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Creato da falco58dgl il 26/09/2005

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Blog di narrativa, suggestioni di viaggio, percorsi interiori, sguardi sul mondo.

 

Lost e dintorni

Post n°390 pubblicato il 02 Febbraio 2010 da falco58dgl
 

Questa sera negli Stati Uniti va in onda il primo episodio della sesta (e conclusiva) stagione di Lost, la fiction ambientata su un'isola dalle caratteristiche particolari dove alcuni superstiti di un incidente aereo si trovano a lottare per la sopravvivenza, tra misteri, apparizioni, mostri di fumo,  abitanti ostili , viaggi nel tempo e miracoli.

Lost è diventata una serie di culto e vanta centinaia di migliaia di fans sparsi nei quattro angoli del globo. Un esercito di appassionati che discute senza posa nei forum e nei siti dedicati anche i più piccoli dettagli che la fiction propone. Non è una patologia ossessiva, Lost ha fatto breccia nell'immaginario collettivo e i temi che tratta (il destino, le scelte, la redenzione, il tempo, la possibilità di avere una seconda chance, il senso della vita, la morte) sono  temi universali, nodi e paradigmi delle aspirazioni individuali e collettive.

Se a questo aggiungiamo le modalità di narrazione (decisamente postmoderne, fondate sul continuo rimescolamento dei contesti spaziali e dei piani temporali, la componente di mistero che pare volersi rinsaldare e non sciogliere nonostante manchino solo 16 episodi alla fine) e un cast di tutto rispetto, si capisce come Lost sia diventato un fenomeno planetario, qualcosa in più di una serie televisiva, per quanto ben fatta.

La scorsa primavera, sulla base di queste suggestioni, ho iniziato a scrivere un romanzo ambientato sull'isola di Lost, immaginando che un fan italiano della fiction (Andrea, educatore in un servizio sanitario) s'imbattesse misteriosamente nell'isola e vi arrivasse in un momento particolare, nel Gennaio del 2005, un tempo "morto" della serie, perché alla fine di Dicembre del 2004, l'isola si sposta nel tempo e nello spazio e inizia a saltellare tra varie epoche come un capriccioso pallone da rugby calciato da un giocatore.

Arrivando sull'isola, Andrea (che conosce benissimo gli eventi narrati nella fiction) si rende conto che la realtà è differente da quella prospettata dagli autori. Personaggi morti nella fiction sono vivi, altri sono sull'isola mentre dovrebbero averla abbandonata, appaiono protagonisti nuovi, non previsti nella trama originale...

Questo è l'incipit del mio romanzo  (My Personal Lost)

piede della statua

Alle tre e trenta del mattino Andrea spense il computer, dette un’occhiata con disgusto al portacenere colmo di mozziconi di sigaretta, represse un colpo di tosse e si preparò a ripetere i gesti abituali prima di andare a dormire: aprire la porta che dà sul balcone, sgombrare il tavolino rotondo pieno di bottiglie di acqua minerale, bicchieri che recavano tracce di un modesto Cabernet, tovaglioli di carta appallottolati, riviste,  un piattino  con briciole di pane, rassettare il divano, spegnere le luci della stanza, andare in bagno.

Guardò la sua immagine riflessa nello specchio con rabbia e malinconia, come se si trovasse davanti a un altro se stesso  invecchiato  come nel  ritratto di Dorian Grey, mentre l’idea che manteneva di sé era ancora giovane e vitale.

Giovane e vitale un paio di palle, mormorò a bassa voce prendendo lo spazzolino e strofinandosi i denti  svogliatamente.

Mise la sveglia del suo cellulare alle otto e trenta, giusto in tempo per il primo appuntamento della giornata che aveva programmato prudentemente per le nove e quarantacinque. Poi, alle  undici, due ore di accoglienza pubblica. Fece una smorfia allo specchio, spense la luce e si diresse al buio in camera da letto.

Pose il cellulare sul ripiano del tavolo, si spogliò cercando a tastoni la sedia per appoggiare i pantaloni, s’infilò nel letto pensando che aveva davanti a sé meno di cinque ore di sonno.

Marzia sarebbe tornata da Milano tra due giorni. Il letto era troppo vasto per una persona sola, la metà occupata da lei giaceva abbandonata come una vedova ancora in lutto, il suo corpo leggero non aveva prodotto nessun avvallamento nel materasso. Eppure era tanti anni che dormivano insieme, così tanti che avrebbe potuto dire di averne perso il conto, anche se ricordava perfettamente quanto tempo era passato. Ventitre anni e mezzo, di cui sedici su quel letto.

