Creato da falco58dgl il 26/09/2005

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Blog di narrativa, suggestioni di viaggio, percorsi interiori, sguardi sul mondo.

 

Mediterraneo

Post n°498 pubblicato il 14 Giugno 2015 da falco58dgl

Quest'anno non sapevo bene quale meta scegliere per le vacanze estive. Ho considerato e scartato un insieme di opzioni, alcune per la loro lontananza e il loro costo (ho accarezzato l'idea di andare una decina di giorni alle Maldive su un atollo circondato da un mare meraviglioso, ma 15 ore di volo e un costo di 250 euro al giorno mi ha fatto desistere, non ho trovato voli economici per Cuba o la repubblica Dominicana), altre per ragioni di sicurezza (tutto il Nord Africa e il Medio Oriente).

Dopo averci pensato un po' su, ho ristretto il raggio di ricerca all'area del Mediterraneo  e ho diviso le vacanze in due parti: una settimana in Grecia, dove siamo stati magnificamente l'anno scorso e due settimane in Sardegna, terra magnifica e ospitale che ci vede assenti da una decina di anni. Hanno prevalso le esigenze della consuetudine su quelle dell'esplorazione e della ricerca, ma sono contento lo stesso.

Il Mediterraneo, nonostante i drammatici sviluppi attuali, rimane una delle culle della civilizzazione, un luogo carico di echi, simboli, vestigia e fascino. Un luogo carico di storia, di rotte, di incroci e commistioni. Un luogo che unisce e che dovrebbe essere al riparo dalle miserabili polemiche di questi mesi sui flussi migratori. Un luogo di radici e identità che ci apprestiamo a ripercorrere e a rivisitare.

 

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una giornata a "La Mandria"

Post n°497 pubblicato il 16 Maggio 2015 da falco58dgl
 

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"La mandria" è una delle nostre mete preferite quando non abbiamo voglia di rimanere in città. E' un'oasi di vegetazione rimasta sostanzialmente identica alla tenuta reale dell' '800 quando fungeva da riserva di caccia per i Savoia.

Boschi, ampie estensioni erbose su cui pascolano placide mandrie di mucche o branchi di cavalli, sentieri sterrati che ospitano i viandanti e i ciclisti, gli appartamenti reali e qualche  costruzione dallo stile indecifrabile che sorge ai margini del perimetro, un torrente (la Ceronda) e un fiume (la Stura) che ne delimitano i confini.

Si vive un senso di quiete, di sospensione del tempo particolarmente importanti in questa epoca insensata, in cui gli eventi vengono consumati ancora prima che si manifestino, in cui il presente svanisce come se fosse un gioco di prestigio manipolato da un bravo illusionista.

Ritrovo, tra i "Tre cancelli" e l'ingresso di Druento un percorso fatto di materie vive, che cambiano con l'alternarsi delle stagioni, un cammino di memorie che il passo del tempo ha solo arricchito di echi e sfumature.

Rivedo la panchina da cui si scorge un vasto prato, lievemente ondulato e circondato da alberi di alto fusto, che suggerisce la circolarità del pianeta; la corrente e le pietre del fiume in cui ci siamo bagnati durante i giorni della grande calura, il tappeto di foglie ingiallite e rosseggianti di autunno, l'ombra dei faggi, degli ippocastani, delle querce d'estate,  la fioritura dei tigli e dei ciliegi in primavera, la fauna selvatica che, ogni tanto, fa capolino ai margini del bosco.

Un luogo ideale per un pomeriggio di contemplazione.

 

 

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Timbuktu

Post n°496 pubblicato il 13 Aprile 2015 da falco58dgl

Ho visto un film che mi ha molto colpito. Tratta del fondamentalismo in Mali e dell'oppressione delle comunità musulmane locali. E' un'opera rigorosa,  che riesce a fondere la denuncia di una situazione intollerabile con squarci di poesia. Il regista è Sissako, il film s'intitola "Timbuktù".

