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RIFLETTENDO...

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Messaggi di Luglio 2012

ILVA Taranto - Meglio morire di tumore che di fame- Federico Catucci

Post n°4664 pubblicato il 30 Luglio 2012 da ioxamicizia
 
Tag: ilva

Taranto: la diossina e la disoccupazione uccidono

Credo che non ci sia situazione più tragica di quella di dover scegliere tra la salute e il lavoro. Tra dar da mangiare oggi ai figli e il rischio di vederli ammalati domani.
Terribile.
Indegno di una società civile che migliaia di famiglie siano sottoposte col ricatto a questa scelta mostruosa: lavoro in cambio di anni di vita.
Segno dell’inciviltà dei tempi.
L’azione della magistratura, che ha incriminato alcuni dirigenti e ex dirigenti dell’Ilva e ha sequestrato le acciaierie, dimostra che quel che ripetiamo da anni non era un’invenzione di ecologisti isterici.
I dati sui tumori e le morti causate della diossina emessa dagli impianti non lasciano dubbi sul disastro ambientale in corso.
Angelo Bonelli ex segretario dei Verdi Civici, a Taranto ha condotto una battaglia lunga e difficilissima contro il muro di gomma delle connivenze e ci dà la misura della devastazione: “A Taranto è caduta una quantità di diossina tre volte superiore a quella di Seveso… non si possono coltivare i terreni entro un raggio di 20 chilometri dall’area industriale. La diossina è entrata nel latte materno”.

Quello che è successo a Taranto è mostruoso, inconcepibile in un paese civile. E disgraziatamente non è un caso isolato. L’amianto a Monfalcone, il petrolchimico a Gela, la centrali a carbone di Vado Ligure, Savona, competono in numero di morti solo con le discariche abusive intorno ad Acerra.
Fa orrore pensare agli adulti e ai bambini che hanno visto distrutta la loro vita dai veleni. Fa orrore pensare agli spietati imprenditori che per un pugno di dollari hanno seminato morte e poi si sono comprati un panfilo più grande.
Ma che gente è questa?
Hanno un’anima?
Ma c’è da chiedersi anche che cosa abbiano fatto i sindacati. Come è stato possibile che abbiano chiuso gli occhi di fronte a questo scempio. Si sono piegati al ricatto del posto di lavoro?
Come se fosse inevitabile. Come se non fosse possibile produrre senza avvelenare.
Oppure credevano veramente alle perizie addomesticate?
Non vedevano la gente ammalarsi?
Quella di Taranto è una storia pazzesca, condita con intrighi e complotti…
Nelle carte del giudice per le indagini preliminari di Taranto, Patrizia Todisco, si parla anza. E la magistratura ha in mano intercettazioni e videoriprese che provano questi scambi di denaro.

Oggi alcuni operai inferociti dicono alle telecamere del Fatto Quotidiano: “Andremo a magiare a casa dei giudici!”
Paradossale: stanno uccidendo te e la tua famiglia e tu te la prendi con il giudice che cerca di salvarti la vita?
Parole inspiegabili se dietro non ci fosse stato un lungo lavoro di disinformazione.
E se non ci fosse una città dove non esistono altre possibilità di lavoro…
Infatti, intorno al sistema del veleno si è sviluppata una società che ormai è fatiscente, con amministrazioni scellerate colpite da decine di inchieste e commissariamenti, che hanno portato al collasso finanziario il Comune con centinaia di milioni di euro di debiti… E in una tale situazione di assenza di legalità e buon governo è facile intuire come alla fine si sia generato un clima irrespirabile per gli imprenditori onesti e quindi il restringersi delle opportunità di impiantare altre attività produttive che offrissero un’alternativa all’industria inquinante. Non esiste possibilità di vita al di fuori del sistema dei veleni e degli amici degli amici dei veleni.
L’ecosistema sociale della diossina uccide ogni altra possibilità di impresa.

Oggi 20mila lavoratori rischiano di perdere il lavoro: non chiude solo l’acciaieria ma tutte le attività dell’indotto.
Certo non possono essere i lavoratori a pagare il conto subendo oltre alle malattie la disoccupazione.
Sarebbe doppiamente orribile.
Ma chiedere che l’attività inquinante continui per salvare i posti di lavoro è folle.

E Bonelli, che alle ultime elezioni comunali per il suo impegno coraggioso è stato premiato con più del 10% dei voti, segno che non tutti i tarantini sono disposti ad accettare il ricatto, avrebbe anche un’idea su come uscire da questa situazione allucinante. Ad esempio il Gruppo Riva, che negli ultimi anni ha avuto utili per oltre 3 miliardi di euro, dovrebbe prendersi le sue responsabilità.
Bonelli dice anche: “Il futuro di Taranto è nella conversione industriale così come è stata realizzata a Pittsburgh, Bilbao, città dove si è abbandonato un modello economico basato alla diossina. I posti di lavoro dell’Ilva possono essere salvati avviando subito le bonifiche … Gli operai devono diventare i tecnici delle bonifiche. E’ necessario poi che Taranto venga dichiarata No-Tax Area per almeno 5 anni, misura necessaria per attrarre investimenti italiani e esteri per investimenti su nuove aziende basate sull’innovazione, la Green Economy e un modello economico non inquinante”.
Come al solito le soluzioni ci sono.
Ma a volte continuare a uccidere è più facile.

 
 
 

Rita Atria, la picciridda di Borsellino dal blog di Januaria Piromallo su Il Fatto Quotidiano.it

Post n°4663 pubblicato il 29 Luglio 2012 da ioxamicizia
 
Tag: mafia

Una donna vestita di nero, con il capo chino nascosto sotto un velo, nero anche esso, entra nel piccolo cimitero di paese, si avvicina alla tomba della figlia. La mano impugna un martello, un attimo di esitazione, e con violenza bestiale si accanisce sulla tomba, spacca il marmo dove è inciso il nome, strappa la fotografia di un’adolescente che sorride alla vita. In dialetto stretto inveisce contro la sorte, battendosi le mani al petto.