 

Si girò su un fianco, rimase  così fino a quando sentì una sensazione di oppressione nello spazio intercostale sinistro, si voltò sull’altro lato, sbuffando. Doveva assolutamente dormire, per non svegliarsi come uno zombie o, peggio, non sentire la sveglia e inventare qualche scusa improbabile che giustificasse un suo ritardo. Sapeva che, per addormentarsi, doveva riuscire a distendere la mente, far fluire i pensieri senza la gabbia della tensione, inseguire immagini legate tra di loro da fili morbidi e aerei, simili ad aquiloni che s’innalzano in una giornata ventosa.

 

Gli aquiloni… curioso che Jack Shepard incontri in Thailandia quella donna che gli insegna a farli volare, una bellissima ragazza dagli occhi a mandorla, il corpo slanciato e un segreto da custodire. Jack è un calvinista, una persona afflitta da continui sensi di colpa, è incongruo vederlo su una spiaggia di Pukhet  che si diverte e fa l’amore con una giovane Thai. Però, anche in quell’occasione, fa qualcosa di sbagliato,  vuole che lei gli riveli il suo segreto e  si fa tatuare sul corpo una frase che dice qualcosa come “cammini con noi, ma non sei uno dei nostri”, con il risultato che viene preso a cazzotti da un gruppo di giovani del posto e deve lasciare la città pesto e sanguinante. Bah, in fondo è fiction, eventi condensati che servono a dimostrare una tesi e a illustrare retroscena. La realtà non è mica così, procede per accumulazione, per ripetizione, assomiglia più a un piccolo conto in banca  non ancora scalfito dalla crisi, a solchi che, col passare del tempo, diventano dei binari che segnano la direzione  e  rendono il percorso obbligato. Forse per questo i serial televisivi, soprattutto quelli fantastici e fantascientifici, hanno tanto successo, permettono a chi li segue di illudersi che la vita possa essere diversa, carica di sorprese, di misteri, di capacità speciali che ci rendono unici,  che si possa invertire il passo del tempo e avere delle nuove chance.

 

Eh, non sarebbe male, non sarebbe male davvero, anche se schiantarsi su un’isola sconosciuta , senza acqua, senza cibo, in un luogo invisibile ai soccorritori e popolato da gente ostile che appare onnisciente è una situazione  che ti ammazzerebbe nel giro di qualche giorno, altro che “Isola dei famosi”.

Perdersi, perdersi e ritrovarsi, una posizione comoda, niente tensione, aquiloni, pensieri come aquiloni…[...]

 

 

 
 
 

Game over

Post n°389 pubblicato il 26 Gennaio 2010 da falco58dgl

Oggi (28 Gennaio) è il giorno dell'inizio, il giorno del mio compleanno. Grazie di cuore a tutti coloro che mi hanno fatto gli auguri qui, su Facebook, in messaggeria, in mail, via sms.

Un abbraccio collettivo.

Claudio.

 

Velocità

 

Bene, adesso siamo alla stretta finale. Massima velocità, dodicesimo livello. Mi sono preparato per
tre giorni e la mano trema mentre inizio il gioco.

Appare un persona vestita in modo bizzarro  che m'interpella direttamente.

 "Chi sei tu?"
"Giulio".
"Chi sei tu?"
"Sono Giulio, te l'ho detto".
"Risposta errata".
"No, la risposta è esatta. Sono Giulio".
"Sai bene che la risposta è sbagliata. Vieni con me".

 Non so bene cosa succede. Mi sento risucchiato da un'energia aliena verso il gioco, verso il suo interno. So di esserne fuori, ma mi vedo dentro, insieme ad altri personaggi. Ci dirigiamo verso un labirinto fatto di specchi che si riflettono gli uni negli altri. Ci sono tre entrate, ognuna con una parola scritta a  grandi caratteri.

Nascita.Vita. Fine.

Vengo sospinto verso la prima entrata. Vedo un feto che si sforza di rimanere all'interno delle pareti calde che lo avvolgono,  terrorizzato di nascere, di essere espulso verso un "fuori" inimmaginabile  e sterile.

Vorrei fuggire via, ma mi addentro nella galleria dei corridoi di vetro. Adesso sono un ragazzino che si masturba in un cesso e riprovo la stessa sensazione fremente e colpevole di allora. Arrivo davanti a un bivio. Scelgo la porta di destra. Mi ritraggo attonito di fronte alla figura di un vecchio sdentato immobile su una sedia a rotelle.

Attraverso  a fatica quello spazio e sono sul lavoro, sommerso di pratiche che non ho voglia di sbrigare, svolto a sinistra e incontro Laura che mi guarda gelida, dopo uno dei nostri rapporti incompiuti.

Veloce, più veloce. Divento un bambino disperato che ha smarrito qualcosa d'importante, un cinquantenne affetto da dolori lancinanti al petto, un anziano alimentato da fleboclisi  su un letto d'ospedale.