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Sfiancala, non ucciderla", questa è la frase di un gruppo di jihadisti che insegue una gazzella a bordo di un pick up nella savana del Mali. "Sfiancala, non ucciderla" appare come una metafora, è un'espressione che interpreta l'essenza stessa dello jihadismo, spesso forza d'occupazione che arriva da altri paesi, assoggetta intere comunità musulmane e impone una ideologia regressiva basata su una distorsione fondamentalista del Corano. E' proibita la musica, è proibito il fumo, il calcio, non si può stare seduti sulla soglia di casa, le donne devono portare velo integrale e guanti, è proibito conversare in gruppo per strada.

Metafora parziale perché i fedeli non vengono soltanto sfiancati dalle proibizioni e dalle censure, ma vengono anche uccisi - la lapidazione della coppia non sposata-, frustati a sangue -i giovani che sfidano il divieto di fare musica-, violentati nelle loro tradizioni-le donne date in matrimonio forzosamente ai combattenti-.

Il film di Sissako -regista nato in Mauritania, vissuto in Mali e maturato artisticamente in Francia- ricostruisce in modo rigoroso e formalmente ineccepibile l'oppressione di una comunità soggetta alla shari'a nei pressi di Timbuktù, mitica città tuareg, crocevia dei sultanati che raggiunsero un elevatissimo grado di civilizzazione più di 600 anni fa.

Lo fa mettendo a confronto l'ideologia totalitaria e violenta dei fondamentalisti con la spiritualità autentica dell'imam locale e soprattutto con l'affetto profondo di una famiglia che vive sotto una tenda tra le dune del deserto allevando una piccola mandria di mucche. Una delle mucche, portate ad abbeverarsi nel fiume, si impiglia nelle reti di un pescatore e viene uccisa. Kidane -così si chiama il capofamiglia- non accetta il sopruso e cercherà giustizia...

Qualcuno ha scritto che Timbuktù non è un film antiislamico. La notazione è pienamente condivisibile. E' il fondamentalismo ad essere una pratica antireligiosa e disumana, mentre i membri della comunità vivono una spiritualità profonda e connaturata col loro modo di vivere, che convive con un ambiente maestoso e splendido, fotografato in modo magnifico. Il film di Sissako sviluppa questa antinomia in modo intenso e fluido, con una grande padronanza tecnica ed espressiva, evitando di cadere in facili contrapposizioni pedagogiche. Gli jahidisti fumano di nascosto, parlano di calcio, applicano la legge coranica in modo ottuso e spietato, ma evitano gli eccessi degni di un film dell'orrore commessi dall'Isis. Assomigliano ai Talebani in Afganistan, ma ciò è forse ancora più inquietante, perché suggerisce che il fondamentalismo, nella sua pratica quotidiana, non ha bisogno di decapitare ostaggi o bruciare vivi i piloti, "si accontenta" di sottomettere le coscienze e la vita quotidiana delle comunità che opprime.

L'opera di Sissako mi è parsa dolorosamente splendida, intrisa di emozioni autentiche, di spiritualità che sembra nascere e levarsi dal cuore pulsante dell'Africa, dai suoi fiumi, dalle sue estensioni ondulate senza fine. Suggerisce che la lotta per liberarsi da oppressioni vecchie e nuove è complicata e lunga, ma indispensabile per recuperare dignità e una prospettiva di speranza.

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La galassia del terrore

Post n°495 pubblicato il 08 Marzo 2015 da falco58dgl

isis

Dalla Siria alla Nigeria, dall'Iraq alla Libia, dalle Filippine al Mali, dal Pakistan allo Yemen, passando per Parigi, Copenaghen, Melbourne, Ottawa, le coste della Sicilia, la galassia jihadista è in costante espansione, recluta nuovi adepti, affilia nuove millizie e movimenti terroristi, si finanzia occupando territori, campi petroliferi, espropriando banche, saccheggiando (e distruggendo) siti archeologici, sequestrando ostaggi, estorcendo denaro alle comunità cristiane, yazide, sciite, dispone di arsenali militari modernissimi comprati al mercato nero con i proventi del petrolio o abbandonati dai cascami dell'esercito iracheno, siriano e libico, fa opera costante di proselitismo mediante un apparato comunicativo che propaga, tramite il web e i social network, l'ideologia delirante dello stato islamico, ne esalta i successi, si pone come punto di riferimento per milioni di giovani musulmani alla ricerca di una causa ("la jihad") a cui votare la propria vita (e, spesso, la proprie morte).