La disperazione di una madre che ha perso l’amata figlia di diciasette anni? No, la madre si dispera di avere per figlia una ”fimmina con lingua longa e amica degli sbirri” come si mormora in tutto il paese e nessuno osò andare al funerale di Rita. Neanche il suo codardo fidanzato.

Non andò neppure sua madre, cuore di ghiaccio e vetriolo che scorre nelle vene, l’aveva ripudiata e minacciata di morte perché quella figlia ribelle aveva “disonorato” la famiglia, le procurava imbarazzo a Partanna, villaggio del trapanese di scarse 12mila anime con sito archeologico che risale all’epoca paleolitica. Ma la storia più recente del paese l’ha fatta Vito Atria, potente boss locale, fino a quando una cosca rivale decide di farlo fuori.

Alla morte del padre, Rita, appena undicenne, si lega al fratello Nicola, boss in erba, da lui cerca affetto e protezione. Nel giugno 1991 anche Nicola è trucidato dalla mafia. A questo punto sua moglie Piera Aiello decide di collaborare con la giustizia. Cinque mesi dopo anche Rita, seguendo l’esempio della cognata, chiede un incontro con il giudice Paolo Borsellino. Le loro deposizioni consentono di fare arrestare diversi mafiosi e di avviare un’indagine sull’assai discusso Vincenzino Culicchia, per trent’anni sindaco, padre/padrone di Partanna. Il giudice Borsellino “adotta” la picciridda Rita, la ragazza trascorre molto tempo con lui e la moglie, come una di famiglia. Quale migliore rifugio dall’orrore mafioso? Rita, di base, vive sotto protezione a Roma, indirizzo segretissimo.

Una settimana dopo la strage di via d’Amelio, Rita si uccide lanciandosi dal settimo piano. Aveva di nuovo perso ogni affetto, ogni senso di famiglia. Il suo unico punto di riferimento. Non ce l’ha fatta a ricominciare daccapo. Questo il suo laconico messaggio lasciato vent’anni fa. Sembra scritto ieri.

Ora che è morto Borsellino, nessuno può capire che vuoto ha lasciato nella mia vita.

Tutti hanno paura ma io l’unica cosa di cui ho paura è che lo Stato mafioso vincerà e quei poveri scemi che combattono contro i mulini a vento saranno uccisi.

Prima di combattere la mafia devi farti un auto-esame di coscienza e poi, dopo aver sconfitto la mafia dentro di te, puoi combattere la mafia che c’è nel giro dei tuoi amici, la mafia siamo noi ed il nostro modo sbagliato di comportarci.

Borsellino, sei morto per ciò in cui credevi ma io senza di te sono morta. Rita

Una domanda per tutti, per me stessa in primis: quanti hanno mai sentito il nome di Rita Atria? Per la prima volta ho letto attonita la sua storia sul Corriere di ieri riportata dal collega Paolo Di Stefano. Non si sono ancora spenti gli echi delle commemorazioni per il ventennale delle stragi di Capaci e di via d’Amelio e non una parola è stata spesa per ricordare il sacrificio di Rita. Sacrificare (dal lat. composto di sacrum efacere) significa, letteralmente, rendere sacro. Come in una tragedia greca, Rita si è immolata per restituire onore a uno Stato svergognato dall’incapacità di prevalere sulle cosche, inetto nel proteggere anche i suoi più fedeli servitori, come il giudice Borsellino.

Com’è possibile che per venti interi lunghi anni, un tale gesto sia passato inosservato…?

Sono felice che la piazza centrale di Partanna sia stata dedicata a Falcone e Borsellino. Non lontano dall’imponente villa Macallè, la casa dove, tra gli agi, è vissuta Rita, la casa del boss mafioso tanto rispettato e riverito. Ma una lapide alla memoria di Rita non stonerebbe nella stessa piazza.

Invece, lasciare al cimitero la sua tomba in stato d’abbandono, per vent’anni, senza un nome, senza una targa è più che vergognoso. Il nome di Rita andrebbe gridato in ogni angolo della Sicilia. Sembra invece che se ne voglia cancellare ogni traccia dalla memoria collettiva, anziché ricordarlo alle nuove generazioni. Perché qui la mentalità omertosa fa ancora da padrona. Testimone di mafia era Rita, secondo l’austero protocollo giudiziario. Nulla di più.

 
 
 

Spending review, per gli studenti fuoricorso la retta aumenta fino a raddoppiare di Redazione Il Fatto Quotidiano

Post n°4662 pubblicato il 28 Luglio 2012 da ioxamicizia
 
Tag: scuola

Un emendamento dei relatori Gilberto Pichetto Fratin (Pdl) e Paolo Giaretta (Pd), approvato dalla commissione Bilancio del Senato prevede che chi è in ritardo con gli esami paghi più tasse. Il 100% di maggiorazione per chi ha un Isee di 150mila euro, il 25% sotto i 90mila

Spunta un emendamento bipartisan alla spending review, che vorrebbe aumentare e addirittura raddoppiare (“aumenti fino al 100%”) le tasse universitarie degli studenti fuoricorso. La proposta, approvata dalla maggioranza dalla commissione Bilancio del Senato, è dei relatori Gilberto Pichetto Fratin (Pdl) e Paolo Giaretta (Pd). Nello specifico è previsto che gli studenti che non riescono a laurearsi entro i tempi previsti dovranno a pagare fino al doppio delle tasse universitarie se hanno un reddito familiare superiore a 150mila euro. Mentre per redditi tra 90mila e 150mila euro potrà essere al massimo del 50 per cento e sotto i 90mila euro del 25 per cento.

