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Il ricordo del comandante Gallo... assoluto protagonista, anzi principale; della resistenza

Post n°15731 pubblicato il 27 Maggio 2020 da Ladridicinema

 

La ricorrenza del XXX anniversario della liberazione nazionale; il profondo sommovimento politico di cui il voto del 15 giugno 1975 è stato, ad un tempo, una clamorosa manifestazione ed una leva ulteriore; la necessità di inventare nuove vie per affrontare positivamente i problemi della crisi italiana: tutti questi elementi, ultimamente, hanno sollecitato le forze politiche italiane ad interrogarsi sul proprio modo di essere e sul ruolo da assolvere nella nuova realtà del paese.

Da qui hanno preso un nuovo vigore la ricerca, l’analisi storico-politica, la riflessione sull’ultimo trentennio di vita italiana: un terreno questo che, in parte, è ancora da dissodare e nel quale, comunque, gli storici di mestiere e gli studiosi hanno grandi possibilità di lavoro e di confronto.

Poiché si tratta di un passato abbastanza prossimo, collegato per mille fili alla realtà di oggi, la ricerca storico-politica sul trentennio 1945-75ha un interesse immediato e può aiutare ad illuminare il cammino nuovo che l’Italia deve percorrere. Il partito comunista italiano non ha mancato di dare un proprio originale contributo a queste ricerche, ed è per questo che siamo ben lieti di poterci misurare e confrontare in questo campo con voci nuove e diverse dalle nostre.

A questo confronto ed a questa ricerca, ma, in generale, al dibattito politico in corso e alla sete dei giovani di conoscere e di comprendere fatti politici dei quali non hanno fatto in tempo ad essere protagonisti diretti, intendiamo venire incontro anche con la pubblicazione dei testi raccolti in questo volume.

Si tratta di una scelta sommaria di miei articoli e discorsi che coprono, appunto, l’arco di questo ultimo, tormentato trentennio della vita e della lotta politica italiana. Scritti e discorsi che esprimono la linea del partito nel commento da me dato nel corso dello svolgersi degli avvenimenti a cui fanno riferimento e che intervengono nel vivo di una situazione in continuo cambiamento. Di qui il tono spesso aspro e perentorio. Li accomuna, tuttavia, un elemento di fondo: il costante riferimento, cioè, alla politica unitaria, nazionale del Pci che trae la sua fondamentale ispirazione e, al tempo stesso, la sua esaltazione nel patrimonio politico, morale e ideale della Resistenza antifascista.

Gli sviluppi della situazione italiana in questi anni e quelli davvero dirompenti degli ultimi mesi, caratterizzati da crescenti processi politici, sociali, sindacali, civili e culturali profondamente unitari e rinnovatori, fortemente ancorati agli ideali, agli obiettivi e alle speranze della Resistenza, credo che confermino quanto giusta, utile e feconda sia stata e sia questa scelta di fondo del nostro partito. Scelta che nel trentennio successivo alla liberazione sarà sempre alla base dell’azione politica del Pci e orienterà le lotte dei comunisti italiani.

Scopo dichiarato di questa pubblicazione è di mettere in rilievo, di sottolineare la continuità di questo elemento basilare della nostra politica, anche nelle situazioni più difficili, buie e chiuse. E non per ricavarne la conclusione che sempre e comunque i comunisti hanno avuto ragione o, tanto meno, per andare a riscuotere elogi e riconoscimenti, ma per collegarci subito al vivo della grave crisi che travaglia l’Italia e per aiutare a vedere – chi ancora non riesce a vedere – gli sbocchi necessari per uscirne positivamente.

Oggi è ormai largamente riconosciuto e ammesso che alla base della crisi acutissima del paese c’è la politica delle vecchie classi conservatrici e reazionarie, realizzata dalla Dc; politica che, sempre, nel corso di questi trent’anni, si è posta in netta antitesi rispetto alla politica di unità nazionale, democratica, popolare, antifascista, indicata e sostenuta da noi comunisti attraverso vigorose lotte di opposizione, unitarie e di massa.

Dai testi qui raccolti emergono le successive e significative tappe della involuzione contro la quale, con risultati alterni, ma con costante tenacia, ci siamo battuti, nella consapevolezza che era nostro dovere evitare ai lavoratori italiani e alla nazione sacrifici più duri e pericoli gravi, e garantire la agibilità del terreno di lotta e di iniziativa democratica prescelto dal nostro partito sotto la guida di Palmiro Togliatti.