Molto è stato scritto sui metodi assassini dello Stato Islamico, ai limiti del genocidio nei confronti dei cristiani, degli yazidi, dei turcomanni, dei curdi, sul disprezzo per la vita umana che professano, sulla pratica quotidiana degli attentati suicidi e delle esecuzioni pubbliche, sull'applicazione di una legge coranica che costituisce in primo luogo un insulto agli stessi precetti contenuti nel Corano, sull' emarginazione violenta delle donne, ridotte a schiave sessuali se non musulmane o comunque obbligate al velo integrale, sui divieti che regolano la vita quotidiana (emblematica la vicenda di un gruppo di adolescenti che sono stati uccisi perché guardavano una partita di calcio), sull'indottrinamento dei bambini, a volte resi protagonisti di esecuzioni pubbliche, sul modello di Pol Pot, sulla oscena distruzione di musei o siti che sono patrimonio dell'umanità.

Lo IS persegue l'obiettivo principale di diventare egemone all'interno del mondo musulmano e, allo stesso tempo, di espandere l'ideologia politico-militar-religiosa del califfato anche al di fuori dei paesi musulmani. Due ottime ragioni per una risposta che deve necessariamente veder partecipi e alleati i governi dell'Occidente con quelli del Maghreb e del Medio Oriente.

Stupisce, di fronte a un pericolo così grave, a una minaccia radicale nei confronti delle fondamenta stessa della nostra civilizzazione, la risposta timida e poco coordinata dei governi interessati. Tranne un accenno di reazione da parte della Giordania in Siria (dopo la vicenda del pilota giordano bruciato vivo) e dell'Egitto in Libia (dopo la decapitazione di più di 20 cittadini egiziani). Gli USA e i suoi alleati bombardano da qualche mese obiettivi militari dell'IS in Iraq e Siria con esiti modesti. Più una strategia di contenimento  che una controffensiva efficace.

In realtà, nessuno vuole contrastare il cosidetto Stato Islamico con un'azione di terra che durerebbe mesi e forse anni, dai costi economici elevatissimi e con la prospettiva di perdere centinaia di soldati.

Temo che l'Occidente si mobiliterà solo quando un'azione militare sarà portata direttamente sui nostri territori. Quando non potrà più girarsi dall'altra parte. Solo che, a quel punto, la situazione sarà sensibilmente peggiorata e ci troveremo ad affrontare una minaccia esterna che si salderà a focolai interni, cellule "dormienti" attivate ad hoc.

Per scongiurare questo scenario, l'unica alternativa è quella di coordinare la nostra azione con quella dei paesi musulmani (compreso l'Iran) e prosciugare la galassia jahidista prima che tracimi e si riversi sul mondo intero come un'alluvione distruttrice.

 

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Netherlands

Post n°494 pubblicato il 24 Dicembre 2014 da falco58dgl

Quest'anno passeremo il giorno di Natale, come d'abitudine, con i miei, che totalizzano insieme 183 anni. Il giorno dopo partiremo alla volta di Amsterdam per passare alcuni giorni con nostro figlio che sta facendo un master nell'università di Waginengen. Non torno ad Amsterdam dal lontano 1973, ricordo che ci arrivai  in autostop, con una tenda a due posti nello zaino. Questa volta viaggeremo più comodamente, un volo della Klm e una stanza d'hotel nella cittadina di Haarlem. Ritroverò una città bella, ben organizzata, ricca di opportunità culturali. E' prevista per sabato 27 una lieve nevicata che imbiancherà le strade e sigillerà il paesaggio urbano in una coltre di silenzio e di quiete.