Luci, colori,  immagini, tutto insieme, tutto sovrapposto, tutto così rapido che le forme non arrivano a definirsi, sono bagliori che abbacinano la retina, transizioni di volti, di ambienti, di oggetti, di luoghi. Perdita di controllo, smarrimento del senso, groviglio di linee tagliate da vie di fuga verticali.

Infilo una successione di cambiamenti sempre più rapida, perdendo ogni nozione di identità in quel caleidoscopio vertiginoso che mi annulla e mi rende simile ad un detrito vulcanico buttato su una landa ignota,

Passo attraverso scene che si rincorrono caoticamente, mescolando passato, futuro, presente, piani che s'intersecano come una giostra impazzita, avvitata su se stessa e persa nel proprio movimento,  imi ritrovo svuotato di ogni energia davanti ad un cartello che dice "uscita".

 Piango come un bambino nel prendere la via che mi conduce lontano da quell'inferno, via da lì, verso il mio universo abituale, sulla mia poltrona, nel mio salotto, mentre suona un disco di Haendel e i raggi di un tiepido sole estivo fanno irruzione  dalla finestra.

Sullo schermo del computer campeggia beffarda una scritta che mi
accompagnerà, come un monito o una minaccia non pronunciata, "GAME OVER".

 

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Apocalisse su Haiti

Post n°388 pubblicato il 18 Gennaio 2010 da falco58dgl

terremoto haiti

 

Per qualche giorno ho taciuto, vedendo intorno a me ingigantirsi le proporzioni del disastro e la faticosa organizzazione della macchina dei soccorsi. Ho letto, mi sono documentato, ho visto foto tremende, ho provato una sensazione di impotenza davanti alla catastrofe.

Haiti è il paese più povero di tutta l'America Latina, uno dei più poveri al mondo. E' stato funestato da dittature sanguinarie, ha una situazione economica quasi insostenibile.

Circa l'80% della popolazione vive in una condizione di povertà degradante, il 54% vive con meno di un dollaro al giorno, i  disoccupati di Haiti rappresentano oltre il 60% della popolazione.

Su un paese con queste caratteristiche (e già provato dall'uragano Jeanne, che causo' la morte nel 2004 di almeno 2000 persone) si è abbattuto un rovinoso terremoto del settimo grado della scala Richter, che ha  devastato la capitale Port au Prince  e raso al suolo numerosi paesi e cittadine dei dintorni.

Le stime parlano di 100.000 morti e due milioni di senza tetto, in un paese che conta con nove milioni di abitanti. Le immagini rimandate dalle televisione sono agghiaccianti:città fantasma, palazzi ridotti a cumuli di macerie, centinaia di corpi insepolti, bambini che vagano per la capitale da soli dopo aver perso i genitori, gruppi di persone che saccheggiano i pochi esercizi commerciali rimasti in piedi per fame, risse per contendersi il cibo e gli aiuti che i soccorsi fanno arrivare.

Possiamo decidere che la cosa non c'interessa e voltarci dall'altro lato oppure dare un piccolo aiuto, che moltiplicato per milioni di persone, può fare la differenza.

Copioincollo dal blog di Bruno14, un post che contiene il link a diverse organizzazioni umanitarie che si stanno mobilitando per soccorrere i sopravvissuti di questa apocalisse:

Il terribile sisma che ha quasi distrutto l'isola di Haiti ha messo in moto la macchina degli aiuti. Per chiunque volesse dare un contributo economico sono molte le possibilità. Tra i primi si segnala la sottoscrizione aperta dalla onlus Mediafriends che attraverso un sms da qualsiasi operatore al numero 48541 è possibile donare 2 euro per la popolazione in difficoltà.

Un sms anche per la Croce Rossa

Per donare 2 euro alla Croce Rossa Italiana "Pro Emergenza Haiti" basta inviare un sms da numero 'Wind' e '3' al 48540. Il numero sara' attivo fino al 27 gennaio. I fondi saranno utilizzati per sostenere l'impegno umanitario della Croce Rossa Italiana sul territorio di Haiti, colpito dal terremoto.

Milano, comune e curia aprono un conto corrente

L'arcivescovo di Milano, cardinale Dionigi Tettamanzi, e il sindaco di Milano Letizia Moratti, hanno unito le loro voci davanti alla tragedia del terremoto di Haiti per un appello comune per portare un aiuto a una delle popolazioni più povere del Pianeta ora colpite dal cataclisma. Sia il Comune sia la Curia hanno già versato 100mila euro, ciascuno: la diocesi nel conto corrente della Caritas Ambrosiana (IT16P0351201602000000000578), Palazzo Marino nel conto speciale Milano per Haiti, acceso presso Banca Intesa (IT94L0306901783100000000069).

