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Quella solita giornata d'autunno (3)

Post n°80 pubblicato il 08 Luglio 2007 da And_But_Not_The_End

“Rilancio di venti” – disse Davide, con quel fare baldanzoso e perentorio di chi si illudeva di aver appena compiuto un’impresa ineguagliabile.

L’avevo guardato bene, quando aveva un punto forte in mano iniziava a sogghignare nemmeno troppo tra sé e sé: non era esattamente il prototipo del pokerista.

Di fianco a me, alla mia destra, in attesa di parlare, c’era Manuel, che continuava a cambiar di posizione le sue, come se strofinandole da esse potesse uscire il genio realizzatore dei suoi desideri.

Non considerai nemmeno che potesse avere una mano migliore della mia e infatti, sbuffando, adagiò le carte sul tavolo e si alzò, sigaretta in bocca, avvicinandosi alla finestra: la sua partita era finita lì.

Toccava a me, sentivo tutti gli sguardi dei partecipanti rimasti fissi sulle mie due carte: il mio volto non tradiva nessuna emozione, la mia mano alcuna incertezza o brivido nel dire che avrei puntato il doppio.

Passarono tutti e rimanemmo solo io e Davide, che di buon grado accettò il rilancio, convinto com’era della sua tattica: sul banco c’erano una donna, un fante, un asso, un quattro e un sette.

“Doppia coppia, due assi e due fanti” - urlò Davide scoprendo in tavola il suo punto – “non te l’aspettavi vero? Del resto con un banco così, potevano capitarne tante di combinazioni!”.

“Sì Davide, hai proprio ragione, infatti ho un tris di donne”.

“C-cosa?”

Si ammutolì di colpo e smise di giocare dopo quella umiliazione e così per quella giornata la partita si concluse, ma non la serata, o per lo meno non per me.

 

Rientrato nella mia stanza, piena di vestiti ovunque vista la mia non proprio lodevole propensione all’ordine, mi buttai subito sul letto, lanciando la felpa sulla sedia al lato opposto.

Ero convinto di aver chiuso la porta e mi rialzai di scatto, anche un po’ spaventato, quando la sentii cigolare mentre la luce del corridoio e il vociare dei compagni invadeva la mia numero 17 in fondo al terzo piano.

 

“Ciao, già a dormire?” – disse Ilaria sorridendomi.

“No, non credo di dormire subito..” balbetta io, in evidente stato di imbarazzo.

I miei occhi la scrutarono da capo a piedi: com’era bella, i suoi capelli biondo scuro arrivavano fino a oltre le spalle, con una ciocca malandrina che le cadeva in fronte, coprendo i suoi occhi di un azzurro intenso, comunicativo, magnetico; due gambe mozzafiato accentuate da una gonna di seta che le carezzava i ginocchi e dai collant neri che ne cingevano la pelle; scarpe con un appena accennato tacco.

“Beh? Ti sei incantato?” disse scoppiando a ridere.

“No no scusami, dovevi dirmi qualcosa?”.

In realtà, avrebbe potuto dirmi qualsiasi cosa e io non sarei stato capace di comprenderla, la sua bocca brillava, non ci capivo un granchè di trucchi femminili, ma penso fosse lucida labbra.

“Volevo solo darti questa, la donna che ti mancava per fare poker”.

Gettò sul mio letto la carta raffigurante la regina di cuori e si sedette accanto a me, incollandomi addosso quello sguardo che io non riuscivo mai a sostenere.

Mi passò una mano tra i capelli e io ero così imbranato che non riuscivo a muovermi, mi derisero tanto i miei amici quando gliene feci menzione.

Ebbene, la nostra storia cominciò lì, in quella stanza in totale baraonda e confusione, con un brusio di sottofondo non esattamente musicale e con un bacio, un dolce e caldo bacio, che lasciò sul mio viso, oltre che alla solita e inebetita espressione interdetta, qualche viridescente brillantino, segno tangibile che il mattino seguente mi avrebbe fatto sospirare soddisfatto per la scoperta che no, questa volta non era stato solo un sogno.

Il primo bacio, quante volte ci avevo pensato, quante volte la notte non ci avevo dormito, immaginando come sarebbe stato, perché tutti gli davano così importanza, se e quando sarebbe toccato anche a me, se alla fine ne sarei stato capace o avrei dato il classico bacio “da schifo”.

Non bastò quel bacio tuttavia per scuotermi dal torpore, ci volle ancora qualche settimana,a dir la verità qualche mese, perché mi rendessi conto che era ora di agire e di dirle che volevo stare con lei, senza aspettare chissà quale fantomatica occasione.

Finchè, dopo aver visto una marea di film al cinema, dopo averla invitata a destra e a manca, dopo  aver trovato ogni sorta di scusa per poter anche solo per un’oretta poter godere della sua compagnia ancora una volta, dopo altri baci, belli come e anche di più del primo, arrivò quel giorno: quel 30 di marzo.

 
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