Un augurio di Buon Natale e di felice Anno Nuovo (per quanto è possibile) a tutti gli amici e le amiche della community.

W.

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Piazze d'Europa...

Post n°493 pubblicato il 17 Dicembre 2014 da falco58dgl

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                                          (piazza del campo, Siena)

haarlem

                                                     (Haarlem, Olanda)

oro

                                           (Piazza dell'orologio, Praga)

arles

                                 (Arles, Piazza della Repubblica)

 

In una di queste quattro piazze passeremo alcuni giorni tra Natale e Capodanno, in compagnia di una persona che ci è particolarmente cara...

 
 
 

Tempo e dintorni...

Post n°492 pubblicato il 04 Dicembre 2014 da falco58dgl

iper

Da "Ipertempo", penultimo capitolo de "I racconti del ripostiglio".

Qualcosa torna, s’affaccia  alla mente come una silhouette di donna intravista da una finestra, il profilo di una ragazza che fa capolino per un  secondo sul balcone prima di spegnere le luci  e consegnare l’edificio intero a un’oscurità completa. Immagini ancora frammentarie, ma che iniziano a disegnare scene dotate di senso.

Dalla prima casa, affittata in centro a un’altra, di proprietà, in una periferia nebbiosa e vuota, fatta di corsi ampi, cantieri di edifici in costruzione e alberi piantati di recente che lambivano aree industriali e terreni abbandonati.

Gli anni del liceo, l’autobus preso di corsa alle 7 e 55, per arrivare qualche minuto prima delle 8 e 30 a varcare i cancelli della moderna struttura di vetro e cemento affacciata su un corso frequentato da prostitute, ferme sul ciglio della strada, davanti a condomini residenziali.

Oscurità e silenzio, anni buttati via  a misurare la distanza dagli altri, la differenza nei confronti di coloro che affermavano i loro desideri attraverso pullover sportivi e giacche eleganti, ragazze  esibite, scopate raccontate e utilitarie guidate sul filo della maggiore età. La voglia feroce di scappare, di andar via, di bruciare la città nel proprio cuore, di dimenticarne le ceneri, di ricostruire altrove  una sensazione di precaria appartenenza. 

L’università, il gran casino di quel periodo “dalle molte parole”, come ha detto qualcuno, l’illusione di partecipare a un movimento collettivo che avrebbe trasformato le nostre vite, se non  i rapporti di forza tra classi sociali di cui  eravamo figli ed eredi, impegnati a distruggere una “borghesia” di cui facevamo parte e che ci avrebbe riassorbito, anni dopo, nei suoi interstizi marginali.

Le donne…il sesso così poco erotico di allora, discontinuo, occasionale, qualche passione consumata nello spazio di due mesi, il desiderio di  debordare, mentre percorrevo la distanza tra la facoltà, la casa, il mercato e la radio.  La voglia di esserci e contare e un disincanto precoce, forse la percezione della vanità, dell’effimero che s’insinuava nella ricerca di un lavoro, di una casa con riscaldamento e ascensore, di amicizie e affetti al di fuori del recinto del collettivo politico e degli esami studiati in gruppo.

Guardarsi intorno e non sapere se proseguire verso  mete ignote, rimanere nel territorio incerto  del tirocinio e del volontariato o tornare  indietro verso il punto di partenza con l’espressione di chi ha giocato per cinque anni.

Eppure, anche adesso che i ricordi emergono, sprizzano con la stessa forza di un getto d’acqua che fuoriesce da un idrante, avverto un alone di oscurità, qualcosa che non può neanche essere detto, se non attraverso allusioni negative, qualcosa che non è neanche buio, ma resistente alla luce, refrattario ai significati e alle spiegazioni, materiale inerte che non riesco a trasformare in eventi, emozioni, connessioni di senso.

