile acetato!-
Beh, era difficile. E' il moderno solvente per lo smalto delle unghie; ha sostituito in parte l'acetone ed ha anche un buon profumo etereo.

- NaOH, idrossido di sodio.
-Questa te la dico subito io. E' la cosiddetta soda caustica (pericolosa!), da mettere nei lavandini quando sono talmente intasati di capelli da mettersi le mani nei capelli.

- H2O2, perossido di idrogeno.
-Perossido di idrogeno? Sembra roba per i missili!-
Sì, si usa anche per i missili. Ma quando questo perossido è diluito in acqua al 3% si chiama semplicemente "acqua ossigenata", che usi giustamente come innocuo disinfettante.

-C7H8, toluene.
-Mi arrendo... non posso avere in casa anche il toluene, che non ho idea di cosa diavolo sia!-
Te lo dico io allora: si trova nel barattolo del solvente che usa tuo marito quando gli viene in mente di pitturare la cancellata e ne consuma una latta per lavare un pennello. -Stai attento che ti sporchi!- gli dici sempre invano!

- C2H4O2, acido acetico.
-Si troverà nell'aceto, credo... Ma è una sostanza naturale!-
Certo che è naturale, ma che c'entra? Se una molecola è la stessa, è la stessa sia che venga dalla natura o da una fabbrica chimica!!!

- C6H6O7, acido citrico.
-E' nei limoni, non mi freghi! Naturalissimo anche questo!-
Certo che è naturale, ma che c'entra? Se una molecola è la stessa, è la stessa sia che venga dalla natura o da una fabbrica chimica!!!

Gentilissima signora Adele, visto quanta utile "robaccia chimica" abbiamo trovato nei suoi armadietti? E chissà quanta ne ho dimenticata.

 
 
 

Un frequenzimetro "a capoccia"

Post n°339 pubblicato il 06 Gennaio 2016 da paoloalbert
Foto di paoloalbert

Una ventina di anni fa i televisori a schermo piatto erano da poco apparsi, poco diffusi e molto costosi, una specie di sogno futuristico più o meno come si vede nel film Farenheit 451 del 1966.
Fino alla fine degli anni novanta praticamente tutti i televisori erano costruiti col classico tubo catodico, pesantissimo ed ingombrante.
Il tubo catodico di un vecchio televisore era in sostanza una grossa valvola termoionica, con un emettitore termico di elettroni (il catodo), delle griglie controllo e un anodo al quale era collegata una altissima tensione positiva (circa 30mila volt per i televisori a colori dell'ultima generazione).
Gli elettroni emessi dal catodo venivano accelerati verso l'anodo, situato dietro lo schermo in forma di sottilissima reticella, e per inerzia ci andavano a sbattere contro illuminando i "fosfori" spalmati sulla parte interna del vetro.
Le griglie del tubo regolavano opportunamente il flusso di elettroni, a seconda dell'immagine da formare.
Per far sì che il pennello di elettroni scorresse su tutta la superficie dello schermo esso veniva (con opportuni metodi che non sto a dire) deviato da una parte e dall'altra e dall'alto in basso con dei segnali detti di sincronismo, identici a quelli della stazione trasmittente.
Per non farla troppo complicata, immaginiamoci un pennello intinto nel colore che scorra da sinistra a destra e da destra a sinistra 15625 volte al secondo, e dall'alto in basso e poi d'accapo 50 volte al secondo.
Si capisce che in un attimo tutto lo schermo sarà colorato, poi cancellato, poi ricolorato... e così via fin che la TV rimane accesa.

Perchè tutto questo prologo sui vecchi televisori?
Perchè l'oscillatore interno all'apparecchio che generava i 15625 Hertz (detto oscillatore di riga) aveva una frequenza che cadeva nello spettro delle frequenze acustiche e che io, fino a qualche anno fa, udivo benissimo pur essendo al limite superiore di quelle udibili.
Accendendo il televisore si sentiva un finissimo sibilo, che nelle persone più sensibili poteva anche dar fastidio e che sicuramente qualcuno ricorderà.
Magari esiste ancora qualche tradizionalista (?) che guarda la TV con un vecchio apparecchio a tubo e che magari (sempre più improbabile!) è abbastanza giovane da sentire i 15 KHz acustici... ci credo poco, ma potrebbe anche essere.
Un tempo (ho sempre avuto la mania degli esperimenti) mi divertivo a "misurare" la frequenza di riga dei televisori col metodo che chiamerò "a capoccia".
Eccolo:

- si sa che la frequenza è data dal rapporto tra la velocità di propagazione dell'onda e la sua lunghezza.

