APPELLI


SAPEVI CHE SOLO IN AFRICA CIRCA 130.000 BAMBINI MUOIONO DI STENTI, OGNI SETTIMANA? ANCHE SE NON PUOI O NON VUOI FARE NULLA, LO DEVI SAPERE.
DONNE
La giornata sulla violenza contro le donne "Inizia con le grida, non può finire nel silenzio". E il silenzio più assordante è quello degli uomini, che si ritengono estranei al problema, brave persone che non hanno nulla da rimproverarsi.
Oltre 50 mila adesioni"Anche la Chiesa paghi l'Ici"
Firma l'appello di MicroMega
Barbara Spinelli: "Una questione morale"
BENVENUTI
Non condivido la tua idea, ma darei la vita perché tu la possa esprimere. Voltaire
INTANTO CHE VI GUSTATE IL CAFFE' POTETE LEGGERVI QUALCOSA E, SE AVETE VOGLIA, C'E' ANCHE BUONA MUSICA DA ASCOLTARE.
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sarà in onda giovedì sera a partire dalle 21 sulla rete di televisioni locali spalmate su tutto il territorio nazionale, mentre su Sky Tg24 sarà visibile sul canale 504 e tasto active dei canali 500 e 100. Per chi vorrà seguirla online, oltre al sito dello stesso programma sarà trasmessa su Corriere, Repubblica e su il Fatto Quotidiano. Inoltre, potrà essere ascoltata in esclusiva anche su Radio Capital.
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con la dittatura della finanza
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Malinconia degli anniversari: avantieri, vent’anni fa moriva padre David Maria Turoldo, coscienza inquieta della Chiesa. Ricordo nella Milano anni 70, un corteo in marcia per disarmare le guerre “insulto alla ragione e all’umanità”. Cantavano le ragazze della prima fila liberando l’allegria del vocione del poeta. “Le donne ci salveranno. Le donne sono custodi della pace e della tenerezza. Chi dà la vita rifiuta di dare la morte”. Turoldo non riusciva a immaginarle col fucile in mano, ma nel tempo che ha lasciato vuoto le ragazze combattono in Afghanistan, superambo in Iraq: anche le polizie si danno il rossetto. Proprio ieri lo “Spiegel” cancella l’ultima illusione. Pagina di pubblicità: “Forza Armata della Germania Federale. Puoi studiare e guadagnare se vuoi un posto di comando. Cerchiamo soprattutto donne. A parità di referenze, saranno loro le prescelte”. Sorriso di un tenente di fanteria, sorridono due ufficiali in gonnella: marina e aviazione. Rileggo con l’impressione di aver capito male. L’armata che ha macinato l’Europa, bruciato Marzabotto, sepolto gli innocenti delle Fosse Ardeatine, trasforma la sua macchina da guerra: ragazze al posto dei fantasmi della paura. Rivoluzione che sconvolge la parità invocata contro quei ruoli sociali rigidi che attribuiscono al “genere femminile” compiti subalterni. I loro cuori teneri al posto delle mani dure. Può essere il segno di un’inclinazione alla tolleranza: 70 anni di democrazia hanno cambiato la cultura del popolo guerriero. Ma il dubbio resta. Per capire cosa succede parlo con uno psicologo che seleziona personale d’azienda. Germania senza stravaganze. Si adegua alla tendenza consueta a tanti eserciti: nei comandi intermedi le donne vengono preferite agli uomini. Perché più accurate, soprattutto pronte a un’obbedienza assoluta agli ordini superiori i quali scendono – per il momento – da alte uniformi maschili. Lo psicologo taglia teste non sa rispondere se questo tipo di obbedienza contempla azioni che mettano a rischio popolazioni inermi nel nome della “libertà” distribuita dai paesi così detti civili nei paesi del finimondo. Davanti a un ordine che trascura la gente per centrare l’obiettivo, il sì signore della donna in divisa esclude ogni reticenza oppure il dubbio frena possibili massacri? Qualche volta gli uomini discutono; qualche volta. Statisticamente le donne mai, ecco perché favorite nella corsa alla divisa. Più affidabili, meno intriganti. Difficile capire quanto di vero raccontano ricerche forse pasticciate dalla convenienza. Le ipotesi degli eserciti sempre più