Le Misericordie d'Italia hanno aperto una sottoscrizione

Sono pronti a partire per Haiti i Confratelli delle Misericordie d'Italia, la cui Confederazione nazionale ha aperto una sottoscrizione in favore delle popolazioni colpite. Le Misericordie Italiane hanno anche aperto una sottoscrizione in favore delle popolazioni colpite sul c/c 000005000036, MONTE DEI PASCHI DI SIENA SPA, Firenze Agenzia 6, IBAN: IT 03 Y 01030 02806 000005000036; oppure sul CONTO CORRENTE POSTALE N 000021468509, Firenze Agenzia 29, IBAN: IT 67 Q 07601 02800 000021468509, entrambi intestati a "Confederazione Nazionale" con causale "PRO HAITI".

Aiuti anche all'ong Agire, già attiva ad Haiti

Le organizzazioni non governative italiane riunite sotto la sigla Agire hanno deciso di lanciare una raccolta fondi per finanziare i soccorsi alle popolazioni di Haiti. Le ong di Agire sono già al lavoro ad Haiti. I fondi raccolti saranno destinati ai bisogni più urgenti: cibo, acqua potabile, medicinali, ripari temporanei. Si può donare con un sms al 48541 o con carta di credito al numero verde 800.132870; versamento sul conto corrente postale n. 85593614, intestato ad AGIRE onlus, via Nizza 154, 00198 Roma, causale Emergenza Haiti; bonifico bancario sul conto BPM - IBAN IT47 U 05584 03208 000000005856. Causale: Emergenza Haiti. Donazioni on line dal sito internet wwww.agire.it

Torino, Sermig raccoglie generi di prima necessità

Il Sermig di Torino raccoglie generi di prima necessità per portare un primo aiuto alla popolazione di Haiti. "Stiamo allestendo un container - precisa il Servizio Missionario Giovani che fa capo ad Ernesto Olivero - che partirà per Port-au-Prince nei prossimi giorni. In particolare raccogliamo prodotti alimentari a lunga conservazione, prodotti igienici e disinfettanti". Per aiuti in denaro è stato predisposto dal Sermig un conto corrente postale (numero 29509106) intestato a Sermig, piazza Borgo Dora 61, 10152 Torino. La causale è "Terremoto Haiti".

 Medici senza Frontiere lancia raccolta fondi straordinaria

Medici Senza Frontiere (MSF) lancia una raccolta fondi straordinaria per potere continuare a soccorrere le vittime del devastante terremoto che ha colpito Haiti. Per contribuire all'azione di soccorso di Msf a Haiti si può donare attraverso la carta di credito telefonando al numero verde 800.99.66.55 oppure allo 06.44.86.92.25; bonifico bancario IBAN IT58D0501803200000000115000; conto corrente postale 87486007 intestato a Medici Senza Frontiere onlus causale Terremoto Haiti; sul sito www.medicisenzafrontiere.it.

 

 

 
 
 

Da Palenque a Flores

Post n°387 pubblicato il 11 Gennaio 2010 da falco58dgl
 

Abbiamo lasciato Tulum il 22 Dicembre verso sera e siamo saliti su un comodo autobus che ci ha portati a Palenque. Un viaggio di 12 ore, alla fine l'autobus non ci è parso così comodo... Palenque è una cittadina del Chiapas (stato del Messico confinante con il Guatemala), un centro animato vicino al quale sorgono rovine Maya particolarmente interessanti. A Palenque abbiamo perso per un paio d'ore la coincidenza per Flores e ci siamo inventati un programma per la giornata. Abbiamo preso al volo un pulmino che ci ha condotti alle cascate di Mixol-ha e ad Agua Azul, sui primi contrafforti della sierra madre de Chiapas.

cascate di Mixol-Ha, Chiapas

Le cascate di Mixol-Ha sono, come si può vedere, imponenti e maestose, una caduta d'acqua verticale di almeno 70 metri. Agua Azul, se possibile, è ancora più bello, anche perché nelle acque trasparenti del fiume ci si può immergere.

Agua azul, Chiapas

Agua azul, sopra la cascata

Bagnarsi nel fiume, a valle e a monte della cascata, è un piacere difficilmente descrivibile. Si può giocare con le correnti, in una specie di gigantesco jacuzzi naturale, si nuota in un acqua limpida dalle sfumature turchesi e verde, in un ambiente preservato (Agua Azul si trova in un parco nazionale).

Il giorno dopo, di buon mattino,  abbiamo preso un trasporto collettivo che ci ha condotti prima attraverso la Selva Lacandona, fino alle rive del fiume Usumacinta (che marca la frontiera tra Messico e Guatemala). Lì abbiamo preso una barca che ci ha portati in tre quarti d'ora a Betel, sul versante guatemalteco del fiume.