- come misurare la lunghezza d'onda di quel sibilo?

- mi ero accorto che muovendo la testa lateralmente, poco poco, il sibilo subiva delle modificazioni di intensità, fino ad annullarsi in certi punti.

- si sa che tra un minimo e l'altro la distanza deve essere pari a mezza lunghezza d'onda, come si vede dalla figura qui sotto.

Onda sin

- di conseguenza, misurando la distanza di movimento della testa tra un minimo e l'altro si poteva risalire alla lunghezza d'onda, e da questa alla frequenza.

- come misurare il movimento della testa? Basta simulare una stampante: matita in bocca, foglio di carta e collo rigido!

- trovare un minimo (la posizione in cui il sibilo non si sente), traslare con attenzione la testa tracciando una linea sul foglio e fermarsi al prossimo minimo.

- misurare la lunghezza della linea in mm e moltiplicare per due.

- dividere 340000 (velocità di propagazione del suono nell'aria in mm/s) per il numero trovato sopra... e quella è la frequenza cercata!

Naturalmente io sapevo già la frequenza (15625 Hz, un numero fisso per tutti i televisori) e questo metodo, ruspante che più ruspante non si può, serviva solo come divertente conferma alla teoria.
Essendo la lunghezza d'onda 340000/15625 = circa 22 mm, il segno sulla carta è dell'ordine del centimetro.
E la precisione di questo metodo? (che ad essere sincero mi ricorda un po' gli IG Nobel...)
Quella dipende "pesantemente" dall'operatore, o meglio da come controlla la sua capoccia; in ogni caso si capisce che non sarà certo esaltante.
Si sarebbero potute fare le cose un po' più seriamente, ovvero sostituire la capoccia con un microfono, le orecchie con un milliamperometro, il cervello con un amplificatore e la matita in bocca con un fissaggio meccanico scorrevole su una guida millimetrata.
[Come le vecchie linee di Lecher usate in radiofrequenza per intenderci].
Ma chi mi faceva fare un ambaradam del genere per niente? Il metodo a capoccia, per divertirsi scientificamente con poco, mi bastava e avanzava.

E se il vecchio televisore con l'oscillatore di riga fischiante l'hai buttato in discarica già da un decennio?
Rimane una speranza: che tu faccia il musicista e che abbia un diapason.
Prova con un diapason, ma tieniti spazio attorno.
La capoccia, per sentire i due nulli a 440 Hz, deve spostarsi stavolta (in maniera perfettamente parallela) di circa 38 cm.

 
 
 

Non è Atlantide

Post n°338 pubblicato il 28 Dicembre 2015 da paoloalbert

Nebbia 2015


La grande città è ai bordi di quell'isola, giù sotto, sul fondale.
Non è Atlantide, non è acqua, è la nebbia del dicembre 2015.
Laggiù all'orizzonte, nemmeno gli Apennini spuntano.
Quassù, sole, sole, sole...

 
 
 

Buon Natale

Post n°337 pubblicato il 23 Dicembre 2015 da paoloalbert

 

Buon Natale armeno

                  Շնորհավոր Սուրբ Ծնունդ

Buon Natale, in armeno.
Travagliata, antica terra cristiana.
Che la luce, là in fondo, sia con tutti noi.

 
 
 

Fiori, cobalto e atmosfere violette

Post n°336 pubblicato il 14 Dicembre 2015 da paoloalbert

A Monet piacevano le ninfee, sicuro.

Monet, ninfee

E gli piaceva pure il color violetto, che troviamo sempre, naturalmente ora più ora meno, nel suo coinvolgente impressionismo che da solo vale il viaggio al museo, dove che sia.
Sembra che Claude fosse anche grato a monsieur Jean Salvetat, il pressochè ignoto chimico francese che nel 1859 "inventò" il viola cobalto a base di fosfato, uno splendido pigmento che diventerà tanto prezioso per gli artisti di quel secolo, tanto da far affermare al nostro pittore che finalmente aveva trovato il colore dell'atmosfera.
Non so se nella famosa serie dei tramonti sul Parlamento di Londra abbia usato il viola "cobalto" di cui voglio parlare, ma sicuramente è possibile.