Queste somme andranno a pagare, “in misura non inferiore al 50 per cento”, le borse di studio, mentre per la parte restante saranno destinate ad altri interventi di sostegno al diritto allo studio. In particolare i relatori hanno individuato come beneficiari di queste risorse aggiuntive i servizi abitativi, servizi di ristorazione, servizi di orientamento e tutorato, attività a tempo parziale, trasporti, assistenza sanitaria, accesso alla cultura, servizi per la mobilità internazionale e materiale didattico. Gli incrementi potranno essere disposti dalle università, entro i limiti massimi che saranno individuati dal ministero dell’Istruzione entro il 31 marzo di ogni anno, sulla base di principi di equità progressività e redistribuzione, del reddito familiare Isee e della specifica condizione di studenti lavoratori.

Tra i soldi destinati agli enti pubblici invece, le province tirano un sospiro di sollievo: dal fondo per i rimborsi fiscali alle imprese, arriveranno 100 milioni per le province. Lo prevede un emendamento al decreto legge spending review, presentato dei relatori, Gilberto Pichetto Fratin (Pdl) e Paolo Giaretta (Pd), in commissione Bilancio al Senato.

 
 
 

Pansa piena, nun pensa a pansa vota.

Post n°4661 pubblicato il 28 Luglio 2012 da ioxamicizia
 

Educazione all’italiana: cresciamo piccoli debitori?

Ha ragione Mark Twain, “l’educazione è la difesa organizzata degli adulti contro la gioventù”?

È da un po’ che al mare osservo il comportamento dei bambini e dei loro genitori e voglio condividere questa piccola riflessione aperta al vostro contributo.
Vedo bambini aprire sette pacchetti di patatine solo per cercare la sorpresa che poi buttano via, immancabilmente dopo due minuti. Vedo bambine con costumini griffati, fiocchetti e manine con smalti che io non oserei avvicinare. Vedo bambini con “armi di sterminio di massa” piene di acqua giocare alla lotta, litigare e vedo i genitori litigare a loro volta con gli altri genitori invece di insegnare la cooperazione ai loro figli. Vedo uno spreco infinito di merendine, gelati buttati via, caramelle, cellulari. Vedo bambini già annoiati o troppo grassi e pochi libri se non nessuno sotto l’ombrellone dei genitori.

Poi mi incontro con dei miei carissimi amici berlinesi e mi innamoro. Sì, mi innamoro dei loro due bambini perché sono veri. Matteo a sei anni chiede alla mamma cosa deve fare per meritare un cucciolo, se prendono il gelato al mare non avranno altri dolci, se discutono con altri bambini i genitori sono pronti a gestire il conflitto senza difenderli viziandoli. In campagna mi portavano per mano a guardare i formicai, le galline e tutte quelle piccole grandi meraviglie della natura che le bimbe con lo smalto forse non guardano più. Vestiti normalmente, da bambini, non sanno neppure cosa sia una griffe e non guardano la televisione. Se hanno un giocattolo lo conservano e non lo buttano via dopo poco tempo. Non parlano da piccoli saputelli e se gli adulti sono a cena non cercano di essere al centro dell’attenzione in modo manipolatorio ed egocentrico ma sanno giocare da soli. Quello che ho visto è pulizia mentale, dolcezza.

Ora non voglio fare un discorso bigotto o qualunquista ma la differenza io l’ho notata e forse non c’entra la nazionalità ma di certo lo stile educativo. Come educhiamo i nostri figli? Come siamo educati noi stessi? C’è la crisi, ma le signore hanno tutte occhiali all’ultima moda. E’ vero, siamo degli spreconi e molti di noi educano i figli alla stessa superficialità e apparenza mediocre, affamandoli poi di padre e di regole, crescendo adulti viziati che poi non faranno altro che lamentarsi. La nuova povertà non ferma questi italiani medi e mediocri che vestono i loro figli come figurini di Vogue, anzi, ho notato che più i lavori sono precari, più si scende in provincia, più questi bambini sono vestiti in modo ridicolmente adulto e costoso.

Tutto questo per abbandonarli poi in adolescenza, quando non pendono più dalle nostre labbra e lasciarli a 14 anni fare nottate in spiaggia perché non si sanno dire dei no. Non voglio fare la Savonarola di turno ma credo che dovreste tutti notare queste cose: fatemi sapere se sto esagerando io o se anche voi avete notato questi bambini viziati e male educati. Vorrei sbagliarmi ma credo che stiamo crescendo un esercito di nuovi creatori di debito, così non se ne esce. Dire no è necessario per creare paletti e limiti, pensiamo all’io, quest’isolotto che si difende dal gran mare dell’inconscio, che ne sarebbe di lui senza i confini e divieti?

Come scriveva Mario Lodi, “oggi è difficile educare perché il nostro impegno di formare, a scuola, il cittadino che collabora, che antepone il bene comune a quello egoista, che rispetta e aiuta gli altri, è quotidianamente vanificato dai modelli proposti da chi possiede i mezzi per illudere che la felicità è nel denaro, nel potere, nell’emergere con tutti i mezzi, compresa la violenza. A questa forza perversa noi dobbiamo contrapporre l’educazione dei sentimenti: parlare di amore a chi crede nella violenza, parlare di pace preventiva a chi vuole la guerra”. Non dobbiamo sottrarci da questo lavoro dopo aver consegnato ai nostri figli uno dei peggiori mondi possibili solo così e non con i vizi superflui figli delle nostre incapacità, possiamo difendere i nostri bambini.

 
 
 

Battaglie di retroguardia di Pirgiorgio Odifreddi su La Repubblica.it

Post n°4660 pubblicato il 27 Luglio 2012 da ioxamicizia
 

 

Il Comune di Milano ha istituito il registro delle unioni civili. L’approvazione del decreto ha richiesto una seduta di undici ore e mezzo, e un’estenuante mediazione della maggioranza con l’area cattolica del Pd e l’area laica del Pdl: cioè, fra la retroguardia dei progressisti, che si è astenuta, e l’avanguardia dei retrogradi, che ha votato a favore di un provvedimento debitamente annacquato.

