Ancora su Mara

Il disegno di Laliberte poteva essere presagio su una scena futura, ma io non potevo immaginarlo…
Ora che da giorni ormai sono partito, lontano dai binari di Milano, allora ripenso su quanto accaduto.

Ripenso a quell’ultima scena veduta: il buio dell’ora solare, le lancette che segnano le nove e la pioggia battente.
Il mio indugio al riparo del porticato della stazione ed il vederla in attesa della ripartenza del treno appena fermatosi al nostro comune arrivo. Il suo allontanamento nello svincolo di un sovrappasso prudente, oltre i binari, verso il vecchio passaggio dismesso che porta in via Antonio Gramsci.
L’ombrello spiegato ed i suoi passi incerti tra una pozza d’acqua ed uno snodo di metallo.

Avrei voluto seguirla, avrei dovuto seguirla?

Il desiderio di riuscire a trovare un punto, un percorso comune, uno spunto di recapito per una lettera.
Un foglio di carta scritto, un pensiero tra un viaggio, tra un ritardo, tra uno scambio di rotaie ed una coincidenza… una coincidenza di incroci tra treni…
…e sguardi… tra noi.

Mara

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Licia Maglietta

Tappa a Roma.

Non posso mancare all’annuale appuntamento in piazza Argentina – Feltrinelli.
Ho finito il libro e devo farne nuova provvista, poi è questione anche di orario, sono le quattordici, una giornata di canicola, dall’asfalto c’è un esalazione di calore percepibile dalla nebbia di smog che si forma attraverso il passaggio delle automobili.
Ho fame; adoro sostare qui nel caffè del secondo piano, appartato, mentre migliaia di turisti affollano i bar romani, a questo punto anch’essi organizzati a preparare bucatini all’amatriciana imbustati alla quattro salti in padella.

Il bancone è vuoto e il barista è distratto da un sudoku.

Ordino un tramezzino, un bicchiere d’acqua e un caffè chiedendo di prepararlo più tardi.
Mi guardo attorno per cercare posizione e non posso fare a meno di notare il tavolino dove ero seduto a Natale con Stefania. E’ dove scartammo i regali, ricordo.
Il mio lo avevo acquistato un minuto prima proprio allo scaffale della narrativa – nulla di più banale ora che ci penso – regalare dei libri incontrandosi in una libreria; non so neppure se può confortarmi il fatto che fossero due libri scelti alla lettera R: Henri-Pierre Roché, gli unici due romanzi che ha scritto nella sua vita l’autore.

Il suo regalo, un orologio, quello che ora tengo nel taschino da portare in riparazione, caduto un mese fa rovinosamente da uno scatolone del trasloco. Lo guardo, ha il vetrino scheggiato, il numero otto sta per staccarsi e non posso più sistemare l’ora; qualche volta aspetto che sia l’attimo giusto per rimetterlo al polso e far riprendere la carica dal movimento del braccio, ma l’intoppo si ripete ogni qual volta lo dimentico sul comodino, verso il mattino si ferma più o meno allo stesso orario, otto e venti, e devo aspettare il giorno dopo per rimetterlo al polso. Stranamente mi viene da pensare ad un’analogia di quello che è stato il rapporto con Stefania.

Il cartellino della garanzia indica: Viale Adriatico, 25 – deve essere dalla parte di Monte Sacro.

Non portavo orologi prima ed ora non è neppure solo questione d’abitudine – è l’unica cosa che posso ancora riparare di noi.

Il caffè mi è stato servito.

Ho scelto uno strapuntino alto sulla piana d’appoggio che affaccia verso lo spazio inferiore, reparto arte. Faccio mente locale per pensare a qualche autore italiano del novecento su cui investire il tempo di quest’estate solitaria: Tozzi, Vassalli, Soldati… Sì poiché amo la letteratura italiana e leggo solo letteratura italiana; un motivo è che sono insofferente alle traduzioni, l’altra spiegazione e che mi sto appassionando di tutto quello che è il neorealismo dei primi del novecento.
Il tavolino di Natale sta per essere occupato da una donna.