Gli originali viola cobalto ottocenteschi erano essenzialmente due: il fosfato Co3(PO4)2.nH2O e l'arseniato Co3(AsO4)2.nH2O, puro o con magnesio come co-metallo, le cui tonalità cromatiche variano dal lilla chiaro al viola scuro a seconda del grado di idratazione dei sali.
In pratica se nel sale neutro (consideriamo il fosfato) si passa da Co3(PO4)2.8H2O (octaidrato) a Co3(PO4)2.4H2O (tetraidrato) a Co3(PO4)2 (anidro) il colore passa dal lilla chiaro, al lavanda e fino al viola scuro.
Nelle ninfee di cui sopra sembra accertato che si trattasse di arseniato e non di fosfato; quest'ultimo si trova invece sicuramente nel "Cesto di fiori" di Fantin-Latour, alla National Gallery.

Fantin-Latour, cesto di fiori

I pigmenti violetti non sono tanti, anche se in ogni caso il viola lo si può ottenere con l'opportuna mescolanza del blù e del rosso; tuttavia la sostanza ottenuta da Salvetat certo portò un notevole contributo alle materie prime a disposizione dei pittori del periodo romantico e successivi.
L'input per queste considerazioni me l'ha casualmente fornito un pannello sulla storia dei colori (col nome chimico!) nella mostra sul Post Impressionismo allestita nel palazzo della Gran Guardia a Verona.

Mi sono messo per un attimo e immodestamente nei panni di monsieur Salvetat e ho provato a sporcare un po' di provette, naturalmente di corsa perchè d'inverno nel mio lab fa un freddo cane.
Il pigmento lo si prepara precipitando il fosfato da un sale solubile di cobalto per mezzo di un fosfato alcalino.
Sono partito dal cloruro esaidrato CoCl2.6H2O e dal fosfato monopotassico KH2PO4, secondo la reazione:

3 CoCl2 + 2 KH2PO4 + 4 KOH -> 2 Co3(PO4)2 + 6 KCl + 4 H2O

In una prima fase ho salificato il KH2PO4 con KOH per ottenere il sale tripotassico controllando di non superare pH 12 (pH del sale dissociato) e poi ho aggiunto quest'ultimo alla soluzione di cloruro di cobalto, sempre tenendo conto delle rispettive quantità stechiometriche, che per semplicità questa volta ometto completamente.
Le quantità in gioco erano pochi grammi (dopo tutto non dovevo farci un quadro!)
Appena le soluzioni sono mescolate il fosfato neutro di cobalto, che è estremamente insolubile, precipita in color lilla e va lasciato sedimentare con calma.
In seguito decantare, lavare, filtrare ed essicare (quattro parole che a dirsi sono veloci ma che in pratica portano via parecchio tempo) fino ad ottenere una bella polverina rosa violetto di Co3(PO4)2.8H2O
(Mi sono accorto troppo tardi di non averla fotografata questa polverina... pazienza).
Per ottenere il pigmento di un colore viola deciso occorre ora disidratare progressivamente il prodotto scaldandolo finchè la tonalità di colore non cambia; ho scaldato sul bunsen in un crogiolo appena al rosso, indicativamente quindi a poco più di 600 gradi per qualche minuto.
Esasperando il riscaldamento, con altri mezzi, il colore scurirebbe sempre di più e probabilmente si arriverebbe fino al pirofosfato Co2P2O7, inutilizzabile perchè quasi nero.
Calcinando in altre condizioni di tempo e temperatura la tonalità sarebbe sicuramente un po' diversa, ed anche in questo sta la flessibilità di questi pigmenti.

Ecco il mio risultato, immortalato in un fortunato momento di piacevole sole invernale:

Viola cobalto


Il viola cobalto, pur essendo un pigmento chimicamente molto stabile, non ebbe la diffusione che meritava perchè privo di un grande potere coprente ed abbastanza costoso, talchè fu spesso in seguito sostituito dal più potente ed economico violetto di manganese, che è tuttavia un altro bellissimo colore, costituito da pirofosfato di ammonio e manganese.