Contro hanno votato i retrogradi. Per intenderci, lo stesso gruppo “politico” che alla Regione Lombardia vanta fra i suoi membri (o, più precisamente, fra le sue vagine) la notoria organizzatrice delle Orgettine in casa del moderno Innominato milanese. Siamo nel terzo millennio, e quelli (o quelle) sono ancora fermi al settentesco motto di Bernard de Mandeville: “vizi privati, pubbliche virtù”.

Nei giorni passati il sindaco Giuliano Pisapia aveva dovuto rintuzzare l’attacco del clero, guidato dal nuovo cardinale Angelo Scola. E aveva affermato che, come il Comune rispetta le decisioni della Curia in campo religioso, così la Curia deve rispettare le decisioni del Comune in campo politico. Parole ovvie, che solo la condizione retrograda del nostro paese ha potuto far considerare coraggiose o controverse.

A proposito di ovvio, il registro delle unioni civili ne è appunto una sublime e suprema manifestazione. Esso infatti si limita, come dice il suo nome, a registrare le unioni di fatto: cioè, a prendere atto dell’esistente. Ma è proprio questo che non va giù a coloro che per professione (di fede) negano i fatti e pretendono di vivere, e soprattutto di far vivere gli altri, in un mondo ispirato alle finzioni.

La vera rivoluzione sarebbe l’istituzione non di un registro delle coppie di fatto, che estenda ad esse il trattamento accordato alle coppie di diritto, ma l’istituzione di un registro dei credenti di fatto, che restringa per essi la possibilità di intervenire nelle discussioni e nelle votazioni sui diritti.

Fino a quando, invece, dovremo continuare a sentire papi, cardinali, vescovi, preti e fedeli pontificare contro l’ovvio, e cercare di interferire con le scelte di civiltà? Perché è di questo che si tratta, e bene ha fatto Pisapia a ricordarlo nella sua richiesta risposta alle non richieste esternazioni della Curia.

 
 
 

ELLEKAPPA

Post n°4659 pubblicato il 26 Luglio 2012 da ioxamicizia
 

 
 
 

Ilva di Taranto, Gip dispone sequestro. Operai in marcia verso la Statale di Redazione Il Fatto Quotidiano

Post n°4658 pubblicato il 26 Luglio 2012 da ioxamicizia
 
Tag: ilva

Patrizia Todisco ha firmato il provvedimento di blocco (senza facoltà d’uso) dello stabilimento industriale e alcune misure cautelari per gli indagati nell’inchiesta per disastro ambientale a carico dei vertici aziendali. Otto i provvedimenti di arresti domiciliari

Il gip Patrizia Todisco ha firmato il provvedimento di sequestro (senza facoltà d’uso) degli impianti dell’Ilva di Taranto e le misure cautelari per alcuni indagati nell’inchiesta per disastro ambientale a carico dei vertici aziendali. Sono otto i provvedimenti di arresti domiciliari. L’ordinanza è in corso di esecuzione e riguarda dirigenti ed ex dirigenti dell’Ilva. Cinque di questi erano già inquisiti e avevano nominato propri consulenti nell’ambito dell’incidente probatorio.

Gli arresti riguardano il patron Emilio Riva, presidente dell’Ilva Spa fino al maggio 2010; il figlio Nicola Riva, che gli è succeduto nella carica e si è dimesso un paio di settimane fa; l’ex direttore dello stabilimento di Taranto, Luigi Capogrosso; il dirigente capo dell’area del reparto cokerie, Ivan Di Maggio; il responsabile dell’area agglomerato, Angelo Cavallo. La misura cautelare, però riguarderebbe anche altri tre dirigenti. Il sequestro senza facoltà d’uso, invece, riguarda l’intera area a caldo dello stabilimento siderurgico Ilva, ovvero i parchi minerali, le cokerie, l’area agglomerazione, l’area altiforni, le acciaierie e la gestione materiali ferrosi.

La notizia arriva a poche ore dall’inizio della riunione al ministero dell’Ambiente, che aveva come scopo proprio il raggiungimento di un’ intesa sulla bonifica dell’area, salvaguardando la produzione industriale dello stabilimento. All’incontro partecipano il ministro Corrado Clini, il sottosegretario allo Sviluppo Claudio De Vincenti, il governatore della Regione Puglia Nichi Vendola, il presidente della Provincia e il sindaco di Taranto; per Palazzo Chigi Partecipa Angelo Lalli, per il Pdl Raffaele Fitto e per il Pd Nicola Latorre.

Dopo la notizia, che suona come allarmante per il futuro dei lavoratori – come già accaduto ieri in segno di protesta -, oltre 8mila operai hanno lasciato il posto di lavoro e sono usciti all’esterno dello stabilimento Ilva. Gli operai hanno marciato sulle statali Appia e 106 e hanno raggiunto il centro di Taranto per raggiungere la Prefettura e probabilmente bloccare il ponte girevole, unico collegamento tra le due parti della città. Il rischio è che in pochi minuti i punti di accesso alla zona vengano bloccati. Già ieri la protesta aveva coinvolto un numero ingente di lavoratori. Questa mattina erano entrati regolarmente al lavoro, con le forze dell’Ordine in presidio nelle strade adiacenti.

 

 

La tensione a Taranto è alle stelle da mesi: i lavoratori temono infatti di perdere il posto di lavoro e così da settimane chiedono aiuto. Hanno risposto tutti al loro appello: politici, amministratori, sindacati, Confidustria, docenti universitari e medici. Tutti hanno lanciato il loro messaggio a difesa degli operai. Tutti, anche il nuovo vescovo di Taranto, monsignor Filippo Santoro, hanno accolto positivamente l’intervento del Governo, le nuove disposizioni della Regione e ora confidano nella decisione “responsabile” della magistratura. Lo stesso ministro Corrado Clini aveva dichiarato che il blocco degli impianti in questa fase sarebbe una contraddizione. Parole cadute nel vuoto.