Questa è l’idea e il sincero convincimento che continueranno a guidarci dopo le conquiste unitarie della repubblica e della Costituzione, e dopo il colpo del 1947, che – nel quadro della guerra fredda internazionale e delle pressioni dell’imperialismo americano — venne attuato con la cacciata di comunisti e socialisti dal governo e la conseguente rottura della unità della Resistenza.

Attraverso quel colpo si voleva interrompere il corso della rivoluzione democratica e antifascista avviato dalla lotta armata contro i nazifascisti e aperto dall’insurrezione vittoriosa. Si voleva imporre, da parte delle vecchie classi dominanti (le stesse che avevano incoraggiato l’ascesa del fascismo e che dal regime di Mussolini avevano tratto gli unici vantaggi), un tipo di sviluppo economico e sociale fondato sul profitto monopolistico e sulla speculazione, impedendo la piena attuazione della Costituzione e le riforme che avrebbero dovuto recidere le radici del fascismo nella società nazionale.

I fatti dei primi decenni successivi alla liberazione dicono che questi obiettivi della conservazione sociale e della reazione non sono rimasti sulla carta. Per realizzarli, i governi diretti dal partito democristiano hanno dovuto fare ricorso alla discriminazione cieca e anticostituzionale contro la parte più avanzata del movimento popolare, spaccando l’unità del paese e seminando così, nella coscienza dei cittadini, i germi di una crisi sempre più acuta.

Al tempo stesso, la Dc, i suoi governi e gli alleati del momento hanno dovuto far leva sulla creazione di un sistema di potere fazioso, oligarchico, fondato non già sul riconoscimento delle capacità e delle competenze, bensì sul servilismo e sulla logica di gruppo.

Da qui la degenerazione sempre più diffusa di organi, corpi, apparati statali, amministrazioni ed enti pubblici, coinvolti e travolti dalla logica del sottogoverno e della corruzione che, alla lunga, ha portato alla inefficienza e alla paralisi nel funzionamento dello Stato. Si deve certamente a tutta la nostra azione di questo trentennio se questo lungo processo involutivo, anziché trovare sbocco in spinte disgreganti di tipo qualunquista o, peggio, in soluzioni apertamente autoritarie (verso le quali non sono mancate le tentazioni) è approdato, col voto del 15 giugno di quest’anno, alla espressione di una matura coscienza democratica di una parte grandissima di lavoratori, di giovani, di intellettuali e di ceti produttivi, uniti nella volontà di cambiare, di andare avanti proprio sulla via che noi non ci siamo mai stancati di indicare.

Errori, lacune, ritardi, incomprensioni, illusioni, anche, non mancano, certamente, nelle nostre lotte di questo trentennio. Ne abbiamo parlato, in passato, e ne continueremo a parlare senza complessi e senza reticenze, per trarre dall’esperienza tutti gli insegnamenti.

Sarà questo un contributo alla necessaria opera di continuo e reale rinnovamento e di adeguamento che i lavoratori, che il paese richiedono e sempre più esigeranno dalle forze politiche organizzate, pena la loro decadenza e sconfitta.

A questo proposito mi sembrano assai significativi i modi e le forme nelle quali, questa estate, dopo il voto del 15 giugno, è culminata e si è espressa la profonda, lunga crisi della democrazia cristiana, i cui dirigenti non sono riusciti ad indicare o ad abbozzare le linee di un serio programma politico di rinnovamento e di risanamento, corrispondente in qualche modo alle esigenze e alla domanda nuova del paese. Non è – ad esempio – che nelle travagliate vicende interne della Dc, seguite alla sconfitta elettorale, non siano mancati accenti autocritici o abbozzi, anche interessanti, se si vuole, di una analisi del «cambiamento italiano» manifestatosi il 15 giugno. Ma tutto questo non può che restare confinato nell’ambito della sociologia o peggio delle giustificazioni e non porta ad alcuna delle necessarie conclusioni politiche, ove non faccia posto ad una rigorosa riflessione, ad una impietosa autocritica sul terreno storico-politico, capace di mettere a fuoco il ruolo assolto, subito dopo la liberazione e poi in questi decenni, dal partito della Dc, ed il fatto che le mutate condizioni interne ed internazionali hanno finito per fare entrare la politica e il sistema di potere della Dc, già così logorati, in stridente contraddizione con le nuove e più sentite esigenze di libertà, di giustizia, di progresso, di partecipazione democratica delle grandi masse e con le esigenze di sviluppo e di rinnovamento complessivo del paese.