E l'arseniato? Anche questo mi piacerebbe provar a fare (chissà se...).
Su di lui si può dire che nacque mezzo secolo prima del fosfato poichè lo si poteva ricavare dal raro minerale eritrite, grazie all'opera di Thenard (quello dell'altro famoso blù, CoAl2O4); ebbe vita più travagliata del fratello minore soprattutto per la sua forte tossicità, anche se una volta non si andava troppo per il sottile riguardo "insignificanti" particolari come questo.
Ai tempi di Thenard, di Salvetat e anche molto dopo, se c'erano topi che giravano per casa ci si recava semplicemente dallo speziale e si poteva ricevere quasi senza nessun problema un bel cartoccetto di As2O3, che i non chimici possono tranquillamente leggere come "arsenico".
Non so se mi spiego.

 

 
 
 

Omeopatiche diluizioni

Post n°335 pubblicato il 02 Dicembre 2015 da paoloalbert
Foto di paoloalbert

"Similia similibus solvuntur!"
Questa bellissima frase, anzi questo bellissimo concetto, me lo fece imparare fin da giovane l'esimio professor Zampieri, mio insegnante di chimica inorganica.
La frase sulla similia similibus mi serve tutt'ora perchè vuol dire che i simili sciolgono i simili ed in chimica (ed anche in casa!) il principio è utilissimo quando devi preparare una soluzione... e soprattutto quando devi lavare le provette o capire perchè metti il detersivo per i panni sporchi.

Ma lasciamo perdere la frasetta latina di cui sopra e prendiamone un'altra, probabilmente ancora più celebre, quella inventata dal dottor Samuel Hahnemann a fine '700.
Hahnemann è il padre dell'omeopatia  e del basilare principio secondo cui "Similia similibus curantur!".
Il significato lo si capisce bene perchè cambia solo il verbo, non serve tradurre.

Essendo un ferreo galileiano convinto, naturalmente non posso credere all'omeopatia fin che essa non sarà dimostrata scientificamente; sarebbe facilissimo applicare i consueti metodi di test per i farmaci, ma è chiaro che mai saranno applicati per i fin troppo ovvi motivi che cominciano con il simbolo del $ (da noi ) e per i risulltati, che sarebbero scontati.
Attenzione però che io non sono un denigratore gratuito dell'omeopatia: sono altrettanto convinto che per qualcuno essa serva a migliorarne il tenore di vita, dal momento che l'effetto placebo esiste (eccome se esiste!) ed è in tanti casi molto efficace.
Ben venga quindi tutto ciò che piace e di cui si è convinti che "faccia bene".
Se si è veramente convinti che qualcosa "faccia bene", lo farà, un po' come la legge di Murphy letta al contrario.

Ma voglio dire perchè IO non credo all'omeopatia.
Per un motivo molto semplice e banalmente tecnico: la faccenda delle diluizioni CH.
La diluizione è fondamentale in omeopatia e si basa appunto su diluire il principio attivo in un opportuno agente disperdente (per esempio acqua o zucchero) in funzione delle potenze del 100.
Diluire per esempio 5 volte 1:100 (diluizione CH 5, una diluizione leggera!) vuol dire elevare alla quinta potenza il numero cento e che quindi UNA PARTE di principio attivo sarà disperso in DIECI MILIARDI di parti di solvente.
Un attimo fa ho fatto una velocissima ricerca casuale sul Web, per trovare un qualsiasi esempio da mettere qui.
E' saltata fuori l'Ignatia amara, ottima per l'insonnia e lo stress, cinque granuletti prima di dormire.
La nostra Ignatia amara che ho trovato ha diluizione CH 9.
Ho la presunzione di dire che chi piglia questi granuletti non ha la più pallida idea di cosa vuol dire CENTO ELEVATO ALLA NONA POTENZA e riferire il risultato concretamente in peso, cioè in moli di sostanza.
E sono altrettanto sicuro che NON VUOLE SAPERLO, non gliene frega niente.
Ma io lo dico lo stesso.

Significa semplicemente che in un granuletto c'è... c'è... stammi bene a sentire... ciò che resta dopo aver disperso mettiamo UN GRAMMO di Ignatia amara in MILLE MILIARDI di TONNELLATE di zucchero.
Inghiottire 50 milligrammi di questo zucchero è esattamente come inghiottire il nulla cosmico, nè più, nè meno.
A parte lo zucchero, naturalmente... di quello ce ne sono esattamente 50 milligrammi!
Per ogni principio attivo si potrebbe calcolare anche il numero di molecole, ma lascio perdere, non ne vale la pena.
Ultimo esempio: vedete il Ledum palustre dell'immaginetta sopra?
Lì dentro, di Ledum, ce n'è una parte su CENTO ELEVATO ALLA QUINDICESIMA POTENZA di sostanza inerte, ovvero 1 seguito da trenta zeri.
Come diluire 1 Kg di principio attivo non in una montagna ma  NELLA INTERA MASSA DEL SOLE!, mescolare bene ed estrarne un granuletto.
Quanta roba ci sarà in quel granuletto? Basta, sono esausto...