rosa possono avere radici sociali. Sotto la coperta di bilanci felici, la corazzata tedesca non sembra così prospera. Disoccupazione giovanile 4, 37 per cento; l’Italia arriva al 31 per il ritardo col quale si accostano al mercato del lavoro gran parte dei ragazzi: impauriti dalla crisi prolungano l’attesa nelle anticamere di studi o apprendistati che finiscono in niente. Solo l’ 8 per cento prova davvero a forzare le porte chiuse. La differenza con Berlino non è abissale. E mentre gli uomini riescono a sistemarsi, le donne sempre meno: famiglie che soffrono come da noi. La Germania propone alla Ue un piano di assistenza: prevede 100 euro per 3 anni a ogni bambino con madre disoccupata quindi senza soldi per gli asili nido. Il 36, 3 per cento dei bambini tedeschi resta sotto la linea di povertà. È possibile che la seduzione del posto sicuro possa sciogliere la ritrosia alla divisa delle ragazze senza futuro. Ecco perché corteggiate dalle forze armate non più avvolte dall’ammirazione di mezzo secolo fa. Uomini sistemati, donne no: pronta la tentazione e il fucile in mano diventa un mestiere come gli altri. Lo sanno le ragazze del nostro Sud senza lavoro. Il Fatto Quotidiano, 8 febbraio 2012
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Una cattiva notizia ci ha svegliato questa mattina. Non la neve, come ci avevano annunciato, ma una sentenza di Cassazione destinata a portarci indietro di 35 anni, quando la maggior parte delle donne giovani, cui credevamo di aver consegnato un mondo migliore – dove poter uscire di notte, mettere una minigonna, vivere la propria sessualità liberamente come i loro coetanei – non era ancora nata. La Corte di Cassazione, con una sentenza, in cui pure si rivendicano sacrosanti principi costituzionali quali la “libertà personale” e perfino la “funzione della pena”, ha affermato che la violenza sessuale non è poi un reato tanto grave da comportare la detenzione in carcere, al massimo possono prevedersi i “domiciliari”. LO STUPRO - Franca Rame |
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Ora è tardi |
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“Chi evade avvelena il pane dei nostri figli”. L’aforisma montiano è cosa buona e giusta. Ma chi non riforma il Fisco realizzando un sistema fiscale equo, certo e rigoroso non fa altrettanto? Direi che fa ancor peggio, poiché in difetto di un sistema corretto e compiuto si tenta di legittimare la caccia alla streghe, alimentando un deleterio circolo virtuoso, secondo il quale se in Italia ci sono tantissimi evasori (ed è vero) occorre comprimere la libertà di tutti (ed è profondamente illiberale) per il bene comune. Dunque tutti uniti e compatti, in una sorta di strategia a testuggine: il Governo, il legislatore (oramai di fatto solo l’esecutivo), l’Agenzia delle Entrate, la Guardia di Finanza, il Ministero delle Finanze, Equitalia, i Comuni. Strumenti di tale strategia sono: principalmente la comunicazione (gli spot che partono dai parassiti; le dichiarazioni di Bin Loden; la sovraesposizione del direttore dell’Agenzia delle Entrate, Attilio Befera; ora anche il nuovo e ingannevole spot Rai sul canone ecc.), l’agevole accesso ai conti correnti, i controlli incrociati, presto il nuovo redditometro. Tutto ciò all’insegna dei toni sobri ma netti e intransigenti. Ora non v’è dubbio come sia positivo (e fondamentale) creare una “cultura della legalità” per sovvertire un grave costume sociale, secondo cui l’esaltazione della furbizia-disonesta è tanto un vezzo quanto un pregio. Soprattutto se ciò altera le regole del gioco, agevolando i “furbetti” (ma occorre chiamarli col nome proprio: disonesti), i quali godono immeritatamente di servizi dello Stato e operano in un regime di concorrenza sleale sul mercato. Ciò che è profondamente sbagliato è il metodo che, ammantato da un velo autocratico, trasforma tutti da cittadini-contribuenti a