 
 
 

Crisi auto, Marchionne: “Politica dei prezzi Volkswagen è bagno di sangue” di Redazione Il Fatto Quotidiano

Post n°4657 pubblicato il 26 Luglio 2012 da ioxamicizia
 
Tag: fiat

L'amministratore delegato di Fiat-Chrysler in un’intervista all’International Herald Tribune parla di difficoltà del settore senza precedenti e attacca la casa automobilistica tedesca. Che, però, chiude il semestre con vendite a livelli record grazie ai mercati Usa e Cina

E’ crisi profonda per l’industria automobilistica europea secondo l’amministratore delegato di Fiat e Chrysler Sergio Marchionne, che in un’intervista all’International Herald Tribune parla di “una crisi che non ha precedenti” e attacca la politica di sconti aggressivi messa in atto da Volkswagen, che “è un bagno di sangue sui prezzi e sui margini”. Per parte sua, però, la casa automobilistica tedesca ha chiuso il primo semestre con un rialzo dell’utile operativo del 7% a 6,49 miliardi di euro, al di sopra delle stime degli analisti e, secondo l’agenzia Bloomberg, a livelli record. Le vendite sono in rialzo del 23% a 95,4 miliardi di euro, grazie al buon andamento di Audi in Cina e negli Usa che ha permesso di compensare gli effetti della crisi in Europa.

Tuttavia, ci sono differenze tra i modelli gestionali e di business delle due società. Diversamente dal modello autoritario Fiat, che precipita sui mercati e taglia i posti di lavoro, nel colosso tedesco i manager e gli operai decidono insieme e l’azienda registra utili. Diverso anche il trattamento dei lavoratori, se si mettono a confronto le buste paga erogate dai due grandi gruppi: 2600 euro netti contro 1.400. Il lavoratore italiano prende di meno, paga più tasse e si ritrova welfare e servizi più scadenti. Nonostante questo, i bilanci della casa di Wolfsburg battono quelli del concorrente torinese.

”Non l’ho mai vista così difficile”, dice Marchionne riferendosi, secondo il giornale, alle sfide di un settore auto europeo allo stremo, con un’eccesso di capacità produttiva e di personale impiegato, esacerbato dalla rigidità del mercato del lavoro, che minaccia gli utili da anni e che la crisi sta peggiorando. L’amministratore delegato di Fiat torna a fare appello alla Commissione europea che “dovrebbe coordinare una razionalizzazione del settore in tutte le compagnie” e “quelli che davvero non si sono mossi in questo senso sono i francesi e i tedeschi, che non hanno ridotto minimamente la capacità”.

 
 
 

Jethro Tull - Live at Madison Square Garden 1978

Post n°4656 pubblicato il 25 Luglio 2012 da ioxamicizia
 
Tag: musica

Track list:
1. 00:00 Sweet Dream
2. 07:36 One Brown Mouse
3. 11:29 Heavy Horses
4. 19:53 Opening
5. 21:08 Thick As A Brick
6. 33:11 No Lullaby
7. 42:26 Songs From The Wood
8. 47:36 Band Introduction
9. 48:41 Quatrain
10. 49:22 Aqualung
11. 58:10 Locomotive Breath
12. 1:13:42 Too Old To Rock 'N' Roll: Too Young To Die
13. 1:18:09 My God /Cross Eyed Mary
14. 1:25:30 Encore: Locomotive Breath

 
 
 

Capitan Moody's - Makkox

Post n°4655 pubblicato il 25 Luglio 2012 da ioxamicizia
 

 
 
 

Giorgio Gaber - Al bar Casablanca

Post n°4654 pubblicato il 24 Luglio 2012 da ioxamicizia
 
Tag: musica

 
 
 

Legge elettorale, un piano contro il Movimento 5 Stelle? dal blog di Enzo Di Frenna su Il Fatto Quotidiano.it

Post n°4653 pubblicato il 24 Luglio 2012 da ioxamicizia
 

La notizia merita di correre veloce nella Rete. Un tam tam assordante, che travalica i social network e arriva nelle case degli italiani, attraverso fotocopie, volantini, allegando come prova l’articolo di Italia Oggi – giornale nelle simpatie del Pdl – a firma di Cesare Maffi, un giornalista che sembra essere ben informato anche dei fatti che accadono nelle segrete stanze dell’Udc e della Lega. Senza pudore, con vergognosa sfacciataggine, la casta politica svela a un giornalista un piano segreto che in realtà conoscono anche le formiche di casa mia: azzoppare il Movimento 5 Stelle con una nuova legge elettorale, più maiala del Porcellum. Insomma, impedire ai cittadini di entrare in Parlamento. Scrive il giornalista: “Il problema primo, per giungere a una revisione del Porcellum, è semplice: occorre trovare una convergenza d’interessi. Per ora, l’unico spasmodico desiderio comune a Pdl, Pd e altri è individuabile nell’azzoppare la rappresentanza parlamentare dei grillini. Nessuno, però, è in grado d’individuare un sistema che possa, se non azzerare, almeno comprimere un movimento accreditato addirittura fra il 15 e il 20 per cento”.

È una notizia che andrebbe segnalata immediatamente alla magistratura. Se il giornalista Maffi viene convocato dagli inquirenti e rivela chi gli ha riferito questo piano scellerato, abbiamo la prova che “Pdl, Pd & Company” stanno preparando una legge elettorale con finalità private, atte a mantenere i loro privilegi, e non certo per dar voce – democraticamente – al volontà sovrana del popolo. Escludere una forza politica che vuole un’Italia migliore, è un reato? Napolitano non ha nulla da dire? Il garante della Costituzione che ha approvato un Lodo Alfano incostituzionale, che però dice “non mi sono mai allontanato dai poteri sanciti dalla Costituzione”, questo presidente della Repubblica che non sente il boato dei lettori che fanno esplodere il M5S, ebbene, il nostro anziano difensore della Patria, non ha nulla da dire? Che legge elettorale si auspica? Una nuova truffa ai danni degli elettori italiani?