La osservo con la coda dell’occhio. Ha un vestito chiaro, estivo, che le scende fino a poco sotto il ginocchio, un sandalo bianco che fa pensare che sia appena uscita da un matrimonio, forse ha un incontro?

E’ sinuosa, cammina con i fianchi protesi mettendo un piede avanti l’altro, con ordine, con un’accuratezza in ogni gesto, persino mentre sposta la sedia dal tavolino lo fa con leggerezza senza che nessun rumore risuoni sul parquet. Mentre si siede le cade una spallina che sistema prontamente. Somiglia all’attrice di pane e tulipani, come si chiamava? Non mi viene il nome… Anche un po’ alla Binoche in Chocolat… Laura Morante? No…. Non era lei…

Guardo il fondo del caffè riflettendo. Licia Maglietta ecco! Sì Licia Maglietta. Il Bar si è popolato, sono le quindici e quindici.
Licia Maglietta è sempre li, La borsetta è sul tavolo assieme al suo caffè. Non ha un appuntamento; è passato troppo tempo.
Ha dei libri con se, immagino appena acquistati o per presa consultazione, difatti è di abitudine qui prendere dei libri e leggerne alcune pagine nei salottini prima di dirigersi in cassa.

Licia Maglietta ne esamina il primo, lo ruota scrutando il disegno in copertina, poi lascia scorrere le pagine… comprendo che lo fa per fermarsi su una scelta per sorte… e così inizia a leggere.
Dalla lettura di quella pagina casuale, deciderà se acquistare o meno il libro – da qui non riesco a leggerne il titolo – mi sto incuriosendo.
Mi piace come ha il viso assorto, come con una mano tiene il libro sul tavolo e come con l’altra gioca con la bretella sulla spalla.. E’ indubbio, acquisterà quel libro misterioso – mi dico, ne comprendo l’incantesimo che quella pagina trasmette sul suo viso rapito ed anche un po’ sorridente – deve essere una persona serena Licia Maglietta… sì… serena ed introversa, penso.

roma

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Crollo dell’economia 2007

Sei vestita di azzurro quest’oggi, un vestito dei tuoi, femminili che mi ricordano sempre i disegni di André Laliberte.
Con te hai un Corriere Della Sera; è lunedì, l’inserto è quello d’economia, lo separi dal quotidiano posandolo sulle gambe accavallate.
Apri i titoli di pagina, un leggero ghigno di difficoltà tra la docilità dei fogli riadoperati e la grandezza del corriere, ma ti destreggi bene accartocciando qualche margine ritenuto meno stimolante.

Lo scompartimento dove ora ci troviamo è piccolo per te, me… ed il giornale; sono le otto e quindici minuti, anche quest’oggi il treno parte in ritardo.
Io fingo di leggere con la solita aria di non curanza, si tratta di un romanzo di Cassola.
Vero è che nel frattempo, la coda del mio occhio attraversa la lente scura per fissare la tua caviglia, e successivamente risalire, lentamente, lungo le gambe sino all’argine della gonna che rimane immobile, serrata, sotto l’inserto d’economia e finanza. Che sia anche tu a fingere della medesima non curanza sotto quell’accenno di risolino quasi adulatorio?
Guardo fuori dal finestrino, abbiamo appena passato il Ticino. Frattanto la scarpa decolté bianca, dondola…. dondola…. scollandosi dalla pianta.
Un uomo sbuffa per l’annuncio della filodiffusione sul ritardo del treno.
Poi iniziano i discorsi, i soliti sul servizio e sui ritardi di questa tratta, discorsi noiosi che abbiamo entrambi sentito già abbastanza.