Rio Usumacinta, in transito verso il Guatemala

Il fiume Usumacinta è quello che compare nella copertina di "Diecimila e cento giorni", è un fiume ampio con correnti e gorghi, con due rive tappezzate da una fitta vegetazione tropicale. Occorre fare attenzione nel bagnarsi per via dei coccodrilli e delle forti correnti.

All'arrivo in Guatemala (Betel, il posto di frontiera, e quasi inesistente: ho contato tre o quattro case) ci attendeva un pulmann.

 

In viaggio...

che si è riempito di viaggiatori di tutti i paesi. Eravamo in 28, c'erano Brasiliani, Costarricensi, Francesi, Tedeschi, Americani, Spagnoli, un gioioso casino linguistico.

Era il 24 Dicembre, intorno a mezzogiorno. La temperatura era di poco inferiore ai 30 gradi. Due ore di strada non asfaltata, su cui il mezzo procedeva  30 Km l'ora, poi l'ultimo balzo verso Flores, un'isola circondata da una laguna e collegata alla terra ferma con un ponte.

Dalla stanza di hotel a Flores...

 Questo era ciò che si vedeva dalla finestra della nostra stanza di albergo, un comodo hotel che ci è parso una benedizione dopo una settimana in capanna e 22 ore di viaggio... :)

laguna di Flores al tramonto...

Verso le sei di sera la laguna presentava questa aspetto. Eravamo stanchissimi, ma interiormente in pace. Ci si preparava a festeggiare la sera del 24, Nochebuena...

Writer.

 
 
 

Il viaggio in immagini

Post n°386 pubblicato il 07 Gennaio 2010 da falco58dgl
 

Cari amici, vi propongo una sequenza di  foto per comunicare visivamente
alcune suggestioni che hanno accompagnato il mio viaggio in America Latina:

All'arrivo (mio figlio mi ha raggiunto tre giorni dopo) ho
soggiornato qui:

Una capanna che aveva lo stesso nome (Tulum) del luogo che mi
ospitava.

Ecco alcune immagini della spiaggia, a due passi dalle capanne
(cliccando sull'immagine si apprezza meglio):

Tulum si trova nello stato di Quintana Roo, sul versante orientale della
penisola dello Yucatan. E' un territorio pianeggiante, ricco di  foreste
tropicali, con numerose lagune di acqua dolce e testimonianze della
cultura maya.

Qui, infatti, siamo a Cobà, sito archeologico a circa 30 km da Tulum

Quella su e la piramide maggiore di Cobà, piramide che ho scalato con soddisfazione
(e un po' di fatica), come si apprezza nella foro successiva:

Il giorno dopo, insieme a un'amica dell'Honduras, siamo andati a Boca
Paila, una riserva naturale che si stende per almeno 30 km, un territorio
vergine, fatto di spiagge, selva e lagune.

Questo è uno scorcio della laguna di Boca Paila, che si unisce un po' più
in là con il mare dei Caraibi: acqua dolce che incontra acqua salata.
E' un ecosistema molto ricco con tartarughe, centinaia di tipi di uccelli,
iguane e (dicono) coccodrilli.

A Boca Paila, mio figlio e Oriel hanno affittato un kayak e hanno remato
verso la laguna, mentre io li raggiungevo camminando sulla spiaggia.

Siamo tornati a Tulum decisamente contenti. Il giorno dopo abbiamo fatto
alcune foto per congedarci dalle persone e dalla spiaggia e ci siamo rimessi
in cammino verso il Chiapas e il Guatemala, ma questa parte ve la racconterò
nel prossimo post... :)

Mio figlio David e Oriel poco prima di rimetterci in viaggio per Palenque.

Writer

 
 
 

Una sera a Tulum

Post n°385 pubblicato il 04 Gennaio 2010 da falco58dgl

Sono seduto su una scomoda sedia alta, davanti al bancone di un bar all’aperto. Sono solo le sei del pomeriggio, l’oscurità avvolge Tulum, la temperatura è fresca, simile a quella della nostra primavera. Mi chiedo cosa farò fino a sera, le capanne appaiono semivuote e il ristorante chiude presto. Guardo i due bicchieri  di plastica che contengono due margaritas, in ossequio all’”happy hour” che prevede due prodotti  al costo di uno,  avvicino le labbra alla cannuccia, bevo.

Intanto ripenso al viaggio che mi ha condotto da una spettrale Malpensa a New York, alle sigarette fumate fuori dall’aeroporto, al secondo volo per Cancun, all’aria calda e umida che mi ha accolto in questa porzione del Messico che  si apre al mar dei Caraibi, al giaccone pesante che ho sepolto in fondo alla valigia, al taxi collettivo che mi ha portato alla stazione degli autobus e all’ultimo balzo verso Playa del Carmen, dove mi sono addormentato di schianto prima di mezzanotte (le sette del mattino in Italia) su un letto di hotel, in una stanza che guardava sulla strada principale di Playa, transito per turisti in shorts e dall’abbronzatura recente.