Ancora una volta tocca alla Rete denunciare l’ennesima porcata ai danni degli italiani. Secondo voi, cari lettori, esistono i presupposti legali per una denuncia alla magistratura? Intravedete il reato di “attentato ai diritti politici del cittadino” previsto dall’art.294 del Codice Penale, che testualmente recita: “chiunque con violenza, minaccia o inganno impedisce in tutto o in parte l’esercizio di un diritto politico, ovvero determina taluno a esercitarlo in senso difforme dalla sua volontà, è punito con la reclusione da uno a cinque anni”? Vi sono avvocati disponibili a fornire i presupposti normativi per denunciare questa vergogna?

Condividete il messaggio, quindi. È necessario far sapere cosa tramano coloro che stanno affondando l’Italia. Cioè gli stessi cialtroni che si presenteranno in tv alle prossime elezioni invocando “un Paese migliore” e il “bene degli italiani”.

 
 
 

Pink Floyd - Atom Heart Mother (full album)

Post n°4652 pubblicato il 22 Luglio 2012 da ioxamicizia
 
Tag: musica

Quando il vecchio grasso sole tramonta nel cielo
Gli uccelli della sera estiva lanciano i loro richiami
Domenica d'estate e un anno
Il suono della musica nelle mie orecchie
Campane distanti
L'erba appena tagliata ha un profumo così dolce
Tenendoci per mano vicino al fiume,
Abbracciami e fammi sdraiare
E se capisci,
Non fare rumore
Solleva i piedi da terra
E se senti mentre scende la notte calda
Un suono argentino in una lingua così strana
Canta per me, canta per me

Quando il vecchio grasso sole tramonta nel cielo
Gli uccelli della sera estiva lanciano i loro richiami
Risate di bimbi nelle mie orecchie
L'ultima luce del giorno scompare

E se capisci,
Non fare rumore
Solleva i piedi da terra
E se senti mentre scende la notte calda
Un suono argentino in una lingua così strana
Canta per me, canta per me

(Gilmour) Fat old sun - 33:43

 
 
 

Idiota Zen: Qui. E ora?

Post n°4651 pubblicato il 22 Luglio 2012 da ioxamicizia
 
Tag: pv

 
 
 

Biodiversità e sicari dal blog di Beppe Grillo

Post n°4650 pubblicato il 21 Luglio 2012 da ioxamicizia
 

semi_latinoamerica.jpg

 

Alessandro Di Battista, dal Guatemala racconta le origini del fenomeno del sicariato in Sud America.

"Non è semplice determinare le origini del fenomeno del sicariato in Sud America. Dalle cause che ho individuato scaturiscono degli effetti che a loro volta si trasformano in nuove cause complicando il quadro d'insieme. Dopo un primo mese di indagini non mi è nemmeno chiaro chi siano le vittime e chi i colpevoli.
Si dice che nei quartieri caldi delle metropoli si uccida per fame, io lo trovo riduttivo. La povertà influisce, ma premere il grilletto ha bisogno di motivazioni più forti dei crampi allo stomaco. A Città del Guatemala i ragazzi entrano nelle bande del crimine perché cercano un posto nel mondo. Possedere un'arma, incutere timore e saper guidare una moto tra i vicoli stretti dei barrios marginales gli fa credere di averlo trovato. Molti ragazzi-assassini il loro spazio l'avrebbero anche avuto, ma sono stati costretti a lasciarlo. L'abbandono della campagna da parte di migliaia di contadini coincide sistematicamente in nuovi arruolamenti di giovani nelle bande di città. Il conflitto armato conclusosi nel '96 fu alla base della prima ondata migratoria verso i centri urbani del Guatemala, oggi a obbligare i contadini a gonfiare le già degradate periferie delle città, fornendo di fatto materia prima alla criminalità, ci pensa il fiore all'occhiello della green economy: la monocultura della palma africana.
Nel Paese l'agro-business rappresenta il principale settore di investimento del capitalismo nazionale e internazionale e riconvertire immensi spazi alla coltivazione di palma è l'affare del momento. Dai suoi frutti si estrae l'olio con cui si produce carburante e cosmetici. Nel municipio di Sayaxchè, in Peten, nel nord del Paese, migliaia di ettari che appartenevano a famiglie di indigeni q'eqchi' sono ormai dominio di un gruppo di imprese agricole che in molti casi hanno acquistato utilizzando violenza e inganno. Gli uomini della sicurezza privata sono maestri della coercizione e delle “offerte che non si possono rifiutare”. L'espansione della palma implica profonde trasformazioni sociali, economiche e demografiche. Sulla terra che è servita al sostentamento di migliaia di persone oggi si coltivano piante i cui frutti non si mangiano. Inoltre la palma logora la terra e genera siccità. Alcuni contadini, i più fortunati, da piccoli proprietari si sono trasformati negli schiavi delle imprese. Lavorano senza contratto, senza assicurazione sanitaria e guadagnano una miseria. Il solito film latino-americano!
Oggi vivo peggio di prima. Faccio il bracciante nell'impresa, lavoro di più e quello che guadagno non basta per comprare ciò prima producevo” mi dice un contadino chiedendomi di non scrivere il suo nome perché ha paura di essere licenziato. “Stiamo cercando di risparmiare per pagare un trasloco in città” mi racconta un altro rimasto senza terra e senza lavoro. Non avere terra per un q'eqchi' più che una perdita economica è una perdita di identità. È q'eqchi' perché sa lavorare la terra, se non ha terra non è più q'eqchi'. Da questa perdita di identità e dal trasferimento in città dipende la disgregazione del ceppo familiare. In città di norma l'uomo inizia a bere e la donna a lavorare fuori casa 16 ore al giorno. I figli crescono senza punti di riferimento, assistendo alle violenze dei padri sulle madri e in condizioni di estrema povertà. Sfido chiunque a non vedere nella strada e nelle bande criminali una via d'uscita.
I contadini raffreddano il pianeta, tutelano la biodiversità e proteggono i semi autoctoni. Le monoculture fanno l'esatto contrario e oltretutto comportano disoccupazione agricola e conflitti sociali nelle metropoli. Per ridurre il numero dei sicari di Città del Guatemala non serve la mano dura. Serve la riforma agraria. Servono i contadini. Forse qualche ragazzo preferirebbe la zappa alla pistola." Alessandro Di Battista (seguilo su Twitter)

Un gruppo di ricercatori guatemaltechi restati anonimi per ragioni di sicurezza ha realizzato un documento interessante per comprendere le relazioni tra potere politico, economico e criminale in Peten.