cittadini-evasori, sovvertendo il patto tra Stato e cittadini, il quale deve essere innanzitutto chiaro e certo. Il sistema tributario è l’insieme delle norme di uno Stato finalizzate a regolare i tributi diretti e indiretti (entrate dello Stato) prelevati, nell’esercizio di pubblici poteri. Se però la pressione fiscale è insostenibile (come avviene nel nostro Paese da tempo), da un lato si rompe il patto, e dall’altro si creano diseguaglianze poiché la pressione fiscale si abbatte solo sui contribuenti onesti. Chi non paga infatti è indifferente alla pressione fiscale. Prima del metodo, mi si consenta, mi paiono profondamente sbagliati anche i presupposti. Lo Stato può e deve pretendere dai cittadini una condotta retta (e rigorosa) ma deve innanzitutto comportarsi come uno Stato retto e rigoroso. Più che uno Stato retto mi pare uno Stato e-retto. Eretto a colpire i cittadini, sfacciatamente immorale ed anche ingannevole. Uno Stato retto e rigoroso si mostra innanzitutto esemplare secondo i seguenti canoni: buona amministrazione (dunque accorta, parsimoniosa, efficiente); intransigente con la cattiva politica (impedire l’accesso ai disonesti; impedire i conflitti di interesse; accertare le responsabilità del passato); lungimirante e riformatore (anticipare e prevedere il futuro; riformare la struttura ove necessario; garantire benessere alle generazioni future). Mi pare che si proceda in tutt’altra direzione. Lo Stato non è in grado di riformare se stesso (dove sono i veri tagli ai costi della politica e l’argine alla mala-amministrazione?). Si aumentano le disuguaglianze, si finge di liberalizzare (energia, trasporti, banche e assicurazioni sono rimaste illibate). Non si procede con le vere riforme strutturali (Giustizia, Fisco, Lavoro) ma si fa finta di annunciarle (ancor peggio). La vera riforma strutturale in materia di Giustizia pretende che si intervenga contestualmente su magistratura, organizzazione degli uffici giudiziari, riforma dell’ordinamento forense, codici di procedura civile e penale (e in un mese si può fare, se solo lo si volesse). La riforma strutturale in materia di Fisco pretende che si abbia un Testo Unico, semplificato, chiaro (basta con le centinaia di circolari dell’Agenzia delle Entrate che confondono solo le idee!), certo, con una fortissima riduzione del numero delle imposte, con pene anche severe. S’impone l’abrogazione di tutte le imposte cialtrone frutto di uno Stato cialtrone (accise sparse qua e là, nascoste, invisibili). Serve una riforma serissima della Giustizia Tributaria, con magistrati preparati e soprattutto terzi. Terzietà nel giudicare (tra contribuente e amministrazione finanziaria) che spesso è mancata e ancora oggi sovente manca. Soprattutto manca l’eguaglianza tra Stato e cittadino. Solo allora avremo una democrazia compiuta. di Marcello Adriano Mazzola |
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Brutto, bruttissimo lo scivolone del presidente Monti. Forse sarà stata una battuta infelice, o la conseguenza di una sovraesposizione mediatica che talvolta mina la proverbiale “sobrietà”. Fatto sta che l’esclamazione “che monotonia il posto fisso” è grave e indecorosa. di Stefano Corradino
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Il Governo italiano, sul proprio sito, ha istituito un settore “Dialogo con il cittadino”, nel quale, alla pagina “Le parole dei cittadini“, riporta quelle che probabilmente ritiene le più importanti e-mail ricevute, a meno che non abbia deciso di pubblicare invece quelle più futili o irrilevanti. Certamente pubblica anche qualche comunicazione che suscita parecchi dubbi, almeno a me. Cito la seguente: “…Lisa, una bambina di due anni e mezzo, alla domanda ‘che cosa hai visto in Tv?’, risponde ‘Ho visto il nonno Mario, quello che dice le cose giuste per il futuro’…” Firmato “una coordinatrice pedagogica di una cooperativa sociale” Il dubbio, che