Siamo, quindi, i primi ad augurarci che anche nel campo democristiano e nella vasta area del mondo cattolico, venga raccolta l’esigenza di una seria riflessione, di studi, di ricerche sul trentennio trascorso, per contribuire – pur nella diversità di tesi e di impostazioni – ad una intesa più profonda e leale tra le grandi correnti popolari del nostro paese.

Dicevo all’inizio che scopo dichiarato della pubblicazione di questa raccolta di discorsi e articoli è quello di documentare la continuità e la coerenza della politica e dell’azione del Pci nel corso di questo trentennio. Politica e azione saldamente ancorate agli obiettivi di progresso sociale, di libertà, di democrazia, di pace, di indipendenza e di dignità nazionale che, pur nelle profonde differenziazioni delle componenti politico-militari che parteciparono alla guerra di liberazione, ispirarono – nel complesso – la lotta e il sacrificio dei combattenti antifascisti ed ebbero, successivamente, la loro sanzione unitaria nella repubblica e nella Costituzione.

Penso che la tenacia e la coerenza con la quale abbiamo sostenuto, difeso e portato avanti la sostanza di questa politica, stiano alla base dei successi e delle adesioni sempre più estese che essa ha riscosso e continua a riscuotere. Nei processi di disgregazione, di degenerazione, di crisi politica, sociale, economica e morale, provocati dalla gestione monopolistica del potere da parte della democrazia cristiana, la nostra politica e le nostre proposte unitarie hanno rappresentato, infatti, un elemento stabile di aggregazione, di ricomposizione a livelli più avanzati di unità e di lotta delle diverse componenti democratiche e progressive della società italiana e hanno costituito una indicazione positiva per una alternativa democratica fondata sulle grandi componenti storiche del popolo italiano e sulla loro capacità, se unite, di rinnovare profondamente indirizzi e metodi di governo.

Ci si potrà rendere conto di quanto lungo, difficile e faticoso sia stato il cammino di questa nostra politica attraverso il tunnel della guerra fredda, del monopolio clerico-reazionario del potere, della crociata sanfedista, della persecuzione antipopolare, culminata nell’attentato a Togliatti e negli eccidi di operai, dei tentativi di avventure autoritarie, di imbavagliamento sistematico di ogni libera espressione del pensiero e della cultura e, più in generale, di annientamento di qualsiasi forma di dialettica democratica.

Tutto ciò mentre si cercava di provocare una rottura profonda e duratura tra le diverse componenti del movimento operaio, nell’illusione di potere isolare e diminuire la forza e la combattività delle classi lavoratrici e infliggere una definitiva sconfitta al partito comunista.

Ed ancora – ma già siamo alla cronaca – attraverso i campi minati dei complotti eversivi, della strategia della tensione, delle stragi e delle criminali trame fasciste ispirate dal folle disegno delle forze più cieche della reazione interna e internazionale, di riconquistare, col terrore e col sangue, il terreno conquistato dai lavoratori, dalle forze democratiche e antifasciste, dalle donne, dai giovani, sull’onda delle grandi stagioni di lotte unitarie.

Ma, direi che, proprio perché «l’Italia nuova» di cui s’è parlato all’indomani del risultato elettorale del 15 giugno, è venuta crescendo e si è maturata lungo questo tormentato cammino, proprio per questo essa si è manifestata sotto il segno dell’unità democratica e antifascista, respingendo i rinnovati appelli di parte democristiana alla rottura, allo scontro frontale, alla contrapposizione permanente e radicale. Questa «nuova Italia», cresciuta attraverso tante dure battaglie, si è manifestata nel segno di una straordinaria vitalità degli ideali, degli obiettivi e della ispirazione unitaria e nazionale della Resistenza, chiedendo una gestione del paese conforme ai principi della Costituzione antifascista che dalla Resistenza è nata.

Il fatto, poi, che questa «Italia nuova» abbia dato il riconoscimento ed il consenso più grande al partito comunista, dimostra quanto le nostre lotte di questo trentennio abbiano profondamente inciso nella realtà nazionale e in quale misura siano state proprio queste lotte ad indicare la direzione, i contenuti, i modi stessi del cambiamento: di quello che già c’è stato e di quello che ancora dovrà esserci.