Alessandro Di Battista è autore del libro "Sicari a 5 euro" di prossima pubblicazione.

 
 
 

Denver e il mestiere delle pistole dal blog di Angela Vitaliano su Il Fatto Quotidiano.it

Post n°4649 pubblicato il 21 Luglio 2012 da ioxamicizia
 

Il mestiere delle pistole, e delle armi da fuoco in generale, è uccidere.
Il mestiere delle pistole è non fare cilecca e sputare quel proiettile nella direzione giusta, affinché trapassi la carne di esseri viventi e gli porti via la vita.
Il mestiere delle armi è di lasciare scie di sangue che si mischierà alle lacrime di chi resta a chiedersi perché. Di chi non potrà mai dimenticare.
Il compito delle armi è di spegnere sogni, spezzare vite, creare orrore, suscitare odio.
In maniera democratica: senza riguardo a donne o bambini o malati o altro ancora.

Ad Aurora, in Colorado, le armi hanno compiuto ancora una volta, con grande successo il loro dovere. Dodici morti e circa cinquanta feriti di cui molti bambini. Il più piccolo di soli tre mesi.
Un quasi bambino anche il killer, di 24 anni per il quale, ovviamente, ora quegli stessi amanti delle armi chiederanno la pena suprema, magari condita da un po’ di tortura e di sputi sul viso.

A chiederlo saranno gli stessi che difendono il porto indiscriminato delle armi, sempre e ovunque. Com’è appunto in Colorado. A chiederlo saranno gli stessi che, molto spesso, sono contrari all’aborto perché “per la vita”. Gli stessi ai quali io chiedo sempre, senza mai avere una risposta, “quale vita è piu’ vita di altre?”

Perché non si può, secondo questi pensatori illuminati, abortire (nemmeno se la mamma è in pericolo o è stata stuprata o il bambino è destinato a nascere con patologie incurabili), ma si può e si deve, nell’ordine: negare l’assistenza sanitaria a quegli stessi bambini, anche a quelli nati con quelle patologie per le quali era consigliabile abortire. Che i bimbi nascano, anche se malati. E poi muoiano per l’impossibilità ad essere assistiti. Quei benpensanti illuminati che ritengono che la pena di morte, che da anni, nei dati, dimostra il suo fallimento nel limitare i crimini (per non parlare di tutti gli errori in cui sono stati condannati a morte degli innocenti), sia indispensabile. Quegli stessi benpensanti illuminati che, appunto, difendono senza se e senza ma il diritto a possedere armi e l’autorità di difendersi da soli senza neppure essere giudicati per questo.

La vita da difendere, dunque, è solo quella che non esiste ancora. Quella che non ha occhi e visi e sogni e dolori e gioie e speranze. La vita da difendere non ha carne che si lacera e ossa che si spezzano.
Tutto il resto è nulla da poter gettare via in una notte, davanti ad un cinema, mentre si sgranocchiano popcorn e si stringe la mano di quella ragazzina che ti piace tanto.
Ti piaceva tanto.

 
 
 

Per Napolitano il problema è Palermo dal blog di Benny Calasanzio Borsellino

Post n°4647 pubblicato il 17 Luglio 2012 da ioxamicizia
 
Tag: mafia

 

“Alla determinazione di sollevare il confitto il Presidente Napolitano è pervenuto ritenendo ‘dovere del Presidente della Repubblica’, secondo l’insegnamento di Luigi Einaudi, ‘evitare si pongano, nel suo silenzio o nella inammissibile sua ignoranza dell’occorso, precedenti, grazie ai quali accada o sembri accadere che egli non trasmetta al suo successore immuni da qualsiasi incrinatura le facoltà che la Costituzione gli attribuisce’”.

In questa losca ed equivoca vicenda, a dare più fastidio forse è proprio la considerazione che Napolitano e il suo clan hanno degli italiani. Ok, in parte hanno ragione, abbiamo dato prova di credere a tante balle, ma qui si esagera notevolmente. Delle frasi contenute nel comunicato stampa diffuso dal Quirinale, Conflitto Napolitano ne avrà capite al massimo un paio. Non gliene frega nulla, infatti, di preservare Costituzione e immunità per i posteri dai taliban palermitani; la prova è nel pezzo pubblicato oggi su Repubblica dall’ottimo Giuseppe Caporale, che evidentemente ha disobbedito all’ordine del confidente di Dio, Eugenio Scalfari, riportando una notizia che la dice lunga sulla buona fede di Giorgio.

A quanto scrive Caporale, infatti, non è la prima volta che una Procura della Repubblica ascolta le telefonate dell’Intangibile. Lo aveva già fatto nel 2009 anche la Procura di Firenze, nell’inchiesta sul G8 alla Maddalena: “Le intercettazioni di Napolitano tuttora sono contenute in un cd rom che non è stato mai formalmente sbobinato, ma che è comunque a disposizione delle parti” scrive il giornalista. A chiamare l’indagato Bertolaso era stato proprio lui, il presidente della Repubblica, all’indomani del sisma d’Abruzzo. Napolitano chiedeva notizie sulle vittime e organizzava la sua visita in loco. Nonostante non fossero, evidentemente, rilevanti ai fini dell’inchiesta, ancora oggi quei nastri non sono stati distrutti.