[…]

Io continuo a leggere; il personaggio femminile del mio libro si chiama Mara… – e tu come ti chiami? – penso dentro di me, dopo aver alzato su la testa per guardare le sfumature di verde scorrere velocemente oltre il vetro. Nel riflesso della luce riesco a scorgere i lineamenti del tuo viso intermittente sulle ombre del paesaggio; ti osservo e lo faccio evitando di fissarti direttamente, evitando di infastidirti…
Il fascicolo di finanza si è mosso tra gli spostamenti del treno e le tue movenze; si è mosso ed ora è nel baratro delle tue gambe, dipende da un movimento ancora e…

…e l’inserto cadrà a terra, tra i miei e i tuoi piedi, tra la tua postura curata in ogni minimo dettaglio e la mia posizione disinvolta, sbarazzina.
E’ la prima cosa che penso: – non muoverti – lascia che tutto sia così, come in una posa fotografica del tutto perfetta; aspettiamo solo che cada e poi sarò io a raccoglierlo lentamente concedendomi il tempo di vedere questa scena al rallentatore. Tale pensiero si formula attraverso il dondolio sempre più accentuato dell’economia mondiale e nel momento in cui credevo che fosse l’inerzia a condurmi verso questa puntata, il tuo braccio, con un movimento forse distratto, protrae verso l’orlo estremo del precipizio le pagine di borsa che crollano nel disegno di un intento – forse studiato?
Tutto da copione, tu rimani immobile quasi ignorando che sia accaduto qualcosa, io raccolgo i titoli accennando una frase ironica, un po’ sciocca, ma di cortesia: – E’ crollata l’economia –
Quando ti accorgi del mio movimento di risposta, sorridi alla mia con un – grazie – ed uno sguardo timido, ricercando una collocazione più sicura per il fascicolo.

Ed ora c’è un pensiero solo: la regia è della casualità o è tutto un gioco d’intento?

La filodiffusione annuncia l’arrivo alla stazione di Milano Porta Genova, le persone si preparano a scendere, anche tu chiudi il tuo giornale mentre io metto il segnalibro alla pagina dove sono arrivato a leggere, rendendomi conto che è la medesima dell’inizio del viaggio.
Quando si aprono le porte, aspettiamo entrambi che la calca si svuoti…
Ti rivedrò?
Perché non ti ho mai vista prima?
Prendi sempre quello delle otto e dieci?
Posso rivederti? Dove posso rivederti? Quando posso rivederti?
Ti rivedrò?

Parlo con il finestrino, fissando il tuo profilo sempre di riflesso.
Quando di alzi per infilarti in coda, un passeggero ti lascia precedenza ed una ragazza mora ti saluta per nome…
…è così che faccio scoperta del tuo nome: ti chiami Mara.

profilo

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L’Ospite

Esiste un piacere che risiede nell’ospitalità: ospitare ed essere ospitati.

Nel sostenere: – fai come fossi a casa tua – si poteva rischiare di cadere banalmente in un luogo comune se non per un’effettiva partecipazione; accadde diversamente infatti, ricordo che lei ne catturò tutta la verità.

– A casa mia io cucino, a casa mia apro una bottiglia e mi verso da bere…. a casa mia prendo un libro dalla libreria e mi metto a leggere sul divano… a casa mia ci dormo… – le dicevo ponendo distanze.
– Fai come fossi a casa tua – mi ripeteva con insistenza e risolutezza. – Ti dico dove sono le pentole, dove trovi il carrello dei liquori, dove sono i libri migliori… –

Ho iniziato così a comprendere il piacere dell’ospitalità, sì… essere ospite, in quella casa che non mi apparteneva e che giorno per giorno ne scoprivo il piacere di soggiornare.
Tutto l’ambiente restituiva una sorpresa differente: l’odore del muschio, il tatto con il velluto delle tende, le musiche della Callas che suonavano, i libri di suo padre, il pianoforte, l’insieme delle tonalità di colori accesi differenti da quelli di casa mia.

– Dunque dove dormo? –
– In camera di mia figlia grande che ormai si è trasferita dal padre, sai scelte di convenienza… –

Mi diceva che le faceva piacere ospitare un poeta e finì che la stessa stanza la battezzò così: “la stanza del poeta”. Il patto era lasciarle sempre un foglio di carta scritto.
Dunque, che fosse una poesia, che fosse un racconto… che fosse anche solo una frase che racchiudeva tutto il significato della giornata – mi concedevo questo spazio accogliente. Andavo da lei.