Mi rendo conto, all’improvviso, delle mie mani che stropicciano il biglietto con le istruzioni per continuare il gioco. Non saprei dire se le ho già lette e il flusso dei ricordi sia un prodotto di ciò che ho visto o  se, al contrario, la rievocazione del passato sia un elemento indispensabile per recepirne il significato.

Volgo la sguardo verso il basso e rimango a bocca aperta mentre leggo una frase brevissima che non contiene indicazioni di luoghi o di orari,

ora tocca  a te”.

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Kobane, Siria

Post n°491 pubblicato il 11 Novembre 2014 da falco58dgl
 

 

kobane

                                   (donne curde dell'YPG in armi)

A Kobane, una cittadina marginale nel nord della Siria, al confine con la Turchia, si stanno decidendo le sorti di una guerra che vede contrapposti migliaia di combattenti jihadisti dell'Isis, pesantemente armati, alle milizie curde (forse duemila uomini) che resistono da  quasi due mesi  ai colpi di mortaio, alle autobombe, ai proiettili di grosso calibro sparati da carri armati.L'eroismo dei difensori di Kobane ha avuto un alto prezzo: più di 350 miliziani curdi sono stati ammazzati, decapitati, crocifissi. Ma anche l'Isis ha sofferto pesanti perdite, si calcola più di 600 uomini.

L'arrivo dei Peshmerga iracheni e, in misura minore, i bombardamenti aerei della coalizione occidentale, ha segnato un punto di svolta. Le milizie curde stanno, un po' per volta, riprendendo possesso dei quartieri della città che erano stati conquistati dall'Isis, che mira a controllare tutta la fascia nord della Siria e a saldarla al nord e all'ovest dell'Irak per costituire l'embrione di un califfato che dovrebbe spaziare dal Senegal al Pakistan.

La Turchia gioca un ruolo ambiguo, di sostanziale collusione con i tagliagole dell'Isis. Sembrano più preoccupati di arginare le rivendicazioni dei curdi che di combattere un'organizzazione fanatica che unisce grandi disponibilità economiche a un'ideologia di terrore e sterminio.

All'interno di questo scenario si consumano vecchie rivalità e antichi conflitti tra Iran e Arabia Saudita, tra Siria e Turchia, tra sunniti e sciiti.

I curdi appaiono come l'unica opzione democratica e "laica" dentro un coarcervo di lotte tribali, religiose, jihadisti fanatici e monarchie assolute di stampo oscurantistista e teocratico.

A loro, per quel che vale, la mia solidarietà.

                           (i peshmerga iracheni entrano a Kobane)

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                                        (bombardamenti su Kobane)

 
 
 

Trinacria

Post n°490 pubblicato il 14 Ottobre 2014 da falco58dgl
 

Per un paio di giorni, mi ritroverò sulla sponda sud del mar Tirreno. Un convegno su "adolescenti, esordi psicotici  e dipendenze" organizzato dalla federazione degli operatori dei Ser.t a Palermo. Non torno in quella splendida città da un tempo infinito (34 anni) e sono veramente contento di poterla rivisitare. Il clima è caldo (26-27 gradi) e il convegno si svolge praticamente in riva al mare. Un saluto a tutti gli amici e le amiche della community.

 

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Wageningen

Post n°489 pubblicato il 20 Settembre 2014 da falco58dgl
 

Wage

Wageningen è una cittadina olandese di piccole dimensioni (40.000 abitanti), a un'ottantina di km a sud di Amsterdam. Un luogo tranquillo, sede di un'università eccellente, la migliore di Olanda e una delle migliori di Europa, focalizzata sul tema delle scienze  ambientali, forestali e delle tecnologie alimentari. Il campus è ampio, arioso, pieno di risorse accademiche di prim'ordine (un corpo docente di livello internazionale, una didattica centrata sulla ricerca è l'interattività, imponenti dotazioni tecnologiche, grandi spazi per lo studio e l'aggregazione). In questo luogo mio figlio sta frequentando un master in "scienze forestali e ambientali", insieme a studenti di altri cento paesi. E' molto contento, studia tanto e copre le distanze tra il campus e la sua residenza con una robusta bici che ha comprato appena arrivato nei Paesi Bassi. Siamo felici che stia seguendo un suo progetto con tenacia e con entusiasmo. Probabilmente ci vedremo per le vacanze di Natale, abbiamo in mente di passare qualche giorno tra Amsterdam e Bruges.