Le prese di posizione immediatamente successive alla liberazione mi sembrano una valida testimonianza del fatto che il nostro partito usciva dalla Resistenza avendo maturato un progetto sufficientemente chiaro e coerente per la fondazione e lo sviluppo della nuova democrazia italiana. Lo stesso spirito unitario, patriottico e popolare che aveva animato la Resistenza, circola nel programma comunista per la ricostruzione, la rinascita ed un rinnovamento profondo del paese.

«È alle forze democratiche sincere, che esistono e probabilmente sono prevalenti in tutti i partiti, che noi facciamo appello, — scrive Togliatti all’indomani della liberazione. — È di esse che noi auspichiamo l’unità, con un programma nuovo che soddisfi le aspirazioni delle masse lavoratrici e patriottiche di tutto il paese, che guidi tutta l’Italia a liberarsi del tutto e per sempre del passato fascista, e a non ricadere negli errori che ci portarono al fascismo. In un clima nuovo, in un clima di vera unità e solidarietà nazionale noi potremo così iniziare l’opera di ricostruzione, potremo liquidare col minimo di dolori e di sacrifici la terribile eredità del nazionalismo e del fascismo, riaffacciarci alla vita internazionale e darci, tra pochi mesi, attraverso l’Assemblea costituente liberamente eletta, una nuova struttura politica, democratica, repubblicana progressiva, sulla base della quale tutte le sane energie della nazione possano collaborare».

Questa nuova struttura, a nostro avviso, per essere davvero tale, per rompere nettamente col regime fascista e col vecchio Stato pre-fascista, burocratico e reazionario, doveva poggiare sulla più larga partecipazione unitaria delle masse popolari. Per questo, in contrasto con quanti già tendevano a declassare i comitati di liberazione nazionale ad organi di puro e semplice collegamento tra i partiti antifascisti, noi indicavamo la creazione di un ordine popolare proprio attorno ai CLN, concepiti come base di potere nuovo, soggetti di organizzazione e di disciplina della vita politica e sociale, motore fondamentale della nuova vita democratica del paese.

Questa concezione nuova della democrazia, che scaturiva direttamente dalla esperienza luminosa della Resistenza, si scontra, però, con quella «serie di manovre insidiose, tortuose, perfide le quali tendono a prendere l’aspetto di una vasta campagna» già denunciate da Palmiro Togliatti alla fine del ’44. E occorre dire che quelle prime avvisaglie, nel breve giro di un anno, sempre più avevano preso corpo. Erano divenute consistenti iniziative delle forze moderate e conservatrici interne allo stesso schieramento antifascista, le quali con lo stimolo, l’incoraggiamento e l’aperto sostegno degli anglo-americani, miravano a ripristinare l’ordine conservatore e borghese dell’Italia pre-fascista e ad escludere, alla prima occasione, comunisti e socialisti dalla direzione del paese.

In una conferenza tenuta nel gennaio 1947 a Firenze, Togliatti non farà mistero che sono stati gli anglo-americani, in prima persona, ad intimare l’alt al sistema dei CLN e riconoscerà francamente che non si era in grado di respingere la decisione degli alleati. Ma al di là dell’atteggiamento degli anglo-americani, che pure non poteva non avere il suo peso dal momento che i loro eserciti occupavano ancora l’Italia, di fatto, c’era stata al Sud, e ora — dopo la liberazione del Nord — proseguiva febbrilmente in tutto il paese la corsa delle vecchie classi possidenti, dei vecchi gruppi dirigenti, delle caste burocratiche per recuperare tutto intero il potere ed i privilegi, che, per un momento, erano potuti apparire coinvolti nel crollo rovinoso del fascismo.

A quest’azione multiforme di recupero delle tradizionali forze reazionarie e parassitarie corrispondono, del resto, sul piano più propriamente politico, le iniziative di quei settori dello schieramento antifascista le quali, sostenendo la cosiddetta «continuità dello Stato», miravano, nei fatti, a impedire che la nuova democrazia italiana nascesse in netta rottura e in polemica col vecchio Stato pre-fascista e che essa potesse camminare con le gambe degli operai, dei contadini, delle forze intellettuali e produttive democratiche e progressive.