vorrei quasi definire una certezza, è che nell’operazione che ha portato alle generazione del messaggio e alla sua pubblicazione sul sito del Governo ci siano delle manipolazioni inaccettabili abbinate a un autocompiacimento che è sfociato nel pressappochismo, nella presunzione e nel ridicolo. Vado per gradi. Chi ritiene in buona fede che una bambina di due anni e mezzo possa elaborare autonomamente un pensiero qualsiasi relativo al futuro e in particolare a un futuro neppure prossimo? Qualsiasi studioso dell’età evolutiva potrebbe spiegare in due parole che i bambini piccoli non possiedono la sensazione del tempo e che il futuro per loro semplicemente non esiste. Che poi una bambina di due anni e mezzo possa valutare la giustezza (o no) di quanto detto da nonno Mario, farebbe della stessa un genio precoce, neppure Einstein. Fatta chiarezza su questo, resta da capire se alla bambina (poveretta, in tal caso) sia stato deliberatamente insegnato quello che poi avrebbe detto oppure se sia stata messa poca o tanta fantasia da parte della coordinatrice pedagogica nel citarla; nella prima ipotesi, sarebbe forse da prevedere l’intervento di un assistente sociale per valutare se sussistano le condizioni educative necessarie, dato che riempire la testolina di una bambina di opinioni altrui non pare proprio il meglio per il suo futuro sviluppo; nella seconda ipotesi, invece, bisognerebbe interrogare la pedagoga e chiederle perché abbia ritenuto di enfatizzare. Voglia di protagonismo? Piaggeria? Venerazione? Altro? Veniamo infine alla pubblicazione dell’obbrobrio sul sito del Governo, tra l’altro all’interno di una sequenza di lodi allo stesso Governo, senza una sola voce fuori dal coro. Chi ha deciso la pubblicazione sembra non essersi interrogato sulla plausibilità di quanto riportava, né è stato colto dal dubbio di essere di fronte a una forzatura; il risultato finale è che esce un’immagine che va ben oltre l’auto-incensazione per intraprendere la via di una propaganda un po’ dozzinale che va oltre il senso del ridicolo. Non vorremmo assistere in futuro a mietiture a torso nudo o leggere che qualche ministro monta a cavallo al canto del gallo. Non credo che nonno Mario visioni personalmente quanto viene pubblicato sul sito del Governo, anche se si afferma che risponderà personalmente a tutte le e-mail; certo farebbe bene a dare uno sguardo ogni tanto e far rimuovere solertemente questi eccessi che gettano una luce non troppo simpatica, dando l’immagine di un Governo tanto autoreferenziale da credere perfino che una bambina di due anni e mezzo guardi la Tv, veda il nonno Mario e capisca che sta dicendo le cose giuste per il suo futuro. Non guasterebbe neppure un piccolo bagno di umiltà che porti a considerare anche le posizioni di disaccordo sulla visione del futuro di nonno Mario e magari pubblicare qualcuna delle numerose e-mail di dissenso (certamente) ricevute. Credo che sarebbe anche opportuno che qualche parlamentare che lo può facesse un’interpellanza al Governo per sapere come e per che scopi viene amministrato il sito, particolarmente nella pagine dei contatti con i cittadini. |
Norme antiriciclaggio: è la Santa sede a imporre le sue condizioni all’Italia su Il Fatto Quotidiano
In un documento riservato, il rifiuto del Vaticano a dare informazioni allo Stato per le vicende antecedenti al primo aprile 2011, ovvero da quando è entrato in vigore il nuovo organismo per la trasparenza finanziaria voluto da Papa Benedetto XVI Il documento riservato sulla nuova strategia del Vaticano in tema di trasparenza finanziaria Si intitola “Memo sui rapporti IOR-AIF” ed è un documento ‘confidenziale’ e ‘riservato’ circolato negli uffici del Papa e della Segreteria di Stato e annotato a penna da una mano che – secondo gli esperti di cose Vaticane – potrebbe essere quella di monsignor Georg Ganswein, il segretario di Benedetto XVI. E’ stato scritto