Trovavo il mio tavolino di legno su cui lavorare e le matite temperate, sapeva che mi attraeva il legno vivo e ci spianavo un dito prima di iniziare. Mi preparava il caffè con la moca e un biscotto nel piattino scelto attentamente all’interno di uno scaffale dei sapori. Gli stessi suoni e odori del pranzo sembravano differenti, i vapori della cucina nell’inverno impallidito e arrossato e il suonare dei mestoli.

E il vino? Ero io stesso a scendere in cantina per prendere una bottiglia con un soffio di polvere sopra, qualcosa di amabile, certamente, perché nulla poteva sottrarsi dall’essere amabile in quel luogo, fuori dal tempo e da tutto il mondo.

Qualche volta la osservavo di nascosto, mi credeva concentrato allo scrittoio, invece io mi alzavo separandomi dalla matita. Mantenevo la mia espressione curiosa di intelletto e con un leggero filamento di sorriso in viso, prendevo ad aprire le stanze senza far rumore nell’intento di cercarla. Schiudevo quel leggero passaggio di visione tra la porta ed il telaio, lavanderia, cucina, stanzino, qualche stanza più buia, in altre le imposte facevano entrare più luce, era come se anche lei si nascondesse per il gioco di essere trovata…

E mentre la casta diva cantava, una luce di sorpresa si accendeva in una stanza.
La vedevo sfilare in accappatoio con i capelli bagnati fatiscenti sulle spalle scoperte, in punta di piedi e un barattolo di crema in mano. Poi puntava un gamba sul letto, lentamente la coscia nuda si faceva varco tra le due pieghe di spugna, iniziava così a addolcire la pelle, carezza dopo carezza, e la Callas stranamente mi sembrava salisse su una maggiore tonalità acuta.

Chiudevo silenziosamente la porta, pensando ogni volta ad un dubbio: ma davvero non lo sapeva che l’osservavo?

E poi mi chiedevo se in fondo non si compiacesse anche di questo piacere d’intimità che si era venuta a creare spontaneamente e senza forzature, del resto a me attraeva vivere quell’intimità distaccata e cortese, quelle sensazioni equilibrate con tutto ciò accadesse in quella casa.
Così un giorno le lasciai sul foglio la poesia che descriveva in poche righe tutti i giorni trascorsi in quella casa.

La corda di spugna rosa allentata lungo i fianchi
lascia libero un firmamento di pelle
trattenendo ancora tutti i segreti sull’orlo dell’inguine;

non perché ci sia pudore
bensì per dare vita ad un’attrazione insondabile,
quell’attrazione intima e distaccata che condivido
propria di questa tua ospitalità.

Negli inverni rigidi, mi torna nostalgia di quel tempo, ma so benissimo che è qualcosa che non può ritornare da un semplice invito.

Riconosco che le emozioni di quella accoglienza, erano racchiuse in una sublimazione d’intento, nella raffinatezza delle attenzioni e nel buon gusto di non arrendersi mai a tutto ciò che potesse, banalmente, trasformarsi in qualcosa di scontato e povero.

Il segreto era tutto lì, nel piacere di vivere e condividere attraverso lo spazio ed il tempo circoscritto, senza stabilire mai che le due linee emotive, potessero condursi verso un’intersezione predestinata e fatale.

sublimazione in sottoveste

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Spettatore in prima fila

Immaginarti a cavallo di un fremito per essere rubata al desiderio di un attimo.

Impossibile regalare altro tempo ai vincoli portati; cerniere, cinture, lacci ben congiunti che non frenano in ogni caso il tuo avanzare sicuro.

A quattro mani sul tavolo ti avvicini combattendo con le aderenze e poi con il pensiero ti ritrovi denudata in un attimo.

Sollevi la gonna, immobilizzandomi con occhi; non hai più riserbo alcuno, svincolata dal riguardo, briosamente sottomessa ai sensi. Un placido sorriso a labbra semiaperte, non dissuadi più lo sguardo altrove intimidito; ora mi fissi, ora mi cerchi, ora mi vuoi.

Vuoi che io ti ammiri, mentre avanzi con le mani lungo le colonne nivee a cavare il lembo della tua biancheria, per calarla gradualmente, senza fretta alcuna.