Nella fase in cui si trattava di decidere l’assetto da dare al nuovo Stato, venivano così alla luce, in un confronto aperto, le diverse anime che nella Resistenza erano riuscite a stabilire una comune base di convivenza e che avevano trovato il loro punto di fusione nella lotta patriottica contro i nazifascisti.

Si può pensare oggi che da parte nostra, da parte dei lavoratori e dei loro partiti ci sia stata qualche illusione eccessiva circa la sensibilità nazionale e democratica delle vecchie classi dirigenti e quindi sulla disponibilità di queste classi ad una politica di unità e di progresso nazionale? Non credo che si possa pensare questo. Mi pare, piuttosto, che alla prova dei fatti quelle classi e quei gruppi, dimostrando la più assoluta sordità di fronte a questa politica e alle esigenze del paese, finirono per confermarsi, anche rispetto ad altre borghesie nazionali tra i più gretti, pavidi ed egoisti.

Mi sembra giusto ricordare a questo proposito il giudizio che molti anni dopo dette il compagno Togliatti. «Sbagliano profondamente – osservava Togliatti – coloro che affermano o pensano che, siccome la classe operaia ha avuto una parte decisiva nel salvare la nazione dalla catastrofe, le vecchie classi dirigenti, che sempre si sono vantate di essere “nazionali”, avrebbero dovuto tenerne conto, avere – che so io – un poco di “riconoscenza”. La riconoscenza non esiste, nella lotta tra le classi. La classe operaia ha salvato la nazione perché questo era il suo compito storico come anima e forza motrice di tutto il popolo, e non per fare un servizio alle vecchie classi dirigenti e acquistar meriti verso di esse».

«Ciò che venne in seguito – sottolineava ancora Togliatti – fu il contrasto, altrettanto inevitabile, tra il nuovo e il vecchio; tra chi aveva tracciato la strada di una avanzata e lottava per avanzare e chi cercava di impedirlo, riuscendo anche, nelle circostanze a tutti note, ad avere, temporaneamente, la possibilità di farlo. Nessuno mai aveva pensato che un’avanzata democratica dovesse e potesse compiersi se non attraverso lotte anche aspre» («Rinascita», 5 gennaio 1963).

Già nelle settimane e nei mesi che seguirono alla liberazione ci si trova in presenza di fatti assai gravi che dimostrano quanto fosse a largo raggio l’azione condotta dalle forze reazionarie per sbarrare il passo alla Resistenza vittoriosa e quanto radicata fosse la loro vocazione fascista. In una mia intervista del settembre 1945 – ad appena due mesi dall’insurrezione nazionale! – riferisco le voci (ma non solo di voci si trattava) di convegni di aristocratici, industriali e militari reazionari i quali progettano la costituzione di bande armate anticomuniste, anti-operaie, antipartigiane. Circolano in libertà – dicevo – troppi relitti della Repubblica di Salò, pronti a sfogare la loro rabbia, la loro vendetta per la sconfitta patita.

Perciò, in quello stesso periodo, illustrando alla Consulta nazionale il programma del nostro partito, programma di unità nazionale per la ricostruzione nazionale e per dar vita ad una democrazia nuova, progressiva, chiedevo anche il disarmo delle bande fasciste, l’immissione dei partigiani nella vita civile, ed una seria epurazione dei ranghi della polizia e dell’esercito da ogni elemento compromesso con le imprese più odiose del fascismo, come condizione essenziale per la rinascita, su basi nuove, profondamente democratiche delle forze e dei corpi armati dello Stato.

Queste stesse richieste esprimevano la nostra sincera preoccupazione per il modo in cui avrebbe dovuto sorgere ed articolarsi il nuovo Stato, la democrazia italiana. Nella richiesta nostra di epurazione non c’erano intenti vendicativi (come dimostrerà poi l’amnistia promulgata da Togliatti quale ministro di grazia e giustizia) né propositi persecutori.

I responsabili di delitti e di azioni antipopolari consumati durante il ventennio fascista dovevano pagare per le loro colpe: era la stessa coscienza popolare a richiedere questo. Ma noi stessi sottolineavamo che occorreva distinguere tra coloro che si erano resi responsabili in prima persona di crimini e abusi contro il popolo e quanti – la grande maggioranza – erano stati costretti a prendere la tessera fascista che era stata ribattezzata «la tessera del pane». Precisavamo, in un discorso al congresso della federazione romana che «bisognava colpire in alto per recuperare in basso».