Naturalmente l'omeopatia è pubblicizzata come "priva di quasiasi tossicità" e su questo punto penso che siamo tutti ampiamente d'accordo.
E perchè allora la signora che piglia i granuletti a CH 9 dorme meglio di quando non li prendeva?
Beh, mi sembra di averlo detto all'inizio.

 -Che stai a dire, zotico ignorante- dice la gentile signora che mi legge [almeno una ci sarà, sono sicuro :-)] -che fa effetto non è la concentrazione ma la "dinamizzazione", la "memoria dell'acqua", quelle cose lì... qui non siamo in chimica!

Già, gentile signora, è vero, qui non siamo in chimica, siamo proprio su un altro pianeta.
Un pianeta che assomiglia molto a quello di Peter Pan dove è bello volar di fantasia, la quale, se uno ci crede, fa bene davvero.

 
 
 

Disfatta di Caporetto? Colpa del piombo e dello zinco!

Post n°334 pubblicato il 16 Novembre 2015 da paoloalbert

Gino e Aldo si trovano per caso in Slovenia dalle parti di Kobarid (Caporetto) e chiacchierano del 1917.

Aldo: -Mannaggia al piombo e allo zinco, per un pelo questi due metalli ci facevano perdere la guerra!

Gino: -Eh sì, chissà quanti proiettili (piombo) sono stati sparati sul fronte dell'Isonzo... e chissà quanti bossoli di ottone (zinco) sono stati usati per i cannoni...

Aldo: -Macchè proiettili, macchè cannoni, macchè bossoli, non c'entrano niente!

Gino: -Ma che stai a dire... Caporetto, piombo, disfatta, zinco... niente proiettili, niente cannoni... Aldo, non è che oggi sei più ribaltato del solito?

Aldo:- Ribaltato un corno, caro Gino, e ti ripeto ancora che nel 1917 siamo dovuti scappare a gambe levate da Caporetto proprio per colpa di quei due metalli!

Gino: -Questa è buona, voglio proprio vedere come riesci a convincermi di questa specie di sciocchezza che stai tirando in ballo.

Aldo: -Arrivo! Tiro in ballo una miniera poco lontana da qui, una semplice miniera. Si capisce che sarà una miniera di piombo e zinco!

Gino: -Vabbè, ti credo sulla fiducia. Fammela vedere, 'sta madre della disfatta.

Aldo: -Salta sulla moto e andiamo. Ci vediamo alle Cave del Predil, o meglio, a Raibl...


Seguiamo la vecchia DKW di Aldo e Gino e saliamo verso il Passo del Predil e poi giù dall'altra parte verso l'Italia.

                                 ---°°°OOO°°°---

Miniera di Raibl


                           Kaiser - Franz - Erbstollen...

Erbstollen non significa "sussurrare", come suggerisce il traduttore di Google, ma in gergo minerario vuol dire completamente un'altra cosa, e cioè "Galleria principale".

Il sussurro del Kaiser all'entrata della miniera di Raibl semmai io lo interpreto molto liberamente come un affettuoso ringraziamento verso quei minatori che persero la vita (prima austroungarici e poi italiani, il sussurro vale per tutti!) estraendo il prezioso minerale di piombo e zinco dalle viscere della montagna.
Come Gino, forse tanti non sanno che questa grandissima miniera tarvisiana (addirittura 34 livelli sovrapposti in un gigantesco labirinto di gallerie) giocò un bruttissimo tiro all'esercito italiano del 1917, ben contribuendo alla disastrosa ritirata di Caporetto.

In che modo giocò il tiro? La miniera di Raibl è strutturata su molti livelli, il più profondo dei quali va a sfociare dal 1899 con una lunghissima galleria di scolo delle acque nell'attuale Slovenia, presso Log pod Mangartom (Bretto).
A quei tempi era tutto Impero Austroungarico.