da un personaggio molto in alto che si può permettere di sottoporre la sua analisi ai vertici del Vaticano. Al di là di chi sia l’autore, il ‘memo’ dimostra che il Papa, il segretario di Stato Tarcisio Bertone, il presidente dello AIF, l’autorità di controllo antiriciclaggio, Attilio Nicora e i vertici dello IOR sono tutti a conoscenza della linea sul fronte antiriciclaggio che si può sintetizzare così: non si deve collaborare con la giustizia italiana per tutto quello che è successo allo IOR fino all’aprile 2011. Il ‘Memo’, come dimostrano le note appuntate a penna dalla segreteria del Santo Padre, è stato “Discusso con SER (Sua Eminenza Reverendissima) il Cardinale Bertone il 3 novembre” 2011. L’autore della nota, favorevole a una maggiore apertura verso Bankitalia e le Procure, aggiunge: Bertone “si è trovato d’accordo sulle mie considerazioni! Incontrerà SER il cardinale Attilio Nicora (Presidente dell’AIF) e il direttore AIF (Francesco Ndr) De Pasquale“. Il memo, così annotato, è stato poi girato, al presidente dello IOR e al direttore dell’AIF. Basta scorrere il testo per capire la rilevanza della partita in gioco: “Dall’entrata in vigore della legge vaticana anti-riciclaggio, avvenuta il primo aprile 2011, si sono tenuti numerosi incontri tra lo IOR e l’AIF (Autorità creata dalla nuova legge del Vaticano, ndr), rivolti da una parte a dimostrare alla nuova Autorità le iniziative intraprese per l’adeguamento delle procedure interne alle misure introdotte dalla legge….” In questa prima parte il memo ripercorre la vicenda del mutamento della normativa antiriciclaggio, intervenuto sotto la spinta dell’indagine della Procura di Roma. Il pm Stefano Rocco Fava e il procuratore aggiunto Nello Rossi – a settembre del 2010 – avevano sequestrato 23 milioni di euro che stavano per essere trasferiti dal conto dello IOR presso il Credito Artigiano alla Jp Morgan di Francoforte (20 milioni di euro) e alla Banca del Fucino (3 milioni) e aveva indagato il presidente IOR, Ettore Gotti Tedeschi e il direttore Cipriani. Secondo i pm, lo IOR si era rifiutato di dire “le generalità dei soggetti per conto dei quali eventualmente davano esecuzioni alle operazioni”. Cioé chi era il reale proprietario dei soldi. Dalle indagini della Guardia di Finanza emergeva un quadro inquietante: lo IOR mescolava sul suo conto al Credito Artigiano i 15 milioni di euro provenienti dalla CEI, e frutto dell’8 per mille dei contribuenti italiani, con fondi di soggetti diversi. Non solo: da altre operazioni emergeva che lo IOR funzionava come una fiduciaria e i suoi conti erano stati usati per schermare persino i proventi di una presunta truffa allo Stato italiano realizzata dal padre e dallo zio (condannato per fatti di mafia) di don Orazio Bonaccorsi. Di fronte a un simile scenario, i pm romani si erano opposti al dissequestro dei 23 milioni di euro nonostante le dotte motivazioni dell’avvocato del presidente dello IOR, il professor Paola Severino. Il ministro ora ha lasciato lo studio e si è cancellato dall’Albo, anche se non ha comunicato alla Procura chi la sostituirà nella difesa di Gotti Tedeschi. A sbloccare la situazione comunque non fu l’avvocato Severino ma il Papa in persona. Con una Lettera Apostolica per la prevenzione e il contrasto delle attività illegali in campo finanziario il 30 dicembre 2010, Benedetto XVI ha istituito l’Autorità di informazione finanziaria (AIF), per il contrasto del riciclaggio. I pm romani motivarono così il loro parere favorevole al dissequestro nel maggio 2011: “L’AIF ha già iniziato una collaborazione con l’UIF fornendo informazioni adeguate su di un’operazione intercorsa tra IOR e istituti italiani e oggetto di attenzione”. Peccato che, un minuto dopo essere rientrato in possesso dei suoi 23 milioni, lo IOR ha cambiato completamente atteggiamento. Tanto che in Procura non si nasconde il disappunto per quel dissequestro “sulla fiducia”. Ora si scopre che la giravolta vaticana è una scelta consapevole delle gerarchie, come spiega lo stesso ‘memo’ discusso dai cardinali Nicora e Bertone e dallo stesso Gotti Tedeschi. “L’AIF (….) ha inoltrato allo IOR alcune richieste di informazioni relative a fondi aperti presso l’Istituto, cui quest’ultimo ha corrisposto, consentendo tra l’altro lo sblocco dei fondi sequestrati dalla Procura di Roma (….) Ultimamente, tuttavia la Direzione dell’Istituto ha ritenuto di riscontrare le richieste dell’AIF – relative ad operazioni sospette o per le quali sono in corso procedimenti giudiziari – fornendo informazioni soltanto su operazioni effettuate dal primo aprile 2011 in avanti. Nel corso dell’ultimo incontro tra IOR e AlF del 19 ottobre u. s. tale posizione è stata sostenuta dall’Avv. Michele Briamonte (dello studio Grande Stevens, ndr), sulla base di un generale principio di irretroattività della legge, per il quale le misure introdotte dalla legge antiriciclaggio, (….) non possono valere che per l’avvenire”. Questa linea interpretativa, ovviamente, ostacola enormemente il lavoro degli investigatori italiani e l’Aif ne è consapevole tanto che, come si evince dal memo, ha ribadito “il proprio diritto/dovere ad accedere a tutti i dati e le informazioni in possesso dello IOR (…) motivando tale posizione con argomentazioni attinenti alla lettera e alla ratio della legge, al rispetto degli standard internazionali cui la Santa Sede ha aderito, allo svuotamento dell’effettività della disciplina appena introdotta, al rischio di una valutazione negativa dell’organismo internazionale chiamato a esaminare il sistema Vaticano di prevenzione del riciclaggio e del finanziamento del terrorismo”. Purtroppo l’operazione trasparenza era solo uno specchietto per le allodole. Nel frattempo il Vaticano ha spostato la sua operatività dalle banche italiane alla JP Morgan, soprattutto a Francoforte. La banca americana ha però un solo sportello (non accessibile alla clientela comune) a Milano, che è già finito, da quello che risulta al Fatto, nel mirino dell’attività ispettiva della Banca d’Italia. E così il 25 gennaio è stato pubblicato un decreto pontificio che ha ratificato tre convenzioni contro il riciclaggio. Sembra ci sia anche un articolo sull’obbligo di “adeguata verifica” prima del fatidico primo aprile. In Procura però stavolta non si fidano. di Marco Lillo |
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La Proprietà Intellettuale (PI) non smette d’imporsi alla nostra attenzione. A pochi giorni dall’accantonamento delle proposte di legge note come SOPA e PIPA da parte del Congresso Usa sono arrivate la chiusura di Megaupload e la firma, da parte della Polonia, del trattato ACTA (Anti-Counterfeiting Trade Agreement). Quest’ultimo consiste in una versione internazionale della legislazione liberticida che DMCA ha introdotto negli Usa (nel 2000) e che SOPA/PIPA intendono ampliare. Per comprendere ACTA occorre inquadrarlo nel processo di estensione mondiale del sistema di PI americano iniziato un decennio fa con la costituzione del WIPO all’interno del WTO e l’adozione di TRIPS. Il campo di applicazione di ACTA va ben al di là dei prodotti coperti da copyright e si occupa anche dell’imitazione e (supposta) contraffazione di merci oltre che della produzione e distribuzione di farmaci generici. Tralascerò la questione dei brevetti e mi concentrerò sul diritto d’autore. Il danno sociale provocato dalla legislazione brevettuale è molto maggiore di quello causato dal copyright, ma visto che di musica, libri e film si discute più che di medicine e software lasciamo questi ultimi per una futura occasione. In ognuno degli acronimi indicati il problema è il seguente: al fine di garantire che i titolari di copyright possano impedire ad altri di riprodurre o scambiarsi copie dei loro prodotti, si adotta una legislazione che da un lato