L’azione risanatrice, da noi sostenuta, però, sarà stroncata ben presto, in vista dell’utilizzazione che le forze conservatrici intendono fare anche dei relitti ed eredi del fascismo nella imminente lotta anticomunista che esse intendono condurre. In questo clima si rende così possibile la stessa costituzione di un partito neofascista e la proliferazione di organizzazioni che, impunemente, osano persino auto-proclamarsi eredi del nazifascismo.

Il divorzio tra la realtà che prende corpo nel nostro paese e il patrimonio politico e morale della recente guerra di liberazione diventa ogni giorno più evidente e più aperto. Col pretesto della incompetenza – denunciavamo agli inizi del 1946 – si vogliono scacciare dalla direzione della cosa pubblica i democratici, i combattenti che hanno dato il più alto contributo di sangue e di sacrificio alla causa della democrazia e della libertà del paese. Funzionari dello Stato mostrano, con il loro comportamento, di essere rimasti fermi alle direttive del regime fascista: Boldrini e Moscatelli, due delle più popolari ed eroiche figure della guerra di liberazione, vengono sistematicamente pedinati dai poliziotti. Siamo — come si vede — ai precedenti di quelle attività antidemocratiche, eversive, di stampo fascista, che in anni più recenti saranno smascherate come «deviazioni del Sifar» (schedatura sistematica di dirigenti politici e sindacali, spionaggio politico, liste di proscrizione, predisposizione di campi di concentramento) e che, in realtà, sono conformi ai piani di sovversione antidemocratica e di reazione antipopolare messi in atto dall’imperialismo americano in ogni parte del mondo per sostenere o acquisire posizioni di forza.

Nelle condizioni che venivano determinandosi in Italia subito dopo la liberazione, il cui segno prevalente era indubbiamente quello di una involuzione nei rapporti politici e sociali e di un logoramento della tessitura unitaria della Resistenza, Togliatti indicò una esigenza politica primaria: porre due saldi pilastri sulla via aperta dalla Resistenza con la fondazione della repubblica e il varo di una Costituzione che desse un quadro istituzionale certo alla avanzata dei lavoratori e del paese sulla via della democrazia e del socialismo.

Repubblica e Costituzione furono conquistate e si trattò di due conquiste meno facili o scontate di quanto qualcuno oggi possa ritenere. Tuttavia, non si può non riconoscere che in entrambi i casi fu ancora lo spirito rinnovatore e unitario della Resistenza a prevalere sulle manovre reazionarie, sugli intrighi di corte (ricordino i giovani di oggi che esisteva ancora una monarchia), sulle ambiguità e le reticenze dei capi politici moderati, sulle spinte conservatrici sempre più decise e sugli arroganti interventi dei governi e dei plenipotenziari anglo-americani in Italia.

Al di là delle accese discussioni sulla «occasione perduta», sulla «rivoluzione mancata» e delle conseguenti accuse riversate sul nostro partito, c’è da dire che gli stessi sviluppi della situazione italiana di questo trentennio si sono incaricati di dimostrare la giustezza e la lungimiranza della intuizione di Togliatti. Infatti, nel sistema politico di cui la Costituzione repubblicana, nonostante i sabotaggi e gli inadempimenti, resta la base fondamentale ed unitaria, i lavoratori, le masse popolari non solo hanno potuto organizzarsi, strappare nuovi diritti e ottenere importanti conquiste, ma è proprio partendo da queste conquiste che essi, forti di una maturità, di un peso e di una autorità accresciuti, possono porre, oggi, concretamente e con autorità, la questione della loro partecipazione alla direzione politica del paese.

Tutto ciò non può impedire di chiederci se, nelle condizioni sempre più difficili del dopo liberazione e pur attribuendo valore del tutto preminente alle conquiste della repubblica e di una Costituzione democratica, non fosse egualmente possibile dar vita ad un movimento di massa più vasto e più all’attacco, ad una iniziativa più tenace e incisiva di quanto realmente non ci siano stati, per realizzare alcune conquiste sia sul terreno delle riforme economico-sociali sia su quello istituzionale (basterebbe pensare alla vergognosa sopravvivenza di codici, regolamenti e ordinamenti fascisti).

 

 
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