L’arrivo a Tulum mi  ha consegnato una fotografia conosciuta, anche se alcuni dettagli erano stati ritoccati dal tempo: due siti di capanne erano chiusi e sembravano reclamare presenze e movimento, sulla spiaggia bianca si vedevano lettini e qualche ombrellone e, in fondo, ho notato con raccapriccio bottiglie di plastica e spazzatura che  si erano addensate sulla rena candida.

Il mare era esattamente come lo ricordavo: di un verde pastello, calmo e tiepido, protetto dalla linea della barriera corallina, con un sole ardente che pareva giocare a nascondino dentro un cielo nuvoloso dalle nubi chiare e stratificate.

Ma adesso mi trovo qui, al bar di Zazil-Kin e sono solo le sei e un quarto del pomeriggio. Avverto una presenza alla mia destra, una voce di donna che parla in Spagnolo con un altro ospite. Colgo le parole “Los Angeles” e “Doctorado en Literatura CentroAmericana”. In una situazione normale non mi sarei intromesso, ma in Messico avverto forti desideri di comunicazione e scambio e dico:

En Los Angeles, el 30% de la poblaciòn es Latina”.

La donna si volta, mi corregge dicendo che i Latinos sono ormai la metà della popolazione. La guardo in volto: è bellissima, il viso è un incrocio tra quello di una mulatta e quello di una donna orientale, dalle labbra piene e gli occhi lievemente a mandorla. Lo sguardo appare illuminato da una sorgente interna che le conferisce intelligenza e curiosità. Il corpo appare atletico e slanciato.

Mi chiede di dove sono, che lavoro faccio. Lei è Honduregna, ma vive a Los Angeles da anni. Mi dice che studia e lavora, sta per finalizzare un dottorato in letteratura Spagnola. Poi si alza e attacca a ballare con un amico un ritmo tropicale. Lo fa con un senso del ritmo e una grazia che mi sorprendono. Torna a sedersi, mi dice che ama la poesia, le piace scrivere. Quando le comunico che ho pubblicato alcune opere di narrativa, vuole sapere di cosa si tratta, mi chiede se sono libri tradotti in altre lingue.

Si aggiunge un ragazzo dallo spagnolo incerto, è un franco canadese. Ci mettiamo a scrivere una poesia collettiva, ognuno scrive un verso e gli altri continuano la composizione. Ne viene fuori qualcosa che assomiglia a una Torre di Babele subito dopo la confusione delle lingue, ma l’effetto generale è divertente. Ci spostiamo verso la parte interna del bar, bevendo e ridendo come ragazzi.

C’è un biliardo, un tavolo da ping pong, alcune persone che armeggiano con una stecca e delle palle. Guardo furtivamente il cellulare: sono le otto di sera, il passo del tempo non mi preoccupa più, ormai. Tulum mi ha accolto a modo suo. Chiediamo nuovamente da bere, guardo la ragazza pensando che avrà circa la metà dei miei anni, scaccio il pensiero  e mi tuffo nuovamente nella condivisione delle parole e dei gesti nella notte tropicale.

Writer.

 
 
 

Ieri...

Post n°384 pubblicato il 28 Dicembre 2009 da falco58dgl

Sono stato insieme a mio figlio qui...

La riserva naturale di Yax-Ha, in Peten, nell'Alto Guatemala.
 E' un sito archeologico Maya circondato da lagune e foreste
tropicali a perdita d'occhio. Tra qualche giorno ritorno in Italia
con gli occhi pieni di bellezza, cari amici.

Buon anno a tutti voi.

Writer.

 
 
 

On the road

Post n°383 pubblicato il 13 Dicembre 2009 da falco58dgl
 

Ci sono luoghi che incarnano i desideri. Desideri di spazi, di ampiezza, di altezza, di infinito, di comunione. Sto per ripartire alla volta dei "miei luoghi", sulla rotta che congiunge lo Yucatan con l'alto Guatemala.

Martedì un aereo mi condurrà a New York e, da lì, un altro a Cancun, punto di passaggio verso le spiagge dello Yucatan, il Chiapas e la frontiera del Belize e del Guatemala.

Raggiungerò il Guatemala (probabilmente) attraverso il Rio San Pedro, un corso d'acqua circondato da una vegetazione lussureggiante, che congiunge due villaggi che assomigliano a Macondo di Garcìa Marquez: Las Palmas, sul versante Messicano, e El Naranjo, su quello Guatemalteco.