viola la libertà di espressione di tutti (“pirati” e non) e, dall’altro, forza i gestori di server Internet e altri fornitori di servizi ad agire in qualità di poliziotti obbligati a controllare che tipo di materiale circola in rete o viene depositato nei server. Nelle sue versioni estreme questa legislazione impone ai produttori di server e software di sobbarcarsi costi aggiuntivi per apportare ai loro prodotti delle alterazioni che li adattino al controllo di “polizia preventiva”. Il mio collega David Levine ha osservato che prima si richiede ai gestori di garage di farsi carico di controllare che ogni macchina lì parcheggiata sia in regola con il bollo, l’assicurazione e quant’altro e che, poi, si tenta d’imporre ai costruttori di garage e ai produttori d’automobili d’introdurre nei loro prodotti degli strumenti che possano permettere di segnalare che sulla tal automobile il bollo non è stato pagato o l’assicurazione non è in regola. Già questo dovrebbe bastare, ma v’è di più: v’è il fatto che, oggi come oggi, la protezione del copyright è diventata un ostacolo alla creatività e alla diffusione della cultura. L’argomento standard è il seguente: senza copyright non vi sarebbe produzione artistica d’alcun tipo. L’evidenza storica contraddice questa affermazione. Ma chiediamoci comunque a cosa serva la recente estensione della durata del copyright sulle registrazioni musicali da 50 a 70 anni (l’industria musicale chiedeva 95) da parte della Ue. L’autore era già coperto per i 50 anni seguenti alla sua morte. Ora ci sono 70 anni dalla registrazione del pezzo: o il musicista tipico produce tutto quanto deve produrre prima di raggiungere i 10 anni di età o registrare musica fa diventare dei matusalemme. L’evidenza suggerisce che queste estensioni retroattive servono solo alle compagnie di distribuzione di musica, libri e film che possono così continuare a raccogliere rendite sui prodotti di artisti defunti. La “pirateria” non riduce le dimensioni del mercato musicale rispetto a quelle di venti o trenta anni fa ma, al peggio le fa crescere meno. Se ai Beatles, ai Rolling Stones o a Lucio Battisti conveniva cantare quando vendere un milione di copie succedeva raramente, davvero le Britney e i Fabri Fibra d’oggi hanno bisogno di poter sperare di vendere cinque o dieci volte tanto per scegliere di non fare un altro (quale?) lavoro? Davvero il tipico musicista o attore di successo smetterebbe di fare ciò che fa se, a causa di una riduzione dei termini, il copyright sulle sue opere durasse solo 10 anni? Mi permetto di dubitarlo: qualsiasi artista di grande fama continuerebbe a fare l’artista di grande fama anche se le rendite di monopolio che oggi riceve grazie al copyright fossero ridotte a un decimo di quello che sono. Consideriamo infine gli incentivi del “creatore medio”. Il tipico saggio accademico vende, in Italia, poche centinaia di copie che diventano qualche migliaio per libri in inglese; circa il 95 per cento dei romanzi pubblicati in lingua inglese generano, per l’autore, guadagni inferiori ai diecimila dollari e vendono poche migliaia di copie. Non ho dati italiani, ma dubito siano diversi. Idem per musicisti e attori minori. Le copie di questi libri/dischi/film si vendono/affittano quasi tutte nello spazio di pochi anni, spesso pochi mesi, dalla loro pubblicazione. Anche se il copyright durasse solo 5 o 10 anni a nessuno converrebbe fare l’investimento necessario per “copiare” questi prodotti. Si copiano i grandi successi dopo che lo sono diventati e il creatore originale si è arricchito. Il copyright non aiuta chi crea, ma rallenta la diffusione della cultura facendo guadagnare rendite di monopolio a chi controlla la distribuzione dei prodotti. La tecnologia digitale ci permette di far senza questi monopoli ed è tempo di capirlo. Il Fatto Quotidiano, 31 Gennaio 2012 |
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