Ma ad assecondare quel tessuto ricamato, la tua gonna, crolla, come un sipario su un primo atto, senza rivelare l’epilogo smaniato…

E’ così che rivedi il finale a riprova della tua infallibile direzione artistica – ti avvicini nuovamente e in ginocchio, seduta sul mio corpo, innalzi il sipario lentamente, ancora una volta…

…ora sono spettatore in prima fila.

 

io e lei

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Un libro in prestito

Hai una maglietta rosa e un paio di jeans, tuo figlio – otto anni – occhi azzurri, guarda stupito la motrice del Settebello, tu che ti guardi intorno con una smorfia infastidita dal sole, io che mi avvicino. Una signora di colore si è fermata un attimo, probabilmente per vendervi qualcosa, l’allontani con un gesto. Ma cosa siamo venuti a fare qui mamma? Chiede tuo figlio, mentre io sono quasi ad un passo da te.

Il signore sono io.

– Ciao Franca – Saluto tuo figlio, non so se presentarmi come Riccardo o ‘Lo Scrittore’ come sempre mi hai scritto.

Il libro è in alto a sinistra, questo non significa che sia una collocazione, ne è propriamente il titolo.
Finisce che ci sediamo in alto a sinistra, a metà gradini di Palazzo Reale.
Dietro le mie spalle qualcuno fa suonare una musica di San Remo edizione duemila e cinque, tu sfogli le pagine con una mano che sembra tremare, forse sei imbarazzata o forse è solo un’impressione e poi perché mai?
Sei indecisa tra De Luca e Luneburg, scelgo io.
Guardi l’ora, hai solo cinque minuti, hai voglia di un gelato, forse hai anche voglia di rimanere.

Diego vuole vedere le automobili degli anni cinquanta, – c’è qualcosa qua vicino? – sicuramente in galleria, ma c’è poco tempo anche per attraversare piazza Duomo.

Giriamo attorno alle autovetture d’epoca, poi verso il sottopasso della metropolitana, è li che ti lascio andare.
– Che farai ora Riccardo? –
– Passeggio con la mia macchina fotografica –
– macchina fotografica… è vero che può rubare l’anima? –
– La mia sì. –

piazza duomo

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L’ultima partenza

Solitamente nei film francesi, le locomotive apparivano su dei fotogrammi in bianco e nero, fumavano tra le righe verticali della pellicola, tra i grani che punteggiavano il telo in proiezione. Io pensavo fossero gocce d’una pioggia che stentava a irrompere improvvisamente.

Ora invece mi trovo protagonista di un’immagine nitida e per quanto la lacrimazione passa appannare la visione, è indiscutibile quello che sento in questo istante.
La cuccetta trentacinque al quarto vagone del diretto Parigi – Milano, si intona con il mio stato d’animo. Trovo le lenzuola di carta in una busta ben sigillata con su scritte le istruzioni in differenti lingue. Rileggo le parole in francese per ricordarmi delle voci e dei suoni che hanno riecheggiato in questi giorni. Attendo l’inevitabile partenza.

– Dove sei ora? Non più qui. –

Ti ricerco con i pensieri e provo ad immaginare dove il tempo ti abbia già rapita negli ultimi dieci minuti trascorsi… minuti senza me.

Forse, sarai nell’interminabile corridoio che porta verso l’uscita della stazione. Gli sguardi della gente indugeranno ancora più sfacciatamente di quando già prima ti erano addosso? Ne rimarrai infastidita tanto d’affrettare i tuoi passi, camminando a testa bassa tra il desiderio di essere fuori e lo struggimento di tornare indietro.

Tornare indietro per vedermi ancora.

Vedere ancora una volta il mio viso riflesso oltre il vetro di questo vagone scuro, una mano sospesa nella rinuncia, deformata dalla pressione, aderente al finestrino che mi disunisce dal tuo palmo.

– Vai pure avanti, se ti fermi, non resisti e torni indietro, torni da me, torni tra le mie braccia, torni ad essere felice. –

Continui a camminare confusa, il corridoio ti sembrava molto più breve all’andata, perché ora non finisce mai? Perché non puoi tornare indietro? Perché non puoi partire con me?

