Bella la vita -.-
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Quella solita giornata d'autunno (2)
“Pensa invece come starebbe bene su una targhetta placcata in metallo – Andrea S., fallito! –”: mi disse ridacchiando sguaiatamente Daniele, il mio vicino di banco.
“Buongiorno anche oggi Dani”.
“Dai fratello, perdi troppo tempo a pensare, buttati! In questa vita non c’è spazio per fare il vagabondo sognatore dall’anima peregrina: se vuoi arrivare da qualche parte, devi darti da fare, devi scendere in campo e dare ‘sto sospirato calcio di inizio! Sennò davvero appiccicheranno quella targhetta impolverata vicino alla catapecchia dove ti ritroverai a dormire.”
“L’importante è che si accordi con il resto dell’arredamento – fratello”.
“Amico, io lo dico per te, la tua indole da Romeo imbranato del terzo millennio non può avere fortuna, la società se li mangia a colazione quelli come te, li imbusta e con posta prioritaria li spedisce dritti dritti sull’orlo del baratro: finiamo il liceo al meglio, prendiamoci una buona laurea e troviamoci un posto di lavoro, qualsiasi esso sia pur che sia ben retribuito. Che si può volere di più? Saremo agiati, ben nutriti e avremmo i fondi per la nostra partita a poker del sabato sera!”
Non sopportavo proprio gli intercalari “amico” e “fratello”, con cui Daniele ogni cinque minuti mi apostrofava: ripose la borsa accanto all’appendiabiti e si sedette accanto a me.
Il suono antipatico della campanella scandì il ritmo delle lezioni, che come ogni altro giorno passarono tra uno sbadiglio e l’altro, finchè arrivò l’ora di matematica, la materia per cui, mio malgrado, ero diventato famoso.
Tutto nacque durante un’interrogazione, si parlava di parabole, ellissi e luoghi geometrici imparentati a questi e la mia professoressa, per altro donna molto affascinante che secondo il mio occhio clinico aveva massimo 35 anni, mi domandò d’indicarle dove fosse situato il fuoco della parabola che aveva tracciato alla lavagna.
Con la mia guasconeria e con il solito sguardo indifferente di quello cui nulla importa se non di potersene finalmente andare a casa, risposi: “Guardi prof, vorrei poterlo fare, ma purtroppo mi vedo costretto a rinunciare”.
“E perché mai, sentiamo?”, con il fare inquisitorio e nevrotico tipico dell’insegnante che aveva da poco preso il posto di lavoro.
“Perché il fuoco brucia!”.
Questa freddura in antitesi con l’argomento, mi costò oltre all’insufficienza in quella ormai celeberrima recita di conoscenza, anche una buona dose di quotidiane prese in giro: come se nessuno si ricordasse più che nessuno era riuscito a trattenersi dal ridere, per quanto il motivo ne fosse inutile.
In compenso adoravo le partite a poker, a qualsiasi gioco in cui poter dimostrare al mondo che ero superiore, per intelligenza, strategia, acume, in tutto insomma.
Un tris di donne mi aveva portato in dote quella che poi sarebbe diventata la mia ragazza, la prima per me, si chiamava Ilaria: passò circa un mese prima che ci mettessimo ufficialmente insieme, non molto quindi, ma di esperienze ed emozioni ne avevamo già vissute parecchie.
Per me poi, era tutta una novità, avevo passato giornate intere a fantasticare sul grande amore della mia vita, dividendomi dalla ragazzina acqua e sapone, che indossava sempre i pantaloni e dal nascosto potenziale erotico che necessitava solo di uno sguardo attento per palesarsi al mondo e di contro la pin-up adocchiata da tutti, il cui vocabolario sembra ridursi a una marea di luoghi comuni, di messaggi stracolmi di “kappa” e di shopping nel weekend in cui avrei dovuto fare da portaborse.
La mia era come di consueto una visione decisamente estrema della realtà, ma quella sera, in quella camera da letto, non mi aspettavo davvero di veder concretizzata la seconda possibilità.
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