Da lì, il Peten e l'Alto Guatemala (la città di Flores che sorge su una laguna, Tikal e lo splendore dei suoi templi Maya) si raggiungono con poche ore di autobus.

Sono molto contento di poter tornare nei luoghi più vicini ai miei desideri. Vi auguro, cari amici, di passare un magnifico Natale e un entusiasmante capodanno.

Sono on the road, di nuovo...

Writer

 
 
 

Democrazia autoritaria

Post n°382 pubblicato il 06 Novembre 2009 da falco58dgl

L’Italia è un regime? Formalmente no e neanche a livello sostanziale. Eppure c’è qualcosa che mi preoccupa nella situazione attuale: i continui attacchi  alla “Costituzione materiale” che prefigurano una repubblica gestita in modo autoritario da una maggioranza investita direttamente dal “popolo” e la passività (che a volte sfiora la collusione) dell’opinione pubblica.

In qualunque altra democrazia del mondo, un Presidente del Consiglio implicato in numerosi processi per corruzione di giudici, falso in bilancio, false comunicazioni sociali, costituzione di “fondi neri” a scopo corruttivo si sarebbe dimesso o avrebbe dovuto confrontarsi con una protesta veemente da parte dei cittadini. In Italia, invece, pare non succedere mai nulla, anzi sembra che una quota rilevante dei cittadini simpatizzi con questi comportamenti, forse con la segreta speranza di poter legittimare le proprie azioni e i propri modelli di riferimento. 

Clinton ha rischiato l’incriminazione per una bugia che tendeva a coprire rapporti sessuali con una ragazza adulta consenziente. Da noi, invece, il fatto che il Presidente del Consiglio si circondi di “professioniste” pagate per “accompagnarlo” nella sua residenza ufficiale pare quasi un merito e non un comportamento da censurare. Anzi, chi fa rilevare la scarsa eticità di questi comportamenti, viene fatto oggetto di campagne diffamatorie da parte di giornali vicini a Berlusconi (il caso Boffo è emblematico, ma anche il servizio televisivo teso a screditare il giudice Misiano, quello che ha condannato la Fininvest a risarcire i danni all’Olivetti).

Se un giudice condanna la Fininvest a risarcire De Benedetti per i danni subiti da una sentenza “comprata”, si tratta di una manovra delle toghe rosse. Se Mills viene condannato per aver mentito a un giudice dietro compenso, si tratta di un’azione politica della magistratura tesa a impedire il funzionamento democratico delle istituzioni. Persino la Corte Costituzionale  è “sleale” o “di parte” se sancisce l’incostituzionalità del "Lodo Alfano".
“Repubblica” rivolge alcune domande a Berlusconi sui suoi rapporti con minori ed “escort”? Si tratta chiaramente di una diffamazione, parte  una querela con richiesta di risarcimento. La stampa straniera dà risalto agli scandali del premier? E’ manovrata da “Repubblica” e dall’”Unità”. E così via…

Si respira nel paese un clima pesante, aggravato dalla crisi economica e di valori che stiamo attraversando. Si ha quasi sempre l’impressione che le misure di governo siano prese con un occhio rivolto al calendario processuale di Berlusconi e un altro ai sondaggi di popolarità.

Ma risposte reali, tangibili ai numerosi problemi del “popolo” che costituisce il riferimento ideale di molti discorsi, se ne vedono poche.

Abbondano invece i proclami propagandistici e auto promozionali, che trovano vasta eco nei telegiornali della Rai e della Fininvest. Il ponte sullo stretto, la ricostruzione dopo il terremoto in Abruzzo, la carta “sociale” da 40 euro al mese rivolta alle famiglie più bisognose, la politica dei respingimenti degli immigrati clandestini, tra molte altre iniziative, appaiono come spot, come dichiarazioni pubblicitarie che accreditano l’immagine di un governo “del fare”, ma che nascondono un sostanziale disinteresse verso i problemi reali dei cittadini.

 

Se a questo quadro aggiungiamo il continuo attacco agli altri poteri dello stato o all’informazione libera, ne vieni fuori un ritratto realmente preoccupante. Anche perché Berlusconi ce l’hanno messo gli Italiani nel posto che occupa. Certo, con il potente supporto del sistema televisivo che domina e controlla, ma è stato votato dalla maggioranza relativa degli elettori di questo paese.

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Kosovo e dintorni

Post n°381 pubblicato il 14 Ottobre 2009 da falco58dgl

Un testo che parla di una tragedia non lontana nel tempo,  ma che abbiamo quasi tutti dimenticato. Tratto da "Diecimila e cento giorni".

Fatima  pensa, con i gomiti appoggiati sul tavolo di questa casa che gli rammenta  un po’ la sua terra e ricorda. I ricordi si accavallano, fluiscono con  ritmo regolare, ogni tanto si condensano in uno spasmo doloroso degli occhi, in una fitta che le attraversa lo stomaco.