Troppi pensieri.

Non hai più la forza, né la volontà di trattenere le lacrime. Ti cola un rigo di rimmel sul viso, lo tergi con una mano tremante e innervosita sbavando il trucco in modo rovinoso, ma non ha più importanza per te essere ben truccata ora che il mio treno sta partendo inesorabilmente.

Corri con i tuoi tacchi alti, sugli ultimi metri che ti scaricano di dòsso gli sguardi degli extracomunitari, le prostitute, i ragazzi con gli occhi persi nel vuoto, gente qualsiasi, per carità anche gente per bene… ma corri su un disagio, su una sorta di malessere che vorresti scomporre ed analizzare passo dopo passo, ma non ci riesci e sei costretta a esserne soggetto indiscutibile.

– Non farti sopraffare Chantal. –

Ci sarà ancora sulla grande porta laterale della stazione quel ragazzo che discuteva ad alta voce? Lui seduto sul gradino e la ragazza un po’ goffa vestita di scuro, si allontanava pestata da clacson, una bottiglia di birra scagliata da lui a gran forza sul suolo, si disperdeva in frantumi disegnando un rapporto impossibile da riparare, neppure raccogliendo tutte le schegge disperse volutamente scalciate dall’intolleranza. Litigavano, volavano vocaboli grossi che tu mi traducevi in italiano, lei era rabbiosa e andava via farfugliando. Si allontanava nel traffico mentre le sue parole venivano divorate dai rumori.

Eri pensierosa e impallidita da quel litigio, anche se non conoscevi i protagonisti e potevi solamente intuire le motivazioni. Non sapevi nulla di loro, eppure, è come se si fosse aggiunta un’ulteriore ferita alle tante lacerazioni che si erano riaperte in quei pochi minuti che improntavano il nostro “addio”.

I pensieri assorti in te, sfumano nell’attimo in cui la porta cigolante del mio scompartimento si apre. Entra un ragazzo francese sulla trentina, lo saluto con un “bonsoire” e ripenso invece al “buongiorno” dello scompartimento d’andata. C’era una signora sulla cinquantina che leggeva un libro di Émile Zola sostenendo con una mano grossi occhiali spessi, con l’altra avvicinava il più possibile le pagine alla sua vista quasi che riuscisse ad intravedere altre locuzioni tra spazi bianchi; di tanto in tanto alzava lo sguardo per guardare fuori dal finestrino e perdersi nelle visioni di ciò che leggeva.

Diretto Milano – Parigi ed ora il diretto contrario è lentamente partito per portami via da te. La filodiffusione interna evidenzia questo addio e tu forse avvertirai questo stesso istante nel momento in cui girerai la chiave della tua automobile controvoglia, inserendo la retro con una leggera grattata di nervosismo e partendo con un una botta di frizione troppo caricata.

– Non serve a nulla questo nervosismo Chantal, il mio treno è gia partito incondizionatamente –

Apro l’involucro delle lenzuola, preparo un letto su cui ho l’indiscutibile certezza che non riuscirò a chiudere occhio. Guardo il mio compagno di viaggio, è disteso, assorto nella stanchezza della sua giornata, non parla italiano e non comunica con me (forse è un vantaggio).

Mi volto ancora con lo sguardo oltre il finestrino della carrozza, nella giostra di luci offuscate negli occhi, ancora lucidi nel salutare Parigi. Rivivo i momenti più preziosi di questi giorni nella mente, come fotografie scattate istantaneamente.

Le strade di Parigi, una vetrina di colori, l’odore di cera, la fisarmonica che suonava a Montmartre, i suoni della città attenuati in una via secondaria dove echeggiavano le voci dei turisti. Le mie mani che sfioravano le tue gambe, il profumo e il sapore del tuo temperamento femminile. Mentre ci baciavamo, un motorino passava veloce in Rue Lepic con sopra due ragazzi che ci gridavano guardandoci: – Bien…donc…c’est l’amour…! – Il tuo bacio soffiava un sorriso, sentivo le parole non sussurrate, qui vocaboli italiani stretti che evitavi di pronunciare sapendo che non avrebbero mai dato l’esatto significato a quello che provavi per me.