Ebbene, da questa galleria il Generale Otto von Bulow (assieme a quell'altra VOLPE di Erwin Rommel) fece transitare in gran segreto nell'ottobre del '17 quasi 450mila soldati e 240mila tonnellate di tonnellate di materiali per sorprendere fulmineamente ed in maniera inaspettata l'esercito italiano sul fronte dell'Isonzo, determinandone in pochi giorni la disfatta e l'arretramento precipitoso fino al Piave.
Visto che tutti quegli uomini e materiali che ho appena detto non passano in una galleriuzza in mezz'ora... mentre tutta questa roba passava, dicevo, dov'era e cosa faceva quel grande stratega di Cadorna?
Dov'era e cosa faceva Badoglio? Erano presi per altre faccende, molto fuori dal tiro delle schioppettate... ma facciamo finta di niente.
Poi le cose si risollevarono, grazie (finalmente!) anche alla sostituzione del Gran Fucilatore con Armando Diaz, mentre Badoglio, scappando, iniziava alla grande la sua augusta carriera.
Ma questa è tutta un'altra Storia, da leggersi altrove.

La cosa più curiosa di questa miniera è che a metà della famigerata galleria di Bretto dal 1947 fino al 1969 nelle viscere della terra passava uno dei confini di stato Italia-Iugoslavia e che un Carabiniere ed un Finanziere controllavano quei minatori che col microscopico trenino transitavano il VALICO DI FRONTIERA che dalla terra di Tito venivano a lavorare da noi.
[Siccome ho passato tante frontiere nella mia vita, ogni volta che ne attraverso una aperta e libera (come oggi tra Italia e Slovenia) mi viene da ringraziare mentalmente i due Stati che hanno eliminato le sbarre e la stupida frase: "-nulla da dichiarare?"].

Nel 1990 la miniera chiuse definitivamente i battenti e oggi la si visita come turisti.

Sono riuscito fortunosamente a recuperare un frammento mineralizzato a ferro, piombo e zinco degli scisti rocciosi, eccolo:

minerale raibl



All'interno delle gallerie (nelle parti visitabili) non si viene in contatto con residui evidenti di mineralizzazione a portata di mano, non si può martellare niente e pertanto mi devo accontentare di questo "sassetto" assai poverello regalatomi da un gentile accompagnatore dell'organizzazione.

Purtroppo (anche questa volta!) il ferro la fa da padrone sotto forma della solita rugginosa limonite (ossido idrato di ferro FeO(OH).nH2O), mentre le tracce di galena (solfuro di piombo PbS) e blenda (solfuro di zinco ZnS) non si notano quasi per nulla nella fotografia, e devo dire che anche nel campione non sono certo abbondanti.
Su questo sassetto mi ripropongo per puro gioco di andar a verificare analiticamente i metalli contenuti: il ferro è troppo facile e lo lascerò perdere, il piombo non dovrebbe creare problemi, mentre per lo zinco tenterò di usare un metodo diverso dal solito e cioè con un reagente organico... ma quando sarà il momento ne riparlerò.

 
 
 

Rosso cardinale

Post n°333 pubblicato il 06 Novembre 2015 da paoloalbert

A proposito di litio, scommetto che tanti giovani studenti con qualche pallino per la chimica hanno visto il colore alla fiamma di questo metallo solo nelle immagini di Google.
Tempo fa, quando le materie scientifiche nelle scuole erano ANCHE E SOPRATTUTTO sperimentali, la prima cosa che l'insegnante faceva vedere agli allievi scendendo nel laboratorio durante l'ora di chimica era il colore alla fiamma dei vari elementi.

Via via venivano torturati sul bunsen i vari sali coloranti la fiamma, ovvero quelli di potassio, di rame, di bario, di stronzio, di calcio, di litio e qualche altro, finendo in gloria col giallo del sodio.
Nel paleozoico, cioè quando io ero giovane studente (sia come tempo ma soprattutto come mentalità), si cominciava il lab di chimica così:

a)- si prendeva una bacchetta di vetro e fondendone parzialmente una estremità sul bunsen le si inseriva per qualche millimetro un filetto di platino.