La gente che cammina con i sacchi della spesa sfidando i cecchini,  un   freddo tagliente come una lametta, i cavalli di frisia, i blindati parcheggiati un po' dovunque. La mamma con un fazzoletto legato intorno alla testa che rientra dal mercato con una sporta  semivuota. Venditori di sigarette e di cd pirata agli angoli delle strade. Il traffico caotico di Kosovo Polje, l’illusione di normalità. Una banda di tagliagole che s’insinua in casa, saccheggia, depreda, porta via, appoggia canne di fucili alla testa di  papà, dei fratelli, degli zii. “Andate via, questo non è più il vostro paese. Ringraziate, vi lasciamo la vita”.

La fuga verso Morin, al confine con l’Albania, insieme a cinquantamila persone racchiuse  in una spianata colma di merda e rifiuti. Quell’odore insopportabile che ristagna nell’aria. Le poesie lasciate da bambini su banchi di scuola semidistrutti.

 "Ho sognato che dei soldati venivano a casa mia e sparavano. Venivano per prendermi un'altra volta. Continuo a fare questo sogno, ma non ho più paura di stare da solo”.

Il ritorno su camion  aperti, stretti in cento su strade corrose da buche, da crateri lasciati da aerei amici. La casa ridotta a porcile, svuotata, la stalla bruciata, le vendette dei profughi che tornano. I bambini albanesi annegati, costretti a lanciarsi in un fiume da ragazzi serbi che li inseguivano con i cani.  Il macellaio serbo impiccato a un lampione, il grosso corpo  immobile sotto la pioggia.

Fatima si riscuote,  guarda l’orologio, sono le quattro del mattino. Si avvicina al letto dove Riccardo  dorme russando leggermente. Gli mette una mano sul petto, rimane a guardare  la sua bocca semiaperta, le forme ampie, il suo braccio piegato all’indietro con la mano che sfiora l’orecchio.  Pensa che non ama quell’uomo gentile che è entrato nella sua vita,  ma che è contenta di averlo conosciuto.

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(in seguito a uno spiacevole episodio
avvenuto su un blog della community)

 

LA RECENSIONE

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DIECIMILA E CENTO GIORNI
Storie di uomini tra Italia e America Latina
di MARIA PIA ROMANO

Un tuffo che ha il colore del giallo ocra e del verde intenso, di mandorle amare, schizzi di sudore e deliri di lacrime. Di Italia ed America Latina, di viaggi e di fughe, di ritorni e di allontanamenti. Di esaltazione di popoli, di passioni e grida senza voce nella notte. Del blu e dell'azzurro di cielo e mare. Gli stessi che guardano fluire i giorni, i diecimila e cento giorni, mentre la brezza marina scuote il pino le cui radici restano annodate alla terra. All'amore, alla ricerca costante che dà un senso alle cose, alla vita che è fatta di scenari che cambiano, di sogni di libertà da
condividere con i compagni, di ansie e sconforti segreti, che si affondano nel dolore della bulimia, ingurgitando per rabbia e insoddisfazione cibi di cui non si riesce a percepire il sapore. Emersione, immersione, navigazione, approdo: in quattro sezioni si snoda avvincente la narrazione, che racchiude un arco di trentaquattro anni, dal 1970 al 2004.

E' uno di quei libri che si vorrebbe non finissero mai i "Diecimila e cento giorni" di Claudio Martini, edito da Besa. Ti capita tra le mani e lo leggi d'un fiato, perdendoti in quei nomi che diventano subito uomini e tu li ascolti e li vedi soffrire, gioire, respirare, far l'amore. Destini che s'incrociano e si salvano a vicenda, in un costrutto narrativo di suprema bellezza.

Ci sono immagini che s'imprimono nitide e vere nella mente, mentre insegui il tuo cuore rapito dalle storie. Storie di uomini. Storie che vengono fuori in una sorta di "stream of consciousness", in cui più che la cronologia conta il tempo interiore, che ti porta direttamente dentro le porte delle loro case e ti dischiude l'universo dell'anima. Fotogrammi sospesi tra un'Italia che si chiude dietro un perbenismo di facciata e cela solo irriguardose marginalità ed un'America Latina che grida la sua libertà con fierezza sconcertante, mentre è ancora oppressa da un macigno sul cuore che non la fa respirare.

Lo psicologo di origini tarantine, che ha una lunga esperienza di lavoro all'estero, proprio in America Latina, scrive di Perù, Nicaragua, Messico, Kosovo, Italia con la penna guizzante di una grande intelligenza che, come lama, squarcia la cortina dell'indifferenza dei tanti.


 
 

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