Ormai, per trovare dei percorsi professionali stimolanti, occorre andare all'estero e giocare la propria partita utilizzando come campo il mondo intero. E' la scelta che feci ormai più di 30 anni fa quando decisi di andare in Messico per trovare nuovi orizzonti di vita e di lavoro.

A David l'augurio di realizzare i propri desideri, il proprio progetto di vita con pienezza e con soddisfazione.

serra

 
 
 
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IL MIO ROMANZO

 CLAUDIO MARTINI
"DIECIMILA E CENTO GIORNI"
 BESA EDITRICE

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SI PREGA CHI VOLESSE RIPRODURLI O CITARLI DI INFORMARE PREVENTIVAMENTE L'AUTORE CHE SI RISERVA LA FACOLTA' DI  CONCEDERE O NEGARE L'AUTORIZZAZIONE

(in seguito a uno spiacevole episodio
avvenuto su un blog della community)

 

LA RECENSIONE

usumacinta

DIECIMILA E CENTO GIORNI
Storie di uomini tra Italia e America Latina
di MARIA PIA ROMANO

Un tuffo che ha il colore del giallo ocra e del verde intenso, di mandorle amare, schizzi di sudore e deliri di lacrime. Di Italia ed America Latina, di viaggi e di fughe, di ritorni e di allontanamenti. Di esaltazione di popoli, di passioni e grida senza voce nella notte. Del blu e dell'azzurro di cielo e mare. Gli stessi che guardano fluire i giorni, i diecimila e cento giorni, mentre la brezza marina scuote il pino le cui radici restano annodate alla terra. All'amore, alla ricerca costante che dà un senso alle cose, alla vita che è fatta di scenari che cambiano, di sogni di libertà da
condividere con i compagni, di ansie e sconforti segreti, che si affondano nel dolore della bulimia, ingurgitando per rabbia e insoddisfazione cibi di cui non si riesce a percepire il sapore. Emersione, immersione, navigazione, approdo: in quattro sezioni si snoda avvincente la narrazione, che racchiude un arco di trentaquattro anni, dal 1970 al 2004.

E' uno di quei libri che si vorrebbe non finissero mai i "Diecimila e cento giorni" di Claudio Martini, edito da Besa. Ti capita tra le mani e lo leggi d'un fiato, perdendoti in quei nomi che diventano subito uomini e tu li ascolti e li vedi soffrire, gioire, respirare, far l'amore. Destini che s'incrociano e si salvano a vicenda, in un costrutto narrativo di suprema bellezza.

Ci sono immagini che s'imprimono nitide e vere nella mente, mentre insegui il tuo cuore rapito dalle storie. Storie di uomini. Storie che vengono fuori in una sorta di "stream of consciousness", in cui più che la cronologia conta il tempo interiore, che ti porta direttamente dentro le porte delle loro case e ti dischiude l'universo dell'anima. Fotogrammi sospesi tra un'Italia che si chiude dietro un perbenismo di facciata e cela solo irriguardose marginalità ed un'America Latina che grida la sua libertà con fierezza sconcertante, mentre è ancora oppressa da un macigno sul cuore che non la fa respirare.

Lo psicologo di origini tarantine, che ha una lunga esperienza di lavoro all'estero, proprio in America Latina, scrive di Perù, Nicaragua, Messico, Kosovo, Italia con la penna guizzante di una grande intelligenza che, come lama, squarcia la cortina dell'indifferenza dei tanti.

 

 

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