Dunque Napolitano era perfettamente a conoscenza, già dalle chiusura dell’indagine sul G8 alla Maddalena, che esistevano delle intercettazioni dove uno degli interlocutori era lui stesso. Questo è certo perché i nastri sono non in una cassaforte, ma già in possesso delle parti. Ma, in questo caso, il Presidentissimo non pensò minimamente di sollevare un conflitto di attribuzione davanti alla Consulta e chiedere la distruzione di nastri e procura, nonostante le condizioni fossero identiche: era stata intercettata un’utenza intestata a Bertolaso e, senza poterlo prevedere, la polizia giudiziaria si trovò ad ascoltare anche l’anziano comunista.

Perché, dunque, l’emergenza democratica è scoppiata solo oggi, nei confronti degli “abusi” della Procura di Palermo? Forse perché con il fu capo della Protezione Civile il Nostrissimo parlava nobilmente di vittime, si preoccupava per la tragedia del sisma e prometteva al massaggiato Bertolaso di raggiungere quanto prima le popolazioni colpite? Forse perché invece con Mancino parlava di tutt’altro? Forse perché proprio così innocenti non sono quei discorsi scambiati tra i due vecchi amici? D’altronde lo stesso pm Di Matteo ha fatto presente che quelle conversazioni potrebbero essere utili per altre indagini o procedimenti, senza aggiungere altro.

Dunque il problema non è l’intercettazione in sé, ma quella in te. Il problema è Palermo, il problema è, inequivocabilmente, quel che il Napolitano ha detto a Mancino.

Un altro presidente, onde evitare ombre e dubbi, avrebbe detto: “Fatele ascoltare”. Napolitano, invece, è andato oltre: “Fatele sparire”. Ma solo quelle di Palermo.

 
 
 

ELLEKAPPA

Post n°4646 pubblicato il 16 Luglio 2012 da ioxamicizia
 

 
 
 

Nuova destra - Makkox

Post n°4645 pubblicato il 14 Luglio 2012 da ioxamicizia
 

 
 
 

Roma, questa strana storia di violenza e i modi di raccontarla su Il Fatto Quotidiano.it

Post n°4644 pubblicato il 14 Luglio 2012 da ioxamicizia
 
Tag: donne

Una turista di 22 anni viene trovata rannicchiata a terra vicino alla Stazione Termini, ha un’emorragia e viene ricoverata in gravi condizioni nel reparto di ginecologia del Policlinico di Roma.

I medici che la visitano sospettano uno stupro ma nelle prime ore la stessa donna dichiara di avere avuto un rapporto sessuale consenziente. Il giorno seguente una psicologa la ascolta e conclude che lo stupro sia avvenuto e che la ragazza neghi per la vergogna e l’attenzione suscitata nei media.

Questa è la storia accaduta a Roma mercoledì, poi ci sono i modi per raccontarla.

Molti articoli e servizi televisivi hanno titolato o commentato che c’era il consenso e quindi non c’era stata violenza nonostante il ricovero in gravi condizioni in ospedale e l’intervento chirurgico. Nulla è accaduto.

Qualche altro articolo ha ricordato due aggressioni avvenute a Roma nei giorni precedenti: non mancheranno le solite strumentalizzazioni politiche che vengono fatte sullo stupro e che riducono la violenza alle donne ad una questione di sicurezza invece che di relazione tra uomini e donne e di cultura.

Forse il sindaco Gianni Alemanno farà ristampare il Vademecum antistupro.

Riguardo alla giovane ricoverata al Policlinico, la magistratura prosegue le indagini, mentre sulla stampa tutto pare ridursi alla domanda: non c’era il consenso o c’era il consenso?

Come se il consenso ad avere un rapporto sessuale fosse una sorta di cambiale in bianco, un lasciapassare dato ad un uomo nel poter fare del corpo di una donna ciò che vuole. Come se il consenso dato da una donna fosse una giustificazione per trasformarne il corpo in una cosa inerte, una bambola di pezza da strappare e da poter abbandonare esanime per strada: come un oggetto o uno straccio.

Che ci sia stato il consenso iniziale o non ci sia stato: questa è stata una violenza.

Penso ai corpi delle oltre settanta donne massacrate dall’inizio dell’anno, penso alle donne che vedo al pronto soccorso o al centro antiviolenza con i lividi addosso, e non posso fare a meno di associare il ricordo delle immagini pubblicitarie che ritraggono parti anatomiche femminili per promuovere la vendita di qualcosa o ancora fotografie di donne umiliate, picchiate, violate, ferite, fotografate anche nella posa di un cadavere depositato nel baule di un’auto solo per fare pubblicità a qualche griffe.

Penso ai cartelloni pubblicitari volgari con una donna seminuda e la scritta a fianco Montami a costo zero o Te la do gratis.

Gallerie fotografiche che sono state raccolte due anni fa dall’associazione Donne pensanti nel video La vie en rose. Immagini che incontriamo quotidianamente nei cartelloni pubblicitari, sulle pagine patinate dei giornali alla moda o in televisione e che non raccontano mai le donne ma rappresentano che cosasiano le donne nella nostra cultura. La rappresentazione delle donne alimenta l’immaginario e l’immaginario diventa un modello. E finiamo per accettare l’inaccettabile come fosse routine. E’ normale che una donna finisca in chirurgia per del “sesso un po’ violento?”

Nel mondo che ci viene incontro e che reifica sempre più gli esseri umani, il corpo della donna è diventato l’oggetto per eccellenza. La donna cosa.

La cultura dell’immagine, non solo in Italia, la mostra come prodotto disponibile e a disposizione, privato di soggettività che si può utilizzare, distruggere, deturpare a piacimento, se poi si è pagato perché è una donna che si prostituisce o una donna che desidera avere un rapporto sessuale è come se fosse stato acquistato o dato in regalo e forse può anche essere lasciato a terra esanime e in una pozza di sangue senza che nessuno riconosca che sia violenza perché c’è stato il consenso.

Si! Siamo un prodotto ideale da consumare.

Forse è per questo che i media hanno potuto raccontare questa strana storia di violenza che poi violenza non è, senza porre alcuna domanda oltre il problema del consenso, ricordandoci ancora una volta che ….cosa… sono le donne.

di Nadia Somma

 
 
 

 

 

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