b)- siccome il filetto era stato toccato dalle manacce dello studente (o dell'Assistente) lasciandone tracce di sodio sulla superficie, lo si immergeva in acido cloridrico concentrato e lo si passava alla fiamma più e più volte, finchè la fiamma medesima non avesse perso quella insistentissima colorazione gialla.
Il sodio è quello che colora la fiamma molto più degli altri e ne bastano tracce veramente minime per coprire i colori, molto più discreti, dei suoi colleghi della tavola periodica.
[Ecco anche il motivo per cui questo elemento lo si teneva per ultimo nell'osservazione: per non faticare a ripulire il filo di platino facendogli fare quegli infiniti e noiosi bagnetti nell'HCl concentrato per eliminare la sua fastidiosa invadenza].
Dopo aver pulito per bene il filo, ovvero finchè messo ad arrostire nella fiamma non avesse più evidenziato alcun colore, lo si bagnava con HCl e con la punta si prendeva un cristallino (non di più!) di quel sale che si voleva esaminare, oppure lo si immergeva in una sua soluzione.

c)- si metteva il filo nella fiamma ossidante e quasi incolore del bunsen e se ne osservava il colore, memorizzandolo per l'eternità.

d)- dopo ogni osservazione si puliva di nuovo accuratamente il filo con i soliti bagnetti acidi (perchè si usasse il platino mi sembra superfluo dire: perchè è un metallo nobilissimo, inalterabile e resiste quasi a tutto. Perchè si usasse proprio l'acido cloridrico per queste prove è per il fatto che i cloruri dei metalli sono più "volatili" degli altri sali, senza avere zavorre anioniche attaccate al metallo).

e)- quando si arrivava al litio... -che bello!- tutti esclamavano! -E' il rosso cardinale del litio- diceva il paleozoico insegnante.
E si tornava ad intingere per rivedere. Allora queste cose le si vedevano lì o da nessun'altra parte.

 

fiamma incolore

              La zona ossidante della fiamma è quasi incolore 

fiamma del litio

                                 Il rosso cardinale del litio


Ecco la fiamma del mio decrepito bunsen attivata per l'occasione con una soluzione diluitissima di idrossido dil litio LiOH: il "rosso cardinale" richiama infatti la tonalità della mantellina degli alti prelati (a proposito dei quali si può aggiungere che anch'essi una volta erano molto più di moda di oggi...).

Ma perchè certi metalli colorano la fiamma? Si tratta di elettroni che saltando da un'orbitale all'altro eccitati dal calore emettono fotoni su una certa lunghezza d'onda... ma vedo che sto deviando e mi fermo immediatamente: se cominciamo a parlare di orbitali ed elettroni non siamo più in Chimica sperimentale.
Mi viene il dubbio (anzi, un dubbione, un dubbiaccio) che nelle scuole, a parte ovviamente quelle di chimica, non esistano quasi più "le ore di laboratorio", o che siano state ridotte ad una toccata e fuga, tanto per dire.
Naturalmente ci sono i soliti mille splendidi motivi:

-I fondi non ci sono, le sostanze sono pericolose, non c'è tempo per queste cose, il metano è pericoloso, non abbiamo gli assistenti, le scorte di reagenti sono finite, il Ministero non ci manda più i soldi, meglio fare materie umanistiche... eccetera, eccetera, eccetera all'infinito-
Bah... magari mi sbaglio, ma meglio non commentare.

 
 
 

Ai margini del bosco

Post n°332 pubblicato il 21 Ottobre 2015 da paoloalbert

Ai margini del bosco, a due passi  da casa, c'è questo  vecchissimo melo semiselvatico, che fa delle piccole mele verdi e rosse di quelle qualità antiche ormai quasi scomparse.
Mai sarebbero commercializzabili queste mele, piccole, dure, asprigne, che ne devi spezzettare una cestinata per cuocerne un tegamino con un po' di zucchero e una scorzetta di limone oppure metterle nel forno così come stanno.
Vanno mangiate cotte, d'inverno, e sono meravigliose.

Su questo melo uno dei picchi che ogni tanto mi gironzolano intorno a casa ha fatto quest'anno il suo bel bucone per il nido.


L'ho visto una settimana fa che becchettava nel prato, grosso e ben nutrito, testa rossa e piumaggio marroncino giallastro.
Un bel volatile, non so se sia quello del nido; in ogni caso il nido l'anno scorso non c'era.
Spero che dal buco siano usciti tanti picchietti.

Buona permanenza a te, e buon autunno a tutti!

 
 
 

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