Prima, seconda, terza, quarta… la tua Citroën non ha la quinta marcia. Nei primi metri che tenti di digerire faticosamente, con un leggero pallore in viso, con quelle mani tremanti e serrate al volante, ripenserai inevitabilmente all’eutanasia di questo amore.

– Inaspettato… lo so Chantal. Ma non lo avevamo messo in conto fin dall’inizio? –

E’ inutile rimandare ancora, è ingenuo sperare tuttora. Io o tu, chi prima, chi poi, dovevamo comunque, prendere la vita con maggiore risolutezza. Sono stato io a farlo per primo, nella pienezza dei miei trent’anni e tu hai saggiamente ammesso, nella rassegnazione dei tuoi quarant’anni.
Le limitazioni soggettive, averti clandestinamente e desiderarti impagabilmente. I progetti sempre troppo futuri e utopistici, le incessanti attese, la tortura di questa sofferenza ogni volta che un treno o un aereo mi porta lontano da te. Le responsabilità verso i tuoi figli, la lucida ragionevolezza del nostro futuro impossibile da vivere. I tuoi irrimediabili anni che sentivi sempre più irreparabili se ti fossi arresa adesso, se avessi gettato via le trame che pazientemente e tenacemente avevi cercato di rattoppare ogni giorno. Non volevi gridare proprio ora: – …ho sbagliato, scusate, ora ho voglia di ricominciare… –

Per una volta ci siamo guardati con la realtà negli occhi, una sensazione di forza e indifferenza arrestava i nostri singhiozzi. Un tagliente addio, frenato in un succinto bisbiglio. Ma è inevitabile celare la piccola amputazione al cuore che logora i nostri anni d’amore.

Chiudo gli occhi strizzando l’ultima lacrima.

Il mio treno mi porta verso dei giorni dove il cinismo sarà l’unico mio rimedio. La tua automobile in questo momento starà inghiottendo, senza avidità alcuna, l’interminabile nastro d’asfalto, reso ancora più nero dalla notte senza luna.

Il rumore del motore diesel, i tuoi singhiozzi di pianto scanditi in gola, un leggero pallore sul tuo viso mentre bisbigli mestamente, per l’ultima volta ancora:

– Adieu –

 

parigi

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Le scale

Quando ci si appassiona di un desiderio inavvicinabile, le proprie certezze decadono ritrovandosi in una situazione d’indefinito… d’incerto. E così malgrado sia una persona sicura di me, ultimamente, barcollo tra un’apprensione non definita, di cui non ho conoscenza neppure della fine ultima.

Le scale che portano in mansarda sono di noce, i gradini ripidi ed il passaggio è largo solo poco più di settanta centimetri.
Mi precedi con un tacco che fa suonare il legno del primo gradino; al quinto le pieghe plissettate della gonna s’incurvano lasciando margine di veduta all’avvallamento superiore delle tue gambe. Io sono ancora al primo, con i ricami dell’autoreggente che mi arrivano quasi alla gola.

Non intendo se perdo l’equilibrio per questo, ma inciampo in un gradino di turbamento, la pianta in cuoio della scarpa batte un colpo di caduta, ti allarma in uno scatto tempestivo per esclamare – attenzione! –

Nella stessa istantanea fisso l’attenzione di quel tuo movimento fulmineo, che trasforma in un’elica il lembo di stoffa plissettata, prendendo il volo in alta quota e svestendo ancora una volta gli estremi della tentazione.

Rimango in ginocchio, non so se ferito fisicamente o emotivamente, ma riconosco tutta la fragilità di questo disequilibrio e di tutte le volte che ho perduto sostegno in una qualsiasi tua manifestazione involontaria, seduttiva.

Rimango in ginocchio, sorreggendomi con una mano sul corrimano e accorgendomi che l’altra mano si è sorretta involontariamente alla tua caviglia, smagliando un poco la tua calza scura.

Una stretta troppo forte di concitazione.

 

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