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Creato da ComitatoL il 14/11/2007
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Un armadio pieno di scheletri
Portella della Ginestra
Forse non tutti sanno che Salvatore Giuliano non fù solo un bandito.....figura pressochè tradizionale per alcune realtà italiane.........Giuliano ad un certo punto del suo percorso........si lasciò affascinare o meglio restò invischiato in una delle più turpi e criminali stragi politiche........pensò......e in questo fù ingenuo.......di porter concludere affari con i vertici dello stato che in qualche modo lo avrebbero rispettato e accontentato........lo scontro non resse e come previsto il famigerato Turiddu cadde sotto i colpi infami di un gigante molto più spietato di lui........un gigante che di stragi più o meno grandi ha costellato la storia del nostro paese..........rimanendo sempre pulito e impunito in quando dotato di grandi capacità di occultamento della verità. Questa non vuole essere un'ode alla memoria di Giuliano.........ma un invito a riflettere per tutti coloro che davanti a P.zza Fontana a Ustica alla strage della stazione di Bologna ancora si chiedo chi e perchè
dal Sole 24 ore
Il 1° maggio 1947 una folla di contadini, uomini, donne e bambini, si assiepa festosa a Portella della Ginestra. Improvvisamente l'aria è stracciata dalla mitraglia. L'odore del sangue si mescola all'aroma dei cibi. Sulla collina rimangono 1.800 bossoli e la valata si riempie di lamenti. Il bilancio della mattanza è di 11 morti e 56 feriti. Salvatore Giuliano e la sua banda hanno fatto un "buon lavoro".
Il re di Montelepre
Lui, il "re" di Montelepre, è un bel ragazzo dagli occhi beffardi, con una confusa aspirazione alla giustizia sociale e il mitra sempre in mano. Quando fa a pezzi i braccianti a Portella della Ginestra, imperversa in Sicilia da due anni, imprendibile, esibizionista, megalomane e crudele. è diventato il "padrone" di una terra fatta di pietre spaccate e di mulattiere polverose: una Sicilia aspra e diseredata dove si mescolano e si scontrano latifondisti, politici, mafiosi, i veleni dell'indipendentismo e un ribellismo picaro e senza speranza. Un cocktail esplosivo. Turiddu vende se stesso e la propria banda al miglior offerente: è un colonnello alla Fra Diavolo, un "pupo" manovrato. Fra poco resterà solo, non servirà più, diventerà un cinghiale accerchiato e la sua parabola cruenta, come da copione, si chiuderà in una sanguinosa notte d'estate.
«Hanno ucciso Turiddu»
Siamo nel 1950 e l'Italia è in piena stagione centrista. De Gasperi presiede il suo quarto Gabinetto, al Quirinale è salito il liberale Einaudi, la Celere di Scelba veglia sull'ordine pubblico e con l'aiuto del Piano Marshall sta per concludersi la ricostruzione. La notizia piomba sugli italiani il 5 luglio ed è una bomba: è stato ucciso Salvatore Giuliano, assassinato (ma lo scoprirà il giornalista Tommaso Besozzi sbugiardando i carabinieri) da uno dei suoi "picciotti" per denaro e viltà. Due colpi di pistola Con i due colpi di pistola di Gaspare Pisciotta si conclude la stagione sporca e romantica del banditismo. Le plebi siciliane perdono il loro Robin Hood e la fiaba popolare continuerà a portare fiori sulla sua tomba. Ma chi è, al di là della retorica, Salvatore Giuliano? Chi lo usa? E quale patto segreto stringe lo Stato con la mafia per eliminarlo?
Le tre facce di un uomo
Turiddu è un brigante arcaico legato all'aspro ambiente contadino della sua terra ma è anche un bandito contemporaneo, un guerrigliero, un assassino feroce (quasi 150 gli omicidi della sua banda), autore a Portella della Ginestra della prima delle stragi politiche che insanguineranno il Paese. Giuliano, però, ha anche una terza dimensione: è un eroe romantico, il mito che spera in un riscatto civile per sé e la propria terra da costruire attraverso i rapporti con la politica, un progetto velleitario e suicida. A decretarne la fine è, infatti, proprio il legame perverso con il separatismo, le strutture deviate dello Stato e la mafia, che lo usa e poi ne negozia la testa, abbandonandolo al suo destino. Che sarà sancito dai colpi di una calibro 9.
Fra le carte liberate dal segreto di Stato nel 1998, risulta il rapporto dei carabinieri di Palermo del 1949 che qui si presenta, in cui, per la prima volta, vengono fuori i nomi di taluni politici, indicati dall'estensore di una lettera, identificato con tale Caetano, come i mandanti dell'eccidio di Portella della Ginestra. E, sorprendentemente, coincidono con quelli che due anni dopo fece Gaspare Pisciotta al Processo di Viterbo.
Riservata personale n. 2/15 3.1949
A Sua Eccellenza il Prefetto di Palermo
................si ha il fondato motivo di ritenere che la lettera sia stata scritta e consegnata ai suddetti dal noto malfattore (illeggibile) Caetano, tuttora ristretto nel carcere stesso, autore della lettera sequestrata e (illeggibile) con informativa speciale di quarto gruppo (illeggibile) all'oggetto: "Propaganda elettorale tra carcerati e delinquenti latitanti", che originarono la vertenza ministro Scelba-senatore Li Causi. Persona attendibile che, per pochi minuti, ha avuto in mano la lettera e ne ha preso visione, ha riferito all'Arma che in essa il P. C. si esprimeva - presso a poco - in questi termini: "I fratelli Genovese hanno dichiarato la verità in merito all'eccidio di Portella della Ginestra, ma non hanno dett tutto, e cioè che i mandanti dell'eccidio stesso sono stati l'on.le Leone Marchesano, l'avv. Battaglia, l'on.le Cusumano e altri. Non hanno detto nemmeno che subito dopo la strage, l'on.le Scelba ha avuto un colloquio con Giuliano, ingiungendo a questi di espatriare entro il termine di 6 mesi".
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il 17/06/2014 alle 15:38
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