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Sedici milioni di dollari di riscatto
Post n°111 pubblicato il 02 Giugno 2011 da Blogini
Sedici milioni di dollari (circa 11 milioni di euro). È quanto chiedono i pirati somali alla Fratelli D'Amato, la società di Torre Del Greco armatrice della Savina Caylyn, per liberare la petroliera battente bandiera italiana, catturata dai pirati somali l'8 febbraio scorso, e il suo equipaggio, 17 indiani e cinque italiani. L'ha spiegato al telefono l'interprete dei bucanieri, che parla italiano e inglese, il quale martedì ha aggiunto: «Oggi scade l'ultimatum. Tutto l'equipaggio sarà portato a terra dove già sono stati trasferiti tre dei suoi membri». Anche i pirati sembra abbiano fretta. «Non hanno mai parlato con diplomatici o emissari diversi da quelli della compagnia armatrice, che continuano a ritardare e a tirare sul prezzo», racconta il traduttore. Alla domanda: «Posso venire lì a parlare con pirati ed equipaggio?», la risposta è chiarissima: «No, no, per favore. Chiunque viene qua verrà preso in ostaggio e liberato solo in cambio di un riscatto». L'appello del comandante La richiesta iniziale dei pirati era stata 20 milioni di dollari. «Money, money, money, aveva urlato al telefono un pirata», alla prima telefonata del Corriere, subito dopo la cattura della nave. In una successiva conversazione, in marzo, i banditi del mare avevano finalmente acconsentito a passare la cornetta del telefono satellitare il comandante che aveva spiegato: «Abbiamo applicato tutte le procedure di sicurezza previste dalla Nato e dalla forza navale dell'Unione Europea, ma l'attacco è avvenuto parecchie miglia dopo che la scorta ci aveva lasciato, in una zona cioè ritenuta sicura». Subito dopo è stata contattata dal Corriere la società armatrice, ma uno dei suoi dirigenti, Fabio Gerosa, aveva preferito non rilasciare alcuna dichiarazione ai giornalisti. La Savina Caylyn, che è alla fonda di fronte al villaggio di Harardere, nella Somalia centrale, è lunga 266 metri, stazza 105 mila tonnellate ed è stata varata nel 2008. Il 2 febbraio scorso aveva caricato 86 mila tonnellate di greggio nel terminale petrolifero di Marsa Bashayer, pochi chilometri a sud di Port Sudan, sul mar Rosso in Sudan, ed era diretta a Pasir Gudang in Malesia, dove sarebbe dovuta arrivare intorno al 20 febbraio. Al momento dell'arrembaggio si trovava a 670 miglia a est di Socotra, l'isola yemenita di fronte alla punta del Corno d'Africa, come spiega un comunicato postato sul sito internet della missione Atalanta. In Kenya già tutto è pronto per affrontare la nuova consegna del denaro dei riscatti. Il meccanismo è oliato, ma i diplomatici e gli osservatori si domandano come i pirati possano ancora operare impuniti, nonostante lo spiegamento di forze navali da guerra dell'Unione Europea, la missione Atalanta, e delle Nazioni Unite.
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